Translate

domenica 19 agosto 2018

PENITENZA E PENITENZIERIA






Manlio Sodi – Alessandro Saraco (edd.), Penitenza e Penitenzieria nel “secolo” del Concilio di Trento. Prassi e dottrine in un mondo più largo (1517-1614) (Monumenta Studia Instrumenta Liturgica 76), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2016. 288 pp. (€ 20,00)



Introduzione (Manlio Sodi – Alessandro Saraco).

Prassi penitenziali in Occidente e Oriente: dalla penitenza pubblica alla penitenza tariffata (Lorenzo Lorusso).

Il Concilio di Trento, tra permanenze e discontinuità (Wojciech Giertych).

Das Trienter Bussdekret und die Theorie und Praxis der Busse bei Martin Luther und Johannes Calvin (Andreas Stegmann).

Le indulgenze: definizione della problematica (Rino Fisichella).

L’insegnamento del Concilio di Trento sulla penitenza (Bernard Ardura).

La Penitenzieria al “secolo” del Concilio di Trento (Alessandro Saraco).

La  Penitenzieria Apostolica e i casi matrimoniali prima e dopo il Concilio di Trento (Kirsi Salonen).

L’istituzione dei seminari (Simona Negruzzo).

Predicazione e prassi pastorale penitenziale (Samuele Giombi).

Dilatatio Ecclesiae: dal Catechismus ad Parochos ai catechismi per i confessori in Messico e in Perù. Spunti e suggestioni sulla manualistica e sulla prassi pastorale nella Chiesa Latinoamerica del XVI secolo (Filippo Lovison).

Tra lex credendi e lex vivendi la prassi della lex orandi: i “Rituali” del secolo XVI e la riforma del Rituale Romanum (1614) (Manlio Sodi).

Conclusioni (card. Mauro Piacenza).

venerdì 17 agosto 2018

DOMENICA XX DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 19 Agosto 2018






Prov 9,1-6; Sal 33 (34); Ef 5,15-20; Gv 6,51-58



Il tema centrale d’oggi è l’eucaristia, che in questa domenica viene proposta come comunione. Le letture bibliche ci aiutano quindi ad approfondire il significato del comunicarsi.



Con un’immagine poetica la prima lettura presenta la sapienza di Dio come una persona che prepara un sontuoso convito di festa per tutti gli uomini disposti ad abbandonare ogni stoltezza. L’immagine del banchetto per esprimere la relazione vitale del popolo eletto con Dio attraversa tutta la Bibbia e acquista il suo pieno significato alla luce del banchetto eucaristico che raduna tutti coloro che amano Dio e la sua giustizia.



Nel brano evangelico ritroviamo la tematica del “pane vivo, disceso dal cielo”, presente già domenica scorsa e oggi riproposta nel suo pieno senso eucaristico. Le parole di Gesù fanno reagire i giudei che si mettono a discutere tra di loro dicendo: “come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Gesù però non risponde più, ma insiste sul fatto che per avere la vita bisogna mangiare la sua carne e bere il suo sangue. Al tempo stesso però egli spiega che il rapporto di comunione vitale tra lui e quanti mangiano la sua carne è del medesimo tipo di quello che lega reciprocamente lui e il Padre: “come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Quindi, partecipare sacramentalmente all’eucaristia vuol dire mettersi in condizione di riprodurre tra noi e Cristo lo stesso tipo di rapporti che caratterizza la sua unione col Padre. In questo contesto, possiamo capire meglio l’affermazione di Gesù: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”. Non si tratta di una vita qualsiasi, ma della vita eterna, che nel vocabolario di san Giovanni indica una realtà che appartiene al mondo di Dio e che, tuttavia, viene data anche a noi. Si tratta di una vita che può dirsi divina non solo perché viene da Dio come un dono, ma perché è una partecipazione alla sua stesa vita. Noi, in altri termini, siamo introdotti nel dialogo di conoscenza e di amore che unisce il Padre e il Figlio e che costituisce la vita della Trinità. E non è solo una realtà futura (“lo risusciterò nell’ultimo giorno”), ma una realtà già presente, sia pure allo stato germinale: “rimane in me e io in lui”. Rimanere o dimorare con Dio è già possibile ora se ci apriamo alla Parola di Cristo e ci sediamo con lui alla mensa eucaristica. La futura vita eterna altro non sarà se non la comunione totale nell’incontro definitivo con Dio, di cui la comunione eucaristica è anticipazione e garanzia.



