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martedì 17 ottobre 2017

Bisogna interpretare il diritto canonico alla luce del Concilio Vaticano II.

UNIVERSITA’ DI PISA
PIERLUIGI CONSORTI


Il Cardinale Robert Sarah ha diffuso una sua personale interpretazione del Motu proprio Magnum Principium che ha recentemente modificato il canone 838 del codice di diritto canonico.  La riforma si è resa necessaria per chiarire quali debbano essere i termini della relazione fra la competenza legislativa propria assegnata in materia liturgica alle Conferenze episcopali e la competenza esecutiva della Sede apostolica alla luce dei principi conciliari. Il canone si esprimeva per la verità in modo già sufficientemente chiaro, ma la prassi amministrativa aveva generato molte difficoltà applicative, che la riforma ha voluto definitivamente dissipare.
Vale la pena ricordare che nella Chiesa la forza normativa dipende dall’autorità del soggetto che emana una legge e che la potestà legislativa è connessa al munus episcopale. Ciascun vescovo diocesano gode della pienezza della potestà normativa verso il popolo che gli è stato affidato. Tuttavia il Concilio ha spiegato che non si tratta di un potere personale quanto di un effetto della comunione che caratterizza il munus di ciascun vescovo in quanto membro del collegio episcopale. In questo modo ogni Chiesa particolare è parte dell’unica Chiesa universale sicché la potestà normativa propria di ciascun vescovo diocesano si raccorda con quella di tutti gli altri vescovi in comunione con quello di Roma. Tale vincolo si realizza anche attraverso diverse forme di collegamento tra vescovi diocesani. Il Concilio in questo senso ha valorizzato le Conferenze episcopali nazionali rispetto ad altri soggetti aggregativi risalenti nel tempo, come le regioni ecclesiastiche e i concili locali.
Le funzioni attribuite alle Conferenze episcopali prevedono una competenza legislativa speciale limitata a casi ben determinati.  Il can. 838 è uno di questi, e costituisce un esempio della dialettica normativa che, per semplicità, possiamo definire equilibrata fra centro e periferia. Nella versione originaria – che riprende il numero 22 di Sacrosanctum concilium – esso si apre con un paragrafo dichiarativo del principio generale che attribuisce solo alla Chiesa la potestà di definire le regole liturgiche (in sostanza esclude ingerenze di soggetti estranei) riconoscendo una competenza propria sia alla Sede apostolica sia ai Vescovi diocesani. Il secondo paragrafo precisa la competenza della Sede apostolica nel senso di ordinare la liturgia della Chiesa universale, pubblicando i libri liturgici, rivedendo (lett.: recognoscere) le loro versioni nelle lingue volgari e vigilando “ovunque” sulla fedele osservanza delle norme liturgiche. Il terzo paragrafo attribuisce alle Conferenze episcopali la competenza di predisporre le versioni dei libri liturgici nelle lingue volgari, anche “adattandole convenientemente” nei limiti previsti dagli stessi libri liturgici, per poi pubblicarli “praevia recognitione Sanctae Sedis”. Il quarto e ultimo paragrafo chiude il cerchio rammentando che al Vescovo diocesano spetta la competenza di dare norme liturgiche particolari che tutti i fedeli della sua diocesi sono tenuti ad osservare.
In sostanza il canone ripartisce con precisione le competenze legislative in materia liturgica partendo da quella propria dei singoli vescovi per le loro diocesi e differenziando quella della Sede apostolica (paragrafo secondo) da quella delle Conferenze episcopali (paragrafo terzo). Nella prassi tuttavia la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha operato attribuendosi un compito censorio connesso sia alla verifica della fedeltà delle traduzioni nelle lingue volgari rispetto alla Editio typica, sia alla pubblicazione dei libri liturgici particolari sulla base di un’errata interpretazione dei termini recognoscere e recognitio, grossolanamente tradotti in italiano con “autorizzare”.  L’errata interpretazione della recognitio come autorizzazione è stata messa in luce da un’apposita Nota esplicativa del 2006 del Pontificio consiglio per l’interpretazione dei testi legislativi , che invita a rendere recognitio con revisione. La stessa Nota rammenta poi la sussistenza di una differenza giuridica fra recognitioapprobatio e confirmatio, nessuna delle quali equivale ad autorizzazione. Anche perché nella logica collegiale sarebbe errato suppore una subordinazione gerarchica fra organi chiamati a svolgere funzioni bensì collegate, ma in ogni caso diverse, rispetto alle quali nessuno è superiore ad un altro. La Sede apostolica quindi revisiona le versioni svolte dalle Conferenze episcopali, ma non le autorizza né approva né conferma. Anche la pubblicazione dei libri liturgici particolari era soggetta ad una revisione della Sede apostolica, che sulla base di Sacrosanctum concilium doveva intendersi in senso meramente tecnico e sussidiario, avrebbe altrimenti invaso una potestà normativa attribuita agli organismi territoriali.
La Congregazione interpretava però la sua funzione in senso diverso: nell’Istruzione Liturgiam authenticam (2001) esaltava la sua funzione di governo della liturgia intendendo la recognitio quale vera e propria approbatio, in assenza della quale supponeva gli atti assunti dalle Conferenze episcopali del tutto privi di forza normativa. Per cambiare questa interpretazione il legislatore universale è intervenuto modificando i paragrafi 2 e 3 del can. 838. Il primo di questi attribuisce adesso alla Sede apostolica la funzione di recognoscere (revisionare) gli adattamenti dei libri liturgici già approvati a norma del diritto dalle Conferenze episcopali e l’altro dispone che le Conferenze episcopali preparino e approvino i libri liturgici da utilizzare nelle regioni di loro pertinenza, accomodandoli convenientemente e fedelmente (nuovo avverbio), nonché pubblicandoli “post confirmationem Apostolicae Sedis”. La lettera di queste modifiche avrebbe dovuto tagliare la testa a qualsiasi ulteriore perplessità esecutiva. Il legislatore universale ha ribadito il  magnum principiumconciliare che negli anni si era perso e, a scanso di equivoci, la Santa Sede ha pubblicato una Nota del Segretario della Congregazione per il culto e la disciplina dei sacramenti che fra le altre cose precisa come la sostituzione di confirmatio in luogo di recognitio sia stata voluta proprio per lasciare alla Sede apostolica un intervento meramente confermativo della volontà espressa dalle Conferenze episcopali, unici soggetti competenti in materia di traduzione e accomodamento dei testi liturgici. A tale riguardo soccorre anche Sacrosanctum concilium (numero 36) che, riguardo alla lingua liturgica, si esprime nei termini di conferma da parte della Sede apostolica delle decisioni assunte dai vescovi su base territoriale e di approvazione delle traduzioni da parte delle medesime autorità territoriali (le Conferenze episcopali nazionali).La differenza tra confirmatio e recognitioriposa peraltro su solide basi canonistiche ed appare evidente che adesso è richiesta una mera confirmatio solo per pubblicare i libri liturgici già preparati e approvati dalle Conferenze episcopali, perciò pienamente dotati di forza normativa. La riforma del canone 838 va quindi intesa come la precisazione canonistica di un più largo disegno di restituzione della liturgia alla sua funzione comunicativa del messaggio di salvezza, che va oltre la “guerra delle traduzioni”.
Una volta si sarebbe detto Roma locuta, causa finita, ma i tempi sono cambiati; così il cardinale Sarah, Prefetto in carica della Congregazione chiamata per prima a cambiare passo, ha creduto opportuno manifestare il suo umile (benché cardinalizio) parere e segnalare la sua personale opposizione. Egli ritiene infatti che la riforma non abbia cambiato nulla e tenta una disperata difesa dell’equivalenza canonistica fra recognitio e confirmatio. A suo parere la riforma ha anzi rafforzato il ruolo della Congregazione, che non solo deve “riconoscere gli adattamenti” ma “confermare la fedeltà delle traduzioni”. Nel primo caso quindi il ruolo censorio resta invariato, e nel secondo addirittura accresciuto.
Questa interpretazione formalistica tradisce lo spirito della riforma e si oppone apertamente alla mente del legislatore. La resistenza cardinalizia esprime una visione centralistica, curiale e anticonciliare della Chiesa esplicitamente disegnata nella parte conclusiva del suo scritto, ove paragona paternalisticamente il rapporto fra la Sede apostolica e le Conferenze episcopali “alla responsabilità del professore nei confronti dello studente che prepara una tesi o, più semplicemente, dei genitori nei confronti dei compiti a casa dei figli”.  Questa visione piccina della Chiesa consegna l’immagine di un “prefetto piccolo”, adatto forse a svolgere compiti esecutivi, ma certo lontano dall’incarnare la funzione di servizio alla comunione episcopale che dovrebbe caratterizzarne il ruolo.
Questa circostanza induce ancora una volta a ragionare sull’ignoranza del diritto canonico e sulla sua strumentalizzazione come mezzo di conservazione del potere. Un arnese buono per mantenere il passato e condizionare il futuro, utile persino per resistere allo Spirito che ancora soffia nella Chiesa. Non abbiamo bisogno di battaglie di retroguardia. Non ci servono cardinali resistenti: abbiamo bisogno di un diritto canonico periferico, che parli le lingue degli uomini e delle donne per aiutare a vivere il Vangelo; abbiamo bisogno di una liturgia che esprima il mistero di Cristo nella vita della Chiesa; abbiamo bisogno di adattare le istituzioni alle esigenze del nostro tempo per favorire l’unione dei credenti in Cristo. Abbiamo bisogno di conversione.


