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domenica 19 febbraio 2023

25 ANNI DOPO

 




 


 

Roma, 16 novembre 1998

 

 

Eminenza Reverendissima,

 

          Mi perdoni se ardisco di scrivere questa lettera. Lo faccio con semplicità, e anche con grande sincerità. Sono professore di liturgia al Pontificio Istituto Liturgico di S. Anselmo e alla Facoltà di Teologia della Pontificia Università Lateranense nonché Consultore della Congregazione per il Culto Divino. Ho letto la Conferenza che Lei ha tenuto poco tempo fa con occasione dei “Dix ans du Motu Proprio ‘Ecclesia Dei’”. Confesso che il suo contenuto mi ha lasciato profondamente perplesso. Mi hanno colpito, in particolare, le risposte che Lei dà alle obiezioni fatte da coloro che non approvano “l’attaccamento all’antica liturgia”. È su queste che vorrei soffermarmi in questa lettera che Le invio.

 

L’accusa di disobbedienza al Vaticano II viene respinta dicendo che il Concilio non ha riformato esso stesso i libri liturgici, ma ha semplicemente ordinato la loro revisione. Verissimo! e l’affermazione non può essere contraddetta. Le faccio notare però che neppure il Concilio di Trento ha riformato i libri liturgici, avendo dato solo dei principi molto generali al riguardo. La riforma come tale, il Concilio l’ha demandata al papa, e Pio V e i suoi successori l’hanno fedelmente attuata.

 

 Non riesco a capire, poi, come i principi del Concilio Vaticano II concernenti la riforma della messa presenti nella Sacrosanctum Concilium, nn.47-58 (quindi non solo i nn. 34-36 da Lei citati) possano andare d’accordo con il ripristino della cosiddetta messa tridentina. Se prendiamo inoltre per buona l’affermazione del Cardinale Newman da Lei ricordata, e cioè che la Chiesa non ha mai abolito o proibito “forme liturgiche ortodosse”, allora mi domando se, ad esempio, i notevoli cambiamenti introdotti da Pio X nel salterio romano o da Pio XII nella Settimana Santa abbiano o meno abolito gli antichi ordinamenti tridentini. Il suddetto principio potrebbe indurre alcuni, ad esempio in Spagna, a pensare che è permesso celebrare l’antico rito ispano - visigotico, ortodosso e rimesso a nuovo dopo il Vaticano II. Parlare poi del rito tridentino come diverso dal rito del Vaticano II non mi sembra esatto, anzi direi che è contrario alla nozione stessa di ciò che s’intende qui per rito. Sia il rito tridentino che quello attuale sono un solo rito: il rito romano, in due diverse fasi della sua storia.

 

          La seconda obiezione che si fa è che il ritorno all’antica liturgia rischia di rompere l’unità della Chiesa. Questa obiezione viene affrontata da Lei distinguendo tra l’aspetto teologico e pratico del problema. Posso condividere molte delle considerazioni che Lei fa a questo proposito, eccetto alcuni dati storicamente non sostenibili, come ad esempio l’affermazione che fino al Concilio di Trento esistevano i riti mozarabico di Toledo e altri, da esso soppressi. Il rito mozarabico, infatti, era stato soppresso già da Gregorio VII con esclusione di Toledo, dove rimane in vigore. Il rito ambrosiano, da parte sua, non è stato mai soppresso. Ciò che al riguardo non riesco a capire è che si dimentichi quanto Paolo VI afferma nella Costituzione apostolica del 3.4.1969, con cui promulga il nuovo Messale, e cioè: “...confidiamo che questo Messale sarà accolto dai fedeli come mezzo per testimoniare e affermare l’unità di tutti, e che per mezzo di esso, in tanta varietà di lingue, salirà al Padre celeste... una sola e identica preghiera”. Paolo VI vuole quindi che l’uso del nuovo Messale sia espressione di unità della Chiesa; e aggiunge poi concludendo: “Quanto abbiamo qui stabilito e ordinato vogliamo che rimanga valido ed efficace, ora e in futuro, nonostante quanto vi possa essere di contrario nelle Costituzioni e negli Ordinamenti Apostolici dei nostri predecessori e in altre disposizioni, anche degne di particolare menzione e deroga”.

