Translate

domenica 10 dicembre 2017

COME ONORARE QUALITATIVAMENTE LE LITURGIE DOMENICALI



Dal vortice di esperimenti postconciliari alla routine pastorale di oggi, sul compito di onorare qualitativamente le liturgie domenicali si è addensata l’applicazione di ogni tipo di strategia additiva, trascinata dalla parola d’ordine della “partecipazione attiva”, equivocata molto spesso a sua volta come immediatezza emotiva del culto o comprensione cognitiva del rito. Ne è scaturita quella cura molto ingenua di una liturgia affollata di espedienti a ribasso, più vicini alla logica dell’intrattenimento che ai processi della mistagogia.

A complicare le cose ci si è messo questo vento di ritorno per predilezioni neotridentine che in realtà si innesta, per quanto inconsapevolmente, sulla stessa logica di incentivazione emotiva dell’ordinario cabaret liturgico in diffusione quotidiana. Il “senso del mistero” tanto rivendicato resta una sigla altrettanto pretestuosa che quella della “partecipazione attiva”. Tutto in realtà è molto più misterioso di questa chiara, chiarissima, attrazione per un immaginario di sicurezza psichica.

Ho l’impressione che stiamo comprendendo soltanto adesso, a cinquant’anni dal Concilio, la densa posta in gioco della riforma liturgica e la competenza necessaria a dare forma eloquente all’estetica del segno che le corrisponde.



Giuliano Zanchi, Liturgia ed esperienza cristiana, in “Celebrare in spirito e verità. L’esperienza spirituale della liturgia”, Edizioni Glossa, Milano 2017, pp. 35-36

venerdì 8 dicembre 2017

DOMENICA II DI AVVENTO (B) – 10 Dicembre 2017



Is 40,1-5.9-11; Sal 84 (85); 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8

Il Sal 84 nella sua seconda parte, che è quella ripresa dal salmo responsoriale della liturgia odierna, dà voce al profeta che annuncia un messaggio da parte di Dio: messaggio di pace, di misericordia, di verità, di giustizia. In questo messaggio, Dio promette di riprendere il suo posto in mezzo al popolo, purificato dall’esilio e dalle sofferenze. La tradizione cristiana ha riletto questo canto del “ritorno” di Israele alla sua terra e al suo Dio, e del “ritorno” di Dio verso Israele, sua sposa, come la celebrazione dell’abbraccio perfetto in Cristo tra la natura umana e la natura divina. Di Natale in Natale, la promessa del Signore apre davanti alla Chiesa la prospettiva dell’Avvento finale di Cristo, in cui pace e giustizia, amore e verità raccoglieranno in un unico abbraccio il cielo e la terra.

Alle parole del profeta Isaia riprese dalla prima lettura: “preparate la via al Signore”, fanno eco le parole di Giovanni Battista raccolte dal brano evangelico: “preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”. Ogni vero incontro è frutto di un reciproco cammino. Il Signore ci viene incontro, ma ciascuno di noi deve compiere il suo tratto di strada con la propria conversione. Ce lo ricorda san Pietro nella seconda lettura: “nell’attesa di questi eventi, fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia”. L’insegnamento di fondo che la parola di Dio ci rivolge in questa domenica è quindi un invito alla conversione per ristabilire la comunione col Signore che viene continuamente a noi. Dio entra nella storia umana e si rivela pienamente in Gesù Cristo, per invitare ed ammettere gli uomini alla comunione con sé e fare di tutti gli uomini una comunità di fratelli, che è la Chiesa - nuova Gerusalemme. Questo fatto che interpella in prima persona ogni uomo che vive nel mondo, è un’autentica chiamata alla vera vita, alla vera felicità. La risposta all’invito divino esige l’apertura del cuore, un atteggiamento cioè di disponibilità e di accoglienza, permeato di quella semplicità e povertà che è alla base della fede; e richiede che si scavi nella propria vita una strada e la si percorra, con gioia e coerenza, fino all’incontro definitivo con il Signore.

Tra le immagini con cui le letture bibliche d’oggi parlano della conversione c’è quella della “strada” o della “via”, tema biblico classico, che esprime tutto il dinamismo della fede, intesa non tanto come atteggiamento intellettuale, quanto piuttosto come uno stile di vita nel quale si traduce la fedeltà al vangelo e quindi come “sequela” di Cristo. In questa prospettiva la vita cristiana appare come un “cammino” di fede - conversione, compiuto insieme agli altri fratelli per incontrare il Signore che viene e per fare l’esperienza della sua comunione. Ostacoli sul nostro cammino non ne mancano. Vi sono, fra l’altro, le realtà terrene, quando non vengono usate “con la sapienza che viene dal cielo”, come dice la colletta. Perciò nella preghiera dopo la comunione chiediamo a Dio di saper “valutare con sapienza i beni della terra, nella continua ricerca dei beni del cielo”.

Il Signore e giudice della storia verrà e “in quel giorno tremendo e glorioso passerà il mondo presente e sorgeranno cieli nuovi e terra nuova” (II prefazio dell’Avvento). L’eucaristia facendo memoria della morte e risurrezione di Cristo pone per ciascuno di noi che vi partecipiamo un segno e una caparra di salvezza per quel giorno “tremendo e glorioso”. Infatti nell’eucaristia Cristo ci ammette alla sua comunione, segno e caparra di quella comunione piena e definitiva alla fine dei tempi.




mercoledì 6 dicembre 2017

IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA B.V. MARIA – 8 Dicembre 2017



Gn 3,9-15.20; Sal 97 (98); Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26-38

La Chiesa celebra l’immacolata concezione della vergine Maria nel Tempo di Avvento, in cui la liturgia fa memoria del progetto della salvezza secondo il quale Dio, nella sua misericordia, chiamò i Patriarchi e strinse con loro un’alleanza d’amore; diede la legge di Mosè; suscitò i Profeti; elesse Davide, dalla cui stirpe doveva nascere il Salvatore del mondo: di questa stirpe Maria è figlia eletta, quasi il punto di arrivo. Il nucleo di verità che ci è comunicata dall’immacolata concezione di Maria è quello del rapporto tra il divino e l’umano: tra questi due poli c’è un “punto” d’intersezione che è appunto Maria immacolata.

La prima lettura ci ricorda che la buona novella della salvezza è antica quanto la presenza del male nel mondo. È attraverso una donna, Eva, che, cedendo alle lusinghe ingannevoli del serpente, il male si introduce nella storia. È anche una donna, Maria, che attraverso la sua discendenza, è all’origine della vittoria definitiva del bene sul male. Maria ascolta la parola di Dio che le viene portata dall’angelo e, con la sua accettazione del piano salvifico di Dio fa sì che questa parola si realizzi e che il Verbo si faccia carne “per noi uomini e per la nostra salvezza”.

Celebrando l’immacolata concezione di Maria, la Chiesa rende grazie a Dio, la cui potenza redentrice è senza limiti. Nella seconda lettura ascoltiamo san Paolo che benedice Dio che “ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”. Ciò che l’Apostolo dice di ognuno di noi vale in modo eminente per la vergine Maria, “piena di grazia”, la madre, “benedetta fra tutte le donne”, di colui attraverso il quale ci viene ogni benedizione a lode del Padre.

L’orazione colletta del giorno spiega bene e in poche parole perché e in che modo Maria è immacolata: il Padre nell’immacolata concezione della Vergine ha preparato una degna dimora per il suo Figlio, e in previsione della morte di lui l’ha preservata di ogni macchia di peccato. Maria può cooperare alla redenzione dell’umanità perché prima ella ha ricevuto la pienezza della grazia. La madre del Salvatore è stata oggetto di una particolare scelta da parte del Padre; in seguito a questa Egli l’ha costituita punto “vertice” di tutta la storia d’Israele e punto “germinale” del nuovo Israele, la Chiesa.

