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domenica 10 novembre 2019

Salmo 15 (14) Il giusto vive alla presenza del Signore





[1] Salmo. Di Davide

Signore, chi abiterà nella tua tenda?
Chi dimorerà nella tua santa montagna?

[2] Colui che cammina senza colpa,
pratica la giustizia
e dice la verità che ha nel cuore, 

[3] non sparge calunnie con la sua lingua,
non fa danno al suo prossimo
e non lancia insulti al suo vicino.

[4] Ai suoi occhi è spregevole il malvagio,
ma onora chi teme il Signore.
Anche se ha giurato a proprio danno,
mantiene la parola;

[5] non presta il suo denaro a usura
e non accetta doni contro l'innocente.
Colui che agisce in questo modo
resterà saldo per sempre.


La Liturgia delle Ore propone il Sal 15 nei Vespri del lunedì della prima settimana del salterio col titolo seguente: “Chi è degno di stare davanti al Signore?”. Questo salmo è una breve composizione a carattere catechetico che si svolge in forma di dialogo. Il testo si apre con una domanda indirizzata a Dio su chi è degno di entrare nel santuario. In epoca veterotestamentaria, Dio poteva essere incontrato solo in determinati luoghi sacri a ciò designati, e tali luoghi avevano una accessibilità limitata.

Dopo la domanda, segue la risposta nella quale sono enumerate, come in un decalogo, dieci condizioni etiche per poter varcare la soglia del tempio e celebrarvi il culto divino: nella prima di esse (v. 2) è compendiata l’osservanza di tutta la legge divina come pratica della perfezione e della giustizia; nelle altre sono contemplati i doveri verso il prossimo (vv. 2-5b). Nella breve conclusione, a chi osserva questi insegnamenti è promessa una felicità perenne (v. 5cd). 

I rabbini d’Israele consideravano questo salmo come un compendio dell’intera legge data da Dio al popolo mentre saliva dal deserto verso la terra promessa. In seguito, ogni israelita che si recava in pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme troverà in questo salmo il suo itinerario spirituale.

Analisi del testo. Il v.1 parla di abitare nella “tua tenda” e di dimorare nella “santa montagna”. Il tempio era situato sul monte santo di Sion, la collina sudorientale di Gerusalemme, prefigurato dalla “tenda dell’incontro” tra Dio e il suo popolo (cf. Es 27,21 e passim). L’arca dell’alleanza, fatta costruire da Mosè su ordine del Signore, era la tenda di Dio che accompagnò gli Israeliti, attraverso i loro molteplici spostamenti e le loro vicissitudini storiche, fino all’epoca salomonica; in essa il Signore agiva e manifestava la sua volontà. La montagna santa di Dio è il monte Sion, la roccaforte di Gerusalemme, ultimo termine della conquista della terra promessa. I verbi “dimorare” (gur) e “abitare” (šākan) indicano una residenza temporanea, Dopotutto nessuno abitava permanentemente nel santuario. 

Il v. 2 indica tre condizioni generali per poter varcare la soglia del tempio: camminare senza colpa, praticare la giustizia e dire la verità che si ha nel cuore. Da notare nel testo una profonda unità tra il cuore, la lingua e le azioni, cioè il pensare, il dire e il fare. Continuando la lettura del salmo, notiamo l’insistenza sull’uso della lingua come modalità che determina in bene o in male le relazioni umane. Ben quattro condizioni delle otto più particolari riguardano proprio il tema della parola, della comunicazione: la sincerità, la calunnia, l’insulto, il giuramento (vv. 3 e 4).

Il v, 5 si riferisce all’utilizzo che la persona retta fa del denaro. La persona irreprensibile è generosa verso il povero e presta denaro senza interesse. I saggi d’Israele insegnavano che “chi accresce il patrimonio con l’usura e l’interesse, lo accumula per chi ha pietà dei miseri” (Pr 28,8).

Dimensione cristiana del salmo. La risposta alla domanda iniziale del salmo è stata interpretata dalla tradizione cristiana come un insegnamento rivolto da Cristo ai suoi fedeli. Ma in Cristo la tradizione ha visto anche realizzato tale insegnamento. Gesù è la Verità fatta persona (cf. Gv 14,6), che ha vissuto in modo tale da poter indicare a tutti e a ciascuno di noi la via che conduce a Dio (cf. Mc 12,14 e par.). I precetti della legge antica sono di gran lunga superati dall’amore di carità che egli praticò e insegnò agli uomini (cf. Mt 5).