 

Conosco le sottili distinzioni avanzate da alcuni giuristi o ritenuti tali. Credo però che si tratti semplicemente di “sottigliezze” che, in quanto tali, non meritano grande attenzione. Si potrebbero citare diversi documenti in cui si dimostra chiaramente la volontà di Paolo VI al riguardo. Ricordo solo la lettera che l’11 ottobre 1975 il Card. J. Villot scriveva a Mons. Coffy, presidente della Commissione episcopale francese di liturgia e di pastorale sacramentaria (Segreteria di Stato n.287608), in cui diceva tra l’altro: “Par la Constitution Missale Romanum, le Pape prescrit, comme vous le savez, que le nouveau Missel doit remplacer l’ancien, nonobstant les Constitutions et Ordonnances apostoliques de ses prédécesseurs, y compris par conséquent toutes les dispostions figurant dans la Constitution Quo Primum et qui permettrait de conserver l’ancien missel [...] Bref, comme dit la Constitution Missale Romanum, c’est dans le nouveau Missel romain et nulle part ailleurs que les catholiques de rite romain doivent chercher le signe et l’instrument de l’unité mutuelle de tous...”

 

          Eminenza, come professore di liturgia io mi trovo a insegnare delle cose che mi sembrano diverse da quelle da Lei espresse nella conferenza suddetta. E credo di dover continuare su questa strada in obbedienza al magistero pontificio. Lamento anch’io gli eccessi con cui alcuni dopo il Concilio hanno celebrato o celebrano ancora la liturgia riformata. Ma non riesco a capire perché alcuni Eminentissimi Cardinali, non solo Lei, abbiano creduto opportuno porvi rimedio mettendo “di fatto” in discussione una riforma approvata dopo tutto dal sommo pontefice Paolo VI e aprendo sempre di più le porte all’uso dell’antico Messale di Pio V. Con umiltà, ma anche con parresia apostolica, sento il bisogno di affermare la mia contrarietà a simili orientamenti. Ho preferito dire apertamente ciò che molti liturgisti e non, che ci sentiamo figli obbedienti della Chiesa, diciamo nei corridoi degli Atenei romani.

 

          Suo dev.mo in Cristo

 

 

 

                                                 Matias Augé cmf

 

 

__________________________________

Em.za Rev.ma Cardinale Joseph Ratzinger

Prefetto della Congregazione della Fede

CITTA’ DEL VATICANO

Joseph Cardinal Ratzinger

 

 

                                                                                                 

 

 

 

 

 

 

                                                           18 febbraio 1999

 

Reverendo Padre

P. Prof. Matias Augé, CMF

Istituto “Claretianum”

L.go Lorenzo Mossa, 4

00165 Roma

 

 

 

Reverendo Padre,

 

ho letto con attenzione la Sua lettera del 16 novembre u.s., nella quale Lei ha formulato alcune critiche alla Conferenza da me tenuta il giorno 24 ottobre 1998, in occasione del 10o anniversario del Motu proprio “Ecclesia Dei”.

 

Capisco che Lei non condivida le mie opinioni sulla riforma liturgica, la sua attuazione, e la crisi che deriva da talune tendenze in essa nascoste, come la desacralizzazione.

 

Mi sembra, però, che la sua critica non prenda in considerazione due punti:

 

1. è il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II che ha concesso, con l’Indulto del 1984, l’uso della liturgia anteriore alla riforma paolina, sotto certe condizioni; in seguito, lo stesso Pontefice ha pubblicato, nel 1988, il Motu proprio “Ecclesia Dei”, che manifesta la sua volontà di andare incontro ai fedeli, che si sentono attaccati a certe forme della liturgia latina anteriore, e pertanto chiede ai vescovi di concedere “in modo ampio e generoso” l’uso dei libri liturgici del 1962.

 

2. una parte non piccola dei fedeli cattolici, anzitutto di lingua francese, inglese e tedesca, rimangono fortemente attaccati alla liturgia antica, e il Sommo Pontefice non intende ripetere nei loro confronti ciò che era accaduto nel 1970, dove si imponeva la nuova liturgia in maniera estremamente brusca, con un tempo di passaggio di soli 6 mesi, mentre il prestigioso Istituto liturgico di Treviri, infatti, per tale questione, che tocca in maniera così viva il nervo della fede, giustamente aveva pensato ad un tempo di 10 anni, se non sbaglio.

 

Sono dunque questi due punti, cioè l’autorità del Sommo Pontefice regnante e il suo atteggiamento pastorale e rispettoso verso i fedeli tradizionalisti, che sarebbero da prendere in considerazione.

 

Mi permetta, pertanto, di aggiungere alcune risposte alle Sue critiche circa il mio intervento.

 

1. Quanto al Concilio di Trento non ho mai detto che esso avrebbe riformato i libri liturgici, al contrario ho sempre sottolineato che la riforma postridentina, situandosi pienamente nella continuità della storia della liturgia, non ha voluto abolire le altre liturgie latine ortodosse (i cui testi esistevano da più di 200 anni) e neppure imporre una uniformità liturgica.