Alla luce del mistero dell’immacolata concezione di Maria si comprende come il peccato è fondamentalmente una ferita all’integrità della persona, una lacerazione che va curata, restaurata. È quello che chiediamo nella preghiera dopo la comunione: che il sacramento ricevuto “guarisca in noi le ferite di quella colpa da cui, per singolare privilegio” è stata preservata “la beata Vergine Maria, nella sua immacolata concezione”. Maria immacolata, la prima dei redenti, è un segno di speranza. Ciò che è avvenuto in lei è l’anticipo della vittoria di Cristo risorto sulla morte e sul peccato.


domenica 3 dicembre 2017

A PROPOSITO DI “MAGNUM PRINCIPIUM”

 

Il recente motu proprio Magnum principium inizia ricordando “l’importante principio”, confermato dal Concilio Ecumenico Vaticano II, secondo cui la preghiera liturgica, deve essere adattata alla comprensione del popolo, e che possa essere capita.  Il Vaticano II riconosce il valore della comprensione del rito, tra l’altro, quando prescrive che “i riti siano adatti alla capacità di comprensione dei fedeli e non abbiano bisogno, generalmente, di molte spiegazioni” (SC 34). 

 

Questo principio lo fece proprio anche il Concilio di Trento quando riconobbe che la messa “contiene abbondante materia per l’istruzione del popolo cristiano” e, pur conservando la lingua latina, comandò “ai pastori e a tutti quelli che hanno cura d’anime di spiegare spesso personalmente o di far spiegare da altri, durante la celebrazione delle messe, qualche cosa di quello che ivi si legge e, tra l’altro, qualche cosa del mistero di questo santissimo sacrificio, specie nelle domeniche e nei giorni di festa” (Denzinger  1749). Come afferma il prof. John W. O’Malley, “Purtroppo, molto prima che terminasse il concilio, a tal punto il latino era diventato un segno chiaro della identità dei cattolici che il suo uso si è imposto incontestabilmente…” (Trento. Qué pasó en el concilio?, Sal Terrae 2015, p. 190).

 

Come interpretare questo “importante principio”? Si potrebbe interpretare, ed è un rischio, come una forzatura razionalistica che riduce il rito entro i confini della ragione. Il rito non va interpretato secondo la logica della razionalità, ma secondo la logica del simbolo. L’interpretazione più corretta del principio si raggiunge solo se cerchiamo di mettere questo e altri principi della SC in rapporto con il regime rituale precedente alla riforma di Paolo VI e con la percezione di insostenibile distanza con cui la celebrazione era percepita dai fedeli.

 

M. A.

 

venerdì 1 dicembre 2017

DOMENICA I DI AVVENTO (B) – 3 Dicembre 2017




Is 63,16b-17.19b; 64,2-7; Sal 79 (80); 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

Il Sal 79 è una fiduciosa supplica a Dio perché intervenga a salvare il suo popolo. Il salmista ricorda le sollecitudini divine per il suo popolo, paragonandolo ad una vite che, trapiantata dall’Egitto, ha occupato tutto il paese. Ma oggi la sua cinta è abbattuta, ogni viandante ne fa vendemmia e il cinghiale la devasta. Ecco allora che nel cuore dell’orante affiora una speranza in un re ideale, “il figlio dell’uomo” che Dio stesso ha preparato perché ritornino il sorriso e la pace in Israele. Riprendendo questo salmo in Avvento, diamo voce alle speranze e alle preghiere di tutti gli uomini che condividono con noi l’attesa del compimento definitivo della salvezza: “Signore, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi”. L’Avvento è il tempo della speranza degli uomini e di tutta la creazione.

Il tempo d’Avvento collega la venuta di Cristo a Betlemme con l’attesa del suo secondo avvento glorioso alla fine dei tempi: il Natale è considerata già una festa di trionfo connessa col trionfo redentore della croce e con quello finale del ritorno di Cristo. L’Avvento si presenta quindi come un tempo di attesa del compimento della salvezza: nell’attesa gioiosa della festa della nascita del Redentore, siamo orientati verso il ritorno glorioso del Signore alla fine dei tempi. L’Avvento intende suscitare in noi la nostalgia di Dio.

In questa prima domenica d’Avvento, la parola d’ordine, ripetuta per ben quattro volte nel breve brano evangelico, è “vegliate!”, siate pronti ad accogliere il Signore che viene per compiere l’opera della salvezza! Come i servi di cui parla il vangelo d’oggi, anche a noi è stato affidato un compito e abbiamo ricevuto molteplici doni di grazia per portarlo a termine. Vegliare vuol dire essere pronti a rendere conto al Padrone della gestione di quanto abbiamo ricevuto da lui. Bisogna vegliare consapevoli del peso di eternità di ogni venuta, di ogni istante che ci è donato. Gesù non dice cosa farà il padrone se, giungendo all’improvviso, troverà i servi addormentati, ma non c’è nemmeno bisogno di annunciare una qualsiasi punizione; l’essenziale in questo caso è il fallimento doloroso del proprio compito. Ci era stato affidato un incarico ed era proprio quello che dava senso alla nostra vita; averlo dimenticato significa che la nostra esistenza precipita nell’inutilità, nell’amarezza del vuoto. La vita cristiana prende inizio dalla prima venuta del Signore, si sviluppa come cammino verso la seconda e si conclude nell’effettivo incontro con il Signore. Non possiamo mancare a questo appuntamento.

Nella seconda lettura, san Paolo ci ricorda che, nell’imprevedibilità del momento preciso del ritorno del Signore, la vigilanza deve diventare impegno e testimonianza davanti al mondo, come tra i cristiani di Corinto a cui è indirizzata la sua lettera: “La testimonianza di Cristo si è stabilita tra voi così saldamente, che non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo”. Vivere da cristiani significa assumere responsabilmente un compito che ci è stato affidato. Ma nel adempimento di questo compito non siamo soli. Nel brano della prima lettura, il profeta Isaia è consapevole della radicale incapacità dell’uomo di salvarsi da solo. E’ necessario che Dio intervenga in nostro aiuto con l’azione trasformante della sua grazia: Egli va incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle sue vie. La colletta del giorno riprende questo concetto quando si rivolge a Dio affinché “susciti in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al Cristo che viene…”



domenica 26 novembre 2017

AVVENTO



Il termine latino adventus (traduzione del greco parousía o anche epipháneia),  nel linguaggio cultuale pagano significava la venuta annuale della divinità nel suo tempio per visitare i suoi fedeli. Il Cronografo romano del 354 usa la formula Adventus Divi per designare il giorno anniversario dell’ascesa al trono di Costantino. Negli autori cristiani dei secoli III-IV, adventus è, tra l’altro, uno dei termini classici per indicare la venuta del Figlio di Dio in mezzo agli uomini, la sua manifestazione nel tempio della sua carne[1]. Il termine negli antichi Sacramentari romani viene adoperato per indicare sia la venuta del Figlio di Dio nella carne, l’adventus secundum carnem, che il suo ritorno alla fine dei tempi: in secundo cum venerit in maiestate sua (GrH, n. 813). Se Adventus, Natale, Epiphania esprimono la stessa realtà fondamentale, ci domandiamo come Adventus è passato a designare il periodo liturgico preparatorio al Natale.

