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martedì 7 aprile 2020

GIOVEDI SANTO: MESSA VESPERTINA “IN CENA DOMINI” 9 Aprile 2020




Es 12,1-8.11-14; Sal 115 (116); 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15

Il brano evangelico d’oggi inizia con queste parole: “Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”.  La sera del Giovedì Santo celebriamo l’ora di Gesù, l’ora in cui egli manifesta pienamente se stesso facendosi dono per noi. Nell’eucaristia facciamo memoria di Gesù, del suo dono personale in nostro favore e siamo inviati ai nostri fratelli per farli partecipi della “pienezza di carità e di vita” (cf. colletta della messa) attinta dal mistero eucaristico.

Nel racconto fondatore dell’eucaristia riportato da san Paolo (cf. seconda lettura) si pone nelle labbra di Gesù per ben due volte, dopo le parole sul pane e quelle sul calice, l’ordine: “fate questo in memoria di me”. Cosa significa fare, ripetere questi gesti “in memoria” di Gesù? Per cogliere il significato di questa espressione bisogna risalire all’istituzione della Pasqua ebraica, di cui ci parla la prima lettura; dopo le prescrizioni rituali riportate dal testo, il brano conclude con queste parole: “Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore…” Nella cultura giudeo-cristiana, ricordare o fare memoria esprime la convinzione che l’evento salvifico si attualizza nella storia. In questo senso, l’eucaristia non è un ricordo solo interiore o un segno senza riscontro nella realtà, ma ripresentazione efficace nel sacramento del sacrificio di Cristo nell’oggi della Chiesa in tensione verso la realtà gloriosa del Cristo risorto.  

La memoria di Gesù è dinamica: essa proietta in avanti la Chiesa che in questo modo ha preso contatto con il suo Signore e che deve esprimere nell’esistenza ordinaria quello che Gesù ha vissuto sulla terra, vale a dire l’amore a Dio a agli uomini “sino alla fine”. Questo è il senso della lavanda dei piedi (cf. vangelo), tramandata solo da Giovani al posto dell’istituzione eucaristica. In questo modo, san Giovanni presenta l’eucaristia come il sacramento dell’abbassamento, dell’obbedienza, del sacrificio spirituale e dell’amore di Cristo, del dono totale di sé per la salvezza di noi tutti.


sabato 4 aprile 2020

DOMENICA DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE (A) 5 Aprile 2020




Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mt 26,14 – 27,66

Questa domenica introduce nella celebrazione del mistero pasquale di Gesù, mistero di morte e di vita. Ecco perché la liturgia ci presenta questi due quadri: l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme in cui la folla lo acclama re benedetto dal Signore e le ore tragiche del tradimento, della solitudine e della passione e morte in croce. Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della sua morte e risurrezione. Al tempo stesso che noi commemoriamo questo evento, chiediamo la grazia di seguirlo fino alla croce, per partecipare della sua risurrezione (cf. colletta).

La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, parla di un giusto sempre disponibile all’ascolto della parola di Dio e alla proclamazione del messaggio di salvezza a favore degli oppressi, e quindi proprio per questo perseguitato. Questo servo giusto e fedele di Dio trova il suo pieno riscontro nel Cristo che deve pagare con la morte la sua volontà di liberare l’uomo dalla oppressione che lo tiene in soggezione. Il racconto della passione, che leggiamo nel vangelo di Matteo, descrive questo dramma. Infine, san Paolo nella seconda lettura ci ricorda che in questo modo Cristo è giunto alla vita e ha aperto a noi le porte della vita. Il prefazio della messa proclama sinteticamente: “Con la sua morte lavò le nostre colpe e con la sua risurrezione ci acquistò la salvezza”.

