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domenica 15 luglio 2018

IN GINOCCHIO




Perché il linguaggio corporale possa essere letto dall’uomo contemporaneo, deve avere le radici nel quotidiano. È indispensabile, perciò, riempire di nuova vita i segni ereditati dalla tradizione della Chiesa. È necessario che il presidente che guida una celebrazione con il suo atteggiamento diventi modello, assuma cioè carattere esemplare per l’assemblea.

La prassi liturgica è stata influenzata dagli usi e dai costumi delle culture circostanti. Infatti, mentre la civiltà ellenica ignorava il gesto della genuflessione, la cultura orientale, dominata dal monarca despotico, nel suo cerimoniale includeva il gesto dell’inginocchiarsi, che indicava un rapporto di sottomissione e di schiavitù. Così si trasferiscono a Cristo, Re e Signore dell’universo, i segni di sottomissione e di onore tributati all’imperatore.

Certo è che nella storia dell’ebraismo i gesti che accompagnavano la preghiera sono stati molto vari. Si entrava nel santuario a piedi nudi e purificati e quindi ci si inginocchiava prostrandosi fino a terra per esprimere la propria soggezione (Gen 18,2; 19,1; 24,26-27); a volte poi o si piegavano solo le ginocchia (1Re 8,34) oppure ci si prostrava per terra (Gs 7,6-10).

Era abitudine degli ebrei in esilio pregare in ginocchio, rivolti verso la città di Gerusalemme. “Le finestre della sua stanza [di Daniele] si aprivano verso Gerusalemme e tre volte al giorno si metteva in ginocchio a pregare e lodava il suo Dio, come era solito fare anche prima” (Dn 6,11).

Se per la tradizione – ebraica prima e cristiana poi – la posizione normale della preghiera è lo stare in piedi, è pur vero che essa conosce anche la preghiera in ginocchio o prostrati.

Così si esprime l’adorazione gioiosa. È il senso di stupore (adorazione, da ad os = portare la mano alla bocca in segno di meraviglia) che afferra l’uomo che si trova davanti a Dio e alle sue meraviglie: “Entrate: prostrati, adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti” (Sal 95,6). Questa adorazione coinvolge non solo tutto l’uomo, ma anche tutti gli uomini; è adorazione universale: “Davanti a me si piegherà ogni ginocchio, per me giurerà ogni lingua” (Is 45,23; cf. Rm 14,11); “Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Fil 2,10); “I ventiquattro anziani si prostrano davanti a Colui che siede sul trono e adorano Colui che vive nei secoli dei secoli e gettano le loro corone davanti al trono” (Ap 4,10).


Fonte: Alessandro Amapani, Segni e gesti. Nell’umanità della liturgia tutta l’umanità di Dio, San Paolo 2017, pp. 51-53.

venerdì 13 luglio 2018

DOMENICA XV DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 15 Luglio 2018




Am 7,12-15; Sal 84 (85); Ef 1,3-14; Mc 6,7-13



La prima lettura ci racconta lo scontro del profeta Amos col gran sacerdote del santuario di Betel Amasìa. Le denuncie del profeta contro il culto idolatrico promosso dal re non sono gradite al gran sacerdote, che sta a servizio del santuario stipendiato dal re e, in conseguenza, Amos viene scacciato come disturbatore della pubblica quiete. Egli però ribadisce che profetizza per ordine del Signore che lo ha inviato a parlare al popolo d’Israele. Il profeta quindi parla a nome di Dio ed è responsabile davanti a lui. Il brano evangelico racconta come Gesù manda i Dodici in una prima missione a predicare la conversione. Da parte sua, san Paolo nella seconda lettura afferma che siamo stati “scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati”, perché si realizzi il disegno del Padre di “ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose”. In questo progetto si inserisce anche la missione cristiana. Tutte e tre le letture bibliche quindi ci invitano a riflettere sulla natura della missione. Ecco che ritorna il tema della scorsa domenica, ma sotto angolazione diversa. Là il punto focale era da un lato l’invio di Gesù come profeta per eccellenza e dall’altro l’incomprensione e il rigetto che gli riservano i suoi compatrioti. Nella presente domenica l’argomento è quello della vocazione e missione che Dio affida alla Chiesa per l’attuazione del suo piano di salvezza.



Gesù non vuol fare dei suoi un gruppo chiusi di “puri”, di “illuminati”: li manda in missione in mezzo a tutti. Il piano di Dio infatti è di “ricondurre” tutte le cose al Cristo. La missione è un rischio; gli inviati possono essere anche non accolti e non ascoltati. I missionari non vanno a fare una crociata, ma una proposta. Come tale deve avvenire al di fuori di ogni ricatto. Le istruzioni che Gesù dà ai discepoli inviati in missione sono un invito a porre la loro fiducia non nell’abbondanza dei mezzi materiali, ma in colui che li manda e nel messaggio che essi sono chiamati ad annunciare. Il bagaglio “leggero” dei Dodici in missione fa spontaneamente pensare al bagaglio “pesante” che a volte sopporta la nostra testimonianza. Non dobbiamo dimenticare mai che la missione consiste nel testimoniare davanti al mondo Gesù Cristo mandato dal Padre, morto e risorto, che ha inviato il suo Spirito perché, per mezzo di lui, tutto ritorni al Padre. Il piano di Dio – lo abbiamo già detto –  è di “ricondurre” tutto al Cristo.



Dio ha scelto ciascuno di noi fin dall’eternità e attraverso il battesimo ci ha privilegiati non perché usassimo egoisticamente di questo dono, ma perché diventassimo nel mondo testimoni del suo amore. In casa e al lavoro, per le strade e sulle spiagge, nella gioia e nel dolore, con i vicini, gli amici, i familiari, e anche con chi non ci è amico, siamo chiami a condividere questa nostra speranza. Ciò può comportare, come nel profeta Amos e negli apostoli, incomprensioni e sofferenza.

domenica 8 luglio 2018

RIVALUTARE I SEGNI ED I GESTI





Alessandro Amapani, Segni e gesti. Nell’umanità della liturgia tutta l’umanità di Dio (Grammatica della Liturgia 1), San Paolo, Cinisello Balsamo 2017. 141 pp. € 14,00.

In questi ultimi anni si sono moltiplicate le pubblicazioni sul linguaggio non verbale della liturgia: gesti, silenzi, segni. Il lavoro di Don Amapani, teologo e liturgista pastoralista, rappresenta un valido contributo alla riscoperta della ricchezza insita nei segni e gesti che spesso stancamente e per abitudine si compiono durante la celebrazione liturgica o addirittura si omettono. È giusto chiedere meno verbalismo e maggiore spazio al simbolo.  

