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venerdì 15 maggio 2026

ASCENSIONE DEL SIGNORE (A) – 17 maggio 2026 Messa del giorno

 



 

 

At 1,1-11; Sal 46 (47); Ef 1,17-23; Mt 28,16-20

 

 

L’ascensione di Cristo al cielo è il momento culminante della Pasqua del Signore: il suo trionfo e la sua glorificazione personale dopo l’apparente disfatta della morte in croce. Con la sua ascensione, Cristo è stabilito re dei secoli, Signore dell’universo, sacerdote e mediatore unico tra Dio e gli uomini, capo del suo corpo mistico (cf. seconda lettura).

 

Il racconto dell’evento dell’ascensione del Signore è affidato alla prima lettura, costituita dai versetti iniziali degli Atti degli Apostoli. Tuttavia, la preoccupazione maggiore dei brani della Scrittura che vengono proposti oggi alla nostra attenzione è di dare indicazioni sul senso del tempo che noi stiamo vivendo tra l’ascensione del Signore e il suo ritorno alla fine dei tempi. San Paolo nella seconda lettura parla della speranza che l’ascensione di Cristo inaugura. Cristo, entrando nel mondo di Dio, rende accessibili a tutti noi le realtà divine. Guidati da questa speranza, siamo in grado di valutare in modo giusto le realtà terrene. Gesù è passato in mezzo a tutte queste realtà del mondo tenendo fisso lo sguardo verso il Padre, senza deviare dalla strada della sua missione. La solennità dell’Ascensione è certamente un invito a guardare in alto e lontano, oltre le lotte e i limiti del tempo presente, ma non certo per restare inoperosi nella contemplazione di quel mondo che è oltre il tempo e lo spazio. Il “cielo” è una nostalgia giusta, una promessa sicura, perché Cristo lo ha reso accessibile, ma non per questo deve far dimenticare il cammino che dobbiamo percorrere perché diventi una concreta realtà per tutti noi. Il cielo diventa alienazione e inganno se ci distoglie dalle sue premesse nella storia, dai nostri compiti attuali. Il messaggio cristiano non è evasione religiosa, disimpegno del quotidiano, fuga dalla realtà. Il messaggio cristiano è il lievito che deve trasformare la realtà quotidiana indirizzandola verso il traguardo di Dio. Perciò questo messaggio è destinato ad essere annunciato a tutti gli uomini.

 

Infatti, Gesù congedandosi dei discepoli, li invia in missione. Il breve brano del vangelo d’oggi è tutto incentrato su queste parole di Gesù: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque a fare discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Se il fatto della missione rende la Chiesa apostolica, cioè inviata nel mondo, i destinatari la rendono cattolica, cioè universale. Una caratteristica quest’ultima che si rende visibile quando la comunità cristiana non appare chiusa in sé stessa, autoreferenziale, ma aperta a tutti, veramente incarnata in ogni situazione e travaglio umano, totalmente presente al mondo per il suo servizio. Solo allora il termine cattolica acquista il suo pieno senso. La missione della Chiesa ha il compito di incontrare l’uomo e di condurlo al di là di sé stesso, a Cristo. Il ritorno di Cristo al Padre inaugura quindi il cammino della Chiesa e della sua missione nel mondo per condurre tutti gli uomini con Cristo al Padre.

 

Nell’eucaristia la Chiesa pellegrina sulla terra riaccende continuamente la speranza della patria eterna (cf. orazione dopo la comunione).

 

domenica 10 maggio 2026

LA PREGHIERA LITURGICA

 



La Chiesa trasmette a ciascuno la lingua materna cristiana e, con essa, la preghiera che ha ricevuto dal Signore con tutto ciò che questo comporta. In questo modo si fa riferimento al rito della "traditio" o consegna al catecumeno del Padrenostro, come simbolo e compendio della preghiera della Chiesa. Questo rito ricorda che i cristiani, che hanno ricevuto lo spirito di adozione a figli, possono indirizzarsi a Dio Padre con il "noi" ecclesiale.

Autocomprendersi nel momento della preghiera come Chiesa, significa aprirsi ad un orizzonte più ampio di quello semplicemente individuale e soggettivo. Certamente, la preghiera liturgica non esige la rinuncia al proprio io, alla propria storia e originalità personali, richiede però che il credente si sappia situare in un orizzonte più ampio e in atteggiamento di apertura e di dialogo. Si può affermare che quando il soggetto si esprime con il "noi" tipico della liturgia, allora vive la dimensione completa di se stesso: solo nella comunione egli è fino in fondo se stesso autenticamente. La celebrazione cristiana, al tempo stesso che rispetta il nostro "io", ci educa a crescere nella dimensione del "noi" comunitario.

