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domenica 13 settembre 2020

L’ASSEMBLEA LITURGICA OGGI

 


Morena Baldacci, Una comunità che celebra. L’assemblea liturgica oggi (Grammatica della liturgia), San Paolo, Cinisello Balsamo 2018. 110 pp. (€ 15,00).

 

Basta andare a messa la domenica per accorgersi che le nostre assemblee liturgiche oggi sono diverse dal passato. Le chiese sono sempre più vuote, e chi ancora le frequenta è per la maggior parte ormai avanti con l’età. Sempre di più inoltre sono quelli che alla fedeltà preferiscono un rapporto “senza impegno”: saltuario, occasionale, di passaggio. Ora, dobbiamo chiederci: come risponderanno le assemblee liturgiche a questi cambiamenti? Sapranno adeguarsi a queste nuove realtà senza tuttavia snaturare se stesse? Il volume ci aiuta a rispondere a queste domande suggerendoci modi e forme nuove attraverso cui la comunità cristiana può celebrare anche oggi i suoi riti.

In questo tempo di trasformazione anche l’assemblea liturgica è chiamata a rinnovare se stessa, per ritrovare il volto di una comunità viva in cui risplende la bellezza dell’amore di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto. Parafrasando le parole di papa Francesco, possiamo dire: non lasciamoci rubare la liturgia!

(Risvolto)

 

Un’assemblea che “accorcia le distanze”.

Parole e gesti per le assemblee liturgiche del nostro tempo.

Un’assemblea liturgica a “porte aperte”.

La voce dell’assemblea liturgica: la parola.

La voce dell’assemblea liturgica: il canto.

Nuove ministerialità. Per una parrocchia in trasformazione.

Assemblee liturgiche senza eucaristia.

Una ministerialità condivisa. Il gruppo liturgico e il gruppo lettori.

Un’assemblea di uomini e donne.

Assemblee del futuro.

 

venerdì 11 settembre 2020

DOMENICA XXIV DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 13 Settembre 2020

 


 

Sir 27,30-28,7; Sal 102; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35

 

Riassume bene il tema della domenica il ritornello del salmo responsoriale: “Il Signore è buono e grande nell’amore”; parole che trovano eco nell’orazione colletta, che parla della “potenza” della misericordia di Dio.

 

Il brano del Siracide ci ricorda che se conserviamo nel nostro cuore rancore, non potremo ottenere il perdono di Dio. Ecco il perché del pressante invito del saggio israelita: “Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati”. Non possiamo chiedere ci venga applicata una logica di perdono e nello stesso tempo rifiutarci di usare questa medesima logica verso i nostri simili. Il racconto evangelico sviluppa lo stesso tema. San Pietro si rivolge a Gesù e gli domanda quante volte si deve perdonare al fratello, ci sono dei limiti? La domanda non è oziosa. Infatti, i maestri d’Israele di quel tempo affermavano generalmente che si doveva perdonare fino a tre volte. San Pietro è più generoso, e domanda: “fino a sette volte?” Ma Gesù dimostra nella sua risposta l’infinita misericordia di Dio quando afferma con un gioco di parole: “fino a settanta volte sette”, cioè sempre. E per imprimere nella mente dei discepoli questa volontà di perdono, ecco che Gesù narra, come è sua abitudine, una significativa parabola.

 

Noi ci troviamo nella condizione descritta dalla seconda scena della parabola: in mezzo alla strada, di fronte ad altri servi come noi del padrone. Come dobbiamo comportarci? Ricordando che prima di ogni nostra scelta abbiamo ricevuto da Dio il perdono gratuito di un debito impagabile. Se questo ricordo rimarrà e sarà operante nel cuore, il nostro comportamento verso gli altri sarà necessariamente fatto di perdono e di gratuità. Se invece dimentichiamo quello che Dio ha fatto per noi, allora rientreremo nella logica della stretta parità e il rapporto con gli altri tenderà a diventare uno scambio commerciale.