La domanda formulata nel nostro salmo è simile a quella rivolta da un tale a Gesù: “Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?”. Gesù gli risponde con l’elenco dei comandamenti (cf. Mt 19,16-20). Vi è nella risposta del salmo come in quella di Gesù, una particolare insistenza sui doveri verso il prossimo. Non può essere ospite di Dio chi non rispetta e ama il suo prossimo e non agisce con lealtà e sincerità nei suoi confronti. San Giovanni scrive: “Se uno dice: ‘Io amo Dio’ e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. È questo il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello” (1 Gv 4,20-21).

Come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica, “Cristo è il vero tempio di Dio, il luogo in cui abita la sua gloria” (n. 1197). L’umanità di Cristo è il vero tempio di Dio; essa è perciò anche la tenda e il monte santo, nel quale Dio ha fissato personalmente la sua dimora in mezzo agli uomini. Con la venuta di Cristo non vi è più bisogno di un luogo santo nel quale Dio manifesti la sua presenza particolare. Gesù è la stessa presenza di Dio, il pieno compimento del santuario. Non è negata l’importanza delle nostre chiese, dei nostri luoghi di culto, ma sono da interpretare semplicemente come segni che rimandano alla vera realtà che è Cristo risorto.

Gesù afferma: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18,20). Cristo è quindi realmente presente nell’assemblea riunita nel suo nome. Il principale luogo di culto, di incontro con Dio non è perciò il tempio, ma la stessa assemblea dei credenti, la comunità che celebra, che possiamo chiamare il “secondo corpo umano del Signore” o anche, come afferma Ef  2,21, “tempio santo del Signore”.  

Nella Liturgia delle Ore, il nostro salmo ha come sottotitolo un testo preso da Eb 12,22: “Voi vi siete accostati al monte di Sion, alla città del Dio vivente”. Il testo della lettera agli Ebrei (12,18-24) si trova in un contesto che fa un paragone tra la situazione religiosa degli israeliti e quella dei cristiani. L’accostarsi a Dio non avviene più in una teofania terrificante come sul Sinai, ma in una città costruita da Dio, quella alla quale aspiravano i patriarchi, e che perciò è già celeste. Questo riferimento alla Gerusalemme celeste invita ad interpretare il Sal 15 nella sua dimensione escatologica. La domanda iniziale del salmo può interpretarsi in questo modo: “Chi abiterà nella Gerusalemme celeste?” In questo modo, il seguito del salmo diventa un programma di vita cristiana.

 

 

Bibliografia: Spirito Rinaudo, I salmi preghiera di Cristo e della Chiesa, Elle Di Ci, Torino-Leumann 1973; Vincenzo Scippa, Salmi, volume 1. Introduzione e commento, Messaggero, Padova 2002; Ludwig Monti, I salmi: preghiera e vita, Qiqajon, Comunità di Bose 2018; Temper Longman III, I salmi. Introduzione e commento, Edizioni GBU, Chieti 2018.

venerdì 8 novembre 2019

DOMENICA XXXII DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 10 Novembre 2019



2Mac 7,1-2.9-14; Sal 16 (17); 2Ts 2,16-3,5; Lc 20,27-38

La prima lettura, tratta dal secondo libro dei Maccabei, ci riporta alcuni tratti dell’epico racconto del martirio dei “sette fratelli”, detti appunto Maccabei; sette fratelli che, con la loro madre, vanno con fierezza incontro al martirio, per non rinnegare la propria fede, nella certezza che Dio li “risusciterà a vita nuova ed eterna”. E’ la prima volta che nella tradizione biblica dell’Antico Testamento appare in maniera esplicita la credenza nella “risurrezione dei morti”. Nel brano evangelico vediamo che Gesù in polemica con i sadducei, che non credevano alla risurrezione, afferma, facendo riferimento a Mosè, che “Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui”. Il fatto che Dio si presenta a Mosè nel roveto ardente come il “Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe” (Es 3,6), vuol dire che nel momento stesso che egli parla egli si sente in rapporto “vitale” coi Patriarchi morti ormai da centinaia di anni. La seconda lettura contempla il disegno di Dio su di noi: all’origine della nostra vita c’è l’amore con cui Dio gratuitamente ci ha amato; al suo traguardo c’è il compimento della speranza che Dio ha posto nei nostri cuori; nel momento presente c’è il conforto con cui egli ci rende stabili “in ogni opera e parola di bene”. Il futuro appartiene alla vita, perché Dio è fedele ai doni fatti e ci libera da tutte le potenze del male e della morte. La vita oltre la vita esiste!

