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domenica 19 maggio 2019

IL RITO SIRO-ANTIOCHENO






Stefano Rosso, Il Rito siro-antiocheno. Sacramenti e sacramentali. Tempi e feste. Libri liturgici (Monumenta Studia Instrumenta Liturgica 78), Libreria Editrice Vaticana 2018. 1066 pp.



Il Prof. Stefano Rosso ci offre un altro grosso volume sulle liturgie orientali, dopo quelli sul Rito bizantino (pubblicato nel 1910) e il Rito copto (pubblicato nel 2016). In questo caso, si tratta di un possente studio sul Rito siro-antiocheno. È certamente un rito meno noto, ma importante perché è la liturgia madre, in stretta derivazione dalla liturgia sinagogale giudaica, in quanto Antiochia è la Chiesa secondogenita dopo Gerusalemme, e ha avuto anche un ruolo missionario decisivo nella diffusione del cristianesimo.



La parte introduttiva riguarda l’intero mondo siriano e la sua famiglia di riti, occidentali (versante mediterraneo) e orientali (versante mesopotamico) e cristiani di san Tommaso (Kerala, India). I primi due ampi capitoli spaziano sulla storia, la teologia e la liturgia dell’intero mondo siriano cristiano, compreso quello dell’India del sud. Dal capitolo III – la parte liturgica sistematica – si procede soltanto con il rito di Antiochia, anche se si tiene conto doverosamente degli altri riti della Chiesa di Oriente.

sabato 18 maggio 2019

DOMENICA V DI PASQUA (C) – 19 Maggio 2019






At 14,21b-27; Sal 144 (145); Ap 21,1-5°; Gv 13,31-33a.34-35

         

Il Tempo di Pasqua è un tempo di rinascita della vita. Perciò si addice a questo periodo dell’anno la riflessione sulla novità cristiana. Questo potrebbe essere l’argomento unificatore delle tre letture bibliche proclamate oggi. La prima lettura parla delle nuove comunità di cristiani, le prime che sotto l’azione dello Spirito e per mezzo della predicazione di san Paolo e san Barnaba sorgono al di fuori del mondo strettamente ebraico. Il brano evangelico ricorda che queste e le altre comunità cristiane sono chiamate ad esprimere il comandamento nuovo dell’amore vicendevole. La seconda lettura ci rivela una umanità trasfigurata, la comunità futura, in cui la novità cristiana sarà pienamente realizzata, una comunità in cui “non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno”. Bandito tutto ciò che di negativo avvilisce la vita dell’uomo, si apre il rinnovamento messianico in una comunione faccia a faccia con Dio, in una pienezza di vita individuale e comunitaria. La comunità presente e quella futura sono, però, raccordate da un dato comune, l’amore, di cui ci parla Gesù nel brano evangelico. Si diventa cittadini della città futura in forza dell’amore. È per questo che la Gerusalemme celeste ci viene presentata anche sotto il simbolo della “sposa”.  

Il vangelo ci propone la prima parte dei “discorsi di addio” di Gesù, in cui egli, come un padre che sta per lasciare i suoi figli, trasmette ai discepoli la sua eredità: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi…”. La vera novità di questo comandamento non è nell’ “amatevi”, ma nel “come io ho amato voi”. L’amore di Gesù per noi è motivo e misura del nostro amore per i fratelli. La realizzazione concreta del precetto dell’amore è la comunione, la comunità. Solo allora le parole di Gesù “amatevi gli uni gli altri” cessano di essere una espressione astratta. Possiamo affermare che la qualità del nostro amore è da ricercare nella capacità che noi abbiamo di condividere la nostra vita con quella dei nostri fratelli, nella capacità cioè di creare comunione. L’amore di carità però non ha confini e va vissuto con i vicini e i lontani.

