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domenica 20 agosto 2017

LE ARTI SACRE




Jean-Yves Hameline, Poetica delle arti sacre, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2017. 200 pp.


Questo insieme di testi rappresenta un notevole e originale contributo alla ricerca nell’ambito dell’antropologia rituale. In una vera e propria escursione poetica nell’universo della liturgia, questi scritti colgono la complessità dell’esperienza liturgica accostandola come una dinamica che si gioca a più livelli e nella quale si intrecciano riferimenti di tempo e di spazio, aspetti sensoriali, visivi, sonori, olfattivi. Sostando sui riti, sui gesti, sulle cose con uno sguardo rinnovato dal concorso delle scienze umane, l’autore ci aiuta a ripensare l’esperienza liturgica in quanto pratica della fede.

(Quarta di copertina)

sabato 19 agosto 2017

DOMENICA XX DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 20 Agosto 2017

 

Is 56,1.6-7; Sal 66 (67); Rm 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28

Il Sal 66, composto in epoca postesilica, esprime la gioia primitiva del contadino palestinese che, da una terra avara, ha ottenuto il dono delle messi, segno sperimentabile della benedizione divina. A questa felicità spontanea è chiamato a partecipare il mondo intero che dal Creatore attende il sostentamento fisico e la guida in mezzo alle stagioni della storia. Nel testo salmico compare una specie di ritornello, in cui tutte le nazioni sono invitate a lodare Iddio. Si tratta quindi di un salmo che ha una chiara visione universalistica, una preghiera a dimensioni planetarie. La liturgia della Parola orienta la nostra riflessione verso la presa di coscienza che la salvezza donata da Cristo è per tutti i popoli.

La prima lettura, è il brano iniziale del cosiddetto Terzo Isaia (cc. 56-66) che risale al periodo del ritorno di Israele in patria dopo la dolorosa esperienza dell’esilio in Babilonia. Si tratta di uno degli passaggi dell’Antico Testamento che meglio esprime la nuova coscienza religiosa venutasi a formare in Israele: non più la rivendicazione di un Dio nazionale, ma di un Dio che vuol far giungere a tutti i popoli la salvezza. Ecco allora che il tempio, da segno di identità religiosa nazionale diventa per il profeta la “casa di preghiera per tutti i popoli”, per tutti quegli uomini che amano e servono il Signore, anche senza conoscerlo, ma che praticano la sua giustizia, a qualunque razza, popolo o gruppo appartengano. Anche se Isaia esige la “non profanazione del sabato” e il pellegrinaggio al “monte santo” di Sion, atti tipicamente appartenenti al patrimonio culturale e tradizionale ebraico, il testo del profeta lascia intravedere come nel rapporto con Dio ciò che conta veramente è l’alleanza con lui e non steccati e pregiudizi umani

Il brano evangelico illustra e approfondisce lo stesso tema della prima lettura. L’episodio narrato è quello della donna cananea, quindi non appartenente al popolo eletto, che si presenta a Gesù per chiedere la guarigione della propria figlia. Il racconto, nonostante certe asprezze nel dialogo tra Gesù e la cananea, volute appositamente da san Matteo per sottolineare la fede della donna e la precedenza di Israele nel piano della salvezza, indica chiaramente in Gesù la piena disponibilità al dialogo con ogni persona, anche con i pagani, le persone più disprezzate dai suoi connazionali. In questo racconto, Matteo si rende interprete della mentalità circolante in una Chiesa giudeo-cristiana. In essa il senso della priorità di Israele rimane alto, tuttavia deve essere educata a riconoscere, senza riserve, la possibilità per i pagani di essere inclusi nell’orizzonte della salvezza. Per entrare nel regno dei cieli, per appartenere al nuovo popolo di Dio ciò che conta è la fede viva, attiva, perseverante e non l’appartenenza etnica o genealogica, perché la salvezza che Dio offre è destinata a raggiungere tutti i popoli della terra.

San Paolo ci ricorda nella seconda lettura che neppure il popolo di Israele, che non ha riconosciuto in Gesù il Messia, è escluso dalla salvezza. Anzi, questo popolo, scelto da Dio per attuare il suo piano salvifico, è destinato ad essere oggetto particolare della misericordia di Dio. Infatti, la salvezza è offerta a tutti senza eccezioni. Essa si configura quindi come una esperienza di unità e di pace fra gli uomini e non di lotte e divisioni. Tutti sono chiamati alla salvezza, perché essa è opera di Dio, dono gratuito della sua misericordia. L’universalità della salvezza, intuita nell’Antico Testamento, viene chiaramente affermata dall’azione di Gesù a favore della cananea  e applicata in modo più esteso da Paolo nel suo impegno missionario.


martedì 15 agosto 2017

QUESTO MALE-DETTO “NOVUS ORDO”…



Luigi Martinelli, “Missa” in scena. Riflessioni teatrale sulla liturgia, Cavinato Editore International, Brescia 2017. 360 pp.


Il giovane Autore Luigi Martinelli, laureato in Scienze e Tecnologie delle Arti e dello Spettacolo, attraverso una comparazione con il mondo del teatro e dello spettacolo, intende suggerire alla liturgia proposte di cambiamento e di riforma perché, secondo lui, “la crisi liturgica contemporanea ha imbrigliato la liturgia cattolica nel verbalismo, nella sovraesposizione fonetica e nel creativismo”.

Pur riconoscendo la validità del discorso che riguarda il rapporto tra rito e teatro, qui mi soffermo solo su ‘alcuni’ aspetti della parte propriamente liturgica del volume. L’Autore, pur non proponendo il ritorno al Vetus Ordo (VO), ne esalta la performance probabilmente perché il volume è anche il racconto della propria esperienza; infatti egli afferma che dopo aver “sperimentato la noia e l’inespressività di certe liturgie cattoliche post-conciliari”, si è sentito “sfiorato potentemente dal senso del Sacro, dalla grazia salvifica di Cristo” nella partecipazione al VO (pp. 244-246).

Come ha scritto Loris Della Pietra, “di fronte agli accenti polemici di chi lamenta la sparizione di un presunto 'senso del mistero', occorre ribadire che esso non può essere confinato in una fase evolutiva del rito romano e tanto meno in quegli aspetti che tendono piuttosto a occultare che a mostrare, ma è dato e mediato dalla partecipazione alle modalità 'linguistiche' proprie del rito” (Una Chiesa che celebra, Messaggero, Padova 2017, p. 57). Credo che le modalità linguistiche del Novus Ordo (NO) possono introdurre in una vera esperienza del mistero celebrato. 

Come dice Tommaso d’Aquino, “il culto esterno è sempre ordinato principalmente a disporre gli uomini al rispetto verso Dio” (totus exterior cultus Dei ad hoc praecipue ordinatur ut homines Deum in reverentia habeant). (Iª-IIae q. 102  a. 4 co.). Noto che lOrdinamento generale del Messale Romano (OGMR) fa sovente riferimento alla “riverenza” con cui si devono gestire i diversi momenti della celebrazione (al riguardo, si può leggere M. Brulin, Requête de sacralité ou entrée dans le Mystère? L’aport de la PGMR 2002, in La Maison-Dieu, n. 257, 2009/1, 99-129).

