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domenica 20 maggio 2018

SPIRITUALITÀ E BIBBIA





Gianfranco Ravasi, Spiritualità e Bibbia (Giornale di teologia 404), Queriniana, Brescia 2018. 260 pp. 17 €.


L’itinerario qui proposto percorre sostanzialmente due traiettorie.

Dopo aver offerto la chiave simbolica per entrare nell’orizzonte spirituale delle sacre Scritture, ricco di iridescenze tematiche, Ravasi procede innanzitutto ad uno spoglio integrale dei due Testamenti nel loro ordine canonico. Qui si rendono necessarie alcune soste specifiche affrontando testi capitali come i profeti, i salmi, Giobbe, il Cantico, le beatitudini – veri e propri sentieri d’altura della spiritualità biblica.

L’altro percorso seguito è più panoramico: Ravasi delinea una mappa sintetica della spiritualità delle Scritture, così da comporre un messaggio teologico unitario, basato sulla categoria di “conoscenza” nella sua vasta molteplicità semantica biblica.

Questi due movimenti, accompagnati da una costellazione di temi aggregati – come lo Spirito santo, la povertà, la lectio divina o la spiritualità della sofferenza – delineano alla fine non solo una guida alla mistica, ma anche un’essenziale sintesi della teologia biblica. Lì fin dall’origine lo spirituale è esperienza affettiva ma non irrazionale, interiore ma non astratta: è esperienza incorporea, ma anche “carnale”, è mistero ma anche epifania, è silenzio ma non afasia.

(Quarta di copertina)

sabato 19 maggio 2018

DOMENICA DI PENTECOSTE (B) Messa del giorno (20 Maggio 2018)






At 2,1-11; Sal 103 (104); Gal 5,16-25; Gv 15,26-27; 16,12-15



La prima lettura narra l’evento di cui facciamo oggi memoria: alla sera della festa ebraica di pentecoste, cinquanta giorni dopo pasqua, gli apostoli con Maria e gli altri discepoli di Gesù erano raccolti in preghiera nel cenacolo a Gerusalemme. All’improvviso apparve lo Spirito Santo in forma di lingue di fuoco che si posarono su ciascuno di loro. In questo modo si adempiva la promessa che Gesù aveva fatto prima di salire in cielo, di cui parla anche il vangelo d’oggi.

Per gli Ebrei la festa della pentecoste era inizialmente una gioiosa festa contadina chiamata “festa della mietitura” o “festa dei primi frutti”. Si celebrava il cinquantesimo giorno dopo la pasqua e indicava l’inizio della mietitura del grano. Lo scopo primitivo di questa festa era quindi il ringraziamento a Dio per i frutti della terra. Però col passar delle generazioni, gli Ebrei diedero alla festa un significato nuovo. Nel giorno di pentecoste s’iniziò a commemorare il dono della Legge di Dio sul Sinai. Gli Ebrei passavano la vigilia della festa leggendo la Legge che Dio stesso aveva consegnato per loro a Mosè.

La Pentecoste cristiana ricorda un altro dono, non una legge scritta ma lo Spirito Santo, che è l’amore del Padre e del Figlio. Nel secondo discorso d’addio, riportato dal vangelo d’oggi, Gesù promette agli apostoli l’invio dello “Spirito della verità”, espressione ripetuta ben due volte. “Della verità”, cioè in stretto rapporto con la verità rivelata da Gesù Cristo. Lo Spirito è il dono di comprensione piena di tutta la verità rivelata da Gesù, interpretandola in riferimento agli eventi che man mano accadranno fino alla fine dei tempi. Dice Gesù agli apostoli: “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”, ci permetterà cioè di comprendere in profondità le parole e i gesti del Signore.

Lo Spirito aiuta ad introdursi sempre più nell’intimo della verità portata da Cristo; e questa penetrazione non si risolve in un puro fatto conoscitivo, ma si attua in un profondo rapporto di vita, quale risultato dell’aver accolto la parola di Cristo come fermento lievitante di tutta la propria esistenza. Lo Spirito quindi non è concorrente rispetto al ruolo di Gesù, ma rappresenta il vertice e il compimento della sua missione.

Della vita nuova che scaturisce dal dono dello Spirito ci dà una descrizione essenziale san Paolo nella seconda lettura. Tutti noi che abbiamo ricevuto lo Spirito, dobbiamo camminare  “secondo lo Spirito”. Lo Spirito è fonte e garanzia di libertà per quelli che si lasciano guidare dal suo impulso interiore. Siccome tutta la volontà di Dio è concentrata nel precetto dell’amore, per quelli che seguono l’impulso interiore dello Spirito non c’è bisogno del controllo esterno della legge, perché ne attuano spontaneamente tutte le esigenze. Perciò abbiamo cantato: “Vieni Santo Spirito, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore” (canto al vangelo). La pentecoste ebraica ricordava il dono della Legge sul Sinai. La pentecoste cristiana celebra il dono dello Spirito, che effonde nei nostri cuori l’amore di Dio, la nuova legge interiore che deve guidare la vita del cristiano. Nella pentecoste cristiana il cenacolo appare come il nuovo Sinai e il dono della Legge, che inaugurò a suo tempo il periodo dell’antica alleanza, è sostituito ora con il dono dello Spirito, che inaugura invece l’era della nuova alleanza.

mercoledì 16 maggio 2018

Ecco il verbale segreto dell’incontro fra Paolo VI e Lefebvre






Pubblicata nel libro di padre Sapienza la trascrizione del colloquio dell’11 settembre 1976 tra il vescovo tradizionalista e Montini. Documento utile per leggere certe dinamiche interne alla Chiesa di oggi. Vedere qui

domenica 13 maggio 2018

ABITI LITURGICI DI FORMA BAROCCA?





Come ogni abito, anche le vesti per la liturgia sono sempre in relazione con l’immagine che colui che le indossa ha di sé o che vuole dare di sé come presbitero e, di conseguenza, l’immagine di Chiesa che con le vesti liturgiche si intende rappresentare ed esprimere. Di sua natura l’abito è sempre frutto di un immaginario e, al tempo stesso, genera un immaginario, per questo il presbitero che sceglie di indossare abiti liturgici di forma e foggia barocca, proietta un immaginario barocco su sé stesso e sull’intera liturgia che presiede. Anche inconsapevolmente, realizza un’immagine di Chiesa e di ministero ordinato che non corrisponde all’oggi tanto della Chiesa quanto del mondo nel quale essa vive e con il quale si realizza. Si attua e, in certi casi si persegue una forma di anacronismo che crea distanza spirituale e culturale tra la rappresentazione che nella liturgia si dà della Chiesa e l’oggi della storia. Una consapevole non accettazione del presente è sempre una fuga dalla realtà.

Questo spirito è bene espresso nell’accenno che la costituzione del Vaticano II sulla liturgia riserva alle vesti liturgiche: “Nel promuovere e favorire un’autentica arte sacra, gli Ordinari facciano in modo di ricercare piuttosto una nobile bellezza che una mera sontuosità. E ciò valga anche per le vesti e gli ornamenti sacri” (SC 124).