 

Anche il breve brano della lettera ai Romani, proposto come seconda lettura, ci invita ad assumere una logica di fede nei rapporti con gli altri. Da dove viene la difficoltà per perdonare? Dal porre se stessi al centro, dal valutarsi più di quanto siamo. San Paolo ci ricorda che nessuno vive per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, siamo del Signore. Si tratta in entrare con chiarezza in questo modo di ragionare proprio della fede. La parola di Dio illumina la nostra fede, ci esorta a non lasciarci travolgere dai sentimenti di odio e di vendetta, ma a vincere il male con il bene.

 

Nell’ultima preghiera di questa santa Messa, che recitiamo dopo la comunione, ci rivolgiamo a Dio e gli chiediamo che la potenza del sacramento ricevuto “ci pervada corpo e anima, perché non prevalga in noi il nostro sentimento ma l’azione del suo Santo Spirito”.

domenica 6 settembre 2020

PREGHIERA EUCARISTICA III

 


 

Modello principale del contenuto di questa preghiera eucaristica è il canone romano (o preghiera eucaristica I), tutto pervaso da temi sacrificali. Ciò spiega bene la marcata insistenza della preghiera eucaristica III nel sacrificio; infatti la parola e il concetto di sacrificio ritornano continuamente nelle sue strofe. Si tratta di una preghiera eucaristica senza un prefazio proprio, che invece hanno le preghiere eucaristiche II e IV.

“Padre veramente santo”. Questa preghiera prolunga il tema del Sanctus e si affaccia sul mistero eucaristico. Dopo l’indirizzo di lode al Padre, il testo si articola in due punti:

-La creazione, contemplata come manifestazione gioiosa di vita e santificazione operata da Dio, è descritta in modo trinitario: il Padre crea per mezzo del Figlio e nella potenza dello Spirito Santo.

-In questo contesto cosmico, celebriamo l’eucaristia (“dall’oriente all’occidente […] si fanno offerte…”: cf. Ml 1,11), che appare qui come lo specchio in cui si ridisegna tutta l’opera trinitaria.

Epiclesi consacratoria: “Ora ti preghiamo umilmente”. Epiclesi, dal greco ἐπίκλησις, significa “invocazione”. Si chiede a Dio che santifichi i doni in modo che divengano il corpo e il sangue di Cristo. Anche qui è la SSma Trinità ad agire: si chiede che il Padre santifichi i doni con l’azione dello Spirito Santo. Questa santificazione richiesta è quella per la quale si attua il mistero eucaristico per mandato di Cristo. Si intende quindi eseguire la volontà dell’Istitutore dell’eucaristia, ripetendo quello che lui stesso ha fatto nell’ultima Cena.

Racconto dell’istituzione. Il racconto dell’istituzione inizia con l’introduzione che si trova solo in san Paolo: “Nella notte in cui veniva tradito” (1 Cor 11,23). Alla fine del racconto c’è l’invocazione: “Mistero della fede”. Come indicano le risposte all’acclamazione, l’eucaristia attua la Pasqua di Cristo, mistero fondamentale della fede cristiana.

A questo punto, possiamo domandarci: quando e come avviene il mistero della consacrazione? La posizione classica del cattolicesimo romano afferma che la consacrazione del pane e del vino avviene quando il sacerdote, che agisce “in persona Christi”, pronuncia le parole di Cristo nell’ultima Cena. Dall’epoca scolastica si parla di “transustanziazione”, ossia di cambiamento della sostanza del pane e del vino in quella del Corpo e del Sangue di Cristo.

Secondo la posizione classica del mondo ortodosso-cattolico o bizantino, la consacrazione del pane e del vino avviene quando il sacerdote, che è tramite tra cielo e terra, nell’epiclesi chiede allo Spirito Santo di intervenire per la trasformazione del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo. Questa teoria non ama una spiegazione razionale come quella della “transustanziazione”, afferma semplicemente la realtà del mistero ed evita volutamente di entrare in altri dettagli.

