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domenica 14 luglio 2019

COS’È IL SACRAMENTO?






Mario Florio, Sacramento (Le Parole della Fede), Cittadella, Assisi 2019. 145 pp. (€ 12,50).



Il sacramento costituisce il punto cruciale della comunicazione tra Dio e l’uomo in Gesù Cristo. Ma che cos’è il sacramento? La teologia si è più volte incaricata di delineare un quadro teorico di comprensione di questa realtà. In relazione a questa operazione, il Movimento liturgico ha riportato al centro la peculiarità dell’azione liturgica. L’itinerario proposto vuole mostrare una nuova approssimazione al sacramento tenendo conto di alcune costanti tipiche dell’esperienza umana nel suo dirsi all’interno dello spazio liturgico ed ecclesiale.

(Quarta di copertina)



Dopo una Introduzione di cinque pagine, il volume è diviso in quattro capitoli: Nelle Sante Scritture; Nella tradizione della Chiesa; Dire il sacramento oggi; Per una sintesi.



Opera erudita con un linguaggio talvolta di non facile comprensione.

venerdì 12 luglio 2019

DOMENICA XV DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 14 Luglio 2019





Dt 30,10-14; Sal 18 (19); Col 1,15-20; Lc 10,25-37



Il Sal 18 celebra la Sapienza di Dio, che ordina e regge l’universo e dirige e vivifica lo spirito e il cuore dell’uomo. La seconda parte dell’inno, da cui è tratto l’odierno salmo responsoriale, è un testo didattico sulla legge. L’autore tesse l’elogio della legge divina: essa è pura, radiosa ed eterna; rinfranca l’anima e dona saggezza ai semplici. La legge fondamentale dell’alleanza, cioè il Decalogo, è detta semplicemente nella Bibbia “le dieci parole” (Es 34,28; Dt 4,13; 10,4). All’uomo che cerca il perché del mondo, della vita, Dio offre la sua Parola. E’ Parola viva, sicura, indirizzo per la nostra esistenza; Parola divenuta persona, uno di noi, Gesù il nostro Salvatore. In Cristo Gesù la legge è stata adempiuta una volta per tutte (cf. Mt 5,17). Perciò per il cristiano l’osservanza della legge si risolve in un rapporto personale d’amore con Cristo e con i fratelli. 


Il tema del comandamento dell’amore vicendevole di cui parla il brano evangelico ci viene proposto più volte lungo l’anno liturgico. Si tratta della legge fondamentale del credente, quella legge di cui Mosè tesse le lodi nella la prima lettura. Alla domanda del dottore della legge su che cosa debba egli fare per ereditare la vita eterna, Gesù non risponde ma rimanda l’interlocutore a ciò che sta scritto nella Legge di Mosè e che lo stesso dottore della legge riassume bene così: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Partendo dall’amore di sé e da quello di Dio, diventa autentico l’amore per l’altro. Diversamente, c’è il pericolo di amare il prossimo, presentandogli il conto. La novità però dell’insegnamento di Gesù sta nella risposta alla seconda domanda formulata dallo scriba: “chi è il mio prossimo?”, questione dibattuta dal rabbinismo. A questa domanda Gesù risponde con la splendida parabola del Samaritano. Con questa parabola Gesù invita a superare ogni diatriba teorica ed evasiva sul contenuto reale da dare al termine “prossimo”: ogni uomo che si trova in bisogno, sia esso amico o nemico, è “prossimo” a tutti gli altri uomini che, in qualsiasi maniera, vengono in contatto con lui.  


Cosa fa il Samaritano? Prima di tutto si ferma perché si muove a compassione, che qui è vero amore. Per chi ha sempre troppo da fare, preso dai propri interessi, fermarsi per interessi altrui significa accorgersi che esiste un altro, che soffre e che è nel bisogno. In secondo luogo, si fa vicino all’uomo sofferente, non solo fisicamente ma anche con una vicinanza affettiva: se i cuori sono distanti, la vicinanza fisica non serve. In terzo luogo, si prodiga nei primi aiuti, cioè si rimbocca le maniche e offre un aiuto concreto. Finalmente, il buon Samaritano si assicura che il suo assistito possa ricuperarsi pienamente dalla disavventura. Non si accontenta di fare una buona azione, ma si preoccupa dell’individuo incontrato per caso affinché questi possa ritornare alla vita normale. 