Alla fine del IV secolo, troviamo in Gallia e in Spagna le prime tracce di un tempo di preparazione all’Epifania. La testimonianza più antica sarebbe un testo attribuito a sant’Ilario di Poitiers (+ 367), dove si parla di tre settimane preparatorie all’Epifania[2]. Il canone 4 del Concilio I di Zaragoza, celebrato nell’anno 380, invita i fedeli a frequentare l’assemblea durante le tre settimane che precedono la festa dell’Epifania[3]. E’ un periodo che ha un carattere vagamente ascetico senza specifiche espressioni liturgiche. Sembra che si tratti di un tempo di preparazione al battesimo che nelle Chiese ispano-gallicane si conferiva, secondo l’uso orientale, nel giorno dell’Epifania. Nel V secolo abbiamo informazioni più precise in Gallia; la notizia più importante è l’ordinamento del digiuno di Perpetuo di Tours (+ 490). Si tratta di un digiuno tre volte la settimana nel tempo che va dalla festa di san Martino (11 novembre) a Natale. J.A. Jungmann crede che questa disposizione si fonda su una originaria “Quaresima di san Martino”[4].

Nella Chiesa di Roma, dove la celebrazione del battesimo nell’Epifania non è stato mai in vigore, non si hanno notizie di una preparazione al Natale prima della seconda metà del secolo VI; essa però fin dalla sua origine è stata una specifica istituzione liturgica. I più antichi documenti al riguardo sono i testi liturgici del GeV e, in seguito, quelli del GrH. I formulari delle Tempora del mese di dicembre ebbero un significato indipendente dalla preparazione al Natale.




 [1] Cf Cipriano, Testimoniorum adversus Judaeos 2,13: PL 4,735; Ilario, Tractatus super psalmos 118,16,15: PL 9,612.
 [2] Su questo testo e la sua autenticità, cf A. Wilmart, Le parétendu “Liber Officiorum” de Saint Hilaire et l'Avent liturgique, in Revue Bénédictine 27 (1910) 500-513.
 [3] Cf  J. Vives (ed.), Concilios visigóticos e hispano-romanos, Barcelona-Madrid 1963, 17.
 [4] Cf  J.A. Jungmann, Advent und Voradvent,  Gewordene Liturgie: Studien und Durchblicke. Innsbruck:   F. Rauch1941237-249.

venerdì 24 novembre 2017

DOMENICA XXXIV DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 26 Novembre 2014 NOSTRO SIGNORE GESU’ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

 

Ez 34,11-12.15-17; Sal 22 (23); 1Cor 15,20-26.28; Mt 25,31-46

Celebriamo Cristo “Re dell’universo”. Per comprendere correttamente questo titolo dato a Cristo bisogna riferirsi alla tradizione biblica del Dio re-pastore. L’immagine del “re” e del “pastore” nell’antichità erano interscambiabili; così come quelle del “gregge” e del “regno”. Il Sal 22 parla di Dio Pastore buono che pasce il suo popolo, lo fa riposare su pascoli erbosi e lo conduce ad acque tranquille. Nella persona di Cristo, il Dio che fu Pastore e Ospite di Israele, si è fatto incontro agli uomini con un volto umano e con amore e bontà che superano ogni intendimento. Il salmo esprime la grande fiducia nel Signore che illumina, conforta e guida i credenti nei sentieri della vita.

L’anno liturgico si chiude sottolineando la centralità di Cristo nella storia e nella vita dell’uomo nonché il suo primato sull’universo. In effetti la solennità di Cristo Re dell’universo non intende riconoscere a Cristo un semplice titolo onorifico, ma il suo diritto a essere il centro della storia umana, la sua chiave di lettura. Il senso della storia del mondo e della vita dell’uomo si decide nel rapporto con Gesù Cristo e il rapporto con Gesù Cristo si decide nel rapporto coi fratelli. Questo doppio tema è quello che illustrano le letture bibliche odierne.

La prima lettura contiene un annuncio di speranza che il profeta Ezechiele fa pervenire al popolo d’Israele in un momento travagliato della sua storia. Dinanzi alla incapacità dei capi politici e religiosi d’Israele di essere autentiche guide al servizio del popolo, è Dio stesso che promette di prendersi cura d’Israele. Il Signore “pascerà” direttamente il suo gregge, nella speranza che questi risponderà alle sue premure. La tenerezza infinita di Dio è l’altra faccia della sua sovrana autorità, della sua onnipotenza.

La profezia di Ezechiele trova pieno compimento in Cristo. Il brano della lettera ai Corinzi della seconda lettura contempla la storia come un processo attraverso il quale il mondo deve essere sottomesso alla sovranità redentrice di Gesù. Il progetto di Dio è l’uomo liberato dalla schiavitù del peccato e ricondotto alla pienezza della verità e dell’amore e questo progetto è stato realizzato da Gesù Cristo. E quando tutto sarà stato sottomesso a Cristo, “anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti”. Queste parole ci introducono nel brano evangelico d’oggi. Infatti, san Matteo ci presenta a Cristo Signore quando verrà nella sua gloria a giudicare il mondo. Il criterio con cui Cristo giudicherà “tutti i popoli” sarà quello di aver amato, servito, aiutato, consolato chi si sia trovato in situazione di miseria, di povertà, di sofferenza, di malattia, di ingiustizia. Gesù afferma che in ognuna di queste situazioni lui era presente, per cui ogni gesto compiuto in favore del fratello in realtà era diretto a lui. Chi ha amato i fratelli di fatto ha amato Cristo. Ecco perché riconoscere la regalità di Cristo significa imitarne lo spirito, incontrarlo nel fratello e impegnarsi a liberarlo dalle sue necessità. L’amore attua e dilata i confini del regno di Cristo, che non è una realtà né geografica né spaziale né temporale, ma è la sovranità del suo amore, che si attua già nel cuore di ogni uomo e nelle realizzazioni terrene e si compirà in pienezza alla fine quando “Dio sarà tutto in tutti” (cf. seconda lettura). Sintetizzando possiamo dire, riferendoci al grandioso scenario del giudizio finale che “alla sera della nostra vita saremo giudicati sull’amore” (San Giovanni della Croce).


domenica 19 novembre 2017

LITURGIA E COMUNICAZIONE


 

Bruno Cescon, Liturgia grande sistema di comunicazione. Il potere comunicativo della liturgia nella modernità (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” – “Subsidia” 183), CLV – Edizioni Liturgiche, Roma 2017. 231 pp.

 

Per la Chiesa, lo strumento di comunicazione per eccellenza, cioè di cultura e informazione interna ed esterna, è la liturgia. Attraverso il rito, un insieme di parole e gesti carichi di memoria e di valori teologici e simbolici, fa conoscere pensiero e azioni della Chiesa nella stessa modernità.

 

Osservata in termini sociologici, la liturgia assume i connotati di un particolare sistema comunicativo nel contesto della modernità. Non da ultimo, la liturgia traccia dei confini tra valori e non valori nella vita individuale e sociale. Comunica infatti mediante una forma “sapienziale” di trasmissione di informazione e di contagio di emozioni che oggi diventano, pur antiche, sempre nuove. La scienza della comunicazione aiuta a comprendere come la liturgia sappia trasmettere “buone notizie” e suscitare coinvolgimenti emotivi non sempre decifrabili in modo esaustivo.

 

La liturgia come comunicazione nella modernità è dunque la scommessa di questo volume. La sua efficacia non si ferma alla vita privata delle persone, ma influenza l’intera società, ispirando comportamenti individuali e sociali, che nei regimi sono invece tenuti sotto controllo perché espressione di libertà.

