Translate

domenica 4 dicembre 2016

L’INDIVIDUO E LA COMUNITÀ NELLA LITURGIA


 

Roberto Tagliaferri – Aldo Terrin (edd.), La pastoralità e la questione dell’individuo nella liturgia (“Caro salutis cardo” – Contributi 30), Centro Liturgico Vincenziano, Roma – Abbazia di Saanta Giustina, Padova 2016. 297 pp.

Il volume è diviso in due parti: 1. La questione pastorale del Vaticano II; 2. La liturgia pastorale tra individuo e comunità. La prima parte contiene tre studi: “Il Vaticano II. Un Concilio per il XXI secolo” (Gilles Routhier); “Il concetto di pastoralità nel Concilio Vaticano II: la dinamica interno-esterno” (Roberto Tagliaferri); “L’apporto delle scienze umane alla liturgia pastorale” (Aldo Natale Terrin). La parte seconda, quella più lunga, tratta un tema di grande attualità: “Il soggetto individuale nell’esperienza orante attestata nell’epistolario paolino” (Rinaldo Fabris); “Dal rito al teatro: il corpo a corpo nella liturgia di tipo neo-pentecostale” (Enzo Pace); “L’io e il noi nell’esperienza del sacro” (A.N. Terrin); “L’io e il noi nel movimento liturgico” (Paolo Tomatis); “Fides Ecclesiae e Fides Subiecti. La questione contemporanea” (Sergio Ubbiali); “Il soggetto individuale nel linguaggio liturgico attuale” (Luigi Girardi).

Se nel Movimento Liturgico il ricupero della liturgia è avvenuto in gran parte all’insegna della sua dimensione ecclesiale e oggettiva, oggi sembra che l’oscillazione pastorale rimetta in primo piano le esigenze singolari dell’individuo. Il Vaticano II ha avuto una attenzione “particolare” richiamando l’esigenza dell’inculturazione e dell’adattamento, ma il problema ancora più specifico del rapporto tra l’individuo e il soggetto plurale rimane inevaso a livello riflessivo e bisognoso di un nuovo riequilibrio.

La Chiesa, e quindi anche la liturgia, è costretta a confrontarsi con i contesti storici differenti come quello occidentale, dove la sensibilità verso l’individuo mette in crisi i riti tradizionali di tipo sociale. L’esperienza religiosa, compresa quella cristiana, è sempre più un fatto personale. C’è un certo “relativismo” della fede cristiana, non nella sua sostanza, ma nel modo in cui viene recepita a livello socio-culturale. Oggi ci sono modi di credere troppo diversi all’interno della stessa visione cattolica. Ma questa tendenza è veicolata dalla cultura. Se il singolo è fine a se stesso nella cultura attuale, significa che stiamo vivendo un periodo in cui la persona è il centro della libertà e dell’autonomia così come è al centro delle sue credenze.   

Nel veloce passaggio da una società autoritaria ad una società democratica è stato gioco-forza per il Concilio far proprio l’anelito di partecipazione dei soggetti al culto. Per questo la ricerca delle condizioni per un’effettiva partecipazione liturgica, che ha ispirato il lavoro della riforma, ha posto le basi per un profondo ripensamento della relazione tra l’io e il noi. E’ vero che la liturgia usa prevalentemente il noi, però non esclude l’io o vi si contrappone, ma lo include. Il culto cristiano non disprezza gli “slanci del cuore”, ma neppure li abbandona alla pura evasione del sé, alla totale dispersione dell’io: piuttosto li raccoglie nella concentrazione di un ordine e di una misura che fonda l’estetico nell’etico.

venerdì 2 dicembre 2016

DOMENICA II DI AVVENTO (A)


 