Le due posizioni sono in un certo modo complementari: la transustanziazione è congiuntamente richiesta e operata dall’epiclesi e dalle parole istituzionali. A questo proposito, ricordo l’accordo sull’eucaristia tra la Chiesa cattolica e la Chiesa assira d’Oriente, siglato dalla Congregazione per la dottrina della fede, in cui è considerata valida l’anafora o preghiera eucaristica di Addai e Mari, che ha l’epiclesi ma non contiene le parole istituzionali, anche se vi fa implicitamente riferimento (cf. L’Osservatore Romano del 26 ottobre 2001). Questa anafora è adoperata dai cattolici, tanto Caldei quanto Malabaresi, in essa però i missionari occidentali introdussero le parole istituzionali.

Anamnesi cristologica e offerta del sacrificio. “Anamnesi” deriva dal greco ἀνά-μνησις, “ricordo”. Il testo latino “Memores igitur” collega questa sezione con il comando finale del racconto istituzionale: “Fate questo in memoria di me”. Gesù aveva detto di far memoria di lui. La preghiera eucaristica identifica la persona di Cristo con la storia di lui incentrata principalmente nella sua morte, risurrezione e gloriosa ascensione, in attesa della sua seconda venuta. La partecipazione all’eucaristia ci prepara all’incontro definitivo con il Signore. Altre preghiere eucaristiche ricordano anche altri misteri; così, ad esempio, la preghiera eucaristica IV ricorda anche la discesa di Cristo agli inferi.

Domanda di gradimento del sacrificio. Il sacrificio in quanto è di Cristo è infallibilmente gradito al Padre. Ma il discorso è diverso per noi e per la Chiesa. In quanto è offerta della Chiesa, Dio può gradirla o no. Qui entra in gioco l’adeguamento degli offerenti, di noi partecipanti, all’amore oblativo di Cristo. Naturalmente siamo consci che le condizioni richieste non le abbiamo nella misura che dovremmo averle e per questo, nella preghiera, ci affidiamo alla bontà di Dio, chiedendogli di guardare l’offerta “con amore” e di riconoscere in essa “la vittima immolata per la nostra redenzione”.

Epiclesi di comunione. Dall’accettazione divina dipendono i frutti del sacrificio per “noi che ci nutriamo del corpo e del sangue” di Cristo: nutrirsi indica sia il gesto corporeo del mangiare sia l’attività personale del discepolo che vive e si nutre di ogni cosa che fa parte della vita del maestro. Il frutto principale è l’unità della Chiesa. Infatti si chiede che lo Spirito Santo ci faccia diventare “in Cristo un solo corpo e un solo spirito” (cf. 1Cor 10,17).

Intercessioni:

-Domanda della vita eterna. La prima domanda delle intercessioni pone una premessa: rendici “un sacrificio perenne a te gradito” per poter possedere poi la vita eterna, e, in questo modo condividere la sorte dei santi “nostri intercessori”. La vita cristiana è concepita come culto sacrificale al Padre secondo quanto afferma san Paolo: “Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1). L’atteggiamento oblativo è la spina dorsale della vita cristiana.

-Domanda per il mondo e per la Chiesa. La preghiera eucaristica volge al suo termine, e la Chiesa continua a pregare collocandosi all’interno della storia del mondo e prega per la pace e salvezza del mondo intero. Si passa poi alla Chiesa “pellegrina sulla terra”, per la quale si chiede che sia confermata “nella fede e nell’amore”. “Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura” (Eb13,14). Secondo l’ecclesiologia del Vaticano II, nell’enumerazione dei ruoli e ministeri ecclesiali sarebbe stato meglio iniziare col popolo di Dio per finire coi ruoli gerarchici.