Il nostro Autore, dopo affermare che il NO ha il difetto di essere troppo verboso, dice che “un grande esempio di come disporre il silenzio ‘attivo’ nella liturgia ci viene dato dalla liturgia romana nella forma straordinaria”. Non c’è dubbio che la forma ordinaria e piuttosto verbosa, in modo particolare quando alle parole del libro liturgico vengono aggiunte altre dal celebrante o dagli eventuali commentatori.  

Quando parliamo di silenzio, però, nella celebrazione liturgica, quindi anche nella celebrazione col NO, non parliamo solo dei momenti di silenzio in senso stretto, che sono pur previsti (e gestiti bene, non sono semplici pause), ma parliamo anche e soprattutto di un atteggiamento ‘silenzioso’, che può permeare l’intera celebrazione se gestita in modo dovuto. Infatti anche le parole del rito sono in qualche modo silenziose, perché non nascono dalle nostre chiacchiere quotidiane che si moltiplicano con la stessa rapidità con cui svaniscono, ma permangono di generazione in generazione e si dispongono sulla bocca dei celebranti (presbiteri o laici) per aiutarli a dialogare con Dio (cf. SC 33). Quando il lettore proclama i testi biblici, non pronuncia parole proprie; potremmo dire che egli non parla affatto: dicendo la Parola di Dio, il lettore fa silenzio, poiché fa tacere le proprie parole. Ma anche compiendo il gesto di Cristo, il presbitero all’altare fa silenzio, ossia sospende il suo gesticolare quotidiano. Il chiacchierare e il gesticolare lasciano il posto alla parola e al gesto in cui l’uomo non si disperde ma ritrova se stesso, la parola e il gesto in cui riposano le radici dell’esistenza umana e in cui si può scorgere Dio: “quando la Chiesa prega o canta o agisce, la fede dei partecipanti è alimentata, le menti sono elevate verso Dio per rendergli un ossequio ragionevole e ricevere con più abbondanza la sua grazia” (SC 33). (Su questo argomento, invito a leggere Giorgio BonaccorsoLiturgia e comunicazione, in F. Lever – P. C. Rivoltella – A. Zanacchi, edd., La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (11/08/2017).

Luigi Martinelli dirà forse che queste mie parole sono “dichiarazioni roboanti dei teorizzatori, dei creatori e dei sostenitori della liturgia postconciliare” (p. 156). Nulla di tutto ciò. La forma ordinaria del rito romano, celebrata bene, funziona. Ciò non toglie che l’esperienza di questi ultimi decenni possa anche raccomandare qualche ritocco per renderla meno verbosa e dare il posto dovuto alla dimensione corporale, al gesto, insomma alla dimensione rituale. Al tempo stesso però è evidente che il contenuto ha una sua importanza; la dottrina dei testi ha conosciuto nel NO un arricchimento che va conservato. La partecipazione è “per ritus et preces”.

L’Autore afferma che “la forma ordinaria del rito romano allo stato attuale non riesce ad appagare la fame di sacro e la sete di mistero…” (p. 141) e quindi ciò spinge talvolta ad una creatività selvaggia che rischia di svuotare la liturgia dalle sue peculiarità originali. Purtroppo sono situazioni abusive documentate anche se non generalizzate. Per superarle basterebbe, ripeto, celebrare in modo dignitoso secondo le norme dell’OGMR. Se i rischi del NO sono questi e altri simili, noto che anche il VO ha i suoi rischi ampiamente documentati negli anni passati, di cui sono testimone per avervi partecipato nei 14 anni di seminario e nei primi dieci anni di sacerdote.

Mi sono abituato a sentir parlare male del NO e, pur prendendo sul serio le critiche che gli si rivolgono, ogni volta sono più convinto che questo male-detto NO ha delle possibilità immense di introdurmi in una vera esperienza del Mistero.

M.A.



domenica 13 agosto 2017

ASSUNZIONE DELLA B. V. MARIA – Messa del giorno






Ap 11,19a; 12,1-6a.10ab; Sal 44 (45); 1Cor 15,20-27°; Lc 1,39-56

Nella molteplicità di spunti per la nostra riflessione che offrono le tre letture bibliche di questa festività, ci limitiamo qui a far emergere alcuni elementi che mettono in stretto rapporto il  mistero della Chiesa con Maria nel mistero della sua assunzione.

Nella visione, tratta dall’Apocalisse, che riporta la prima lettura, si contrappongono due immagini o “segni”, come dice il testo di Giovanni: la “donna” e il “drago”. Da un lato, la donna vestita di sole che partorisce “un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro”; il figlio è rapito “verso Dio e verso il suo trono”. Sembra chiaro che qui si parla di Cristo che, in virtù della risurrezione e ascensione al cielo, si è assiso alla destra di Dio. La donna invece è in primo luogo segno della Chiesa nella sua dimensione trascendente e terrena che, storicamente, dà alla luce Cristo. Ma il testo fa riferimento anche a Maria, la madre di Gesù, facendone come l’immagine e il “tipo” della Chiesa. Ciò è provato da una lunga tradizione ecclesiale e dal fatto che la liturgia abbia scelto questo brano per la festa odierna: con la sua assunzione in corpo e anima al cielo, Maria partecipa pienamente alla gloria del Figlio; con lui, che siede alla destra del Padre, anche lei è avvolta dallo stesso splendore di gloria.  

L’altro segno è l’ “enorme drago rosso”, che si colloca davanti alla donna, che sta per partorire, in modo da divorare il bambino appena sia nato. Questo drago è simbolo di una forza antagonista di origine demoniaca e di carattere dissacratore che, incarnandosi in fatti e personaggi storici, perseguita la Chiesa e cerca di impedirne la sua missione. L’esito della lotta sarà positivo: il figlio è rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fugge nel deserto, dove Dio le ha preparato un rifugio. Da parte sua, Maria ai piedi della croce perde e acquista il Figlio, divenendo simbolo della Chiesa. Il testo conclude affermando: “Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo”. Il cammino della salvezza è simile al travaglio di un parto.

Nel brano evangelico, notiamo le parole che Elisabetta indirizza a Maria: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”. E’ la prima beatitudine che risuona nel vangelo. Maria è lodata perché ha creduto, cioè ha fatto sua la parola del Signore. Come Abramo per la sua fede diedi inizio al popolo di Dio ed è chiamato “Padre dei credenti”, così Maria per la sua fede è diventata la “Madre dei credenti”. La fede di Maria è icona perfetta della fede della Chiesa. Tra  Maria e la Chiesa c’è un parallelo fecondo e ammirevole: entrambe accolgono la parola di Dio, vivono di fede, portano intorno la gioia della fede, partecipano della vita di Cristo. Quello che la Chiesa attende si compia in lei (la risurrezione con Cristo) è già una realtà nell’Assunta.