In queste ultime domeniche dell’anno liturgico siamo invitati a dare uno sguardo fiducioso alle ultime e misteriose realtà che ci attendono alla fine della nostra esistenza terrena. Andiamo incontro ad una vita nuova e definitiva, che sarà il superamento di tutto ciò che oggi ci limita, ci condiziona e ci opprime. Questa vita è una vita trasformata per “la forza dello Spirito Santo” (orazione dopo la comunione), ed è partecipazione alla vita stessa di Cristo, “il quale è morto per noi, perché viviamo insieme con lui” (Ufficio delle letture, responsorio). Tra la situazione attuale in cui ci troviamo e lo stato di risorti che attendiamo si compia in noi, c’è continuità ma anche radicale diversità. Ora siamo in cammino verso i beni futuri (cf colletta). La nostra vita quindi non è allo sbaraglio, ma è orientata verso un traguardo ben definito.

L’eucaristia è nutrimento del nostro pellegrinaggio e pegno della vita futura. Gesù lo ha detto chiaramente nel discorso pronunciato nella sinagoga di Cafàrnao: “Chi mangia questo pane vivrà in eterno” (Gv 6,58). Infatti, l’effetto proprio dell’eucaristia è la mutazione dell’uomo in Cristo per cui possiamo dire con san Paolo: “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Questa reciproca immanenza ci fa camminare ancora sulla terra, ma già abbracciati e in comunione con Cristo, che ha detto: “Io sono la risurrezione e la vita” (Gv 11,25). Dice il Vaticano II che Cristo “col nutrimento del proprio corpo e del proprio sangue”, ci rende “partecipi della sua vita gloriosa” (Lumen Gentium, n.48). Nell’ora del nostro passaggio da questa vita riceviamo questo sacramento come viatico per la vita eterna e pegno della risurrezione.


domenica 3 novembre 2019

L’EUCARISTIA RIPENSATA PROFONDAMENTE




Andrea Grillo, Eucaristia. Azione rituale. Forme storiche. Essenza sistematica (Nuovo Corso di Teologia Sistematica 8), Queriniana, Brescia 2019. 445 pp. (€ 30,00).

Il manuale di Andrea Grillo ripensa la teologia dell’eucaristia in modo profondamente rinnovato. Elabora infatti una sintesi sistematica che si dimostra adeguata all’esperienza del sacramento dischiusa dalla riforma liturgica postconciliare, procedendo a una opportuna revisione delle tradizionali categorie sistematiche di interpretazione dell’eucaristia.

La prima parte del volume è dedicata allo studio dell’azione rituale del sacramento e ne indaga la forma fondamentale: qui la celebrazione dell’eucaristia risulta luogo di comunione tra Cristo e la chiesa, nella forma sia di una “parola-preghiera” sia di un “pasto-eucaristia”. Una seconda parte prende sul serio la forma storica della messa, analizzando il divenire delle prassi celebrative in parallelo con le interpretazioni teologiche che ne sono scaturite. Una terza parte propone una sintesi sistematica che, onde produrre una intelligenza rituale dell’eucaristia, componga e integri le diverse fonti del sapere, del sentire e dell’agire eucaristici.

Ne risulta una panoramica complessiva assai convincente e illuminante, che offre una adeguata “traduzione della tradizione” eucaristica, tenendo conto delle principali novità teoriche presenti nel dibattito contemporaneo a livello sia liturgico, sia storico, sia sistematico.

