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domenica 9 dicembre 2018

IL PAGANESIMO E LE RELIGIONI “À LA CARTE”






Marc Augé, Cuori allo schermo. Vivere la solitudine dell’uomo digitale (Una conversazione con Raphaël Bessis), Mondadori 2018. 162 pp. (€ 16,50).



Offro ai lettori del blog l’ultima parte del capitolo 7: “Il paganesimo e le religioni ‘à la carte’” (qui pp. 54-57). Se non altro, sono pagine che fanno pensare.



… il cristianesimo ha accolto numerosi aspetti dal protestantesimo e nella tradizione cattolica non è difficile individuare innumerevoli elementi pagani.

Quanto accade in America Latina forse dipende dalla dimensione pagana del cattolicesimo. Ne sono una conferma la presenza di innumerevoli santi, i riti o l’idea che la preghiera possa avere un’efficacia immediata.

Non è un caso che la Chiesa cattolica si sia sovrapposta alle strutture pagane; certamente la sua era una vera e propria strategia atta a cancellare i luoghi di culto precedenti, ma che si realizzava con un’ambiguità su cui era facile giocare. Tutte le leggende e le storie collegate a questa o quella Madonna e a questo o quel miracolo lo testimoniano. Pensate per esempio alla Vergine di Guadalupe in Messico.

Quindi nella pratica del cattolicesimo è presente un lato pagano. Il sentimento religioso di chi ha una fede semplice passa attraverso una relazione con i santi e il rito che risulta quasi strumentale e proprio in questo pagana. Al contrario non è pagana la speculazione sul futuro, sulla persona oltre la morte o il concetto di peccato.

Sia in America Latina sia in Africa, e più in generale nelle regioni che si trovano alla confluenza di diverse tradizioni, nella pratica religiosa indigena si riscontra spesso questa ambivalenza: talvolta prevale l’aspetto più cristiano, talvolta quello pagano.

Questa tendenza continua a preoccupare ancora oggi i rappresentanti della Chiesa, che sembrano sempre convinti che gli indiani o gli altri fingano di convertirsi per poter restare fedeli agli antichi culti.

Per tornare all’interpretazione dello sviluppo delle idee religiose in relazione alla mondializzazione, ho dei dubbi nel definire questa evoluzione un “cristianesimo pagano”, in quanto non sono certo della natura esclusivamente cristiana del riferimento. Mi sembra che ciò che avviene in America Latina, e forse anche altrove, corrisponda a un sistema di passaggio possibile tra opzioni religiose differenti. In qualche modo il mercato religioso si è diversificato.

Nella simbologia di tanti piccoli culti che valorizzano l’importanza della Vergine Maria (penso a Maria Lionza in Venezuela o alle forme diverse del candomblé o dell’umbanda) sono presenti elementi e citazioni presi in prestito dai cristiani. Questo ci fa intuire che ciò che sta emergendo corrisponde a una specie di sistema di interpretazione individuale dell’evento, d’ispirazione tipicamente pagana. Ma quale percentuale di cristianesimo contengono queste invenzioni religiose? Difficile a dirsi.

In opposizione a questi culti sincretici esiste un cristianesimo la cui origine protestante rafforza leggermente la sua natura non pagana. Mi riferisco all’evangelismo, al pentecostalismo. Questi movimenti si esprimono con molta decisione contro tutto l’aspetto peccaminoso della vita (la droga, il sesso e altre cose orribili…) introducendo un rigido sistema di purificazione, per nulla indulgente. Il loro successo risulta piuttosto impressionante.

Sa che l’evangelismo si sta diffondendo a livelli moto importanti sia in Africa che nell’Europa dell’Est? È anche interessante notare che molti capi di Stato dell’America del Sud oggi sono rappresentanti o membri di queste Chiese.

A prima vista, quindi, questi movimenti si pongono in opposizione a tutti i diversi sincretismi in cui sono presenti elementi cristiani. Tuttavia, le indagini condotte dagli etnologi hanno portato alla luce che spesso essi rappresentano soltanto un luogo di passaggio nella vita dei credenti. Per la maggior parte dei fedeli, l’approdo all’evangelismo o al pentecostalismo costituiva un’opzione temporanea, nell’attesa di un’alternativa.