domenica 15 ottobre 2017

UNA PERLA DI SALUTARE DISCONTINUITÀ DEL VATICANO II



“La chiesa crede fermamente, confessa e annuncia che nessuno di quelli che sono fuori della chiesa cattolica, ma anche i giudei o gli eretici e gli scismatici, potranno raggiungere la vita eterna, ma andranno nel fuoco eterno, ‘preparato per il diavolo e per i suoi angeli’ (Mt 25,41), se prima della morte non saranno stati ad essa riuniti…” (Concilio di Firenze, Bolla “Cantate Domino”, 4 febbraio 1442).

“Dio, come Salvatore vuole che tutti gli uomini si salvino (cf. 1Tm 2,4). Infatti, quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna” (Concilio Vaticano II, Costituzione Lumen Gentium 16 – 21.11.1964).


Una perla, tra molte altre, di salutare discontinuità del Vaticano II. Noto che la Chiesa del secolo XV pregava in coerenza con la dottrina espressa nel concilio fiorentino. Invece la Chiesa del secolo XX/XXI prega in coerenza con la dottrina espressa nel concilio Vaticano II.

venerdì 13 ottobre 2017

DOMENICA XXVIII DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 15 Ottobre 2017

 

Is 25,6-10°; Sal 22 (23); Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

Con questa domenica, mentre l’anno liturgico volge alla fine, i testi della liturgia cominciano a mettere l’accento sui temi delle ultime realtà. Ciò viene fatto oggi adoperando l’immagine biblica ben conosciuta del “banchetto”. Il banchetto è una concreta espressione di gioiosa convivialità. I profeti, soprattutto Isaia, paragonano volentieri la felicità degli eletti a quella dei convitati chiamati da Dio a partecipare a un sontuoso banchetto. La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, servendosi dell’immagine del banchetto preparato dal Signore “per tutti i popoli” vuole darci l’idea della salvezza universale. Grazie anche alla dura esperienza del deserto, Israele ha imparato a interpretare la storia come continua tensione verso un futuro di salvezza. Ciò gli dà la possibilità di vedere la provvisorietà e l’incompiutezza del presente, di sentirsi sempre in cammino verso la stabilizzazione della salvezza universale, e di vivere quindi il presente nella gioiosa speranza del compimento delle promesse divine.

Se leggiamo il brano evangelico di Matteo alla luce del testo d’Isaia, il banchetto nuziale di cui parla Gesù nella parabola non va inteso come un semplice momento di festa, ma come il segno del compiersi del dono messianico di Dio, il compimento delle sue promesse che annunciano vita e luce e consolazione. Gesù, riprendendo l’immagine e la speranza del profeta, avvicina i tempi e vede già nell’oggi il compimento delle promesse. Il regno di Dio è giunto nella persona di Gesù, attorno alla quale avviene la convocazione universale. Tutti siamo invitati alla festa di nozze del figlio del re. Le nozze sono quelle di Gesù con l’umanità nel mistero della sua Incarnazione.  

La storia cammina verso una conclusione positiva: il dono della salvezza che Dio offre a tutti senza distinzione. Siamo già ora partecipi di questo dono, ma solo in parte. Nell’accoglienza o meno dei suoi valori decidiamo già oggi della nostra sorte, del nostro futuro. La salvezza è decisa dalle scelte di ogni istante. Siamo in cammino, pellegrini nel mondo, protesi verso le realtà definitive, che conosceranno l’eliminazione di ogni sofferenza e la comunione definitiva con Dio. Nelle fatiche di questo cammino lungo e difficile ci guida il Signore Gesù. Perciò anche noi possiamo ripetere con san Paolo (cf. seconda lettura): “Tutto posso in colui che mi dà la forza”.


La celebrazione eucaristica è il segno sacramentale del banchetto eterno. In essa Cristo si dona con il suo corpo e il suo sangue e apre a noi il cammino verso il Padre (cf. Preghiera eucaristica V/C).

domenica 8 ottobre 2017

LE LEZIONI DELLA STORIA E LA RIFORMA LITURGICA



La certezza nella presenza di Cristo nell’eucaristia è stata sempre uno dei punti fondamentali della fede cristiana. Tuttavia la storia ci insegna che nel corso dei secoli sono varie le accentuazioni e le forme espressive di questa verità. Insomma se la verità di fede è una, le teologie che la esprimono  sono varie.