La passione e morte di Gesù è raccontata dai quattro evangelisti con diversità di accentuazioni. Le caratteristiche fondamentali del modo con cui Matteo presenta la figura di Gesù negli eventi della passione si possono riassumere attorno a tre temi fondamentali: - Gesù subisce l’oltraggio degli uomini, ma lo fa in modo pienamente consapevole e non passivo, rimanendo pieno padrone della propria sorte. La morte non è stata per lui una fatalità ineluttabile a cui rassegnarsi, ma una scelta sofferta e consapevole di coerente fedeltà. - La passione e morte di Gesù è il compimento delle Scritture e quindi delle promesse di salvezza fatte da Dio al popolo d’Israele. Matteo, insistendo sulla realizzazione delle Scritture, ci fa capire che il progetto di Dio e l’obbedienza del Figlio a Lui vanno avanti nonostante l’incomprensione e l’ostilità dell’uomo, anzi, paradossalmente proprio attraverso di esse. - La morte di Gesù è presentata come un evento definitivo nella storia dell’umanità. Con il suo sacrificio, Gesù inaugura un nuovo periodo della storia, i cosiddetti tempi ultimi, i tempi in cui ha inizio il dominio di Dio sul mondo. Gli sconvolgimenti tellurici, la terra che trema e le rocce che si spezzano, ne sono un segno.

Nel dramma di Gesù si compie il dramma di ciascuno di noi. La sofferenza che proviene dalla coerenza e dalla fedeltà a Dio, alla verità, alla giustizia, apparentemente porta alla sconfitta, al fallimento, addirittura alla morte; in realtà però, essa conduce alla vita. Così è stato in Cristo, e così è in noi.


domenica 29 marzo 2020

IL "MISERERE"






Sal 51 (50) Salmo di pentimento

1 Al maestro del coro, Salmo. Di Davide. 2 Quando il
profeta Natan andò da lui, che era andato con Betsabea.
3 Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità.
4 Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro.
5 Sì, le mie iniquità io le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
6 Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto: così sei giusto nella tua sentenza, sei retto nel tuo giudizio.
7 Ecco, nella colpa io sono nato, nel peccato mi ha concepito mia madre.
8 Ma tu gradisci la sincerità nel mio intimo, nel segreto del cuore mi insegni la sapienza.
9 Aspergimi con rami d’issòpo e sarò puro; lavami e sarò più bianco della neve.
10 Fammi sentire gioia e letizia: esulteranno le ossa che hai spezzato.
11 Distogli lo sguardo dai miei peccati, cancella tutte le mie colpe.
12 Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo.
13 Non scacciarmi dalla tua presenza e non privarmi dal tuo santo spirito.
14 Rendimi la gioia della tua salvezza, sostienimi con uno spirito generoso.
15 Insegnerò ai ribelli le tue vie e i peccatori a te ritorneranno.
16 Liberami dal sangue, o Dio, Dio mia salvezza: la mia lingua esalterà la tua giustizia.
17 Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode.
18 Tu non gradisci il sacrificio; se offro olocausti, tu non li accetti.
19 Uno spirito contrito è sacrificio a Dio; un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi.
20 Nella tua bontà fa’ grazia a Sion, ricostruisci le mura di Gerusalemme.
21 Allora gradirai i sacrifici legittimi, l’olocausto e l’intera oblazione; allora immoleranno vittime sopra il tuo altare.


Come dice l’inizio del Sal 51 (vv. 1-2), si tratterebbe di una preghiera attribuita a Davide dopo che il profeta Natan lo aveva rimproverato per aver peccato di adulterio e di omicidio (2 Sam 12). Oggi invece molti esegeti attribuiscono la data della composizione del salmo all’epoca dell’esilio o anche dopo l’esilio. Si tratta di un testo che comunque sarebbe ispirato alla vicenda del re Davide. La tradizione cristiana colloca questo salmo tra i sette “salmi penitenziali”, il più noto e più vibrante dei sette salmi penitenziali. Il testo, noto come salmo “Miserere” (per il suo incipit in latino), la Liturgia delle Ore lo propone a noi ogni venerdì dell’anno come primo salmo delle Lodi, e ha come sottotitolo: “Rinnovatevi nello spirito della vostra mente e rivestite l’uomo nuovo” (Ef 4,23-24).