Di conseguenza, anche se determinate scelte sono piuttosto lontane dal paganesimo, il semplice fatto che esista la possibilità di una religione “à la carte” con una serie di opzioni diverse conferisce alla pratica religiosa contemporanea una dimensione pagana a largo termine.

Il paganesimo, infatti, richiedeva di adorare gli dei del villaggio, ma non disdegnava di inserire eventuali altri pantheon. I pagani non facevano guerre di religione…

Ma facevano altre guerre, vero?

Ah, sì, non erano certo pacifisti!

sabato 8 dicembre 2018

DOMENICA II DI AVVENTO (C) – 9 Dicembre 2018




Bar 5,1-9; Sal 125; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6



La prima domenica di Avvento ci invitava all’attesa vigilante. Oggi invece siamo invitati a “preparare la via del Signore”. Nel brano evangelico emerge la figura di Giovanni Battista, l’ultimo dei profeti mandato da Dio. Giovanni, con la propria vita richiama la forza purificatrice del “deserto”; con la sua predicazione, al seguito di quella dei profeti e, in particolare, del profeta Baruc, di cui oggi leggiamo un brano nella prima lettura, annuncia il prossimo compiersi della salvezza nel Messia. Si tratta di un annuncio gioioso perché la salvezza è anzitutto opera meravigliosa compiuta da Dio: “Gerusalemme, sorgi e sta’ in alto: e contempla la gioia che a te viene dal tuo Dio” (antifona alla comunione – Bar 5,5; 4,36). La salvezza viene descritta come una grande trasformazione che si compie nell’uomo. Questa trasformazione è anzitutto opera della grazia di Dio. Ce lo ricorda il salmo responsoriale (Sal 125) con il ritornello “Grandi cose ha fatto il Signore per noi”, parole riprese quasi alla lettera da Maria nel suo Magnificat (Lc 1,49). Ma la grazia rimane inattiva se non interviene e coopera con essa la nostra libertà: “Dio che ha fatto te senza di te, non salverà te senza di te” (sant’Agostino). Perciò il messaggio di questa seconda domenica di Avvento può essere riassunto come un invito alla conversione. San Giovanni promette: “Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!”, ma prima ammonisce i suoi ascoltatori con queste parole: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!”. La salvezza è dono, grazia di Dio, ma anche azione, cooperazione dell’uomo. Non basta attendere passivamente l’irrompere dell’azione di Dio. La salvezza presuppone un cambiamento nell’uomo, cioè l’abbandono del male e del peccato e l’opzione decisa per il bene. E’ talvolta un cammino duro e difficile, che esige il coraggio di spianare le montagne e di colmare i burroni.



Attraverso una fitta collezione di simboli e di imperativi gioiosi il cap. 5 del libro di Baruc vuole lanciare un messaggio di fiducia e di speranza. Nel brano della prima lettura, preso appunto dal cap. 5 di Baruc, il profeta legge il fatto storico del ritorno degli Ebrei esiliati, nell’anno 538 a. C., e della conseguente restaurazione di Gerusalemme come pellegrinaggio di ritorno gioioso dell’intera umanità alla condizione primordiale e come restaurazione messianica. La conversione è cambiare strada, ritornare a casa, ritrovare il senso del proprio camminare. L’immagine della strada può essere assunta come simbolo del tempo di Avvento. Una strada che deve essere appianata per condurre anche noi, come un giorno gli esuli da Babilonia, a ricostruire la città di Dio, a ritrovare la propria libertà e dignità. La conversione quindi non è solo rinuncia. San Paolo nella seconda lettura ci ricorda che la vera conversione non è soltanto allontanamento dal peccato; implica anche la crescita nell’amore fino al suo pieno compimento. In altre parole, convertirsi significa ritrovare la freschezza e l’originalità della propria fede, del proprio rapporto con Dio e con gli altri. Si tratta di verificare quale posto ha veramente Dio nella nostra esperienza quotidiana, quale influenza ha il vangelo nelle nostre concrete scelte di vita.



