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domenica 11 aprile 2021

LA PANDEMIA E IL FUTURO DELLA LITURGIA

 



 

Non senza sollevare qualche polemica, in quasi tutti i Paesi del mondo il confinamento ha impedito a milioni di fedeli di celebrare l’Eucaristia, cosa che non era mai accaduta prima. Alcuni sacerdoti hanno celebrato la Mesa in privato e l’hanno trasmessa tramite i social media, supportando la comunione spirituale con la parola e con l’immagine e mantenendo così certi vincoli comunitari. Ciò nonostante, per quanto ci si sia sforzati di minimizzare gli effetti del confinamento, il popolo di Dio ha dovuto sopravvivere spiritualmente senza la pratica abituale dei sacramenti, o per lo meno senza mantenerne la continuità. Qui non è in gioco soltanto la relazione con Dio, ma anche quella con la Chiesa, con la comunità e con se stessi.

 

Quando verranno meno tutte le attuali restrizioni, forse molti cristiani torneranno in chiesa rafforzati da una fede che si nutre dei sacramenti, e questo particolare digiuno sarà servito loro per rendersi conto di quanto i sacramenti siano importanti. Purtroppo però a qualche comunità cristiana questa “desacramentalizzazione” temporanea recherà problemi, e alcuni fedeli si perderanno per strada per il semplice fatto che la consuetudine forgia la virtù. Pensiamo a parrocchie con fedeli di salute cagionevole, per i quali uscire per strada e tra la gente può diventare rischioso. O a quei genitori che, avendo sperimentato una certa difficoltà a educare i figli alla fede, ora dovranno convincerli daccapo dell’importanza di partecipare alla Messa dopo vari mesi di assenza. E che dire delle comunità giovanili in formazione, alle quali sono venute meno le consuetudini che favoriscono la pratica sacramentale? O di quelle persone che – magari dubbiose sulla fede, o impaurite, o sovraccariche di lavoro – hanno perso la sana abitudine di celebrare ogni settimana i sacramenti, e ora mettono in dubbio la propria appartenenza alla Chiesa?

 

È bene inoltre tenere presente che la difficoltà non è limitata alla celebrazione dell’Eucaristia. L’attività pastorale richiede un grande investimento di tempo e di immaginazione, perché mira a creare processi nelle persone. Con la pandemia attuale questo lavoro probabilmente è rimasto interrotto, e in alcuni casi andrà ripreso da zero. Parimenti, bisognerà ripensare le liturgie, gli incontri e le celebrazioni senza il calore della folla – processioni, gruppi, ritiri, preghiere comunitarie, conferenze, Giornate mondiali della gioventù ecc. –, perché ancora per qualche tempo non si potranno tenere come si è sempre fatto.

 

Consapevoli che la nostra fede cattolica è imperniata su una vita sacramentale, ci troviamo nell’urgenza di ridisegnare nuove proposte pastorali che rispondano alla vita spirituale del popolo di Dio e possano tornare a tessere nuovi vincoli comunitari. Tutto ciò esige uno sforzo supplementare e creatività da parte di agenti pastorali che talvolta non sono in numero sufficiente. Questo già avviene in alcune parti del mondo dove mancano sacerdoti, e nell’attuale situazione si aggiunge il fatto che molte comunità devono ricomporsi a ritmi forzati dopo vari mesi di assenza delle celebrazioni fisicamente condivise. Per fortuna non mancano il tempo, i motivi e la creatività sufficiente peer celebrare la vita.

 

(Álvaro Lobo Arranz S.I., Postumi spirituali del Covid-19. In “La Civiltà Cattolica” 2021 I 437-449 [qui 440-442] 4097 [6/20 marzo 2021])  

venerdì 9 aprile 2021

DOMENICA II DI PASQUA (B) – 11 Aprile 2021 o della Divina Misericordia

 



 

At 4,32-35; Sal 117; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

 

Il tema centrale delle letture bibliche d’oggi è il rapporto tra fede e amore. La fede nel Signore risorto matura e si manifesta nell’amore fraterno.

Il personaggio centrale del racconto evangelico di questa domenica è l’apostolo san Tommaso, invitato da Gesù risorto a superare la soglia dell’incredulità per arrivare alla fede. Notiamo anzitutto che al di là delle apparenze, il dubbio non è affatto il contrario della verità. In un certo senso, ne è la ri-affermazione. È incontestabile che solo chi crede nella verità può dubitare, anzi: dubitarne. Perché il dubbio è un atteggiamento di ricerca, di esplorazione. Il dubbio, dal quale sant’Agostino fu spesso tormentato, è stato per il santo un passaggio obbligato per approdare alla verità. E così per altri grandi santi. Un noto filosofo britannico del secolo scorso, Bertrand Russell, diceva che “il problema dell’umanità è che gli stupidi sono sempre sicurissimi, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi”.

