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domenica 16 settembre 2018

LA STRUTTURA TEOLOGICA TRIDIMENSIONALE DELL’EUCOLOGIA






Essendo la celebrazione liturgica un avvenimento salvifico in forma rituale, ciò che si compie in essa non è anzitutto l’agire dell’uomo ma ancora prima quello di Dio: la salvezza che Dio ha operato nella pasqua di Cristo e si è manifestata nel dono dello Spirito, si realizza nella Chiesa come mysterium. Infatti la liturgia è opera della Trinità: Liturgia opus Trinitatis (Catechismo della Chiesa Cattolica [= CCC], n. 1077). In armonia con questa dimensione storico-salvifica della liturgia, si può affermare in forma sintetica che l’eucologia ha tre dimensioni: dossologica, anamnetica ed epicletica, che talvolta vengono riferite rispettivamente al Padre, al Figlio e allo Spirito. Ciò è vero non solo della preghiera eucaristica ma anche dell’eucologia cosiddetta minore. Questa articolazione in tre dimensioni o tempi è richiesta dal nostro procedere logico nell’esprimerci. Notiamo però che non la si deve applicare in modo meccanico all’agire di Dio in quanto l’agire delle Tre Persone Divine non avviene separatamente. Il discorso sulla struttura tridimensionale dell’eucologia va quindi fatto con cautela, perché non si tratta di dimensioni separabili ma di un’unica e medesima realtà.

In quest’unica realtà, però, non c’è dubbio che l’anamnesi, o memoria esplicita dell’opera divina, è l’elemento essenziale senza del quale non vi può essere preghiera propriamente cristiana. Il contenuto dell’anamnesi, incentrato sul Mistero di Cristo, assume note specifiche in ogni preghiera secondo forme più o meno articolate e sviluppate. Nei casi limite tale anamnesi si può considerare sostanzialmente presente, benché ridotta al minimo, nel semplice Per Christum Dominum nostrum con cui si chiudono le orazioni della liturgia romana. Infatti, con questa conclusione l’orazione, abitualmente rivolta al Padre, fa appello alla mediazione di Cristo Signore, innestando così tutto il suo contenuto sull’opera divina della salvezza. Questa formula cristologica, che nella colletta è anche esplicitamente trinitaria (Per Dominum nostrum Iesum Christum Filium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus sancti Deus per omnia saecula saeculorum), è allo stesso tempo anamnesi e confessione di fede. Anche quando la preghiera si rivolge a Cristo (il che è più raro), la dossologia finale è sempre trinitaria: Qui vivis et regnas cum Deo Patre in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia sæcula sæculorum. 

Nel Messale Romano del 1962 ci sono ben 64 orazioni rivolte al Figlio; nel Messale del 2002 ne sono rimaste soltanto 5: le collette del venerdì della I settimana di Avvento, del 24 dicembre e della solennità del Corpo e Sangue di Cristo; nonché le orazioni dopo la comunione della solennità del Corpo e Sangue di Cristo e della festa dell’Esaltazione della Santa Croce.

Se l’elemento anamnetico è essenziale, non meno importante è quello epicletico. L’epiclesi infatti protegge l’anamnesi dal fraintendimento di essere un ricordo puramente psicologico. Nella preghiera di epiclesi, la comunità orante confessa la sua fede nella potenza dello Spirito che opera qui e ora nella celebrazione.

Ogni testo eucologico ha quindi un nucleo contenutistico essenzialmente comune, che troviamo espresso anzitutto e pienamente nella preghiera eucaristica, cuore e centro dell’intera celebrazione eucaristica, testo presidenziale per eccellenza.

venerdì 14 settembre 2018

DOMENICA XXIV DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 16 Settembre 2018






Is 50,5-9°; Sal 114 (116); Gc 2,14-18; Mc 8,27-35



Il messaggio di questa domenica lo possiamo riassumere con le parole di san Paolo, riproposte dal canto al Vangelo: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (cf. Gal 6,14). Ciò che per l’apostolo Paolo è un motivo di vanto e di gloria, è stato un tempo per san Pietro motivo di scandalo. Infatti, nel brano evangelico odierno vediamo come dinanzi alle parole di Gesù che annuncia il destino di sofferenza e di morte che lo attende, Pietro non accetta che questa sia la sorte del Messia e cerca in ogni modo di dissuaderlo dall’abbracciare questo cammino di croce. Quante volte anche noi siamo dalla parte di Pietro con i nostri criteri e con le nostre valutazioni! Infatti siamo inclini a pensare che il successo escluda la sofferenza. Gesù invece propone una visione dell’esistenza molto diversa, anzi sconcertante, in cui morte e vita, sconfitta e vittoria vanno misteriosamente insieme.



Anche la prima lettura propone lo sconcertante cammino della croce. Il profeta Isaia parla di un misterioso personaggio, il “Servo di Dio”, incrollabilmente fedele alla sua vocazione e alla sua missione nonostante le persecuzioni e gli oltraggi, figura profetica che annuncia Gesù. Questo personaggio, oggetto di persecuzione e umiliazione, risponde con la fermezza e la sicurezza di chi è sicuro della vittoria: “Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato”. I criteri con i cui noi misuriamo la riuscita di una vita devono cedere di fronte al criterio primo e assoluto: il misterioso disegno di Dio su di noi. E’ quello che Gesù ricorda a san Pietro: “tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.



In modo simile, nella seconda lettura l’apostolo Giacomo parlando di una fede operosa ci ricorda che il regno di Dio non giunge nel clamore nel trionfalismo, ma nel sacrificio, nella dedizione, nella fedeltà quotidiana ai propri doveri, nella disponibilità a donare la propria vita per gli altri. E quanto insegna Gesù, rivolgendosi a tutti coloro che vogliono far strada con lui: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Ma poi egli aggiunge: “chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà”. Parole che, nella loro paradossalità, hanno un significato assai netto: chi vuole essere realmente discepolo di Gesù deve smettere di considerare se stesso come misura di ogni cosa; deve rinuncia a difendersi e accettare di portare lo strumento della propria condanna a morte; deve uscire dai meccanismi di autogiustificazione e abbandonarsi totalmente al Signore. Se accettiamo di condividere la scelta di fedeltà estrema del nostro Maestro e Signore parteciperemo anche alla sua vittoria finale sulla morte. 

domenica 9 settembre 2018

DALLA PENITENZA PUBBLICA A QUELLA PRIVATA IN ORIENTE



 


In Oriente, secondo le più comuni ricostruzioni, l’affermazione della confessione privata si colloca tra i secoli VIII e IX, in connessione con la crisi iconoclastica, e nelle sue origini è legata all’affermazione della spiritualità monastica.


Il ricorso ai monaci per la confessione dei peccati andò via via diffondendosi, e innumerevoli testimonianze possono portarsi in questo senso. A quanto pare, almeno nel secolo IX non si avevano generalmente dubbi sulla efficacia sacramentale della confessione fatta ai monaci. Nella prassi sappiamo che tale confessione era fatta dai fedeli non solo agli ieromonaci, cioè quelli che avevano ricevuto la ordinazione sacerdotale, ma anche ai monaci non ordinati. Le cause di questa diffusione, e della rapida autorevolezza acquisita dai monaci, sono viste da taluni nella scarsità e nell’assenza di presbiteri penitenzieri tra il clero secolare, da altri, per un periodo successivo, nell’azione monastica di difesa della fede cattolica contro il clero iconoclasta. Ma, soprattutto, al fondo di questo movimento sta il riconoscimento delle peculiari doti spirituali dei monaci, della loro tensione alla perfezione che ne fa, appunto, degli uomini e dei padri spirituali, a differenza dei sacerdoti secolari, i quali nella comune considerazione erano chiamati ‘laici’.