Un’opera realmente e coraggiosamente innovativa tanto sul piano intellettuale quanto su quello teologico. Un manuale, la cui gestazione è durata vent’anni, che è frutto di una vasta esperienza di insegnamento e che sarà punto di riferimento imprescindibile negli anni a venire.

(Risvolto del volume)

sabato 2 novembre 2019

DOMENICA XXXI DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) - 3 Novembre 2019




Sap 11,22-12,2; Sal 144; 2 Ts 1,11-2,2; Lc 19,1-10

Grandezza, maestà, gloria e splendore rifulgono nelle opere di Dio; ma è sempre l’uomo la manifestazione più alta dell’opera di Dio: “la gloria di Dio è l’uomo vivente”.

L’assioma “la gloria di Dio è l’uomo vivente” è atto ad esprimere la “giusta” relazione tra Dio e l’uomo. Come ciò si realizza lo illustrano le letture bibliche di questa domenica. La prima lettura ci ricorda che siamo piccola cosa davanti a Dio, ma siamo pur sempre oggetto del suo amore, per questo siamo preziosi. Inoltre c’è in noi una particella, un riflesso dello “spirito incorruttibile” di Dio, quindi siamo gloria di Dio e sua manifestazione. Il racconto evangelico parla di Zaccheo, piccolo di statura e pubblicano, anzi capo dei pubblicani, e quindi un dannato agli occhi dei zelanti farisei. Per Gesù Zaccheo è invece anzitutto un figlio di Abramo da ricuperare, perché è chiamato anche lui all’eredità promessa da Dio (cf. Ef 3,6). Dio cerca l’uomo, in particolare il peccatore, nella sua stessa casa per offrirgli la sua amicizia. La seconda lettura afferma che Dio si avvicina all’uomo, ma vuole che anche l’uomo faccia la sua parte, come d’altronde ha fatto pure Zaccheo: l’autore della seconda lettera ai Tessalonicesi dopo aver affermato che Dio con la sua potenza è all’opera nella nostra vita, ci invita ad assumerla dando ad essa un significato in funzione dell’attesa del regno di Dio. Così anche l’orazione colletta chiede al Signore che “camminiamo senza ostacoli” verso i beni da lui promessi.

La parola di Dio che viene proclamata oggi ci invita a contemplare ed onorare la dignità della persona umana, la nostra dignità di creature di Dio. Tutto ciò che offende la dignità dell’uomo, offende anche Dio, creatore e redentore dell’uomo. La dignità dell’uomo esige che egli agisca secondo scelte consapevoli e coerenti con la sua vocazione. Siamo gloria di Dio, se ci apriamo alla sua onnipotente misericordia. Infatti, solo Dio può darci il dono di servirlo “in modo lodevole e degno” (colletta). Secondo san Giovanni la gloria nascosta di Dio è apparsa nel Cristo fra gli uomini (cf. Gv 1,14; 11,4.40). Perciò Dio è veramente glorificato in noi nella misura in cui portiamo a compimento nel vissuto quotidiano la chiamata ad essere lode vivente del Padre, a immagine di Cristo, capolavoro di tutto il creato. Ogni uomo è chiamato a realizzare questa sublime vocazione. Ad imitazione del Signore, dobbiamo onorare questa eccelsa dignità in noi e negli altri.

La partecipazione eucaristia è prova suprema della dignità dell’uomo, perché amato in modo sublime da Cristo che “ha donato ai figli della camera nuziale il godimento del suo corpo e del suo sangue” (San Cirillo di Gerusalemme, PG 32,1100). In altre parole, l’orazione sulle offerte afferma la stessa dottrina quando dice che il sacrificio eucaristico ci ottiene la “pienezza” della misericordia divina.


giovedì 31 ottobre 2019

TUTTI I SANTI - 1 Novembre 2019




Ap 7,2-4.9-14; Sal 23 (24); 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12a
         