 

Tutti noi abbiamo i nostri dubbi. Nessuna meraviglia che ne abbiano avuto anche i discepoli di Gesù. Il caso di Tommaso, nella sua singolarità e temerità, esprime l’esperienza dell’intera comunità apostolica. Tommaso non si lascia convincere dalla visione che gli altri discepoli hanno avuto. Per “credere” egli vuole “vedere” nelle mani del Signore risorto il segno dei chiodi e mettervi il dito, e vuole mettere la mano nel suo fianco. Nel brano evangelico ci viene raccontato come l’apostolo passa dallo scetticismo alla professione di fede. L’incredulità di Tommaso ci ha regalato la professione di fede più bella di tutto il vangelo: “Mio Signore e mio Dio!”. La confessione di Tommaso non esprime soltanto il riconoscimento ma l’appartenenza, lo slancio e l’amore. Non dice “Signore Dio”, ma “Il mio Signore e il mio Dio”. Nel tempo di Gesù visione e fede erano abbinate, ma ora, nel tempo della Chiesa, la visione non deve più essere pretesa: basta la testimonianza apostolica.

 

Tommaso ritrovando la comunità dei fratelli, in essa ritrova Cristo. Anche se tutto si gioca nel rapporto personale tra il Signore risorto e il suo discepolo, questo rapporto si stabilisce solo nel momento in cui l’apostolo titubante è presente nel gruppo dei discepoli. La comunione con gli altri offre il contesto appropriato nel quale la presenza del Signore viene percepita. Si può leggere così il brano della prima lettura che presenta la vita della primitiva comunità cristiana di Gerusalemme come lo sfondo vitale che conferisce forza alla testimonianza dei discepoli. Gli uomini d’oggi, come una volta san Tommaso, vogliono vedere e toccare; ma la loro fede è legata alla visibilità della nostra testimonianza, della nostra vita trasformata come quella dei primi cristiani di cui parla il brano degli Atti degli Apostoli: questi cristiani – si dice - erano “un cuore solo e un’anima sola”. Dopo la risurrezione, Gesù è presente nella comunità dei credenti e si rende visibile al mondo attraverso i gesti di carità fraterna di coloro che credono in lui. L’amore non è fatto di parole. San Giovanni nella seconda lettura lo dice con una espressione misteriosa quando afferma che il Figlio di Dio “è venuto con acqua e sangue”, e cioè alle parole di verità ha fatto seguire la testimonianza della vita, fino al dono totale di sé versando il proprio sangue per la nostra salvezza. Il raccordo tra fede e amore rende credibile il cristianesimo. La risurrezione si realizza ed è testimoniata là dove si porta la pace, si libera dal male, si dona speranza, vita, un futuro più sereno, là dove l’amore si traduce in fatti.

 

 

martedì 30 marzo 2021

TRIDUO SACRO

 



GIOVEDI SANTO: MESSA VESPERTINA “IN CENA DOMINI”

1 Aprile 2021


Es 12,1-8.11-14; Sal 115; 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15

 

E’ evidente che le preghiere e le letture bibliche della Messa in cena Domini”, hanno come tema il fatto dell’istituzione dell’eucaristia. Va però osservato che questo tema è più rigorosamente proposto se lo si incentra attorno a quello della “consegna” (in latino: traditio), e questo secondo un doppio significato: quello della “consegna/tradimento” di Cristo da parte di Giuda e, in modo particolare, quello della “consegna” che Gesù fa di se stesso sia nell’evento storico della sua passione e morte, sia attraverso l’evento rituale della cena/eucaristia.

 

Nella nostra riflessione, partiamo dal racconto dell’istituzione dell’eucaristia riportato da san Paolo nella prima lettura. Dando ai discepoli il pane spezzato e dicendo loro: “Questo è il mio corpo che è per voi”, Gesù anticipa e interpreta l’evento della sua passione come consegna totale di se stesso a noi. Il “corpo” infatti, nel linguaggio biblico, non indica propriamente l’organismo fisico di una persona, ma essa stessa in quanto capace di esprimersi e di manifestarsi, la persona nella sua concreta relazionalità con gli altri e con il mondo e al tempo stesso nella sua condizione di mortalità. Di fatto Gesù ha interpretato tutta la sua esistenza in chiave di “servizio”, come esprime bene l’episodio della lavanda dei piedi riportato da Giovanni. Con il suo gesto e le sue parole sul pane nell’ultima cena, Gesù ha presentato per così dire ai discepoli – sia pure in modo velato e misterioso – il significato della sua morte quale supremo atto di donazione di se stesso, nella logica di quella radicale carità che egli aveva costantemente predicato: “Vi do un comandamento nuovo: come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (canto al vangelo).