Fonte: Lorenzo Lorusso, Prassi penitenziale in Occidente e Oriente: Dalla penitenza pubblica alla penitenza privata, in Manlio Sodi – Alessandro Saraco (edd.), “Penitenza e Penitenzieria nel ‘secolo’ del Concilio di Trento. Prassi e dottrine in un mondo più largo” (1517-1614), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2016, pp.34-35.

venerdì 7 settembre 2018

DOMENICA XXIII DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 9 Settembre 2018






Is 35,4-7°; Sal 145 (146); Gc 2,1-5; Mc 7,31-37

Il messaggio racchiuso nelle letture bibliche odierne può essere riassunto con le parole della lettera di san Giacomo, ascoltate alla fine della seconda lettura: “Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?”


In un momento in cui i figli d’Israele in esilio si sentivano dimenticati da Dio, oppressi dal potere straniero e abbandonati alla loro sfortuna, Isaia (cf. prima lettura) rivolge ad essi parole di speranza: “Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio […] viene a salvarvi”. E tra le opere meravigliose di Dio che viene a salvare, il profeta include: “si schiuderanno gli orecchi dei sordi”. Queste promesse di salvezza si compiranno pienamente solo con l’avvento di Gesù Cristo. Egli stesso si è riferito a questo passaggio di Is 35 per spiegare la sua missione ai discepoli inviati da Giovanni Battista (cf. Mt 11,4-6). La guarigione del sordomuto, di cui parla il brano evangelico odierno è uno dei segni con i quali Gesù si manifesta alle folle come colui che adempie gli annunci di Isaia e degli altri profeti. Notiamo i dettagli del racconto: Gesù prende il sordomuto in disparte, gli pone le dita negli orecchi e con la saliva gli tocca la lingua; poi, teso verso il cielo, emette un sospiro e dice: “Effatà”, cioè “Apriti”. I gesti compiuti da Gesù assumono qui un ruolo sacramentale, indicano e vogliono produrre quella salvezza che è dono del cielo, è annuncio di quanto avverrà ai discepoli, sui quali verrà pronunciata quella parola “Effatà”. Marco si premura subito di tradurla per farci capire che Gesù non è un mago che pronuncia parole strane, ma è portatore di salvezza. La guarigione non passa attraverso gesti strani, esoterici, magici, ma semplicemente attraverso un contatto che esprime la compassione, l’amore, la tenerezza di Dio verso colui che soffre. L’evangelista conclude il racconto della guarigione del sordomuto con queste parole: “…pieni di stupore, dicevano: ‘Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti’!”. Di fronte al gesto di Gesù la folla non può trattenersi dal riconoscervi i segni dell’azione di Dio. Nelle opere e nelle parole di Gesù si manifesta la pienezza dell’amore salvifico di Dio.



Nel mondo attuale, nonostante il moltiplicarsi del benessere, c’è gente stanca, sfiduciata, disorientata, gente in cerca di felicità, gente che ha smarrito il senso della vita. Nessuno può vivere senza speranza. Tutti abbiamo bisogno di un ideale che dia senso alla nostra vita. Ognuno di noi attende dal futuro qualcosa che sia migliore del presente. Come Israele nel momento duro della prova, come il sordomuto di cui parla il vangelo, anche noi siamo chiamati a rivolgere lo sguardo a Dio che manda all’uomo un messaggio di speranza. Nonostante le apparenze contrarie e l’apparente trionfo della prepotenza, Dio rende giustizia agli oppressi (cf. salmo responsoriale). Questo messaggio di ottimismo ci invita a superare tutto ciò che sa di rassegnazione a quanto mortifica e opprime l’uomo, e ad essere protagonisti di questa speranza nell’ambiente in cui viviamo: in famiglia, nel lavoro, nella società. Chiediamo al Signore di poter dire anche noi una parola di coraggio a tutti gli smarriti di cuore che incontriamo sulla nostra strada, perché possiamo ripetere con loro le parole del ritornello del salmo responsoriale che abbiamo pregato:Loda il Signore anima mia”.

domenica 2 settembre 2018

IL LATINO LINGUA “SACRA”?




Uwe Michael Lang, La voce della Chiesa in preghiera. Riflessioni sul linguaggio della liturgia (Strumenti per la riforma 7), Cantagalli 2017. 217 pp.


Questo volume, pubblicato nel maggio dell’anno scorso, è la traduzione dell’originale in lingua inglese (Ignatius Press, San Francisco 2012). Il volume contiene una serie di studi presentati precedentemente su riviste e altre pubblicazioni. Il titolo del libro, in particolare il sottotitolo (“Riflessioni sul linguaggio della liturgia”) promette qualcosa che il lettore trova solo in parte nelle pagine del volume. Infatti l’argomento centrale dell’opera più che il “linguaggio” (verbale e non verbale) della liturgia, è il latino inteso come lingua “sacra” (appellativo mai adoperato da Sacrosanctum Concilium quando parla della lingua latina o di altre lingue usate nella liturgia). Secondo l’Autore, la problematica della “lingua sacra riguarda l’essenza stessa del rito” (p. 184).

Lang ricorda che la liturgia romana nelle sue origini ha adoperato il greco comune e, alla fine del IV secolo, ha fatto il passaggio alla lingua latina. L’Autore Illustra, poi, le caratteristiche del latino cristiano, in particolare quello usato nella liturgia, diverso dal latino della vita quotidiana.

L’ultimo capitolo dell’opera ha come titolo: “Il latino liturgico e il vernacolo nell’età moderna”. Sono documentate le vicende storiche del latino nella liturgia. Tra l’altro, si afferma che i Padri del Concilio di Trento “riconobbero il valore dei testi della liturgia per l’insegnamento ai fedeli in una lingua che fosse per loro comprensibile” (p. 160). Nondimeno Trento ribadisce l’uso del latino nella liturgia, anche per contrastare le idee dei Riformatori, che affermavano che l’uso di un linguaggio non comprensibile all’assemblea era contrario al Vangelo.

Gli sviluppi posteriori al Vaticano II, “andarono ben presto oltre l’ambito ben delimitato della Costituzione sulla sacra liturgia e, di fatto, la liturgia vernacolare si sostituì alla liturgia latina” (p. 162); ricordo che ciò è stato deciso autorevolmente da Paolo VI. Lang, come altri autori dell’area tradizionalista, in questo caso sottolineano che si è andato oltre Sacrosanctum Concilium. Invece quando parlano del Motu proprio Summorum Pontificum che, secondo l’Autore del nostro volume, è stato “il più forte impulso per una rinascita del latino come lingua liturgica” (p. 19), si dimenticano di dire che la Costituzione liturgica non prevede un tale intervento che ricolloca la liturgia nella situazione che il Vaticano II intendeva riformare.