 

venerdì 8 maggio 2026

DOMENICA VI DI PASQUA (A) – 10 maggio 2026

 


 

 

At 8,5-8.14-17; Sal 65 (66); 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21


La domenica odierna comincia a preparare la solennità della Pentecoste, annunciando il dono dello Spirito Santo. Gesù, tornando al Padre, non lascia soli coloro che credono in Lui. Rimane tra loro in una forma nuova, tramite “un altro Paraclito”, “lo Spirito della verità” (vangelo). Questo Spirito è comunicato mediante il ministero degli apostoli a coloro che credono in Cristo (prima lettura), perché li sostenga e li animi edificandoli in comunità viva, capace di rendere ragione della propria fede (seconda lettura).

Gesù risorto non rinnega la solidarietà con gli uomini. La sua morte e risurrezione segnano il passaggio da una presenza visibile ma esteriore a una presenza interiore, meno palpabile dai sensi ma non per questo meno reale ed efficace. Questa presenza è realizzata dallo Spirito Santo, dono del Padre, che rimane con i discepoli di Gesù per sempre. Il compito dello Spirito viene indicato dai due nomi che nel vangelo d’oggi riceve: “Paraclito”, che in greco significa “Consolatore”, e “Spirito della verità”.

Cominciamo dal secondo titolo: “Spirito della verità”. La verità che lo Spirito dona non è certamente un insieme di affermazioni categoriche o un elenco dottrinario, ma quella verità che emerge dall’amore. La verità di cui parla il vangelo di san Giovanni è la rivelazione dell’amore del Padre per noi, che si concretizza nello stesso Gesù. È Lui la verità! Lo Spirito appare quindi come colui che introduce nella piena conoscenza di Cristo, che ci insegna ad amarlo e a servirlo. Chi non crede che Gesù è la rivelazione dell’amore del Padre, rimane nel suo cuore ermeticamente chiuso ad ogni influsso dello Spirito Santo. Coloro invece che credono in Gesù, con il dono dello Spirito, sono chiamati ad una intimità ancora maggior con Gesù: Egli non solo è “vicino” a loro, ma è veramente “in loro”.  Questo Spirito, poi, è il “Paraclito”. Il termine proviene dal linguaggio giuridico greco e indica uno che viene “chiamato vicino” ad un accusato perché lo aiuti e lo difenda. Da questo significato proviene quello derivato di “Consolatore”. Solo san Giovanni usa questo termine per indicare sia lo Spirito Santo (14,16.26; 15,26; 16,7) sia Gesù stesso (1Gv 2,1). Quindi il Paraclito è, al pari di Gesù, un “altro Consolatore”. Lo Spirito Santo è quindi dato a nostra difesa, a sostegno cioè del nostro compito di testimonianza nel mondo, affinché siamo sempre pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi (cf. 1Pt 3,15).      

Caratteristica propria dello Spirito Santo è quella di essere “il dono” per eccellenza. L’azione dello Spirito è essenzialmente “dono di sé”. Rendersi perciò conto della sua presenza in noi significa prendere coscienza che la nostra esistenza è avvolta dalla presenza premurosa di Dio e questo fatto, se viene recepito a fondo, è capace di trasfigurare profondamente la vita intera. La dolcezza e la tenerezza che furono del Cristo sono anche dello Spirito che spesso nella tradizione è stato evocato con immagini materne. L’azione dello Spirito è quella di creare in noi una sorgente di vita per gli altri, capace di generare e dare vita.

 

 

domenica 3 maggio 2026

LA VITA INTERIORE

 



 