È un salmo di una perfetta unità tematica, quale poteva essere composto da un giudeo formato dai profeti dell’esilio. Nella sua struttura possiamo distinguere due grandi parti: il regno del peccato (vv. 3-11) e il regno della grazia (vv. 12-19). Nei due ultimi versetti (20-21), il salmo termina con una preghiera per la ricostruzione delle mura di Gerusalemme e per la restaurazione del culto divino del tempio. Probabilmente questa supplica finale è stata aggiunta per l’uso liturgico dopo l’esilio. Vi si scorge la volontà di applicare all’intera comunità credente ciò che prima si è detto del singolo. Infatti, con questa supplica Israele chiedeva perdono e grazia nelle sue numerose prevaricazioni.

Facciamo ora una lettura del salmo seguendo lo svolgersi del testo. In una breve invocazione iniziale (vv. 3-4), l’orante si prostra davanti al Dio della grande misericordia perché abbia pietà di lui e lo purifichi dal suo peccato Si invoca la misericordia e la pietà di Dio, due qualità o attributi divini che affondano le loro radici nel patto che Dio stesso aveva fatto con Israele, attributi ch e sono stati citati nella grande dichiarazione con cui Dio si presenta a Mosè in Esodo 34,6 e altrove: “Il Signore Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”.  Il peccato è quindi un tradimento al patto sancito con Dio.

L’orante riconosce umilmente la sua colpa, conscio di aver peccato davanti a Dio, il cui giudizio nei suoi confronti non può essere che giusto (vv. 5-6). Egli rinuncia autogiustificarsi e riconosce la giustizia di Dio. Con l’espressione iperbolica “contro te, contro te solo ho peccato”, si afferma che il peccato è sempre una offesa a Dio anche quando immediatamente ha per oggetto il prossimo.   

 “Nella colpa io sono nato, nel peccato mi ha concepito mia madre” (v. 7). Alcuni vedono in queste parole una allusione al peccato originale (cf. Rom 5,12ss). Possiamo affermare soltanto che l’autore del salmo tenta di esprimere quell’inclinazione al male che è tipica della condizione umana. Si risale all’origine per indicare quella radicale condizione di peccato che a un certo punto ciascuno di noi scopre in sé. “La Scrittura e la Tradizione della Chiesa richiamano continuamente la presenza e l’universalità del peccato nella storia dell’uomo” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 401). Ma questa situazione non sprofonda l’orante nella disperazione, perché è vero che l’uomo nasce nel peccato, ma è anche vero che Dio comincia a insegnargli la sapienza fin dal grembo materno: “Ma tu gradisci la sincerità nel mio intimo, nel segreto del cuore mi insegni la sapienza” (v. 8).

Nei vv. 9-11 si torna a invocare il perdono con richieste che riprendono quelle iniziali: cancellare, lavare, purificare (nei vv. 3-4); e ora nei vv. 9,11: purificare, lavare, cancellare. Non si tratta di una semplice ripetizione; l’autore arricchisce queste tre richieste con alcune immagini: il peccato va tolto mediante l’issopo, pianta aromatica a cui, nelle aspersioni sacrificali, si attribuivano poteri purificatori (cf. Es 12,22; Lv 14,6; Nm 19,6). Il biancore della neve ricorda le parole di Isaia nell’oracolo per Giuda e Gerusalemme: “Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve” (Is 1,18). L’orante chiede al Signore: “Fammi sentire gioia e letizia”, coppia di parole molto cara a Geremia (15,16; 16,9; 33,11; 48,33). Si afferma poi che “esulteranno le ossa che hai spezzato” (espressione unica nel Salterio), parole che esprimono una sorta di risurrezione paragonabile alla celebre visione delle ossa aride di Ezechiele 37. Un’altra immagine ancora: “Distogli lo sguardo dai miei peccati”. Con un forte antropomorfismo, il poeta chiede al Signore di allontanare il suo sguardo severo e penetrante da tutti i suoi peccati (cf. Sal 14; 33,13-15). Il volto e lo sguardo di Dio sono considerati nella Bibbia sia fonte di collera e di terrore (cf. Sal 38,2; 90,8), sia fonte di pace e di gioia (cf. Sal 13,2).