Fonte: Goffredo Boselli, Sorgenti di vita. Liturgia e ricerca spirituale, San Paolo, Cinisello Balsamo 2017, pp. 85-86.

venerdì 11 maggio 2018

ASCENSIONE DEL SIGNORE (B) – 13 Maggio 2018







At 1,1-11; Sal 46 (47); Ef 4,1-13; Mc 16,15-20





Il racconto dell’evento dell’ascensione del Signore è affidato alla prima lettura, costituita dai versetti iniziali degli Atti degli Apostoli. Tuttavia la preoccupazione maggiore dei brani della Scrittura che vengono proposti oggi alla nostra attenzione è di dare indicazioni sul senso del tempo che noi stiamo vivendo tra l’ascensione del Signore e il suo ritorno alla fine dei tempi. Collocando all’inizio degli Atti degli Apostoli, come alla fine del suo Vangelo, un riferimento all’ascensione del Signore, san Luca lascia immediatamente intendere che la missione della Chiesa continua quella di Gesù. Ecco quindi che il messaggio dell’ascensione può essere colto secondo due dimensioni complementari: da una parte l’ascensione è il punto di arrivo della vita di Gesù; dall’altra è il punto di partenza della vita della Chiesa. La festa dell’ascensione del Signore è la celebrazione della partenza-assenza di Cristo a beneficio della presenza-responsabilità della Chiesa. Nei brani della Scrittura che ascoltiamo oggi, predomina questa seconda prospettiva. Nella lettura evangelica, il fatto dell’ascensione appare come lo spartiacque tra Gesù e la Chiesa, ma nel tempo stesso come l’evento che fonda la continuità tra le rispettive missioni. La seconda lettura, tratta dalla lettera agli Efesini, dice la stessa cosa quando afferma che Cristo “asceso in alto […] ha distribuito doni agli uomini”, e cioè ha comunicato al mondo quella ricchezza di vita che ha conquistato per sé. Con la fine della sua presenza nel nostro mondo e la sua conseguente glorificazione presso il Padre, Cristo inizia una nuova presenza al mondo tramite la missione e la testimonianza affidate ai suoi discepoli.

Se il fatto della piena glorificazione di Cristo apre il nostro cuore alla speranza, la certezza della sua presenza ci dona il coraggio dell’impegno. Non basta stare a guardare verso il cielo, in attesa degli eventi; il comando del Signore ai discepoli è chiaro: “di me sarete testimoni […] fino ai confini della terra”. La speranza cristiana non legittima alcuna fuga dal mondo, dalla storia. Viceversa è connaturale alla nostra speranza offrire dal di dentro della città terrena una concreta testimonianza della città celeste. Per Cristo l’ascensione è un traguardo raggiunto, per noi ancora un cammino da fare. La vita del Signore è stata un’esistenza pienamente disponibile al servizio degli uomini. E’ percorrendo la stessa strada di Cristo che noi raggiungeremo lo stesso suo traguardo. E’ soltanto attraverso la testimonianza di un amore fattivo che possiamo raggiungere la giusta statura e la piena maturità così da essere degni di partecipare all’esaltazione di Cristo alla destra del Padre.

Nell’eucaristia la Chiesa pellegrina sulla terra riaccende continuamente la speranza della patria eterna (cf. orazione dopo la comunione).

domenica 6 maggio 2018

MARYAM, LA “MUSULMANA”




Alla Vergine il Corano riserva un posto di grande onore. Innanzitutto il suo nome, Maryam, ricorre più frequentemente nel Corano che nei vangeli. È citata ben 34 volte, contro le 19 del Nuovo Testamento, poi, è l’unica, tra le donne, presenti nel Corano, ad essere chiamata per nome, ed è nominata più spesso di Gesù (Isã) definito sempre in relazione a lei come “figlio di Maryam”, al contrario della tradizione cristiana nella quale è Maria ad essere definita come madre di Gesù. Inoltre, un’intera Sura – ripartizione testuale in cui è diviso il Corano –, la XIX, è intitolata e dedicata a lei, in un’altra, la III, si parla ancora di Maria, ma inserita in un contesto più ampio, nel quale si invita ad accogliere la verità del Corano respingendo le false credenze degli ebrei e dei cristiani, e in altri versetti ancora si attribuiscono a lei importanti meriti e qualità: è la “più veritiera”, la “purificata da Allah”, “colei che ha ricevuto lo spirito”.

Della sua vita il testo sacro islamico conosce la nascita (III,36), il ritiro nel Tempio (XIX,16), l’annunciazione (III,45-51; XIX,17-21). Il parto (XIX,22-27), la difesa della sua innocenza (XIX,27-33).

Fonte: Adriana Valerio, Maria di Nazaret. Storia, tradizioni, dogmi, Il Mulino, Bologna 2017, p. 53.

venerdì 4 maggio 2018

DOMENICA VI DI PASQUA (B) – 6 Maggio 2018





At 10,25-26.34-35.44-48; dal Sal 97 (98); 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17



Amare ed essere amati è il desiderio più profondo, il bisogno più vitale della persona umana fin dalla più tenera infanzia e in tutte le età della vita. Ma che cos’è l’amore? A questa domanda sono state date molte risposte. Il tema centrale della parola di Dio proclamata in questa domenica è l’amore cristiano, che ha la sua sorgente in Dio. Domenica scorsa abbiamo ricordato le parole di Gesù: “chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto”. Oggi viene chiarito il senso di questo rimanere in Cristo, si tratta di rimanere nel suo amore. Nella seconda lettura, san Giovanni afferma che “Dio è amore”. Nell’amore sta racchiusa tutta l’essenza della vita divina che circola nella Trinità. In Dio l’amore non è solo un aspetto tra altri, ma coincide con il suo stesso essere: Dio è relazione, rapporto, comunicazione, insomma amore. In fatti san Giovanni afferma che l’amore di Dio si manifesta nel fatto che egli ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, “perché noi avessimo la vita per mezzo di lui”. L’ampiezza dell’amore di Dio si manifesta quindi nel mistero pasquale di morte e risurrezione. La pasqua di Gesù è il segno più evidente della serietà del suo amore, perché come ci ricorda egli stesso nel brano evangelico, “nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici”. La discesa dello Spirito Santo sul pagano Cornelio ed i suoi familiari, di cui parla la prima lettura, fa capire a Pietro e alla prima comunità cristiana che l’amore salvifico di Dio non conosce barriere: Dio “accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga”. La morte di Cristo sulla croce è donata da Dio a tutti gli uomini, senza distinzione: “per noi uomini e per la nostra salvezza…”, recitiamo nel Credo.

Come si fa a rimanere nell’amore di Cristo? Lo spiega Egli stesso: “Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore”. I comandamenti di Cristo si riassumono nel comandamento dell’amore: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri”. San Giovanni, che ci tramanda queste bellissime parole del Signore, ha scoperto il vero volto di Dio nell’impegno di Cristo per l’uomo. Arriveremo a capire chi sia Dio e ad entrare in comunione con lui non tanto attraverso sapienti discorsi su Dio, quanto piuttosto attraverso la nostra concreta testimonianza di amore e di dedizione agli altri (cf. orazione colletta). Amare è entrare nella vita dell’altro per camminare con lui e condividere qualcosa di nuovo e di grande.