Se la conversione è un ritrovare Dio nella nostra vita, la partecipazione all’eucaristia è dono di conversione perché in essa Dio si rende presente in mezzo a noi. L’eucaristia ci insegna a leggere la storia con gli occhi di Dio, a “valutare con sapienza i beni della terra, nella continua ricerca dei beni del cielo” (orazione dopo la comunione).


venerdì 7 dicembre 2018

IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA B.V. MARIA – 8 Dicembre 2018






Gen 3,9-15.20; Sal 97; Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26-38



Il ritornello del salmo responsoriale sintetizza molto bene i sentimenti della Chiesa in questa solennità dell’Immacolata Concezione di Maria. La Chiesa contempla in Maria il capolavoro di Dio. In Maria preservata immune da ogni macchia di colpa originale, in previsione della morte di Cristo (cf. la colletta), noi contempliamo compiuto in modo meraviglioso il disegno amoroso che Dio ha su tutti noi. In Maria immacolata infatti celebriamo l’alba della redenzione, l’inizio della nuova umanità o, come dice il prefazio della messa, “l’inizio della Chiesa, sposa di Cristo senza macchia e senza ruga, splendente di bellezza”.



La prima lettura racconta il peccato di disubbidienza di Adamo ed Eva e le sue conseguenze. Dio si rivolge al serpente per punirlo della sua opera di seduzione al male: la sua momentanea vittoria si cambierà in definitiva sconfitta ad opera di un misterioso personaggio, figlio (“stirpe”) di una “donna” altrettanto misteriosa, che sosterrà una accanita “inimicizia” contro il serpente. La scelta di questo brano intende mettere in evidenza il peccato dal quale Maria è stata preservata e suggerire l’idea di Maria come nuova Eva. Come Adamo ed Eva sono personaggi emblematici per esprimere l’umanità caduta nel peccato, così Gesù, nuovo Adamo, e sua madre, nuova Eva, diventano personaggi altrettanto emblematici che enunciano l’umanità rinnovata, che sarà tale proprio nella misura in cui porterà avanti la inimicizia contro Satana.

         

La lettura evangelica propone il racconto dell’Annunciazione. I Padri della Chiesa hanno visto in questo evento la contropartita di ciò che è successo nella caduta del paradiso terrestre: Eva non ascolta il precetto di Dio, Maria invece ascolta il messaggio dell’angelo inviato da Dio; Eva disubbidisce alla parola di Dio, Maria invece pronuncia il suo “si” ubbidiente al piano di Dio su di lei: “Ecco la serva del Signore, avvenga per me secondo la tua parola”; Eva significa “madre di tutti i viventi”, Maria lo è in senso più profondo in quanto è madre dei redenti mediante la morte del Figlio suo, vincitore del male e della morte. Maria, generando il Cristo, ha posto nella terra il “seme” indistruttibile del bene, della giustizia e della speranza. Esso si radicherà e trasformerà l’umanità intera. E’ la stessa realtà che descrive il brano introduttivo alla lettera agli Efesini (seconda lettura) in cui l’Apostolo afferma che Dio, in Cristo “ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”.



Maria è chiamata dall’angelo dell’Annunciazione “piena di grazia”, che è quasi come un nuovo nome per lei: descrive il suo stato e la sua missione. Dio ha “colmato di grazia” Maria. In Maria immacolata contempliamo il primo, stupendo effetto della redenzione: l’umanità viene ricondotta all’integrità del progetto di Dio. L’Immacolata è quindi un segno di speranza per tutti noi.



L’eucaristia “guarisce in noi le ferite di quella colpa da cui, per singolare privilegio” Maria è stata preservata nella sua immacolata concezione (orazione dopo la comunione).

domenica 2 dicembre 2018

UOMINI E DONNE: IL SERVIZIO NELLA LITURGIA




Andrea Grillo – Elena Massimi (edd.), Donne e uomini: il servizio nella liturgia. Atti della XLV Settimana di Studio dell’Associazione Professori di Liturgia, Verona, 28-31 agosto 2017 (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” – “Subsidia” 187), CLV Edizioni Liturgiche, Roma 2018. 275 pp. (€ 32,00).


Il volume offre un’ampia riflessione sul tema della ministerialità, da molteplici e diversi punti di vista, ponendo teologia e prassi liturgica in un dialogo deciso e aperto con la cultura contemporanea. Gli autori evidenziano alcune delle mete raggiunte, ma soprattutto le vie non ancora percorse.


Paolo Tomatis, I ministeri liturgici, tra servizio e autorità.