 

La liturgia è definita “potere comunicativo nella modernità”, in un momento in cui nell’Occidente cristiano subisce un indebolimento di comprensione e di partecipazione.

 

Il volume è diviso in due parti: la prima è uno studio accurato, e per  certi versi nuovo, sulla liturgia nella modernità; la seconda affronta il tema della liturgia come strumento comunicativo, in particolare nel nuovo ambiente dei media.

 


(Quarta di copertina)

venerdì 17 novembre 2017

DOMENICA XXXIII DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 19 Novembre 2017


Pr 31,10-13.19-20.30-31; Sal 127 (128); 1Ts 5,1-6; Mt 25,14-30

In una atmosfera piena di pace, di serenità e di felicità il Sal 127 celebra la vita piena dell’uomo giusto. Dio lo benedice nel suo lavoro, dandogli la possibilità di coglierne e di goderne i frutti. Il salmo inizia con le parole “Beato chi teme il Signore”, e termina con un augurio che si estende sull’intero popolo d’Israele: “Possa tu vedere il bene di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita!”. In questa cornice, le letture bibliche odierne sono un forte richiamo ad una fede feconda; ci viene ricordato che le più sacrosante aspirazioni dell’uomo saranno appagate in pieno solo nella “città futura”, quando nell’intimità della casa del Padre la sposa dell’Agnello radunerà tutti i suoi figli “intorno alla sua mensa”. Raggiunge però questo traguardo colui che “cammina nelle vie del Signore”.

Alla fine ormai dell’anno liturgico, anche questa domenica è dominata dal pensiero delle ultime realtà, ma con una particolare sottolineatura: il rimando alla responsabilità personale nel presente come fatto decisivo in ordine al giudizio del futuro. L’uomo è libero di scegliere come spendere la propria esistenza terrena, ma solo chi segue fedelmente le vie indicate dal Signore raggiungerà un traguardo luminoso. La prima lettura fa l’elogio della donna perfetta, di cui si loda sia la sua integrità morale sia la sua capacità di gestire con fermezza, intelligenza ed amabilità la sua casa. La parabola dei talenti riportata dal vangelo si muove su una linea simile: i servi che hanno fatto fruttificare i talenti ricevuti sono lodali e premiati con generosità dal loro padrone. L’unico che sotterra il talento ricevuto viene castigato. Notiamo che un talento costituiva la paga di circa seimila giornate di lavoro. Anche al servo che ne viene affidato uno solo riceve quindi un capitale enorme.

Il nostro rapporto col futuro, precisato nella domenica scorsa come un “vegliare”, diventa oggi un “operare” nel concreto quotidiano, in base alle responsabilità avute. Non si tratta solo di attendere il ritorno di Cristo, ma di orientare la storia verso di lui. Dobbiamo vivere quindi non solo in un’attesa vigile ma anche fattiva. Il nostro futuro eterno è legato all’impegno nel quotidiano. Notiamo che il terzo servo di cui parla la parabola evangelica non viene punito perché ha fatto del male, ma perché non ha fatto del bene. Un dono, anche se piccolo, è pur sempre un dono: in quanto tale è un gesto di amore e di fiducia, a cui bisogna corrispondere con altrettanta generosità. Tutti abbiamo ricevuto dei doni; bisogna farli fruttificare. Alla fine della nostra vita ci incontreremo solo con ciò che avremo costruito, ma anche con tutto ciò che avremo avuto il coraggio di aspettarci da Dio. La venuta dell’ultimo giorno, del giorno del Signore, sarà un’amara sorpresa solo per chi avrà sistematicamente ignorato le proprie responsabilità e avrà chiuso il suo cuore alla speranza. Perché il Signore viene già ora, nella fedeltà agli impegni di ogni giorno. Nella seconda lettura, san Paolo ribadisce la stessa dottrina: conoscendo le ultime realtà a cui andiamo incontro, non possiamo comportarci come se non esistessero, ignorandole o adagiandoci in una passiva e inattiva attesa. Ciò che Dio ci chiede è ben poca cosa: la fedeltà alla sua grazia di ogni giorno nel compimento dei doveri quotidiani.

Possiamo ben dire che la santa eucaristia a cui partecipiamo costituisce la sintesi massima dei talenti datici da Dio. Perciò la partecipazione fruttuosa ad essa è pegno della gloria futura: ci ottiene la grazia di servire il Signore fedelmente e ci prepara il frutto di un’eternità beata (cf. orazione sulle offerte).


domenica 12 novembre 2017

IL PRIMATO DELL’AZIONE DI DIO NELLA LITURGIA



In un suo recente studio, il Prof. Paolo Tomatis afferma giustamente che non si dà atto di tradizione senza un processo di traduzione e di inculturazione. Si apre quindi l’interrogativo circa le “regole del gioco” da rispettare perché la traduzione non costituisca un tradimento della Tradizione, ma la sua concreta possibilità. In seguito, Tomatis dice che riascoltando le diverse voci dei Congressi di Assisi del 1956 e del 1986, emergeranno le principali tensioni entro cui tali regole saranno chiamate a precisarsi e attuarsi. Il recente Congresso di Assisi, celebrato nel 2016, non ha potuto non tener conto degli avvenimenti che hanno fortemente segnato una nuova fase della recezione della riforma e dei processi che reclamano una nuova tappa del rinnovamento liturgico. La novità più rumorosa può essere identificata nel movimento di “riforma della riforma” che ha raccolto istanze e sensibilità differenti. Alla fine di una breve esposizione al riguardo del pensiero di Joseph Ratzinger, Tomatis conclude con queste parole:

“… l’insistenza sul primato dell’azione di Dio rispetto all’azione della comunità è tanto pertinente quanto problematica, nella misura in cui rischia di separare l’azione di Cristo dall’azione del soggetto ecclesiale, ipostatizzando una data forma rituale come depositaria della qualità spirituale e sacramentale del rito cristiano. La doverosa sottolineatura del primato dell’orientazione spirituale sull’adattamento comunitario non può ‘tradursi’ in un rifiuto del compito della traduzione: semmai lo avverte dei possibili equivoci, che minacciano la singolare natura dell’esperienza liturgica”


Paolo Tomatis, La traduzione e la forma, in Andrea Grillo – Paolo Tomatis (edd.), Dove va il movimento liturgico? Atti della XLIV Settimana di Studio dell’Associazione di Professori di Liturgia, CLV – Edizioni Liturgiche, Roma 2017, pp. 103-136 (qui p. 117).

venerdì 10 novembre 2017

DOMENICA XXXII ( A ) - 12 Novembre 2017



Sap 6,12-16; Sal 62; 1Ts 4,13-18; Mt 25,1-13

Il Sal 62 dà voce all’anima assetata del Signore. Un desiderio ardente sospinge il salmista, che ricerca Dio come il terreno palestinese arido, assetato, screpolato dalla calura attende l’acqua. Cercare Dio, aver sete di lui, significa che egli è già venuto a cercare noi e ha ridestato in noi, figli prodighi, la coscienza della nostra povertà e il bisogno di tornare alla sorgente della vita. Il salmo è un grido assetato di amore, che Dio stesso suscita nel profondo di ogni anima che lo cerca con cuore sincero, e che si stringe a lui sostenuta dalla forza della sua grazia.