Il libro è diviso in 12 capitoli: pregare con il corpo; il segno dell’assemblea; stare in piedi davanti al Signore; in ginocchio: adorazione gioiosa e universale; il bacio: segno di venerazione e di comunione; il battersi il petto; il segno della croce; presentazione dei doni; “l’acqua unita al vino…”; la lavanda delle mani; le mani distese: la grande intercessione; l’imposizione delle mani.

venerdì 6 luglio 2018

DOMENICA XIV DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 8 Luglio 2018






Ez 2,2-5; Sal 122 (123); 2Cor 12,7-10; Mc 6,1-6



La prima lettura ci parla di Ezechiele; essendo membro di una famiglia influente, fu deportato assieme ad altri numerosi compagni di sventura a Babilonia. Qui, nella solitudine dell’esilio sulle rive del fiume Chebàr, Dio gli si manifesta e lo manda a parlare al suo popolo che, nonostante l’elezione divina, è “una razza di ribelli”. Ezechiele è chiamato a denunciare il peccato di Israele come violazione dell’alleanza con Dio, che si radica nel “cuore indurito”. Da qui derivano la resistenza e il rifiuto da parte dei destinatari della sua missione. La difficile missione del profeta Ezechiele tra i suoi connazionali viene proposta come lo sfondo adatto per capire la disastrosa esperienza di Gesù nel proprio paese, di cui ci parla il brano evangelico. A Nazaret, dove ha passato gran parte della sua vita, Gesù al sabato predica nella sinagoga suscitando un certo stupore e incontrando allo stesso tempo un ostile rifiuto. Di fronte a questa reazione, Gesù non trova altra spiegazione se non quella che la sapienza popolare ha condensato nel proverbio: “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. Gesù si predispone a percorrere la sorte dei profeti, che nella tradizione biblica sono contestati e rifiutati da coloro ai quali sono inviati. L’esperienza di san Paolo non è stata molto diversa. Ce ne parla egli stesso nel brano della seconda lettura, in cui ci ricorda le difficoltà di ogni genere incontrate nella sua attività di evangelizzatore: oltraggi, persecuzioni, angosce sofferte per Cristo.



Volendo trarre da questi passaggi un insegnamento valido per tutti noi, possiamo rivolgere la nostra attenzione in modo particolare al racconto evangelico. Uno dei motivi della freddezza dei nazaretani nei confronti di Gesù è il fatto che egli non era stato e non sembrava essere che uno di loro. I concittadini di Gesù si erano costruita un’idea del Messia che non combaciava con quella offerta dal “falegname, il figlio di Maria”. Essi non volevano mettere in discussione i loro schemi mentali. Ecco perché passano rapidamente dallo stupore, allo scandalo e poi alla incredulità. Uno dei motivi per cui la parola di Dio può essere inefficace in noi è la durezza del nostro cuore, l’attaccamento incondizionato ai propri schemi di pensiero, alla propria visione delle cose, al proprio modo di affrontare la vita. Il nostro orgoglio ci impedisce talvolta di metterci in discussione e quindi di accogliere il messaggio salvifico che ci invita a cambiare di condotta. L’antifona al Magnificat dei Secondi Vespri di questa domenica riprende un versetto del vangelo di san Giovanni (1,11) che parla del prezioso dono che viene offerto a coloro che accolgono il Signore: “Gesù venne tra la sua gente, e i suoi non l’accolsero. A chi l’accoglie, dà il potere di diventare figli di Dio”.   

        

Dio vuole che la verità si imponga per sé stessa, non per i condizionamenti esterni. Egli inoltre si propone come un Dio imprevedibile, che si rivela mediante strumenti e nei momenti più impensati. La sua offerta di salvezza non è legata a formule fisse, e se schemi preferiti ci sono, sono quelli umanamente più fragili, perché si manifesti pienamente la sua potenza (cf. seconda lettura).








lunedì 2 luglio 2018

30 ANNI DI SCISMA LEFEBVRIANO E IL DOPPIO GIOCO DELLA CURIA ROMANA








Pubblicato il 3 luglio 2018 nel blog: Come se non




Con una intervista rilasciata al Tagespost il 28 giugno scorso, Bernard Fellay risponde a domande ben formulate intorno ai 30 anni di esperienza dello scisma lefebvriano . Molto opportunamente il testo è stata tradotto e proposto da SettimanaNews (qui). Molte risposte fotografano con molta precisione il livello di lontananza e di ostilità dei lefebvriani  verso il cattolicesimo romano, così come si è sviluppato dal Concilio Vaticano II in poi. Vorrei soffermarmi soltanto su alcune di queste risposte, che risultano singolarmente utile per parlare non tanto dei lefebvriani, quanto dei loro interlocutori nella curia romana e del loro gioco pericoloso e doppio. Riporto una serie di risposte di Fellay, alle quali faccio seguire miei brevi commenti.

1. La messa riformata

Fellay esprima giudizi sulla messa scaturita dalla Riforma liturgica così carichi di pregiudizi e così ingiusti da gridare vendetta al cielo. Ecco un primo brano in cui si esprime sul Concilio Vaticano II e sulla riforma della messa:

“Le riforme che ne sono seguite lo hanno dimostrato più chiaramente del Concilio stesso. Il problema si è fossilizzato sulla nuova messa. A Roma è stato detto all’arcivescovo Lefebvre aut aut: «Lei celebri la nuova messa e tutto è a posto». I nostri argomenti contro la nuova messa non contavano niente. Nel frattempo, il messale di Paolo VI fu composto con la collaborazione di teologi protestanti. Se si viene costretti a celebrare questa messa, allora sorge realmente un problema. E noi siamo stati spinti a farlo.”

E’ evidente che la incomprensione della messa scaturita dalla riforma liturgica porta ad una radicale incomprensione del Concilio e del cammino di ricomprensione del mondo moderno operato dal Concilio stesso. Fellay getta discredito sul Concilio e sulla Riforma Liturgica. Con chi esprime questi giudizi non si comincia neppure a discutere. Si scomunica da sé, per gli argomenti che utilizza.

2. Summorum Pontificum

A proposito della rottura e del ruolo che il card. Ratzinger ebbe nella vicenda, nel 1988 Fellay dice:

“(Ratzinger) Non ha capito quanto profonde erano le ragioni dell’arcivescovo e il disorientamento dei fedeli e dei preti. Molti non ne potevano più degli scandali e dei disagi postconciliari e anche del modo in cui era celebrata la nuova messa. Se il card. Ratzinger ci avesse compreso, non avrebbe agito così. E penso che gli sia dispiaciuto. Perciò da papa ha cercato di riparare ai danni con il motu proprio e di togliere la scomunica. Gli siamo realmente riconoscenti per i suoi tentativi di riconciliazione.”

Anche queste parole, che Fellay carica ovviamente di un tono del tutto particolare, rivelano uno degli equivoci più insidiosi che stanno sotto tutta queste vicenda. Anche solo la possibilità che il testo di Summorum Pontificum sia stato inteso come una sorta di “risarcimento del danno” e di “condizione” per l’accordo appare davvero come una gravissima responsabilità. Da parte dei lefebvriani, per la incomprensione della riforma, e da parte di Benedetto XVI, per la relativizzazione e la banalizzazione della riforma stessa. Dopo 30 anni da quello scisma non ci sono ragioni per mantenere ancora un parallelismo tra forme diverse e contraddittorie dello stesso rito, che non sono fondate né teologicamente, né giuridicamente, né liturgicamente.