 

La morte di Gesù in croce rappresenta l’estrema attuazione del dono di se stesso che Gesù ha compiuto, vivendo fino in fondo la logica dell’amore totale e senza condizioni per il Padre e per gli uomini. Ma questo dono non rimane solo un gesto eroico e commovente, che però esaurisce il suo senso nel compiersi come atto espressivo di amore. E’ invece un fatto da cui deriva un reale beneficio per noi, un grande bene. Gesù fa dono di se stesso “per noi”. Lo ha fatto nell’evento della sua morte in croce, e lo ha fatto nel sacramento dell’eucaristia. In ciò che è avvenuto sul calvario e in ciò che Gesù ha fatto nell’ultima cena è in gioco la stessa realtà di fondo. Il senso più profondo di ciò che è avvenuto sul calvario, è il dono totale di se stesso che Gesù ha compiuto una volta per sempre, in modo definitivo, nella morte liberamente accettata. Questa stessa realtà, il dono di se stesso per noi, è la verità profonda di ciò che Gesù ha fatto nell’ultima cena. Di questa realtà Gesù ha fatto il suo “testamento”. Dicendo “ogni volta che mangiate questo pane e bevete questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga”, Gesù ha lasciato in eredità a tutta la Chiesa lungo i secoli, come realtà perennemente presente nel gesto rituale dell’eucaristia, quel dono di se stesso e della sua vita per noi, che egli portò all’estremo compimento sul piano storico nella sua passione e morte. 

 

La liturgia del Giovedì santo celebra l’eucaristia, memoriale della Pasqua di Cristo, sacramento del suo amore infinito per noi e di quello che dobbiamo avere gli uni per gli altri, e l’istituzione del ministero sacerdotale, che deve essere compreso ed esercitato, sull’esempio del Signore, come servizio dei fratelli e delle sorelle nella comunità. Come dice la colletta della messa, “dalla partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita”.

 

 

VENERDI’ SANTO: PASSIONE DEL SIGNORE – 2 Aprile 2021

 

Is 52,13-53,12; Sal 30; Eb 4,14-16; 5,7-9; Gv 18,1-19,42

 

Il racconto della passione secondo Giovanni va letto alla luce delle altre due letture. Il brano d’Isaia mostra il volto di un personaggio misterioso, sfigurato e macerato, oppresso da spaventose sofferenze e sottoposto alle più odiose persecuzioni, disprezzato dagli uomini, percosso a morte e apparentemente abbandonato dallo stesso Dio. In realtà, però, la sua sofferenza è feconda: egli offre se stesso per il peccato delle moltitudini, e il Signore ne fa il capo di un innumerevole popolo di giustificati. Qualunque sia nel testo profetico l’identità di questo “Servo di Dio”, la liturgia del Venerdì santo ce lo propone come immagine del Cristo, il giusto oltraggiato, la cui morte ha salvato gli uomini dal peccato e che Dio ha esaltato nella sua gloria. La seconda lettura, tratta dalla Lettera agli Ebrei, esalta la grandezza e l’efficacia dell’offerta sacrificale del Cristo, intronizzato presso Dio come “il sommo sacerdote” per eccellenza, diventato per sua obbedienza “causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono”.

 

Le due prime letture sono tipologicamente collegate tramite una prospettiva cristologica: in primo piano si vuole porre il sacrificio pasquale di Cristo, presentato come momento culminante del culto perfetto e definitivo reso al Padre e causa di unità e riscatto per tutto il popolo. Il salmo responsoriale con il ritornello “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” commenta e sintetizza la prospettiva che comanda la scelta delle due letture; il canto al Vangelo (Fil 2,8-9) anticipa l’annuncio del mistero di morte e di gloria che verrà proclamato nel brano evangelico.

 

Il racconto della passione e morte del Cristo secondo Giovanni, pur ricalcando la tradizione precedente testimoniata dagli altri evangelisti, è costruito con un’angolazione di lettura degli eventi molto diversa che riflette un modo differente di rileggere il quarto canto del Servo di Dio di Isaia, proposto come prima lettura. Mentre Matteo, Marco e Luca fanno forza sulle umiliazioni e sofferenze del Servo di Dio, Giovanni mette l’accento sulla glorificazione ed esaltazione dello stesso Servo. L’evangelista legge gli eventi tenendo d’occhio il risultato finale. Non c’è da meravigliarsi se qualche studioso della Bibbia abbia intitolato l’intero racconto giovanneo della passione e morte di Gesù: “Il libro della gloria”. Così vediamo che nel suo racconto, Giovanni sottolinea che Gesù va liberamente incontro alla croce: non è un “consegnato”, ma “uno che si consegna”. E’ Egli che dirige gli eventi, non gli uomini che l’hanno catturato. Egli è sì sofferente, ma immerso in un alone di maestà e di gloria fino alla fine quando pronuncia con calma e solennità le sue ultime parole: “E’ compiuto”. Giovanni intende in tutta la vicenda della passione ricordare che l’umiliato è già il vincitore. Certamente egli racconta prima la passione e poi la risurrezione. Tuttavia sovrappone l’umiliazione e la gloria. Durante la passione Gesù è già il Figlio di Dio, e questa convinzione trasfigura ogni racconto: colui che è arrestato è in realtà il vincitore, colui che è processato è in realtà il giudice, il Crocifisso è già il glorificato. Per Giovanni la Croce è lo specchio della gloria.

 

La liturgia del Venerdì santo non separa mai le due sponde degli eventi pasquali. Così, ad esempio, nell’adorazione della Croce, uno dei momenti culminanti della celebrazione, la Chiesa canta: “Adoriamo la tua Croce, Signore, lodiamo e glorifichiamo la tua santa risurrezione. Dal legno della Croce è venuta la gioia in tutto il mondo”. In modo simile si esprimono la preghiera dopo la comunione e la benedizione finale.