Andrea Grillo, I sacramenti come luogo di elaborazione di identità ecclesiale e di differenza sessuale. Lettura in prospettiva sistematica, con 10 tesi.

Lucia Vantini, Mediazione di Cristo nella liturgia e differenza sessuale.

Hèlène Bricout – Martin Klöckener, Uomini e donne al servizio dell’altare.

Elena Massimi, I ministeri del canto e della musica: una questione complessa.

Claudio Fontana, Il ministero liturgico del diacono.

Moira Scimmi, Un inno a Cristo a cori alterni.

Heribert Hallermann, Prendere la parola nella liturgia.

Giorgio Bonaccorso, Differenza e discriminazione.

sabato 1 dicembre 2018

DOMENICA I DI AVVENTO (C) – 2 Dicembre 2018




Ger 33,14-16; Sal 24; 1Ts 3,12-4,2; Lc 21,25-28.34-36


L’anno liturgico inizia con l’invito a dare uno sguardo al compimento della nostra salvezza, che – in adempimento alle promesse divine, di cui ci parla Geremia nella prima lettura – ha avuto nella storia come momento culminante la prima venuta del Figlio di Dio “nell’umiltà della nostra natura umana” (prefazio dell’Avvento I) e avrà come meta e traguardo ultimo e definitivo il ritorno del Figlio dell’uomo, che alla fine dei tempi verrà “con grande potenza e gloria”, come dice la lettura evangelica. In questa cornice, la parola di Dio ci esorta ad attendere vigilanti, ma senza turbamento, il ritorno glorioso del Cristo, giudice e salvatore, e al tempo stesso ci sprona a prepararci a questa venuta con la testimonianza della propria vita di fede e soprattutto con una intensa  vita di carità (cf. la seconda lettura).

Le immagini e le parole misteriose con cui Gesù descrive il suo ritorno glorioso alla fine della storia sono da interpretare in modo adeguato. Dietro questa descrizione del futuro, che può apparire a prima vista fosca e terrorizzante, bisogna leggere l’attesa di eventi storici che segneranno per sempre la sconfitta definitiva del male e il trionfo ultimo del bene. In questa luce, il ritorno glorioso del Cristo alla fine dei tempi, è da considerarsi un evento non tanto temuto quanto piuttosto atteso, anzi addirittura invocato con speranza dagli oppressi, vittime della malvagità degli uomini, e dall’intero popolo di Dio pellegrinante sulla terra. Caratteristico del racconto di san Luca è appunto la speranza nel compimento della salvezza: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”. Speranza di cui parla anche l’antifona d’ingresso della messa facendo proprie le parole del Sal 24, adoperato inoltre come salmo responsoriale: “A te, Signore, elevo l’anima mia, Dio mio, in te confido…” La nostra speranza poggia sulla fedeltà di Dio, che ha fatto “promesse di bene” (prima lettura).

Per noi cristiani il tempo è un continuo “avvento”, un ininterrotto venire di Dio. Il Signore viene in continuazione, in ogni uomo e in ogni tempo. Perciò siamo invitati a vegliare e pregare. La vigilanza orante ci rende capaci di discernere i segni e i modi della presenza del Signore. La storia umana non è da concepirsi come un succedersi più o meno caotico di fatti senza significato, ma come il compiersi graduale del “progetto” di salvezza che Dio ha sull’uomo. In questo progetto Dio ha voluto impegnare anche la nostra libertà e quindi la nostra cooperazione. La nostra vita non sfocia nel nulla, nella delusione, ma può avere, se lo vogliamo, una conclusione positiva. Nel brano della seconda lettura, per preparare questo futuro positivo, san Paolo ci stimola a crescere e sovrabbondare nell’amore fra noi e verso tutti per rendere saldi e irreprensibili i nostri cuori e irreprensibili nella santità, “davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi.”