L’anno liturgico volge ormai al termine. Le tre domeniche che lo chiudono orientano la nostra attenzione verso il traguardo delle “cose ultime” (i cosiddetti “novissimi”). Il tema odierno è la venuta gloriosa e definitiva del Signore alla fine dei tempi. In questo contesto, siamo invitati a vivere in attesa vigilante. La prima lettura parla della sapienza che si fa volentieri trovare da coloro che la cercano. Questo brano anticotestamentario si deve leggere in funzione del brano evangelico, che ci propone la parabola delle vergini stolte e sagge che sono in attesa dello sposo. Così come le vergini sagge erano pronte ad accogliere lo sposo e sono entrate con lui alla sala del banchetto di nozze, così l’uomo saggio è pronto ad accogliere il Signore quando egli verrà per entrare con lui nel regno del Padre. La sapienza di cui parla la Bibbia non è quindi una pura conoscenza intellettuale; è piuttosto quella capacità di trovare il giusto cammino nella vita. Il saggio è colui che sa leggere alla luce di Dio i fatti, le persone, i sentimenti, i segni il più delle volte ambigui o ambivalenti delle evenienze storiche; in questo modo, il vero saggio vive con consapevolezza la logica della tensione tra possesso e attesa, tra certezza e speranza. In altre parti del Vangelo l’incontro definitivo con il Signore è talvolta rappresentato come un giudizio. In questa parabola invece emerge un altro simbolo, quello delle nozze, proprio per sottolineare la dimensione dell’amore, della comunione di vita. Questo ci rivela come davanti a Dio non siamo passivi, ma chiamati a collaborare con lui per divenire artefici della nostra salvezza.

La vigilanza a cui ci esorta la parola di Dio oggi è un invito a pensare all’atteggiamento fondamentale della nostra vita, impegnata nel tempo ma senza mai perdere di vista l’eternità. Nella seconda lettura san Paolo si rivolge ai primi cristiani di Tessalonica che soffrono con angoscia per il distacco dai propri cari e s’interrogano sulla sorte dei defunti. L’apostolo ricorda a questi primi cristiani la fede nella morte e risurrezione del Cristo, quale premessa e fondamento della speranza in una vita ultraterrena. Nonostante la morte e al di là della morte, noi speriamo che la vicenda storica avrà una conclusione positiva. Non il vuoto ma l’incontro definitivo con il Cristo definisce la visione cristiana sulla conclusione della vicenda terrena.


Ogni celebrazione eucaristica di per sé è già partecipazione al banchetto celeste, realizzata però nel segno sacramentale, nell’attesa cioè della sua completa e definitiva manifestazione. Ecco perché noi cristiani preghiamo, soprattutto nella celebrazione eucaristica, per affrettare il ritorno di Cristo dicendogli: “Vieni, Signore” (1Cor 16,22; Ap 22,17-20). 

lunedì 6 novembre 2017

Il campanello alla consacrazione e la transustanziazione




Pubblicato il 6 novembre 2017 nel blog: Come se non

Come ho messo in  luce nel mio post precedente (sul tema delle “particole tonde”) dobbiamo riconoscere serenamente una certa tensione tra “teoria della transustanziazione” e “nuova celebrazione del rito eucaristico”. Da un certo punto di vista, quella teoria condiziona pesantemente la pratica rituale. D’altra parte, a sua volta, è stato un certo tipo di prassi ad aver preparato le condizioni per una teoria come quella della “conversione della sostanza, che lascia immutati gli accidenti”. In altri termini, una consistente parte della dottrina teologica dell’ultimo secolo si è resa conto che la “teologia della transustanziazione”, pur salvaguardando con grande precisione il “contenuto” della fede in un contesto polemico, non riesce a salvaguardarne la “forma” e determina un progressivo divorzio tra forma e contenuto, causando ricadute negative anche sul piano strettamente contenutistico.
La consacrazione senza contesto
Un esempio eloquente di questo fenomeno può essere identificato nella difficoltà con cui, gradualmente, tentiamo di recuperare la “unità della preghiera eucaristica”, uscendo da una fruizione “altamente selettiva” di tale preghiera. In realtà, osservando prima la pratica che la teoria, possiamo costatare che rimane un profondo “zoccolo duro” di quella che è stata, per secoli, una “partecipazione attiva” del popolo di Dio limitata alla “consacrazione”.
Mi spiego meglio. Per una lunga stagione, che risale almeno al Medioevo, la pressoché totalità di coloro che “partecipavano” alla Messa, era realmente presenti solo al momento della consacrazione. Tutto ciò che precedeva e tutto ciò che seguiva, nel processo rituale, era luogo di “devozioni parallele”. E la cosa era talmente evidente, che sulla soglia di ingresso e di uscita da questo “intenso luogo di culto comune” – ossia la consacrazione – un campanello era preposto a richiamare la attenzione iniziale e finale. Il primo campanello richiamava l’attenzione della assemblea verso l’atto comune, il secondo restituiva ognuno alle proprie devozioni personali.  Bisogna considerare con attenzione che questa “pratica” – che oggi non è scomparsa, anche se ha trasformato il “suono del campanello”, talora spostandolo anche in un momento diverso, ossia alla elevazione – è più di un “modo di fare”: è un “modo di pensare”, che identifica il punto esatto della “conversione della materia” e rischia di rendere tutto il resto “superfluo”.
Transustanziazione e carenza rituale
Alcune osservazioni sono qui necessarie:
a) Questa pratica ha trasformato il rito della eucaristia, identificandone il centro in un atto interno alla preghiera eucaristica e perdendo gradualmente il contesto orante che lo struttura;
b) La trasformazione del rito eucaristico ha sostituito con la “formula sulla materia” – ossia le parole della consacrazione su pane e vino – la sequenza “prex/ritus” che è costituita da “anafora eucaristica/rito di comunione”. In tal modo alla centralità della dinamica ampia tra preghiera/sacrificio/comunione si è sostituita la relazione stretta tra parole di consacrazione e materia eucaristica;
c) Questa trasformazione è risultata accentuata dalle polemiche sulla messa come “sacrificio/comunione”: avendo nettamente separato la dimensione di sacrificio da quella di comunione – in risposta alla netta separazione luterana della comunione dal sacrificio – abbiamo creato le premesse teoriche per questo isolamento della “consacrazione” non solo dalla “preghiera eucaristica”, ma anche dal “rito di comunione”
d) A tutto questo va aggiunto anche l’isolamento della consacrazione dalla “prima parte della messa” – dalla “parte didattica” come veniva chiamata – che solo recentemente abbiamo riscoperto come “comunione nella Parola proclamata, ascoltata e pregata”.
Tutto questo sviluppo, che risponde a molteplici ragioni e concause, ha trovato nel concetto di “transustanziazione” una potente forma di mediazione. Isolando la logica della sostanza dalla logica degli accidenti, ha potuto determinare – senza averne le intenzioni – tutte le nostre forme di “indifferenza per la forma rituale”, che hanno causato le derive formalistiche della nostra tradizione. Il richiamo che J. Ratzinger ha indicato, nel 1980, verso la “scoperta della forma rituale” come idea teologica fondamentale del Movimento Liturgico, chiarisce bene il senso di questa nuova esigenza di comprensione teorica della tradizione, per la quale i concetti classici non sono più sufficienti.
Le ragioni del Novus Ordo Missae
Ora dobbiamo chiederci: come possiamo restituire al rito eucaristico la sua ricchezza e la sua forza? La strada battuta dal Concilio Vaticano II risulta ancora assai promettente. Potremmo riassumerla in questi pochi punti qualificanti:
a) Ha indicato in 7 azioni qualificanti il percorso di aggiornamento della tradizione (maggiore ricchezza biblica, omelia, preghiera dei fedeli, uso delle lingue parlate, comunione sotto le due specie, unità tra parola e sacramento e concelebrazione);
b) Ha recuperato come criterio di fondo la “actuosa participatio”, che restituisce alla assemblea la qualità di “soggetto/oggetto” della azione rituale;
c) Ha avviato il processo di riforma dei riti, per riacquisire quelle sette ricchezze e per rendere possibile questa rinnovata forma di partecipazione, da cui dipende l’intera esperienza ecclesiale.
Ovviamente, se queste ragioni di novità vengono negate o minimizzate, non si percepiscono affatto le difficoltà cui conduce la “teoria della transustanziazione”: potremmo dire che i fautori del Vetus Ordo spesso si sentono spinti a pretendere una immediata identificazione tra presenza reale e transustanziazione. Viceversa la nuova ricchezza rituale, introdotta dalla Riforma Liturgica, aiuta il grande corpo della Chiesa a meglio esprimere ciò che essa pensa di sé, come disse Paolo VI aprendo la II sessione del Concilio Vaticano II. A fare esperienza della presenza del Signore in molti modi e in diversi linguaggi.
Partecipare senza campanello
Da tutto questo possiamo derivare una serie di conclusioni, per le quali occorre precisare anche teoricamente il contenuto della presenza del Signore, che definiamo “corpo di Cristo”.
a) Per questa esperienza non occorre alcun campanello. Non ha senso né suonarlo all’inizio della “consacrazione”, né spostarlo all’inizio della preghiera eucaristica: noi non possiamo separare né il racconto istituzionale dalla anafora, né la anafora dalla liturgia della parola, né la preghiera eucaristica dai riti di comunione. Il rito ha già le sue soglie rituali, ma la partecipazione si estende all’intero processo rituale, non  si concentra solo in una sua porzione;
b) Il campanello è l’indice di quello che giustamente Enrico Mazza ha definito “un rito nel rito”: senza perdere le diverse articolazioni del processo rituale, dobbiamo recuperare la percezione del “grande rito” costituito dalla sequenza “anafora/comunione”, al cui interno facciamo memoria delle parole del Signore sul pane e sul calice;
c) Il grande rito costituito dalla sequenza “anafora/comunione” comprende e annuncia che “corpo di Cristo” è la Chiesa per mediazione del corpo sacramentale; il piccolo rito della consacrazione rischia di fermarsi alla realtà intermedia del corpo sacramentale e di non far percepire la destinazione ecclesiale del rito eucaristico;
d) In questo processo di arricchimento della tradizione, la teoria teologica della “transustanziazione” rischia di svolgere – contro le proprie intenzioni – una funzione di immunizzazione dalla forma: se l’unica forma richiesta è quella delle “parole precise sul pane e sul vino”, allora è evidente quanto grande sia il rischio di distorsione della tradizione che, attraverso quella teoria, possiamo inavvertitamente generare.
Per concludere: transustanziazione è un termine che storicamente ha avuto la funzione di “salvaguardare un contenuto” in contesto polemico. Tale funzione deve oggi essere coniugata con una istanza diversa, ossia quella di recuperare le “forme più adeguate e più ricche” di quel contenuto. Per questo recupero la nozione di transustanziazione appare non solo come una antica ricchezza, ma anche come una nuova povertà.