 
Vieni, Signore, re di giustizia e di pace
 
Is 11,1-10; Sal 71 (72); Rm 15,4-9; Mt 3,1-12
 
Nel salmo 71 viene esaltata una gloriosa e ideale figura di re. Il testo salmico aveva già secondo la tradizione ebraica chiari riferimenti al futuro Messia e al suo regno. Tutto ciò che nel testo sa di iperbole nei confronti di un re terreno e del suo regno: “Nei suoi giorni fiorisca il giusto e abbondi la pace”, assume piena verità storica nella presenza messianica di Cristo, il re preannunziato. Al tempo stesso che chiediamo che questo regno venga definitivamente: “venga il tuo regno”, prendiamo coscienza del nostro compito di realizzare le opere del regno, che sono opere di giustizia e di pace. Se la domenica scorsa ci invitava a vivere in attesa vigilante del Signore che viene, oggi siamo incoraggiati a rendere significativa questa attesa con una vita che sia già ora e qui espressione dei valori del regno di Dio che viene.
 
La prima lettura ci presenta l’immagine di una società perfetta, in apparenza utopica. Isaia la descrive con accenti toccanti: “il lupo dimorerà insieme con l’agnello, il leopardo si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà...” Queste e altre raffigurazioni, che ci ricordano le favole ed i cartoni animati della nostra infanzia e che sono in contrasto con la realtà faticosa e spesso violenta che distingue la nostra vita quotidiana, vogliono esprimere una società in cui i contrasti vengono composti armonicamente e dove regna indisturbata la giustizia e la pace. Questa società, secondo il profeta Isaia, è quella inaugurata dal Messia sul quale “si poserà lo Spirito del Signore” per deporre nella storia di questo mondo un seme nuovo di giustizia e di pace.
 
Nel brano del vangelo ascoltiamo san Giovanni Battista che annuncia la venuta del Messia, il quale ci “battezzerà in Spirito Santo e fuoco”, il fuoco che brucia la pula e annienta i peccatori. Perciò il Precursore invita i suoi ascoltatori alla conversione: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!” E’ quindi colui che viene, il Messia, a rendere visibile la vicinanza del Regno. La società perfetta, profetizzata da Isaia, è dono dello Spirito del Messia ma esige anche la nostra operosità. Il regno messianico non diventa una realtà nel mondo senza la nostra conversione. La 3a ant. dell’Ufficio di letture ribadisce lo stesso insegnamento quando afferma: “Purifichiamo i nostri cuori, per camminare nella giustizia incontro al Re: egli viene, non tarderà”.
 
Nella seconda lettura, san Paolo dando uno sguardo rapido all’insieme delle Scritture prende atto che esse convergono sul mistero di Cristo e tracciano la via della salvezza che il cristiano è chiamato a percorrere per rimanere perseverante, trovare consolazione e tenere viva la speranza. Ma non è solo una speranza emotiva, bensì una relazione viva con il Cristo. La società perfetta di cui abbiamo parlato, è possibile solo se abbiamo “gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù” e, in questo modo, impariamo a vedere nei nostri simili i fratelli e le sorelle figli dello stesso Padre.
 
La celebrazione eucaristica è segno efficace di questo regno di giustizia e di pace, di cui attendiamo la piena realizzazione. Nell’assemblea eucaristica, infatti, si attua l’unità degli uomini in Cristo: “Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” (1Cor 10,17). Perciò stesso l’eucaristia ci insegna “a valutare con sapienza i beni della terra nella continua ricerca dei beni del cielo” (preghiera dopo la comunione).

domenica 27 novembre 2016

EUCARISTIA MATRIMONIO FAMIGLIA


 

Centro di Azione Liturgica (ed.), Eucaristia, matrimonio, famiglia (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” – Sectio pastoralis 36), CLV – Edizioni Liturgiche, Roma 2016. 182 pp.

 

Il volume raccoglie le relazioni della 66a Settimana Liturgica Nazionale, celebrata a Bari dal 27 al 30 agosto 2015.

 

1. Franco Miano – Giuseppina De Simone, La famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo.

2. Don Giorgio Mazzanti, “Senza la domenica non possiamo vivere”. L’incontro nuziale e fecondo di Cristo con la Chiesa.

3. Don Silvano Sirboni, “Senza la domenica non possiamo vivere”. Dai segni della liturgia nuziale alle dinamiche della vita matrimoniale.