3. Le condizioni chieste da Roma per l’accordo

Ma forse il testo più sorprendente e preoccupante è quello che Fellay dedica alle richieste romane per arrivare a un accordo. Ecco le sue parole:

“Noi dobbiamo mettere in questione certi punti del Concilio. I nostri interlocutori a Roma ci hanno detto: i punti principali – libertà di coscienza, ecumenismo, nuova messa – sono problemi aperti. Si tratta di un progresso incredibile. Finora si diceva: dovete obbedire. Ora i collaboratori della Curia dicono: dovreste aprire un seminario a Roma, una università per la difesa della tradizione. Non è più tutto bianco e nero.”

E’ inevitabile che Fellay dimostri un certo entusiasmo: se Roma, senza alcuna responsabilità, facesse anche solo lontanamente pensare che libertà di coscienza, ecumenismo e nuova messa possano essere “variabili non necessarie” della identità cattolica, è chiaro che per i lefebvriani sarebbe un vero trionfo. Non farebbero alcuna fatica a riconciliarsi con una Roma divenuta, improvvisamente e improvvidamente, lefebvriana. Ma chi può avere detto a Fellay quelle parole irresponsabili, se non qualche membro della Commissione Ecclesia Dei? E non sarà il caso si sottoporre questi ufficiali ad una verifica, almeno rispetto alla tradizione cattolica così come il Concilio Vaticano II l’ha disegnata? Non sarà forse che i membri di quella commissione, a furia di celebrare con il rito antico, si siano scoperti più innamorati del Concilio di Trento che del Concilio Vaticano II? Chi attribuisce al successore di Lefebvre il ruolo di “difensore della tradizione”  manifesta di essere del tutto disorientato sulla storia degli ultimi 5o anni e di non avere il  minimo senso della tradizione che cammina e che si risana.

Non lasceremo a monsignorini romani senza vera cultura ecclesiale e analfabeti di liturgia e di teologia conciliare la facoltà di svendere la riforma liturgica, l’ecumenismo e la libertà di coscienza per un piatto di lenticchie. Su questo punto Roma non può che essere rigorosamente intransigente. Per restare aperta allo Spirito Santo. E isolare definitivamente tutti coloro che vogliono ridurre la Chiesa ad un museo. E tuttavia, se dovessi considerare attentamente il tavolo delle trattative con Fellay, non saprei francamente da quale parte del tavolo dovrei guardare con maggiore preoccupazione.

domenica 1 luglio 2018

LA BENEDIZIONE DELLE COPPIE DI FATTO È DAVVERO PROIBITA?



Ci chiediamo: si possono benedire le cosiddette “coppie di fatto”? La risposta secca, se la domanda fosse formulata all’interno di un quiz televisivo, sarebbe certamente: no. Com’è noto, in documenti recenti – compreso il testo dell’Esortazione apostolica Sacramentum caritatis (22.02.2007), n. 29 – si afferma esplicitamente il divieto di “benedizione delle coppie di fatto”. Qui la norma pastorale appare giustificata da un comprensibile effetto di “confusione” e di “sovrapposizione” tra sacramento del matrimonio e altre condizioni di vita familiare non riconducibili immediatamente alla logica sacramentale. Fin qui non pare esservi problema. Ma se guardiamo alla “benedizione” nella sua verità di atto non sacramentale ma liturgico, come riconoscimento ecclesiale della presenza del bene, ecco che non possiamo non notare una pericolosa confusione in cui rischiamo di cadere. Se inavvertitamente noi appiattissimo tutta l’attività ecclesiale sulla sua più alta ufficialità, finiremo per perdere ogni possibilità di annunciare il Vangelo non solo al centro, ma anche al margine e alla periferia dell’ecclesia. La benedizione, di per sé, ha proprio la funzione di “parlare anche alle periferie”, non pretende nulla da colui che la richiede e tutto riconosce come scintilla del bene. Riconosce il bene dei cieli per la pioggia, delle stalle per il latte, dei campi per le messi. Poter “benedire i conviventi” non è solo un errore rispetto alle nozze, ma è anche una risorsa per parlare anche a chi non si sposa ecclesialmente. Per poter riconoscere questa possibilità bisogna, tuttavia, uscire da mentalità massimaliste, per le quali vale solo il bene massimo e pieno, mentre porzioni di bene, anche minime, vengono trascurate. Ciò deriva dalla riduzione della Chiesa ad agenzia etica e dalla lenta trasformazione del prete in pubblico ufficiale. È il “bene possibile” di cui parla, finalmente di nuovo, Amoris laetitia (09.03.2016), n.308: la Chiesa è anche sempre “comunità di sequela accogliente” e il prete non è solo re, ma anche sacerdote e profeta. Le coppie di fatto non possono essere benedette con la benedizione degli sposi, certo: questo resta vero e inaggirabile; ma una benedizione può riconoscere quel poco o quel tanto di bene che – come coppie – esse realizzano nella loro vita, in quella dei loro figli, dei loro vicini, dei loro parenti. Se non sarà il parroco o il vescovo a benedire “anche” i conviventi – ossia a riconoscere quel tanto o poco di bene che essi comunque realizzano, sia pure parzialmente, lavorando uno per l’altro, amandosi teneramente, educando i figli nella verità, ospitando il povero o consolando l’afflitto – da chi altro potremo no dico pretenderlo, ma almeno sperarlo?



Fonte: Andrea Grillo, Tempo graziato. La liturgia come festa, Messaggero, Padova 2018, pp. 104-106    

venerdì 29 giugno 2018

DOMENICA XIII DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 1 Luglio 2018




Sap 1,13-15; 2,23-24; Sal 29 (30); 2Cor 8,7.9.13-15; Mc 5,21-43



Nei racconti mitologici dell’antica Mesopotamia troviamo un personaggio, l’eroe nazionale Gilgamesh, il quale, sconvolto dall’esperienza della morte di un suo amico, va in cerca instancabile dell’immortalità. A questo scopo affronta pericoli, ostacoli, difficoltà di ogni genere. Ma tutto si rivela inutile. E alla fine Gilgamesh si sente dire da coloro che conoscono la sapienza: “Quando gli dei hanno creato l’uomo, hanno tenuto per sé l’immortalità, e a lui hanno dato come eredità la morte”. Diverso è il messaggio della nostra fede. Il libro della Sapienza, da cui è presa la prima lettura, afferma: “Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano”. In questo contesto, possiamo cogliere l’insegnamento del brano evangelico odierno, che riporta due dei miracoli compiuti da Gesù: la guarigione dell’emorroissa e la risurrezione della figlia dodicenne di Giàiro, uno dei capi della sinagoga. Con questi segni Gesù ci si manifesta come Signore della vita, come colui che vuole la vita e non la morte. Ai nostri occhi, secondo la nostra esperienza, la vita si presenta come provvisoria e la morte come definitiva. Ma davanti a Gesù i rapporti si capovolgono: la morte diventa provvisoria e alla vita viene promesso un futuro. Davanti a Gesù la morte diventa sonno; perde quindi il suo carattere di annientamento per assumere quello di trasformazione. Con il Cristo la morte ha cessato di essere una condanna senza appello, un evento senza speranza: la vita continua anche dopo, come dono di Dio. Nelle icone orientali della risurrezione, il Signore viene rappresentato con ai piedi le porte degli inferi spezzate mentre solleva con le mani Adamo ed Eva: solo lui può calpestare la morte con la morte.