In ogni caso, però, bisognerà aver presente che la comunità cristiana continua a vivere nella storia e della storia continua a soffrire tutti i limiti e le ambiguità. Il nostro amore su questa terra resterà sempre peccatore, le nostre comunità imperfette. L’amore in questo mondo ha una sua fragilità e un suo limite intrinseci. È necessaria quindi la costanza nel percorrere gli ideali sublimi che ci vengono proposti dalle parole di Gesù. Ma è necessaria anche la speranza affinché non si spenga nel nostro cuore il desiderio di un amore vero, pieno e generoso. Solo così avremo un forte incentivo per crescere giorno dopo giorno nel dono di noi stessi agli altri. La dimensione più evidente dell’eucaristia è quella del convito, aspetto che ben esprime il rapporto di comunione che Dio vuole stabilire con noi e che noi stessi dobbiamo sviluppare vicendevolmente.

domenica 12 maggio 2019

LUTERO E LA PRESENZA DI CRISTO NELL’OSTIA CONSACRATA






Lutero non si stancava mai di ripetere che la presenza di Cristo nell’ostia è reale ma lo è solo durante la cerimonia della comunione. Tuttavia, nel 1543 circolò la voce che un sacerdote a Eisleben, dopo il servizio religioso, durante il pranzo aveva bevuto del vino consacrato. La notizia suscitò un’accesa discussione su quanto tempo Cristo resti presente nei sacramenti; inizialmente, infatti, Lutero aveva ipotizzato che la presenza di Cristo negli elementi della comunione durasse soltanto una o due ore dopo il culto, in modo che si avessi il tempo di portare l’ostia fuori dalla chiesa, ai malati o ai moribondi. Ora si vide costretto a precisare meglio la questione. La presenza di Cristo -sostenne- non inizia e finisce in un solo istante, matematicamente determinabile, ma ha una durata. Comincia “con l’inizio del Pater Noster e continua sinché tutti hanno preso la comunione, il vino è stato bevuto, le ostie mangiate, i fedeli congedati e il sacerdote ha lasciato l’altare”.

Un vero e proprio culto dell’ostia consacrata al di fuori della cerimonia era dunque escluso, ma anche Lutero riconosceva di inginocchiarsi “propter reverentiam”, in segno di rispetto, quando viene portata l’ostia, e anche per lui le particole consacrate non devono essere buttate, bensì mangiate dai sacerdoti. Il vino versato doveva essere accuratamente asciugato con un panno. Nel 1530 Gabriel Zwilling chiese consiglio a Lutero su cosa fare di un’ostia che era rimasta “in bocca a un moribondo, proprio sulla lingua”. Anche se l’ostia non è in sostanza che una sfoglia di grano, Lutero gli consigliò, come nel Medioevo, di bruciarla.


Fonte: Anselm Schubert, Pasto divino. Storia culinaria dell’eucaristia, Carocci editore, Roma 2019, pp. 96-97 (le note non sono state riprodotte).

venerdì 10 maggio 2019

DOMENICA IV DI PASQUA (C) – 12 Maggio 2019






At 13,14.43-52; Sal 99 (100); Ap 7,9.14b-17;  Gv 10,27-30

         

La bontà e la fedeltà di Dio si sono manifestate pienamente in Cristo, ed egli, nostro pastore, con la morte e risurrezione, ci ha fatto “suo popolo e gregge del suo pascolo”. Cristo è il pastore che porta ai pascoli della vita. E’ su questa immagine che insiste particolarmente la liturgia odierna.
Nel brano evangelico, Gesù si presenta come il vero pastore dell’umanità, che stabilisce uno stretto rapporto di conoscenza  o esperienza, di unione e intimità con l’uomo, lo guida e lo conduce alla vita eterna. La seconda lettura ci riporta alla fase finale del regno, a quella celeste, quando il gregge di Cristo avrà già raggiunto i pascoli eterni e sarà una moltitudine immensa, che nessuno può contare; l’Agnello immolato e vittorioso sarà il loro pastore e tergerà ogni lacrima dai loro occhi. Nel frattempo la Chiesa, seguendo l’esempio degli apostoli (cf. prima lettura), continua ad annunciare a tutte le genti “sino all’estremità della terra” la salvezza in Cristo. 

Per meglio capire le parole di Gesù che si presenta come buon pastore, bisogna tener conto del contesto più generale in cui egli ha fatto questa affermazione. Con l’immagine del buon pastore, Gesù intende rispondere in qualche modo a coloro che gli chiedono insistentemente se sia lui il Messia. Per i suoi interlocutori il Messia era considerato perlopiù una sorta di figura politica, un personaggio di potere. Il Signore invece scegliendo l’immagine del buon pastore rivela in quale altro modo inatteso egli sia il Messia. Egli non avanza pretesa alcuna di dominio sull’uomo, ma solo una proposta di amore e di servizio che arriva fino al dono della vita.