L’eucaristia è mistero d’amore anzitutto nel suo essere sacramento della Pasqua del Signore: essa è la memoria efficace dell’atto d’amore compiuto dal Padre, che ha tanto amato gli uomini da consegnare il suo Figlio per la loro salvezza. Perciò la celebrazione eucaristica è il centro della vita cristiana, fonte di nutrimento, ritrovo tra fratelli, che amano lo stesso Padre, di cui siamo chiamati a comunicare l’incredibile e immenso amore.



martedì 1 maggio 2018

COSA PENSAVA PAOLO VI DELLA SUA RIFORMA LITURGICA? (2)


Nel post dello scorso giorno 23, affermavo che probabilmente Paolo VI il 3 giugno 1971, nell’ottavo anniversario della morte di papa Giovanni XXIII, celebrò la Messa adoperando uno dei tre formulari Pro Papa contenuti nella sezione “Missae defunctorum” del MR 1970. Alla fine della celebrazione, papa Montini avrebbe lamentato che in questi testi “non si parlava più di peccato e di espiazione e mancava completamente l’implorazione alla misericordia del Signore”. Riproduco a continuazione i tre formulari del MR 1970 e, in seguito l’unico formulario “Pro defuncto Summo Pontifice” del MR 1962. Ho sottolineato in neretto i testi che parlano della misericordia di Dio. Come si può vedere chiaramente, i due Messali mettono in evidenza la misericorida di Dio, in modo particolare il formulario C del MR 1970. Quindi sulla base di questi testi, non si può criticare il MR 1970 che in questo caso, oltre ad essere in continuità con i testi del MR 1962, ha una maggior ricchezza dottrinale.  



Missale Romanum 1970: Pro Papa (pp.869-871)

A

Collecta. Deus, fidelis remunerator animarum, praesta, ut famulus tuus papa noster N., quem Petri constituisti vicarium et Ecclesiae tuae pastorem, gratiae et miserationis tuae mysteriis, quae fidenter dispensavit in terris, laetanter apud te perpetuo fruatur in caelis.

Super oblata. Quaesumus, Domine, ut, per haec piae placationis officia, famulum tuum papam nostrum N. beata retributio comitetur, et misericordia tua nobis gratiae dona conciliet.

Post communionem. Divinae tuae communionis refecti sacramentis, quaesumus, Domine, ut famulus tuus papa noster N. quem Ecclesiae tuae visibile voluisti fundamentum unitatis in terris, beatitudini gregis tui feliciter aggregetur.


B

Collecta. Deus, qui Ecclesiae tuae famulum tuum papam nostrum N. ineffabili tua dispositione praeesse voluisti, praesta, quaesumus, ut, qui Filii tui vices gerebat in terris, ab ipso in gloria recipiatur aeterna.

Super oblata. Munera, Domine, supplicantis Ecclesiae respice propitius, et, huius sacrificii virtute, concede, ut famulus tuus papa noster N., quem sacerdotem magnum tuo gregi praefecisti, in electorum tuorum numero constituas saccerdotum.

Post communionem. Caritatis tuae, Domine, sumentes sacra subsidia, quaesumus, ut famulus tuus papa noster N. misericordiam tuam in Sanctorum gloria perpetuo collaudet, qui fedelis exstitit mysteriorum tuorum dispensator in terris.


C

Collecta. Deus, immortalis pastor animarum, respice populum supplicantem, et praesta, ut famulus tuus papa noster N., qui Ecclesiae tuae in caritate praefuit, fidelis dispensatoris remunerationem cum grege sibi credito misericorditer consequatur.

Super oblata. Oblationem pacificam populi tui, quaesumus, Domine, propitius intuere, qui famulum tuum papam nostrum N. tuae misericordiae fidenter committimus, et praesta, ut, qui tuae caritatis et pacis in humana familia fuit instrumentum, earum fructu cum Sanctis tuis perpetuo laetari mereatur.

Post communionem. Ad mensam aeterni accedentes convivii, misericordiam tuam, Domine, pro famulo tuo papa nostro N. suppliciter imploramus, ut veritatis possessione tandem congaudeat, in qua populum tuum fidenter comfirmavit.


Missale Romanum 1962: Pro defuncto Summo Pontifice (p. 934)

Oratio. Deus, qui inter summos Sacerdotes famulum tuum N. inneffabili tua dispositione connumerari voluisti: praesta, quaesumus,; ut qui unigeniti Filii tui vices in terris gerebat, sanctorum tuorum Pontificum consortio perpetuo aggregetur.

Secreta. Suscipe, Domine, quaesumus, pro anima famuli tui N., Summi Pontificis, quas offerimus, hostias; ut, cui in hoc saeculo pontificali donasti meritum, in caelesti regno Sanctorum tuorum iubeas iungi consortio.

Postcommunio. Prosit, quaesumus, Domine, animae famuli tui N., Summi Pontificis, misericordiae tuae implorata clementia: ut eius, in quo speravit et credidit, aeternum capiat, te miserante, consortium.


domenica 29 aprile 2018

LE BRACCIA ALLARGATE DURANTE LA RECITA DEL PADRE NOSTRO






Ho ricevuto da L.R. la seguente domanda: “Ho letto che allargare le braccia, come fa il sacerdote durante la recita del Padre nostro nel corso della Messa, non è permesso a noi laici. È vero?”. La risposta a questa domanda la si trova nel Messale Romano in lingua italiana, dove sono riportate alcune indicazioni che la normativa liturgica affida alle Conferenze Episcopali nazionali:

“Durante il canto o la recita del Padre nostro si possono tenere le braccia allargate; questo gesto, purché opportunamente spiegato, si svolga con dignità in clima fraterno di preghiera” (CEI- Commissione Episcopale per la Liturgia, Precisazioni circa la normativa liturgica, seconda edizione italiana, LEV, Città del Vaticano 1963, p. LI).

Se in passato, nella liturgia romana, il Padre nostro fu considerato preghiera presidenziale, con la riforma promossa del Vaticano II è diventato preghiera dell’intera assemblea. Pregare con le braccia allargate evoca l’atteggiamento biblico dell’orante e della tradizione cultuale cristiana. Come diceva papa Francesco nella sua catechesi del 14 marzo scorso, il Padre nostro non è una delle tante preghiere cristiane, ma è la preghiera dei figli di Dio: è la grande preghiera che ci ha insegnato Gesù”.