Quando la Bibbia parla di vita e di morte dell’uomo, non si riferisce solo a fenomeni di natura biologica. Essa illustra un concetto anche spirituale e religioso di vita e di morte che ha una fase terrena e un’altra al di là. Il Nuovo Testamento ci insegna ad accogliere come via della vita anche quella che passa attraverso la morte e la morte di croce. Vi è sempre un di più in Dio che può creare vita perfino nella morte. Per accedere alla vita piena e definitiva il Signore chiede la fede: “Non temere, soltanto abbi fede!”, dice Gesù a Giàiro all’annuncio della morte della figlia. E all’emorroissa: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male”. Le guarigioni e le risurrezioni  operate da Gesù significano quindi che la salvezza è giunta al mondo. L’uomo muore nel momento in cui cessa di credere e di sperare.



Della fede parla anche san Paolo nella seconda lettura: i cristiani di Corinto che sono ricchi “in ogni cosa, nella fede, nella parola…”, sono invitati ad essere generosi e a condividere i loro beni con i cristiani bisognosi della Chiesa di Gerusalemme.




giovedì 28 giugno 2018

SANTI PIETRO E PAOLO APOSTOLI – 29 Giugno 2018 Messa del giorno






At 12,1-11; Sal 33 (34); 2Tm 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19



La Chiesa celebra e onora assieme nello stesso giorno i due santi apostoli Pietro e Paolo, che “Dio ha voluto unire in gioiosa fraternità” (prefazio della messa). Si tratta di due personaggi molto diversi, ma ambedue spinti dallo stesso amore per Cristo e la sua Chiesa. Secondo sant’Agostino, il loro martirio è segno di unità della Chiesa: “Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì. Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli” (Discorso letto nell’Ufficio delle letture). Celebriamo il mistero della Chiesa, fondata sul sangue e sull’insegnamento degli apostoli (cf. l’orazione colletta).



Il brano degli Atti degli Apostoli riportato dalla prima lettura racconta che re Erode fece mettere in prigione Pietro per poi ucciderlo appena passata la Pasqua. Ma Dio lo liberò prodigiosamente in virtù della preghiera incessante della comunità di Gerusalemme. Nella seconda lettura Paolo, ormai al tramonto, fa il bilancio della sua vita e anche lui, nonostante le difficoltà trovate e le prove subite nell’adempimento della sua missione apostolica, dichiara che il Signore gli è stato vicino e, guardando al futuro, conclude: “il Signore mi libererà da ogni male…” Perciò nel salmo responsoriale proclamiamo: “Il Signore mi ha liberato da ogni paura”. La lettura evangelica riporta la confessione di fede che Pietro fa a nome di tutti gli apostoli: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, e la risposta di Gesù: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa…” Il prefazio fa riferimento a questo passaggio quando dice che “Pietro per primo confessò la fede nel Cristo”, ma subito dopo aggiunge: “Paolo illuminò le profondità del mistero”. La fede di Pietro è illuminata dal mirabile magistero di Paolo. Pietro e Paolo sono le colonne della Tradizione cristiana. Pietro, la roccia sulla quale Cristo ha fondato la sua Chiesa; Paolo, “il maestro e dottore, che annunziò la salvezza a tutte le genti” (prefazio).



Il prefazio e le orazioni della messa delineano il significato ecclesiologico dei due apostoli. Il prefazio afferma che i santi Pietro e Paolo “con diversi doni hanno edificato l’unica Chiesa”. E l’orazione dopo la comunione contempla questa unica Chiesa alla luce delle note che hanno caratterizzato l’ideale della primitiva Chiesa gerosolimitana: perseveranza nella frazione del pane, nella dottrina degli apostoli, per formare nel vincolo della carità un cuor solo e un’anima sola. Il testo fa riferimento a At 2,42 (e paralleli), che descrive la vita della comunità primitiva come comunione fraterna o koinonia, termine greco che definisce la comunione di fede con Dio o con Cristo e l’unione profonda tra i credenti che si esprime e si attua nella fede comune, nell’esperienza eucaristica e nella partecipazione spontanea dei beni. Questa comunione dei beni esprime tuttavia una realtà più profonda: la comunione dei cuori e delle anime.



La festa degli apostoli Pietro e Paolo ci ricorda che la Chiesa è un mistero di comunione. Possiamo quindi affermare che la missione primaria della Chiesa è quella di essere segno di comunione nel mondo. Il cristiano deve avere un cuore grande, sgombro di pregiudizi, un cuore pulito e trasparente, pronto all’incontro e al servizio. “La Chiesa è famiglia dei figli di Dio, nella quale siamo tutti fratelli […] essa si accresce nel mistico scambio di tutto ciò che ciascuno è e compie nella Chiesa” (CEI, Comunione e Comunità, n. 19).




lunedì 25 giugno 2018

CELEBRARE LA MESSA DAVANTI AL SS.MO SACRAMENTO ESPOSTO?






“Durante la celebrazione della Messa non vi sia nella stessa navata della chiesa o dell’oratorio l’esposizione del santissimo Sacramento”. Così si esprime il Codice di Diritto Canonico (can. 941 § 2). Alcuni gruppi che celebrano la Messa secondo la forma straordinaria del Rito romano considerano che questa normativa non li riguarda e continuano a celebrare la Messa anche davanti al SS.MO sacramento esposto, come era in uso prima del Vaticano II. Un post su “Il culto della SS eucaristia” di Andrea Maccabiani, pubblicato da MIL, ha meritato da uno dei suoi lettori questo commento: “Stupenda la Messa con il SS esposto…” (vedi qui). Cosa dire? La mia breve riflessione non è di carattere canonico, ma teologico. Non sempre ciò che è “permesso” (?) è la cosa migliore da fare, anzi in questo caso si tratta di una prassi che non educa ad una vera comprensione del mistero eucaristico.

La celebrazione eucaristica può essere sinteticamente definita come la celebrazione del sacramento (memoriale) attraverso cui si realizza la presenza reale sacramentale del sacrificio di Cristo per l’edificazione della Chiesa. E’ quindi importante l’aspetto celebrativo del mistero eucaristico. Occorre perciò evitare la dissociazione fuorviante che consiste nel separare aspetto rituale e mistero eucaristico. Il discorso della presenza reale non ha propriamente un contenuto a se stante: si tratta infatti della presenza reale del sacrificio di Cristo.

