Translate

domenica 20 maggio 2018

SPIRITUALITÀ E BIBBIA





Gianfranco Ravasi, Spiritualità e Bibbia (Giornale di teologia 404), Queriniana, Brescia 2018. 260 pp. 17 €.


L’itinerario qui proposto percorre sostanzialmente due traiettorie.

Dopo aver offerto la chiave simbolica per entrare nell’orizzonte spirituale delle sacre Scritture, ricco di iridescenze tematiche, Ravasi procede innanzitutto ad uno spoglio integrale dei due Testamenti nel loro ordine canonico. Qui si rendono necessarie alcune soste specifiche affrontando testi capitali come i profeti, i salmi, Giobbe, il Cantico, le beatitudini – veri e propri sentieri d’altura della spiritualità biblica.

L’altro percorso seguito è più panoramico: Ravasi delinea una mappa sintetica della spiritualità delle Scritture, così da comporre un messaggio teologico unitario, basato sulla categoria di “conoscenza” nella sua vasta molteplicità semantica biblica.

Questi due movimenti, accompagnati da una costellazione di temi aggregati – come lo Spirito santo, la povertà, la lectio divina o la spiritualità della sofferenza – delineano alla fine non solo una guida alla mistica, ma anche un’essenziale sintesi della teologia biblica. Lì fin dall’origine lo spirituale è esperienza affettiva ma non irrazionale, interiore ma non astratta: è esperienza incorporea, ma anche “carnale”, è mistero ma anche epifania, è silenzio ma non afasia.

(Quarta di copertina)

sabato 19 maggio 2018

DOMENICA DI PENTECOSTE (B) Messa del giorno (20 Maggio 2018)






At 2,1-11; Sal 103 (104); Gal 5,16-25; Gv 15,26-27; 16,12-15



La prima lettura narra l’evento di cui facciamo oggi memoria: alla sera della festa ebraica di pentecoste, cinquanta giorni dopo pasqua, gli apostoli con Maria e gli altri discepoli di Gesù erano raccolti in preghiera nel cenacolo a Gerusalemme. All’improvviso apparve lo Spirito Santo in forma di lingue di fuoco che si posarono su ciascuno di loro. In questo modo si adempiva la promessa che Gesù aveva fatto prima di salire in cielo, di cui parla anche il vangelo d’oggi.

Per gli Ebrei la festa della pentecoste era inizialmente una gioiosa festa contadina chiamata “festa della mietitura” o “festa dei primi frutti”. Si celebrava il cinquantesimo giorno dopo la pasqua e indicava l’inizio della mietitura del grano. Lo scopo primitivo di questa festa era quindi il ringraziamento a Dio per i frutti della terra. Però col passar delle generazioni, gli Ebrei diedero alla festa un significato nuovo. Nel giorno di pentecoste s’iniziò a commemorare il dono della Legge di Dio sul Sinai. Gli Ebrei passavano la vigilia della festa leggendo la Legge che Dio stesso aveva consegnato per loro a Mosè.

La Pentecoste cristiana ricorda un altro dono, non una legge scritta ma lo Spirito Santo, che è l’amore del Padre e del Figlio. Nel secondo discorso d’addio, riportato dal vangelo d’oggi, Gesù promette agli apostoli l’invio dello “Spirito della verità”, espressione ripetuta ben due volte. “Della verità”, cioè in stretto rapporto con la verità rivelata da Gesù Cristo. Lo Spirito è il dono di comprensione piena di tutta la verità rivelata da Gesù, interpretandola in riferimento agli eventi che man mano accadranno fino alla fine dei tempi. Dice Gesù agli apostoli: “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”, ci permetterà cioè di comprendere in profondità le parole e i gesti del Signore.