Non è opportuno invece, come talvolta si fa, che i fedeli si prendano per mano durante la preghiera del Padre nostro. È un atteggiamento cameratesco che non si addice al contesto della celebrazione liturgica.

venerdì 27 aprile 2018

DOMENICA V DI PASQUA (B) – 29 Aprile 2018




At 9,26-31; Sal 21 (22); 1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8

La Pasqua è un evento paradigmatico, simbolo di vita, di vita ritrovata, di vita piena, quella di Gesù e quella nostra. Il brano evangelico d’oggi ci ricorda che la fecondità della nostra vita dipende dalla relazione vitale con il Signore. Gesù illustra questa verità con l’immagine della vite e dei tralci, immagine presente già nell’Antico Testamento. Gesù si presenta come la “vite vera”, di cui noi siamo i “tralci”. La condizione essenziale perché la nostra vita porti frutto è la comunione vitale con Gesù: “Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me”. Gesù si pone quindi come centro significativo della vita dell’uomo e come condizione essenziale per una sua vita significativa e feconda. Ma notiamo che occorre “rimanere” in lui: il verbo ricorre otto volte negli otto versetti dell’odierno brano evangelico.

San Giovanni ribadisce la stessa dottrina nella seconda lettura, quando afferma che il frutto fondamentale che specifica la morale pasquale è l’amore “con i fatti e nella verità”, e cioè mediante l’osservanza dei comandamenti, in particolare di quelli riguardanti la fede e l’amore fraterno: “Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e egli in lui”. La fede e l’amore sono i costitutivi essenziali della nostra realtà di cristiani, sono “il comandamento” per eccellenza, il frutto essenziale che il fedele, innestato in Cristo – vite vera, deve produrre. Un esempio concreto di questo rapporto vitale con Cristo l’abbiamo nella vita di san Paolo, che dopo la sua conversione, trasformato dall’incontro con Cristo, dà testimonianza coraggiosamente della sua fede nella città di Gerusalemme mettendo a repentaglio la propria vita per amore di Gesù (prima lettura).

La parola di Dio ci invita oggi a ritornare alle radici del nostro essere cristiano. Il successo della nostra vita è possibile solo se radicato in Cristo. Senza di lui non possiamo fare nulla, la nostra esistenza diventa sterile. Dietro l’immagine del tralcio secco e arido, perso ai bordi del campo, c’è il mistero del rifiuto che l’uomo può opporre alla vita e all’amore, c’è la vicenda del confronto tra la luce e le tenebre. Chi volesse rivendicare un’impossibile autonomia si troverebbe a fare i conti con la sua assoluta pochezza e sterilità. Contro una cultura antropocentrica, che rifiuta Dio e colloca l’uomo al centro di tutto, la Parola di Dio ci propone una vita ancorata in Cristo. Uniti a Cristo, la nostra vita porterà frutti abbondanti. Questa unione si rinsalda nell’ascolto della Parola e nella partecipazione all’Eucaristia, le due mense in cui si nutre la vita cristiana (cf. Dei Verbum, n.21). Si tratta di un frutto che riguarda sia la vicenda terrena che la vita eterna promessa a quelli che restano uniti vitalmente a Gesù.



lunedì 23 aprile 2018

COSA PENSAVA PAOLO VI DELLA SUA RIFORMA LITURGICA?




Sandro Magister, il 19 aprile 2018 nel suo blog Settimo cielo  ha pubblicato un post dal titolo: “Paolo VI e la riforma liturgica. La approvò, ma gli piaceva poco”. In questo post, Magister riporta alcune confidenze fatte da Paolo VI a colui che era il maestro delle cerimonie pontificie Mons. Virgilio Noè, poi diventato cardinale. La fonte di queste confidenze sono i “Diari” redatti da Mons. Noè.

Mi soffermo, per ora, sulla prima confidenza: il 3 giugno 1971, dopo la messa di commemorazione della morte di Giovanni XXIII, Paolo VI commentò: "Come mai nella liturgia dei defunti non si parla più di peccato e di espiazione? Manca completamente l’implorazione alla misericordia del Signore. Anche stamattina, per la messa celebrata nelle Grotte [vaticane], pur avendo dei testi bellissimi, mancava in essi tuttavia il senso del peccato e il senso della misericordia. Ma abbiamo bisogno di questo! E quando verrà la mia ultima ora, domandate misericordia per me al Signore, perché ne ho tanto bisogno!".

Non sappiamo quale formulario di Messa sia stato adoperato in questa occasione. Dato che si trattava dell’ottavo anniversario dalla morte di papa Giovanni, dobbiamo presumere che si adoperò alcuno dei formulari “In anniversario extra tempus paschale”, che il Misssale Romanum del 1970 riporta alle pp. 857-859 (formulari A e B) e 860-861 (formulari D e E). O più probabilmente fu adoperato uno dei tre formulari “Pro Papa” (pp. 869-871). 

Nel formulario A, la Super oblata chiede che il defunto “purificato da questo sacrificio (“remediis purgatus caelestibus”) viva felice con te nella gloria”. La Post communionem, chiede che Dio doni al defunto “il riscatto da ogni colpa” (“a delictis omnibus emendatus”) e la beata risurrezione”.

Nel formulario B, la Collecta chiede: “Signore […] la tua misericordia sia per lui come rugiada celeste” (“rorem misericordiae tuae perennem infundas”). La Super oblata parla della “forza redentrice del sacrificio” (“sacrificium propitiationis”). La Post communionem chiede: “se in lui resta ancora qualche debito di colpa, la tua misericordia lo assolva…” (“si quae ei maculae peccati adhaeserunt, remissionis tuae misericordiae deleantur”).

Nel formulario D, la Collecta chiede per il defunto al “Dio misericordioso […] il perdono che ha sempre desiderato” (“remissionem, quam semper optavit, peccatorum”). La Post communionem chiede che Dio doni al defunto “il perdono e la pace” (“ab omnibus peccatis emundatus…”).

Nel formulario E, la Collecta invoca Dio come “Padre di misericordia” (“Deus indulgentiarum”). La Post communionem chiede che il defunto “liberato da ogni colpa…” (“a peccatis omnibus expiatus”).

Sono dati minimi, schematicamente esposti, che dovrebbero essere illustrati nell’insieme del testo eucologico. Credo però che siano sufficienti per poter affermare che questi formulari parlano del peccato, della espiazione, della forza redentrice del sacrificio della messa e invocano la misericordia di Dio… Se prendiamo in esame gli altri formulari e preghiere della sezione del Messale “Missae defunctorum” (pp. 851-886), questa dottrina è confermata e si arricchisce. E’ vero però che nei tre formulari “Pro Papa” (pp. 869-871), qui non analizzati, il tema del peccato è esplicitato solo indirettamente, in quanto il papa defunto è raccomandato nei tre formulari, e ripetutamente, alla misericordia di Dio.

Per affermare, sulla base delle suddette confidenze, che Paolo VI approvò la riforma liturgica, “ma gli piaceva poco”, ci vorrebbe un’analisi più ampia e documentata del pensiero di Papa Montini sui diversi libri liturgici, in particolare sull’Ordo Missae. Speriamo che qualcuno la farà.

domenica 22 aprile 2018

LA CRISI DEL RITO






Originariamente la liturgia era legata ai gesti, alle azioni, al vissuto rituale, caratteristiche che ha perso in parte con il tempo. Secondo alcuni studiosi, le argomentazioni scatenanti una fredda e intellettuale comprensione della religione e della liturgia vanno ricercate nella storia culturale e religiosa dell’Europa degli ultimi secoli. Ci sarebbe stato anzitutto una progressiva “razionalizzazione” della religione e un primato attribuito alla ragione a partire da Immanuel Kant (1724-1804) che definisce la ragione come una forza che lavora al di sopra e contro l’esperienza. Per l’illuminista Kant l’essenza della religione sta in una “fede razionale”, o meglio in una ragione che sappia controllare la fede.