 

Quando ho detto che anche i fedeli, che fanno uso dell’Indulto del 1984, devono seguire gli ordinamenti del Concilio, volevo mostrare che le decisioni fondamentali del Vaticano II sono il punto d’incontro di tutte le tendenze liturgiche e che quindi sono anche il ponte per la riconciliazione in campo liturgico. Gli ascoltatori presenti hanno, in realtà, capito le mie parole come un invito all’apertura al Concilio, all’incontro con la riforma liturgica. Penso che chi difende la necessità ed il valore della riforma, dovrebbe essere pienamente d’accordo con questo modo di avvicinare i “tradizionalisti” al Concilio.

 

2. La citazione di Newman vuole significare che l’autorità della Chiesa non ha mai abolito nella sua storia con un mandato giuridico una liturgia ortodossa. Si è verificato invece il fenomeno di una liturgia che scompare, e poi appartiene alla storia, non al presente.

 

3. Non vorrei entrare in tutti i dettagli della Sua lettera, anche se non sarebbe difficile rispondere alle Sue diverse critiche dei miei argomenti. Mi sta però a cuore quello che riguarda l’unità del Rito Romano. Questa unità oggi non è minacciata dalle piccole comunità che fanno uso dell’Indulto e si trovano spesso trattati come lebbrosi, come persone che fanno qualcosa di indecoroso, anzi di immorale; no, l’unità del Rito Romano è minacciata dalla creatività selvaggia, spesso incoraggiata da liturgisti (per esempio in Germania si fa la propaganda del progetto “Missale 2000”, dicendo, che il Messale di Paolo VI sarebbe già superato). Ripeto quanto ho detto nel mio intervento, che la differenza tra il Messale di 1962 e la messa fedelmente celebrata secondo il Messale di Paolo VI è molto minore che la differenza fra le diverse applicazioni cosiddette “creative” del Messale di Paolo VI. In questa situazione la presenza del Messale precedente può divenire una diga contro le alterazioni della liturgia purtroppo frequenti, ed essere così un appoggio della riforma autentica. Opporsi all’uso dell’Indulto del 1984 (1988) in nome dell’unità del Rito Romano è, secondo la mia esperienza, un atteggiamento molto lontano dalla realtà. Del resto, mi rincresce un po’, che Lei non abbia percepito, nel mio intervento, l’invito rivolto ai “tradizionalisti” ad aprirsi al Concilio, a venirsi incontro verso la riconciliazione, nella speranza di superare, col tempo, la spaccatura tra i due Messali.

 

Tuttavia, La ringrazio per la Sua parresia, che mi ha permesso di discutere francamente su una realtà che ci sta ugualmente a cuore.

 

Con sentimenti di gratitudine per il lavoro che Lei svolge nella formazione dei futuri sacerdoti, La saluto

 

 

                                                                           Suo nel Signore

 

                                                                 + Joseph Card. Ratzinger

  

 

 

 

 


domenica 22 gennaio 2023

IN BUONA FEDE, MA TUTTA LA VERITÀ

 


 



 

Dopo Mons. Georg Gänswein col suo libro “Nient’altro che la verità”, anche il Card. Gerhard Müller annuncia l’imminente uscita di un suo libro intitolato “In buona fede” (pubblicato da Solferino). I due eminenti prelati fanno alcune critiche a Papa Francesco. Qui mi soffermo soltanto su quanto Müller afferma quando parla della “stretta sulla messa in latino” fatta da Francesco col Motu proprio Traditionis custodes del 16 luglio 2021. Anzitutto bisogna precisare che Francesco col suo MP non proibisce la Mesa in latino, ma regola e limita l’uso del Messale Romano edito da san Giovanni XXIII nell’anno 1962. Si può celebrare la Messa in latino sempre e dovunque col Messale di san Paolo VI.

Secondo Müller, la decisione di Papa Francesco “fu uno schiaffo” per i tradizionalisti, che “ha scavato fossati e ha causato dolore”. “Agendo in questa direzione Papa Francesco sembra abbia dato ascolto a un gruppo di consiglieri senza tenere conto che quel provvedimento avrebbe assunto i contorni di una mera dimostrazione di potere”. Il porporato considera le decisioni prese da Francesco sull’uso dei libri liturgici anteriori alla riforma di Paolo VI, una mera dimostrazione di potere. Dimentica che il “gruppo di consiglieri” di cui egli parla non è il “cerchio magico” di Santa Marta, a cui lo stesso porporato fa riferimento e critica nel suo libro, ma l’episcopato cattolico a cui Francesco aveva consultato in aprile del 2020. Infatti, la Congregazione per la dottrina della fede inviò a tutti i vescovi della Chiesa un questionario con una serie di domande sull’applicazione del Motu proprio Summorum PontificumSarebbe stato interessante che prima della pubblicazione del Motu proprio Summorum Pontificum (7 luglio 2007) fosse stato consultato l’episcopato e che prima di affermare gratuitamente, e contro l’evidente volontà di Paolo VI espressa più volte pubblicamente, che il Messale del 1962 non fu mai “giuridicamente abrogato”, fosse stata chiesta l’opinione del Pontificio Consiglio per i testi legislativi, “la cui funzione consiste soprattutto nella interpretazione delle leggi della Chiesa”. Dov’è la fragrante dimostrazione di potere?