In seguito, l’Autore affronta il problema delle traduzioni e, in questo contesto, enfatizza l’importanza dell’Istruzione Liturgiam authenticam dell’anno 2001, il cui primo frutto nel mondo anglofono è stato la nuova traduzione del Missale Romanum secondo la terza editio typica.

Lang auspica che si riesca ad avere una lingua liturgica “che si distingua dal linguaggio di tutti i giorni e che sia vissuto come la voce della Chiesa in preghiera” (p. 183). E’ un ideale, aggiungo io, che ha bisogno di tempo, come ha avuto bisogno di tempo la transizione della liturgia romana dal greco al latino che fu completata solo dopo più di cento anni (cf. p. 73).


venerdì 31 agosto 2018

DOMENICA XXII DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 2 Settembre 2018




  

Dt 4,1-2.6-8; Sal 14 (15); Gc 1,17-18.21b-22.27; Mc 7,1-8.14-15.21-23



La parola di Dio questa domenica ci invita al discernimento tra ciò che è essenziale e ciò che è periferico, ciò che è prioritario e ciò che è secondario nella nostra vita. Così, ad esempio, nella nostra relazione con Dio siamo tentati talvolta di aggrapparci a facili sicurezze, a una religiosità fondata su regole chiare e precise che dispensino da una più profonda responsabilità personale. Alla tentazione del legalismo e del formalismo, le letture bibliche odierne rispondono invitandoci ad un rapporto con Dio fondato su scelte maturate consapevolmente nel profondo della nostra coscienza, del nostro cuore, e attuate poi con piena responsabilità.



Nella prima lettura vediamo che Mosè, alla fine del lungo pellegrinaggio attraverso il deserto verso la terra promessa, invita il popolo d’Israele ad “ascoltare” e a mettere “in pratica” le leggi e le norme che egli stesso ha trasmesso a nome del Signore: “perché, dice, viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi”. La legge di Dio quindi va anzitutto ascoltata, recepita, personalizzata affinché la sua osservanza sia veramente sorgente di rinnovamento nella nostra vita. Il carattere immutabile della legge, che Gesù è venuto non ad abolire, ma a portare a compimento, non conduce al fondamentalismo, poiché si tratta di una legge viva, affidata ad un popolo responsabile di questo dono. Essa instaura tra Dio e gli uomini una relazione di amicizia fiduciosa, la cui osservanza rende testimonianza “agli occhi dei popoli”, come dice Mosè. In modo simile, san Giacomo nella seconda lettura, ci insegna che si tratta di accogliere “con docilità” la parola di Dio, che è stata piantata in noi. “Piantata” in noi, deve crescere e dare frutti concreti di vita cristiana.



Il brano evangelico aggiunge alcuni ulteriori elementi a questo insegnamento. che hanno come valore centrale il richiamo all’essenziale, cioè alla dimensione del cuore, sede delle decisioni umane. Gesù polemizza contro le tradizioni dei farisei, che appesantiscono la legge, svuotandola del suo contenuto autentico e, riprendendo parole del profeta Isaia, il Signore afferma: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”. Dio ci chiede il cuore! Chi ha il cuore puro, cioè semplice, cerca sinceramente Dio, la sua volontà, il suo amore; e cerca anche sinceramente il prossimo, perché creatura amata da Dio. Chi invece ha il cuore impuro, cioè egoista, cerca se stesso al di sopra di tutto, allora questo tale pur osservando esternamente le leggi è un ipocrita perché dà a Dio non se stesso ma solo qualcosa di se, il suo cuore è lontano dal Signore. Per Gesù l’essenziale nella vita etica non è l’osservanza della norma in sé, ma il “cuore”, cioè la consapevolezza e l’amore con cui si osserva la norma. Come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica, il cuore “è il luogo della decisione, che sta nel più profondo delle nostre facoltà psichiche. E’ il luogo della verità, là dove scegliamo la vita o la morte. E’ il luogo dell’incontro, poiché, ad immagine di Dio, viviamo in relazione: è il luogo dell’Alleanza” (n. 2563).



Certamente, Gesù non condanna l’esteriorità a favore unilateralmente di una astratta e vaga interiorità del cuore. Siamo corpo e anima, esteriorità e interiorità, due dimensioni del nostro essere non opposte, ma complementari. Possiamo applicare questo insegnamento al nostro modo di partecipare alla santa Messa: ogni nostra preghiera, ogni nostro gesto durante il rito della Messa ha senso in quanto proviene dal cuore e informa la nostra esistenza. Non sia che il Signore possa rimproverare anche noi con le parole del profeta: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”. 


lunedì 27 agosto 2018

SANT’AGOSTINO, VESCOVO E DOTTORE DELLA CHIESA (28 agosto)




Agostino nacque a Tagaste nel 354 e morì ad Ippona il 28 agosto 430. I due Messali Romani, quello del 1962 e quello del 2002, ne fanno memoria nel “dies natalis” del santo. A 19 anni, Agostino abbracciò il Manicheismo, di cui, insieme al suo amico Onorato, divenne uno dei massimi esponenti. Essendo torturato dal problema dell’origine del male, nell’attesa di risolverlo, diede credito all’esistenza di un conflitto tra due principi. Nel 375, lesse l’Hortensius di Cicerone, libro che contiene una vibrante esortazione alla ricerca della Sapienza. Nelle Confessioni, scritte 25 anni dopo, dirà che questa lettura cambiò la sua vita. A Milano, colpito dalla grazia, si convertì e fu battezzato da sant’Ambrogio nella Veglia pasquale del 387. Ritornato in patria, condivise la vita monastica con un’intensa attività pastorale come vescovo d’Ippona e come scrittore.

Colletta del MR 1962:

Adesto supplicationibus nostris, omnipotens Deus: et, quibus fiduciam sperandae pietatis indulges, intercedente beato Augustino Confessore tuo atque Pontifice, consuetae misericordiae tribue benigus effectum.

“Ascolta le nostre suppliche, o Dio onnipotente, e poiché ci concedi la fiduciosa speranza del perdono, per intercessione del tuo confessore e vescovo sant’Agostino, accordaci il consueto effetto della tua misericordia”.

Colletta del MR 2002:

Innova, quaesumus, Domine, in Ecclesia tua spiritum, quo beatum Augustinum episcopum imbuisti, ut, eodem nos repleti, te solum verae fontem sapientiae sitiamus, et superni amoris quaeramus auctorem.

“Suscita sempre nella tua Chiesa, Signore, lo spirito che animò il tuo vescovo Agostino, perché anche noi, assetati della vera sapienza, non ci stanchiamo di cercare te, fonte viva dell’eterno amore”.