Friedich Schleiermacher (1768-1834), trattando di combattere il razionalismo di Kant, esalta l’esperienza religiosa e quindi prende le parti del sentire religioso entro il culto e la liturgia. Ma Schleiermacher, uno dei massimi rappresentanti del romanticismo tedesco, sposta l’attenzione dall’esperienza vissuta alla “pura esperienza interiore” e questa la interpreta come semplice “sentimento”. In questo modo infligge un altro colpo alla religione e alla liturgia, in quanto, se tutto viene interiorizzato, di nuovo la liturgia viene danneggiata. La visione protestante più di quella cattolica ha interiorizzato le credenze e la fede, ma così facendo ha creato una nuova impasse in rapporto alla vita liturgica.

L’ultima causa che avrebbe condotto la liturgia cristiana a perdere il suo smalto originario legato ai gesti, alle azioni, al vissuto rituale sarebbe da attribuirsi alla crescente “testualizzazione”, nel senso che la vita religiosa si è sempre più fissata sui testi. Anche se i testi sacri possono essere un incentivo all’esperienza e alla liturgia, ipoteticamente possono divenire anche causa della mortificazione della liturgia e del rito. Ciò avviene quando il testo si sostituisce al rito. Si noti, tra l’altro, che il connubio tra parola e razionalità è evidente.

- Per saperne di più, si legga Aldo Natale Terrin, Liturgia come gioco, Morcelliana 2014.

venerdì 20 aprile 2018

DOMENICA IV DI PASQUA (B) – 22 Aprile 2018



At 4,8-12; Sal 117 (118); 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18

Il brano evangelico presenta Gesù come buon pastore che spontaneamente offre la vita per le pecore, a differenza di tutti gli altri, semplici mercenari che badano soltanto nel loro egoismo a sé stessi. Per questo, san Pietro afferma in pieno sinedrio, dopo aver guarito lo storpio nel nome di Gesù Cristo, che “non vi è sotto il cielo altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati” (prima lettura). Grazie a lui, aggiunge san Giovanni, siamo “chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente” (seconda lettura). Questa è la “buona notizia” che annuncia la Pasqua. Il contenuto di questa notizia lo possiamo esprimere con queste altre parole: Dio in Cristo viene incontro a noi per offrirci la sua amicizia, senza badare ai nostri meriti, alla nostra bontà o cattiveria. La morte di Gesù è un atto di amore e di libertà. Gesù è l’insuperabile manifestazione dell’assoluto amore di Dio per tutti gli uomini senza distinzioni, anche per quelli che non appartengono a “questo ovile”. La prospettiva universale dell’amore salvifico del Signore si estende a tutto il genere umano. Nell’Antico Testamento, Dio si esprime per bocca del profeta Osea con queste parole: “Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione” (Os 11,8). Il cuore di Dio non cessa di ripeterci queste parole attraverso il cuore trafitto del Figlio.

Nel brano evangelico odierno, Gesù non si paragona solamente a “un” buon pastore, ma è “il” buon Pastore. Intrattiene con le sue pecore relazioni di conoscenza reciproca, fondate sull’amore che il Padre ha per loro come per lui. Poiché gli appartengono, si prende cura di loro e le difende coraggiosamente da ogni pericolo. Ha dato la sua vita per loro, per far sì che non vi sia più che un solo gregge, così come non vi è che un solo Pastore. Questo insieme di tratti rinviano al mistero pasquale che ne svela pienamente il significato. L’immagine del buon pastore forse dice poco a noi, figli di una società industriale e democratica; per alcuni anzi potrebbe risultare offensivo l’essere paragonati ad un “gregge”. Dobbiamo quindi soffermarci sulla sostanza sempre attuale tramandata dall’immagine del buon pastore, che è il dono della vita. Gesù ha come fondamentale obiettivo non la difesa della propria vita, ma quella degli altri; per la nostra redenzione ha impegnato tutto se stesso. Di conseguenza “gregge” e “pecore” non evocano assolutamente una folla di discepoli senza personalità, che seguono il loro pastore e gli obbediscono passivamente belando. Ognuno di noi è chiamato a diventare partecipe della realtà di Cristo nella misura in cui la sua vita diventa veramente dedita, offerta, data per gli altri. C’è più gioia nel dare che nel ricevere!

Nell’assemblea eucaristica, convocata e riunita dal buon Pastore che la presiede, Egli nutre con il suo corpo e il suo sangue coloro che hanno ascoltato la sua voce.




domenica 15 aprile 2018

“NON METTERCI ALLA PROVA”








Nella preghiera del Padre Nostro c’è una petizione che costituisce un motivo di disagio pastorale. Ci riferiamo all’espressione: “E non c’indurre in tentazione”. Dio risulta così di essere l’artefice di un’operazione addirittura dannosa per l’orante. Per questo motivo esegeti e responsabili ecclesiali, fra cui anche papa Francesco di recente, hanno chiesto di modificare la formulazione usata da secoli nella preghiera liturgica. Pietro Bovati (“Non metterci alla prova”. A proposito di una difficile richiesta del Padre Nostro, in “La Civiltà Cattolica” 4023, 3/17 febbraio 2018, pp. 215-227) prova a fornire un apporto innovativo: da un lato, attenendosi strettamente alla lettera del testo evangelico (in greco); e, dall’altro, approfondendo il senso di questa difficile petizione. La chiave, più che nel verbo (“indurre”), sembra essere nel senso proprio della parola che in italiano abbiamo tradotto con “tentazione”. Dell’articolo, offro parte della fine (pp.225-227):

[…]
Le diverse petizioni della seconda parte del Padre Nostro espongono al Padre diverse condizioni di bisogno e miseria della comunità in preghiera, non però supponendo che Dio non sia al corrente o non voglia soccorrere, bensì con l’intento di rinnovare la memoria degli aspetti e delle circostanze in cui il Padre esprime la sua benevola azione compassionevole. Ora, uno dei luoghi difficili dell‘umana esistenza è l’esperienza del dolore, provocato dall’assenza di qualche bene importante o addirittura indispensabile. È giusto ed è doveroso che l’orante non soltanto presenti al suo Dio le sofferenze, ma esprima anche quanto esse lo privino dello slancio di fede e di speranza. Se chiedere nella preghiera di essere esposti alla bufera del male sarebbe ovviamente un atto di orgogliosa presunzione, anche pensare di essere capaci da soli di superare le difficoltà non è atto di minore superbia. Al contrario, invocare dal Padre, a ragione di un’umile consapevolezza della propria fragilità, di essere risparmiati dal fuoco della prova è un atto che Dio approva ed esaudisce. Chi sta pregando con il Padre Nostro domanda al Padre di non essere immerso nella fornace del dolore, perché riconosce che essa diverrebbe per lui una “tentazione”, una pericolosa occasione di sfiducia nella Provvidenza, oltre che una mancata opportunità di lode per il Creatore della vita.