La struttura del rito della Messa ci conduce a percepire e vivere gradatamente la presenza di Cristo nell’assemblea radunata, nella persona del ministro, nella Parola proclamata, in modo particolare nelle specie eucaristiche per arrivare alla partecipazione piena nella comunione eucaristica. Una Messa celebrata davanti al SS.MO sacramento esposto enfatizza la presenza reale e oscura la complessità degli aspetti che entrano in gioco nell’eucaristia.

L’eucaristia è il sacramento della presenza reale del sacrificio di Cristo per realizzare la Chiesa intesa come comunione degli uomini con Lui e, in Lui, tra loro. Celebrare la Messa davanti al SS.MO sacramento esposto non educa ad una vera comprensione della celebrazione eucaristica. Coloro che considerano “Stupenda la Messa con il SS esposto”, si dovrebbero domandare perché il can. 941 § 2 la proibisce.


domenica 24 giugno 2018

LA LITURGIA EDUCA A PREGARE






Romano Guardini, nel suo noto libro Formazione liturgica, dopo ricordare che l’individuo prega secondo la liturgia quando lo fa con una viva e intensa consapevolezza dell’Io comunitario della Chiesa, insiste sull’educazione alla coscienza religiosa comunitaria: “Il credente deve progressivamente dilatare la propria coscienza religiosa, il proprio Io orante. Egli deve superare l’isolamento individualistico, il soggettivismo romantico-sentimentale e nella preghiera, nel sacrificio e nell’azione sacramentale deve porsi totalmente nella grande comunità della Chiesa” (Formazione liturgica. Saggi, Edizioni O.R., Milano 1988, p. 74).

Autocomprendersi nel momento della celebrazione come Chiesa, significa aprirsi ad un orizzonte più ampio di quello semplicemente individuale e soggettivo. Certamente, la celebrazione liturgica non esige la rinuncia al proprio io, alla propria storia e originalità personali, richiede però che il credente si sappia situare in un orizzonte più ampio e in atteggiamento di apertura e di dialogo. Si può affermare che quando il soggetto si esprime con il “noi” tipico della liturgia, allora egli vive la dimensione completa di se stesso; solo nella comunione egli è fino in fondo se stesso autenticamente. La celebrazione cristiana, mentre rispetta il tempo del nostro “io”, ci educa a crescere nella dimensione del tempo del “noi” comunitario.

venerdì 22 giugno 2018

NATIVITA’ DI SAN GIOVANNI BATTISTA – 24 Giugno 2018 Messa del giorno






Is 49,1-6; Sal 138 (139); At 13,22-26; Lc 1,57-66.80



La solennità della Natività di san Giovanni Battista è situata sei mesi prima del Natale (in omaggio al testo di Lc 1,36) e tre mesi dopo l’Annunciazione. Già nel secolo III, fondandosi sul simbolismo del Cristo-sole, nella riflessione sulla storia della salvezza fu dedicata particolare attenzione ai solstizi; così si arrivò all’opinione che il Battista fosse concepito all’equinozio di autunno e nato al solstizio di estate, poiché nel solstizio di estate la lunghezza dei giorni incomincia a diminuire, mentre riprende ad aumentare dopo quello di inverno, in cui celebriamo la nascita di Gesù. La tradizione dei Padri vede in questo una conferma alle parole del Battista: “Egli deve crescere e io invece diminuire” (Gv 3,30). Al momento dovuto, Giovanni Battista scomparirà dalla scena per far posto a Cristo.



Le letture bibliche e le preghiere della liturgia odierna sottolineano il ruolo di Giovanni come “Precursore”, come colui che “prepara”, “annuncia”, “indica”, “rende testimonianza alla luce” che è Cristo Signore. Egli, come dice sant’Agostino, “sembra sia posto come un confine fra due Testamenti, l’Antico e il Nuovo” (Discorso proposto dall’Ufficio delle letture). Giovanni Battista è l’ultimo profeta di Israele e il primo del nuovo Israele.



La prima lettura riporta un brano del secondo canto del “Servo del Signore”, misteriosa figura messianica che viene presentata come un profeta, oggetto di una predestinazione divina; la sua missione è estesa non solo a Israele, ma anche alle nazioni per illuminarle con la luce della salvezza. Il brano di Isaia è riferito anzitutto a Cristo. Ma anche di Giovanni si può dire: “il Signore dal seno materno mi ha chiamato”. Anche il Precursore è stato chiamato ad essere “testimone della luce”: “Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce” (Gv 1,8). Sulla stessa linea, nel brano evangelico, san Luca, nel narrare la nascita di Giovanni, stabilisce un certo parallelismo con quella di Cristo, ma al tempo stesso fa emergere la totale finalizzazione del Precursore al Salvatore. La frase finale: “E davvero la mano del Signore era con lui” (v. 66) e l’aggiunta del v. 80 sulla crescita mirabile del bambino evocano le stesse circostanze e realtà che si ripeteranno in modo pieno in Cristo Gesù. Giovanni ci si presenta come vera icona di Cristo.



La seconda lettura riporta un brano del discorso tenuto da Paolo ad Antiochia. L’Apostolo sottolinea il ruolo di Precursore del Messia che Giovanni ha saputo interpretare con fedeltà: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”. Giovanni ha avuto l’umiltà e la saggezza di sentirsi solo strumento in ordine a Cristo. Non ha preteso di attirare su di sé gli sguardi degli uomini, ma si è preoccupato unicamente di orientarli verso il Cristo. Ognuno di noi nella storia ha un suo ruolo da compiere, una sua missione da espletare. Ruolo e missione che non devono essere fraintesi o indebitamente esaltati.



Come ci ricorda il prefazio della messa, Giovanni non solo è stato eletto e consacrato “a preparare la via a Cristo Signore”, ma anche ha indicato al mondo “l’Agnello del nostro riscatto”. L’orazione dopo la comunione riprende lo stesso tema quando afferma che la Chiesa, “nutrita alla cena dell’Agnello”, è invitata a riconoscere “l’autore della sua rinascita, Cristo, che la parola del Precursore annunziò presente in mezzo agli uomini.

domenica 17 giugno 2018

LA FESTA TRA IL LAVORO E IL TEMPO LIBERO



Solo nell’ambito del tempo festivo il tempo del lavoro e il tempo libero acquisiscono senso pieno e profilo plausibile. Non appena si leva loro questa ulteriorità irriducibile festiva, si assiste al sorgere di un uomo angelicato che si dispera, o di un uomo impegnato che si abbrutisce. Il compito e la vacanza sono immediatamente catturati e travolti dal loro eccesso disumanizzante: una vita senza riposo o una vita senza lavoro non sono più vite umane. E infatti il disoccupato e il sovraoccupato patiscono non solo nel fisico, ma anche nello spirito e nella dignità.

Solo l’uomo che ha ancora una sapienza festiva, che sa interrompere il lavoro o il far nulla per “celebrare”, può avere la forza di non esagerare nella benedizione del riposo (che presto si capovolge in maledizione) o nella maledizione del lavoro (che gradualmente si trasforma in benedizione).