Il prefazio della Messa riassume bene il rapporto tra la Chiesa e Maria nel mistero della sua assunzione: “In Maria, primizia e immagine della Chiesa, hai rivelato il compimento del mistero di salvezza e hai fatto risplendere per il tuo popolo, pellegrino sulla terra, un segno di consolazione e di sicura speranza”. L’assunzione di Maria non riguarda soltanto lei, le grandi opere compiute da Dio nella sua umile serva (cf. il Magnificat riportato dal vangelo), ma è segno di sicura speranza  per tutto il popolo di Dio.

venerdì 11 agosto 2017

DOMENICA XIX DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 13 Agosto 2017

1Re 19,9a.11-13°; Sal 84 (85); Rm 9,1-5; Mt 14,22-33


Il Sal 84 è una preghiera che fa riferimento al “ritorno” di Israele alla sua terra e al suo Dio e al ritorno  di Dio verso Israele. In questo contesto, l’orante proclama che la presenza di Dio è fonte di serenità e di pace. Il testo, che è anche un oracolo profetico, lascia presagire una manifestazione di Dio stesso sulla terra e il rinnovamento dell’universo in questo incontro tra Dio e gli uomini: si profila all’orizzonte della storia d’Israele l’avvento imminente del Messia. Quando noi quindi ripetiamo il ritornello “Mostraci, Signore, la tua misericordia”, sappiamo che questa supplica ha trovato nell’avvento di Cristo nel mondo il suo compimento. Solo però con l’avvento finale di Cristo la pace e la giustizia raccoglieranno, in un unico abbraccio, il cielo e la terra.

Oggi, come di solito nelle altre domeniche del Tempo ordinario, il brano dell’Antico Testamento e quello evangelico del Nuovo Testamento coincidono tematicamente. Non è ozioso rammentare che la nostra fede professa l’unità dei due Testamenti, di cui lo stesso e unico Dio è ispiratore e autore. Nella seconda lettura odierna, san Paolo ricorda ai romani che l’esperienza cristiana non si pone in linea di totale rottura rispetto all’esperienza di Israele, anzi ne è la prosecuzione e il compimento. Vediamo quindi quale sia il messaggio unitario delle letture prima e terza.

La prima lettura narra la manifestazione di Dio ad Elia. L’episodio va collocato nel suo contesto. Dopo che Elia aveva vinto la sfida del Carmelo con i falsi profeti di Baal e li aveva anche fatto uccidere, la regina Gezabele venuta a conoscenza del fatto fece ricercare Elia per ucciderlo. Ecco quindi che il profeta, per evitare le ire di Gezabele, fugge nel deserto, con il cuore carico di amarezza. In questo momento tragico della sua vita avviene l’incontro di Elia con Dio, il quale si manifesta al profeta nel “sussurro di una brezza leggera”. Dio si rivela non tanto nel prodigioso e nel sensazionale, ma piuttosto nel silenzio, nell’interiorità del rapporto con lui. Dio ha dato prova della sua vicinanza al profeta in un momento difficile, ma anche lo invita a riprendere la via del deserto, a rimettersi senza paura nella sua missione.

Anche l’episodio narrato dal vangelo parla di Dio che si rivela in Gesù Cristo. Gesù si manifesta ai discepoli come il Signore che si muove liberamente tra le forze del mare e questo serve a educare la loro fragile fede, a fidarsi di lui. Il fantasma che fa gridare dalla paura i discepoli, quello è Gesù. Il significato dell’episodio è chiaro: Gesù si rivela come colui che è presente per salvare i suoi nei momenti di pericolo, quando tutte le energie sono ormai state spese. Dio è presente, attivo, specialmente nei momenti di difficoltà e di lotta. E’ la fede che apre i nostri occhi alla presenza di Dio nella nostra vita: essa rompe ogni paura, ci fa uscire dalle nostre sicurezze per mandarci incontro a lui. 

Gesù ripete anche a noi le parole indirizzate ai discepoli: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”. Il Signore che domina tutto il creato rafforza la nostra fede così che possiamo riconoscerlo presente in ogni avvenimento della storia, in ogni circostanza della nostra vita, per affrontare serenamente ogni prova, camminando con lui nella pace. La promessa di Cristo di essere presente nella sua Chiesa, si compie in molte maniere, ma soprattutto quando riuniti in assemblea celebriamo e partecipiamo all’eucaristia.


lunedì 7 agosto 2017

COSA ABBIAMO IMPARATO A 10 ANNI DAL MOTU PROPRIO SP DI BENEDETTO XVI



Massimo Faggioli insegna storia del cristianesimo nel Dipartimento di Teologia della University of St. Thoma, a St.Paul-Minnneapolis, in Minnesota. “Il Regno. Attualità e Documenti”, n. 1262 (15 luglio 2017), ha pubblicato un suo intervento dal titolo “Summorum Pontificum”. Tradizione e tradizionalismo, Che cosa abbiamo imparato a 10 anni del Motu proprio di Benedetto XVI (pp. 389-390). In seguito riproduco la parte centrale del testo.


[…]
«Non ci sono dubbi che Benedetto XVI abbia espresso e incarnato un chiaro spostamento da un magistero che vedeva il Vaticano II come parte della tradizione della Chiesa verso un magistero che vedeva il rapporto tra la tradizione della Chiesa e il Vaticano II in termini molto più complessi e problematici.

Su alcuni temi come la riforma liturgica Benedetto XVI non ha esitato ad esprimersi, sia prima della sua elezione al pontificato sia dopo, come sugli elementi che a suo parere pongono il Concilio e la tradizione della Chiesa in un rapporto di tensione, se non di contrasto. Anche se è certo troppo presto per valutare gli effetti a lungo termine di Summorum Pontificum, è necessario iniziare questo sforzo.

Ad esempio, dopo dieci anni è sorprendente rileggere il tentativo precipitoso, e fallito, di Benedetto di interrompere la tendenza a interpretare il motu proprio come denuncia del Vaticano II, cosa che, di fatto, è diffusa nei circoli cattolici tradizionalisti. “In primo luogo, c’è il timore che qui venga intaccata l’autorità del concilio Vaticano II e che una delle sue decisioni essenziali – la riforma liturgica – venga messa in dubbio” scriveva il papa emerito nella lettera che accompagna Summorum Pontificum.

Tuttavia, aggiungeva: “Tale timore è infondato”. Inoltre, Benedetto esprimeva la convinzione che “le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda”. Su entrambi gli aspetti, però, la realtà di questi ultimi dieci anni ha prodotto qualcosa di molto diverso dalle intenzioni dichiarate dal papa. Anzi, la polemica contro il Vaticano II è stata una componente chiave dell’entusiasmo (e, ora, della nostalgia) per il suo pontificato, mentre la coesistenza delle due forme del rito romano all’interno di particolari comunità rimane una chimera.

Tuttavia, esistono due fenomeni che sono parte del paesaggio ecclesiale e teologico del cattolicesimo romano post-Summorum Pontificum e che sono difficilmente separabili dal pontificato di Benedetto XVI. Il primo fenomeno è che Summorum Pontificum ha rafforzato il mondo preesistente e sociologicamente limitato del tradizionalismo liturgico e lo ha proiettato sul più vasto mondo della Chiesa cattolica, specialmente nei contesti di lingua inglese.