 

  

VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA – 4 Aprile 2021

 

Gn 1,1-2,2; dal Sal 103, oppure dal Sal 32 - Gn 22,1-18; dal Sal 15 - Es 14,15-15,1; da Es 15,1-18 - Is 54,5-14; dal Sal 29 - Is 55,1-11; da Is 12,2-6 - Bar 3,9-15.32 - 4,4; dal Sal 18 - Ez 36,16-17a.18-28; dai Sal 41, oppure (quando si celebra il battesimo) da Is 12,2-6, oppure dal Sal 50 - Rm 6,3-11; dal Sal 117; Mc 16,1-7.

 

Dopo i sette brani dell’Antico Testamento, con i rispettivi salmi responsoriali, si legge un breve passo della Lettera di san Paolo ai Romani, il relativo salmo responsoriale e, in seguito, nell’Anno B, si proclama il vangelo della risurrezione secondo Marco. Le letture dell’Antico Testamento possono essere ridotte a tre e, in casi particolari, solo a due; ma non dev’essere mai tralasciata la lettura dell’Esodo sul passaggio del Mar Rosso. Il nuovo “esodo” si verifica prima di tutto nel Cristo, nel suo passaggio dalla morte alla vita, dal mondo al Padre, dall’umiliazione alla gloria. E’ questa la Pasqua di Cristo, che diventa Pasqua di tutti noi nel fonte battesimale, in cui siamo stati liberati dalla schiavitù del peccato affinché “possiamo camminare in una vita nuova” (epistola).

 

La Veglia pasquale, che sant’Agostino chiama “madre di tutte le veglie”, è il cuore dell’anno liturgico, da cui si irradia ogni altra celebrazione. Colta nella sua globalità, con i gesti, i simboli e i testi che la differenziano da tutte le altre celebrazioni cristiane, è la più grande catechesi della storia della salvezza. Noi qui ci limitiamo ad una breve riflessione sul racconto del vangelo di san Marco, il brano evangelico che viene proclamato nell’Anno B del Lezionario.

 

Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salòme, le tre donne che nel mattino del primo giorno della settimana si recarono al sepolcro, sono le stesse che sul Golgota assistettero da lontano alla morte di Gesù. Queste tre donne, passato il sabato comprarono oli aromatici per ungere il corpo di Gesù, e al mattino presto si recarono al sepolcro per compiere su Gesù il rito dell’unzione del suo corpo che ancora non era stato fatto. Entrate nel sepolcro, trovarono un giovane vestito di una veste bianca, seduto sulla destra, ed “ebbero paura” dice Marco. E’ l’atteggiamento di chi è consapevole di trovarsi di fronte ad un’epifania divina: il mistero appare come un realtà terribile che svela la distanza infinita tra il Creatore e la creatura. Ora le donne sono messe in contatto con la rivelazione stessa di Dio che mostra loro la straordinaria potenza della risurrezione all’interno della vicenda umana. Ma il giovane le rassicura: “Non abbiate paura! […] Gesù è risorto…” E aggiunge: “Andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: ‘Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto’ ”. Le donne, ancora terrorizzate, sono incapaci di pronunciare una sola parola, ma compiono la loro missione. Per Marco non sono le donne le testimoni dell’ “inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1). I testimoni su cui si fonda la nostra fede sono i discepoli e Pietro in modo particolare.

 

Il nucleo del Vangelo, come “buona notizia” proclamata fin dall’inizio ai giudei e greci, è racchiuso in queste parole: “Cristo è risorto dai morti”. La risurrezione di Gesù è un evento che si radica nella storia, ma che può essere conosciuto solo nella fede. La risurrezione è un atto di Dio e l’agire di Dio è oggetto di fede non di indagine storica. La fede è un cammino pasquale di morte a se stessi, alle proprie certezze, alle proprie evidenze, per nascere alla verità di Dio e del suo messaggio. Sembra talvolta però che il Gesù in cui crediamo sia ancora morto. Gesù è morto quando lo teniamo fuori dalla nostra vita, morto se la sua Parola non trasforma profondamente i nostri cuori. Gesù è morto e sepolto quando la nostra diventa una religione senza fede, un quieto nonché ambiguo appartenere alla cultura cristiana senza che il fuoco della sua presenza contagi la nostra e altrui vita.

 

  

DOMENICA DI PASQUA: RISURREZIONE DEL SIGNORE – MESSA DEL GIORNO

4 Aprile 2021

 

At 10,34a.37-43; Sal 117; Col 3,1-4 (oppure: 1Cor 5,6b-8); Gv 20,1-9 (nella messa vespertina: Lc 24,13-35)

 

Il salmo responsoriale è tratto dal Sal 117, un inno di gioia e di vittoria, proclamato in ogni celebrazione eucaristica della settimana pasquale e nella liturgia delle ore di ogni domenica. Il salmo forma parte del “hallel egiziano”, così chiamato perché si cantava specialmente in occasione del memoriale della liberazione degli Israeliti dall’Egitto, durante il sacrifico dell’agnello e durante la cena pasquale. La liturgia della domenica di Pasqua ci ricorda che il nostro agnello pasquale è Cristo (cf. seconda lettura alternativa, sequenza, prefazione pasquale I e antifona alla comunione); nel mistero della sua risurrezione dai morti si compiono tutte le speranze di salvezza dell’umanità: è questo il giorno di Cristo Signore. La risurrezione di Cristo dai morti rappresenta il centro del mistero cristiano, è la base e la sostanza della nostra fede. “Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (1Cor 15,14). Con queste parole l’apostolo Paolo esprime il cuore di tutto il messaggio cristiano.