La supplica “quibus fiduciam sperandae pietatis indulges […] consuetae misericordiae tribue benignus effectum” del MR 1962 si trova nelle fonti liturgiche romane, a partire dal Sacramentario Gregoriano, riferita anche ad altri santi. La nuova colletta del MR 2002 è costruita sul tema agostiniano della ricerca della sapienza. L’amore per la sapienza, destatosi nell’animo di Agostino ventenne con la lettura dell’Hortensius di Cicerone, è il filo conduttore del suo lungo vagare lontano da Dio e del suo ritorno a Dio, anzi la ragione di tutta la sua vita. Agostino ha scritto sull’amore della sapienza pagine piene di commozione e di poesia; la sapienza racchiude tutti i beni cui l’anima avidamente aspira: la libertà, la bellezza, la beatitudine, l’immortalità.


venerdì 24 agosto 2018

DOMENICA XXI DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 26 Agosto 2018






Gs 24,1-2a.15-17.18b; Sal 33 (34); Ef 5,21-32; Gv 6,60-69

  

Come dicevamo domenica scorsa, e ci ripete oggi il brano evangelico, i giudei trovano il discorso eucaristico di Gesù “duro” da “ascoltare”. Ecco quindi che “molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui”, abbandonarono il Signore. Il punto maggiormente duro del discorso è quello della Croce, che l’espressione “carne” e “sangue” suggeriscono. E’ la prova di Gesù ed è la prova di ogni suo discepolo. Senza dubbio anche a noi, come ai primi discepoli, il linguaggio e le esigenze del vangelo sembrano talvolta dure e difficili da intendere, e soprattutto da mettere in pratica. La vita dell’uomo è una scelta continua: tra bene e male, tra speranza e disperazione, tra fede e incredulità. Bisogna aver il coraggio di fare delle scelte. Le letture bibliche di questa domenica ci invitano a rinnovare la nostra scelta fondamentale per il vangelo di Gesù.



Così la prima lettura ci parla della scelta che ha dovuto fare Israele appena arrivato alla terra promessa. Giosuè raduna il popolo e lo invita a scegliere: “Sceglietevi oggi chi servire”: se “gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume” o gli “dèi” del nuovo paese. E’ una domanda provocatoria che ha lo scopo di suscitare nel popolo d’Israele una scelta fondamentale verso il “servizio” del Signore. Ed ecco che Israele dichiara solennemente di essere pronto a servire il Signore, “poiché il Signore, nostro Dio, ha fatto uscire noi e i nostri padri dal paese d’Egitto…” Si tratta del rinnovo pubblico del patto. Come ci insegna la storia successiva d’Israele, la scelta fatta va comunque rinnovata giorno dopo giorno, va rivisitata e vissuta secondo le nuove situazioni. La scelta fondamentale non è un atto formale, posto una volta per sempre, è invece un impegno da realizzare. La vita è fatta da scelte, non si può vivere sempre nell’incertezza, nell’ambiguità, e meno ancora nella contraddizione. Possiamo leggere la seconda lettura alla luce di queste riflessioni: san Paolo parla del matrimonio, e afferma che il suo valore fondamentale è l’amore e il servizio reciproco. Chi ha fatto questa scelta, è invitato a restarvi fedeli, “come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei”.



Come gli israeliti dopo l’ingresso in Palestina, anche noi oggi siamo entrati in una nuova fase della storia, abbiamo incontrati nuovi idoli (il benessere a portata di tutti, una tecnica sempre più raffinata, ecc.). Come i discepoli del vangelo, ci troviamo di fronte a un Gesù che non corrisponde sempre agli schemi ereditati. Gesù, vedendo che molti lo abbandonavano, si rivolse ai dodici Apostoli con queste parole: “Volete andarvene anche voi?” A nome dell’intero gruppo Pietro risponde con parole che esprimono la fede di ogni discepolo, e quindi anche la nostra: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”. Ogni volta che ci avviciniamo alla comunione eucaristica affermiamo con questo gesto la nostra scelta decisiva in favore di Cristo e del suo vangelo.

domenica 19 agosto 2018

PENITENZA E PENITENZIERIA






Manlio Sodi – Alessandro Saraco (edd.), Penitenza e Penitenzieria nel “secolo” del Concilio di Trento. Prassi e dottrine in un mondo più largo (1517-1614) (Monumenta Studia Instrumenta Liturgica 76), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2016. 288 pp. (€ 20,00)



Introduzione (Manlio Sodi – Alessandro Saraco).

Prassi penitenziali in Occidente e Oriente: dalla penitenza pubblica alla penitenza tariffata (Lorenzo Lorusso).

Il Concilio di Trento, tra permanenze e discontinuità (Wojciech Giertych).

Das Trienter Bussdekret und die Theorie und Praxis der Busse bei Martin Luther und Johannes Calvin (Andreas Stegmann).

Le indulgenze: definizione della problematica (Rino Fisichella).

L’insegnamento del Concilio di Trento sulla penitenza (Bernard Ardura).

La Penitenzieria al “secolo” del Concilio di Trento (Alessandro Saraco).

La  Penitenzieria Apostolica e i casi matrimoniali prima e dopo il Concilio di Trento (Kirsi Salonen).

L’istituzione dei seminari (Simona Negruzzo).

Predicazione e prassi pastorale penitenziale (Samuele Giombi).

Dilatatio Ecclesiae: dal Catechismus ad Parochos ai catechismi per i confessori in Messico e in Perù. Spunti e suggestioni sulla manualistica e sulla prassi pastorale nella Chiesa Latinoamerica del XVI secolo (Filippo Lovison).

Tra lex credendi e lex vivendi la prassi della lex orandi: i “Rituali” del secolo XVI e la riforma del Rituale Romanum (1614) (Manlio Sodi).

Conclusioni (card. Mauro Piacenza).

venerdì 17 agosto 2018

DOMENICA XX DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 19 Agosto 2018






Prov 9,1-6; Sal 33 (34); Ef 5,15-20; Gv 6,51-58



Il tema centrale d’oggi è l’eucaristia, che in questa domenica viene proposta come comunione. Le letture bibliche ci aiutano quindi ad approfondire il significato del comunicarsi.



Con un’immagine poetica la prima lettura presenta la sapienza di Dio come una persona che prepara un sontuoso convito di festa per tutti gli uomini disposti ad abbandonare ogni stoltezza. L’immagine del banchetto per esprimere la relazione vitale del popolo eletto con Dio attraversa tutta la Bibbia e acquista il suo pieno significato alla luce del banchetto eucaristico che raduna tutti coloro che amano Dio e la sua giustizia.



Nel brano evangelico ritroviamo la tematica del “pane vivo, disceso dal cielo”, presente già domenica scorsa e oggi riproposta nel suo pieno senso eucaristico. Le parole di Gesù fanno reagire i giudei che si mettono a discutere tra di loro dicendo: “come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Gesù però non risponde più, ma insiste sul fatto che per avere la vita bisogna mangiare la sua carne e bere il suo sangue. Al tempo stesso però egli spiega che il rapporto di comunione vitale tra lui e quanti mangiano la sua carne è del medesimo tipo di quello che lega reciprocamente lui e il Padre: “come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Quindi, partecipare sacramentalmente all’eucaristia vuol dire mettersi in condizione di riprodurre tra noi e Cristo lo stesso tipo di rapporti che caratterizza la sua unione col Padre. In questo contesto, possiamo capire meglio l’affermazione di Gesù: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”. Non si tratta di una vita qualsiasi, ma della vita eterna, che nel vocabolario di san Giovanni indica una realtà che appartiene al mondo di Dio e che, tuttavia, viene data anche a noi. Si tratta di una vita che può dirsi divina non solo perché viene da Dio come un dono, ma perché è una partecipazione alla sua stesa vita. Noi, in altri termini, siamo introdotti nel dialogo di conoscenza e di amore che unisce il Padre e il Figlio e che costituisce la vita della Trinità. E non è solo una realtà futura (“lo risusciterò nell’ultimo giorno”), ma una realtà già presente, sia pure allo stato germinale: “rimane in me e io in lui”. Rimanere o dimorare con Dio è già possibile ora se ci apriamo alla Parola di Cristo e ci sediamo con lui alla mensa eucaristica. La futura vita eterna altro non sarà se non la comunione totale nell’incontro definitivo con Dio, di cui la comunione eucaristica è anticipazione e garanzia.