Ha dato legittimità teologica a punti di vista tradizionalisti sulle riforme liturgiche del Vaticano II. Ha accresciuto la visibilità della liturgia tradizionalista negli spazi virtuali della Chiesa cattolica. Negli ultimi dieci anni, i social media sono diventati sempre più un forum dove il popolo di Dio può far sentire la propria voce. Le immagini di paramenti elaborati utilizzati per le celebrazioni liturgiche pre-Vaticano II sono diventati parte della dieta quotidiana di coloro che seguono la vita delle Chiese locali e anche di importanti leader della Chiesa.

Questo ha avuto un impatto significativo su parti consistenti del cattolicesimo romano contemporaneo e di quello futuro, soprattutto sui giovani cattolici impegnati e sui convertiti di recente da altre tradizioni cristiane (specialmente dalle Chiese della Riforma protestante), nonché sui seminaristi e giovani sacerdoti.

Il secondo fenomeno è stato la riduzione a tradizionalismo della teologia di Joseph Ratzinger. In effetti, Summorum Pontificum ha contribuito a distorcere notevolmente l’eredità teologica complessiva di uno dei più importanti teologi del XX secolo. Se l’enfasi di Joseph Ratzinger è stata sulla tradizione della Chiesa (“continuità e riforma”), il pontificato di Benedetto XVI è stato ridotto, soprattutto in questi ultimi anni, a un’icona del tradizionalismo (contro ogni tipo di sviluppo teologico, visto come “discontinuità e rottura”).

Il tradizionalismo liturgico ha contribuito a una comprensione tradizionalistica del cattolicesimo fino a diventare un problema e una sfida per papa Francesco, al punto che l’anno scorso (11 luglio 2016) ha sentito la necessità di intervenire. In un comunicato diffuso dalla Sala Stampa della Santa Sede, ha smentito la cosiddetta “riforma della riforma liturgica”, che il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino, aveva sostenuto ancora una volta, pochi giorni prima, durante una conferenza (“Towards an Authentic Implementation of Sacrosanctum Concilium”) al III convegno dedicato alla “Sacra Liturgia” in svolgimento a Londra.

La dichiarazione vaticana avvertiva del fatto che l’espressione “riforma della riforma” poteva essere “fonte di equivoci”, ma ha anche chiarito che Francesco non aveva intenzione di eliminare il tradizionalismo liturgico cattolico. Piuttosto voleva che rimanesse nello spazio limitato e specifico che il suo predecessore gli aveva assegnato.

La forma straordinaria che è stata permessa dal papa Benedetto XVI per le finalità e con le modalità da lui spiegate nel motu proprio Summorum Pontificum, non deve prendere il posto di quella ordinaria, diceva il comunicato. L’intervento di papa Francesco è notevole, anche perché il suo pontificato certamente non può essere accusato di progressismo liturgico, alla luce dell’enfasi sulle devozioni, e in particolare sulla devozione mariana, e sui santuari»

[…]

domenica 6 agosto 2017

INIZIAZIONE ALLA VITA CRISTIANA



Manlio Sodi – Alessandro Toniolo, Descendit Christus, descendit et Spiritus. L’Iniziazione alla vita cristiana in Ambrogio di Milano. Spiegazione del Credo – i Sacramenti – i Misteri – Explanatio Symboli – De Sacramentis – De Mysteriis – Textus et Concordantia (Veritatem inquirere 2), Presentazione di Cesare Alzati, Lateran University Press 2016. 373 pp.

L’opera è articolata in tre parti, precedute da una preziosa “Presentazione” del prof. Cesare Alzati che inquadra il senso della pubblicazione ambrosiana.

La prima parte offre un’adeguata “Introduzione” che permette di cogliere la logica e i contenuti dell’iniziazione cristiana quale si attuava ai tempi di S. Ambrogio. Sono pagine determinanti per entrare nello specifico dell’opera che nella seconda parte racchiude i testi dell’Explanatio Symboli, del De Sacramentis e del De Mysteriis, predisposti con numerazione marginale unitaria in modo da elaborare con precisione la Concordantia.

E la terza parte, la più sviluppata ovviamente, è costituita dalla Concordanza verbale delle tre opere. In tal modo si offre una strumentazione adeguata per entrare nello specifico del linguaggio liturgico usato da Ambrogio, e completare in tal modo una pagina di terminologia che può dialogare con i linguaggi dei sacramentari che nei secoli immediatamente successivi costituiranno il patrimonio eucologico più ricco che abbia mai avuto l’Occidente.

(Quarta di copertina)

sabato 5 agosto 2017

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE – 6 Agosto 2017

 

Dn 7,9-10.13-14; Sal 96; 2Pt 1,15-19; Mt 17,1-9. 

L’esperienza della trasfigurazione che ci narra il vangelo ci insegna che la meta del cammino intrapreso da Gesù è la risurrezione, di cui la trasfigurazione è anticipo, ma la strada passa attraverso l’esperienza dolorosa della passione e della morte. Questa è la verità che Gesù intende far capire ai tre discepoli che l’hanno accompagnato. Perciò, dopo averli resi testimoni della gloria della trasfigurazione, Egli annuncia la sua morte e risurrezione.

Se ci soffermiamo sull’immagine di Cristo trasfigurato, possiamo affermare che essa ha un valore paradigmatico. In ognuno di noi c’è una particella di quella luminosità divina che ha avvolto Cristo sul monte Tabor. Il più delle volte però noi ci soffermiamo sulla superficie e non vediamo altro che un corpo più o meno forte, più o meno bello, destinato in ogni caso a indebolirsi e ad invecchiare. Nessuno più del medico è vicino al corpo umano, al quale egli si accosta per studiarne le leggi di comportamento, per correggerne le disfunzioni, magari per prevenirne le degenerazioni. Ma questo corpo umano è qualcosa di più di un insieme di cellule. Questo corpo è parte integrante di una persona che racchiude in sé un mistero trascendente, che non può essere analizzato con le nostre sofisticate apparecchiature: né la Tac, né la Risonanza magnetica, né qualsiasi altra macchina possono mostrarci il mistero trascendente racchiuso nella persona umana.

Nelle famose stanze di Raffaello in Vaticano c’è un celebre affresco del grande genio del rinascimento italiano. Mi riferisco alla composizione pittorica di Raffaello chiamata “La scuola di Atene”. Al centro di questa complessa composizione troviamo Aristotele e Platone, i quali indicano ognuno con un gesto diverso la sintesi delle proprie convinzioni filosofiche, la strada per raggiungere razionalmente la Verità delle cose. Così Platone, che tiene in mano il Timeo, alza il dito al cielo per riferirsi al mondo delle idee, mentre Aristotele, che porta con sé il libro dell’Etica, distende la mano verso il basso a significare che la chiave per conoscere la Verità si trova nell’indagine delle cose di questo mondo. Notiamo però che i due grandi filosofi sono consapevoli della complessità della loro ricerca: Platone, pur guardando in alto, ha in mano il Timeo, opera in cui egli ha tentato di dare una spiegazione dell’origine del mondo; Aristotele invece, pur guardando verso la terra e le sue leggi, ha in mano l’Etica, opera in cui egli ha esposto le esigenze morali dell’uomo tendenzialmente rivolte ad un valore superiore a quello della natura.