Lo Spirito aiuta ad introdursi sempre più nell’intimo della verità portata da Cristo; e questa penetrazione non si risolve in un puro fatto conoscitivo, ma si attua in un profondo rapporto di vita, quale risultato dell’aver accolto la parola di Cristo come fermento lievitante di tutta la propria esistenza. Lo Spirito quindi non è concorrente rispetto al ruolo di Gesù, ma rappresenta il vertice e il compimento della sua missione.

Della vita nuova che scaturisce dal dono dello Spirito ci dà una descrizione essenziale san Paolo nella seconda lettura. Tutti noi che abbiamo ricevuto lo Spirito, dobbiamo camminare  “secondo lo Spirito”. Lo Spirito è fonte e garanzia di libertà per quelli che si lasciano guidare dal suo impulso interiore. Siccome tutta la volontà di Dio è concentrata nel precetto dell’amore, per quelli che seguono l’impulso interiore dello Spirito non c’è bisogno del controllo esterno della legge, perché ne attuano spontaneamente tutte le esigenze. Perciò abbiamo cantato: “Vieni Santo Spirito, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore” (canto al vangelo). La pentecoste ebraica ricordava il dono della Legge sul Sinai. La pentecoste cristiana celebra il dono dello Spirito, che effonde nei nostri cuori l’amore di Dio, la nuova legge interiore che deve guidare la vita del cristiano. Nella pentecoste cristiana il cenacolo appare come il nuovo Sinai e il dono della Legge, che inaugurò a suo tempo il periodo dell’antica alleanza, è sostituito ora con il dono dello Spirito, che inaugura invece l’era della nuova alleanza.

mercoledì 16 maggio 2018

Ecco il verbale segreto dell’incontro fra Paolo VI e Lefebvre






Pubblicata nel libro di padre Sapienza la trascrizione del colloquio dell’11 settembre 1976 tra il vescovo tradizionalista e Montini. Documento utile per leggere certe dinamiche interne alla Chiesa di oggi. Vedere qui

domenica 13 maggio 2018

ABITI LITURGICI DI FORMA BAROCCA?





Come ogni abito, anche le vesti per la liturgia sono sempre in relazione con l’immagine che colui che le indossa ha di sé o che vuole dare di sé come presbitero e, di conseguenza, l’immagine di Chiesa che con le vesti liturgiche si intende rappresentare ed esprimere. Di sua natura l’abito è sempre frutto di un immaginario e, al tempo stesso, genera un immaginario, per questo il presbitero che sceglie di indossare abiti liturgici di forma e foggia barocca, proietta un immaginario barocco su sé stesso e sull’intera liturgia che presiede. Anche inconsapevolmente, realizza un’immagine di Chiesa e di ministero ordinato che non corrisponde all’oggi tanto della Chiesa quanto del mondo nel quale essa vive e con il quale si realizza. Si attua e, in certi casi si persegue una forma di anacronismo che crea distanza spirituale e culturale tra la rappresentazione che nella liturgia si dà della Chiesa e l’oggi della storia. Una consapevole non accettazione del presente è sempre una fuga dalla realtà.

Questo spirito è bene espresso nell’accenno che la costituzione del Vaticano II sulla liturgia riserva alle vesti liturgiche: “Nel promuovere e favorire un’autentica arte sacra, gli Ordinari facciano in modo di ricercare piuttosto una nobile bellezza che una mera sontuosità. E ciò valga anche per le vesti e gli ornamenti sacri” (SC 124).

Fonte: Goffredo Boselli, Sorgenti di vita. Liturgia e ricerca spirituale, San Paolo, Cinisello Balsamo 2017, pp. 85-86.