Quando parlo di vita interiore non parlo dei flussi gastrointestinali, tanto meno di psiche e suoi derivati, per quanto importanti. Mi riferisco alla parte più interiore del nostro essere, quella spirituale. L’uomo, nella prospettiva cristiana, come spiega san Paolo, è corpo, anima e spirito, ma l’ultimo (in particolare da Cartesio in poi) non lo consideriamo minimamente…, è la dimensione più intima e decisiva del nostro essere, dove prendiamo le scelte più importanti e dove solo Dio può parlarci. E allora la mia vita di fede non ha a che fare solo con ciò che faccio, ma anche e soprattutto con ciò che penso. I miei pensieri – intesi nel senso più profondo del termine – sono importantissimi. Un poeta dei nostri giorni, Franco Arminio diceva: “Il nero dell’Italia di oggi non è il fascismo, ma la depressione. Ci sono milioni di italiani in pigiama. C’è gente che finisce la sua giornata prima di cominciarla. Esistono lavori usuranti, ma esistono anche riposi usuranti. Abbiamo milioni di pensionati in buona salute, a cui nessuno sa cosa chiedere. Milioni di giovani senza lavoro e molto spesso senza utopie. […] Basta guardare le facce che ci sono in giro. È come se fosse sceso un velo sulle facce. La scontentezza fa più danni del colesterolo”.

Perché siamo così scontenti? In una generazione che ha ereditato la morte di Dio, la risposta sembrerebbe scontata. Eppure, nemmeno i cristiani se la passano bene: persino fra moltissimi praticanti quel velo spesso resta, manifestazione di una tristezza strisciante che svuota, spegne, indebolisce, immobilizza. Quasi a dire: “Gesù è risorto, ok… ma io sto a pezzi!”.

Chiamati a essere dei re, assomigliamo molto a Théoden de Il Signore degli anelli: sembriamo invecchiati, impauriti e immobili sul nostro tono quotidiano, ascoltando continuamente il nostro personalismo Vermilinguo con i suoi suggerimenti mortiferi, che sono i nostri pensieri ossessivi di giudizio, condanna, disperazione.

 

Fonte: Nicola Commisso, Manco le basi. Piccolo manuale di introduzione alla fede cattolica. Prefazione di Costanza Mariano, Il Timone, Milano 2025, pp. 188-189.

venerdì 1 maggio 2026

DOMENICA V DI PASQUA (A) – 3 maggio 2026

 



 

 

At 6,1-7; Sal 32 (33); 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

 

La lettura evangelica propone un brano del discorso di addio pronunciato da Gesù nel contesto dell’ultima Cena. Gesù parla della sua dipartita da questo mondo e del suo ritorno alla casa del Padre, dove va a preparare un posto anche per i suoi discepoli. San Tommaso desidera conoscere la via per arrivare al luogo dove Gesù afferma che sta per andare. Gesù risponde di essere lui stesso la via, ma non solo: egli aggiunge che è anche la verità e la vita. Queste parole non devono essere interpretate in modo astratto. Gesù propone la propria persona, il proprio messaggio come ciò che rende “vero” il nostro sguardo su di noi stessi, che dà autenticità ai nostri desideri più profondi, che dona cioè senso e vigore alla vita e la riempie di speranza e di un orizzonte aperto, duraturo, eterno e per questo degno di essere ricercato e perseguito.  Gesù morto e risorto è la via unica che conduce al Padre, la verità che illumina, la vita eterna che ci viene donata già ora nel nostro cammino verso la gloria definitiva. Insomma, Gesù è la via per giungere alla vera vita, ossia alla verità della vita.

 

Dinanzi a questi discorsi, Filippo taglia corto e dice a Gesù: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. La risposta di Gesù è sorprendente: “Chi ha visto me ha visto il Padre”. Filippo cerca una visione, una apparizione. Gesù gli ricorda che solo lui, nella sua concreta umanità, è il luogo in cui si può scorgere la realtà di Dio. In lui il Dio invisibile si è fatto visibile, conoscibile raggiungibile. È dunque osservando l’umanità di Gesù (parole e opere) che si può comprendere chi è Dio.

 

La seconda lettura riprende e sviluppa la stessa dottrina della centralità di Cristo nella nostra vita; lo fa adoperando un’altra immagine, quella della “pietra”. San Pietro paragona la comunità dei credenti ad un “edificio spirituale, per un sacerdozio santo…”, fondato su Cristo “pietra d’angolo” dell’edificio. Con la sua risurrezione, Cristo si è mostrato davanti agli uomini come roccia su cui fondare l’edificio di una nuova comunità, quella dei credenti in Lui, che sono a loro volta chiamati “pietre vive”. Per coloro invece che rifiutano Cristo quale pietra angolare, essa diventa “sasso d’inciampo e pietra di scandalo”.