In questo quadro del grande pittore d’Urbino noi possiamo contemplare espresso in modo mirabile il grande dilemma dell’uomo che cerca il senso di sé, della sua realtà, del suo destino con gli occhi rivolti alla terra e la mente aperta al mistero.

Il mistero della Trasfigurazione ci invita ad avvicinarci con rispetto all’insondabile mistero che la persona umana nasconde nel suo corpo, così come la secolare tradizione medica e l’etica professionale ci hanno insegnato, a mettere al centro della nostra attività la persona umana nella sua inviolabile dignità, a prestare attenzione alle singole persone, alle concrete situazioni di vita, con le proprie esperienze e storia, a riconoscere in ogni essere umano l’immagine stessa di Dio come ci insegna la nostra fede. 

          

giovedì 3 agosto 2017

MONS. ATHANASIUS SCHNEIDER E L’ERMENEUTICA “MINIMALISTA” DEL VATICANO II




Mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Maria Santissima in Astania, è uno dei prelati più attivi nell’ambito tradizionalista della Chiesa. Dal suo lungo intervento su l’interpretazione del Concilio Vaticano II e la sua relazione con l’attuale crisi della Chiesa, pubblicato in Corrispondenza Romana (27 luglio 2017), riproduco qui sotto un paragrafo significativo:

«Il contributo originale e prezioso del Vaticano II consiste nella chiamata universale alla santità di tutti i membri della Chiesa (cap. 5 di Lumen gentium), nella dottrina sul ruolo centrale della Madonna nella vita della Chiesa (cap. 8 di Lumen gentium), nell’importanza dei fedeli laici nel mantenere, difendere e promuovere la fede cattolica e nel loro dovere di evangelizzare e santificare le realtà temporali secondo il senso perenne della Chiesa (cap. 4 di Lumen gentium), nel primato dell’adorazione di Dio nella vita della Chiesa e nella celebrazione della liturgia (Sacrosanctum Concilium, nn. 2, 5-10). Il resto si può considerare in una certa misura secondario, temporaneo e, in futuro, probabilmente dimenticabile».

In questo testo, e in altri simili del prelato, è evidente l’ermeneutica “minimalista” che Schneider fa della Costituzione Sacrosanctum Concilium [SC]. È un’ermeneutica che lo accomuna con altri esponenti di spicco del mondo tradizionalista… Ridurre il contenuto principale (“originale e prezioso”) del documento al “primato dell’adorazione di Dio nella vita della Chiesa e nella celebrazione della liturgia” (nn. 2, 5-10), è una mutilazione vergognosa del testo conciliare. È sintomatico che Mons. Schneider non citi SC n.1, in cui si indica lo scopo della Costituzione sulla liturgia: “la riforma e la promozione della liturgia”. La liturgia dev’essere riformata e promossa perché appartiene a ciò che può rinvigorire la vita cristiana dei fedeli.

Per Schneider tutto ciò che riguarda la riforma della liturgia (SC, nn. 21-36 ed i successivi capitoli in cui si danno le norme precise per riformare e promuovere i diversi ambiti della liturgia) è roba secondaria e temporanea, e probabilmente, in futuro, dimenticabile. Queste parole sono una vera e propria presa in giro della volontà conciliare chiaramente espressa in diverse parti della Costituzione sulla liturgia, in particolare in SC, n. 21: “Per assicurare maggiormente al popolo cristiano l’abbondanza di grazie nella sacra liturgia, la santa madre Chiesa desidera fare un’accurata riforma generale della liturgia stessa…”

Se alcuni hanno fatto del Vaticano II una specie di “super dogma”, altri lo hanno ridotto a poche battute che ne tradiscono le vere intenzioni.   


domenica 30 luglio 2017

Sant’Eusebio di Vercelli, Vescovo (2 agosto)



Sant’Eusebio, nativo della Sardegna (anno 300 circa), fu il primo vescovo di Vercelli (anno 345 circa), dove morì il 1 agosto del 371. Promosse e testimoniò la fede nicena nella divinità di Cristo, per cui fu perseguitato dagli Ariani e dovette sopportare anche l’esilio (355-361). Dal 1602, il calendario romano lo festeggiava al 15 dicembre, giorno della sua ordinazione episcopale, data che passò poi al giorno 16, a motivo dell’ottava dell’Immacolata Concezione approvata da Innocenzo XII (1693), data in cui è celebrato ancora nel Missale Romanum 1962. Nel Missale Romanum 2002 la sua memoria si trova nel giorno immediatamente libero che segue a quello della sua morte (2 agosto). Notiamo ancora che nel MR 1962 è considerato martire: che il santo sia morto martire (lapidato dagli Ariani) è oggi considerato una leggenda.

Colletta del MR 1962:
Deus, qui nos beati Eusebii Martyris tui atque Pontificis annua solemnitate laetificas: concede propitius; ut, cuius natalicia colimus, de eiusdem etiam protectione gaudeamus.

Colletta del MR 2002:
Fac nos, Domine Deus, in asserenda Filii tui divinitate, beati [sancti nel MR 1970] Eusebii episcopi constantiam imitari, ut, fidem servantes quam ipse docuit, eiusdem Filii tui vitae participes esse mereamur.

“Dio onnipotente, concedi ai tuoi fedeli di imitare la fortezza del vescovo sant’Eusebio, assertore intrepido della divinità del Cristo, perché nella ferma adesione alla fede, di cui egli fu maestro e testimone, possiamo entrare in comunione di vita con il nostro Signore Gesù Cristo tuo Figlio”.

La colletta del MR del 1962 chiede soltanto la protezione del santo senza nulla dire di specifico su di lui; è un testo generico che può essere applicato a qualsiasi santo vescovo e martire. La colletta del MR 2002 mette invece in luce la caratteristica più rilevante di questo vescovo come assertore intrepido della divinità di Cristo. Il cambiamento di “sancti” (MR 1970) in “beati” è un semplice adeguamento alla terminologia adoperata generalmente dal Messale Romano.


venerdì 28 luglio 2017

DOMENICA XVII DEL TEMPO ORDINARIO ( A )



1Re 3,5.7-12; Sal 118; Rm 8,28-30; Mt 13,42-52

Il Sal 118, il più lungo del Salterio, conserva tracce indubbie di un amore profondo, quasi saporoso della legge, un vero e proprio culto. Il salmista proclama beato colui che è fedele agli insegnamenti del Signore “e lo cerca con tutto il cuore” (v.2). Il termine cuore appare più volte nel testo salmico. Questo cuore è un cuore pronto a custodire i precetti del Signore e appunto per questo è un cuore sapiente: “insegnami il senno e la saggezza, perché ho fiducia nei tuoi comandamenti” (v.66).