Per quanto concerne il “cerchio magico” di Francesco, di cui parla Müller, ricordo che il vaticanista Marco Ansaldo, nel suo libro Un altro Papa. Ratzinger, le dimissioni e lo scontro con Bergoglio, afferma: “Che a papa Benedetto XVI difettasse il dono del governo lo si era capito man mano che sceglieva i suoi collaboratori. La prima cerchia, a lui più vicina, definita perfidamente ‘gli intimi di Carinzia’, venne alla ribalta quando i componenti della cricca trasformarono il Motu proprio Summorum Pontificum in un manifesto delle loro superbe ignoranze barocche in materia di dottrina e liturgia”.

Non dubito della buona fede del Card.  Müller, ma dubito che il porporato dica tutta la verità sugli eventi da lui criticati. 


martedì 22 febbraio 2022

UNO "STRANO" DECRETO

 


 

 

DECRETUM

 

Sanctus Pater Franciscus, omnibus et singulis sodalibus Instituti vitae consecratae “Fraternitas Sancti Petri” nuncupati, die 18 iulii 1988 erecti et a Sancta Sede pontificii iuris declarati, facultatem concedit celebrandi sacrificium Missae, sacramentorum necnon alios sacros ritus, sicut et persolvendi Officium divinum, iuxta editiones typicas librorum liturgicorum, scilicet Missalis, Ritualis, Pontificalis et Breviarii, anno 1962 vigentium.

 

Qua facultate uti poterunt in ecclesiis vel oratoriis propriis, alibi vero nonnisi de consensu Ordinarii loci, excepta Missae privatae celebratione.

 

Quibus rite servatis, Sanctus Pater etiam suadet ut sedulo cogitetur, quantum fieri potest, de statutis in litteris apostolicis motu proprio datis Traditionis Custodes.

 

Datum Romae, Sancti Petri, die XI mensis Februarii, in memoria Beatae Mariae Virginis de Lourdes, anno MMXXII, Pontificatus Nostri nono.

 

Franciscus

 

 

 

Secondo questo Decreto, gli Istituti come la Fraternità Sacerdotale San Pietro non sono tenuti all’osservanza delle disposizioni generali del Motu proprio Traditionis custodes, poiché l’uso dei libri antichi è all’origine della loro esistenza ed è previsto dalle loro Costituzioni.

 

Il Decreto è stato reso pubblico dalla suddetta Fraternità e si può leggere nel blog Messainlatino. Attendiamo che sia pubblicato ufficialmente negli Acta Apostolicae Sedis… Nel frattempo, noto che il testo è redatto alla terza persona, ma si conclude con la firma di papa Francesco! Forma parte del Decreto, e quindi della sua osservanza, l’esortazione che, nella misura del possibile, sia preso in adeguato conto quanto stabilito nel Motu proprio Traditionis custodes, cosa che sembra contradire quanto detto prima. Insomma, uno “strano” Decreto.     

sabato 24 luglio 2021

LE APORIE DI “SUMMORUM PONTIFICUM”

 





 

In questo blog e altrove, ho più volte segnalato i punti deboli o, mi si permetta di chiamarli, le “aporie” del Motu proprio “Summorum Pontificum” [SP] con la Lettera ai vescovi che l’accompagna. Dopo la pubblicazione del Motu proprio “Traditionis custodes”, queste aporie acquistano una maggior evidenza.

1. Si afferma che il Messale del 1962 “non fu mai giuridicamente abrogato”. E’ un’affermazione che contraddice quanto ripetutamente aveva detto Paolo VI. D’altra parte, esiste il Pontificio Consiglio per i testi legislativi, “la cui funzione consiste soprattutto nella interpretazione delle leggi della Chiesa”, e non consta che questo Consiglio si abbia pronunciato al riguardo.

2. Si riconosce, citando SC 22, che “ogni vescovo è il moderatore della liturgia nella propria diocesi”. D’altra parte però si sottrae al vescovo la possibilità di regolare l’uso del Messale del 1962. A tal punto che la Conferenza dei vescovi della Francia nella risposta al formulario sull’applicazione del Motu proprio SP inviato dalla Congregazione per la dottrina della fede, dice, tra l’altro, che “l’autorità dei vescovi su queste comunità (che celebrano col Messale del 1962) è quasi nulla”.