La comunione non è una specie di distributore automatico di “vita eterna”. Non basta comunicarsi materialmente. La comunione eucaristica è un gesto di fede; è vita nella misura in cui si è disponibili a lasciarsi trasformare dalla vita stessa di Cristo. Dire che Cristo è il nostro cibo significa fare di lui il fondamento della nostra vita. La seconda lettura, riprendendo il linguaggio della prima, illustra come conservare la vita nuova che ci viene donata nella partecipazione all’eucaristia: “comportandovi non da stolti, ma da saggi”. 


martedì 14 agosto 2018

ASSUNZIONE DELLA B. V. MARIA – 15 Agosto 2018 Messa del giorno


Assunta di S. Di Stasio (2015) 



Ap 11,19a; 12,1-6a.10°; Sal 44 (45); 1Cor 15,20-27°; Lc 1,39-56



La solennità dell’Assunzione della Madonna ci invita a celebrare il transito di Maria alla luce del testo evangelico che la canta quale dimora di Dio, Arca dell’alleanza recante in sé, nel proprio corpo, la presenza di Dio, e che con il Magnificat fa memoria del passaggio di Dio nella vita della sua umile serva.



Maria come l’Arca dell’alleanza è la vera abitazione di Dio sulla terra. San Luca, presentando Maria in cammino verso la montagna, non può non ricordare il cammino dell’Arca ai tempi di Davide. Un giorno il re decise di trasportarla da Baalà di Giuda a Gerusalemme. Durante il cammino Uzzà stese la mano verso l’Arca e la sostenne, perché i buoi vacillavano, e restò fulminato sul posto. Spaventato, il re disse: “Come potrà venire da me l’arca del Signore?” (2Sam 6,9). Nel brano evangelico odierno ascoltiamo Elisabetta che dice: “A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?” La somiglianza delle due frasi è evidente. Vediamo poi che Davide non volle trasferire l’Arca presso di sé, ma la fece dirottare in casa di Obed-Edom, dove rimase tre mesi e, aggiunge il testo: “Il Signore benedisse Obed-Edom e tutta la sua casa” (1Sam 6,11). Anche qui troviamo un parallelismo con l’evento narrato da Luca: Maria portò Gesù e “rimase circa tre mesi” e così fu benedetta la casa di Zaccaria.



Elisabetta, la sterile, e Maria, la vergine, si abbracciano nello stupore del Dio che opera ciò che umanamente è impossibile. Elisabetta aveva lodato Maria. Maria, invece, riconosce che tutto è opera di Dio e come Maria, la profetessa, sorella di Mosè, dopo il passaggio del Mar Rosso (Es 15,21), come Anna, dopo il dono della maternità (1Sam 2,1-10), anche la Madre di Gesù innalza la sua lode all’Altissimo. Il Magnificat è una bellissima sintesi della storia della salvezza. Maria si colloca come punto di arrivo di tutto il cammino del popolo di Dio e come punto di partenza del nuovo popolo. Nel Magnificat si denuncia la menzogna e l’illusione di coloro che si credono signori della storia e arbitri del loro destino e si va incontro a chi, come Maria, ha il cuore carico di amore e l’anima distaccata e libera. Il Dio che si rivela nel Magnificat è il Dio degli umili, dei poveri, degli affamati, degli ultimi, tra i quali Maria si riconosce: “ha guardato l’umiltà della sua serva”.