Non tutte le cose hanno la stessa importanza. Nella nostra vita quindi ci sono delle priorità da difendere. Lo ha capito Salomone, di cui parla la prima lettura. Egli, diventato re in giovane età, si sente inadeguato al grande compito di governare il popolo di Dio. Nella sua preghiera al Signore, Salomone non chiede né lunga vita, né ricchezze, né il trionfo personale, ma ciò che egli crede sia più importante: “un cuore docile perché sappia rendere giustizia” al popolo e “sappia distinguere il bene dal male”. Salomone chiede insomma la “saggezza nel governare”. Il giovane re ha fatto una scelta giusta, ha saputo discernere e scegliere ciò che è veramente prioritario.  

Tutta la nostra vita è una continua ricerca di qualcosa di appagante e di stabile che non riusciamo però mai a trovare pienamente e definitivamente. Tutto è precario e tutto invecchia assai rapidamente. Cosa cerca veramente il nostro cuore? Nella prima parte del brano evangelico d’oggi, Gesù parla di un bracciante che sta lavorando un campo e vi trova un tesoro; e di un mercante, appassionato di perle, che trova la pietra preziosa che aveva sognato per tutta la vita. Due esperienze diverse; la prima casuale, la seconda preparata con una lunga ricerca. Ma l’effetto è lo stesso: “va… vende tutti i suoi averi e compra quel campo…, compra la perla”. Sono immagini eloquenti che intendono dare una risposta alla ricerca di senso che pervade la nostra vita. Come l’uomo che ha trovato un tesoro nascosto o il mercante che ha trovato una perla preziosa, il cristiano è collocato dalla sua fede di fronte all’unico Salvatore di tutti, l’unico mediatore tra Dio e gli uomini, l’unico Nome nel quale è dato agli uomini di essere salvi.
  
La parola di Dio in questa domenica ci invita a scegliere la strada che conduce al tesoro nascosto, a quella perla il cui grande valore non verrà mai meno per l’eternità. Come il re Salomone, anche noi siamo incoraggiati a chiedere al Signore che ci dia un “cuore saggio e intelligente” per saper discernere e scegliere i veri valori della vita, quelli che non invecchiano mai. Si tratta di dire sì al Signore che, come afferma la lettera ai Romani, vuol salvare gli uomini predestinandoli, chiamandoli, giustificandoli e glorificandoli. Nella ricerca di Dio e del suo regno tanti sono gli smarrimenti e tante le nostre debolezze. Ma san Paolo ci ricorda che per chi ama Dio e lo cerca con cuore sincero, tutto finisce per concorrere al bene di quella vita piena alla quale siamo chiamati in Cristo. Non si tratta di una affermazione ottimistica di chi vuol vedere tutte le cose sotto un’angolazione serena; è l’affermazione di fede di chi sa che la storia non sfugge al controllo di Dio e, d’altra parte, sa che Dio ci ha amato fino a donare per noi il suo Figlio.

L’eucaristia è dono di sapienza, certo superiore a quello chiesto da Salomone. E’ “memoriale perpetuo” della passione di Cristo, “dono del suo ineffabile amore… per la nostra salvezza” (preghiera dopo la comunione).


lunedì 24 luglio 2017

I tre insegnamenti dei "detrattori" di papa Francesco

DI LUIGI ALICI


Mi ero ripromesso di non scrivere più nulla, in interlocuzione con la lobby -  molto attiva sui social - dei detrattori a spada tratta di papa Francesco. Anche perché, ormai, tutte le frecce risultano sistematicamente spuntate e sul tappeto, alla fine, resta solo polvere. Molto probabilmente, fra qualche anno, quando ci sarà un minimo di distanza storica, questa sarà a malapena ricordata come una delle tante, patetiche battaglie di retroguardia che, nella lunga storia della Chiesa, hanno cercato invano di ostacolare il suo cammino.
Già ora l'attacco sistematico al papa appare frutto di una chiusura pregiudiziale. È umanamente impossibile per ogni essere umano, animato dalle migliori intenzioni, non riuscire a combinare nella propria vita nulla di buono: per questo, raccogliere e rilanciare notte e giorno solo giudizi negativi contro Francesco, senza mai dare conto di qualche frutto positivo, è un'operazione che si scredita da sola. Nel migliore dei casi una prevenzione ideologica, nel peggiore una strategia diffamatoria che ha qualcosa di diabolico.


Basterebbe almeno riconoscere, sportivamente, l'attività caritativa diffusa che il papa promuove, senza suonare tante trombe, a favore dei poveri, recentemente descritta come 
"la carità nascosta di papa Francesco".
Nemmeno un cieco, d'altra parte, potrebbe negare i risultati della diplomazia vaticana, ispirata da Francesco: in un suo blog (peraltro più equilibrato che "schierato"), 
Iacopo Scaramuzzi ha scritto: "Jorge Mario Bergoglio, insomma, muove le cose. Non sono solo parole. E non è solo brillante politica estera, le mediazioni vaticane a Cuba e nel resto dell’America Latina, lo scontro con Donald Trump, il riavvicinamento a Cina, Iran, Russia, paese quest’ultimo dove il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin si recherà in visita quasi certamente nel mese di agosto".


Aggiungerei i risultati dello straordinario viaggio in Egitto, appena descritti, in modo sobrio e documentato, da Enzo Romeo, sull'ultimo numero di Dialoghi ("Francesco il tessitore: la sfida del dialogo contro il fanatismo", Dialoghi, 2/2107).

Ancora più deplorevole e quasi rivoltante l'uso del dramma di Charlie Gard, il bimbo inglese affetto da una rara sindrome da deperimento mitocondriale: 

mentre Francesco - discretamente e concretamente - stava attivando l'Ospedale pediatrico "Bambino Gesù", è partito un tam tam indecente sul suo presunto "silenzio". Evidentemente qualcuno sogna un magistero papale fatto di declami e anatemi, dietro ai quali l'inerzia più totale sarebbe un corollario irrilevante.


Voglio però intervenire ancora una volta, cercando di volgere in positivo la lettura del fenomeno, dal quale si potrebbero ricavare almeno tre insegnamenti:

1) Anzitutto, l'accanimento contro papa Francesco testimonia chiaramente, a contrario, l'altezza della sua figura e la limpidezza del suo operato; in una parola, la sua autenticità evangelica. Se infatti, dopo aver fatto le "analisi del sangue" all'intera biografia di Bergoglio, fin nelle pieghe più riposte della sua vita, si continua ad andare avanti così, cioè riciclando il nulla, possiamo stare davvero tranquilli. Per la verità, molti di noi non avevano dubbi: ma ormai ce ne viene offerta una motivazione ulteriore, ad abundantiam. Se gli unici argomenti contro il papa sono un conclave illegittimo, o il fatto che egli chieda un avvicendamento alla Congregazione per la dottrina della fede in seguito alla scadenza ordinaria di un mandato, o invocando addirittura il cardinale Martini (ritenuto sempre inaffidabile e ora trasformato in una auctoritas), vuol dire che abbiamo davvero un santo papa. È stato raschiato il fondo del barile, lasciamo che i morti seppelliscano i morti.