Il Figlio di Dio, facendosi uomo, si è avvicinato ad ogni uomo, lo ha chiamato per nome, lo ha amato con cuore di uomo fino a dare la propria vita per quest’uomo. Quando Gesù dice: “Io dò loro la vita eterna” non parla di qualcosa di esterno. La “vita eterna” nel vocabolario di Giovanni è semplicemente un sinonimo di “vita divina”, quindi di partecipazione alla stessa esistenza del Pastore. Possiamo ricordare al riguardo una ardita affermazione di sant’Agostino: quando egli intende esprimere il mistero di comunione che si stabilisce tra Dio e l’uomo redento, afferma con una bellissima espressione che Dio è “più intimo a me di me stesso”. Scoprendoci nel cuore di Dio, smetteremo di restare ripiegati sulle nostre piccole paure.

Gesù afferma che egli “conosce” le sue pecorelle, cioè Gesù entra nella profondità personale della creatura amata che gli risponde con l’ascolto e l’adesione della fede. Infatti “ascoltare” è per l’uomo apertura esistenziale all’altro, è attenzione alla sua persona prima ancora che alle sue parole. Un uomo che non ascolta, che non è disposto ad aprirsi e a ricevere nulla dall’altro, non sarà in grado poi di comunicare, di dare qualcosa all’altro, agli altri. La domenica del buon pastore ci riporta ai pastori della Chiesa. Il Signore chiama, ha bisogno di uomini e donne che si dedichino in modo particolare all’annuncio del vangelo radunando la comunità attorno alla mensa della Parola e dell’Eucaristia e donando a piene mani il perdono e la tenerezza di Dio.

domenica 5 maggio 2019

STORIA CULINARIA DELL’EUCARISTIA






Anselm Schubert, Pasto divino. Storia culinaria dell’eucaristia (Sfere 144), Carocci editore, Roma 2019. 227 pp. (€ 22,00).

Ansel Schubert è un teologo che insega Storia della Chiesa all’Università Friedrich – Alexander di Erlangen – Norimberga.

Indice dell’opera:

Parte prima Il pane e il vino dei cristiani: il culto del pasto nel cristianesimo delle origini (sino al 120); il pasto cultuale nella Chiesa antica (120-440); stati e tribù (400-800).

Parte seconda Il pane e il vino della Chiesa: la clericalizzazione delle sostanze (800-1050); una cultura eucaristica (1050-1525).

Parte terza Il pane e il vino della fede: la disputa sul corpo di Dio (1525-1830); il corpo di Dio nell’epoca industriale (1830-1970); il ritorno della varietà (dal 1970).

Epilogo il “cocco della vita”, un futuro antico.

Seguono: ringraziamenti; glossario; note; bibliografia, indice dei nomi.

sabato 4 maggio 2019

DOMENICA III DI PASQUA (C) – 5 Maggio 2019






At 5,27b-32.40b-41; Sal 29 (30); Ap 5,11-14; Gv 21,1-19

         

Per cogliere in modo unitario il messaggio delle tre letture odierne, partiamo dal vangelo, dove vediamo che Pietro, riabilitato e confortato dalla presenza e dalle parole del Risorto, riscopre la sua vocazione di “pastore”. Il brano degli Atti (prima lettura) ci racconta come gli apostoli ritornano a predicare con gioia Cristo risorto nonostante gli insuccessi e le ripetute proibizioni del Sinedrio. Finalmente il brano dell’Apocalisse (seconda lettura) ci rassicura che Cristo ha riportato la vittoria sulla morte ed ora riceve la lode di tutte le creature. Niente ci deve quindi scoraggiare dal servizio al vangelo: né le difficoltà della fede né la persecuzione.