Chi avverte come Gesù nell’orto del Getsemani, l’approssimarsi della terrificante minaccia della morte, chi prova dunque nel cuore angoscia grande (Mt 26,38), è chiamato a entrare in preghiera, e a ripetere con il Cristo: “Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice!” (Mt 26,39), perché solo chiedendo di non fare esperienza della morte l’orante riconosce che la vita è un bene da desiderare, e perché solo chiedendo di vivere, il credente accoglierà la volontà di Dio, quale sicuro esaudimento della sua richiesta (Eb 5,7).

Il momento drammatico della prova si presenta alla coscienza in alcune particolari circostanze: quando la minaccia si avvicina, quando assume contorni spaventosi. Può trattarsi di una catastrofe naturale, di un dissesto economico, di una malattia grave, o di una inimicizia foriera di molteplici e indicibili sofferenze. Se ben consideriamo le nostre preghiere spontanee, se ci domandiamo insomma che cosa chiediamo a Dio quando apriamo a lui il nostro cuore, dobbiamo constatare che ogni volta gli domandiamo di non entrare nella prova. Anzi, come ci invita a dire Gesù nell’ultima petizione (secondo il testo di Matteo), la preghiera al Padre chiede di essere “liberati dal male”, intendendo con ciò di essere fatti uscire da qualsiasi realtà perniciosa che si oppone alla vita, e quindi a Dio stesso.

Non si tratta dunque di pregare il Padre esclusivamente di essere in grado di superare le tentazioni e vincere le seduzioni del Maligno – cosa questa senz’altro necessaria –, ma anche di supplicare il Dio buono che conceda il suo aiuto a chi è piccolo e fragile, a chi sa che “lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Mt 26,41), così da attraversare la notte senza perdersi. Pensiamo a tutti coloro che si rivolgevano a Gesù chiedendo la guarigione; pensiamo anche alle molteplici richieste che ripetiamo quotidianamente, riprendendo le formula dei Salmi o delle orazioni liturgiche; pensiamo infine a quante invocazioni nascono nel nostro cuore quando percepiamo un pericolo, o siamo colpiti dall’ansia per il futuro, o siamo già toccati da qualche sintomo di male. Ebbene, questa variegata forma di richieste al Signore è tutta riassunta e come condensata in un’unica petizione, quella che dice: “Non metterci alla prova”.

Essa è generica ed espressa in forma negativa, perché, pur chiedendo soccorso, non detta le modalità precise dell’aiuto impetrato; chi prega con il Padre Nostro, confessando la sua debolezza e le sue paure, e indirettamente riconoscendo anche la scarsa qualità del suo credere, si affida al misericordioso volere del Padre, che saprà condurre i suoi figli là dove scaturirà il meglio per loro. L’orante si affida dunque a un disegno che solo Dio conosce, lodando così la sapiente bontà del Padre; si affida invocando, per esprimere il suo amore per la vita; si affida fiducioso, sapendo già di essere esaudito persino al di là di ciò che il suo cuore desidera.
[…]    

venerdì 13 aprile 2018

DOMENICA III DI PASQUA (B) – 15 Aprile 2018




At 3,13-15.17-19; Sal 4; 1Gv 2,1-5°; Lc 24,35-48


Il filo conduttore delle letture bibliche di questa terza domenica di Pasqua è l’invito a convertirsi per avere il perdono dei peccati. Giovanni Battista, i Precursore, iniziò la sua predicazione con l’invito alla conversione. Così pure Gesù diede inizio alla sua vita pubblica invitando tutti a convertirsi. Lo stesso fanno il Signore risorto e la prima comunità cristiana: intraprendono la loro attività col medesimo annuncio. Infatti, il tema della conversione risuona nelle tre letture di questa domenica: Gesù risorto appare ai discepoli, li istruisce e li manda a predicare a tutti i popoli “la conversione e il perdono dei peccati”; san Pietro, dopo aver guarito lo storpio presso la porta del tempio di Gerusalemme, alla folla che si è radunata attorno a lui annuncia Cristo morto e risuscitato ed esorta tutti a convertirsi e cambiare vita; infine, san Giovanni dopo aver presentato Cristo come nostro “Paraclito (avvocato) presso il Padre” e come “vittima di espiazione per i nostri peccati”, esorta ad “osservare i suoi comandamenti”. Il dono della salvezza si attua attraverso un duplice movimento. Il primo è quello di Dio che si mette in cammino verso noi peccatori attraverso il Figlio. All’azione di Dio che ci giustifica attraverso il Figlio subentra la risposta dell’uomo che si impegna nella conoscenza di Dio. Nella Bibbia si tratta sempre di una conoscenza non astratta o meramente speculativa, ma affettiva, volitiva ed effettiva. Non per nulla il suo criterio di autenticità è l’osservanza dei comandamenti.

La conversione è uno specifico tema pasquale. Infatti, la Pasqua è un nuovo inizio, non solo per Cristo, che dalla morte passa alla vita, ma per tutti coloro che credono in lui. La missione che Gesù affida agli apostoli riguarda tutte le nazioni, anche se debbono iniziare da Gerusalemme. La gloria del Risorto è destinata a riverberarsi su tutti gli uomini come una forza di rinnovamento. Lo stesso Gesù ricorda ai discepoli che la sua morte rientra nel disegno di Dio che lo ha risuscitato dai morti e lo ha costituito fonte di salvezza dell’uomo mediante il perdono dei peccati. Gesù nel mistero della sua Pasqua è come un nuovo Mosè che attraverso la morte-risurrezione libera e salva i credenti in lui donando loro accesso alla libertà e alla vita, guidandoli verso una vita nuova e definitiva. La missione della Chiesa ha quindi la sua sorgente nel Cristo risorto, il suo contenuto nella predicazione della conversione per il perdono dei peccati, e come orizzonte l’umanità intera. La Pasqua ci parla quindi di una conversione che ha come traguardo la pienezza di una vita rinnovata nell’amore del Signore. Cristo nella gloria è in permanenza la risurrezione e la vita, per la potenza sempre attuale e sempre attiva dello Spirito e della Gloria del Padre: egli è l’eterna Pasqua.


lunedì 9 aprile 2018

IL CULTO GRADITO A DIO






104. Potremmo pensare che diamo gloria a Dio solo con il culto e la preghiera, o unicamente osservando alcune norme etiche – è vero che il primato spetta alla relazione con Dio –, e dimentichiamo che il criterio per valutare la nostra vita è anzitutto ciò che abbiamo fatto agli altri. La preghiera è preziosa se alimenta una donazione quotidiana d’amore. Il nostro culto è gradito a Dio quando vi portiamo i propositi di vivere con generosità e quando lasciamo che il dono di Dio che in esso riceviamo si manifesti nella dedizione ai fratelli.