2) In secondo luogo, gli attacchi a papa Francesco contengono in se stessi la misura della loro contraddizione e in un certo senso ci offrono un criterio per distinguere in modo inequivocabile parresia e maldicenza. Come ha scritto qualche tempo fa 
Andrea Grillo, quanti hanno condotto una crociata intransigente contro il moderno rischiano di diventare vittime di una "sindrome di Stoccolma", incarnando in loro proprio quelle forme di soggettivismo relativistico e di individualismo anti-istituzionale che hanno combattuto per anni! Il rispetto della suprema autorità che i cristiani riconoscono al vicario di Cristo e successore di Pietro dovrebbe suggerire altri atteggiamenti, altre parole, un'altra umiltà e, alla fine, anche il silenzio. Molti di noi, in passato, hanno avuto qualche perplessità e alcuni dubia su singole prese di posizione dei pontefici precedenti e hanno scelto la via del silenzio e della preghiera, sapendo bene l'uso strumentale che sarebbe stato fatto di alcune prese di posizione. La linea che separa il silenzio dalla chiacchiera potrebbe essere anche quella che distingue un buon cristiano da un provocatore.

3) Infine, questa marea montante di acredine fine a se stessa c'insegna che i veri problemi della Chiesa oggi sono altri: sono le grandi sfide dell'annuncio del Vangelo, delle forme della testimonanza cristiana, della santità nella ricerca di sintesi credibili - antiche e nuove - fra Parola, liturgia e carità, fra l'altezza della Rivelazione e le fragilità della storia. Oscurare e persino occultare queste sfide, trasformando la vita ecclesiale in un derby fra bergogliani e antibergogliani, stimolando la nascita di opposte tifoserie, è un'operazione spericolata e profondamente - questa volta sì - antievangelica. Chi crede che agitare qualche rassicurante parola d'ordine garantisca un'esenzione a prescindere da ogni altra forma d'impegno, c'insegna, ancora una volta a contrario, qual è il pericolo più grande oggi per un cristiano: ridurre il cristianesimo a una grande sceneggiata mediatica, frivola e mondana, di fronte alla quale basta dichiarare da che parte si sta. Anche rimanendo in pantofole, tranquillamente sprofondati nella poltrona di casa. 


Luigi Alici nel suo blog Dialogando  (21.07.

domenica 23 luglio 2017

IL RITO COPTO


 

Stefano Rosso, Il rito copto. Sacramenti, sacramentali, feste, tempi e libri liturgici (Sapientia Ineffabilis 11), IF Press srl, Roma 2016. 975 pp. (50 €).
 
La fede dei Copti in mezzo all’Islam è un miracolo dello Spirito Santo, meno perché essa ha resistito alle pressioni esterne che non perché si è mantenuta in mezzo ad una grande povertà interiore, senza alcun progresso nella teologia e nella spiritualità, senza alcun soffio venuto da un’altra parte della cristianità per rianimare la fiamma, in mezzo ad un’ignoranza che avrebbe potuto riportare al paganesimo, e a divisioni intestine che hanno distrutto altre Chiese… Ciò che non si può spiegare è un mistero o un miracolo: la durata dei Copti è un miracolo.
 
(Testo del risvolto del libro)

venerdì 21 luglio 2017

DOMENICA XVI DEL TEMPO ORDINARIO ( A )


 


Sap 12,13.16-19; Sal 85 (86); Rm 8,26-27; Mt 13,24-43


La preghiera è un atteggiamento del cuore che si apre al mistero di Dio. Pregare significa quindi cercare il volto di Dio. Il Sal 85 è una preghiera piana e scorrevole, calda di fede e di senso religioso, con cui il pio salmista ci conduce alla scoperta di un Dio grande e potente che compie meraviglie, ma che soprattutto è lento all’ira, pieno di amore e pronto nell’offrire il suo perdono a quanti si rivolgono a lui con cuore pentito. In questa preghiera si sente già il dialogo amoroso e confidente del Vangelo: chiedete ed otterrete. La tradizione cristiana ha interpretato questo salmo come preghiera rivolta da Cristo al Padre, sia per sé, sia per le membra di quel corpo mistico, di cui egli è il capo.
La prima lettura biblica, tratta dal libro della Sapienza, parla di un Dio che pur essendo “padrone della forza”, governa “con molta indulgenza” e concede dopo i peccati la possibilità di pentirsi. Sulla stessa linea, la parabola del grano e della zizzania (gramigna), riportata dalla lettura evangelica, ci mostra il volto di un Dio paziente, capace di aspettare, pronto a darci la possibilità di scegliere, di crescere, di maturare, e disposto sempre a perdonare. Dio rispetta la nostra libertà e i nostri ritmi. Egli non vuole dei burattini, docili strumenti senza cuore. Dio vuole l’amore della sua creatura e perciò rispetta la sua libertà. Le altre due brevi parabole del granello di senape e del lievito, riportate dalla pagina evangelica, adombrano la potenza di espansione del regno di Dio.
Siamo invitati a prendere coscienza con realismo della presenza del male nel mondo e in ognuno di noi: “Tutti i membri della Chiesa, compresi i suoi ministri, devono riconoscersi peccatori. In tutti, sino alla fine dei tempi, la zizzania del peccato si trova ancora mescolata al buon grano del Vangelo” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 827). Dinanzi a questa realtà bisogna evitare due estremi: l’esserne succubi o il volerlo stroncare ad ogni costo e in tutte le sue manifestazioni. Pretendere di cancellare radicalmente tutto il male che c’è nel mondo è lo stesso che sopprimere la libertà dell’uomo con il rischio di uccidere l’uomo stesso. Certamente la libertà non equivale al diritto di fare il male, ma apre all’uomo la possibilità di orizzonti di bene. In ogni modo, Dio non vuole limitare la nostra libertà anche se alla fine del nostro pellegrinaggio chiederà conto dell’uso che ne avremo fatto. Gesù con le sue parabole ci fa capire che il regno di Dio ha un inizio (il momento in cui il seme viene seminato nel campo del cuore dell’uomo), una fine (il tempo della mietitura), separati da un tempo di crescita. Non dobbiamo quindi essere precipitosi, fare delle discriminazioni premature.
La tolleranza del padrone della messe stimola anche noi a un comportamento di comprensione. La vera forza dell’uomo non si manifesta nella vendetta, ma nel perdono. I sistemi del puritanesimo, dell’integralismo, del rigorismo e del massimalismo sono estranei allo spirito del Vangelo di Gesù. Se Dio è buono e perdona (cf. salmo responsoriale), anche noi dobbiamo avere il coraggio del perdono. Come ci ricorda san Paolo nella seconda lettura, nei nostri rapporti con Dio e con gli altri dobbiamo affidarci allo Spirito che “viene in aiuto alla nostra debolezza”. Lo Spirito Santo opera in modo continuo nel nostro cuore e orienta il nostro spirito perché sappiamo crescere nella vitalità che viene dall’alto. Fonte di ogni bontà, Dio non è direttamente né indirettamente causa del male. Rispettando la libertà della sua creatura, Dio lo permette e, misteriosamente, egli sa trarre il bene anche dal male.