La comunione non è una specie di distributore automatico di “vita eterna”. Non basta comunicarsi materialmente. La comunione eucaristica è un gesto di fede; è vita nella misura in cui si è disponibili a lasciarsi trasformare dalla vita stessa di Cristo. Dire che Cristo è il nostro cibo significa fare di lui il fondamento della nostra vita. La seconda lettura, riprendendo il linguaggio della prima, illustra come conservare la vita nuova che ci viene donata nella partecipazione all’eucaristia: “comportandovi non da stolti, ma da saggi”. 


martedì 14 agosto 2018

ASSUNZIONE DELLA B. V. MARIA – 15 Agosto 2018 Messa del giorno


Assunta di S. Di Stasio (2015) 



Ap 11,19a; 12,1-6a.10°; Sal 44 (45); 1Cor 15,20-27°; Lc 1,39-56



La solennità dell’Assunzione della Madonna ci invita a celebrare il transito di Maria alla luce del testo evangelico che la canta quale dimora di Dio, Arca dell’alleanza recante in sé, nel proprio corpo, la presenza di Dio, e che con il Magnificat fa memoria del passaggio di Dio nella vita della sua umile serva.



Maria come l’Arca dell’alleanza è la vera abitazione di Dio sulla terra. San Luca, presentando Maria in cammino verso la montagna, non può non ricordare il cammino dell’Arca ai tempi di Davide. Un giorno il re decise di trasportarla da Baalà di Giuda a Gerusalemme. Durante il cammino Uzzà stese la mano verso l’Arca e la sostenne, perché i buoi vacillavano, e restò fulminato sul posto. Spaventato, il re disse: “Come potrà venire da me l’arca del Signore?” (2Sam 6,9). Nel brano evangelico odierno ascoltiamo Elisabetta che dice: “A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?” La somiglianza delle due frasi è evidente. Vediamo poi che Davide non volle trasferire l’Arca presso di sé, ma la fece dirottare in casa di Obed-Edom, dove rimase tre mesi e, aggiunge il testo: “Il Signore benedisse Obed-Edom e tutta la sua casa” (1Sam 6,11). Anche qui troviamo un parallelismo con l’evento narrato da Luca: Maria portò Gesù e “rimase circa tre mesi” e così fu benedetta la casa di Zaccaria.



Elisabetta, la sterile, e Maria, la vergine, si abbracciano nello stupore del Dio che opera ciò che umanamente è impossibile. Elisabetta aveva lodato Maria. Maria, invece, riconosce che tutto è opera di Dio e come Maria, la profetessa, sorella di Mosè, dopo il passaggio del Mar Rosso (Es 15,21), come Anna, dopo il dono della maternità (1Sam 2,1-10), anche la Madre di Gesù innalza la sua lode all’Altissimo. Il Magnificat è una bellissima sintesi della storia della salvezza. Maria si colloca come punto di arrivo di tutto il cammino del popolo di Dio e come punto di partenza del nuovo popolo. Nel Magnificat si denuncia la menzogna e l’illusione di coloro che si credono signori della storia e arbitri del loro destino e si va incontro a chi, come Maria, ha il cuore carico di amore e l’anima distaccata e libera. Il Dio che si rivela nel Magnificat è il Dio degli umili, dei poveri, degli affamati, degli ultimi, tra i quali Maria si riconosce: “ha guardato l’umiltà della sua serva”.



“D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”. Maria non esalta se stessa, ma il Signore che l’ha eletta a strumento del suo amore. Questa è la più grande “vittoria” di Maria: essersi lasciata possedere tutta da Dio, perché egli manifestasse in lei “la potenza del suo braccio”. La grandezza di Maria appare nel suo celebrare e riconoscere che Dio ha fatto tutto in lei, mentre lei si è limitata a credere. Maria ha osato credere allo sguardo di amore di Dio su di lei.

         

Celebrando l’Assunzione di Maria dobbiamo collocare questo evento nella “totalità” del mistero di Maria. Allora potremo percepire che in essa ci sono i destini dell’umanità. Quello che in lei è ormai una realtà pienamente posseduta, lo sarà un giorno anche per noi. Maria assunta diventa icona escatologica della Chiesa. In Maria è anticipato il destino di gloria riservato a tutti i credenti. San Paolo nella seconda lettura ci ricorda che Cristo è la primizia di questo destino. Maria è la prima di quella catena di creature che Dio vuole recuperare a sé.


domenica 12 agosto 2018

MARIA NELLA LITURGIA BIZANTINA






Rinaldo Iacopino, La Vergine Maria “Alfa e Omega” della celebrazione liturgica bizantina (Monumenta Studia Instrumenta Liturgica 77), Libreria Editrice Vaticana 2018. 202 pp.



La Madre di Dio è colei che contiene tutto il mistero di Cristo così da essere considerata il principio e la fine, “l’alfa e l’omega” della stessa celebrazione liturgica. Questo riconduce al ruolo fondamentale che Maria occupa nella storia della salvezza e che continua a protrarsi nella liturgia della Chiesa, come vuole il tradizionale “Lex orandi, lex credendi”.

Non ci sono dubbi che questa pubblicazione può essere annoverata tra gli studi moderni finalizzati al progresso del dialogo ecumenico. Essa, infatti, ci permette di conoscere maggiormente quel culto della Chiesa d’Oriente che si trova alle origini della nostra stessa liturgia occidentale. L’amore e la celebrazione della Madre di Dio permane come parte imperitura del patrimonio comune che unisce la Chiesa d’Oriente e Occidente.

Un altro motivo che caratterizza l’importanza di quest’opera è l’autorevolezza dell’autore in quanto voce viva della Chiesa cattolica di rito bizantino in Italia. Si tratta di una presenza millenaria qualche volta dimenticata dai più. Le preghiere che qui si potranno leggere e pregare sono quelle che vengono cantate nelle chiese bizantine italiane, patrimonio nazionale che dovrebbe essere riscoperto e rivalutato.

(Risvolto della copertina)


Apprezzo il contenuto del libro e ne raccomando la lettura. Mi lascia però perplesso il titolo del volume: affermare che la Vergine Maria è “Alfa e Omega” della celebrazione liturgica, mi sembra non solo ambiguo ma anche fuorviante. M. A.


sabato 11 agosto 2018

DOMENICA XIX DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 12 Agosto 2018






1Re 19,4-8; Sal 33 (34); Ef 4,30-5,2; Gv 6,41-51



La prima lettura ci racconta la disperata fuga del profeta Elia attraverso il deserto, perseguitato a morte dalla crudele e onnipotente regina fenicia, Gezabele, che dominava in Israele.  Stanco e sfinito al punto da desiderare la morte come suprema liberazione, l’angelo di Dio interviene ed il profeta viene rinvigorito da un cibo miracolosamente preparato davanti a lui. Il racconto conclude con queste parole: “Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb”, luogo natale del popolo ebraico. Anche noi nel nostro pellegrinare per il deserto della vita, specie nei momenti di stanchezza o di scoraggiamento, ci rendiamo conto che non abbiamo le forze per continuare, non ce la facciamo più, non ci basta il nutrimento terreno, abbiamo bisogno di qualcosa di più consistente, un nutrimento che ci rinvigorisca dentro.