(Esortazione apostolica Gaudete et exsultate di papa Francesco sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo)

domenica 8 aprile 2018

LA PREDICAZIONE NEI PADRI DELLA CHIESA






Mario Sodi – Rocco Ronzani (edd.), La predicazione nei Padri della Chiesa. Una tradizione sempre attuale (Veritatem inquirere 3), Lateran University Press 2017. 272 pp. 27,00 €.

L’opera offre 24 profili di grandi Padri e Scrittori ecclesiastici che hanno lasciato un segno profondo nella tradizione cristiana con gli scritti che sono giunti fino a noi.

Nell’alveo della tradizione secolare si innesta l’evento del Concilio Vaticano II con la successiva riforma liturgica: è da questo evento che anche la predicazione soprattutto l’omiletica ha ripreso una configurazione secondo i parametri essenziali che provengono dall’esperienza del primo millennio.

La retorica di cui i Padri e gli Scrittori ecclesiastici sono maestri costituisce un elemento prezioso per attivare nell’oggi del perenne annuncio del Vangelo quelle forme che permettono di facilitare e realizzare l’incontro tra Dio e il suo popolo.

La selezione presenta valori e limiti. Valori, per l’opportunità di un confronto approfondito a partire dal versante specifico della omelia-predicazione; limiti, perché la tradizione offre una serie incredibile di documenti che qui non sono presi in considerazione ma che offrono, comunque, una ricchezza che alimenta la spiritualità e la cultura.

venerdì 6 aprile 2018

DOMENICA II DI PASQUA (B) – 8 Aprile 2018 o della Divina Misericordia






At 4,32-35; Sal 117 (118); 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

Il tema centrale delle letture bibliche d’oggi è il rapporto tra fede e amore. La fede nel Signore risorto matura e si manifesta nell’amore fraterno.

Il personaggio centrale del racconto evangelico di questa domenica è l’apostolo san Tommaso, invitato da Gesù risorto a superare la soglia dell’incredulità per arrivare alla fede. Tutti noi abbiamo i nostri dubbi. Nessuna meraviglia che ne abbiano avuto anche i discepoli di Gesù. Il caso di Tommaso, nella sua singolarità e temerità, esprime l’esperienza dell’intera comunità apostolica. Tommaso non si lascia convincere dalla visione che gli altri discepoli hanno avuto. Per “credere” egli vuole “vedere” nelle mani del Signore risorto il segno dei chiodi e mettervi il dito, e vuole mettere la mano nel suo fianco. Nel brano evangelico ci viene raccontato come l’apostolo passa dallo scetticismo alla professione di fede. L’incredulità di Tommaso ci ha regalato la professione di fede più bella di tutto il vangelo: “Mio Signore e mio Dio!”. La confessione di Tommaso non esprime soltanto il riconoscimento ma l’appartenenza, lo slancio e l’amore. Non dice “Signore Dio”, ma “Il mio Signore e il mio Dio”. Nel tempo di Gesù visione e fede erano abbinate, ma ora, nel tempo della Chiesa, la visione non deve più essere pretesa: basta la testimonianza apostolica.

Tommaso ritrovando la comunità dei fratelli, in essa ritrova Cristo. Anche se tutto si gioca nel rapporto personale tra il Signore risorto e il suo discepolo, questo rapporto si stabilisce solo nel momento in cui l’apostolo titubante è presente nel gruppo dei discepoli. La comunione con gli altri offre il contesto  adeguato nel quale la presenza del Signore viene percepita. Si può leggere così il brano della prima lettura che presenta la vita della primitiva comunità cristiana di Gerusalemme come lo sfondo vitale che conferisce forza alla testimonianza dei discepoli. Gli uomini d’oggi, come una volta san Tommaso, vogliono vedere e toccare; ma la loro fede è legata alla visibilità della nostra testimonianza, della nostra vita trasformata come quella dei primi cristiani di cui parla il brano degli Atti degli Apostoli: questi cristiani – si dice - erano “un cuore solo e un’anima sola”. Dopo la risurrezione, Gesù è presente nella comunità dei credenti e si rende visibile al mondo attraverso i gesti di carità fraterna di coloro che credono in lui. L’amore non è fatto di parole. San Giovanni nella seconda lettura lo dice con una espressione misteriosa quando afferma che il Figlio di Dio “è venuto con acqua e sangue”, e cioè alle parole di verità ha fatto seguire la testimonianza della vita, fino al dono totale di sé versando il proprio sangue per la nostra salvezza. Il raccordo tra fede e amore rende credibile il cristianesimo. La risurrezione si realizza ed è testimoniata là dove si porta la pace, si libera dal male, si dona speranza, vita, un futuro più sereno, là dove l’amore si traduce in fatti.






lunedì 2 aprile 2018

Una Settimana santa “da museo” e la degenerazione della Commissione Ecclesia Dei









Pubblicato il 2 aprile 2018 nel blog: Come se non

  

Si è appena concluso il Triduo Pasquale, frutto della mirabile riforma della Settimana Santa, su cui il compianto P. Regan ha scritto pagine indimenticabili (cfr. qui ), quando in rete mi imbatto in queste parole:

“PCED permission for pre-1955 Holy Week”.

Cosi recita il titolo di un post di “rorate-coeli” (qui), noto blog tradizionalista americano. Un chiarimento è subito d’obbligo, perché il linguaggio del titolo è cifrato. Provo a darne una versione italiana più ampia: “La Commissione Pontificia Ecclesia Dei (= PCED) ha autorizzato la celebrazione della Settimana Santa secondo il rito anteriore alla riforma di Pio XII, che è del 1955”. La notizia arriva dagli USA ed è stato Massimo Faggioli a segnalarla tempestivamente ieri, su Fb. Anche il blog praytell aveva dedicato al tema un gustoso post nei giorni scorsi (qui). In sostanza, si tratterebbe di una ulteriore radicalizzazione della contestazione alla Riforma liturgica conciliare, che coinvolge anche le sue “pericolose premesse” sotto il pontificato di Pio XII, il quale, come è noto, ha lavorato sulla Settimana Santa in modo assai accurato e fecondo. Ora accade che queste “autorizzazioni” avvengano però al di fuori della “competenza” che il MP Summorum Pontificum (= SP) attribuisce alla PCED, essendo la possibile eccezione al Messale di Paolo VI riservata soltanto in rapporto al Messale di Giovanni XXIII, del 1962. In questo caso la Commissione Ecclesia Dei amplierebbe arbitrariamente la normativa chiara di SP, creando una situazione di questo genere: si può celebrare secondo il messale del 62 in deroga al 69, ma in questo caso si può celebrare in deroga al messale del 62 secondo gli Ordines della Settimana Santa anteriori alla riforma del 1955. Si tratterebbe dunque di una contestazione del rito del 1962 – quella che un precedente Presidente della PCED chiamava la “grande riforma di Giovanni XXIII -  rispetto a cui viene autorizzato l’uso di un ordo precedente.

Prima di esprimere una precisa valutazione di questo atto formale della PCED, vorrei far notare una cosa molto gustosa, ma non priva di correlazioni con quanto abbiamo esaminato finora.