 

Della nuova comunità fondata su Cristo, che è la Chiesa, e dei suoi primi passi nella storia, parla la prima lettura. Si tratta di una comunità che, pur nelle sue contraddizioni e tensioni, vive in atteggiamento di “servizio” (servizio della Parola e servizio dei poveri) ad esempio di colui che ha detto: “Il Figlio dell’uomo non è venuto a farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45). In questo modo, la Chiesa, quale strumento di salvezza, è chiamata a rendere presente ed operante, nel tempo e nel mondo, la grazia del Risorto, di colui che è il solo Salvatore, la via unica che conduce al Padre.

 

La funzione mediatrice di Cristo e il carisma sacerdotale della Chiesa trovano il loro esercizio privilegiato nella celebrazione eucaristica. Qui avviene il misterioso scambio di doni che rende possibile la comunione con Dio, unico e sommo bene. Nella celebrazione eucaristica si verifica quel processo che ci fa passare “dalla nativa fragilità umana alla vita nuova nel Cristo risorto” (orazione dopo la comunione).

 

domenica 26 aprile 2026

DALLA MENSA A L’ALTARE

 



I discepoli di Gesù, scrive Minucio Felice nell’Ottavio, non hanno “né templi né altari ma assemblee e mense”. Agli occhi del cristianesimo antico un ‘altare’ è proprio l’elemento emblematico di una religione idolatrica e sacrificale. La logica dello scambio simbolico, che fonda il senso originario del sacrificio, può sempre trasformarsi in un sistema della contropartita. Gesù, in corrispondenza alla sua morte e in occasione di una cena, ha compiuto qualcosa che ha cambiato completamente di segno quella vecchia logica sacrificale.

Il sacrifico non è più quello che l’uomo deve accettare di perdere per rimanere nel gradimento divino, ma tutto quello che Dio accetta di impegnare pur di mantenere viva la sua amicizia con l’uomo.

La libertà religiosa dopo Costantino e le contestuali campagne edilizie che ‘istituzionalizzano’, pur con le sue varianti, la forma basilicale dell’edificio di culto cristiano assestano la mensa cristiana in una sua forma tipica, che progressivamente non si ha più paura a chiamare nuovamente ‘altare’. L’altare cristiano è luogo di quel sacrificio pasquale che lo stesso Cristo ha simbolizzato ritualmente nella grammatica del pasto liturgico. La vecchia ara del sacrificio e la mensa del pasto rituale sono perfettamente congiunti in una nuova concezione teologica.

L’altare è Cristo. Su di esso si rinnova un sacrificio trasmutato in convivio, segno di una dedizione disposta a perdere pur di salvare.

 

Fonte: Giuliano Zanchi, Dare luogo alla grazia. Sugli spazi della liturgia, Vita e Pensiero, Milano 2025, sintesi delle pp. 79-85.

venerdì 24 aprile 2026

DOMENICA IV DI PASQUA (A) – 26 aprile 2026

 



 

At 2,14a.36-41; Sal 22 (23); 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10

 

 

Nel brano del vangelo, Gesù si autodefinisce “buon pastore”. L’attesa di un “pastore” che sapesse guidare con giustizia il popolo era sempre stata viva in Israele (cf. Sal 22; Ez 34). Appropriandosi di questa immagine, Gesù intende presentarsi come il Messia atteso, autentica guida, in grado di salvare l’uomo, a differenza di qualsiasi altro, “ladro” e “brigante”. Gesù usa poi un’altra immagine di cui pure si appropria: “io sono la porta delle pecore”. Il tema della “porta” che dà accesso alle realtà celesti era frequente nella tradizione giudaica (cf., ad esempio, Gen 28,17). Gesù è quindi l’unica porta attraverso cui abbiamo accesso alla gloria: egli ci guida “ai pascoli eterni del cielo” (orazione dopo la comunione).

 

Gesù non fa derivare la sua autorità sull’uomo dal ricatto o da imposizioni di qualsiasi genere, ma, come dice san Pietro nella seconda lettura, dall’esempio che egli dà e dalla positività dei valori che propone: “Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme”. Il pastore cammina davanti alle sue pecore (cf. Gv 10,4), si pone alla loro testa e le guida dentro la realtà della storia.