“D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”. Maria non esalta se stessa, ma il Signore che l’ha eletta a strumento del suo amore. Questa è la più grande “vittoria” di Maria: essersi lasciata possedere tutta da Dio, perché egli manifestasse in lei “la potenza del suo braccio”. La grandezza di Maria appare nel suo celebrare e riconoscere che Dio ha fatto tutto in lei, mentre lei si è limitata a credere. Maria ha osato credere allo sguardo di amore di Dio su di lei.

         

Celebrando l’Assunzione di Maria dobbiamo collocare questo evento nella “totalità” del mistero di Maria. Allora potremo percepire che in essa ci sono i destini dell’umanità. Quello che in lei è ormai una realtà pienamente posseduta, lo sarà un giorno anche per noi. Maria assunta diventa icona escatologica della Chiesa. In Maria è anticipato il destino di gloria riservato a tutti i credenti. San Paolo nella seconda lettura ci ricorda che Cristo è la primizia di questo destino. Maria è la prima di quella catena di creature che Dio vuole recuperare a sé.


domenica 12 agosto 2018

MARIA NELLA LITURGIA BIZANTINA






Rinaldo Iacopino, La Vergine Maria “Alfa e Omega” della celebrazione liturgica bizantina (Monumenta Studia Instrumenta Liturgica 77), Libreria Editrice Vaticana 2018. 202 pp.



La Madre di Dio è colei che contiene tutto il mistero di Cristo così da essere considerata il principio e la fine, “l’alfa e l’omega” della stessa celebrazione liturgica. Questo riconduce al ruolo fondamentale che Maria occupa nella storia della salvezza e che continua a protrarsi nella liturgia della Chiesa, come vuole il tradizionale “Lex orandi, lex credendi”.

Non ci sono dubbi che questa pubblicazione può essere annoverata tra gli studi moderni finalizzati al progresso del dialogo ecumenico. Essa, infatti, ci permette di conoscere maggiormente quel culto della Chiesa d’Oriente che si trova alle origini della nostra stessa liturgia occidentale. L’amore e la celebrazione della Madre di Dio permane come parte imperitura del patrimonio comune che unisce la Chiesa d’Oriente e Occidente.

Un altro motivo che caratterizza l’importanza di quest’opera è l’autorevolezza dell’autore in quanto voce viva della Chiesa cattolica di rito bizantino in Italia. Si tratta di una presenza millenaria qualche volta dimenticata dai più. Le preghiere che qui si potranno leggere e pregare sono quelle che vengono cantate nelle chiese bizantine italiane, patrimonio nazionale che dovrebbe essere riscoperto e rivalutato.

(Risvolto della copertina)


Apprezzo il contenuto del libro e ne raccomando la lettura. Mi lascia però perplesso il titolo del volume: affermare che la Vergine Maria è “Alfa e Omega” della celebrazione liturgica, mi sembra non solo ambiguo ma anche fuorviante. M. A.


sabato 11 agosto 2018

DOMENICA XIX DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 12 Agosto 2018






1Re 19,4-8; Sal 33 (34); Ef 4,30-5,2; Gv 6,41-51



La prima lettura ci racconta la disperata fuga del profeta Elia attraverso il deserto, perseguitato a morte dalla crudele e onnipotente regina fenicia, Gezabele, che dominava in Israele.  Stanco e sfinito al punto da desiderare la morte come suprema liberazione, l’angelo di Dio interviene ed il profeta viene rinvigorito da un cibo miracolosamente preparato davanti a lui. Il racconto conclude con queste parole: “Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb”, luogo natale del popolo ebraico. Anche noi nel nostro pellegrinare per il deserto della vita, specie nei momenti di stanchezza o di scoraggiamento, ci rendiamo conto che non abbiamo le forze per continuare, non ce la facciamo più, non ci basta il nutrimento terreno, abbiamo bisogno di qualcosa di più consistente, un nutrimento che ci rinvigorisca dentro.