venerdì 11 maggio 2018

ASCENSIONE DEL SIGNORE (B) – 13 Maggio 2018







At 1,1-11; Sal 46 (47); Ef 4,1-13; Mc 16,15-20





Il racconto dell’evento dell’ascensione del Signore è affidato alla prima lettura, costituita dai versetti iniziali degli Atti degli Apostoli. Tuttavia la preoccupazione maggiore dei brani della Scrittura che vengono proposti oggi alla nostra attenzione è di dare indicazioni sul senso del tempo che noi stiamo vivendo tra l’ascensione del Signore e il suo ritorno alla fine dei tempi. Collocando all’inizio degli Atti degli Apostoli, come alla fine del suo Vangelo, un riferimento all’ascensione del Signore, san Luca lascia immediatamente intendere che la missione della Chiesa continua quella di Gesù. Ecco quindi che il messaggio dell’ascensione può essere colto secondo due dimensioni complementari: da una parte l’ascensione è il punto di arrivo della vita di Gesù; dall’altra è il punto di partenza della vita della Chiesa. La festa dell’ascensione del Signore è la celebrazione della partenza-assenza di Cristo a beneficio della presenza-responsabilità della Chiesa. Nei brani della Scrittura che ascoltiamo oggi, predomina questa seconda prospettiva. Nella lettura evangelica, il fatto dell’ascensione appare come lo spartiacque tra Gesù e la Chiesa, ma nel tempo stesso come l’evento che fonda la continuità tra le rispettive missioni. La seconda lettura, tratta dalla lettera agli Efesini, dice la stessa cosa quando afferma che Cristo “asceso in alto […] ha distribuito doni agli uomini”, e cioè ha comunicato al mondo quella ricchezza di vita che ha conquistato per sé. Con la fine della sua presenza nel nostro mondo e la sua conseguente glorificazione presso il Padre, Cristo inizia una nuova presenza al mondo tramite la missione e la testimonianza affidate ai suoi discepoli.

Se il fatto della piena glorificazione di Cristo apre il nostro cuore alla speranza, la certezza della sua presenza ci dona il coraggio dell’impegno. Non basta stare a guardare verso il cielo, in attesa degli eventi; il comando del Signore ai discepoli è chiaro: “di me sarete testimoni […] fino ai confini della terra”. La speranza cristiana non legittima alcuna fuga dal mondo, dalla storia. Viceversa è connaturale alla nostra speranza offrire dal di dentro della città terrena una concreta testimonianza della città celeste. Per Cristo l’ascensione è un traguardo raggiunto, per noi ancora un cammino da fare. La vita del Signore è stata un’esistenza pienamente disponibile al servizio degli uomini. E’ percorrendo la stessa strada di Cristo che noi raggiungeremo lo stesso suo traguardo. E’ soltanto attraverso la testimonianza di un amore fattivo che possiamo raggiungere la giusta statura e la piena maturità così da essere degni di partecipare all’esaltazione di Cristo alla destra del Padre.

Nell’eucaristia la Chiesa pellegrina sulla terra riaccende continuamente la speranza della patria eterna (cf. orazione dopo la comunione).

domenica 6 maggio 2018

MARYAM, LA “MUSULMANA”




Alla Vergine il Corano riserva un posto di grande onore. Innanzitutto il suo nome, Maryam, ricorre più frequentemente nel Corano che nei vangeli. È citata ben 34 volte, contro le 19 del Nuovo Testamento, poi, è l’unica, tra le donne, presenti nel Corano, ad essere chiamata per nome, ed è nominata più spesso di Gesù (Isã) definito sempre in relazione a lei come “figlio di Maryam”, al contrario della tradizione cristiana nella quale è Maria ad essere definita come madre di Gesù. Inoltre, un’intera Sura – ripartizione testuale in cui è diviso il Corano –, la XIX, è intitolata e dedicata a lei, in un’altra, la III, si parla ancora di Maria, ma inserita in un contesto più ampio, nel quale si invita ad accogliere la verità del Corano respingendo le false credenze degli ebrei e dei cristiani, e in altri versetti ancora si attribuiscono a lei importanti meriti e qualità: è la “più veritiera”, la “purificata da Allah”, “colei che ha ricevuto lo spirito”.

Della sua vita il testo sacro islamico conosce la nascita (III,36), il ritiro nel Tempio (XIX,16), l’annunciazione (III,45-51; XIX,17-21). Il parto (XIX,22-27), la difesa della sua innocenza (XIX,27-33).