domenica 5 novembre 2017

LA RIFORMA È IRREVERSIBILE



di Matias Augé 

Il discorso di papa Francesco, lo scorso 24 agosto, ai partecipanti alla 68.ma Settimana Liturgica Nazionale, non è stato un discorso di circostanza, ma un importante discorso nitido e articolato sulla liturgia nel momento presente. Ricordati i 70 anni dalla nascita del Centro di Azione Liturgica (CAL), il papa ha subito affermato che in questo arco di tempo nella Chiesa “sono accaduti eventi sostanziali e non superficiali”, tra cui il concilio Vaticano II e la riforma liturgica che ne è sgorgata.

La prima parte del discorso ripercorre le tappe di questa riforma: il movimento liturgico e gli interventi dei Sommi Pontefici, in particolare quelli di Pio X e di Pio XII, fino ad arrivare al Vaticano II e alla Costituzione Sacrosanctum Concilium (SC), “le cui linee di riforma generale rispondevano a bisogni reali e alla concreta speranza di un rinnovamento”. Viene ricordato in seguito Paolo VI, l’artefice della riforma, che egli guidò col suo magistero fino alla morte. Arrivati a questo punto, papa Francesco afferma: “Dopo questo magistero, dopo questo lungo cammino possiamo affermare con sicurezza e con autorità magisteriale che la riforma liturgica è irreversibile”. Parole solenni che hanno stupito ad alcuni e fatto discutere ad altri. Riforma irreversibile? Anzitutto, il papa fa suo il magistero dei pontefici che hanno preparato e attuato la riforma, in particolare quello di Paolo VI che un anno prima della morte diceva ai Cardinali riuniti in Consistoro: “È venuto il momento […] di applicare integralmente nei suoi giusti criteri ispiratori, la riforma da Noi approvata in applicazione ai voti del Concilio”.  La irreversibilità della riforma va capita appunto nel contesto dei “giusti criteri ispiratori” che hanno guidato l’opera dei pontefici e  trovato un autorevole compimento nella Costituzione sulla sacra liturgia.

Interpretare la irreversibilità della riforma come irreversibilità dei riti e dei testi dei libri liturgici è da miopi. La storia ci insegna che sia Pio V che Paolo VI nella promulgazione dei loro Messali hanno usato formule vincolanti: “Quanto abbiamo qui stabilito e ordinato vogliamo che rimanga valido ed efficace, ora e in futuro…” (Costituzione Missale Romanum di Paolo VI). E ciò nonostante, i due Messali hanno avuto nelle successive edizioni tipiche dei cambiamenti più o meno rilevanti, che hanno però rispettato i criteri ispiratori dei rispettivi Messali.

Bisogna quindi muoversi in un’altra direzione: riscoprire i motivi delle decisioni compiute con la riforma liturgica, superare letture infondate e superficiali di essa e ricezioni parziali e prassi che la sfigurano. Il papa vuole “obbedienza pratica, sapiente attuazione celebrativa da parte, prima, dei ministri ordinati, ma anche degli altri ministri, dei cantori e di tutti coloro che partecipano alla liturgia”. E ricorda che “l’educazione liturgica di Pastori e fedeli è una sfida da affrontare sempre di nuovo”.  Alcuni si sono meravigliati che il papa non abbia condannato con più decisione gli abusi che non di rado si verificano nelle celebrazioni liturgiche. Certamente gli abusi vanno combattuti, ma non a scapito degli usi. La riforma va accolta, spiegata se necessario, ma non combattuta.  Non si butta il bambino insieme con l’acqua sporca: “Non si tratta di ripensare la riforma rivedendone le scelte, quanto di conoscerne meglio le ragioni sottese”.

Nella seconda parte del discorso, papa Francesco si è soffermato sul tema che ha animato i lavori del CAL: “Una liturgia viva per una Chiesa viva”. Il papa afferma che “come senza battito cardiaco non c’è vita umana, così senza il cuore pulsante di Cristo non esiste azione liturgica”. Nella liturgia sperimentiamo la comunione con Cristo attraverso “i riti e le preghiere (cf. 48), per quello che sono e non per le spiegazioni che ne diamo”. È un richiamo a rivalutare il linguaggio rituale della celebrazione (parole, gesti, silenzi) senza riempirlo di inutili commenti. L’azione rituale, se eseguita correttamente, parla e comunica da sé.  Il papa ricorda poi, riprendendo quanto dice l’Ordinamento generale del Messale Romano e il Rito della dedicazione di un altare. che “tra i segni visibili dell’invisibile Mistero vi è l’altare, segno di Cristo, pietra viva…” L’altare costituisce il centro verso cui “si orienta lo sguardo degli oranti”. Il lungo paragrafo dedicato alla centralità dell’altare, sembra che intenda dare una risposta al dibattito odierno sull’orientamento nella celebrazione “rivolti al Signore”.