La pagina evangelica che leggiamo oggi ci presenta, per la seconda domenica consecutiva, un brano del grande discorso di Gesù dopo il miracolo dei pani. Gesù si proclama “pane disceso dal cielo”, dato agli uomini perché “chi ne mangia non muoia” ma viva in eterno. Questo pane, se mangiato e assimilato, è sorgente in noi di una vita perenne che non teme la morte. Se Gesù si identifica con il pane della vita dato da Dio, allora vuol dire che “mangiare” significa anche “credere”. Solo così viene superata la morte. In altre parole, la vita piena e definitiva si ottiene solo mediante la fede in Cristo, anzi mediante la condivisione del destino di colui che è il pane vivo disceso dal cielo. Il brano evangelico esalta la forza trasformatrice e “divinizzante” del pane di vita, germe della nostra risurrezione. Mangiando questo pane inizia in noi la risurrezione, inizia un processo di crescita che sarà più forte di ogni deserto. Non invocheremo più il Signore perché ci faccia morire, come aveva fatto Elia; sapremo vivere la nostra morte secondo quanto insegna il mistero racchiuso in quel pane della vita.



Nella seconda lettura, san Paolo ci spiega che Gesù è diventato salvezza dell’uomo perché “ha dato se stesso per noi”. Gesù è “il pane della vita” perché è la rivelazione di Dio a noi e, più in particolare, perché ha dato tutto se stesso per la liberazione dell’uomo dal male e dal peccato. L’incarnazione storica del Figlio di Dio in Gesù Cristo, culminante nella croce con la donazione della sua vita per la nostra salvezza, si prolunga nel segno sacramentale del pane eucaristico. L’Apostolo aggiunge ancora: “camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato”. E’ un invito a diventare noi stessi “eucaristia”, dono per gli altri. Nella solidarietà reciproca, nell’impegno per gli altri, nella fede e nella speranza nonostante ogni scacco, si esperimenta e si esprime la vitale presenza di Cristo tra noi.


domenica 5 agosto 2018

L’AZIONE RITUALE FESTIVA MEDIA TRA TEMPO PRESENTE E SENSO DEL TEMPO






Avere un tempo e, più ancora, essere nel tempo è la caratteristica che distingue l’uomo dall’animale. Anticipare il futuro e ricordare il passato permette all’uomo di essere una specie animale del tutto eccezionale, perché capace di uscire dal suo presente. O, meglio, di entrare nel presente, di stare nel presente in un modo riflesso, profondo, cosciente. A differenza dell’animale, l’uomo, continuamente facendo del presente la miscela di memoria del passato e di apertura al futuro, può essere se stesso. Può affermare se stesso nel ringraziamento della relazione che lo fonda o può negare se stesso, affermandosi indipendentemente dalla relazione fondante, scadendo a ciò che teologicamente prende nome di peccato.

Il tempo è allora il poter essere della libertà, è il luogo eminente della salvezza e della perdizione, del “grazie” alla grazia o del “diritto” al peccato. L’animale, poiché è senza tempo, è anche esterno o estraneo al peccato. Non può peccare perché è fuori dal regime della possibilità. Non ha alternativa ad essere se stesso, e per questo non ha un io. L’uomo, che può dire io, può tradire quel se stesso che ha miracolosamente di fronte a sé. Proprio perché ha un poter essere futuro, l’uomo nel presente può smentire il suo passato, la sua origine.

Ma come accede l’uomo al tempo? Domanda strana, questa. Sembra quasi che l’uomo possa essere nel tempo solo a un certo punto e che non si ritrovi “naturalmente” nel tempo. Eppure, c’è un modo peculiare dell’uomo per accedere al tempo. Il passato e il futuro non sono come il presente immediato. Solo il presente “è” in senso stretto. Il passato e il futuro possono “essere” solo mediante condizioni complesse, ossia attraverso il pensiero, il linguaggio e la relazione ad altri. Pensiamo a ieri, pensiamo a domani, ma siamo nel presente. Ci pare che il tempo derivi quasi magicamente dal nostro rielaborare concettuale nella memoria e nell’anticipazione. In realtà, già Aristotele sapeva bene che il tempo, come elemento distintivo dell’uomo, deriva all’uomo non semplicemente da una caratteristica naturale del soggetto (o peggio dell’individuo), ma da una relazione sociale mediata dal linguaggio.