 

Come si entra a far parte del gregge o della comunità di Gesù? Ce lo spiega la prima lettura, tratta dal discorso in cui san Pietro annuncia alla folla di Gerusalemme il Cristo morto e risorto. Alla domanda degli ascoltatori a Pietro e agli apostoli: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”, Pietro risponde indicando la triplice via che introduce nella Chiesa di Gesù: “Convertitevi”. Il pentimento o la conversione è la richiesta fondamentale. “Ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo”. L’essere battezzati nel nome di Gesù Cristo equivale ad essere inseriti nel mistero della sua persona e della sua opera. Dopo “riceverete il dono dello Spirito Santo”. Dal Signore risorto che dona lo Spirito nasce la comunità dei risorti. All’annuncio del vangelo, fa seguito la conversione, il battesimo e il dono dello Spirito. Solo così si forma parte della Chiesa. Di questa Chiesa, Cristo è porta di accesso ed è pastore che la guida. Quando, dopo la risurrezione, Gesù affida a Pietro la guida della sua comunità gli chiede, come unica condizione: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?” (Gv 21,15). Solo chi ama Gesù e agisce sotto il suo impulso può guidare correttamente la comunità cristiana verso i pascoli della vita. Non si tratta di un amore – sentimento, ma di un modo di pensare e di agire dove Gesù è il centro, la sorgente e lo scopo.

 

Cristo risorto esercita le sue funzioni di buon pastore soprattutto nell’eucaristia. Qui viene in mezzo a noi, ci nutre col pascolo della sua parola e soprattutto, con il suo corpo e il suo sangue. Qui ci dona l’abbondanza della vita.

 

domenica 19 aprile 2026

LA RIFORMA LITURGICA

 



 

Papa Leone XIV, attraverso il card. Pietro Parolin, Segretario di Stato, ha inviato una lettera, in occasione dell’assemblea plenaria di primavera della Conférence des Évêques de France (Lourdes, 23-27 marzo), nella quale invita a trovare “soluzioni concrete che permettano di includere generosamente le persone sinceramente legate al Vetus Ordo, nel rispetto delle linee guida stabilite dal Concilio Vaticano II in materia di Liturgia”. 

Nota: la legislazione non cambia. E' sempre quella stabilita dalla Lettera Apostolica Traditionis custodes (16 luglio 2021). Mi domando, poi, come si fa a celebrare con il cosiddetto Vetus Ordo “nel rispetto delle linee guida stabilite dal Concilio Vaticano II in materia di Liturgia”.

 

venerdì 17 aprile 2026

DOMENICA III DI PASQUA (A) – 19 aprile 2026

 



 

At 2,14a.22-33; Sal 15 (16); 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

 

Tra le letture che abbiamo ascoltato campeggia la stupenda pagina del vangelo di san Luca. Gesù si fa compagno di viaggio di due dei suoi discepoli che si allontanano da Gerusalemme dove hanno visto morire Gesù e fallire le loro aspettative. Sconfortati, fanno ritorno alla cittadina di Emmaus. Essi non hanno capito il mistero della croce. Avviliti e delusi, lasciano Gerusalemme e con essa ogni speranza in colui che fu il loro Maestro e che hanno fin qui seguito con grande entusiasmo. Le vicende dei giorni dolorosi della passione li hanno profondamente trasformati. Non capiscono e non credono più nelle parole di Gesù. Ma ecco che nel cammino si fa loro compagno di strada un misterioso personaggio senza rivelare la propria identità. È Gesù, il quale, dopo aver ascoltato le perplessità dei due discepoli, li guida attraverso una rilettura dei libri della Scrittura ad una comprensione degli avvenimenti dolorosi dei giorni passati. Le parole e la compagnia di Gesù riempiono il cuore dei discepoli di gioia e calore. Per questo essi pregano il loro compagno di viaggio di trattenersi con loro. Seduti a tavola, nel momento dello spezzare il pane, i due discepoli riconoscono in quel personaggio il loro Signore. Scomparso Gesù dalla loro presenza, i discepoli di Emmaus ritrovano la voglia di continuare insieme con gli altri compagni rimasti a Gerusalemme una vita di testimonianza e di annuncio del vangelo di Gesù.

 

La prima e la seconda lettura riprendono brani del discorso di san Pietro, in cui l’apostolo annuncia il mistero di Cristo morto e risorto. Passato il momento dello smarrimento, Pietro e gli altri discepoli annunciano con coraggio il vangelo di Gesù e le sue implicazioni nella vita di coloro che accolgono questo messaggio di salvezza. “Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni”. In questo mistero noi tutti siamo stati redenti affinché, liberati “dalla nostra vuota condotta”, cioè da una esistenza priva di significato e di valore, ritroviamo in Dio la nostra speranza.