-Domanda per i vivi. La supplica prima di tutto è per l’assemblea celebrante, e poi l’orizzonte si allarga a tutti gli uomini sparsi e “dispersi” per il mondo. Vi è compresa la domanda dell’unità di tutti i discepoli di Cristo. Secondo Gv 11,52, “l’unità dei figli di Dio che erano dispersi” è lo scopo della morte di Cristo. Il vocabolo dispersione evoca la realtà del peccato.

-Domanda per i defunti. Si prega per tutti i defunti, anche non cristiani: per “tutti i giusti che, in pace con te, hanno lasciato questo mondo”. Dio per instaurare il suo regno di giustizia agisce in modo più ampio di quanto lasciano vedere i confini della Chiesa (cf. Mt 25,31-46).

Dossologia finale. La dossologia finale è trinitaria. Durante tutta la dossologia si eleva l’ostia e il calice come segno della lode che sale alla Trinità, ma anche come segno dell’offerta del Corpo e Sangue di Cristo. Questa offerta esprime la glorificazione trinitaria massima da parte della Chiesa.

Noto che questa è l’unica elevazione dei santi doni del Corpo e Sangue di Cristo. Il Messale infatti usa il verbo latino elevare. Invece, dopo le parole consacratorie sul pane e sul calice, il Messale adopera il verbo ostendere (mostrare).

 

CENNI BIBLIOGRAFICI

Enrico Mazza, Le odierne preghiere eucaristiche. 1/Struttura, Teologia, Fonti (Liturgia e vita), EDB 1984.

Vincenzo Raffa, Liturgia eucaristica. Mistagogia della Messa: dalla storia e dalla teologia alla pastorale pratica, nuova edizione (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” “Subsidia” 100), CLV – Edizioni Liturgiche, Roma 2003.

Cesare Giraudo, Stupore eucaristico. Per una mistagogia della Messa alla luce dell’enciclica “Ecclesia de Eucharistia”, Libreria Editrice Vaticana 2004.

Matteo Ferrari, La preghiera eucaristica. Un “cantiere” riaperto dal Concilio (Preghiera e Liturgia 9), Centro Eucaristico, Ponteranica 2014.

 

venerdì 4 settembre 2020

DOMENICA XXIII DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 6 Settembre 2020

 


 

Ez 33,1.7-9; Sal 94 (95); Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

 

Nella nostra riflessione, partiamo dalla seconda lettura, in cui abbiamo ascoltato un pressante appello di san Paolo all’amore vicendevole, “perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge”. Con queste parole, l’Apostolo riconduce tutti gli obblighi e tutti i rapporti con i propri simili all’amore (cf. anche 1Cor 13,1-8; Gal 5,14). Il messaggio è chiaro: alla base di ogni rapporto personale, famigliare, ecclesiale o sociale ci deve essere una logica di amore. La morale cristiana non è fondata su una serie di precetti, più o meno negativi, ma sulla responsabilità di ognuno per l’altro.

Questo amore per il prossimo si manifesta anche con la correzione fraterna. Un amore permissivo, incapace di denunciare il male che affligge i nostri fratelli, è un falso amore. Ce lo ricordano le altre due letture bibliche. Il profeta Ezechiele, viene affermato nella prima lettura, è stato costituito dal Signore “sentinella per la casa d’Israele”: egli ha il compito di denunciare la mancanza di fede del popolo, di smascherare gli ingiusti, di richiamare il peccatore perché si converta. Se non lo facesse sarebbe corresponsabile della sua perversione. Sappiamo bene che la presenza del male non riguarda soltanto la società di altri tempi; è un problema con cui dobbiamo fare i conti tutti i giorni. Esso ci coinvolge sempre personalmente.