Col v. 12 entriamo nella seconda parte del salmo e tocchiamo il centro e il vertice della preghiera. Si chiede a Dio di ri-creare il cuore, cioè il centro della persona, l’intero suo essere, e di ri-crearlo puro. Con la potenza del Signore si può ricominciare, ricevendo da lui in dono uno “spirito saldo”, cioè solido, fermo, affidabile, che sprona a compiere con generosità e non per forza le azioni giuste che il cuore e la mente suggeriscono. E così l’orante riavrà “la gioia della salvezza” (v. 14). Concessa la grazia del perdono, l’orante si impegnerà per far ritornare altri peccatori sulla retta via (v. 15), proclamerà la giustizia e la lode del Signore e offrirà a lui il sacrificio del suo cuore affranto e umiliato, più gradito a Dio dell’olocausto di animali (vv. 16-19). La supplica “liberami dal sangue” (v. 16) potrebbe far riferimento ad un peccato di spargimento di sangue (la morte di Uria?).

Come dicevamo all’inizio, il salmo termina con una preghiera per la ricostruzione delle mura di Gerusalemme e per la restaurazione del culto nel tempio (vv. 20-21). Pare che questa supplica finale sia stata aggiunta per l’uso liturgico dopo l’esilio, quando Israele implorava con questo salmo il perdono dei suoi peccati a Dio.

Il Sal 51, anche se non citato esplicitamente, ha avuto molte risonanze nel Nuovo Testamento, sia sulla bocca di Gesù che degli autori sacri, e la tradizione della Chiesa lo ha commentato e meditato frequentemente. Questo salmo viene recitato tutti i venerdì dell’anno come primo salmo delle Lodi e accompagna la Chiesa nell’esercizio della penitenza, in particolare durante la Quaresima, spronando i cuori a rinnovarsi, e diventando un canto di vera risurrezione spirituale, Perciò più che un testo penitenziale, possiamo dire che il Sal 51 celebra la risurrezione alla nuova vita nello spirito della parabola del figlio prodigo (Lc 15,11-32).


Preghiera: O Dio Trinità, Nome ineffabile di misericordia inesauribile, tu che purifichi dai suoi vizi l’abisso del cuore umano e lo rendi più bianco della neve, rinnova, ti preghiamo, nei nostri cuori il tuo Spirito santo grazie al quale possiamo annunciare la tua lode. Così, fortificati mediante uno spirito retto e sovrano, potremo essere riuniti nelle dimore eterne della Gerusalemme celeste.


Bibliografia: Spirito Rinaudo, I salmi preghiera di Cristo e della Chiesa, Elle Di Ci, Torino-Leumann 1973; Vincenzo Scippa, Salmi, volume 1. Introduzione e commento, Messaggero, Padova 2002; Ludwig Monti, I salmi: preghiera e vita, Qiqajon, Comunità di Bose 2018; Temper Longman III, I salmi. Introduzione e commento, Edizioni GBU, Chieti 2018.