La pagina evangelica che leggiamo oggi ci presenta, per la seconda domenica consecutiva, un brano del grande discorso di Gesù dopo il miracolo dei pani. Gesù si proclama “pane disceso dal cielo”, dato agli uomini perché “chi ne mangia non muoia” ma viva in eterno. Questo pane, se mangiato e assimilato, è sorgente in noi di una vita perenne che non teme la morte. Se Gesù si identifica con il pane della vita dato da Dio, allora vuol dire che “mangiare” significa anche “credere”. Solo così viene superata la morte. In altre parole, la vita piena e definitiva si ottiene solo mediante la fede in Cristo, anzi mediante la condivisione del destino di colui che è il pane vivo disceso dal cielo. Il brano evangelico esalta la forza trasformatrice e “divinizzante” del pane di vita, germe della nostra risurrezione. Mangiando questo pane inizia in noi la risurrezione, inizia un processo di crescita che sarà più forte di ogni deserto. Non invocheremo più il Signore perché ci faccia morire, come aveva fatto Elia; sapremo vivere la nostra morte secondo quanto insegna il mistero racchiuso in quel pane della vita.



Nella seconda lettura, san Paolo ci spiega che Gesù è diventato salvezza dell’uomo perché “ha dato se stesso per noi”. Gesù è “il pane della vita” perché è la rivelazione di Dio a noi e, più in particolare, perché ha dato tutto se stesso per la liberazione dell’uomo dal male e dal peccato. L’incarnazione storica del Figlio di Dio in Gesù Cristo, culminante nella croce con la donazione della sua vita per la nostra salvezza, si prolunga nel segno sacramentale del pane eucaristico. L’Apostolo aggiunge ancora: “camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato”. E’ un invito a diventare noi stessi “eucaristia”, dono per gli altri. Nella solidarietà reciproca, nell’impegno per gli altri, nella fede e nella speranza nonostante ogni scacco, si esperimenta e si esprime la vitale presenza di Cristo tra noi.


domenica 5 agosto 2018

L’AZIONE RITUALE FESTIVA MEDIA TRA TEMPO PRESENTE E SENSO DEL TEMPO






Avere un tempo e, più ancora, essere nel tempo è la caratteristica che distingue l’uomo dall’animale. Anticipare il futuro e ricordare il passato permette all’uomo di essere una specie animale del tutto eccezionale, perché capace di uscire dal suo presente. O, meglio, di entrare nel presente, di stare nel presente in un modo riflesso, profondo, cosciente. A differenza dell’animale, l’uomo, continuamente facendo del presente la miscela di memoria del passato e di apertura al futuro, può essere se stesso. Può affermare se stesso nel ringraziamento della relazione che lo fonda o può negare se stesso, affermandosi indipendentemente dalla relazione fondante, scadendo a ciò che teologicamente prende nome di peccato.

Il tempo è allora il poter essere della libertà, è il luogo eminente della salvezza e della perdizione, del “grazie” alla grazia o del “diritto” al peccato. L’animale, poiché è senza tempo, è anche esterno o estraneo al peccato. Non può peccare perché è fuori dal regime della possibilità. Non ha alternativa ad essere se stesso, e per questo non ha un io. L’uomo, che può dire io, può tradire quel se stesso che ha miracolosamente di fronte a sé. Proprio perché ha un poter essere futuro, l’uomo nel presente può smentire il suo passato, la sua origine.

Ma come accede l’uomo al tempo? Domanda strana, questa. Sembra quasi che l’uomo possa essere nel tempo solo a un certo punto e che non si ritrovi “naturalmente” nel tempo. Eppure, c’è un modo peculiare dell’uomo per accedere al tempo. Il passato e il futuro non sono come il presente immediato. Solo il presente “è” in senso stretto. Il passato e il futuro possono “essere” solo mediante condizioni complesse, ossia attraverso il pensiero, il linguaggio e la relazione ad altri. Pensiamo a ieri, pensiamo a domani, ma siamo nel presente. Ci pare che il tempo derivi quasi magicamente dal nostro rielaborare concettuale nella memoria e nell’anticipazione. In realtà, già Aristotele sapeva bene che il tempo, come elemento distintivo dell’uomo, deriva all’uomo non semplicemente da una caratteristica naturale del soggetto (o peggio dell’individuo), ma da una relazione sociale mediata dal linguaggio.

A partire da qui possiamo dire che non è una semplice ontologia, non è una struttura bio-fisio-psico-logica a dare il tempo all’uomo, ma una relazione con l’altro mediata corporalmente, linguisticamente e concettualmente. Tale passaggio tra la relazione sociale e il tempo vissuto è assicurato da un linguaggio determinato, dalla parola. Un’ontologia relazionale scopre così che tra pensiero ed essere non può esservi alternativa né identità, ma mediazione linguistica. Il tempo rientra – quasi come esempio principe – in questa regola, e questo vale anche per la festa, capace di mediare tra tempo del lavoro e tempo del riposo. Come il linguaggio media tra essere e pensiero, così l’azione rituale festiva media tra tempo presente e senso del tempo.



Fonte: Andrea Grillo, Tempo graziato. La liturgia come festa, Messaggero, Padova 2018, pp. 60-62.

venerdì 3 agosto 2018

DOMENICA XVIII DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 05 Agosto 2018






Es 16,2-4.12-15; Sal 77 (78); Ef 4,17.20-24; Gv 6,24-35



Noi credenti siamo talvolta tentati di trattare Dio come colui che può e magari deve risolvere i nostri piccoli o grandi problemi quotidiani. E’ ciò che è capitato ad Israele nel deserto. La prima lettura ci racconta un momento di tensione vissuto dal popolo d’Israele dopo la liberazione dall’Egitto. Inoltrati nel deserto, gli israeliti devono affrontare l’incertezza del sostentamento quotidiano. E’ in qualche modo naturale che in una tale circostanza sorga il rimpianto della situazione precedente che se non offriva la libertà, garantiva almeno un cibo sicuro, un’esistenza in qualche modo tranquilla. Dio viene incontro al suo popolo con il nutrimento misterioso della manna. Si tratta di un cibo però che è dato giorno per giorno e quindi non garantisce il domani. Israele resta nella provvisorietà e nell’incertezza, non è dispensato del quotidiano impegno per la sopravvivenza.