 

Nei discepoli di Emmaus possiamo riconoscere noi stessi in continua ricerca della comprensione del mistero di Gesù. Come loro, anche noi siamo invitati a ripercorrere un cammino di fede attraverso l’ascolto della Parola che ci conduca a riconoscere il Risorto presente in mezzo a noi, in modo particolare nella partecipazione all’eucaristia, e, una volta riconosciuto, a far partecipi i nostri fratelli di questa esperienza.

 

La celebrazione eucaristica ripercorre ritualmente l’itinerario pedagogico scelto da Gesù per farsi riconoscere dai due discepoli delusi: Egli ci raccoglie attorno all’ascolto della Parola e spezza il pane per noi, perché sappiamo riconoscerlo e annunciarlo ai fratelli:

domenica 12 aprile 2026

IL LEZIONARIO DELLA MESSA NEL TEMPO PASQUALE

 



Più volte mi è stato chiesto perché nel tempo pasquale non si leggono testi dell’Antico Testamento. Il criterio che ha guidato il lavoro del Coetus XI per la riforma del Lezionario della Messa è doppio: pastorale, per promuovere “quella soave e viva conoscenza della sacra Scrittura” di cui parla la Costituzione Sacrosanctum Concilium, al n. 24; storico, che ha portato a tenere in considerazione le pericopi lette nella Messa nel corso dei secoli e nelle diverse tradizioni liturgiche. Nel nostro caso, il criterio scelto è stato quello storico, ovvero si è cercato di mantenere la scelta delle pericopi bibliche operata nel corso della storia delle varie tradizioni liturgiche.

La lettura degli Atti degli Apostoli al posto della lettura dell’Antico Testamento come prima lettura nel tempo pasquale è fondata nella tradizione occidentale (ambrosiana e ispano-visigotica o mozarabica) nonché in quella orientale, tradizione che manifesta bene come tutta la vita della Chiesa abbia inizio con la Pasqua.    

 

Per approfondire, cfr. Maurizio Barba – Elena Massimi, L’”Ordo Lectionum Missae” del Concilio Vaticano II. Storia della redazione attraverso studi e documenti inediti del “Coetus XI” (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” “Subsidia 208), pp. 203-209.

venerdì 10 aprile 2026

DOMENICA II DI PASQUA (A) – 12 aprile 2026 o della Divina Misericordia

 



 

At 2,42-47; Sal 117 (118); 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

 

 

Il brano evangelico parla di Tommaso che ha visto, ha contemplato i segni della passione sul corpo glorificato del Signore. Possiamo dire che in questi segni l’apostolo ha contemplato le meraviglie dell’amore misericordioso di Dio che, compiute nella storia antica, si riassumono tutte nell’evento mirabile della risurrezione del Signore.

 

Alla professione di fede nel Signore risorto si giunge attraverso un cammino che per i primi discepoli, in particolare per san Tommaso, è stato un cammino “difficile”. In questo contesto, siamo condotti a riscoprire e rinvigorire la nostra fede nella presenza del Risorto in mezzo a noi. Notiamo che l’apostolo Tommaso approda alla fede nella risurrezione del Signore quando ritrova la comunità, il gruppo dei discepoli. Da parte sua, la Chiesa è chiamata a rendere visibile la presenza di Cristo risorto testimoniando una vita di comunione a tutti i livelli, come la primitiva comunità cristiana di Gerusalemme di cui ci parla la prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli: in essa “l’unione fraterna” si esprime non solo nell’ascolto dell’insegnamento degli apostoli e nei momenti della preghiera e della celebrazione eucaristica, ma anche e inseparabilmente negli altri settori della vita. Vediamo infatti che coloro che erano venuti alla fede stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune. Diventiamo testimoni del Risorto nella misura in cui siamo capaci di stabilire con gli altri rapporti di comunione, di dedizione, di solidarietà a tutti i livelli. Non il prodigio, ma l’amore che si fa dono, condivisione, pane spezzato, è il vero miracolo che testimonia la presenza del Signore risorto nella storia degli uomini.

 

La seconda lettura è una esortazione alla perseveranza nella fede gioiosa, che ci fa pregustare la meta della nostra salvezza. Questa gioia è dono del Risorto. Nel giorno di Pasqua i discepoli sono passati dalla paura che li ha dispersi alla gioia che li ha rinsaldati nella comunione: san Tommaso (come prima i due discepoli di Emmaus) ritrova con la fede in Cristo la gioia della comunione con gli altri. La confessione di fede di Tommaso non esprime soltanto il riconoscimento ma l’appartenenza, la gioia, lo slancio e l’amore. Non dice “Signore Dio”, ma “il mio Signore e il mio Dio”.