3. SP introduce accanto alla “forma ordinaria” del rito romano (la riforma di Paolo VI) una “forma straordinaria” dello stesso rito romano (la liturgia del 1962). Rimane incomprensibile come due Liturgie, con ordinamento di letture diverso, calendari differenti, testi diversi nei Tempi centrali dell’Anno liturgico, come cioè due forme espressive diverse della lex orandi possano realmente armonizzarsi con una lex credendi della Chiesa. Ciò si può sostenere soltanto se non è il rito in se ma il significato del rito a confrontarsi con la lex orandi. In questo modo verrebbe meno una visione teologica che è maturata nel corso del Movimento liturgico e svanirebbe una fattiva acquisizione della teologia liturgica postconciliare.

4. Si afferma che “le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda”. Affermazione ambigua che qualche anno fa ha ispirato ad un Emmo. Cardinale la proposta di aggiungere nell’offertorio del Messale paolino le preghiere (ad libitum) dell’offertorio del Messale del 1962.

5. “Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande”. Questa solenne affermazione, come è stato notato anche recentemente, è un principio che scatena una vera e propria anarchia, perché si può applicare non solo al Messale del 1962, ma ad altre espressioni rituali precedenti. Infatti, è noto che alcuni gruppi che adoperano il Messale del 1962 non accettano il Triduo pasquale riformato da Pio XII in esso inserito e, nell’occasione, adoperano una edizione del Messale anteriore a tale riforma.

6. Sembra chiaro che i criteri con cui la Lettera del 7 luglio 2007 giustifica il ripristino della liturgia del 1962 sono di carattere soggettivo (desiderio, forma a loro cara, sentirsi attirati, forma appropriata per loro…). Diverso è il criterio che il card. Joseph Ratzinger nel 2001, al tempo Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, esprimeva quando affermava: “Se l'ecclesialità diventa una questione di libera scelta, se ci sono nella Chiesa delle chiese rituali scelte secondo un criterio soggettivo, questo diventa un problema. La Chiesa è costruita sui vescovi secondo la successione apostolica, nella forma di Chiese locali, quindi con un criterio oggettivo. Io mi trovo in questa Chiesa locale e non cerco i miei amici, incontro i miei fratelli e le mie sorelle; i fratelli e le sorelle non si cercano, si incontrano” (Autour de la question liturgique. Avec le Cardinal Ratzinger, Actes des Journées liturgiques de Fontgombault 22-24 Juillet 2001, Association Petrus a Stella, Fontgombault, 2001). Permettere di scegliere “à la carte” la propria tradizione rituale è un modo di ferire gravemente l’unità e la struttura della Chiesa. Il problema non è solo rituale, ma ecclesiologico.

 

 

 

lunedì 5 luglio 2021

"SUMMORUM PONTIFICUM" 14 ANNI DOPO (7 luglio 2007 - 7 luglio 2021)


 


 

In aprile del 2020, la Congregazione per la dottrina della fede inviò a tutti i vescovi della Chiesa un questionario con una serie di domande sull’applicazione del Motu proprio Summorum Pontificum. Le risposte dei vescovi dovevano arrivare a Roma prima del mese di agosto dello stesso 2020. Recentemente, il lunedì dopo la Pentecoste (24 maggio 2021), papa Francesco in un incontro con la Conferenza dei vescovi italiani, ha comunicato che si sta lavorando nella redazione di un documento per reinterpretare Summorum Pontificum. Per quanto si è potuto sapere, si tratterebbe di dare maggiore autorità in materia ai vescovi. D’altra parte, Benedetto XVI nella Lettera che accompagnava la pubblicazione del Motu proprio, riconosceva che “ogni vescovo è moderatore della liturgia nella propria diocesi” e, al riguardo, citava Sacrosanctum Concilium 22. La Commissione Ecclesia Dei, invece, nell’Istruzione con cui applicò il Motu proprio (30.04.2011), sembra interpretare il documento sottolineando l’autonomia del singolo sacerdote nei confronti del vescovo (così, ad esempio, nel n. 23 dell’Istruzione).

L’autorità del vescovo in materia liturgica è uno dei punti deboli di Summorum Pontificum e della sua applicazione, come dimostra la risposta della Conferenza dei vescovi di Francia al questionario della Congregazione per la dottrina della fede. Infatti, la critica principale che i prelati fanno ai gruppi che celebrano secondo la forma straordinaria del rito romano la possiamo riassumere con queste parole: Dà l’impressione che la liturgia è una questione di gusto personale; le sensibilità liturgiche prevalgono sulla comunione ecclesiale; l’eucaristia che dovrebbe unire, divide. In questo modo si favorisce la formazione di una Chiesa parallela e l’autorità del vescovo in queste comunità è praticamente nulla.