4. S. E. Mons. Bruno Forte, Ogni celebrazione liturgica è una festa nuziale. La dimensione eucaristica della vita degli sposi e della famiglia.

5. Enzo Bianchi, L’Eucaristia della famiglia nel giorno del Signore.

6. Don Giulio Meiattini osb, P. Mariano Magrassi: un’eredità alla prova del tempo.

7. Lucia Miglionico – Giuseppe Petracca Ciavarella, Domenica, famiglia e riposo. Dalla Mensa Eucaristica alla mensa domestica.

8. Giulia e Tommaso Cioncolini, Dalla Mensa Eucaristica alla mensa domestica.

9. Luigi Passarello – Filippa Mancuso, Domenica, famiglia e riposo: dalla mensa eucaristica alla mensa domestica.

10. Don Paolo Gentili, Il tempo della prova.

11. Don Franco Magnani, “Rese grazie”: il tempo del matrimonio.

12. Don Mario Castellano, Celebrare l’amore. Gesti, Parole, Segni nella Liturgia.

 

sabato 26 novembre 2016

DOMENICA I DI AVVENTO (A)


 
DOMENICA I DI AVVENTO (A)
 
Andiamo con gioia incontro al Signore
 
Is 2,1-5; Sal 121 (122); Rm 13,11-14; Mt 24,37-44
 
Il Sal 121 è uno dei più celebri e più appassionati canti delle ascensioni a Gerusalemme. E’ un saluto rivolto dai pellegrini alla città santa, e riflette l’emozione che provavano i pellegrini ogni volta che giungevano in vista della città, sede del tempio, luogo sacro della presenza di Dio. In questa domenica I di Avvento, ricordiamo che noi tutti siamo in cammino verso la Gerusalemme celeste e ne esprimiamo la gioia quando diciamo col salmista: “Quale gioia, quando mi dissero: «andremo alla casa del Signore»”. All’inizio dell’Anno liturgico siamo invitati a riprendere con rinnovato coraggio il nostro cammino verso la patria del cielo, nel gioioso contesto di comunione e di pace di cui parla il salmo, ma anche in attesa vigilante del Signore che viene.
 
L’Avvento ricorda le due venute del Signore e le mette in intimo rapporto, la prima nel mistero della incarnazione e la seconda alla fine dei tempi: “Al suo primo avvento nell’umiltà della nostra natura umana egli portò a compimento la promessa antica, e ci aprì la via dell’eterna salvezza. Verrà di nuovo nello splendore della gloria e ci chiamerà a possedere il regno promesso che ora osiamo sperare vigilanti nell’attesa” (prefazio dell’Avvento I). Questa I domenica è tutta quanta incentrata sulla venuta del Signore alla fine dei tempi, alla quale siamo invitati a prepararci. Quando facciamo delle scelte nella vita di ogni giorno, le facciamo avendo davanti l’immagine di un futuro che intendiamo raggiungere: economico, sociale, culturale, ecc. Oggi siamo invitati a farle guardando anche al futuro di Dio, di un Dio che è venuto, viene e verrà per noi.
 
Il brano evangelico raccoglie alcune parole di Gesù in cui egli afferma che l’incontro con lui alla fine del nostro pellegrinaggio terreno sarà improvviso e inatteso. Il testo evangelico è tutto focalizzato sull’incertezza del quando, che viene ripetuta tre volte: “vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà […] se il padrone di casa sapesse a quale ora […] nell’ora che non immaginate…”. Siamo invitati quindi a risvegliare in noi uno spirito vigilante. Non si tratta di una vigilanza passiva e inoperosa, ma attiva e dinamica; dobbiamo andare incontro al Cristo che viene e dobbiamo farlo “con le buone opere” (colletta). Tutta la vita deve essere una preparazione prolungata e fedele ad accogliere Cristo che viene. Un messaggio simile lo troviamo nella prima lettura, in cui il profeta ci esorta a percorrere il nostro cammino “nella luce del Signore”. Nella lettura apostolica, san Paolo, riprendendo il simbolismo della luce e, dopo aver ricordato che siamo nella notte in attesa dell’alba luminosa dell’avvento di Cristo, ci invita a svegliarci perché il giorno della salvezza è vicino. In questo contesto, l’Apostolo aggiunge che dobbiamo gettare via le “opere delle tenebre” e comportarci “come in pieno giorno”. Il futuro verso il quale camminiamo deve innestare nel presente la tensione per l’impegno nei valori che, vissuti nel presente, conducono al possesso di quelli futuri e definitivi. Ogni attimo della nostra vita è impastato di eternità. Perdere la memoria del futuro equivale ad appiattire il presente. Il cristiano essendo un uomo di memoria, è un uomo di attesa. La nostra esistenza di credenti è destinata a svolgersi, come è naturale, in seno alla storia concreta degli uomini ma allo stesso tempo è chiamata a far lievitare la storia con la novità della speranza, cioè con la fede nel progetto di salvezza che Dio compie nella storia.
 