Così scopriamo che il tempo libero è il tempo più astratto, il meno umano, perché suppone che sia l’uomo a dare senso al proprio tempo: di fronte a questa ipotesi – apparentemente così facile e allettante – l’uomo non può far altro che soccombere e disperare; il tempo del lavoro è così un’ottima fuga, perché l’uomo trovi nella vita ordinaria relazioni che gli impongano il loro ritmo, il loro tempo: ma anche da questa ipotesi l’uomo si trova schiacciato, alienato, derubato a se stesso. Il tempo della festa è, invece, il tempo più concreto, quello che può annunciare il senso del tempo, rinunciando sia all’assoluta autonomia della “dimensione” divertita della vacanza sia all’assoluta eteronomia del “compito” lavorativo come anticipazione del giudizio finale.



Fonte: Andrea Grillo, Tempo graziato. La liturgia come festa, Messaggero, Padova 2018, pp. 94-95.


sabato 16 giugno 2018

DOMENICA XI DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 17 Giugno 2018






Ez 17,22-24; Sal 91 (92); 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34



Il Sal 91 è un canto di contemplazione adorante, tutto acceso di sublime ammirazione per il Signore, per le sue meraviglie, per le opere delle sue mani. Scopo specifico del salmo è quello di lodare Iddio, che disperde gli empi e fa prosperare i giusti. I versetti ripresi dalla liturgia odierna fanno riferimento ai giusti. La robustezza, la fecondità e la longevità dei cedri e delle palme, le piante più rigogliose della Palestina, sono un simbolo espressivo della potenza e ricchezza della vita interiore e soprannaturale degli uomini giusti.



La parola di Dio di questa domenica parla di piccolezza, povertà, umiltà e ci invita ad un rapporto di totale e fiduciosa dipendenza da Dio nell’essere e nell’operare. Dio si rivela come colui che dà un futuro all’uomo, in particolare a chi, perché debole e piccolo, è senza speranza. Così vediamo che nella prima lettura il profeta Ezechiele descrive l’azione di Dio adoperando l’allegoria del ramoscello del cedro che egli pianta sui monti di Israele. La piccola pianta - dice il profeta in nome di Dio - “metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico”. Il cedro, con la sua magnificenza, nell’immaginario collettivo dell’antico vicino Oriente è il simbolo dei grandi regni.



Le parole del profeta sono lo sfondo adeguato per la comprensione delle due parabole del vangelo d’oggi che fanno leva sull’immagine del seme che cresce. Gesù parla del regno di Dio, che è come la semente che cresce da sé o come “un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto…” Il regno di Dio cresce in noi con il seme della Parola (cf. salmo responsoriale). La fede del credente nella parola di Dio ha una sua manifestazione nella fiducia che san Paolo (cf. seconda lettura) conserva anche davanti alla prospettiva della sua morte. Alla luce della fede, nemmeno la morte è vista come un fallimento; anzi essa può venir trasformata nel compimento pieno dell’obbedienza a Dio.



Da queste riflessioni possiamo ricavare alcune lezioni pratiche. Dio dona un futuro specie al povero e al debole, a chi conta su di lui, al chicco di frumento e di senape; stronca invece il superbo, il prepotente, l’autosufficiente, chi attende tutto e solo da sé stesso. Tutto ciò quindi che è fondato unicamente su fattori imposti dall’esterno, su valori non assimilati interiormente, prima o poi è destinato al fallimento. Bisogna rispettare la legge della crescita con i suoi passaggi e le sue fatiche.

lunedì 11 giugno 2018

IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA NELL’ITINERARIO DI INIZIAZIONE CRISTIANA?




In queste ultime settimane, in molte parrocchie sono state celebratele le prime Comunioni dei bambini. Un parroco mi ha parlato delle sue perplessità sulla previa confessione sacramentale richiesta a questi bambini. Il tema l’ho trattato nel mio volume “L’iniziazione cristiana. Battesimo e confermazione”, pubblicato dalla LAS nel 2010 [ristampa 2014] (pp. 328-331). Riproduco in seguito qui sotto il testo. In questo contesto, invito anche a leggere l’interessante e recentissimo post di Andrea Grillo sull’argomento nel suo blog “Come se non”: http://www.cittadellaeditrice.com/munera/il-dispositivo-ratzinger-una-delle-radici-dellattuale-paralisi-ecclesiale/.

Per coloro che sono stati battezzati da bambini, la prassi pastorale, fedele alla normativa della Chiesa latina, colloca la “prima confessione” – cioè la prima celebrazione del sacramento della penitenza o riconciliazione – in un tempo anteriore rispetto alla prima ricezione del sacramento dell’eucaristia. Cosa pensare di questa consuetudine che dura ormai da diversi secoli?

Fino al VI secolo la Chiesa antica sviluppò la prassi penitenziale indicata in Mt 18,18 e 1Cor 5, la quale sostanzialmente prevede che colui che ha peccato gravemente viene escluso pubblicamente dalla comunione eucaristica e, dopo un certo periodo di purificazione caratterizzato da duri esercizi penitenziali, viene di nuovo solennemente riammesso. Nei secoli successivi, il sacramento della riconciliazione assumerà diverse forme fino all’attuale, mantenendo, comunque, sempre la verità sostanziale, che è quella di essere il sacramento del perdono di Dio per i cristiani. Viene allora spontanea la domanda: quando si diventa cristiani, membri della Chiesa? Una prima risposta elementare è che si diventa cristiani con il battesimo. Notiamo però che, come abbiamo visto nella parte storica, nelle antiche fonti bibliche e patristiche, quando si parla di “battesimo (nello Spirito)”, in realtà si fa ricorso ad un termine ‘onnicomprensivo’: il battesimo è solo l’inizio del cammino sacramentale che introduce nel mistero di Cristo e della Chiesa, così che esso non va visto in sé e per sé ma come premessa per quella piena inserzione, che, passando attraverso la confermazione, si raggiunge nella partecipazione all’eucaristia. Paolo, nella medesima lettera in cui scrive che “siamo battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo” (1Cor 12,13), afferma che diventiamo Chiesa non semplicemente per il battesimo ma anche per l’eucaristia: “poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (1Cor 10,17).

Come abbiamo detto sopra, esiste una sorta di intrinseca finalizzazione del battesimo e della confermazione all’eucaristia, la quale è da considerarsi il sacramento vertice, simbolicamente più ricco e oggettivamente più realizzante la comunità storica di salvezza. La finalità dell’iniziazione cristiana – introdurre il credente nella Chiesa – è propriamente raggiunta quando il credente partecipa all’eucaristia, il sacramento che fa la Chiesa. Non si è ancora ‘iniziati’, cioè non si è ancora pienamente cristiani, finché non ci siano ricevuti tutti e tre i sacramenti dell’iniziazione.

Se la penitenza è il sacramento del perdono di Dio per chi è già cristiano e, d’altra parte, si diventa cristiani attraverso la ricezione dei tre sacramenti dell’iniziazione, allora la logica intrinseca vuole che la penitenza sia, e non possa che essere, il quarto sacramento, cioè il sacramento del perdono offerto solo a chi (bambino o adulto), con l’ammissione all’eucaristia, ha già compiuto il percorso dell’iniziazione cristiana. Il sacramento della riconciliazione, pur essendo ritenuto dalla tradizione un secondo battesimo, riguarda il cristiano peccatore che ha ricevuto già i tre sacramenti dell’iniziazione.