 

Nella prima lettura, ascoltiamo san Pietro che annuncia con decisione al popolo il mistero della risurrezione del Signore di cui egli e gli altri apostoli sono testimoni. Nella seconda lettura, san Paolo trae da questo evento le conseguenze per una vita cristiana rinnovata. Ci soffermiamo sul brano evangelico (Gv 20,1-9), che racconta lo stupore di Maria di Màgdala e di Pietro e dell’ “altro discepolo, quello che Gesù amava”, dinanzi al sepolcro vuoto. Nel racconto si sottolinea anzitutto l’itinerario di fede di Maria e dei due discepoli nel Cristo risorto, una fede che non si impone come un’evidenza, ma nasce a partire da “segni” che bisogna decifrare. In primo luogo, l’itinerario di fede di Maria di Màgdala, che giunge di buon mattino al sepolcro “quando era ancora buio”. Sembra una donna avvolta nelle tenebre dell’incredulità: appena vede che la pietra è stata tolta, neppure lontanamente è sfiorata dall’idea della risurrezione; subito pensa e corre a dirlo a due discepoli: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. Poi Maria ritorna al sepolcro: vede Gesù, ma lo confonde col giardiniere. Lo riconosce solo quando Gesù la chiama per nome (cf. Gv 20,11-18). Il racconto di Giovanni tende a relativizzare il vedere e, anche, l’esperienza del Gesù terrestre. Non basta vedere il Signore per riconoscerlo; è Lui che deve svelarsi.

 

L’itinerario di fede dei due discepoli ha altre caratteristiche, almeno quello del discepolo che Gesù amava. Simon Pietro guarda stupito, constatando che il corpo non è più nel sepolcro, ma che vi sono rimasti, accuratamente piegati, il lenzuolo e il sudario. L’altro discepolo, invece, vede e crede immediatamente. Non ha bisogno di vedere Gesù per credere. Egli constata che Gesù non è avvolto dai panni funebri. Quindi è vivo. Il racconto evangelico conclude con queste parole: “Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”. E’ sempre alla luce della Scrittura che si rivela il senso dei segni, eclatanti o modesti, e che lo sguardo si apre alle cose della fede.    

          

La risurrezione di Cristo, vertice del mistero della fede, inaugura l’era della salvezza offerta a tutti gli uomini. Chiunque crede nel Risorto riceve fin d’ora il perdono dei peccati, e vive in attesa che il Signore vincitore della morte si manifesti come “giudice dei vivi e dei morti”. Tale è, in tutta la sua ampiezza, l’oggetto della fede apostolica e della celebrazione pasquale.

 

 

QUALE CRITERIO PER MOLTIPLICARE LE MESSE?

 



 

La lettera del card. Sarah, in cui il porporato promuove la messe “individuali” nella Basilica di san Pietro, ha provocato una serie di reazioni.

 

http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2021/03/29/esclusivo-il-cardinale-sarah-chiede-al-papa-di-ritirare-il-divieto-delle-messe-%E2%80%9Cindividuali%E2%80%9D-in-san-pietro/

 

 

Qui mi limito a fare una brevissima e semplice riflessione. Nell’Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis, Benedetto XVI ricorda che ogni Celebrazione eucaristica ha un “valore oggettivamente infinito”, e aggiunge che “se vissuta con attenzione e fede, è formativa nel senso più profondo del termine, in quanto promuove la conformazione a Cristo e rinsalda il sacerdote nella sua vocazione” (n. 80). Ecco quindi che il valore infinito della Messa produce frutto nella misura in cui i celebranti/partecipanti la vivono “con attenzione e fede”. Mi domando: se al posto delle celebrazioni individuali dei singoli sacerdoti, questi stessi sacerdoti concelebrano in una atmosfera rituale più ricca e comunitaria, non ne possono ricavare un maggior frutto spirituale? Moltiplicare le Messe da per sé non produce automaticamente una maggior “conformazione a Cristo”. Non per nulla la Chiesa “limita” le Messe che ogni singolo sacerdote può celebrare ogni giorno.   