Nella seconda lettura si parla di Cristo “immagine del Dio invisibile”, espressione perfetta del volto del Padre, e perciò anche del suo amore infinito. Nel malcapitato i Padri vedono l’umanità peccatrice e nel buon Samaritano vedono il Cristo, che su tale umanità si china per prendersene cura. In Cristo Dio si è fatto “vicino” (cf Rm 10,5-10) e in lui e con lui è possibile amare il prossimo. Nell’eucaristia “l’agape di Dio viene a noi corporalmente per continuare il suo operare in noi e attraverso di noi. Solo a partire da questo fondamento cristologico-sacramentale si può capire correttamente l’insegnamento di Gesù sull’amore” (Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 14).


domenica 7 luglio 2019

LA LITURGIA COME EVENTO LUDICO





“… Non appena si trasgrediscono le regole, il mondo del gioco immediatamente crolla. Tutto ciò appare pazzesco o incomprensibile solo a chi non ha mai visto con quale serietà i bambini stabiliscono le regole dei loro giochi, ad esempio come tutti debbano tenere le mani così e così…, il significato di un certo bastoncino o di quell’albero (e solo di quello) in un particolare gioco.


Lo stesso fa la liturgia imponendo severissime leggi che devono regolare il santo gioco che l’uomo gioca dinanzi a Dio. Può comprendere la liturgia chi non si scandalizza di ciò e sa – di contro ad ogni pragmatismo utilitaristico anche di tipo catechetico o morale – che agire liturgicamente significa davvero “diventare come bambini” (Mt 18,3), fedeli alla parola di colui che da Verbo si è fatto bambino…”



Fonte: Silvano Zucal, La liturgia come evento ludico in Romano Guardini, in Juan Rego (ed.), Incontri con Romano Guardini. A cento anni da “Lo Spirito della Liturgia”, EDUSC, Roma 2019, p. 119.


sabato 6 luglio 2019

DOMENICA XIV DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 7 Luglio 2019






Is 66,10-14c; Sal 65 (66); Gal 6,14-18; Lc 10,1-12.17-20



Le tre letture parlano della salvezza, della realtà nuova che Dio ha operato in noi. Nel vangelo vediamo che Gesù invia i suoi settantadue discepoli (tanti quanti sono le nazioni pagane secondo Gn 10) in missione di “pace”, a “curare i malati” e ad annunciare: “E’ vicino a voi il regno di Dio”. Che cos’è il regno di Dio? Per rispondere a questa domanda, iniziamo dalla prima lettura, la quale riporta un brano profetico pronunciato in un momento difficile per la storia d’Israele: dopo l’esilio di Babilonia, la situazione di coloro che sono ritornati a Gerusalemme è disperata; praticamente c’è penuria di tutto. E’ il momento impegnativo della ricostruzione. In questo contesto, il profeta annuncia un futuro di gioia e di benessere. Quale rapporto ha tutto ciò col regno di Dio? Quando la Bibbia parla del regno di Dio usa un concetto molto generale. Esso comprende anche l’appagamento di quei desideri umani che sorgono nei cuori degli uomini e nutrono le speranze dei popoli specie nei momenti di prova. Così si oppongono al regno di Dio la malattia, la morte, la povertà opprimente, la fatica, l’oppressione politica e sociale, la guerra. Possiamo quindi affermare che quando il profeta consola i rimpatriati da Babilonia e annuncia un futuro migliore, la prospettiva di fondo è quella del regno di Dio, quella situazione ideale di salvezza che l’uomo spera di poter raggiungere. Ciò che è tipicamente cristiano del regno di Dio è che il raggiungimento di un tale traguardo non è sperato solo in quanto frutto dell’opera umana, ma come dono che Dio ha promesso definitivamente per mezzo di Cristo.



Nel brano della seconda lettura, san Paolo annunzia al centro del suo vangelo la croce di Cristo, sorgente dell’essere “nuova creatura”. Il regno di Dio, di cui stiamo parlando, si realizza anche attraverso la via della croce. La croce assume in sé tutta la violenza dell’uomo, anzi essa è il risultato tenebroso dell’azione stessa di satana; ma nello stesso tempo la croce afferma la vittoria definitiva dell’amore di Dio sulle tenebre del peccato e della morte. E’ solo la conformità esistenziale alla croce, che ci unisce intimamente al Cristo glorioso.