Nel secolo IX si diffonde una nuova concezione dell’eucaristia in certa misura differente da quella dei Padri: Cristo viene considerato presente nell’eucaristia con la medesima materialità corporea e i cinque sensi propri della sua esistenza storica terrena, anche se ridotto a dimensioni minime e velato dalle specie del pane e del vino. Si passa quindi dal simbolo reale dei Padri greci al realismo cosificante dei popoli germanici, la cui mentalità progressivamente si impone come elemento dominante nella cultura occidentale.

Ecco quindi che la mentalità dominante, o per lo meno molto rilevante, resta in alcune fasce l’idea cosificante, che alimenta certe manifestazioni devozionali dal tempo carolingio in poi.

In questo nuovo clima si capisce forse meglio perché, ad esempio, si adotta in questo periodo il pane azimo, che sostituisce il pane offerto dai fedeli, si abbandona la comunione al sangue per lo scrupolo di versamenti, si introducono le grandi elevazioni del pane e del vino appena consacrati, la comunione in bocca, la congiunzione delle dita che hanno toccato l’ostia, diverse particolari abluzioni, l’accurata purificazione dei vasi sacri, la tovaglia davanti ai comunicandi, alcune genuflessioni, ecc.

Notiamo che la presenza di Cristo nell’eucaristia non è una presenza di tipo fisico-naturale, ma di tipo sacramentale. E quindi il sacrificio di Gesù Cristo non è presente nell’eucaristia secondo le modalità proprie del Calvario, bensì in forma sacramentale. Questa consapevolezza è alla base della riforma della Messa operata dopo il Vaticano II.



Per approfondire, consiglio: Enrico Mazza, Continuità e discontinuità. Concezioni medievali dell’Eucaristia a confronto con la tradizione dei Padri, Edizioni Liturgiche, Roma 2001; Vincenzo Raffa, Liturgia eucaristica. Mistagogia della Messa: dalla storia e dalla teologia alla pastorale pratica, Edizioni Liturgiche, Roma 2003; Pierpaolo Caspani, Pane vivo spezzato per il mondo. Linee di teologia eucaristica, Cittadella, Assisi 2011.

sabato 7 ottobre 2017

DOMENICA XXVII DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 8 Ottobre 2017

Is 5,1-7; Sal 79 (80); Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

Al centro dei testi biblici di questa domenica ritorna l’immagine della vigna, molto usata sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento. Il Sal 79, salmo di lamentazione, è una specie di autobiografia di Israele nel momento in cui sente venir meno la luce del volto di Dio, fonte di luce e di speranza. Israele vuole ritornare ad essere la vigna di Dio, curata con premura dal grande vignaiolo. Ora invece, priva di difesa, è territorio di libera caccia e di preda. Alla fine del salmo, la supplica diventa pressante e piena di speranza: “... Signore, Dio degli eserciti, fa che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi”. Anche noi, nonostante tutte le nostre infedeltà, continuiamo ad essere quella vigna per la quale Dio ha compiuto meraviglie.

L’immagine della vigna, sia nella prima lettura che nella parabola del vangelo, si riferisce al popolo d’Israele ed esprime un giudizio di sofferenza su un popolo molto amato, ma che ha deluso e tradito l’amore del proprio Dio. Il profeta Isaia, vissuto all’epoca nella quale, probabilmente, fu composto il salmo responsoriale, pare dare una risposta agli interrogativi posti dal salmista a Dio sulla sua vigna d’Israele. Il testo profetico è un rimprovero a un popolo che si accontenta di una religiosità superficiale, ma non preoccupato di andare oltre le pratiche del tempio per portare frutti nel contesto di una vita sociale segnata da maggior senso della giustizia e moralità nelle relazioni umane, in conformità al patto di alleanza che lega Dio al suo popolo. Tra Dio e il suo popolo non c’è solo un rapporto di possesso (proprietario e proprietà), ma anche e soprattutto un rapporto di amore; la vigna assume i caratteri della persona umana.

L’oscura minaccia, presente nell’allegoria della vigna, trova il suo definitivo riscontro al tempo di Gesù e si concretizza come passaggio della vigna, e cioè del regno di Dio, alle nazioni pagane. Il fallimento del popolo dell’antica alleanza non arresta il piano di Dio: esso continua presso tutti coloro che sono disponibili alla fede, pronti ad accogliere e vivere la parola di Dio. La parabola della vigna contiene un severo ammonimento anche per noi cristiani. Un motivo ricorrente nel vangelo di san Matteo è quello di “portare frutti” (Mt 3,8.10; 7,16-20; 12,33; ecc.). L’appartenenza al Regno non è un privilegio formale, ma un dovere, che impegna a professare con le opere la fede nel Signore Gesù. Ciò che abbiamo appartiene a Dio e ci è affidato in gestione; ma Dio appare talvolta lontano, tanto lontano che ci sembra di poter decidere della nostra vita senza fare i conti con lui. Riferendosi ai brani della Scrittura proclamati oggi (Is 5 e Mt 21), il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: “La Chiesa è stata piantata dal celeste Agricoltore come vigna scelta. Cristo è la vera Vite, che dà vita e fecondità ai tralci, cioè a noi, che per mezzo della Chiesa rimaniamo in lui e senza di lui nulla possiamo fare” (n. 755).


Da quanto detto si deduce che se la Chiesa medita questi brani della Scrittura non è tanto per accusare l’antico popolo d’Israele, quanto per prendere coscienza della propria responsabilità e per invitare tutti ad aprire il proprio cuore al progetto di Dio sulla storia manifestatosi in Gesù Cristo. Nella seconda lettura, anche oggi come nella domenica scorsa, siamo invitati da san Paolo, che non è solo un maestro di dottrina ma un testimone di ciò che insegna, alla coerenza tra il pensare e l’agire e a non dimenticare il suo esempio: “Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica”. Facendo in questo modo, aggiunge l’Apostolo, “il Dio della pace sarà con voi”.

domenica 1 ottobre 2017

LA SANTA IGNORANZA



Olivier Roy, La santa ignoranza. Religioni senza cultura, Universale Economica Feltrinelli, Milano 2017. 317 pp.

L’autore di questo interessante saggio insegna all’Istituto universitario europeo di Firenze. Offro alcune delle riflessioni finali del suo volume.

“Una religiosità comune si sviluppa fra fedeli di diverse religioni, fatta di individualismo e, allo stesso tempo, di comunitarismo identitario incentrato sulla religione e non più sull’etnia o la cultura […]

Fondamentalmente, i fenomeni che abbiamo considerato rimandano non necessariamente a un’uniformazione delle teologie quanto a un privilegiamento dell’esperienza religiosa a scapito del sapere religioso […]

Le autorità religiose reagiscono contro ciò che percepiscono come un rischio di sincretismo incoraggiando il ritorno al latino nel caso del cattolici romani o l’ostentazione dei segni distintivi come nel caso dei musulmani, condannando l’ecumenismo troppo spinto, rifiutando il relativismo religioso, riaffermando che esiste solo una verità. In forme diverse, le grandi religioni – ma si potrebbe dire anche i nuovi credenti, in quanto il movimento proviene dalla base – si sforzano di presidiare le frontiere. I carismatici cattolico-romani non vedono affatto di buon occhio gli ashram cristiani.