Fonte: Adriana Valerio, Maria di Nazaret. Storia, tradizioni, dogmi, Il Mulino, Bologna 2017, p. 53.

venerdì 4 maggio 2018

DOMENICA VI DI PASQUA (B) – 6 Maggio 2018





At 10,25-26.34-35.44-48; dal Sal 97 (98); 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17



Amare ed essere amati è il desiderio più profondo, il bisogno più vitale della persona umana fin dalla più tenera infanzia e in tutte le età della vita. Ma che cos’è l’amore? A questa domanda sono state date molte risposte. Il tema centrale della parola di Dio proclamata in questa domenica è l’amore cristiano, che ha la sua sorgente in Dio. Domenica scorsa abbiamo ricordato le parole di Gesù: “chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto”. Oggi viene chiarito il senso di questo rimanere in Cristo, si tratta di rimanere nel suo amore. Nella seconda lettura, san Giovanni afferma che “Dio è amore”. Nell’amore sta racchiusa tutta l’essenza della vita divina che circola nella Trinità. In Dio l’amore non è solo un aspetto tra altri, ma coincide con il suo stesso essere: Dio è relazione, rapporto, comunicazione, insomma amore. In fatti san Giovanni afferma che l’amore di Dio si manifesta nel fatto che egli ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, “perché noi avessimo la vita per mezzo di lui”. L’ampiezza dell’amore di Dio si manifesta quindi nel mistero pasquale di morte e risurrezione. La pasqua di Gesù è il segno più evidente della serietà del suo amore, perché come ci ricorda egli stesso nel brano evangelico, “nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici”. La discesa dello Spirito Santo sul pagano Cornelio ed i suoi familiari, di cui parla la prima lettura, fa capire a Pietro e alla prima comunità cristiana che l’amore salvifico di Dio non conosce barriere: Dio “accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga”. La morte di Cristo sulla croce è donata da Dio a tutti gli uomini, senza distinzione: “per noi uomini e per la nostra salvezza…”, recitiamo nel Credo.

Come si fa a rimanere nell’amore di Cristo? Lo spiega Egli stesso: “Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore”. I comandamenti di Cristo si riassumono nel comandamento dell’amore: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri”. San Giovanni, che ci tramanda queste bellissime parole del Signore, ha scoperto il vero volto di Dio nell’impegno di Cristo per l’uomo. Arriveremo a capire chi sia Dio e ad entrare in comunione con lui non tanto attraverso sapienti discorsi su Dio, quanto piuttosto attraverso la nostra concreta testimonianza di amore e di dedizione agli altri (cf. orazione colletta). Amare è entrare nella vita dell’altro per camminare con lui e condividere qualcosa di nuovo e di grande.

L’eucaristia è mistero d’amore anzitutto nel suo essere sacramento della Pasqua del Signore: essa è la memoria efficace dell’atto d’amore compiuto dal Padre, che ha tanto amato gli uomini da consegnare il suo Figlio per la loro salvezza. Perciò la celebrazione eucaristica è il centro della vita cristiana, fonte di nutrimento, ritrovo tra fratelli, che amano lo stesso Padre, di cui siamo chiamati a comunicare l’incredibile e immenso amore.



martedì 1 maggio 2018

COSA PENSAVA PAOLO VI DELLA SUA RIFORMA LITURGICA? (2)


Nel post dello scorso giorno 23, affermavo che probabilmente Paolo VI il 3 giugno 1971, nell’ottavo anniversario della morte di papa Giovanni XXIII, celebrò la Messa adoperando uno dei tre formulari Pro Papa contenuti nella sezione “Missae defunctorum” del MR 1970. Alla fine della celebrazione, papa Montini avrebbe lamentato che in questi testi “non si parlava più di peccato e di espiazione e mancava completamente l’implorazione alla misericordia del Signore”. Riproduco a continuazione i tre formulari del MR 1970 e, in seguito l’unico formulario “Pro defuncto Summo Pontifice” del MR 1962. Ho sottolineato in neretto i testi che parlano della misericordia di Dio. Come si può vedere chiaramente, i due Messali mettono in evidenza la misericorida di Dio, in modo particolare il formulario C del MR 1970. Quindi sulla base di questi testi, non si può criticare il MR 1970 che in questo caso, oltre ad essere in continuità con i testi del MR 1962, ha una maggior ricchezza dottrinale.  