La partecipazione all’eucaristia è “pegno di salvezza eterna” (orazione sulle offerte), ci sostiene nel nostro cammino e ci guida ai beni eterni (cf orazione dopo la comunione).
 

giovedì 24 novembre 2016

AD PRISTINAM SANCTORUM PATRUM NORMAM


 

Quaderno N°3995 del 10//12/2016 - (Civ. Catt. IV 417-520 )

Articolo

 

LA RIFORMA LITURGICA A 50 ANNI DAL VATICANO II. «PARLARE DI "RIFORMA DELLA RIFORMA" è UN ERRORE»
Cesare Giraudo S.I.

Rinunciando ad assumere il messale di Pio V come punto di partenza, è possibile vedere nel messale di Paolo VI la realizzazione del sogno di Pio V, quello cioè di riportare il messale ad pristinam sanctorum Patrum normam. È dalla tradizione dei Padri che occorre procedere per una corretta ermeneutica della continuità. «Parlare di “riforma della riforma” è un errore», ha detto di recente papa Francesco. Considerando dunque impossibile aderire all’appello a riorientare gli altari verso l’abside, come qualcuno ha suggerito, nell’articolo vengono sottolineate due urgenze: il recupero della dimensione sacrale della liturgia e l’impegno per la formazione liturgica. La riforma liturgica è da curare meglio, ma non certo da sopprimere.

© Civiltà Cattolica pag.432-445

domenica 20 novembre 2016

I MIRACOLI EUCARISTICI


 

I miracoli eucaristici nel mondo (Collana Il Figlio), Shalom 2016. 363 pp.

 

Prefazione

 

Alcuni anni fa pubblicai una ricerca sui miracoli eucaristici, ma, con mia grande sorpresa, ricevetti una lettera che contestava la documentazione raccolta, perché sosteneva che i “sanguinamenti” eucaristici erano frutto di un’epoca ingenua e facilmente portata a costruire prodigi.

Soffrii non poco per questa affermazione. E il motivo era semplice: le cose non stavano così; i fatti parlono inequivocabilmente.

 

Padre Pio, uomo del ventesimo secolo, non è stato un vivente miracolo eucaristico? La sua straordinaria esistenza è tutta legata all’Altare, alla Messa, al Sangue.

E chi può affermare che Padre Pio sia stato soltanto un’invenzione di ingenui e di visionari del ventesimo secolo?

 

Teresa Neumann, morta nel 1962 e quindi in pieno secolo ventesimo, si è nutrita per tredici anni... soltanto di Eucaristia. Commissioni di medici si sono alternato accanto a lei ed hanno vigilato giorno e notte: alla fine, hanno dovuto riconoscere il fatto umanamente inspiegabile

Anche questo è un miracolo eucaristico: chi può negarlo?

 

Marthe Robin, morta nel 1981, per cinquantatré anni si è nutrita esclusivamente di Eucaristia e, talvolta, tra lo stupore dei testimoni, ella non potendo più deglutire, aspirava l’Eucaristia in un gesto di profondo amore verso Gesù presente nel Santissimo Sacramento.