Ci troviamo forse di fronte a una tendenza alla ‘riculturazione’? Il ritorno al latino nella Chiesa cattolico-romana, in realtà, appare più prossimo a una recita di mantra dalla quale ci si attendono effetti ‘magici’ che a un ritorno alla cultura umanistica classica. Ad attirare i nuovi credenti, infatti, è il carattere misterioso del latino e non la sua caratteristica di vettore della cultura classica: non leggeranno mai Virgilio o Cicerone. Analogamente per i Tabligh imparare a memoria il Corano non significa apprendere l’arabo per leggere altri libri. Diversamente, al Corano viene attribuito un effetto ‘magico’; imparato a memoria trasforma l’anima del fedele che lo incorpora. Ci si trova di fronte più a una dimensione eucaristica che all’apprendimento di un sapere. La santità non ha sempre bisogno del sapere [..]

L’ignoranza ha un grande futuro davanti a sé”



(pp. 302, 305-307, 313)

venerdì 29 settembre 2017

DOMENICA XXVI DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 1 Ottobre 2017

 

Ez 18,25-28; Sal 24; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

Il salmo responsoriale di questa domenica riprende alcuni versetti della prima parte del Sal 24. Si tratta di una meditazione sulla bontà di Dio verso i peccatori, i poveri e coloro che lo temono. In questi pensieri il salmista ritrova incoraggiamento e maggior fervore di speranza. La liturgia adopera con frequenza questo salmo soprattutto nei tempi penitenziali. Con questa preghiera la Chiesa dei peccatori, ma anche quella dei poveri e dei retti di cuore, grida aiuto a Dio, e insieme si affida con fiducia assoluta al suo Signore. Al tempo stesso che chiediamo perdono dei nostri peccati al Signore, preghiamo di essere illuminati da lui sulla via da seguire: “Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri”.

Nella prima lettura, vediamo che Dio ammonisce i figli d’Israele, tramite il profeta Ezechiele, e li richiama al senso della responsabilità personale di fronte alle scelte della vita: l’uomo è responsabile delle sue azioni, e queste sono strettamente connesse con la giustizia. Perciò, se vogliamo una vita autentica, non possiamo sottrarci a far propri i valori che la determinano; dobbiamo semplicemente accettarli e viverli coerentemente. Anche dal brano evangelico emerge un forte richiamo alla coerenza della vita. Servendosi, come al solito, di una parabola, Gesù parla di due figli, ai quali il padre dà lo stesso ordine: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Il primo risponde con religioso rispetto e docilità, ma non va a lavorare nella vigna come aveva promesso; il secondo figlio, invece, risponde con arroganza e insolenza in senso negativo, ma alla fine si ravvede e va in campagna a lavorare nella vigna. La morale della storia è così chiara che Gesù vuole che siano i suoi stessi ascoltatori a ricavarla: “Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”, domanda Gesù. Non c’è dubbio dicono tutti: l’ultimo. La parabola sottolinea il contrasto che esiste tra il dire e il fare, tra la parola e l’azione. Non basta la semplice conoscenza teorica del vangelo o l’adesione verbale ad esso, ma occorre una conversione totale in modo che l’insegnamento di Gesù sia tradotto in comportamento di vita. Il sì della bocca è insufficiente, quello decisivo è il sì dei fatti. Possiamo ben dire che non esiste affermazione di fede che non possa e non debba essere verificata nella prassi della vita quotidiana. Nel regno di Dio entra solo chi fa la volontà del Padre: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21).

Nella seconda lettura, san Paolo ci dà il punto di riferimento della nostra obbedienza al Padre. Siamo infatti invitati ad avere in noi “gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione divina […] svuotò se stesso assumendo una condizione di servo […] umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”. Il brano paolino sintetizza le varie tappe del mistero di Cristo: la sua preesistenza divina, l’abbassamento alla condizione di servo nel mistero dell’incarnazione e una ulteriore umiliazione fino alla morte di croce, alla quale fa seguito l’esaltazione. A noi interessa qui sottolineare che queste tappe sono percorse da Cristo sotto il segno dell’obbedienza al Padre.         


Nella celebrazione eucaristica comunichiamo sacramentalmente proprio con il mistero della morte di Cristo e quindi della sua umiliazione e obbedienza. Notiamo però che la partecipazione sacramentale esige una coerenza esistenziale che va al di là del momento strettamente rituale.

domenica 24 settembre 2017

“IN SPIRITU HUMILITATIS…”



In spiritu humilitatis et in animo contrito suscipiamur a te, Domine; et sic fiat sacrificium nostrum in conspectu tuo hodie, ut placeat tibi, Domine Deus.

“Con i sentimenti di uno spirito umiliato, e d’un cuore contrito, possiamo noi, o Signore, esserti accetti; e sia tale oggi il nostro Sacrificio agli occhi tuoi da meritare, o Signore Iddio, le tue compiacenze” (Mario Righetti, Storia liturgica. III, La Messa, Àncora, Milano, edizione anastatica 2005,  p. 334).

“Umili e pentiti accoglici, o Signore: ti sia gradito il nostro sacrificio che oggi si compie dinanzi a te” (Messale Romano in italiano).

Questa preghiera, fra le più antiche del gruppo di preghiere dell’offertorio del Messale di Pio V e presente anche nel Messale di Paolo VI,  la si incontra già al IX secolo. Appare per la prima volta nel sacramentario di Amiens, nella parte offertoriale. Nella liturgia romana la troviamo nell’Ordo della Curia Romana del secolo XIII e in seguito nel Messale di Pio V.

Il testo della preghiera proviene da Dn 3,39-40: “Potessimo essere accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato, come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli. Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito…”. Antioco IV Epifane entrato a Gerusalemme ne saccheggiò il tempio e fece costruire un presidio militare (l’Aera) ove lasciò una guarnigione. Inoltre ordinò la costruzione di un altare dedicato a Zeus Olimpo al posto dell’altare degli olocausti, nel cuore del tempio (15 dicembre 167 a.C.); è ciò che Dn 9,27 definisce “l’abominio devastante”. Furono prese inoltre precise misure repressive contro il culto ebraico, proibendo la circoncisione e la celebrazione delle feste, sotto pena di morte (cf. 1 Mac 1,41-64). Quindi nessun rito legittimo poteva essere compiuto come offerta al Dio di Israele (cf. Dn 3,38). Il credente offriva allora al suo Dio la propria vita, chiedendo che fosse accolta come un sacrificio di olocausto. Questa preghiera liturgica è un richiamo al Sal 51,18-19 e troverà sviluppi nuovi  nel Nuovo Testamento: “Vi esorto fratelli, per la misericordia di Dio, offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1; cf. Fil 2,17).