Il messaggio di questa domenica lo si può riassumere in tre immagini: la gioia che scende su Gerusalemme, di cui parla il profeta, e anche la gioia che, secondo il vangelo, riempie il cuore dei settantadue discepoli al ritorno della missione; la cura dei malati come segno del regno di Dio che è vicino; la croce che ci rende partecipi della passione di Cristo e non veniamo meno perché sappiamo di essere partecipi anche della sua forza e della sua risurrezione. Tre immagini della salvezza, della realtà nuova, della nuova creatura, del regno di Dio.


martedì 2 luglio 2019

La riscoperta della creatività in liturgia: in dialogo con M. Augé










Pubblicato il 1 luglio 2019 nel blog: Come se non



Dopo il primo scambio di osservazioni  intorno agli abusi, M. Augé ha replicato con un suo nuovo testo ( qui) nel quale precisa ancora meglio in quale senso si trovi su una posizione diversa da quella da me espressa nell’articolo su RPL da cui è scaturita la discussione. Mi pare che per M. Augé rimanga una sorta di “veto” sulla creatività, che egli teme scivoli sul versante di un pericoloso soggettivismo. Non essere creativi sembra la garanzia della oggettività liturgica.

Ciò che vorrei aggiungere, dal mio punto di vista, non vuole essere una prosecuzione della discussione, ma uno spostamento della questione, favorita da alcune precisazioni.

La prima precisazione riguarda quello che ho scritto sul rapporto tra “ritus” e “norma”. Io non oppongo affatto il rito alla norma, o la norma al rito. So bene che in alcuni casi il rito si adatta alla norma, e in altri è la norma ad adattarsi al rito. Sarebbe ingiusto e astratto pensare ad un primato dell’uno sull’altra o viceversa. Ma ciò che mi sta a cuore è difendere, nel modo più forte, il diritto di una “liturgia creativa”, non come scivolamento nel soggettivismo, ma come una esigenza intrinseca ad ogni atto rituale vero. Ciò che forse ci distrae è la figura tridentina e postridentina della “cerimonia”, che pretende una “mera applicazione” da parte di “sacerdoti-funzionari”. Questo immaginario è ancora molto forte. Ma ha subito di recente diverse profonde modificazioni. Perché mai non vi può essere solo una “preghiera eucaristica” ma ve ne sono tante diverse? E se nella storia abbiamo costruito tante altre “anafore” perché mai dovrebbe essere questa nostra generazione bloccata solo nel ripetere ciò che altri hanno creato?

Io penso che questa convinzione affondi le sue radici in una lettura non completa della tradizione. Prima il ML e poi la RL hanno riaperto in nostro rapporto con l’atto di culto. E la fedeltà alla tradizione passa ora non solo più per la obbedienza, ma per la celebrazione. Questa non è la nostra novità, ma è la ripresa di ciò che hanno fatto i cristiani per almeno un millennio, per poi disimparare e infine per arrivare a autocensurare ogni atto creativo, sotto la pressione di un “oggettività” che diventa “mera ripetizione del passato” e per questo appare problematica. Nella liturgia non può esservi solo “passato”.

Io credo che le ragionevoli posizioni di Matias possano, anche oggi, essere fraintese. Addirittura potrebbero essere utilizzate con molta facilità da quei settori ecclesiali, che agli inizi del nuovo millennio hanno scritto il “capolavoro della lotta agli abusi” che è stato “Redemptionis sacramentum”. Quel testo, come sappiamo bene, era stato progettato, agli inizi, per “vietare l’uso della espressione assemblea celebrante”. Poi nel testo finale del documento entrò, per fortuna, una versione “minore” di quella intenzione, che raccomandava di usare “con cautela” la espressione assemblea celebrante. Io penso che senza usare “senza cautela” assemblea celebrante, ma anzi facendola diventare la parola-chiave del nostro modo di celebrare, non riusciremo né a ridimensionare la “ossessione da abuso” né a promuovere davvero nuovi usi, diversi da una serie di individui “obbligati ad eseguire norme”, e davvero simili ad un popolo che si raduna per celebrare la salvezza in Cristo.

Ecco, io penso che un giusto concetto di “creatività”, che superi le paure della sua identificazione con il soggettivismo, sia una “condicio sine qua non” per una vera recezione della Riforma liturgica. Forse su questo con Matias restiamo su posizioni diverse. Lui ritiene che sia possibile celebrare in modo “puramente oggettivo”: per me questo è un ideale scaturito da un contesto storico segnato dal sospetto verso il soggetto, e che oggi deve essere gradualmente superato.