La predicazione apostolica produce l’immancabile reazione del Sinedrio, al tempo autorità religiosa e anche politica. Imprigionati e miracolosamente liberati, gli apostoli si recano di nuovo nel tempio a testimoniare pubblicamente il loro Signore. Al sommo sacerdote, presidente del tribunale del Sinedrio, che ricorda a Pietro la proibizione di insegnare nel nome di Gesù, l’Apostolo risponde coraggiosamente a nome di tutti: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”. “Obbedire” nella Bibbia è sinonimo di “credere”; perciò Pietro afferma la forza critica della fede nei confronti dell’autorità umana, politica o religiosa, quando essa si arroga dignità e ruoli che non rispettano la libertà della coscienza. Il conflitto della comunità apostolica con il potere giudaico prolunga quello che ha condotto Gesù alla passione e alla morte in croce. Ma Cristo ha vinto la morte! La testimonianza degli apostoli poggia su questa certezza, a tal punto che essi sono “lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù”.

Testimoniare Cristo risorto è compito della Chiesa nel suo insieme, di tutti i cristiani. Ma per testimoniare Cristo è necessario fare anzitutto esperienza di lui, percepire la sua presenza, e incontrarlo nella nostra vita. Notiamo che gli apostoli incontrano il Signore risorto mentre sono al lavoro ed è qui che vengono richiamati al loro impegno di testimoniare dinanzi agli uomini il vangelo di Gesù. La testimonianza e l’esperienza del Cristo si collocano quindi all’interno della vita quotidiana, familiare e di lavoro. Questa testimonianza non è senza sofferenza e croce. Bisogna abituarsi a portare giorno dopo giorno la croce della testimonianza della propria fede senza perdersi d’animo. Ciò significa che la nostra testimonianza deve essere ferma ma non arrogante, decisa ma non provocatoria, umile ma non masochista, una testimonianza d’amore e non di privilegio, una testimonianza nel nome del Signore Gesù e non nel nome proprio.

In modo del tutto particolare, il Signore continua a manifestarsi a noi nell’eucaristia perché, riconoscendolo nei segni sacramentali, possiamo “proclamare davanti a tutti che Gesù è il Signore” (orazione colletta alternativa).

domenica 28 aprile 2019

LA MESSA ADATTATA ALL’INDOLE DEL POPOLO CONGOLESE






Il 30 aprile del 1988 la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti approvò il nuovo Ordinario della Messa adattato all’indole e caratteristiche del popolo congolese. La scorsa Domenica di Pasqua ho partecipato alla Messa nella chiesa della Natività di Gesù (“Deo Infanti sacrum” è scritto nell’architrave della chiesa), in cui la comunità congolese di Roma si raduna per le celebrazioni liturgiche. 


Musiche, colori, grande partecipazione con movimenti ritmici, danze e gesti vari. Tutto l’essere rende culto, e non solo lo spirito: espressioni corporali, orali, musicali, plastiche, decorative. La celebrazione è iniziata con la processione del presbitero celebrante con i diversi ministranti presieduta dalla Croce. Il coro ha cantato più volte e con entusiasmo l’Alleluia con una musica travolgente. 


La celebrazione è pervasa da un senso di comunione molto forte, tipico della vita dell’africano: comunione degli uomini con Dio e tra loro, tra i vivi e i defunti, tra gli uomini e il cosmo. Mi ha colpito, in modo particolare, la danza intorno all’altare durante il Gloria. Il presbitero celebrante (con l’incensiere in mano) e i diversi ministranti girano più volte intorno all'altare a ritmo di danza. Questa danza intende manifestare la volontà di comunicare alla forza vitale che proviene dall’altare del sacrificio di Cristo. Da notare anche che i fedeli tengono le mani alzate durante le preghiere sacerdotali; un modo per manifestare la comunione con la preghiera del sacerdote che presiede la Messa.


Sono alcune delle sensazioni che ho percepito durante la celebrazione. Mi sono domandato: i cosiddetti abusi, che purtroppo non mancano nelle celebrazioni liturgiche, non sono forse un segno che le nostre assemblee hanno bisogno di qualcosa di simile (naturalmente, "mutatis mutandis") a quello che ho visto e sperimentato nella piccola chiesa della Natività di Gesù? Alcuni diranno che in questo modo si rischia di celebrare sé stessi, di ridurre la Messa ad una festa “orizzontale”, in cui il mistero non occupa il posto centrale. Forse, talvolta…, ma il problema rimane.


M. A.