Dopo l’offerta dei doni, la preghiera In spiritu humilitatis esprime il senso ultimo di ogni oblazione esteriore: il dono del cuore “umile e pentito” accompagnato dalla disposizione intima al sacrificio personale. La formula si esprime al plurale, e quindi il sacerdote celebrante la pronunzia a nome suo e del resto dell’assemblea. 

sabato 23 settembre 2017

DOMENICA XXV DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 24 Settembre 2017



Is 55, 6-9; Sal 144 (145); Fil 1,20c-24.27°; Mt 20,1-16

I motivi presenti nel Sal 144 sono quelli comuni ai salmi di lode. In esso si fondono lode, ringraziamento e fiducia nel Signore amoroso e tenero nei confronti delle sue creature. La lode diventa allora un’espressione di meraviglia, movimento interiore di riconoscenza e di ringraziamento. Il salmista si rivolge ad un Dio Signore che “è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità”. Dio Padre si è reso vicino a noi soprattutto nel mistero dell’Incarnazione del suo Figlio. L’evento storico dell’Incarnazione ci permette di comprendere il mistero di Dio attraverso i tratti umani di Gesù di Nazaret. Nel volto umano di Gesù si rispecchia infatti il volto di Dio (cf. Gv 14,9-10).

Le letture bibliche di questa domenica propongono alla nostra riflessione il misterioso modo di agire di Dio nei nostri confronti. Dio non giudica gli uomini con il metro con cui noi giudichiamo sovente i nostri simili. Perché, come dice il profeta Isaia nella prima lettura, i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri e le nostre vie non sono le sue vie: è un Dio che ha misericordia e perdona largamente. Questo particolar modo di agire di Dio è illustrato da Gesù nella parabola evangelica dei lavoratori della vigna, una parabola volutamente sconcertante, per indurre gli ascoltatori a rettificare eventualmente la loro idea della giustizia divina e a interrogarsi sul modo in cui comprendono e svolgono il loro servizio del Signore. Possiamo interpretare la parabola come una risposta di Gesù alla domanda che Pietro e i suoi discepoli gli hanno rivolto poco prima: “Abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito: che cosa ne ricaveremo?” (Mt 19,27). Il proprietario della vigna ricompensa ugualmente operai che hanno compiuto lavori di diversa durata: alcuni hanno lavorato una giornata intera, altri un poco meno, altri poi un’ora sola; tutti però vengono retribuiti in modo uguale. Il particolare dell’uguaglianza di retribuzione nella parabola, mira a sottolineare che non c’è proporzione fra ciò che fa l’uomo e ciò che dona Dio. Il padrone della parabola distribuisce i salari non secondo la misura delle prestazioni degli operai, ma in vista del loro benessere e della loro gioia. Dio, infatti, non è un padrone che dà un “salario”, ma un padre che elargisce un “dono”. Dio non è un compagno d’affari, con cui possiamo contrattare la nostra salvezza. La salvezza non va barattata, ma accettata come dono. Il procedere così generoso di Dio ha come unica spiegazione la sua bontà infinita e la sua iniziativa libera e spontanea; la grandezza di Dio non si può misurare: “senza fine è la sua grandezza” (cf. salmo responsoriale).

Noi siamo inclini a definire i reciproci rapporti in base alla prestazione effettiva, parametro che inconsciamente trasferiamo alle vicende che riguardano anche i nostri rapporti con Dio. Il Signore invece agisce secondo criteri di gratuità. Davanti alla misericordia sconfinata di Dio ogni uomo si trova nella medesima posizione. La grettezza del nostro cuore fa sì che sia per noi difficile capire l’amore di un Dio sempre pronto a perdonare, sempre pronto ad accogliere chiunque apra il cuore alla sua grazia, in ogni momento. Se siamo veramente discepoli di Cristo (cf. seconda lettura), sapremo interpretare la nostra vita secondo criteri di gratuità e di donazione agli altri, i valori che nel Cristo hanno incarnato l’autentico volto del Padre.


L’Eucaristia esprime in modo sublime il mistero del donarsi gratuito di Dio a noi. Presentiamo al Signore un po’ di pane e di vino e abbiamo in dono un “cibo di vita eterna” e una “bevanda di salvezza”.

sabato 16 settembre 2017

LA MESSA DI GREGORIO MAGNO? QUELLA DI PAOLO VI LE SOMIGLIA PIÙ CHE LA MESSA DI PIO V





Una delle accuse che alcuni ambienti tradizionalisti fanno alla riforma della messa di Paolo VI è che ha distrutto la struttura della messa tradizionale che risale a san Gregorio Magno. Così si è espresso, ad esempio, Claudio Crescimanno il 05-09-2017 nella Nuova Bussola: “è vero che il messale in uso fino alla riforma postconciliare è stato codificato da san Pio V (XVI secolo), ma l’ordo, cioè la struttura e i testi, della messa tradizionale risale a san Gregorio Magno (VI secolo) tanto che essa può a giusto titolo essere chiamata anche messa gregoriana”.

Si può provare invece, con i dati storici in mano, che l’ordinario della messa  di Paolo VI somiglia più all’ordinario della messa in uso nel tempo di Gregorio Magno di quanto somigli ad esso l’ordinario della messa di Pio V.

Anche se è difficile determinare in concreto quali riforme liturgiche Gregorio Magno (590-604) abbia realizzato, alcuni dati sull’ordinario della messa nei secoli VI/VII li abbiamo. Se ci soffermiamo sul cuore della messa, la cosiddetta liturgia eucaristica, notiamo che fino al secolo VIII nell’offertorio della messa troviamo una sola orazione alla fine del rito: l’orazione super oblata, detta più tardi secreta. Nel Messale di Pio V, l’offertorio contiene numerose orazioni, 8 nell’edizione del 1962, senza contare le 4 che accompagnano l’incensazione nelle messe solenni (Suscipe, sancte Pater; Deus, qui humanae substantiae; Offerimus tibi, Domine; In spiritu humilitatis; Veni, sanctificator; Lavabo inter innocentes; Suscipe, sancta Trinitas; Orate, fratres; Secreta). Il Messale di Paolo VI conserva l’orazione In spiritu humilitatis (la più significativa del gruppo), quella del Lavabo (semplificata), l’Orate, fratres e la Super oblata (l’antica Secreta); introduce inoltre le due nuove orazioni nel momento della presentazione del pane e del vino. In conclusione, un offertorio più simile a quello di Gregorio Magno che a quello di Pio V, senza fare però una operazione archeologica, dato che sono state conservate alcune orazioni aggiunte dopo il pontificato di Gregorio.

Per quanto riguarda la preghiera eucaristica, pur introducendo nuove preghiere eucaristiche, Paolo VI ha conservato il canone romano così come è stato tramandato da Gregorio Magno e Pio V. Il Messale di Paolo VI prevede la recita della preghiera ad alta voce, come era recitato il canone al tempo di papa Gregorio. La recita silenziosa è stata introdotta in seguito col trapianto della Messa romana in terra franca. Recentemente, il card. Sarah ha proposto recitare la preghiera eucaristica sotto voce come un arricchimento del Novus Ordo (cf. blog Play Tell). Forse dovrebbe essere il Vetus Ordo ad arricchirsi con un uso che risale probabilmente ai tempi apostolici ed è stato in vigore durante il primo millennio.