Noto che lo stesso card. Joseph Ratzinger nel 2001, al tempo Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, esprimeva gli stessi principi dottrinali quando affermava: “Se l'ecclesialità diventa una questione di libera scelta, se ci sono nella Chiesa delle chiese rituali scelte secondo un criterio soggettivo, questo diventa un problema. La Chiesa è costruita sui vescovi secondo la successione apostolica, nella forma di Chiese locali, quindi con un criterio oggettivo. Io mi trovo in questa Chiesa locale e non cerco i miei amici, incontro i miei fratelli e le mie sorelle; i fratelli e le sorelle non si cercano, si incontrano[1].

Il vaticanista Marco Ansaldo, nel suo libro Un altro Papa. Ratzinger, le dimissioni e lo scontro con Bergoglio, è molto severo con Benedetto XVI e il suo entourage quando afferma: “Che a papa Benedetto XVI difettasse il dono del governo lo si era capito man mano che sceglieva i suoi collaboratori. La prima cerchia, a lui più vicina, definita perfidamente ‘gli intimi di Carinzia’, venne alla ribalta quando i componenti della cricca trasformarono il Motu proprio Summorum Pontificum in un manifesto delle loro superbe ignoranze barocche in materia di dottrina e liturgia[2].

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] “Si l’ecclésialité devient une question de choix libre, s’il y a dans l’Eglise des églises rituelles choisies selon un critère de subjectivité, cela crée un problème. L’Eglise, est construite sur les évêques selon la succession des apôtres, dans la forme des Eglises locales, donc avec un critère objectif. Je suis dans cette Eglise locale et je ne cherche pas mes amis, je trouve mes frères et mes sœurs; et les frères et les sœurs, on ne les cherche pas, on les trouve” ( Autour de la question liturgique. Avec le Cardinal Ratzinger, Actes des Journées liturgiques de Fontgombault 22-24 Juillet 2001, Association Petrus a Stella, Fontgombault, 2001).

[2] Marco Ansaldo, Un altro Papa. Ratzinger, le dimissioni e lo scontro con Bergoglio, Rizzoli 2020, 57-58.    


lunedì 25 gennaio 2021

I VESCOVI FRANCESI SULL’APPLICAZIONE DI “SUMMORUM PONTIFICUM”





Il blog Paix-liturgique.org ha reso noto un documento della Conferenza dei vescovi di Francia. Si tratta della Sintesi dei risultati della Consultazione sull’applicazione del Motu proprio “Summorum Pontificum chiesta dalla Congregazione per la dottrina della fede in aprile dell’anno 2020.

 

Riproduco in seguito la traduzione dell’ultima “sintesi” del documento:

 

“La pubblicazione del Motu proprio “Summorum Pontificum” è espressione di una lodevole intenzione che, però, non ha dato i frutti attesi. Se il documento fa onore a un principio di realtà, oggi appare sempre più necessario un instancabile lavoro di unità. Le promesse di un vicendevole arricchimento delle due forme dell’unico rito romano sono rimaste largamente rudimentali. La reciproca diffidenza ha avuto un effetto sterilizzante. 

L’applicazione del Motu proprio non ha onorato pienamente la cura per l’unità della Chiesa. La sua attuazione pone dei problemi ecclesiologici più che liturgici”. 

Vedi il testo completo in:

https://www.paix-liturgique.org/securefilesystem/202012SyntheseCEFSummorumPontificium.pdf

 

 



lunedì 6 luglio 2020

LA COESISTENZA DI DUE FORME DELLO STESSO RITO ROMANO E’ UN PROBLEMA ECCLESIOLOGICO




Nel 2001, il card. J. Ratzinger si esprimeva in questi termini:

“Si l’ecclésialité devient une question de choix libre, s’il y a dans l’Eglise des églises rituelles choisies selon un critère de subjectivité, cela crée un problème. L’Eglise, est construite sur les évêques selon la succession des apôtres, dans la forme des Eglises locales, donc avec un critère objectif. Je suis dans cette Eglise locale et je ne cherche pas mes amis, je trouve mes frères et mes sœurs; et les frères et les sœurs, on ne les cherche pas, on les trouve”. 

“Se l’ecclesialità diventa una questione di libera scelta, se ci sono nella Chiesa delle chiese rituali scelte secondo un criterio di soggettività, ciò crea un problema. La Chiesa, è costruita sui vescovi secondo la successione degli apostoli, nella forma di Chiese locali, quindi con un criterio oggettivo. Io sono in questa Chiesa locale e non cerco i miei amici, trovo i miei fratelli e le mie sorelle; e i fratelli e le sorelle, non si cercano, ma si trovano”.
(Cfr. Autour de la question liturgique. Avec le Cardinal Ratzinger, Actes des Journées liturgiques de Fontgombault 22-24 Juillet 2001, Association Petrus a Stella, Fontgombault, 2001).