venerdì 27 marzo 2020

DOMENICA V DI QUARESIMA ( A ) – 29 Marzo 2020




Ez 37,12-14; Sal 129; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45

Questa domenica contiene un messaggio unitario, un messaggio di vita, di quella vita nuova che, ricevuta nel battesimo, si rinnova continuamente nel processo di conversione e nel segno sacramentale della riconciliazione. La vita promessa da Dio agli esuli a Babilonia attraverso gli oracoli del profeta Ezechiele, di cui parla la prima lettura, e concretamente offerta a Lazzaro nell’ultimo dei miracoli di Gesù narrato da san Giovanni nel vangelo d’oggi, è simbolo e profezia di questa vita nuova. Si tratta della stessa vita di cui parla san Paolo nella seconda lettura, una vita che è frutto della giustificazione. E’ questa l’interpretazione che fa il testo del prefazio della messa: Cristo,  Signore della vita, che richiamò Lazzaro dal sepolcro, “oggi estende a tutta l’umanità la sua misericordia, e con i suoi sacramenti ci fa passare dalla morte alla vita”.

Nel lungo brano del vangelo d’oggi, il centro di tutto il racconto non è tanto la descrizione del miracolo della risurrezione di Lazzaro, quanto l’autoproclamazione di Gesù che dice: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno”. La risurrezione di Lazzaro è quindi segno e garanzia di una realtà di vita più sublime: Gesù promette una vita che va aldilà della morte. Anche Lazzaro, dopo la risurrezione miracolosa operata da Gesù, rimarrà sottoposto alla legge della morte biologica. Non è questa però che ci deve spaventare. La vera morte è quella di colui che non accoglie il messaggio di Gesù e, chiudendosi nel suo peccato, rende vana l’azione di Dio che offre la salvezza attraverso suo Figlio. Oltre la morte del nostro corpo, c’è ancora la vita, c’è la risurrezione. Questa vita definitiva non è solo una realtà futura, è già inizialmente presente in noi e cresce nella misura in cui siamo fedeli agli impegni del battesimo col quale siamo stati introdotti nel regno della vita vera e definitiva.

La Scrittura compara il peccato alla morte. Così anche san Paolo ci ricorda oggi che il “corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia”. Possiamo spiegare questa affermazione con altre parole: nel corpo morto a causa del peccato viene ad abitare mediante la fede e il battesimo lo Spirito che è vita, cioè un nuovo dinamismo interiore che attinge alla forza di Dio e ci libera dalla tirannide del peccato e della morte. Dobbiamo quindi interrogarci su questa “vita” che è in noi, la vita dello Spirito, la quale è già vita definitiva e risorta che culminerà alla fine nella risurrezione dei nostri corpi. Se veramente crediamo in questo mistero che è in noi, la nostra esistenza si aprirà al dono di Dio e cercherà di sintonizzare sulla sua santa volontà. La parola di Dio in questa domenica di Quaresima ci invita ad aprire il sepolcro dei nostri egoismi, delle nostre cattiverie, del nostro peccato, affinché possa irrompere in noi la vita di Cristo.

L’eucaristia è nutrimento e garanzia di questa vita. Ha detto Gesù: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,54).




mercoledì 25 marzo 2020

NON SI TRATTA DELLA RIFORMA DELLA RIFORMA


Nella Lettera ai vescovi che accompagnava la pubblicazione del Motu proprio Summorum Pontificum (07.07.2017), Benedetto XVI stabiliva: “nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi”. L’Osservatore Romano di quest’oggi (26.03.2020) pubblica due Decreti della Congregazione per la dottrina della fede (Quo magis e Cum sanctissima) con cui viene attuato quanto scritto nella suddetta Lettera: vengono approvati sette nuovi prefazi eucaristici e la possibilità di celebrare, nel quadro normativo d’insieme della forma straordinaria del Rito romano e quando il giorno liturgico lo permette, qualsiasi santo canonizzato dagli anni sessanta in poi.


L’uso o meno di queste novità rimane una facoltà ad libitum. Non si capisce quindi se tali novità saranno inserite o meno in una eventuale nuova edizione tipica del Messale Romano del 1962.