È importante notare, poi, che i riti di comunione nel Messale paolino conservano le riforme introdotte da Gregorio Magno. Anticamente a Roma, come nelle altre Chiese occidentali e in gran parte di quelle orientali, il Padre nostro si recitava dopo la frazione del pane. Papa Gregorio lo trasferì al posto attuale, subito dopo il canone. La comunione sotto le due specie, reintrodotta da Paolo VI, era prassi comune in tempo di papa Gregorio. Solo alla fine del secolo XII comincia a prevalere la comunione sotto la specie del pane. Le parole con cui è distribuita la comunione nel Messale di Pio V: “Corpus Domini nostri Iesu Christi custodiat animam tuam in vitam aeternam” sono posteriori a Gregorio Magno; secondo Jungmann, risalgono all’VIII secolo circa. Al tempo di papa Gregorio la comunione sotto la specie del pane non era ricevuta in bocca, ma sulla mano, possibilità prevista dal Messale di Paolo VI.  

Si potrebbero aggiungere altri particolari come, ad esempio, la lettura del prologo di Giovanni alla fine della messa, uso soppresso da Paolo VI; lo si trova per prima volta a metà secolo XIII nell’Ordinario dei Domenicani.

Come dice san Girolamo, “molti cadono in errore perché non conoscono la storia” (In Matthaeum I, 2,22: CCL 70,15).



M. A.

venerdì 15 settembre 2017

DOMENICA XXIV DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 17 Settembre 2017

 

Sir 27,30-28,7; Sal 102 (103); Rm 14,7-9; Mt 18,21-35

Il Sal 102 è un inno pieno di affetto ed entusiasmo alla misericordia di Dio; il salmista, ricordando che ha peccato ma che è stato perdonato da Dio, alla fine della sua intensa preghiera invita tutte le creature a lodare con lui il Signore. Il “Dio è amore” della prima lettera di Giovanni (4,8) trova in questa preghiera un autentica anticipazione. L’atmosfera in cui si muove questo inno è piena di amorevolezza, serenità e luminosità. Nella liturgia della Chiesa, questo salmo è diventato un inno a Gesù Cristo; in lui si sono realizzati per noi tutti i benefici divini ricordati dal salmista. Riassume bene il tema della domenica il ritornello del salmo responsoriale: “Il Signore è buono e grande nell’amore”; parole che trovano eco nell’orazione colletta, che parla della “potenza” della misericordia di Dio.

Il brano del Siracide ci ricorda che se conserviamo nel nostro cuore rancore, non potremo ottenere il perdono di Dio. Ecco il perché del pressante invito del saggio israelita: “Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati”. Non possiamo chiedere ci venga applicata una logica di perdono e nello stesso tempo rifiutarci di usare questa medesima logica verso i nostri simili. Il racconto evangelico sviluppa lo stesso tema. San Pietro si rivolge a Gesù e gli domanda quante volte si deve perdonare al fratello, ci sono dei limiti?. La domanda non è oziosa. Infatti, i maestri d’Israele di quel tempo affermavano generalmente che si doveva perdonare fino a tre volte. San Pietro è più generoso, e domanda: “fino a sette volte?” Ma Gesù dimostra nella sua risposta l’infinita misericordia di Dio quando afferma con un gioco di parole: “fino a settanta volte sette”, cioè sempre. E per imprimere nella mente dei discepoli questa volontà di perdono, ecco che Gesù narra, come è sua abitudine, una significativa parabola.

Noi ci troviamo nella condizione descritta dalla seconda scena della parabola: in mezzo alla strada, di fronte ad altri servi, come noi, del padrone. Come dobbiamo comportarci? Ricordando che prima di ogni nostra scelta abbiamo ricevuto da Dio il perdono gratuito di un debito impagabile. Se questo ricordo rimarrà e sarà operante nel cuore, il nostro comportamento verso gli altri sarà necessariamente fatto di perdono e di gratuità. Se invece dimentichiamo quello che Dio ha fatto per noi, allora rientreremo nella logica della stretta parità e il rapporto con gli altri tenderà a diventare uno scambio commerciale.

Anche il breve brano della lettera ai Romani, proposto come seconda lettura, ci invita ad assumere una logica di fede nei rapporti con gli altri. Da dove viene la difficoltà per perdonare? Dal porre se stessi al centro, dal valutarsi più di quanto noi siamo. San Paolo ci ricorda che nessuno vive per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, siamo del Signore. Si tratta in entrare con chiarezza in questo modo di ragionare proprio della fede. La parola di Dio illumina la nostra fede, ci esorta a non lasciarci travolgere dai sentimenti di odio e di vendetta, ma a vincere il male con il bene.


Nell’ultima preghiera di questa santa Messa, che recitiamo dopo la comunione, ci rivolgiamo a Dio e gli chiediamo che la potenza del sacramento ricevuto “ci pervada corpo e anima, perché non prevalga in noi il nostro sentimento ma l’azione del suo Santo Spirito”.

lunedì 11 settembre 2017

Identikit della VI Istruzione (/13): Il Motu Proprio “Magnum principium”, lo sblocco delle traduzioni e il rilancio del Vaticano II