 

venerdì 26 marzo 2021

DOMENICA DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE (B) 28 Marzo 2021

 



 

Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mc 14,1 – 15,47

 

Gesù agonizzante attribuisce a sé la preghiera di lamentazione del Sal 21 riprendendone le prime battute (cf. Mc 15,34), che noi ripetiamo oggi come ritornello del salmo responsoriale: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Questo salmo è un testo di grande desolazione, segnato da immagini forti prettamente orientali. L’orante, immerso nella sofferenza e vicino alla morte, sente il silenzio di Dio e l’ostilità degli uomini. Ma all’improvviso, la supplica diventa fiduciosa attesa dell’aiuto di Dio e poi ringraziamento festoso al Signore, re dell’universo. All’inizio della settimana di passione, questa preghiera ci introduce adeguatamente nella celebrazione del mistero pasquale di Gesù, che va dalla morte alla vita, dal sepolcro alla risurrezione.

 

L’Unto del Signore, il Messia che è stato accolto dalle folle di Gerusalemme osannanti è quello stesso Gesù che, pochi giorni dopo, è stato consegnato ai suoi nemici e messo in croce. I due momenti non sono dissociabili, come non lo sono il momento della morte in croce e quello della risurrezione. 

 

La prima lettura ci proietta dall’esperienza dolorosa e personale del profeta alla sofferenza redentrice di Cristo, narrata da san Marco nel lungo brano evangelico odierno con uno stile scarno e plastico e con particolari accentuazioni del carattere drammatico e sconcertante della passione di Gesù. Il racconto della passione viene interpretato come il compimento della missione storica di Gesù. Tutto il vangelo di san Marco è orientato alla passione di Gesù, a tal punto che qualcuno ha detto che questo vangelo è un racconto della passione con una lunga introduzione. Con grande consapevolezza e libertà, Gesù percorre il cammino della sua vita che ha come traguardo la morte in croce. La sua passione il Signore esteriormente l’ha subita, ma interiormente e volontariamente l’ha presa su di sé. Per lui la morte in croce non è un incidente inatteso, è una vera scelta. Questa libertà sovrana di Gesù è espressione della sua obbedienza totale al Padre. E’ ciò che ricorda san Paolo nella seconda lettura: “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”. 

 

Le ultime parole di Gesù sono quelle drammatiche con cui inizia il Sal 21: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Non ci sono salmi di disperazione né salmisti che credono in un vero abbandono di Dio; anzi, i salmi che esprimono la preghiera di un sofferente sono sempre colmi di fiducia, di fede e speranza. Qui è il Figlio che si lamenta e si abbandona al Padre. Infatti, nella seconda parte del Sal 21, il tormento lascia il posto alla fiducia. Come nel Getsemani, l’angoscia lo attanaglia, e come là chiede aiuto al Padre. E’ una invocazione a Dio in forma di domanda che avrà una risposta solo dopo la morte di Gesù. Il centurione che gli sta di fronte, vistolo spirare in quel modo, esclama: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”. Non sappiamo cosa il centurione pagano abbia potuto capire; nelle sue parole noi riconosciamo l’atto di fede della comunità cristiana. E’ lì e in quel momento che paradossalmente si rivela la vera identità di Gesù, e si verifica l’autenticità della fede cristiana. In questa scena si riassume quindi il percorso interiore che san Marco propone ai lettori del suo vangelo. Solo chi segue Gesù fino al luogo della crocifissione è in grado di riconoscerlo e proclamarlo Figlio di Dio. La croce è il vertice della rivelazione di Dio. E’ nel dono totale di Cristo che Dio rivela il suo amore gratuito e la strada della salvezza per ciascuno di noi.

 

domenica 21 marzo 2021

Sal 130 (129) - Attesa del perdono e della salvezza del Signore (“De Profundis”)

 



 

1Dal profondo a te grido, o Signore;
2Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia supplica.
3Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi ti può resistere?
4Ma con te è il perdono,
così avremo il tuo timore.
5Io spero, Signore.
Spera l’anima mia, attendo la sua parola.
6L'anima mia è rivolta al Signore.
Più che le sentinelle l'aurora.
7Israele attenda il Signore,
perché con il Signore è la misericordia
e grande è con lui la redenzione.
8Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe.

 

È uno dei salmi più noti e amati, collocato nella sequenza dei cosiddetti canti delle salite o dei pellegrinaggi. Una struttura possibile del salmo sarebbe (tenendo conto che nei primi quattro versetti ci si rivolge al Signore, e negli ultimi quattro alla comunità): ardente invocazione del Signore (vv. 1-2); confessione delle colpe e richiesta di perdono perché si viva in comunione con il Signore (vv. 3-4); speranza e attesa, come espressione vitale della fede dell’orante (vv. 5-7a); esortazione alla comunità affinché condivida la stessa attesa della redenzione (vv. 7b-8).

 

Il salmo, anche se non si può ridurre ad una dimensione penitenziale, nella tradizione cristiana è il sesto della serie dei salmi penitenziali. Ci ricorda che la vera lotta da farsi è contro sé stessi, che il vero nemico non sono gli altri, nemmeno i nostri persecutori, bensì quelle suggestioni che ci lusingano e vorrebbero indurci ad affondare negli abissi del peccato, che è sempre rottura di comunione con il Signore e con i fratelli e sorelle. Questa è la vera minaccia per ciascuno di noi e per l’intera comunità ecclesiale, inestricabilmente uniti, come esprime bene l’inclusione testuale: “Dal profondo a te grido, Signore… Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe” (vv. 1 e 8).