Il 7 luglio del 2007, Benedetto XVI, nella lettera che accompagna il Motu proprio “Summorum Pontificum”, dice tra l’altro:

“Molte persone, che accettavano chiaramente il carattere vincolante del Concilio Vaticano II e che erano fedeli al Papa e ai Vescovi, desideravano tuttavia anche ritrovare la forma, a loro cara, della sacra Liturgia…”
“… anche giovani persone scoprono questa forma liturgica [Messale del 1962], si sentono attirate da essa e vi trovano una forma particolarmente appropriata per loro, di incontro con il Mistero della Santissima Eucaristia”.


Sembra chiaro che i criteri con cui la Lettera del 7 luglio 2007 giustifica il ripristino della liturgia del 1962 sono di carattere soggettivo (desiderio, forma a loro cara, sentirsi attirati, forma appropriata per loro…), e ciò, come diceva il card. Ratzinger nel 2001, crea un problema (“cela crée un problème”). E il problema, come dice lo stesso Ratzinger e ho detto io più volte in questo blog e altrove, è di carattere ecclesiologico.


mercoledì 24 giugno 2020

“Oltre Summorum Pontificum” e autorità episcopale. Le perplessità di J. Ratzinger nel 2001 e le nuove possibilità di oggi




Pubblicato il 24 giugno 2020 nel blog: Come se non

Nell’anno 2001, in un Convegno svoltosi nell’Abbazia di Fontgombault,alla quale partecipava anche il prof. R. De Mattei, J. Ratzinger, allora Cardinale Prefetto della Congregazione della Fede, sosteneva che l’auspicabile estensione del rito tridentino nell’uso ecclesiale doveva essere temperata dalla garanzia episcopale della unità liturgica nella diocesi1. Nelle parole di quasi 20 anni fa, che delineavano un ampio quadro di possibili sviluppi futuri, era molto chiara la difficoltà teorica e pratica di una soluzione che prevedesse “forma parallele” del medesimo rito romano. Vale la pena leggere integralmente un passo di quel testo, dedicato a soppesare adeguatamente la questione delle competenze episcopali a garanzia della unità della Chiesa (sottolineo le espressioni più significative):
Il reste, d’autre part, quand même un problème: comment régler l’usage des deux rites ? Il me semble clair que, dans le Missel de Paul VI est le Missel en vigueur, et que son usage est normal. On doit donc étudier de quelle manière permettre et conserver pour l’Eglise le trésor de l’ancien Missel.
J’ai souvent parlé dans le même sens que notre ami Spaemann : s’il y avait le rite dominicain, s’il y avait – et il y a encore – le rite milanais, pourquoi pas aussi le rite – disons – « de saint Pie V » ?Mais il y a un problème très réel : si l’ecclésialité devient une question de choix libre, s’il y a dans l’Eglise des églises rituelles choisies selon un critère de subjectivité, cela crée un problème.
L’Eglise, est construite sur les évêques selon la succession des apôtres, dans la forme des Eglises locales, donc avec un critère objectif. Je suis dans cette Eglise locale et je ne cherche pas mes amis, je trouve mes frères et mes sœurs; et les frères et les sœurs, on ne les cherche pas, on les trouve. Cette situation de non arbitrarité de l’Eglise dans laquelle je me trouve, qui n’est pas une église de mon choix mais l’Eglise qui se présente à moi, est un principe très important. Il me semble que les lettres de saint Ignace vont très fortement dans cette ligne que cet évêque c’est l’Eglise; ce n’est pas mon choix, comme si j’allais avec tel groupe d’amis ou avec tel autre; je suis dans l’Eglise commune, avec les pauvres, avec les riches, avec les personnes sympathiques et non sympathiques, avec les intel¬lectuels et les stupides; je suis dans l’Eglise qui me précède.Ouvrir maintenant la possibilité de choisir son Eglise, « à la carte », cela pourrait réellement blesser la structure de l’Eglise.
On doit donc chercher – il me semble – un critère non subjectif, pour ouvrir la possibilité de l’ancien Missel. Cela me semble très simple s’il s’agit d’abbayes : c’est une bonne chose; cela correspond aussi à la tradition selon laquelle il y avait des ordres avec un rite spécial, par exemple les dominicains. Donc des abbayes qui garantissent la présence de ce rite, ou aussi des communautés comme les dominicains de saint Vincent Ferrier, ou d’autres communautés religieuses, ou aussi des fraternités : cela me semble être un critère objectif. Naturellement, le problème se complique avec les fraternités, qui ne sont pas des ordres religieux, mais des communautés de prêtres non diocésains et cependant exerçant dans les paroisses. Peut-être, la paroisse personnelle est une solution, mais n’est pas non plus sans problème. En tout cas, le Saint-Siège doit ouvrir à tous les fidèles cette possibilité de conserver ce trésor, mais d’autre part, il doit aussi conserver et respecter la structure épiscopale de l’Eglise“.