Stando così le cose, non si può non condividere le perplessità e il senso di contraddizione percepiti da alcuni Autori di fronte alla prassi oggi generalizzata che distanzia i tre sacramenti dell’iniziazione cristiana e vi inserisce la confessione sacramentale. Se la natura del sacramento della riconciliazione si definisce fondamentalmente in termini di ‘riammissione all’eucaristia’, non è facilmente comprensibile che la sua celebrazione venga posta nel cammino antecedente all’eucaristia e, quindi, prima della piena appartenenza alla comunità ecclesiale.

Con l’obbligo di confessarsi e comunicarsi a partire dall’età della discrezione, stabilito, come noto, dal concilio Lateranense IV (1215), per un verso è sancito il distacco dell’eucaristia dal battesimo, ricevuto nei primi giorni di vita, per un altro, più o meno consapevolmente, si ratifica e si introduce la prassi secondo la quale, per accostarsi degnamente all’eucaristia (anche per la prima volta), bisogna ricevere il perdono sacramentale delle proprie colpe; in tal modo la confessione individuale dal XIII secolo in poi viene sempre più severamente richiesta come condizione per ammettere alla prima comunione. Anche il concilio di Trento, nel Decreto sul santissimo sacramento dell’eucaristia, del 11 ottobre 1551, si colloca nella linea dell’anticipo della confessione rispetto alla comunione eucaristica, aggiungendo che questa è una consuetudine della Chiesa: “La consuetudine della Chiesa dichiara che quell’esame è necessario perché nessuno, consapevole di essere in peccato mortale, per quanto possa ritenersi contrito, si accosti alla santa eucaristia senza aver premesso la confessione sacramentale. Il santo sinodo stabilisce che questa norma debba essere sempre osservata da tutti i cristiani”[1].

A prima vista il testo del concilio di Trento sembrerebbe fare un’affermazione generale che vale per tutti, bambini o adulti, già ammessi alla prima eucaristia o non ancora ammessi. E’ lecito però ritenere che il problema di cui ci stiamo occupando qui sia assente dalle intenzioni di Trento, dato che la disarticolazione dei sacramenti dell’iniziazione era da tempo un fatto consumato: al concilio non sta a cuore dare delle indicazioni per chi viene ammesso per la prima volta all’eucaristia, ma intende semplicemente obbligare alla previa riconciliazione sacramentale chi già si accosta all’eucaristia e ha coscienza di essere in peccato mortale, sostenendo che per lui, nel caso della presenza del sacerdote e quindi della possibilità concreta di accedere al sacramento del perdono, la semplice fede (della dottrina luterana) e la contrizione non sono sufficienti per accedere degnamente all’eucaristia.

In ogni modo, notiamo che l’attuale normativa ecclesiale è chiara. Dopo la celebrazione del concilio Vaticano II, nel 1973, la Dichiarazione congiunta tra la Congregazione del clero e la Congregazione per la disciplina dei sacramenti, dichiarazione approvata da Paolo VI, riprende una disposizione dell’Allegato al Direttorio catechistico generale del 1971 che recita: “… la Santa Sede ritiene opportuno che la consuetudine vigente nella Chiesa di premettere la confessione alla prima comunione, si debba conservare”, e si dichiara che è necessario porre termine ad ogni esperimento contrario fino a quel momento tollerato[2]. La stessa normativa troviamo nell’attuale CIC, al can. 914: “E’ dovere innanzi tutto dei genitori e di coloro che ne fanno le veci, oltre che del parroco, curare che i fanciulli, pervenuti all’uso di ragione, siano debitamente preparati e che al più presto, premessa la confessione sacramentale, siano nutriti con questo cibo divino…”

Il riferimento primo resta sempre, come precisa bene la Declaratio, la prescrizione del concilio Lateranense IV, segnalata sopra. Anche il CCC, al n. 1457, afferma che “i fanciulli devono accostarsi al sacramento della penitenza prima di ricevere per la prima volta la santa comunione”. Eppure il problema non sembra che sia stato risolto in modo soddisfacente per tutti nell’attuale momento ecclesiale di riscoperta e rivalutazione dei sacramenti dell’iniziazione come processo sacramentale unitario. Trattandosi di una prassi frutto di una scelta legislativa, sembra che ci sia sempre spazio per ulteriori approfondimenti dottrinali e, se è il caso, per introdurre opportuni correttivi. Un acuto teologo afferma:

“inserire la penitenza non solo stabilmente, ma addirittura originariamente nel passaggio tra battesimo ed eucaristia significa compromettere precisamente questo passaggio, e tende non soltanto a rendere ordinario ciò che è straordinario –cioè il caso della necessità della penitenza per ricongiungere battesimo ed eucaristia (e questo sarebbe il meno), ma soprattutto, e con molto maggior disagio, a rendere straordinario ciò che è ordinario – ossia il “normale” passaggio dal battesimo all’eucaristia”[3].

Concludendo notiamo che proporre eventualmente – come fanno oggi alcuni Autori – la posticipazione della confessione rispetto alla prima comunione non significherebbe negare la necessità di un cammino penitenziale di conversione che porti alla riconciliazione con Dio chi sta facendo il cammino d’iniziazione cristiana; significherebbe piuttosto affermare che in questo caso, tale riconciliazione può essere ottenuta in una forma diversa rispetto a quella di coloro che sono già pienamente cristiani. Per quanto riguarda i bambini, occorrerà che essi prima di avvicinarsi all’eucaristia per la prima volta, siano iniziati alle forme ‘quotidiane’ di vivere la penitenza (perdono vicendevole, preghiera, carità, accettazione della correzione, piccoli sacrifici per gli altri, solidarietà...) alle quale si possono aggiungere adeguate celebrazioni penitenziali non propriamente sacramentali. 



[1] COED, 696; DH, 1647.
[2] AAS 65 (1973) 410; EV 4, p. 398.
[3] A. Grillo, Battesimo, esperienza e fede. Riflessione sull’insegnamento della “iniziazione cristiana” in alcuni sviluppi della teologia attuale, in M. Aliotta (ed.), Il sacramento della fede. Riflessione teologica sul battesimo in Italia = ATI Library 6, San Paolo, Cinisello Balsamo 2003, p.192.

domenica 10 giugno 2018

IL TEMPO DELLA FESTA




Andrea Grillo, Tempo graziato. La liturgia come festa, Messaggero, Padova 2018. (115 pp.).


Parte prima. Il tempo in epoca postmoderna (vacanza, lavoro, festa).

La riflessione teologica sulla festa come verità del tempo.

Il tempo e la festa nella loro dimensione ordinaria e riflessa: antropologia e teologia.

Piccola fenomenologia del tempo e della festa nella Bibbia.

Piccola fenomenologia del tempo e della festa nella Chiesa.


Parte seconda. L’emergenza del tema “festa” nella teologia contemporanea.