 

L’orante si rivolge al Signore “dal profondo” (v. 1) o “dalle profondità” (come dice il latino “de profundis”). Parte della tradizione ebraica ha inteso questa profondità in riferimento all’esilio babilonese. Ciascuno di noi, nel riprendere questa preghiera può pensare alle profondità del suo cuore, della sua esistenza minacciata dalla morte, della sua storia personale e sociale, insidiata dal peccato. Solo quando si va a fondo si scoprono le fondamenta e si può davvero cominciare a risalire. Dal profondo della miseria spirituale, l’orante grida al Signore: “Signore, ascolta la mia voce…” (v. 2). Ecco allora emergere una lucida presa di coscienza, in forma di domanda: “Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi ti può resistere?” (v. 3). È come se dicesse con parole di un altro salmo, il Sal 143,2: “Non entrare in giudizio con il tuo servo: davanti a te nessun vivente è giusto”. Tale consapevolezza non è però fonte di paura, anzi, un’espressione di fiducia affiora nell’animo: più grande della colpa è il perdono di Dio che matura in noi il timore verso di lui: “Ma con te è il perdono, così avremo il tuo timore” (v. 4). Il verbo “temere” nel linguaggio della Scrittura non è connesso, come avviene nella nostra cultura, con l’idea della paura, dello spavento, ma con l’idea della venerazione, dell’adorazione, atteggiamenti con cui il credente si apre al mistero di Dio per vivere con gioia ed esultanza alla sua presenza, “davanti al suo volto” (cf. Sal 100,2). Il timore di Dio nasce non dal giudizio, ma dal perdono. Più che la collera di Dio deve generare timore e dolore il suo amore disarmante.

 

Prima di concludere, il salmista sente il dovere di rivolgersi a tutta la comunità, esortandola alla stessa attesa fiduciosa del Signore. E questo perché? Ancora una volta, perché l’amore del Signore precede e guida ogni vivente: “perché con il Signore è la misericordia e grande è con lui la redenzione” (v. 7). Quando si prega si è sempre solidali con tutti i fratelli e sorelle con i quali si condivide il cammino di ricerca e di incontro con Dio.

 

Un antico titolo dato a questo salmo ne sottolinea la sua dimensione cristologica e quindi cristiana: “Cristo, non guardando alle nostre colpe, ci dona il perdono dei peccati” (cf. P. Salmon, Les “tituli Psalmorum” des manuscrits latins, Paris 1959). La riflessione del Nuovo Testamento e dei Padri della Chiesa sviluppa ampiamente i tre vocaboli chiavi del nostro salmo, applicandoli a Cristo: perdono, misericordia, redenzione.

 

Nel Nuovo Testamento Gesù è presentato come “l’agnello che toglie i peccati del mondo”, e con il sacrificio della sua vita egli consegue il perdono di tutti i peccati dell’umanità: “È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1Gv 2,1-2). Rivendica a sé il potere di perdonare i peccati, e perdona i suoi stessi nemici. Dice di perdonare “fino a settanta volte sette”, e nella preghiera insegna a dire: “rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori” (Mt 6,12).

 

Gesù è il volto della misericordia divina. La lettera agli Ebrei lo chiama “sommo sacerdote misericordioso” (Eb 2,17). La misericordia di Gesù testimoniata in modo generale alle folle (Mt 9,36; 14,14; 15,32), in Luca assume un volto più personale: concerne il “figlio unico” di una vedova (Lc 7,13) o un padre piangente per la sua figlia che sta per morire (Lc 8,42) o un altro padre supplicante per il suo figlio epilettico (Lc 9,38.42). Gesù infine testimonia una benevolenza particolare verso le donne e gli stranieri. Di questo volto della misericordia divina che mostrava attraverso i suoi atti, Gesù ha voluto dipingerne i tratti; sono significative al riguardo le tre parabole di Lc 15: la pecora smarrita; la moneta perduta; il padre misericordioso (o il figliol prodigo).

 

San Paolo dice ai cristiani di Corinto: “… voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione” (1Cor 1,30). Gesù “non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mt 20,28). Alla immolazione di vittime senza ragione, tipica dell’Antico Testamento, succede il sacrificio personale e volontario del servo di YHWH che “ha spogliato se stesso fino alla morte” (Is 53,12). Gesù “ci ha riscattato per Dio con il suo sangue” (Ap 5,9).

 

La tradizione della Chiesa adopera questo salmo come preghiera per i fedeli defunti. Chi prega fa propria, nella fede, la condizione di chi ha lasciato questo mondo e dalle profondità della morte invoca il Dio presso il quale è il perdono e l’amore, il Dio che ha risuscitato Gesù dai morti e che con il suo perdono chiama ogni uomo a essere pienamente partecipe della gloria del Cristo risorto per vivere in eterno davanti al suo volto. La confessione del Signore presso il quale è il perdono e l’amore ha guidato, inoltre, la tradizione cristiana a annoverare il Sal 130 nel gruppo dei “Salmi penitenziali”. In questa prospettiva il salmo orienta l’orante, ciascuno di noi, a non rimanere nella tristezza di chi si trova nelle profondità della colpa, ma ad innalzarsi alla comunione con Dio per trovare in lui e con lui la grazia del perdono e la gioia del suo amore. Qui la “penitenza” è veramente ciò che nel Nuovo Testamento è indicato con il termine “metanoia”: un cammino orientato a Dio, un cammino di libertà nell’attesa di Dio e della sua salvezza in Cristo Gesù. Il salmo è uno splendido inno alla gioia del perdono.