Pubblicato il 11 settembre 2017 nel blog: Come se non

La pubblicazione del Motu Proprio “Magnum Principium”, firmato il 3 settembre e che entrerà in vigore il 1 ottobre 2017, costituisce una svolta importante nella lunga questione delle “traduzioni liturgiche”. Per comprenderne il significato occorre brevemente contestualizzarne il testo nella vicenda degli ultimi 20 anni, per poi esaminare il contenuto normativo, quello ecclesiologico e quello teologico del documento. Si tratta di un documento breve (qui il rimando al testo, corredato da una nota giuridica e da una interpretazione da parte del Segretario Mons. Roche) , ma i cui effetti sono destinati a modificare profondamente le abitudini ecclesiali, le rappresentazioni teologiche e le pratiche istituzionali. Anzitutto provo a ricostruire il contesto, nel quale il documento può assumere oggi tutta la sua importanza.
a) Le traduzioni impossibili
Il titolo e l’attacco del documento si rifanno ad un “grande principio” affermato dal Concilio Vaticano II, ossia alla “comprensione dei testi liturgici” da parte del popolo, per assicurare la partecipazione all’azione celebrativa. La storia del “grave compito” di tradurre i testi liturgici ha conosciuto diverse fasi, ma negli ultimi 30 anni aveva conosciuto, progressivamente, una sorta di paradosso: con la Istruzione “Liturgiam authenticam” (2001) si era affermato un principio di “traduzione letterale”, come garanzia della fedeltà al testo latino, che aveva reso di fatto impossibile ogni buona traduzione. Le Conferenze Episcopali si trovavano pressate da una polarità irresolubile: o obbedivano alla normativa della Istruzione, e traducevano in modo incomprensibile per il loro popolo; oppure traducevano in modo comprensibile, ma non vedevano approvate le traduzioni da parte della Congregazione. Dal 2001 il disagio era sempre più cresciuto, fino alle proteste esplicite che negli ultimi anni erano arrivate dagli episcopati tedeschi, francesi, statunitensi, canadesi, italiani… In realtà il “blocco istituzionale” dipendeva, come vedremo, da un duplice blocco teorico, che pretendeva di garantire la fedeltà secondo due principi troppo drastici: si doveva tradurre letteralmente e si doveva tradurre senza interpretare. Ma la esperienza ecclesiale, e la riflessione teologica, hanno dimostrato la illusorietà teorica e la distorsione pratica di questa pretesa.
b) La modifica del Codice
Il cuore del Motu Proprio è una modifica del Codice di Diritto Canonico, al can 838, che viene riformulato, introducendo una distinzione decisiva (cfr. Nota ufficiale  qui) . Il rapporto tra Santa Sede e Episcopati locali prima prevedeva un unico strumento di correlazione – la “recognitio”. Ora, riprendendo una distinzione non nuova, ne prevede due: accanto alla “recognitio” viene introdotta la “confirmatio”. Con la prima la Santa Sede entra direttamente nelle scelte operate dalla Conferenze Episcopali, quando riguardano l’adattamento dei testi. Con la seconda si limita ad un controllo formale, presupponendo la “fedeltà di traduzione” come garantita dalla esperienza locale degli episcopati. Questa distinzione ha immediatamente due effetti:
- ridimensiona la pretese di controllo centrale, che dal 2001 erano cresciute a dismisura, sindacando puntigliosamente e unilateralmente su ogni singola parola tradotta;
- tiene conto della esigenza di “interpretazione” per la resa del latino in una “lingua del popolo” e la affida, ordinariamente, alla competenza dei Vescovi del luogo.
Con questa articolazione tra “recognitio” e “confirmatio” non soltanto avremo uno snellimento procedurale nella approvazione delle traduzioni, ma anche il delinearsi di una teologia e di una ecclesiologia in cui la “sinodalità” e il “decentramento” diventano prassi necessaria.
c) Le parole iniziali: teologia della liturgia e ruolo degli episcopati
In effetti, pur nella sua stringatezza, il documento papale non rinuncia ad uno spazio di “argomentazione teologica” nel quale troviamo affermati almeno quattro principi che non ascoltavamo con tanta chiarezza da quasi 50 anni:
- Il “grande principio” della esigenza di comprensione della preghiera liturgica da parte del popolo.
- Il principio per cui la “parola” è mistero senza che ciò dipenda dalla “incomprensione”, ma dalla profondità inesauribile del suo significato.
- In terzo principio è la “competenza episcopale”, che viene ribadita con forza, come eredità conciliare e come esigenza intrinseca al rinnovamento della vita liturgica del popolo di Dio. La composizione tra esigenze degli Episcopati ed esigenze della Santa Sede trova, con la riforma del Codice, più facile e felice correlazione.
- Il quarto principio è una “teoria della traduzione”, bene espressa nella frase:
 fideliter communicandum est certo populo per eiusdem linguam id, quod Ecclesia alii populo per Latinam linguam communicare voluit.”
Questa formulazione mostra bene la importanza di tradurre non parola per parola, ma da cultura a cultura. Ciò che deve essere comunicato – la parola della salvezza – deve trovare espressione diversa quando entra in lingue e culture diverse. La corrispondenza tra lingue non è statica, ma dinamica. Irrigidire il “contenuto” in parole fisse conduce, irreparabilmente, a traduzioni incapaci di comunicare. La esigenza di un “glossario comune” non contraddice, ma giustifica questa scelta ordinaria.
d) Essere fedeli al testo: che cosa significa?
Una delle conseguenze di questo MP è una preziosa riflessione sul tema della “fedeltà”. Che cosa significa, infatti, essere “fedeli al testo”? Essa comporta una duplice fedeltà: non solo al testo, ma anche al destinatario. Per garantire questa duplice fedeltà, non è sufficiente una competenza centrale, ma è decisiva anche una competenza locale. La logica del MP è quella di una “riconsiderazione della periferia”: per rendere pienamente il significato di un testo liturgico, originariamente latino, dobbiamo entrare nella lingua del popolo non solo con la testa, ma anche con il corpo. Questo possono farlo non funzionari romani, ma Vescovi in loco. Una fedeltà solo letterale contraddice la complessità della struttura ecclesiale e della storia dei popoli. Il riferimento al Concilio Vaticano II è l’orizzonte in cui per essere fedeli alla tradizione occorre riconoscersi la possibilità di cambiare.
e) Tradurre è interpretare: la esigenza di competenze decentrate
Un secondo aspetto, che dobbiamo considerare nel documento, è il superamento della illusione che si possa tradurre senza interpretare. Dietro alla distinzione tra “recognitio” e “confirmatio”, sta, in fondo, la consapevolezza che non è possibile un atto di traduzione reale ed efficace, che non si cali nella particolare interpretazione che ogni lingua “diversa” offre del testo latino. Per passare dal latino alle lingue parlate occorre non semplicemente una trasposizione lessicale, ma sempre anche una interpretazione culturale, esistenziale, storica, sociale. Quella che sembra a prima vista una distinzione giuridica e fredda, permette di far entrare la freschezza e la ricchezza delle vite dentro le parole della liturgia. Le quali sanno essere fedeli al latino solo se restano fresche e vive. Una teologia della liturgia partecipata e una ecclesiologia di comunione sono il presupposto e l’effetto di questa importante riforma del codice. E la unità è garantita non dall’arretrare sul latino, ma dall’avanzare nella traduzione delle lingue del popolo.
f) Lo sblocco e il rilancio: lo spazio urgente di una VI Istruzione
Uno dei primi titoli, usciti su un grande giornale italiano, che dava notizia di questo MP, suonava così: Il Papa concede più libertà agli episcopati…” Un bravo collega teologo, il prof. Stefano Parenti, aveva subito annotato in un commento in rete: “Attenzione, qui il papa non concede, ma restituisce”. Questa osservazione è del tutto corretta e gliene sono grato. Ci sono voluti 16 anni per rendersi conto che la pretesa di controllare tutto dal centro, di trasformare le lingue vernacole in semplici strumenti del latino, era una idea unilaterale e distorta, frutto di una teoria del testo, della comunicazione, della teologia e della ecclesiologia senza veri fondamenti nella tradizione. Ora il MP ristabilisce la logica della traduzione nell’alveo della sua tradizione più sana. Sarà molto difficile sottovalutare questo passaggio. Ma ciò che qui è stato riconosciuto necessario, e che va salutato come un salutare contributo al cammino della riforma liturgica, deve essere giudicato, con altrettanta chiarezza, come insufficiente. Le due intense pagine del MP, che hanno grande efficacia sul piano procedurale, e che impostano lucidamente una rinnovata coscienza teologica ed ecclesiologia dinamica, devono ricreare le condizioni di una “comunicazione liturgica intorno al tradurre” che non può non richiedere in modo urgente una nuova istruzione. Il MP sblocca la vita della Chiesa che celebra, ma rivela anche un grande desiderio di nuove motivazioni: tale desiderio dovrà essere colmato da una Nuova Istruzione, che sappia uscire dalle secche – non solo procedurali, ma argomentative – in cui ci aveva condotto Liturgiam Authenticam. Forse la stessa commissione che ha elaborato questo “provvedimento d’urgenza” potrà occuparsi di stendere una nuova Istruzione, che consideri accuratamente, serenamente e distesamente tutto lo sviluppo della Riforma già compiuto, nonché quello ricco e fecondo che resta ancora da compiere.