La prima lettura, tratta dall’Apocalisse, propone due visioni di san Giovanni: nella prima, contempliamo la schiera dei santi che si trovano ancora nel tempo del loro pellegrinaggio terrestre; nella seconda, vediamo la moltitudine di quelli che già godono della gloria eterna. Il numero degli eletti è simbolico, ad indicare la pienezza: centoquarantaquattromila, il quadrato di dodici moltiplicato per mille. Esso ha inoltre il carattere dell’universalità; infatti gli eletti o “segnati con il sigillo” provengono da “ogni nazione, tribù, popolo e lingua”. Nel brano del vangelo viene proclamata una pagina centrale del messaggio di Gesù, il programma di vita che egli propone a coloro che intendono seguirlo: le Beatitudini. È un programma impegnativo; un progetto costruito non secondo i valori del mondo e le possibilità di successo ad essi collegate ma secondo i valori di Dio e i doni che da lui ci vengono offerti gratuitamente. La santità è, come in Cristo, donazione totale dell’essere nella “povertà”, cioè nell’apertura dell’essere intero a Dio, al suo regno e al prossimo.

La santità non è impresa per pochi eroi: tutti “siamo chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità” (Lumen Gentium, n. 40). Il traguardo della santità è per tutti perché, come dice san Giovanni nella seconda lettura, tutti siamo stati oggetto dell’amore di Dio. Infatti la santità è anzitutto il dono di Dio che ci ama e ci si dona nel suo proprio Figlio. Il progetto del Padre è che noi siamo simili all’immagine del Figlio suo Gesù Cristo. In ciascuno di noi è quindi presente il germe della santità; compito nostro è svilupparlo in pienezza per la vita eterna. Al traguardo della santità ci si arriva attraverso un impegno costante, come ricorda san Giovanni: “Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli - cioè Gesù - è puro”. In modo simile, san Paolo afferma: “purifichiamoci da ogni macchia della carne e dello spirito, portando a compimento la nostra santificazione, nel timore di Dio” (Secondi vespri, lettura breve: 2Cor 7,1).

Nel Credo professiamo la fede nella “comunione dei santi”. La solennità odierna celebra i santi appunto come nostri “amici e modelli di vita” (prefazio). Cristo è l’archetipo di ogni santità, il santo per eccellenza, anzi il “solo santo”. Coloro che noi chiamiamo santi sono quindi tali nella misura in cui si identificano con Cristo. Nei santi noi possiamo contemplare realizzata in modo multiforme ed esemplare l’immagine di Cristo ed in essi abbiamo degli amici che ci proteggono nel nostro pellegrinaggio e intercedono perché anche noi possiamo raggiungere l’ambito traguardo. 
         
L’eucaristia è la sorgente di ogni santità e il nutrimento spirituale “che ci sostiene nel pellegrinaggio terreno” verso il traguardo (orazione dopo la comunione).




domenica 27 ottobre 2019

VIVERE L’UMANITA’ DELLA LITURGIA






AA.VV., La liturgia risorsa di umanità. “Per noi uomini e per la nostra salvezza” (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” – Sectio pastoralis 39), CLV Edizioni Liturgiche, Roma 2019. 214 pp. (€ 28,00).



La liturgia, azione divina, opus Dei, si dà in un’azione umana (per ritus et preces) e chiede di incarnarsi nel vissuto dei partecipanti, permettendo “il costituirsi della fraternità e sororità ecclesiale nelle sue linee portanti”. Attraverso gesti umani e parole umane, quale azione umanissima, “apre” l’accesso al “mistero” e spinge “in uscita” la Chiesa, abilitando i credenti a porre nel cuore del mondo rapporti autenticamente umani.


Per far ritrovare alla liturgia questa sua specifica identità, col Vaticano II la Chiesa ha promosso una riforma che ha consegnato nelle nostre mani libri liturgici rinnovati, accompagnandoli con l’avvertita esigenza di formazione liturgica. “Oggi – osserva papa Francesco nell’Udienza al CAL dello scorso agosto – c’è ancora da lavorare in questa direzione, in particolare riscoprendo i motivi delle decisioni compiute con la riforma liturgica, superando letture infondate e superficiali, ricezioni parziali e prassi che la sfigurano”, col conoscere meglio le ragioni sottese, con l’interiorizzare i principi ispiratori e osservandone la disciplina della regola.