Nel vangelo d’oggi Gesù si rivolge alla folla che lo seguiva perché aveva visto il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. A questa folla il Signore rimprovera di non aver capito il significato del gesto da lui compiuto: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. Anche questa gente ha la tentazione di confondere la religione con un modo comodo di risolvere i problemi quotidiani. Gesù cerca di indirizzare i suoi ascoltatori verso un cibo che “rimane per la vita eterna”. E lo fa contrapponendo alla manna che gli israeliti hanno mangiato nel deserto il vero cibo che dà la vita al mondo: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete mai!”. Ecco quindi che il Signore sposta l’attenzione dei suoi ascoltatori dal pane quotidiano alla sua persona, alla sua parola, al suo insegnamento. Come disse Egli stesso al tentatore: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (canto al vangelo, Mt 4,4b). Il cibo che alimenta la vita del corpo finisce con la morte ed è quindi precario e di poco conto. Quello vero “rimane”, perché nutre in noi i valori eterni dello spirito. In altre parole, ciò che dobbiamo cercare in Gesù non è la soluzione dei problemi quotidiani, ma la forza per affrontare questi problemi e per costruire una vita che non perisca. Gesù si rivela come il dono di Dio che soddisfa in modo pieno e definitivo le esigenze vitali dell’essere umano rappresentate dal mangiare e bere.



San Paolo, nella seconda lettura, offre un insegnamento simile quando rivolgendosi ai cristiani di Efeso li invita a rinunciare a un comportamento da pagani, a una vita vana, che prescinde dal riferimento e dalle certezze provenienti da Cristo: “secondo la verità che è in Gesù”. Dobbiamo sforzarci di progredire, giorno dopo giorno, sulla strada che il Cristo ha aperto, ma il cui itinerario non è fissato a priori. In questo cammino ci nutre l’eucaristia, “il pane del cielo” (orazione dopo la comunione).

domenica 29 luglio 2018

IN SPIRITO E VERITÀ






È mezzogiorno. Un uomo e una donna, che si può immaginare emarginata fra i suoi a ragione di una travagliata storia personale alle spalle. Due interpreti di altrettante visioni della Torà, divaricanti ma a loro modo fedeli alla rispettiva tradizione, che dovrebbero inevitabilmente scontrarsi: ad esempio, a proposito del luogo santo più efficace presso cui adorare Dio, rispettivamente il Tempio di Gerusalemme e il monte Sinai, da una parte, e il Garizim, altura sacra ai samaritani, dall’altra. Tuttavia Gesù, davanti alla domanda di lei – colpita dalle doti profetiche del suo interlocutore – su dove sia più opportuno pregare, rispetta l’interlocutrice nella sua umanità, accetta le differenze e mantiene l’identità in campo, rifiutando un dilemma che percepisce come troppo angusto e radicalizzando la questione. Così, egli proietta piuttosto il quadro su un futuro escatologico, peraltro già avviato: “Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre…” (Gv 4,21). E sarà adorato “in spirito e verità”. Con lui, viene l’ora in cui il culto non dipende più da un luogo determinato, fosse pure il più venerabile. Gesù, in tal modo, si pone in linea diretta con la tradizione profetica, che annunciava come all’avvento del Messia “la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare” (Is 11,9). Si ricordi, a mo’ di suggestione, la considerazione del sociologo francese Marcel Gauchet secondo cui il cristianesimo sarebbe “la religione dell’uscita dalla religione”.



Fonte: Brunetto Salvarani, Teologia per i tempi incerti, Editori Laterza, Roma 2018, p. 143. 

venerdì 27 luglio 2018

DOMENICA XVII DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 29 Luglio 2018






 


2Re 4,42-44; Sal 144 (145); Ef 4,1-6; Gv 6,1-15



Il Sal 144 è una celebrazione solenne della regalità di Dio. Lode, ringraziamento, fiducia sono i sentimenti che si fondono in questo canto al Signore re amoroso e tenero nei confronti delle sue creature. La liturgia odierna riprende alcuni versetti della seconda parte del salmo, dove si annuncia che il regno di Dio è un regno eterno e si ricorda  che il Signore è fedele e provvidente, giusto ed amorevole. La Chiesa adopera questo salmo per celebrare, con accenti diversi, la gloria di Cristo e la sua bontà verso gli uomini.

La prima lettura ci racconta come il profeta Eliseo ha sfamato con pochi pani, una ventina, un gruppo di cento persone. Il brano evangelico parla di un prodigio simile, ma di proporzioni molto maggiori, compiuto da Gesù, il quale sfama una grande folla che lo seguiva, circa cinquemila uomini, con solo cinque pani d’orzo e due pesci. La folla, visto il prodigio della moltiplicazione dei pani e dei pesci compiuto da Gesù, cominciò a dire: “Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo”. Ecco quindi che il miracolo accende le speranze messianiche della moltitudine. Malgrado ciò l’equivoco è enorme: la gente cerca Gesù perché era stata saziata, non perché aveva capito il messaggio del suo gesto. Infatti, sia la moltiplicazione dei pani compiuta da Eliseo sia la moltiplicazione dei pani e dei pesci compiuta da Gesù sono dei gesti profetici (“segni”) che nell’ambiente in cui sono sorti e nella mentalità degli scrittori che li narrano hanno un valore simbolico: i due racconti intendono proclamare l’intervento di Dio - mediante i suoi messaggeri - nei momenti del bisogno umano, la potenza della sua parola, la credibilità dei suoi profeti. Ecco perché la liturgia d’oggi ci invita nel salmo responsoriale a ripetere: “Apri la tua mano, Signore, e sazia ogni vivente”. 

L’evento della moltiplicazione dei pani ha anche un significato eucaristico. Giovanni annota che “era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei”. Gesù quella volta non vi partecipò. Lì sul monte egli non mangia l’agnello ma imbandisce un banchetto in cui si distribuisce e si spezza insieme il pane. L’allusione al banchetto eucaristico è già evidente, ma si accresce ancor più se pensiamo che, a differenza dei racconti di moltiplicazione dei Sinottici in cui anche i discepoli sono attivi, qui, come nei racconti sinottici dell’ultima Cena, solo Gesù agisce quando si tratta di prendere, rendere grazie, dare e distribuire il pane, non senza prima aver messo alla prova la fede dei suoi discepoli.

Non mancano oggi situazioni umane di autentica necessità, di fame vera e propria, in cui tutti possiamo in qualche modo intervenire secondo i mezzi nostri e le nostre possibilità. I nostri fratelli e le nostre sorelle bisognosi hanno diritto a trovare in ciascuno di noi qualcosa dell’abbondanza di Dio che si è manifestata nel gesto di Gesù che ha sfamato le folle. Nella seconda lettura, san Paolo inizia con questa esortazione: “Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi   esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto”. Comportarsi in modo coerente con la chiamata ricevuta significa per Paolo anzitutto “conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace”. La realizzazione di questo ideale di unità e di comunione richiede la disponibilità alla condivisione anche dei beni terreni (cf. orazione colletta). 

Oggi ancora, come un giorno sul monte, Gesù spezza il pane per noi, anzi in quel pane egli dona a noi tutto se stesso, caparra della nostra eterna comunione con lui.

domenica 22 luglio 2018

IL VERO VOLTO DI DIO SECONDO I SALMI






La meta ultima dei Salmi è quella di svelare il volto di Dio ricorrendo alla contemplazione e all’ascolto della sua rivelazione. I lineamenti di questa fisionomia sono inesauribili e sono espressi attraverso una ricca simbolica antropomorfica.

Il Signore appare come Dio guerriero. La sua è una lotta per la giustizia, in difesa del popolo e dell’oppresso (Sal 35) e del suo popolo umiliato dalle superpotenze (Sal 60).