Col suo tipico linguaggio, papa Bergoglio afferma che “per sua natura la liturgia è ‘popolare’ e non clericale”.  È l’azione che Dio compie in favore del suo popolo, ma anche l’azione del popolo che ascolta Dio e reagisce lodandolo e invocandolo. Come aggiunge SC, 33, le preghiere rivolte a Dio dal sacerdote che presiede l’assemblea, vengono dette a nome di tutto il popolo santo e di tutti gli astanti. La liturgia va partecipata “consapevolmente, piamente, attivamente” (SC, 48). Ed è una liturgia inclusiva e non esclusiva. Riprendendo quanto egli stesso aveva detto nell’omelia della solennità del SS.mo Corpo e Sangue di Cristo di quest’anno, papa Francesco afferma: “L’Eucaristia non è un sacramento ‘per me’, è il sacramento di molti che formano il suo corpo, il santo popolo fedele di Dio”.

Non sono mancati coloro che hanno affermato che il grande assente nel discorso è Benedetto XVI. Noto che il motu proprio Summorum Ponatificum non forma parte del processo di riforma voluto dal Vaticano II. Sarebbe però meschino  contrapporre papa Francesco a Benedetto XVI che, da Sommo Pontefice, non ha parlato mai di “riforma della riforma” e nella Lettera che accompagna il suddetto motu proprio parla del “valore e santità del nuovo rito” nonché della “ricchezza spirituale e la profondità teologica del Messale di Paolo VI”. Ricchezza spirituale e profondità teologica che papa Francesco ci invita a approfondire e interiorizzare.

Il discorso di papa Francesco sconfessa il pessimismo sulla riforma liturgica che serpeggia in alcuni ambienti ecclesiali e traccia la strada da percorrere per il futuro.

                                                                                              
Pubblicato in Vita Pastorale di Novembre 2017, pp. 56-57





sabato 4 novembre 2017

DOMENICA XXXI DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) - 5 Novembre 2017


Ml 1,14-2,2.8-10; Sal 130; 1Ts 2,7-9.13; Mt 23,1-12

La dolcissima immagine di un Dio “materno” che regge le poche battute del salmo 130 hanno reso la preghiera in esso racchiusa un delle più care alla tradizione cristiana. Ritroviamo in questo testo lo spirito dell’infanzia spirituale, che sarà indicata da Cristo come la via maestra per giungere al regno di Dio (cf. Mt 18,1-5). Soltanto un cuore umile e disponibile è in grado non solo di vivere nella pace, ma anche di donarsi con generosità e coraggio per il bene degli altri.

La prima lettura riporta un richiamo accorato e minaccioso del profeta  Malachia contro i sacerdoti del tempio di Gerusalemme del suo tempo, i quali non sono zelanti dell’amore di Dio, non osservano la sua legge ed agiscono con perfidia. La vita di quei sacerdoti dell’Antico Testamento era in stridente contrasto con il loro compito, anzi lo annullava del tutto. Il brano evangelico  racconta che Gesù ha lo stesso atteggiamento con gli scribi ed i farisei, che pur essendo maestri della legge in Israele non sono coerenti tra quanto dicono e fanno. Impongono sugli altri pesanti fardelli che essi non portano minimamente, amano essere ammirati dalla gente ed essere chiamati maestro. E proprio Egli, Gesù l’unico nostro vero Maestro, si presenta ai suoi discepoli come colui che ha dato esempio, diventando il loro servo. San Paolo nella seconda lettura, da parte sua, dopo aver affermato di essere disposto a dare la sua stessa vita per amore dei fratelli, ricorda che egli ha lavorato notte e giorno per non essere di peso ad alcuno. In questo contesto di dedizione e di sacrificio personale dell’apostolo, i tessalonicesi possono veramente fare l’esperienza di una parola che non è più “parola d’uomini” ma “parola di Dio”. San Paolo imita l’atteggiamento affettuoso di Dio, espresso dal salmo responsoriale, nei riguardi della comunità, che ha generato alla fede, e che considera quasi come creatura da lui partorita (cf. Gal 4,19).


Con il battesimo tutti siamo diventati corpo sacerdotale di Cristo, tutti siamo chiamati ad annunciare le meravigliose opere di Dio, e quindi le dure parole della Bibbia che ascoltiamo oggi sono dirette a tutti indistintamente affinché la vita di ciascuno non diventi una controtestimonianza ma sia coerente. L’insidia dell’ipocrisia e del fariseismo minaccia continuamente ogni esperienza religiosa, compresa l’esperienza cristiana. La logica della vita cristiana richiede che non ci sia una frattura tra fede e vita, tra parola e azione; l’autenticità cristiana passa attraverso il costante superamento di questa dicotomia che tenta sempre di annidarsi nelle più diverse pieghe dell’agire umano. Recuperare l’unità coerente e interiore della fede e del comportamento è l’esigenza proclamata dal vangelo di questa domenica. Possiamo quindi domandarci: siamo impegnati a testimoniare con sincerità l’autentico messaggio di Cristo? La  nostra testimonianza di fede cristiana si riduce a vuote parole o è in coerenza con la nostra vita? 

giovedì 2 novembre 2017

Il paradosso delle “particole tonde”: transustanziazione e intelligenza “per ritus et preces”