La particolarità temporale della festa.

Centralità del concetto di libertà per una comprensione del tempo festivo.

Per una festa accessibile al postmoderno.

Vacanza, lavoro, dono: per una sintesi conclusiva.

Piccola conclusione sapienziale.

venerdì 8 giugno 2018

DOMENICA X DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) - 10 Giugno 2018






Gen 3,9-15; Sal 129; 2 Cor 4,13-5,1; Mc 3,20-35

 

Il Sal 129, anche se è una supplica che spesso viene ridotta al rango di canto funebre, resta uno splendido inno alla gioia del perdono. La preghiera del salmista diventa, ad un tratto, preghiera d’Israele: la sua attesa della misericordia divina è quella di tutto il popolo e su questa misericordia può contare, perché essa è grande e il Signore lo libererà dai suoi peccati. Non è solo il salmista, non è solo Israele, è tutto il mondo della miseria umana che dal profondo del peccato innalza il suo grido al Signore misericordioso. Con le parole del salmo esprimiamo umilmente la nostra condizione di peccatori e la grande fiducia nell’amore di Dio che non abbandona mai i suoi figli.

Al centro delle letture odierne sta la lotta dell’uomo contro le potenze del male. Essa è un’esperienza quotidiana, caratterizzata spesso da cedimenti e sbagli, iniziati con l’amara esperienza del peccato primordiale di Adamo ed Eva, di cui ci parla la prima lettura. Questa pagina del libro della Genesi intende dare una risposta alla domanda: da dove viene il male morale? Con il linguaggio simbolico degli antichi racconti eziologici, si afferma che la fonte del male morale è l’uomo stesso che liberamente, si lascia condizionare dal tentatore ed opera scelte contrastanti con Colui che dovrebbe essere il valore fondamentale della sua vita. Il racconto biblico illustra le quattro rotture provocate dal peccato: con Dio, di cui si fugge per paura; con gli uomini, con i quali si rompe la solidarietà; con se stessi, con relativa interiore insicurezza e debolezza; con la natura, che invece di condurre a Dio ne diventa un ostacolo. Il racconto della Genesi si chiude con la maledizione del serpente, il tentatore, e con misteriose parole di speranza per l’umanità: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”. Profezia di una lotta dura e aspra, ma con un finale vittorioso. In altre parole, l’essere umano, cioè il figlio della donna, avrà la meglio sul serpente tentatore.

Questa profezia si avvera in Cristo, presentato da san Marco nel brano evangelico d’oggi come “l’uomo forte” che è in grado di difendersi da ogni assalto del male, da “satana”. Giovanni Battista aveva già presentato Gesù come “uno più forte” che viene dopo di lui e che battezza con lo Spirito Santo (cf. Mc 1,7-8). Gesù vince il male perché cede solo alle richieste di Dio e alle urgenze dell’uomo, non ai vari “demoni” del suo tempo. Con lui e in lui è veramente giunto il regno di Dio ed è iniziato il crollo del regno di satana. Gesù è venuto per trasferirci dal regno delle tenebre, in cui domina satana e la sua logica di menzogna, al regno del Figlio diletto, quello dove Gesù regna e il vangelo diventa norma dei nostri comportamenti. In questo modo, viene anticipata quella vittoria finale del bene e dell’uomo rappresentata dalla risurrezione, di cui parla san Paolo nella seconda lettura: “colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui”.


domenica 3 giugno 2018

NUOVE CHIESE






Frédérick Debuyst, Elogio di nuove chiese (Liturgia e vita), Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2018. Pagine 196 + 60 tavole a colori.



Nel panorama europeo Frédérick Debuyst, monaco benedettino, non è solo un testimone e un interprete autorevole del cammino dell’architettura liturgica del dopoguerra ai nostri giorni, ma anche un ispiratore ascoltato e influente, attraverso intuizioni teologicamente nette e spiritualmente intense. La misura umana dell’architettura cristiana è la cifra sintetica del pensiero di Frédérick Debuyst, un pensiero e un’opera che sono la testimonianza spirituale di un uomo sedotto dalla bellezza, maestro del genio cristiano del luogo. Un volume omaggio al principale esperto del legame tra liturgia e architettura.


sabato 2 giugno 2018

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (B) – 3 Giugno 2018





Es 24,3-8; Sal 115 (116); Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26



Le tre letture odierne ci invitano a riflettere sul significato dell’Eucaristia come sacrificio della nuova ed eterna alleanza tra Dio e gli uomini. Dio, nel sangue di Cristo suo Figlio ha stretto con noi una nuova alleanza che dà compimento a quella antica stipulata con Israele con la mediazione di Mosè.



Il brano del libro dell’Esodo racconta la celebrazione dell’alleanza tra Dio e il popolo d’Israele ai piedi del monte Sinai, dopo la proclamazione del decalogo, la carta costituzionale del popolo di Dio. La celebrazione si conclude con la solenne promessa del popolo: “Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto”. Allora Mosè prende il sangue degli animali sacrificati - di cui una metà era stata versata sull’altare - e ne asperge il popolo dicendo: “Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!”. Il rito del sangue, considerato sede e veicolo della vita, esprime il rapporto vitale del popolo che accoglie le parole del Signore e si impegna ad attuarle.



La seconda lettura ci ricorda che il Signore Gesù è diventato l’unico sacerdote e mediatore della nuova alleanza “non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue”. A questo punto diventa possibile comprendere il testo evangelico che riporta il racconto dell’ultima cena. Quando Gesù offre ai suoi discepoli il calice e dice: “Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti”, non c’è dubbio che intende riferirsi al sangue nel quale era stata stipulata l’alleanza sinaitica. Il sangue che Gesù versa sulla croce ed offre nell’Eucaristia è il sangue della nuova alleanza. Gesù con il suo sacrificio realizza contemporaneamente le due dimensioni dell’alleanza: l’impegno di Dio verso l’uomo e l’obbedienza dell’uomo verso Dio. La nuova alleanza con Dio, sigillata col sangue di Cristo, si perpetua nei secoli nella misura in cui noi, nutriti con il pane e il vino dell’Eucaristia, siamo capaci di riprodurre in noi lo stile oblativo della vita di Cristo attraverso l’obbedienza alla sua parola e attraverso il dono di noi stessi nell’amore verso i fratelli.



Notiamo che il sangue della nuova alleanza viene versato “per molti”, espressione che nel parlare semitico non si oppone a tutti, ma può significare “per tutti che sono molti”, cioè per tutti gli uomini senza distinzione. Tutti coloro che partecipano di questo patto sono anche uniti tra di loro, chiamati tutti a formare l’unico popolo di Dio. L’orizzonte si allarga quindi oltre il gruppo dei discepoli. Essi, nella prospettiva di Gesù, costituiscono il nucleo di una comunità che potenzialmente abbraccia tutti gli esseri umani. Nel pane e nel vino dell’eucaristia si prolunga l’efficacia salvifica della morte di Gesù che rende possibile un nuovo rapporto degli uomini tra loro e con Dio.