domenica 16 luglio 2017

ARTE E LITURGIA


Santa Maria del Mar - Barcelona

“Arte” e “liturgia” sono due parole che, nella celebrazione cultuale, costituiscono un’unica realtà. Si potrebbe quindi parlare della liturgia come un’opera d’arte. E quando parliamo di liturgia parliamo dell’ “opera di Dio” (opus Dei) celebrata dal suo popolo. La liturgia è quindi anzitutto un’opera compiuta da Dio. Perciò Benedetto XVI ha potuto affermare che “la bellezza non è un fattore decorativo dell’azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione” (Benedetto XVI, Sacramentum caritatis 35).  Ma la liturgia è opera di Dio in favore del suo popolo, il quale “risponde a Dio con il canto e la preghiera” (Costituzione Sacrosanctum Concilium 33). Possiamo affermare che l’arte, che è bellezza, comporta armonia. In musica, armonia indica accordo di voci e di suoni. Nella celebrazione liturgica la prima armonia è quella che si stabilisce tra l’azione di Dio e la risposta dell’assemblea celebrante. La superficialità, e talvolta perfino la banalità, addirittura la negligenza di alcune celebrazioni liturgiche distruggono questa armonia e conseguentemente minimizzano la funzione principale della liturgia: introdurci con tutto il nostro essere in un mistero che ci supera totalmente.    

La liturgia adopera essenzialmente un linguaggio simbolico per introdurci in una visione più profonda delle cose e del mistero che celebriamo. “Le opere d’arte cristiana offrono al credente un tema di riflessione e un aiuto per entrare in contemplazione in una preghiera intensa, attraverso un momento di catechesi, come anche di confronto con la Storia Sacra. I capolavori ispirati dalla fede sono vere “Bibbie dei poveri”, “scale di Giacobbe” che elevano l’anima fino all’Artefice di ogni bellezza, e con Lui al mistero di Dio…”  (Documento finale dell’Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura, 27-28 marzo 2006).

La reazione previa e posteriore al Concilio Vaticano II alle prese con la sovrabbondanza decorativa, che ha caratterizzato gli ultimi secoli dal Rinascimento in poi, è stata una spoliazione talvolta eccessiva delle chiese esistenti e la realizzazione di chiese nuove troppo spesso assolutamente prive di qualsiasi elemento iconografico. Occorre invece avere presente che “oggi più che mai, nella civiltà dell’immagine, l’immagine sacra può esprimere molto di più della stessa parola, dal momento che è oltremodo efficace il suo dinamismo di comunicazione e trasmissione del messaggio evangelico” (J. Ratzinger, Introduzione, in Catechismo della Chiesa Cattolica. Compendio, LEV – S. Paolo, Città del Vaticano – Cinisello Balsamo 2005).

M. A.

venerdì 14 luglio 2017

DOMENICA XV DEL TEMPO ORDINARIO


 


Is 55,10-11; Sal 64 (65); Rm 8,18-23; Mt 13,1-23


Il Sal 64 celebra la potenza di Dio che visita la terra e la disseta, infonde vita e dona fecondità a tutto il creato. La vita e la benedizione diffuse da Dio nel mondo naturale sono segno della grazia e dalle benedizioni soprannaturali con le quali Dio inonda la sua Chiesa per rigenerare il deserto spirituale di questo mondo. In particolare, il Signore nella celebrazione della messa ci sazia con il “frumento” dell’Eucaristia e ci nutre con “i pascoli” della sua Parola.
Il discorso centrale delle letture bibliche odierne verte sulla parola di Dio. Il breve brano della prima lettura, tratta dal profeta Isaia, esalta la potenza della parola del Signore. Essa opera ciò che il Signore desidera e compie ciò per cui egli l’ha mandata. Le parole umane sono spesso vane e inconsistenti, non impegnano sempre chi le pronuncia, non resistono alla prova del tempo. La parola di Dio, invece, non risuona mai inutilmente sulla terra, non cade a vuoto, ma realizza qualcosa in chi si dispone a riceverla. Venendo da Dio, porta la vitalità infinita di Dio ed è capace di fecondare il mondo. Il profeta compara l’azione della Parola con quella della pioggia e della neve che irrigano, fecondano e fanno germogliare la terra. Non si tratta però di una parola magica. La parola di Dio non funziona in modo automatico. Lo insegna Gesù nella parabola del seminatore che uscì a seminare, parabola con la quale iniziamo la lettura del discorso sulle parabole del Regno che ci accompagnerà anche per le due domeniche seguenti. Gesù afferma che le sorti della Parola sono anche legate alla responsabilità e collaborazione dell’uomo: occorrono certe condizioni di disponibilità, di attenzione; occorre un terreno adatto, un cuore capace di ascolto perché la parola di Dio dia frutto. Se il nostro cuore è come un terreno arido, la nostra vita sarà sterile e incapace di essere rinnovata col messaggio della parola di Dio.
La seconda lettura ci ricorda che la parola di Dio seminata abbondantemente nel decorso della storia, ne subisce tutti i condizionamenti. Il brano paolino può aiutarci a comprendere l’attuale travaglio della crescita del regno di Dio, e quindi anche della Parola che di questo regno è annuncio. San Paolo ci invita alla speranza: la potenza della parola di Dio apparirà in tutto il suo fulgore quando in ogni discepolo si rivelerà la “gloria futura”, quando anche il corpo mortale dell’uomo sarà trasfigurato e reso conforme al corpo glorioso del Signore. L’eventuale incredulità degli ascoltatoti non farà fallire il progetto di Dio. La salvezza in Cristo è una realtà presente (cf. 1Cor 15,1-2), ma la sua realizzazione piena attraverso la risurrezione dei corpi deve ancora venire (cf. 1Cor 15,13-34). Con il suo corpo l’uomo è in rapporto con tutto il creato. Entrambi, l’uomo e il cosmo, gemono nell’attesa di una manifestazione piena della salvezza. Avendo partecipato al travagliato destino dell’uomo, anche la creazione parteciperà alla liberazione dalla sua condizione mortale.
La parola di Dio, se accolta e custodita nel cuore, è luce che ci guida a capire e interpretare il significato della nostra vita nella scena di questo mondo. Questa parola, che ascoltiamo così sovente nel decorso della nostre celebrazioni liturgiche, in particolare ogni domenica nella prima parte della celebrazione della messa, è come una semente che Dio stesso sparge nel cuore d’ognuno di noi e che porta frutto a seconda dell’ascolto e dell’accoglienza che ad essa noi offriamo. Como dice il canto al vangelo, nella celebrazione eucaristica è Cristo stesso che semina il buon seme della sua Parola.