Il Signore appare anche come il Dio creatore: “dalla parola del Signore furono fatti i cieli… Egli ha parlato e tutto fu, ha comandato e tutto esiste” (Sal 33,6-9). Lo spazio cosmico e tutta la storia sono celebrati nei Salmi come l’area nella quale Dio si rivela (vedi, ad esempio, il Sal 147).

Il Signore appare anche come re supremo: “Tutti i tuoi fedeli dicano la gloria del tuo regno” (Sal 145,11). Egli non è un imperatore impassibile e neppure un Motore immobile alla maniera greca, ma è un re attivo e partecipe. Egli “rende saldo il mondo, governa i popoli con rettitudine e giudica il mondo con giustizia” (Sal 96,10.13).

Il Signore appare come l’alleato che è fedele alle promesse di salvezza. Questo atteggiamento è espresso con un sostantivo ebraico di difficile traduzione, che indica amore, fedeltà, intimità, grazia, bontà, misericordia e scandisce con un’antifona costante tutto il credo d’Israele contenuto nel Sal 136 (“perché il suo amore è per sempre”).

Il Signore appare, infine, come padre e madre. Esemplare in questo senso è il Sal 131, compendio simbolico della relazione materna e filiale che si instaura tra Dio e il fedele: “Io rimango quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre…” (v. 2). Perciò nessuno sulla faccia della terra si deve sentire orfano: “Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto” (Sal 27,10).



Fonte: sintesi con qualche cambiamento del testo di Gianfranco Ravasi, Spiritualità biblica, Queriniana 2018, pp. 87-89.

venerdì 20 luglio 2018

DOMENICA XVI DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 22 Luglio 2018






Ger 23,1-6; Sal 22 (23); Ef 2,13-18; Mc 6,30-34



Il brano evangelico di questa domenica lascia intravedere uno spaccato di umanità del Figlio di Dio. Gesù rivolgendosi agli apostoli, che ritornano dalla missione a cui erano stati mandati, li invita a riposarsi un po’: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’ ”. Gesù vuole rimanere solo con i suoi apostoli dopo la loro prima esperienza missionaria. Egli si prende cura dei suoi discepoli, della loro fatica, della loro stanchezza. Più avanti ancora, ci viene raccontato che la folla cui Gesù con i suoi discepoli si era sottratto, lo segue nella solitudine. Vedendo la gran folla che accorreva da lui, Gesù “ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose”. Gesù si commuove e mette a disposizione di questa gente il suo insegnamento, anzi mette se stesso a disposizione di quanti hanno bisogno di lui. L’atteggiamento di Gesù nei confronti della folla sta a significare che la misericordia di Dio è offerta a tutti.



Nella seconda lettura, san Paolo sottolinea che fonte di pace, di vita autentica dell’uomo con Dio e dell’uomo con l’uomo non è più la legge ma una persona che si è data senza riserve per gli altri, Cristo Gesù: “Egli infatti è la nostra pace”: perché “è colui che di due (popoli) ha fatto una cosa sola”, perché la sua logica porta ad eliminare ogni squilibrio, a distruggere ciò che è “muro di separazione”, fonte di “inimicizia”, in una parola ciò che oppone uomo a uomo, popolo a popolo. In Gesù si compie la parola profetica di Geremia (cf. prima lettura), il quale, dopo la denuncia contro i pastori malvagi del suo tempo che hanno condotto il popolo di Dio alla rovina, annuncia che Dio invierà un re giusto per far ripartire la storia dell’alleanza con il suo popolo. Il nome di questo re è “Signore-nostra-giustizia”, cioè nostra salvezza. Gesù Cristo, il buon pastore, mandato come re e salvatore, è la parola divina di pace rivolta a tutti gli uomini, mediatore della nostra pace con Dio, punto d’incontro di noi con Dio e dell’uomo con l’uomo.



Come gli apostoli al ritorno della loro faticosa missione e come la grande folla che seguiva Gesù, anche noi non possiamo fare a meno della “compassione” del Maestro nelle nostre ricerche e nelle nostre fatiche; non possiamo gestire autonomamente i nostri progetti; abbiamo bisogno di riposare in qualcuno che possa dare sicurezza e consistenza al nostro quotidiano impegno, abbiamo bisogno della parola illuminata e illuminante del Signore. Tutti abbiamo bisogno di riposo, di qualche forma di vacanza, di trovare ogni tanto uno spazio di silenzio, ma abbiamo anche grande bisogno di preghiera, di autentico incontro con Dio e con i fratelli per non smarrire il senso profondo della nostra vita, del nostro agire e del nostro sperare. La celebrazione eucaristica domenicale è un momento in cui ci è dato di realizzare questo vero incontro con Dio e con i fratelli. Non sprechiamolo!

domenica 15 luglio 2018

IN GINOCCHIO




Perché il linguaggio corporale possa essere letto dall’uomo contemporaneo, deve avere le radici nel quotidiano. È indispensabile, perciò, riempire di nuova vita i segni ereditati dalla tradizione della Chiesa. È necessario che il presidente che guida una celebrazione con il suo atteggiamento diventi modello, assuma cioè carattere esemplare per l’assemblea.

La prassi liturgica è stata influenzata dagli usi e dai costumi delle culture circostanti. Infatti, mentre la civiltà ellenica ignorava il gesto della genuflessione, la cultura orientale, dominata dal monarca despotico, nel suo cerimoniale includeva il gesto dell’inginocchiarsi, che indicava un rapporto di sottomissione e di schiavitù. Così si trasferiscono a Cristo, Re e Signore dell’universo, i segni di sottomissione e di onore tributati all’imperatore.

Certo è che nella storia dell’ebraismo i gesti che accompagnavano la preghiera sono stati molto vari. Si entrava nel santuario a piedi nudi e purificati e quindi ci si inginocchiava prostrandosi fino a terra per esprimere la propria soggezione (Gen 18,2; 19,1; 24,26-27); a volte poi o si piegavano solo le ginocchia (1Re 8,34) oppure ci si prostrava per terra (Gs 7,6-10).

Era abitudine degli ebrei in esilio pregare in ginocchio, rivolti verso la città di Gerusalemme. “Le finestre della sua stanza [di Daniele] si aprivano verso Gerusalemme e tre volte al giorno si metteva in ginocchio a pregare e lodava il suo Dio, come era solito fare anche prima” (Dn 6,11).

Se per la tradizione – ebraica prima e cristiana poi – la posizione normale della preghiera è lo stare in piedi, è pur vero che essa conosce anche la preghiera in ginocchio o prostrati.

Così si esprime l’adorazione gioiosa. È il senso di stupore (adorazione, da ad os = portare la mano alla bocca in segno di meraviglia) che afferra l’uomo che si trova davanti a Dio e alle sue meraviglie: “Entrate: prostrati, adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti” (Sal 95,6). Questa adorazione coinvolge non solo tutto l’uomo, ma anche tutti gli uomini; è adorazione universale: “Davanti a me si piegherà ogni ginocchio, per me giurerà ogni lingua” (Is 45,23; cf. Rm 14,11); “Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Fil 2,10); “I ventiquattro anziani si prostrano davanti a Colui che siede sul trono e adorano Colui che vive nei secoli dei secoli e gettano le loro corone davanti al trono” (Ap 4,10).


Fonte: Alessandro Amapani, Segni e gesti. Nell’umanità della liturgia tutta l’umanità di Dio, San Paolo 2017, pp. 51-53.