Di per sé la soluzione introdotta da Benedetto XVI con SP, ossia il parallelismo opzionale di diverse forme dello stesso rito romano, aveva avuto due precedenti illustri. Uno più noto, proposto da Mons. Lefevbre, al momento della Riforma Liturgica, perché essa restasse “opzionale” e si potesse continuare a celebrare anche con le forme precedenti. Ma il secondo, e più antico, veniva dal Card. Giuseppe Siri, e fu avanzato nel 1951, proprio all’indomani della prima esperienza di “Veglia pasquale notturna”. In quel caso, dopo aver esposto le proprie critiche al provvedimento di passare dalla veglia “in mane” alla veglia “in nocte”, Siri proponeva a Pio XII di introdurre la riforma come una “possibilità” opzionale, che lasciasse liberi i singoli vescovi e parroci di regolarsi diversamente.

Curiosamente oggi, 70 anni dopo, con ruoli capovolti, da Roma viene una decisione – sia pure ad experimentum e ad tempus, come risulta dalla fonte non ufficiale – di autorizzare l’utilizzo di un rito che nel 1955 era stato autorevolmente e universalmente riformato. Essere immuni dalle riforma – del Concilio o di Pio XII – sembra essere diventato un valore, di cui Ecclesia Dei si fa scrupolosa custode.

Ora, se una cosa è chiara, è che alla luce dello sviluppo storico, liturgico ed ecclesiale sopravvenuto, solo l’Ordo del 1969 garantisce la pienezza di esperienza liturgica, teologica, spirituale ed ecclesiale della Settimana Santa. Già la riforma di Pio XII, che pure intuisce alcuni importanti recuperi storici, resta a metà del guado. Ma addirittura il rito anteriore a Pio XII – quello che diremmo “tridentino puro” – appare, oggi, del tutto improponibile, se non per alimentare una Chiesa ridotta a museo diocesano o a coltivazione di attaccamenti nostalgici al limite della patologia sociale prima che personale.

In tutto questo, come è evidente, la attenzione deve concentrarsi sulla PCED, a proposito della quale si deve osservare quanto segue:

- constatiamo che ha voluto assumere una decisione che travalica le sue competenze e dobbiamo chiederci: a quali controlli è sottoposta o può essere sottoposta? Il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede – che ne è Presidente – ne è informato? E perché mai una commissione che è nata dalla costatazione di una “afflizione” della Chiesa (Ecclesia Dei adflicta…recita l’incipit del testo istitutivo) è diventata una commissione non di “afflitti”, ma di “affezionati”, che non sono più di freno e di filtro, ma appaiono essere di sponda e di incentivo ad ogni “nostalgia liturgica”? Perché mai i criteri di “assunzione” nella Commissione sembrano essere diventati – o forse sono stati fin dall’origine – una certa simpatia verso quelle “forme” che “affliggevano” la Chiesa? Potrebbe mai una commissione di controllo essere costituita soltanto da coloro che dovrebbero essere controllati? Quis custodiet custodes?

- ma osserviamo anche un ulteriore questione, ossia che la Commissione non riesce a riconoscere il dato prezioso per cui la “forma liturgica” e il “contenuto teologico” sono strettamente connessi e non si possono separare. E’ quasi costretta a operare “come se” le diverse forme liturgiche del medesimo rito fossero indifferenti rispetto al “contenuto dogmatico ed ecclesiologico” che mediano. Deve quasi necessariamente professare una “logica preconciliare” di comprensione della liturgia per svolgere il proprio ministero, che fino a prova contraria deve essere “al servizio” e non “contro” la riforma liturgica.

- infine essa non sembra avvertire che, per il fatto di aver autorizzato una tale prassi difforme anche rispetto al messale del 1962, contribuisce a rendere vane e vuote le affermazioni fondamentali e comuni  a tutta la Chiesa che il giorno della epifania vengono universalmente proclamate e che riconoscono il “triduo pasquale” come il centro di tutto l’anno liturgico. Se si autorizza la celebrazione secondo un “ordo” che non ha (ancora) il triduo pasquale – ma ha piuttosto un triduo della passione e un triduo della resurrezione giustapposti – si introduce un elemento di profonda crisi nella comunione ecclesiale. Si rischia di continuare ad affermare la autonomia della Passione dalla Risurrezione, come fece il Card. Ottaviani durante il Concilio, quando affermò: “che la pasqua sia accidentale alla salvezza lo mostrano le parole di Gesù in croce al buon ladrone: ‘oggi sarai con me in paradiso’”. Se si autorizza a celebrare un triduo che è ancora parte del “tempo di quaresima”, e non è ancora Pasqua, si lede il livello più profondo della comunione ecclesiale nel suo stesso centro. Come può una Commissione pontificia non vedere questo enorme errore in ciò che permette di sperimentare? Come fa a non accorgersi dello svarione spirituale, ecclesiale e liturgico che autorizza? 

Se un organo, che è nato nel 1988 per risolvere la “questione lefebvriana” e che nel 2007 ha acquisito maggiori competenze dopo SP, oggi arriva a travalicare le proprie competenze e addirittura ad incentivare comportamenti devianti all’interno della comunione ecclesiale, finisce col creare più problemi di quelli che risolve; allora si dovrà concludere che una parte non secondaria di questi problemi sia oggi rappresentato non dalle singole questioni sollevate, ma dalla Commissione stessa. Va detto chiaramente e con molta onestà: una parte non piccola del problema liturgico di oggi è rappresentato dalla inadeguatezza teologica e dalla incompetenza liturgica della Commissione Ecclesia Dei, che risulta incapace di tutelare e di promuovere la continuità della tradizione liturgica successiva al Concilio Vaticano II ed anzi la mina esplicitamente.

Ciò corrisponde, in modo piuttosto singolare, ad una parallela e sofferta gestione della Congregazione del Culto – cui peraltro è sottratta questa delicata “materia liturgica”, sottoposta invece alla giurisdizione della Congregazione della Dottrina della fede. Intorno alla liturgia vi è troppa confusione – certo non attribuibile all’attuale pontificato – e a farne le spese è proprio quel “magnum principium”, quel lineare orientamento alla “partecipazione attiva” del popolo al rito cristiano, che è frutto preziosissimo del Concilio Vaticano II e rispetto al quale spesso si preferisce sostenere o la tutela di “musei pasquali” come questo o la paralisi devota di una assistenza silenziosa al culto. In tal senso la “collaborazione” tra Commissione Ecclesia Dei e settori non secondari della Congregazione del Culto rischia di minare in radice il cammino della Riforma Liturgica, dal centro verso la periferia.

Occorre una svolta seria e serena, che riconosca efficacemente che cosa è centrale e che cosa deve essere lasciato cadere, mettendo energicamente da parte stili curiali poco degni non dico di un “Chiesa in uscita”, ma quanto meno di una Chiesa minimamente interessata al fatto che esista qualcosa al di fuori di sé medesima, del suo piccolo mondo antico fatto di attaccamenti nostalgici e di risentimenti antimoderni.