 

Le parole di Gesù “beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” danno un particolare rilievo alla scena, la quale assume grande importanza, divenendo il punto di passaggio dalla visione alla testimonianza, dai segni all’annuncio. Si apre sul tempo della Chiesa. Credente è ora chi, superato il dubbio e la pretesa di toccare e vedere, accetta la testimonianza autorevole di chi ha veduto. Di fronte a Tommaso che vuol toccare e vedere per credere, Cristo Risorto non si tira indietro e lancia a noi la sfida: quanto la nostra vita di credenti, quanto la nostra vita di consacrati è credibile, tangibile? Le obiezioni del Tommaso di ieri come dei Tommaso di oggi sono ragionevoli, ci interpellano, vanno prese sul serio,

 

La celebrazione eucaristica ci dovrebbe aiutare a riconoscere Cristo presente nella comunità e a testimoniarlo ai fratelli con una degna condotta di vita. Il Risorto è con noi, verità fondamentale e fondante della nostra fede. Egli continua ad ammaestrarci mediante l’insegnamento degli apostoli, ritorna presente in mezzo a noi nella “frazione del pane”. A nostra volta noi lo incontriamo “nella preghiera” e gli rendiamo testimonianza mediante la comunione fraterna. Incontrare Cristo Risorto significa, in fondo, incontrare il proprio fratello, col quale Cristo ha voluto identificarsi.

 

domenica 5 aprile 2026

L’UOVO DI PASQUA

 



 

L’uovo considerato come contenente un germe a partire al quale si svilupperà la manifestazione è un simbolo universale che si spiega di per sé. La nascita del mondo a partire di un uovo è un’idea comune a molti antichi popoli.

L’uovo appare come uno dei simboli del rinnovamento periodico della natura. Il simbolo che l’uovo incarna non si ricollega tanto alla nascita quanto alla rinascita.

L'uovo somiglia a un sasso e appare privo di vita, così come il sepolcro di pietra nel quale era stato sepolto Gesù. Dentro l'uovo c'è però una nuova vita pronta a sbocciare da ciò che sembrava morto. In questo modo, l'uovo diventa quindi un simbolo di risurrezione.

 

Fonte: Jean Chevalier – Alain Cheerbrant, Dizionario dei simboli. Miti, sogni, costumi, gesti, forme, figure, colori, numeri (Bur saggi), Rizzoli 201512, pp.1081-1085.

 

sabato 4 aprile 2026

DOMENICA DI PASQUA: RISURREZIONE DEL SIGNORE – MESSA DEL GIORNO 5 aprile 2026

 



 

 

At 10,34a.37-43; Sal 117 (118); Col 3,1-4 (oppure: 1Cor 5,6b-8); Gv 20,1-9 (oppure: Mt 28,1-10; oppure Lc 24,13-35).

 

 

La liturgia della domenica di Pasqua ci ricorda che il nostro agnello pasquale è Cristo (cf. seconda lettura alternativa, sequenza, prefazione pasquale I e antifona alla comunione); nel mistero della sua risurrezione dai morti si compiono tutte le speranze di salvezza dell’umanità: è questo il giorno di Cristo Signore.

 

La risurrezione di Cristo dai morti rappresenta il centro del mistero cristiano, è la base e la sostanza della nostra fede. “Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede” (1Cor 15,14). Con queste parole l’apostolo Paolo esprime il cuore di tutto il messaggio cristiano. Il vangelo narra l’evento storico della risurrezione di Gesù, ripensato e raccontato a scopo di fede: Giovanni sottolinea che si tratta di una vera risurrezione, ma l’interesse prevalente dell’evangelista sembra essere di carattere ecclesiale; egli, infatti, sottolinea anzitutto l’itinerario di fede dei discepoli nel Cristo risorto. Nella prima lettura, ascoltiamo san Pietro che annuncia con decisione al popolo il mistero della risurrezione del Signore di cui egli e gli altri apostoli sono testimoni. Nella seconda lettura, san Paolo trae da questo evento le conseguenze per una vita cristiana rinnovata.