Il CAL accoglie con gioia la consegna di papa Francesco e, insieme alla diocesi di Matera che quest’anno ospita la Settimana Liturgica, invita coloro ai quali sta a cuore la vita liturgica a unirsi a noi nell’approfondire la liturgia come “risorsa umana”, come continuazione e attuazione nell’Oggi del Mistero dell’Incarnazione, per alimentare nella Chiesa e nei singoli fedeli la santità vera, “fare come ha fatto Cristo” e lasciarlo agire “nelle nostre opere: che i suoi pensieri siano i nostri pensieri, i suoi sentimenti i nostri, le sue scelte le nostre scelte” (Francesco, Udienza del 04.04.2018). Il credente, nel passaggio dalla celebrazione alla vita, invera l’insegnamento conciliare che “chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo” (GS 41), e si lascia “allargare l’anima con la forza dello Spirito”, per contribuire ad aprire sempre più vasti orizzonti di umanizzazione.


(Quarta di copertina)



Interventi di: Goffredo Boselli, P. Giulio Michelini, Don Pierangelo Muroni, P. Corrado Maggioni, Valeria Trapani, Don Luca Palazzi, P. Raniero Cantalamessa.

sabato 26 ottobre 2019

DOMENICA XXX DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 27 Ottobre 2019




Sir 35,12-14.16-18; Sal 33 (34);  2Tm 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14

C’è una certa continuità tra le letture della domenica scorsa e quelle odierne; è ancora il tema della preghiera, infatti, che ritorna con insistenza, sia pure da un particolare angolo visuale, che è quello della speciale attenzione che Dio rivolge alla preghiera dell’umile e del povero. La prima lettura ci ricorda che Dio è giusto; non v’è presso di lui preferenze di persone e, quindi, non può essere né comprato, né corrotto. Davanti a lui non contano le apparenze. Egli esaudisce chi con umiltà e amore lo supplica. L’insegnamento della parabola del fariseo e del pubblicano, riportata dal vangelo, si muove sulla stessa linea: il pubblicano, che si riconosce umilmente peccatore, torna a casa giustificato; il fariseo, che si vanta delle sue opere e disprezza gli altri, non viene invece giustificato. Nella seconda lettura ascoltiamo san Paolo che, ormai al termine della sua vita, ne fa un bilancio fiducioso e sereno e si affida al Signore, giusto giudice, che gli darà la corona di giustizia. La società in cui viviamo esalta i potenti, i forti, coloro che con la loro attività hanno raggiunto denaro, sicurezza e prestigio. Sono essi ad avere successo ed a diventare i modelli a cui facciamo volentieri riferimento. Presso Dio invece è il povero, l’oppresso e l’umile che ha garanzia di successo. I criteri di valutazione appaiono rovesciati. Dio non misura con le misure umane. Egli guarda il cuore dell’uomo.          

Il vangelo di questa domenica ci ammonisce a lasciare un po’ di spazio al Signore, a non presumere, a non pretendere, a non passare il tempo ad elencare i nostri meriti. Siamo tutti nudi davanti a Dio, tutti mendicanti. La giustificazione, cioè la salvezza, non è certo frutto della nostra giustizia, né delle nostre risorse di creature. La giustificazione è anzitutto un dono, è una grazia che viene dalla misericordia di Dio. Afferma san Giovanni che il cristiano non è figlio di Dio per nascita (Gv 1,13) ma perché è rinato, perché è stato rigenerato dall’alto mediante lo Spirito (Gv 3,5-8). Nella nostra vita tutto è dono, tutto è grazia. San Paolo riconosce che “per grazia di Dio” è quello che è (1Cor 15,10). D’altra parte, l’orazione colletta ci ricorda che per ottenere il dono di Dio, dobbiamo amare ciò che egli comanda; la giustificazione chiama in causa l’uomo che con la sua libertà è chiamato a corrispondere al dono di Dio. Infatti, la giustificazione non è un atto magico che avviene ineluttabilmente ma una azione che inserisce la nostra libertà in una situazione nuova originata dal dono di Dio.

L’eucaristia è la mensa alla quale il Cristo invita i poveri, i piccoli e gli umili come al convito del regno di Dio (cf Mt 5,3; Lc 6,20). Prima di avvicinarci alla comunione proclamiamo con il centurione del vangelo: “O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma dì soltanto una parola e io sarò salvato” (cf Mt 8,8). Ma l’eucaristia è anche il massimo della azione salvifica del Risorto e la anticipazione della condizione definitiva del salvato.