sabato 9 settembre 2017

IL MOTU PROPRIO “MAGNUM PRINCIPIUM” E LE TRE FEDELTÀ DI PAPA FRANCESCO


Col motu proprio Magnum principium, datato 3 settembre 2017, papa Francesco non sconfessa l’Istruzione Liturgiam Authenticam (28.03.2001), ma, conservandone la sostanza e lo spirito, restituisce alle Conferenze episcopali un potere che appartiene loro e, in questo modo, favorisce un clima più dialogico tra le Conferenze stesse e la Sede Apostolica, clima che si era rarefatto in questi ultimi sedici anni di applicazione della suddetta Istruzione.

1. Con questo documento, papa Francesco è fedele a quanto egli stesso aveva scritto nell’Esortazione apostolica Evangelli gaudium, documento programmatico del suo pontificato, quando nel n. 32 auspica che le Conferenze episcopali siano “soggetti di attribuzioni concrete” e ricorda che “un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa”.

2. Il motu proprio è fedele anche al Vaticano II; rappresenta infatti un ritorno al dettato conciliare, che in SC 36 § 4 afferma: “La traduzione del testo latino in lingua viva, da usarsi nella liturgia, deve essere approvata dalla competente autorità ecclesiastica territoriale”. La “confirmatio” della Sede Apostolica venne stabilita successivamente nel motu proprio Sacram Liturgiam (25.01.1964), all’articolo IX, quando afferma delle traduzioni quanto SC 36 § 3 dice sulla previa decisione circa l’uso e il modo della lingua viva.

3. Possiamo aggiungere, che questo documento è fedele anche ad una antica tradizione romana. Il documento è promulgato con data 3 settembre, in cui la Chiesa celebra la memoria di san Gregorio Magno (590-604). Questo papa inviò Agostino di Canterbury con un consistente gruppo di monaci a Britannia per evangelizzare l’Inghilterra. Ad una domanda di Agostino sui diversi modi di celebrare l’Eucaristia, papa Gregorio risponde: “Tu conosci le usanze della Chiesa di Roma, in cui sei stato educato. Io desidero però che se trovi nella Chiesa romana, in quella delle Gallie, o in qualsiasi altra, qualcosa che Dio onnipotente possa gradire di più, dopo una accurata scelta, lo porti alla Chiesa degli Inglesi…” (il testo della lettera si può trovare nel volume 371 di Sources Chrétiennes, Cerf, Paris 1991, 492-495).


Papa Francesco, sulla scia di Gregorio Magno, dà più spazio alle Chiese locali. Naturalmente, ciò comporta anche che le Conferenze episcopali  siano consapevoli delle loro responsabilità nell’approvazione della traduzione dei testi liturgici.

MATIAS AUGE

DOMENICA XXIII DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 10 Settembre 2017

 

Ez 33,1.7-9; Sal 94 (95); Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

La prima parte del Sal 94 è un invito a lodare e rendere grazie al Signore. Nella seconda parte è Dio stesso a parlare al suo popolo evocando l’evento centrale della fede d’Israele, la sua nascita come popolo eletto nel deserto dopo la liberazione dalla schiavitù d’Egitto. Ebbene, in quegli inizi Israele ha sfoderato tutta la gamma delle sue ribellioni. Il nostro testo ricorda in particolare l’episodio di Massa a Meriba (cf. Es 17,1-7; Nm 20,2-13) ed esorta i figli d’Israele ad ascoltare la voce di Dio e a non indurire il cuore. Riprendendo il testo salmico, anche noi siamo esortati ad ascoltare la voce del Signore evitando che il nostro cuore si indurisca e ci renda sordi alla sua voce, al suo amore: “Ascoltate oggi la voce del Signore”. 

Nella nostra breve riflessione, partiamo dalla seconda lettura, in cui abbiamo ascoltato un pressante appello di san Paolo all’amore vicendevole, “perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge”. Con queste parole, l’Apostolo riconduce tutti gli obblighi e tutti i rapporti con i propri simili all’amore (cf. anche 1Cor 13,1-8; Gal 5,14). Il messaggio è chiaro: alla base di ogni rapporto personale, famigliare, ecclesiale o sociale ci deve essere una logica di amore. La morale cristiana non è fondata su una serie di precetti, più o meno negativi, ma sulla responsabilità di ognuno per l’altro.

Questo amore per il prossimo si manifesta anche con la correzione fraterna. Un amore permissivo, incapace di denunciare il male che affligge i nostri fratelli, è un falso amore. Ce lo ricordano le altre due letture bibliche. Il profeta Ezechiele, viene affermato nella prima lettura, è stato costituito dal Signore “sentinella per la casa d’Israele”: egli ha il compito di denunciare la mancanza di fede del popolo, di smascherare gli ingiusti, di richiamare i peccatori perché si convertano. Se non lo facesse sarebbe corresponsabile della loro perversione. Sappiamo bene che la presenza del male non riguarda soltanto la società di altri tempi; è un problema con cui dobbiamo fare i conti tutti i giorni. Esso ci coinvolge sempre personalmente.

Il brano evangelico riprende le stesse idee della prima lettura ed espone in modo dettagliato le tappe del processo di ricupero dell’errante, l’atteggiamento di avere nei confronti del fratello che ha sbagliato. Non si tratta di norme disciplinari in senso proprio, ma di una pressante esortazione a fare tutto il possibile per riportare il colpevole sul giusto cammino. Assumendo una posizione passiva davanti agli errori del nostro prossimo noi non perseguiamo la via dell’amore, della solidarietà e della corresponsabilità. La correzione fraterna raccomandata da Gesù comporta un atteggiamento di comprensione e di coraggio al fine di consentire al fratello che è in errore di ravvedersi. Una tale correzione non ha il carattere di azione punitiva ma è volta alla conversione del fratello. Possiamo ben dire che la correzione fraterna è anzitutto un grande esercizio di amicizia e perciò suppone che si ami l’altro come un “altro me stesso” nella consapevolezza di essere assieme fragili ma anche forti, se e in quanto uniti nella carità. Il brano evangelico d’oggi riporta alla fine le parole di Gesù sull’efficacia della preghiera comune: la comunità riunita nella carità gode della presenza di Cristo e, in lui, ottiene dal Padre che progredisca la riconciliazione universale. Il Signore è presente là dove c’è un’autentica concordia nella preghiera.

La partecipazione all’eucaristia ha come frutto il rafforzamento della “fedeltà e della concordia” dei figli di Dio (cf. preghiera sulle offerte).