Jean Guitton, celeberrimo pensatore, riguardo a Marthe Robin scrisse: “La donna che mi appresto a ritrarre era una contadina della campagna francese. Una donna che forse fu l’essere più trano, straordinario e sconcertante della nostra epoca. Dal primo incontro con lei ebbi il presentimento che un giorno non avrei potuto fare a meno di parlare di lei”. Perché? Per il semplice fatto che la sua vita è un clamoroso prodigio... legato alla Santissima Eucaristia.

 

Queste pagine, con molta sobrietà, descrivono e lasciano parlare tanti miracoli eucaristici: vale la pena di leggerle... per ascoltare il grido di amore di Dio che risuona in ogni celebrazione eucaristica.

Oggi... come ieri!

                                                                           + Angelo Comastri
                                                        Vicario del Papa per lo Stato della Città del Vaticano

venerdì 18 novembre 2016

XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 20 Novembre 2016 - CRISTO RE DELL'UNIVERSO

 

2Sam 5,1-3: Tu pascerai il mio popolo Israele

Sal 121 (122): Andremo con gioia alla casa del Signore

Col 1,12-20: Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa

Lc 23,35-43: Costui è il re d’Israele

 

Il Sal 121 è un saluto gioioso e fiducioso rivolto alla città santa dai pellegrini giunti alle porte di Gerusalemme. Per ogni israelita, Gerusalemme e il suo tempio, luogo sacro della presenza di Dio, rappresentavano l’incontro e la straordinaria comunione che si era stabilita tra Israele e il suo Signore. Riappropriandoci di questo salmo, i cristiani esprimiamo la volontà di percorrere il nostro cammino verso la Gerusalemme celeste.

 

L’anno liturgico si chiude con questa domenica, dedicata a Cristo re dell’universo, chiave di lettura del mondo e della storia. In concreto, la solennità odierna propone la regalità di Cristo nella sua luce biblica e non in quella sociologica. Bisogna quindi evitare le ambiguità che hanno talvolta caratterizzato questa festa in un passato non lontano. Il dominio regale di Cristo si esercita sull’universo e sugli individui piuttosto che sulle società. Infatti, le letture bibliche insistono sull’aspetto escatologico, e cioè ultraterreno e spirituale della regalità di Cristo. “Il Regno non si compirà attraverso un trionfo storico della Chiesa secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 677).

 

La prima lettura narra l’unzione di Davide consacrato a re d’Israele. La figura di Davide prefigura quella di Cristo, l’Unto per eccellenza (cf. I Vespri, ant. Al Magn.). La dimensione universale e cosmica della regalità di Cristo è celebrata in modo particolare nell’inno della Lettera ai Colossesi che ci viene proposto come seconda lettura: “Tutte le cose sono state create per mezzo di lui [Cristo] e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono”. Tra l’inno paolino e la descrizione della crocifissione di Gesù corre un abisso, a prima vista inconciliabile. Infatti, il brano del vangelo ci ricorda che Gesù esercita il suo dominio non tramite la forza, ma nella debolezza della croce. Il potere che Cristo rivendica sull’uomo non è di mondana potenza, ma proposta di valori liberanti, ai quali chiede un’adesione libera e personale promettendo a colui che li accoglie, come al buon ladrone del vangelo, la partecipazione al suo regno: “oggi sarai con me nel paradiso”.

 

Il regno di Cristo si stabilisce in “ogni creatura, libera dalla schiavitù del peccato” (colletta). Se vogliamo quindi che Cristo re eserciti il suo potere sul mondo, dobbiamo anzitutto far sì che il suo regno si stabilisca dentro di noi, nelle profondità del nostro essere, da dove prende origine la nostra espressione, la nostra parola, le nostre opere e il nostro dinamismo interiore. Cristo regna nei nostri cuori quando “viviamo secondo la verità nella carità e cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di Cristo” (Lodi mattutine, lettura breve: Ef 4,15).

 

La celebrazione eucaristica anticipa in noi i doni del regno di Dio. Già nell’Antico Testamento la comunione tra Dio egli uomini, che caratterizzava l’avvento definitivo del Messia e del suo regno, viene rappresentata con l’immagine di un banchetto sacro al quale il Dio di Israele inviterà tutti i popoli.