A partire da qui possiamo dire che non è una semplice ontologia, non è una struttura bio-fisio-psico-logica a dare il tempo all’uomo, ma una relazione con l’altro mediata corporalmente, linguisticamente e concettualmente. Tale passaggio tra la relazione sociale e il tempo vissuto è assicurato da un linguaggio determinato, dalla parola. Un’ontologia relazionale scopre così che tra pensiero ed essere non può esservi alternativa né identità, ma mediazione linguistica. Il tempo rientra – quasi come esempio principe – in questa regola, e questo vale anche per la festa, capace di mediare tra tempo del lavoro e tempo del riposo. Come il linguaggio media tra essere e pensiero, così l’azione rituale festiva media tra tempo presente e senso del tempo.



Fonte: Andrea Grillo, Tempo graziato. La liturgia come festa, Messaggero, Padova 2018, pp. 60-62.

venerdì 3 agosto 2018

DOMENICA XVIII DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 05 Agosto 2018






Es 16,2-4.12-15; Sal 77 (78); Ef 4,17.20-24; Gv 6,24-35



Noi credenti siamo talvolta tentati di trattare Dio come colui che può e magari deve risolvere i nostri piccoli o grandi problemi quotidiani. E’ ciò che è capitato ad Israele nel deserto. La prima lettura ci racconta un momento di tensione vissuto dal popolo d’Israele dopo la liberazione dall’Egitto. Inoltrati nel deserto, gli israeliti devono affrontare l’incertezza del sostentamento quotidiano. E’ in qualche modo naturale che in una tale circostanza sorga il rimpianto della situazione precedente che se non offriva la libertà, garantiva almeno un cibo sicuro, un’esistenza in qualche modo tranquilla. Dio viene incontro al suo popolo con il nutrimento misterioso della manna. Si tratta di un cibo però che è dato giorno per giorno e quindi non garantisce il domani. Israele resta nella provvisorietà e nell’incertezza, non è dispensato del quotidiano impegno per la sopravvivenza.



Nel vangelo d’oggi Gesù si rivolge alla folla che lo seguiva perché aveva visto il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. A questa folla il Signore rimprovera di non aver capito il significato del gesto da lui compiuto: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. Anche questa gente ha la tentazione di confondere la religione con un modo comodo di risolvere i problemi quotidiani. Gesù cerca di indirizzare i suoi ascoltatori verso un cibo che “rimane per la vita eterna”. E lo fa contrapponendo alla manna che gli israeliti hanno mangiato nel deserto il vero cibo che dà la vita al mondo: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete mai!”. Ecco quindi che il Signore sposta l’attenzione dei suoi ascoltatori dal pane quotidiano alla sua persona, alla sua parola, al suo insegnamento. Come disse Egli stesso al tentatore: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (canto al vangelo, Mt 4,4b). Il cibo che alimenta la vita del corpo finisce con la morte ed è quindi precario e di poco conto. Quello vero “rimane”, perché nutre in noi i valori eterni dello spirito. In altre parole, ciò che dobbiamo cercare in Gesù non è la soluzione dei problemi quotidiani, ma la forza per affrontare questi problemi e per costruire una vita che non perisca. Gesù si rivela come il dono di Dio che soddisfa in modo pieno e definitivo le esigenze vitali dell’essere umano rappresentate dal mangiare e bere.



San Paolo, nella seconda lettura, offre un insegnamento simile quando rivolgendosi ai cristiani di Efeso li invita a rinunciare a un comportamento da pagani, a una vita vana, che prescinde dal riferimento e dalle certezze provenienti da Cristo: “secondo la verità che è in Gesù”. Dobbiamo sforzarci di progredire, giorno dopo giorno, sulla strada che il Cristo ha aperto, ma il cui itinerario non è fissato a priori. In questo cammino ci nutre l’eucaristia, “il pane del cielo” (orazione dopo la comunione).