 

Preghiera:

O Padre, che con la morte e risurrezione di Cristo hai operato la redenzione, ascolta la nostra voce: ravviva in noi la speranza dopo le ricadute nel male, e ricolmaci della tua misericordia, affinché possiamo raggiungere la salvezza e contemplare il tuo volto.

 

Bibliografia: Spirito Rinaudo, I salmi preghiera di Cristo e della Chiesa, Elle Di Ci, Torino-Leumann 1973; Vincenzo Scippa, Salmi, volume 1. Introduzione e commento, Messaggero, Padova 2002; Ludwig Monti, I salmi: preghiera e vita, Qiqajon, Comunità di Bose 2018; Temper Longman III, I salmi. Introduzione e commento, Edizioni GBU, Chieti 2018.

 

venerdì 19 marzo 2021

DOMENICA V DI QUARESIMA ( B ) – 21 Marzo 2021

 


 

Ger 31,31-34; Sal 50; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33

 

Il salmo responsoriale è formato da alcuni versetti del Sal 50 o Miserere, salmo che viene recitato tutti i venerdì dell’anno nella preghiera delle Lodi mattutine. Si tratta di un testo per metà tenebroso (quando dipinge l’oscurità del peccato) e per l’altra metà luminoso (quando esalta la luce della grazia). Se il senso della colpa è vivissimo, più intensa è, però, l’esperienza del perdono, la certezza di avere un cuore ricreato puro, dono della misericordia di Dio. Si può affermare che il nostro salmo più che un canto penitenziale, sia la celebrazione della risurrezione alla vita nello spirito così come è descritta dalla parabola del figlio prodigo (cf. Lc 15).

 

Vicini ormai alla celebrazione della Pasqua, la tematica di questa domenica quaresimale ci propone il mistero di Cristo che, morendo sulla croce, diventa principio di salvezza per tutti. E’ Gesù stesso a rivelare il senso salvifico della sua morte (cf. vangelo). Alcuni greci venuti a Gerusalemme per la festa della Pasqua, esprimono il desiderio di vedere Gesù. Si tratta di uomini che, pur non appartenendo al popolo d’Israele, sono timorati di Dio e cercatori sinceri della verità. Il loro desiderio non è una semplice curiosità, non si esaurisce in un semplice vedere, ma è un desiderio di conoscere e di credere. Questi greci vengono presentati dall’evangelista come personaggi emblematici, che rappresentano in qualche modo tutti coloro che cercano Gesù. Così viene interpretato dallo stesso Gesù che, vedendo in questi greci il primo frutto della sua passione, si dilunga in un discorso sulla sua imminente morte concluso con queste parole: “Io quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”. E l’evangelista aggiunge: “Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire”. Per mezzo di Gesù, l’uomo che si era allontanato da Dio ritorna a lui. All’antica alleanza ristretta al popolo d’Israele, succede la nuova e definitiva alleanza aperta a tutti i popoli.

 

Questa “alleanza nuova” è annunciata nel secolo VI a.C. dal profeta Geremia in una pagina che è uno dei vertici dell’Antico Testamento, proposta oggi come prima lettura. E’ la sola ed unica volta che una tale espressione ricorre nelle pagine dell’Antico Testamento. Tre sono i tratti caratteristici di questa nuova alleanza: l’interiorità (“porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore”); poi la spontaneità della relazione con Dio (“tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande”). Infine il perdono del peccato che ha reso precaria l’antica alleanza (“perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato”). La nuova alleanza è scritta nel cuore. La morte di Gesù in croce ci insegna che Dio scrive la sua legge nel cuore dell’uomo amandolo fino all’estremo. L’amore infatti si impone non con la minaccia della punizione ma con la dolcezza del desiderio.

 

Il breve brano della lettera agli Ebrei, proposto come seconda lettura, illustra la stessa dottrina riscontrata nelle altre letture bibliche. Il dono della nuova alleanza è fatto persona in Gesù. Nella solidarietà e fedeltà, vissute nella forma estrema in un contesto di sofferenza mortale, Cristo diventa “causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono”. In altre parole, nel dono totale di sé al Padre Gesù sancisce la nuova ed eterna alleanza, diventa quindi il perfetto mediatore tra Dio e gli uomini. La croce ci insegna che l’efficacia della nostra vita è direttamente proporzionale alla capacità di dimenticare noi stessi. Nel mistero pasquale di morte e risurrezione si manifesta l’amore i Dio e si stabilisce l’alleanza nuova, che l’eucaristia continuamente ripresenta e realizza per noi.