Missale Romanum 1970: Pro Papa (pp.869-871)

A

Collecta. Deus, fidelis remunerator animarum, praesta, ut famulus tuus papa noster N., quem Petri constituisti vicarium et Ecclesiae tuae pastorem, gratiae et miserationis tuae mysteriis, quae fidenter dispensavit in terris, laetanter apud te perpetuo fruatur in caelis.

Super oblata. Quaesumus, Domine, ut, per haec piae placationis officia, famulum tuum papam nostrum N. beata retributio comitetur, et misericordia tua nobis gratiae dona conciliet.

Post communionem. Divinae tuae communionis refecti sacramentis, quaesumus, Domine, ut famulus tuus papa noster N. quem Ecclesiae tuae visibile voluisti fundamentum unitatis in terris, beatitudini gregis tui feliciter aggregetur.


B

Collecta. Deus, qui Ecclesiae tuae famulum tuum papam nostrum N. ineffabili tua dispositione praeesse voluisti, praesta, quaesumus, ut, qui Filii tui vices gerebat in terris, ab ipso in gloria recipiatur aeterna.

Super oblata. Munera, Domine, supplicantis Ecclesiae respice propitius, et, huius sacrificii virtute, concede, ut famulus tuus papa noster N., quem sacerdotem magnum tuo gregi praefecisti, in electorum tuorum numero constituas saccerdotum.

Post communionem. Caritatis tuae, Domine, sumentes sacra subsidia, quaesumus, ut famulus tuus papa noster N. misericordiam tuam in Sanctorum gloria perpetuo collaudet, qui fedelis exstitit mysteriorum tuorum dispensator in terris.


C

Collecta. Deus, immortalis pastor animarum, respice populum supplicantem, et praesta, ut famulus tuus papa noster N., qui Ecclesiae tuae in caritate praefuit, fidelis dispensatoris remunerationem cum grege sibi credito misericorditer consequatur.

Super oblata. Oblationem pacificam populi tui, quaesumus, Domine, propitius intuere, qui famulum tuum papam nostrum N. tuae misericordiae fidenter committimus, et praesta, ut, qui tuae caritatis et pacis in humana familia fuit instrumentum, earum fructu cum Sanctis tuis perpetuo laetari mereatur.

Post communionem. Ad mensam aeterni accedentes convivii, misericordiam tuam, Domine, pro famulo tuo papa nostro N. suppliciter imploramus, ut veritatis possessione tandem congaudeat, in qua populum tuum fidenter comfirmavit.


Missale Romanum 1962: Pro defuncto Summo Pontifice (p. 934)

Oratio. Deus, qui inter summos Sacerdotes famulum tuum N. inneffabili tua dispositione connumerari voluisti: praesta, quaesumus,; ut qui unigeniti Filii tui vices in terris gerebat, sanctorum tuorum Pontificum consortio perpetuo aggregetur.

Secreta. Suscipe, Domine, quaesumus, pro anima famuli tui N., Summi Pontificis, quas offerimus, hostias; ut, cui in hoc saeculo pontificali donasti meritum, in caelesti regno Sanctorum tuorum iubeas iungi consortio.

Postcommunio. Prosit, quaesumus, Domine, animae famuli tui N., Summi Pontificis, misericordiae tuae implorata clementia: ut eius, in quo speravit et credidit, aeternum capiat, te miserante, consortium.