Pubblicato il 2 novembre 2017 nel blog: Come se non

Come è noto, il Concilio Vaticano II nella sua costituzione liturgica, tra le 7 indicazioni che dà per la Riforma della celebrazione eucaristica, indica la ripresa della “partecipazione più perfetta” alla eucaristia, mediante la “comunione sotto le due specie” (SC 55). Spesso si legge in modo minore questa affermazione, come se si trattasse di una semplice “raccomandazione pastorale”.
In realtà la “svolta pastorale” che il Vaticano II esige, richiede di intendere questa indicazione alla luce della “intelligenza per ritus et preces” che il n. 48 di SC stabilisce come criterio fondamentale di interpretazione della “partecipazione attiva”.
Questo orizzonte di comprensione – che elabora una nuova nozione di “azione simbolico-rituale” e una nuova prassi partecipativa – introduce non solo pratiche, ma teorie necessariamente nuove nel corpo ecclesiale, il cui impatto iniziamo solo oggi ad apprezzare anche in sede di teologia eucaristica.
Vorrei soffermarmi in questo breve testo sulle conseguenze che questo nuovo modo di pensare introduce nella classica dottrina eucaristica della “transustanziazione”. La presenza di del Signore risorto in mezzo ai suoi viene pensata in modo molto più ampio e complesso, rispetto alla grande ma limitata teoria della “presenza sostanziale sotto le specie del pane e del vino”.
a) La dottrina e il rito
Un chiarimento di fondo deve essere offerto anzitutto sulla relazione che si instaura tra una prassi rituale e la sua interpretazione teorica. Dobbiamo riconoscere, infatti, che le numerose “controversie eucaristiche” – che hanno segnato la riflessione ecclesiale – hanno prodotto effetti sulla prassi non lineari. Di fatto, allo scopo di evitare errori dottrinali, hanno non di rado introdotto indifferenze o unilateralità rituali. Possiamo identificarne solo alcuni:
- la concentrazione sulla “presenza sostanziale sotto le specie” ha distratto profondamente dalle altre forme di presenza del Signore, nella Parola, nella preghiera, nella assemblea (cfr. SC 7);
- la “presenza sostanziale sotto le specie” ha ridotto il peso della “presenza ecclesiale” del corpo di Cristo, che rimane sempre l’effetto primario della celebrazione eucaristica;
- l’attenzione alla “sostanza” ha condotto ad una pratica degli accidenti che oscilla tra indifferenza e ritualismo, rischiando di smarrire la logica simbolica delle sequenze rituali;
- la stessa celebrazione della eucaristia ha sofferto per la invadenza di una lettura intellettualistica della presenza, che ha ridotto la rilevanza di gesti, sequenze e coerenze interne alla azione rituale;
- infine, ma forse in primis, la separazione tra “sacrificio” e “comunione” – frutto del conflitto con la tradizione protestante – non ha giovato ad una comprensione unitaria del rito eucaristico e delle continuità tra sacrificio e banchetto;
Possiamo considerare soprattutto quest’ultimo punto, per cercare di illustrarlo meglio con qualche esempio.
b) I riti di comunione e la transustanziazione
Il modo con cui cerchiamo di uscire da questi imbarazzi, da almeno 50 anni, è ancora esitante e balbettante. Questo è un fatto inevitabile: lo stesso linguaggio con cui proponiamo le “nuove aperture” risente di un lessico spesso vecchio e inadeguato. Se infatti esaminiamo i “riti di comunione” delle nostre celebrazioni eucaristiche, possiamo chiaramente individuare almeno tre soglie problematiche:
la irrilevanza della “frazione del pane”
Il rito dell’eucaristia prevede una sequenza in cui la frazione del pane produce le particole per la comunione dell’assemblea. Ancora oggi è diffusa la prassi di “nutrire l’assemblea” con la particole già consacrate, e di utilizzare comunque anche sull’altare “particole” già frazionate. La “transustanziazione” e la “centralità del tabernacolo” – insieme alla prassi di comunicare l’assemblea dopo la fine della celebrazione – hanno largamente influito su questa distorsione;
la “forma” della comunione sub utraque
Anche il recupero di una prassi di “comunione sotto le due specie” è avvenuto, per lo più, con una bassa coscienza della “qualità” del rapporto con pane e vino. Le due “materie” non sono semplicemente “specie” di una sostanza che è contenuta comunque integralmente “sotto ciascuna delle due”! Accedere a pane e vino come corpo e sangue di Cristo non significa ricevere “una specie intinta nell’altra”, ma accedere all’unico pane spezzatoe all’unico calice condiviso, come mediazione del Corpo e Sangue del Signore. Questo atto comune, con tutta la sua risonanza intima e familiare, ristruttura figliolanza e fratellanza ecclesiale, con una potenza immediata irriducibile ad altri gesti. L’interferenza della “transustanziazione” su questo recupero è assai pesante, e non per colpa della nozione in sé, ma per colpa di una recezione intellettualistica e ritualistica della tradizione, che ha trovato in questa formalizzazione teorica un formidabile alleato.
la processione di comunione
La forma più spirituale di comunione dovrebbe essere una gioiosa processione all’altare di tutta la assemblea. Movimento, canto, ritmo sono le condizioni di questa esperienza spirituale: una comprensione della eucaristia che si concentra soltanto sulla “sostanza” rischia di considerare tutto questo o come indifferente o addirittura come distrazione dall’essenziale. Essenziale appare solo “reduplicare” il ringraziamento individuale, quasi nella indifferenza verso la azione comunitaria.
c) Paradossi dottrinali e rituali
La transustanziazione opera dunque una inevitabile riduzione della mediazione rituale della presenza del Signore, concentrando il cuore del rito soltanto sulla “formula di consacrazione sulla materia”. I campanelli che ancora oggi suonano su quella soglia sono la testimonianza dell’effetto di distorsione che la grande teoria ha operato sulla tradizione. Comprendere che il rito eucaristico sperimenta “presenza” nella intera sequenza rituale – nel raduno, nei riti di ingresso, nella liturgia della parola, nella professione di fede, nella pregare per tutti, nel presentare i doni, nella solenne anafora eucaristica, nei riti di comunione e nei riti di congedo – esige un approccio più ricco e articolato rispetto alla relazione formale tra sostanza e accidenti. Il centro della eucaristia non è una “consacrazione del pane e del vino”, ma l’ ascolto della parola e la preghiera anaforica che approdano al rito di comunione. Questa comprensione ampia della eucaristia ha bisogno di una “teoria della presenza” più ampia. Anzi, potremmo dire che la “transustanziazione” può “vedere” solo la consacrazione ed è, in un certo senso, il prodotto teorico di questo angolo visuale. Mentre una prospettiva più ampia di esperienza della presenza del Signore deve saper produrre una teoria più articolata, più ricca e più dinamica.
d) L’uso di “particole tonde”: la deriva individualistica della transustanziazione
Un esempio finale può aiutare a comprendere che cosa è in gioco in queste riflessioni. Abbiamo tutti esperienza della prassi ecclesiale cattolica, che celebra i riti di comunione utilizzando “particole” già spezzate, anzi confezionate in anticipo rispetto alla frazione del pane, e spesso già consacrate e semplicemente distribuite dal tabernacolo, al momento del rito di comunione.
Senza entrare in tutte le questioni che questa prassi propone, vorrei sollevare una riserva sulla “forma tonda” della particola. Ritengo infatti che, mentre il pane eucaristico è del tutto naturale che sia tondo – e in effetti tale è sempre l’hostia magna – non si comprende perché mai si ritenga che debba essere tonda anche la particola. Forse per imitazione “in miniatura” del pane intero. Ma bisogna riconoscere che la forma tonda della particola rischia di cancellare una esperienza elementare del rapporto tra il Signore e la sua Chiesa. Egli la incontra come quella “pienezza” che è data a ciascuno per mediazione della comunità. Ognuno riceve il corpo di Cristo non semplicemente in modo “diretto”, ma “attraverso la Chiesa”. Per questo l’unico pane, spezzato, è offerto “come frammento” ad ogni singolo, che può riconoscere il Corpo di Cristo nel Signore e nella Chiesa.
Questa verità viene oggi mediata dalle menti, ma non dai corpi. La particola deve essere un frammento, non un intero in miniatura. Il frammento può avere qualsiasi forma, ma non quella tonda, che è forma dell’intero. Invece i corpi, sulla base di un utilizzo unilaterale anche della nozione di transustanziazione, ritengono di avere contatto “intero” con il Signore, e di dovere anche “rendere grazie” da soli, senza tenere conto che tutta la eucaristia è, appunto, rendimento di grazie comunitario. Per rimediare a questa distorsione, tuttavia, non è sufficiente “confezionare particole non più tonde”! Occorre invece produrre una “teoria della presenza” che non si immunizzi dalla azione, dai linguaggi simbolici e dai processi rituali. Per arrivare a produrre i frammenti/particole mediante la frazione del pane – ossia per recuperare il senso primario di una elementare sequenza rituale, che non sappiamo neppure vedere – non abbiamo bisogno solo di rubriche più adeguate, ma di teorie teologiche più fedeli alla ricchezza della tradizione, con la moltitudine dei suoi linguaggi corporei e con la finezza delle sue sequenze rituali.