Ad una analisi attenta non sfugge come questo testo, 20 anni fa, prefigurasse molto efficacemente i rischi di quella “condizione di eccezione” che è venuta a crearsi proprio a partire dal MP Summorum Pontificum e che oggi è oggetto di ampia riconsiderazione ecclesiale. Analizziamo con cura il ragionamento proposto:
 a) se si ammettesse la “vigenza contemporanea” di due forme ritualidiverse, occorrerebbe assicurare che la relazione tra i due riti non intervenga a “minare” l’unità della Chiesa
b) Le soluzioni “classiche” – che lo stesso Ratzinger sembra confessare di aver condiviso – non sembrano essere sufficienti a risolvere la questione: il fatto che esista un “rito domenicano” o un “rito ambrosiano” non supera la questione che così viene formulata: “se la ecclesialità diventa una questione di libera scelta, se nella Chiesa vi sono chiese rituali scelte con criteri soggettivi, ciò costituisce un problema”.
 c) Permettere di scegliere “à la carte” la propria tradizione rituale sarebbe un modo di ferire gravemente l’unità e la struttura della Chiesa.
 d) La possibilità di attingere ai tesori del rito antico non può aggirare questo ostacolo, che non si lascia superare neppure da logiche monastiche o religiose. La Santa Sede – dice nel 2001 J. Ratzinger – deve assicurare ai fedeli la possibilità di attingere a questa ricchezza, ma deve anche conservare e rispettare la struttura episcopale della Chiesa.
 Qualche anno dopo SP abolirà le logiche dell’indulto del 1984 e del 1988 – che attribuivano all’autorità episcopale locale la possibilità di concedere le autorizzazione necessarie per fare eccezione ad una regola chiara. Tale logica si fondava appunto sulla ammissione che un solo rito è vigente, mentre un altro ha una praticabilità limitata, problematica e condizionata, che fa eccezione alla sua normale condizione di “rito non più in vigore”. Aver modificato la logica, sostituendola con il parallelismo tra due “usi” (o forme) del medesimo rito, pone oggi di nuovo la questione: come potranno i vescovi assicurare la comunione ecclesiale sul piano liturgico, discernendo tra uso ordinario e uso extra-ordinario? In che modo potranno impedire che si crei un biritualismo conflittuale e che si introducano così divisioni, dissidi e incomprensioni nel corpo ecclesiale, non solo in ambito liturgico, ma anche nella catechesi, nella formazione, nella testimonianza, nella carità? Il dettato del documento rimane sul tema molto vago – per non dire insensibile -, attribuendo per di più una competenza dirimente – che scavalca le competenze ordinarie della Congregazione per il Culto – alla Commissione Ecclesia Dei,oggi trasferite alla Congregazione per la Dottrina della Fede.
 A distanza di 20 anni da quel discorso e a 13 anni da SP, oggi è possibile riconsiderare la fondatezza di quell’avvertimento, per sostituire alla soluzione precaria del “parallelismo rituale” una vera “riconciliazione liturgica”, che assicuri all’unico rito comune tutta la ricchezza che la tradizione liturgica ha saputo elaborare, per essere fedele non solo al suo passato, ma anche al suo futuro.
Rispetto a quel testo si possono fare solo tre ulteriori osservazioni:
 a) La logica dell’indulto è rimedio “in extremis”. E’ una via “sempre possibile”, che non si può mai escludere e che permette di “derogare” ad una norma generale con una eccezione, che il Vescovo locale può stabilire. Ma, di fatto, è un rimedio sempre “a posteriori”, che non affronta veramente la questione della riconciliazione.
 b) Alla luce degli sviluppi contrastati e non pacificati di questi 20 anni, la assunzione di una “pacificazione” davvero “oltre SP” – ma anche oltre la via brevior dell’indulto – deve escludere la via del parallelismo delle forme rituali ordinarie/extraordinarie (o delle normative generali/eccezionali) per assicurare una “comunione rituale” che valorizzi le polarità interne alla tradizione liturgica comune, ossia quelle tra linguaggi verbali e non verbali, tra espressione e silenzio, tra movimento e stasi, tra dicibile e indicibile, tra assunzione della iniziativa e perdita della iniziativa, tra azione e passione.
 c) Il nuovo modo di pensare la “ars celebrandi” – non solo come “obbedienza alle rubriche”, ma come “attivazione di tutti i linguaggi” – è il luogo della comunione rituale del cristiano con il suo Signore, nella chiesa. Le due definizioni di ars celebrandi – che si trovano in “Sacramentum Caritatis” ai nn. 38 e 40 – proprio nella loro differenza armonica aprono un nuovo orizzonte alla pax liturgica.
1Cfr. Autour de la question liturgique. Avec le Cardinal Ratzinger, Actes des Journées liturgiques de Fontgombault 22-24 Juillet 2001, Association Petrus a Stella, Fontgombault, 2001.