Detto questo, però, dopo una attenta lettura dei due Decreti, emerge qualche perplessità. La Lettera di Benedetto XVI parla di inserire “alcuni dei nuovi prefazi”; evidentemente nel contesto si fa riferimento ai nuovi prefazi del Messale di Paolo VI. Invece i sette prefazi proposti sono ripescati in altre fonti. Seconda perplessità: con quale criterio sono state scelte settanta feste di III classe “... le cui celebrazioni non possono mai essere impedite dalle sue disposizioni”? I criteri allegati non sembra che possano giustificare una tale operazione nel Messale del 1962.

IN TEMPO DI COVID-19




Decreto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti

In tempo di covid-19

Considerato il rapido evolversi della pandemia da covid-19 e tenendo conto delle osservazioni pervenute dalle Conferenze Episcopali, questa Congregazione offre un aggiornamento alle indicazioni generali e ai suggerimenti già dati ai Vescovi nel precedente decreto del 19 marzo 2020.

Dal momento che la data della Pasqua non può essere trasferita, nei paesi colpiti dalla malattia, dove sono previste restrizioni circa gli assembramenti e i movimenti delle persone, i Vescovi e i Presbiteri celebrino i riti della Settimana Santa senza concorso di popolo e in luogo adatto, evitando la concelebrazione e omettendo lo scambio della pace.

I fedeli siano avvisati dell’ora d’inizio delle celebrazioni in modo che possano unirsi in preghiera nelle proprie abitazioni. Potranno essere di aiuto i mezzi di comunicazione telematica in diretta, non registrata. In ogni caso rimane importante dedicare un congruo tempo alla preghiera, valorizzando soprattutto la Liturgia Horarum.

Le Conferenze Episcopali e le singole diocesi non manchino di offrire sussidi per aiutare la preghiera familiare e personale.

1 - Domenica delle Palme. La Commemorazione dell’Ingresso del Signore a Gerusalemme si celebri all’interno dell’edificio sacro; nelle chiese Cattedrali si adotti la seconda forma prevista dal Messale Romano, nelle chiese Parrocchiali e negli altri luoghi la terza.

2 - Messa crismale. Valutando il caso concreto nei diversi Paesi, le Conferenze Episcopali potranno dare indicazioni circa un eventuale trasferimento ad altra data.

3 - Giovedì Santo. La lavanda dei piedi, già facoltativa, si ometta. Al termine della Messa nella Cena del Signore si ometta anche la processione e il Santissimo Sacramento si custodisca nel tabernacolo. In questo giorno si concede eccezionalmente ai Presbiteri la facoltà di celebrare la Messa senza concorso di popolo, in luogo adatto.

4 - Venerdì Santo. Nella preghiera universale i Vescovi avranno cura di predisporre una speciale intenzione per chi si trova in situazione di smarrimento, i malati, i defunti (cf. Missale Romanum). L’atto di adorazione alla Croce mediante il bacio sia limitato al solo celebrante.

5 - Veglia Pasquale. Si celebri esclusivamente nelle chiese Cattedrali e Parrocchiali. Per la liturgia battesimale, si mantenga solo il rinnovo delle promesse battesimali (cf. Missale Romanum).

Per i seminari, i collegi sacerdotali, i monasteri e le comunità religiose ci si attenga alle indicazioni del presente Decreto.

Le espressioni della pietà popolare e le processioni che arricchiscono i giorni della Settimana Santa e del Triduo Pasquale, a giudizio del Vescovo diocesano, potranno essere trasferite in altri giorni convenienti, ad esempio il 14 e 15 settembre.

De mandato Summi Pontificis pro hoc tantum anno 2020.

Dalla Sede della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 25 marzo 2020, solennità dell’Annunciazione del Signore.

Robert Card. Sarah
Prefetto
Arthur Roche
Arcivescovo Segretario

FONTE: L’Osservatore Romano 26.03.2020




domenica 22 marzo 2020