NOTA. Pubblico quest’ultimo testo del prof. Andrea Grillo, in cui egli conferma quanto ha affermato sulla “creatività” liturgica nei post precedenti. Credo che le posizioni di Grillo e le mie al riguardo siano abbastanza chiare. Certamente, avrei ancora delle precisazioni da chiedere e delle domande da fare. Ma è meglio per ora fermarsi qui. Più avanti nel tempo avremo occasioni per riprendere il dialogo, che con Andrea è sempre arricchente. M. Augé 


domenica 30 giugno 2019

UNA RILETTURA DI GUARDINI





Juan Rego (ed.), Incontri con Romano Guardini. A cento anni da “Lo spirito della liturgia” (Biblioteca di Iniziazione alla Liturgia 5), EDUSC, Roma 2019. 182 pp.


Questo volume vuole aiutare ad una rilettura interdisciplinare dell’opera di Romano Guardini Lo spirito della liturgia cent’anni dopo la sua pubblicazione. L’ordine dei contributi segue la sequenza dei capitoli ideati da Guardini.


La diversità di prospettive da parte degli autori risponde al desiderio di offrire esempi concreti di “incontri”, che possano ispirare i lettori nel loro confronto intellettuale con una delle opere più note del Movimento Liturgico.


Contributi di: Randifer Boquiren, Pilar Rίo, Juan Rego, Albert Gerhards, Silvano Zucal, Graziano Borgonovo, Ivica Zizic.

sabato 29 giugno 2019

DOMENICA XIII DEL TEMPO ORDINARIO (C) – 30 Giugno 2019






1Re 19,16b.19-21; Sal 15; Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62



Chi sceglie Dio non rimane deluso. Ce lo ricorda il messaggio della presente domenica, che è un invito a seguire il Signore Gesù, a fare di lui il punto centrale di riferimento nella nostra vita.


La prima lettura racconta la vocazione di Eliseo. La chiamata giunge ad Eliseo nell’ordinario della vita quotidiana: mentre Eliseo arava il campo, Elia, “passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello”. Il mantello è segno di colui che lo indossa, prolungamento della sua personalità. Nel caso di Eliseo, la consegna del mantello significa la trasmissione del carisma profetico. Ma non è il semplice mantello a fare il profeta. Dio attende la risposta di Eliseo, il quale lascia i suoi buoi e corre dietro Elia. Sulla stessa lunghezza d’onda si pone il brano evangelico, soprattutto nella sua seconda parte. San Luca racconta di tre che vogliono seguire Gesù e diventare suoi discepoli. Che significa seguire Gesù, diventare suoi discepoli? E’ lo stesso Gesù a spiegarlo e a indicarci le condizioni per seguirlo. Al primo che si avvicina a lui con volontà di seguirlo, Gesù risponde: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. Seguire Gesù significa distacco dalle cose e dagli appoggi umani e materiali. E’ necessaria poi la prontezza e l’abbandono del passato, come ricorda il Signore al secondo che intende seguirlo affermando al tempo stesso che prima vuole andare a seppellire suo padre. Finalmente, chi sceglie il Cristo lo fa definitivamente, per sempre. Sul cammino di colui che diventa discepolo di Gesù c’è una chiamata che spezza i legami con il passato e traccia un nuovo e definitivo percorso per il futuro. Possiamo constatare come Gesù sia più esigente che Elia. Ad Eliseo concede di andare a salutare i familiari e allestire un banchetto di commiato da quelli del suo clan; il distacco è quindi progressivo. Gesù invece vuole una risposta immediata e senza ripensamenti di nessun genere. Con la venuta del Messia, non si è più nel tempo dell’attesa ma in quella del compimento.


Tutti, ciascuno nel proprio stato di vita, siamo chiamati a seguire Gesù. Ciò comporta una scelta radicale, che non si addice a forme di compromesso, o ad esigenze parallele o contrarie al vigore della proposta che ci viene fatta. Seguire Gesù significa collocarlo al primo posto tra i nostri interessi, prima ancora dei vincoli di sangue, dei rapporti affettivi (cf. Mt 10,37). Ma seguire Gesù significa soprattutto avere la certezza che, oltre il cammino pietroso, vi è la felicità della vita vera: “chi segue me avrà la luce della vita” (Gv 8,12: canto al vangelo). La risposta alla chiamata la diamo ogni giorno, sempre che cerchiamo di essere fedeli al vangelo. E’ una risposta che si dà nella gioia libera e totale dell’amore: nella seconda lettura, Paolo dice che “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi”. La libertà non si conquista, è un dono che viene dall’alto, ma è altrettanto un impegno concreto. Il discepolo di Gesù è un uomo libero che aderisce a Dio attraverso lo Spirito con tutto il suo cuore e la sua anima. Solo chi segue il dinamismo dello Spirito è libero, perché attingendo alla fonte profonda dell’amore, vive in armonia con se stesso, con gli altri e con Dio.