Il brano evangelico riprende le stesse idee della prima lettura ed espone in modo dettagliato le tappe del processo di ricupero dell’errante, l’atteggiamento di avere nei confronti del fratello che ha sbagliato. Non si tratta di norme disciplinari in senso proprio, ma di una pressante esortazione a fare tutto il possibile per riportare il colpevole sul giusto cammino. Assumendo una posizione passiva davanti agli errori del nostro prossimo noi non perseguiamo la via dell’amore, della solidarietà e della corresponsabilità. La correzione fraterna raccomandata da Gesù comporta un atteggiamento di comprensione e di coraggio al fine di consentire al fratello che è in errore di ravvedersi. Una tale correzione non ha il carattere di azione punitiva ma è volta alla conversione del fratello. Possiamo ben dire che la correzione fraterna è anzitutto un grande esercizio di amicizia e perciò suppone che si ami l’altro come un “altro me stesso” nella consapevolezza di essere assieme fragili ma anche forti, se e in quanto uniti nella carità. Il brano evangelico d’oggi riporta alla fine le parole di Gesù sull’efficacia della preghiera comune: la comunità riunita nella carità gode della presenza di Cristo e, in lui, ottiene dal Padre che progredisca la riconciliazione universale. Il Signore è presente là dove c’è un’autentica concordia nella preghiera.

La partecipazione all’eucaristia ha come frutto il rafforzamento della “fedeltà e della concordia” dei figli di Dio (cf. preghiera sulle offerte).

 

domenica 30 agosto 2020

L’IMPORTANZA DEL RITO

 



Luigi Girardi (a cura di), A partire dal rito (“Caro salutis cardo”, Contributi 35), CLV – Edizioni Liturgiche Roma, Abbazia di Santa Giustina Padova 2020. 289 pp. (€ 35,00).

 

A partire dal rito e dal suo valore nell’esperienza umana e di fede, con questo volume si intende offrire un percorso riflessivo che consenta di appropriarsi della tradizione in modo nuovo, ripensando i temi fondamentali della teologia liturgico-sacramentaria e affrontando con profondità le sfide che il contesto socio-culturale pone oggi alla pastorale.

 

Luigi Girardi, Introduzione.

Michael Meyer Blanck, Riforma – ritualità – risonanza. Qualche riflessione su Lutero e la liturgia.

Aldo Natale Terrin, Il sacro di Rudolf Otto sullo sfondo della visione esperienziale luterana.

Claudio Ubaldo Cortoni, I riti aggiunti ai sacramenti. Oblio e rinascita della liturgia tra Cinque e Seicento.

Andrea Grillo, Il rito nella riflessione della teologia dogmatica attuale. Storia di un rapporto non riconosciuto e riformulazione in prospettiva.

Giorgio Bonaccorso, Partire dal rito o partire dalla Bibbia?

Roberto Tagliaferri, A partire dal rito: una vicenda controversa.

Roberto Marchisio, La società ha ancora bisogno dei riti?

Luigi Gerardi, Quando il rito fallisce?   

 


venerdì 28 agosto 2020

DOMENICA XXII DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 30 Agosto 2020

 

Ger 20,7-9; Sal 62 (63); Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

 

Le letture bibliche della presente domenica ci orientano verso l’accettazione del misterioso cammino della croce che hanno percorso i profeti e, in particolare, Cristo stesso. Il profeta Geremia, scelto portavoce di Dio pur non essendosi affatto proposto, diventa motivo di obbrobrio per i suoi a causa della parola di Dio che egli, sedotto dal suo Signore, proclama con libertà (prima lettura). Geremia, a causa della sua obbedienza alla volontà divina, è una commovente figura del Cristo, il Servo di Dio. Anche Gesù è stato fatto oggetto di malevoli sarcasmi e di dure contestazioni, ma è rimasto fedele alla sua missione “facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,8). Nel brano evangelico d’oggi, Gesù annuncia la sua passione che avrà luogo a Gerusalemme, e invita i discepoli a seguirlo e a prendere ciascuno la propria croce. Pietro, che si rifiuta di accettare un Cristo sofferente, denota l’incapacità dell’uomo a pensare secondo Dio. Prigioniero della logica umana, egli tenta di impedire che Gesù si conformi alla logica divina. Infatti, la logica di Dio è completamente diversa da quella dell’uomo. Ne è consapevole san Paolo quando nella seconda lettura ammonisce: “Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio”.