In questo impegno quotidiano ci è di aiuto l’eucaristia, “che a noi pellegrini sulla terra rivela il senso cristiano della vita”, ed è sostegno nel nostro cammino e guida ai beni eterni (orazione dopo la comunione), nonché “pane del nostro pellegrinaggio” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1392). “L’eucaristia è tensione verso la meta, pregustazione della gioia piena promessa da Cristo; in certo senso, essa è anticipazione del paradiso, pegno della gloria futura. Tutto, nell’eucaristia, esprime l’attesa fiduciosa, che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo” (Ecclesia de Eucharistia, n. 18).


domenica 25 novembre 2018

I dieci punti per cantare bene alla Messa


L'incontro delle corali. I dieci punti per cantare bene (e senza errori) alla Messa

sabato 24 novembre 2018




«Che cosa si fa quando si è innamorati? Si canta una serenata. Ecco la Chiesa che ama il suo Signore canta le lodi all’Altissimo». Monsignor Marco Frisina racconta con una similitudine il ruolo della musica liturgica. Il prete romano, diplomato al Conservatorio Santa Cecilia della Capitale, autore di brani sacri, colonne sonore, oratori, è il promotore e coordinatore del terzo Incontro internazionale delle corali in Vaticano che oggi ha avuto il suo momento centrale con l’udienza di papa Francesco a settemila cantori giunti da tutto il mondo e che domani si conclude con la Messa nella Basilica di San Pietro.
«Le parole del Papa sono state un incoraggiamento per svolgere con rinnovato entusiasmo quello che è un vero e proprio ministero», afferma Frisina che ripercorre la sua storia personale fra ministero sacerdotale e pentagramma nel libro “Mio canto è il Signore”, una conversazione con Antonio Carriero (Elledici; pagine 112; euro 8,90). E traccia una sorta di decalogo del “buon canto” durante la Messa e della “buona corale”.

1. Il coro accompagna


«Il coro è una realtà ben presente nelle parrocchie italiane. Ma può cadere in alcune tentazioni che ne offuscano l’efficacia», spiega Frisina. E indica come parola chiave: “accompagnare”. «Il coro è non un elemento estraneo all’assemblea. Quindi fa parte del popolo di Dio che vive la celebrazione. Il suo compito è di accompagnare la comunità nella lode di Dio attraverso il canto. Ma deve essere anche accompagnato dalla comunità stessa. Perché è a servizio di essa e non può essere autorefenziale».

2. La Messa non è un concerto

Il canto liturgico non è «un’esibizione», chiarisce il sacerdote compositore. E nel rito «va evitato l’“effetto concerto”». Perché «la liturgia non è spettacolo ma verità. E se il coro è chiamato a dare il meglio di sé, tutto deve avvenire secondo uno spirito di servizio».

3. Attenzione ai canti

I canti vanno scelti tenendo conto della pertinenza liturgica dei brani. «Un canto di Quaresima – afferma Frisina – è diverso da uno pasquale. Quelli di Avvento non sono equiparabili a quelli del tempo di Natale». Da qui il consiglio. «Il Messale e la Liturgia delle Ore indicano quali contenuti devono avere i brani o a che cosa si devono ispirare. La questione della scelta adeguata è essenziale perché il canto deve muovere alla preghiera all’interno di un rito».

4. Brani non astrusi e con riferimenti spirituali

Frisina suggerisce di privilegiare «melodie non troppo astruse e complicate ma facili da apprendere da parte dell’assemblea». E precisa che «sono da preferire canti con un testo di qualità, possibilmente nutriti di Bibbia e di riferimenti agli scritti dei padri della Chiesa o alle preghiere dei santi».

5. Spazio al gregoriano

Attingere al patrimonio musicale del passato è auspicabile, sottolinea il sacerdote. In particolare al gregoriano che «va indubbiamente utilizzato anche se secondo le possibilità della comunità che lo esegue, in quanto non è sempre facile». Certo, chiarisce Frisina, il gregoriano «resta il modello e ci mostra come deve essere un canto liturgico, a partire dal legame con la Parola».

6. Chitarra sì o no?

Monsignor Frisina parla della chitarra come di «uno strumento leggero e delicato che difficilmente riesce a inserirsi in una celebrazione numerosa dove è presente un coro ampio. In questo caso occorre un sostegno armonico più solido, vale a dire l’organo». Comunque, «in una piccola comunità dove l’organo non è presente la chitarra, può essere un sussidio ma legato alle necessità». E serve saperla suonare. «Non va impiegata come si fa nella musica pop. Perché la chitarra è uno strumento a pizzico e non a percussione».