 

Le parole di Gesù ai suoi discepoli sono esigenti: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Come spiegare il paradosso della via della croce proposta da Gesù a tutti coloro che lo vogliano seguire? Dio ha scelto di salvare gli uomini non con la ostentazione della sua potenza, ma con la rivelazione del suo amore fedele, condividendo cioè da vicino la miseria dell’uomo. La via della croce percorsa da Gesù è la via dell’amore, del dono totale di sé. Quindi ciò che Gesù chiede ai suoi discepoli, a tutti noi, non è una vita segnata dalla sofferenza, ma trasformata dall’amore, una vita offerta senza condizioni al Signore. Non si tratta di mortificare la vita, ma di arricchirla in modo che, rimanendo vita pienamente umana, sia guidata dalla luce della fede che è soprattutto accettazione del mistero, comunione con l’invisibile, ricerca del progetto di Dio. Possiamo affermare che le parole di san Paolo proposte oggi dalla liturgia sintetizzano bene questo atteggiamento: “vi esorto… a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale”. Il corpo e le membra per Paolo sono l’intero essere umano nella sua dimensione storica, personale e relazionale. Egli parla quindi della donazione totale del credente, della sua persona con tutta la sua corporeità. E’ nella realtà concreta di ogni giorno e nei fatti quotidiani che si realizza questo dono di sé. E in questo modo, la nostra vita, modellandosi sull’esistenza di Gesù, diventa un vero culto gradito al Padre. Se vi è scollamento fra la condotta della vita quotidiana e il culto, la pratica religiosa scade nel formalismo e la morale si riduce a moralismo.


domenica 23 agosto 2020

CELEBRARE BENE CONVIENE




Thomas O’Loughlin, Riti corretti. Perché celebrare bene conviene (Guide per la prassi ecclesiale 31), Queriniana, Brescia 2020. 151 pp. (€ 14,00).

Questo volume intende essere una guida all’ars celebrandi. L’Autore getta uno sguardo disincantato sulla liturgia e mette allo scoperto le incoerenze tra parole pronunciate e azioni effettuate, fra concetti espressi e ciò che viene percepito con tutti i cinque sensi. Lo stile della trattazione mi ricorda il libro di Manuel Belli (Tra dire e fare), di cui mi sono occupato in questo blog il 18 novembre del 2018.

Il Prof. O’Loughlin non si limita a denunciare le incoerenze di cui sopra, ma offre un decalogo per una celebrazione efficace: la liturgia deve essere vera, aperta, gioiosa, inclusiva, radicata nella comunità e atta a favorire la partecipazione, basata sulla creazione, fedele al modello dell’incarnazione; deve altresì prestare attenzione agli emarginati ed evitare qualsiasi confusione.

La lunga Postfazione all’edizione italiana (pp. 131-144) del liturgista-pastoralista Alberto Dal Maso, è un ottimo e appassionato commento all’opera. Dal Maso rincara la dose propinata da O’Loughlin; ne raccomando la lettura. Credo che il problema, oggi molto sentito, è come coniugare il rispetto al rito proposto dalla Chiesa e una sua celebrazione che coinvolga i fedeli e li aiuti a percepire la vicinanza di Dio che salva. A p. 31. l’Autore conclude il suo discorso sul ruolo delle rubriche con la seguente affermazione: “una liturgia può ottenere il massimo dei voti per il rispetto delle rubriche (ma lasciando il popolo di Dio indifferente), mentre ci sono liturgie che raggiungono davvero il bersaglio, pur essendo zeppe di errori rubricali”. Certamente, questo può accadere. Le rubriche devono guidare lo svolgimento della celebrazione, ma non sono una camicia di forza e non tutte hanno lo stesso valore. Interpretare il rito proposto dal libro liturgico è un’arte non facile.