7. Niente canti registrati

Quando non c’è il coro e quando un’assemblea fa fatica a cantare, meglio il silenzio rispetto ai canti registrati. «Il canto registrato è un falso. È di plastica, come i fiori artificiali. Il canto liturgico è espressione di un popolo vero; pertanto non può essere costruito».

8. Nei matrimoni troppe licenze

Musiche da film, brani di un cantautore, colonne sonore entrano nei matrimoni. Ma non va. «Questo è frutto di ignoranza – sostiene il sacerdote – e della superficialità degli sposi che non hanno chiaro il senso liturgico del sacramento che celebrano».

9. Prepararsi bene

Secondo Frisina, ogni celebrazione «richiede sempre un’adeguata preparazione anche se i canti sono conosciuti ed eseguiti in precedenti occasioni».

10. Insegnare a cantare

«La musica sacra – conclude il compositore – apre al mistero. Tocca il cuore, avvicina i lontani, non ha bisogno di traduzioni. Essa unisce ed eleva: ecco il suo potere straordinario. Allora dovremmo imparare e insegnare a cantare. Perché oggi si canta poco nelle nostre chiese e le assemblee non sono abituate a esprimersi con il canto».



Fonte: Avvenire.it


venerdì 23 novembre 2018

DOMENICA XXXIV DEL TEMPO ORDINARIO – 25 Novembre 2018 NOSTRO SIGNORE GESU’ CRISTO RE DELL’UNIVERSO





Dn 7,13-14; Sal 92 (93); Ap 1,5-8; Gv 18,33b-37



Celebriamo la solennità di Cristo Re dell’universo nell’ultima domenica dell’anno liturgico, quasi come sintesi di tutto ciò che abbiamo celebrato durante l’anno. Infatti ogni domenica, “giorno del Signore”, proclama la sovrana signoria di Cristo. Alla fine di questo percorso annuale, l’ultima domenica intende celebrare in modo più organico ciò che costituisce il nocciolo di ogni celebrazione domenicale. Le letture bibliche odierne illustrano alcuni aspetti di questo mistero: Cristo centro della nostra vita e Signore della storia.



Tutti i poteri e regni di questo mondo sono destinati prima o poi a fallire, a scomparire. Il testo profetico della prima lettura invece, parlando del futuro regno messianico, lo descrive come un regno “eterno, che non finirà mai”. Il sovrano di questo regno messianico preannunciato dai profeti è Gesù. Nel brano evangelico, vediamo che per tre volte Gesù dice: “Il mio regno”, e per due volte si preoccupa di chiarire che questo regno è completamente al di fuori degli schemi mondani: “Il mio regno non è di questo mondo”, e cioè il regno di Cristo è diverso dei poteri mondani, si colloca su di un altro piano. Il regno di Gesù non si costruisce con la forza che si impone dall’esterno, ma con la forza interiore della verità che trasforma l’uomo dal di dentro. Infatti il suo compito - lo dice egli stesso - è quello di “dare testimonianza alla verità”. Il fondamento della regalità di Cristo è quindi la testimonianza che egli rende alla verità. Sappiamo che Pilato non ha capito queste parole di Gesù. Cos’è la verità?



Nel vangelo di san Giovanni, che ci tramanda il passaggio in questione, la verità non è un concetto astratto o un principio filosofico, ma la rivelazione concreta di Dio e del suo amore; la verità è che Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio unigenito. Gesù ha reso testimonianza a questa verità, ha manifestato cioè questo amore di Dio con le sue parole e le sue opere, con la sua vita e, soprattutto, con la sua morte, che è la suprema sua testimonianza a favore della verità. Come dice san Giovanni nel brano dell’Apocalisse proposto come seconda lettura, egli ci ha amati e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue. La signoria di Cristo significa che Dio non permette che il mondo vada in rovina; anzi in lui lo ha portato definitivamente alla salvezza.



Dire regno di Cristo significa dire giustizia, pace, libertà, dignità umana, amore, liberazione dal peccato e da ogni forma di male (cf. il prefazio). Nella misura in cui questi valori s’impadroniscono di noi e della storia, il regno di Dio si compie o, meglio, il regno di Dio accelera il suo compimento. Ecco quindi che il regno di Cristo cresce in noi nella misura in cui diamo spazio a questi valori, nella misura in cui ne siamo protagonisti nella storia.