 

Ci possiamo soffermare brevemente sulla seconda lettura alternativa, tratta dalla prima lettera ai Corinzi, dove l’affermazione centrale del brano è: “Cristo, nostra Pasqua è stato immolato!”, parole riprese poi dall’antifona alla comunione. Il prefazio pasquale I parla di Cristo “vero Agnello che ha tolto i peccati del mondo”. La sequenza adopera l’espressione: “vittima pasquale”, riferita sempre a Cristo, e aggiunge: “L’agnello ha redento il suo gregge”. Nell’Antico Testamento l’immolazione dell’agnello era l’elemento essenziale della celebrazione della Pasqua (cf. Es 12). Il Nuovo Testamento, e particolarmente il vangelo di Giovanni, hanno considerato l’agnello pasquale come figura di Gesù. Egli muore sulla croce nella Parasceve, nell’ora in cui nel tempio si immolavano gli agnelli per la celebrazione della cena pasquale. Lo stesso apostolo Giovanni nell’Apocalisse descrive la glorificazione dell’Agnello: “L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione […] A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli” (Ap 5, 12-13). L’agnello sgozzato e glorificato è la nostra Pasqua!

 

Giovanni Crisostomo, parlando dell’eucaristia, dice: “Noi offriamo sempre il medesimo Agnello, e non oggi uno e domani un altro, ma sempre lo stesso. Per questa ragione il sacrificio è sempre uno solo […] Anche ora noi offriamo quella vittima, che allora fu offerta e che mai si consumerà” (Omelie sulla Lettera agli Ebrei 17,3). Compiendo il rito pasquale gli Israeliti sono stati partecipi, di generazione in generazione, della stessa liberazione e salvezza sperimentata dai loro padri nella notte in cui il Signore li fece uscire dall’Egitto. Celebrando l’eucaristia, i cristiani siamo partecipi dell’Agnello pasquale, del “corpo donato” e del “sangue versato” di Cristo, quale evento decisivo della liberazione di tutta l’umanità dalla forza del peccato e dal potere della morte.

 

La fede nella risurrezione, che è il cuore della fede cristiana, non coincide con una semplice fiducia nella vita, concetto caro ad una certa cultura odierna, ma credere nella vita che nasce dalla morte grazie alla forza dell’amore di Cristo. Essa consente di entrare nelle situazioni di morte guardando oltre la morte e vivendo la risurrezione, ovvero amando e cercando di amare come Cristo ha amato noi. 

 

venerdì 3 aprile 2026

VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA – 5 aprile 2026

 



 

 

Gen 1,1-2,2; Gen 22,1-18; Es 14,15-15,1; Is 54,5-14; Is 55,1-11; Bar 3,9-15.32-4,4; Ez 36,16-17a.18-28; Rm 6,3-11; dal Sal 117 (118); Mt 28,1-10.

 

La celebrazione della Veglia pasquale si divide in quattro parti: la liturgia della luce o “lucernario”, la liturgia della Parola, la liturgia battesimale e la liturgia eucaristica. I diversi momenti celebrativi della Veglia hanno un filo conduttore: l’unità del disegno salvifico di Dio che si compie nella Pasqua di Cristo per noi.

 

L’antico testo dell’Annuncio pasquale è percorso da una profonda coscienza teologica di tipo sapienziale e contemplativo, che si nutre di stupore e di adorazione, di lode e di ringraziamento e in tale linguaggio si esprime: si parte dalla contemplazione della storia delle opere salvifiche compiute da Dio, il cui primo atto è la creazione del cosmo e dell’uomo, per arrivare alla nuova creazione dell’uomo in Cristo morto e risorto: “il santo mistero di questa notte sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti”. Ciò che l’annuncio pasquale proclama con accenti lirici, viene in seguito ripreso dalle letture bibliche, che in modo progressivo introducono i partecipanti nella contemplazione dei principali eventi della storia salvifica: la creazione (Gen 1,1-2,2); il sacrificio di Abramo (Gen 22,1-18); il passaggio del Mar Rosso (Es 14,15-15,1); la Gerusalemme nuova, ricostruita dopo l’esilio (Is 54,5-14); la chiamata ad una alleanza eterna (Is 55,1-11); la guida splendente della luce del Signore (Bar 3,9-15.32,4-4); la promessa di un’acqua pura e purificatrice (Ez 36,16-28); il battesimo, mistero pasquale (Rm 6,3-11); l’annuncio della Risurrezione (Mt 28,1-10). Più che una descrizione storica in senso moderno, la storia della salvezza, tratteggiata dalle letture bibliche, è da interpretarsi come una confessione di fede nell’azione salvifica di Dio e quindi come storia unitaria che trova in Cristo senso pieno e compimento.

 

Le orazioni che si recitano dopo le singole letture anticotestamentarie interpretano questi brani in chiave cristologica, ecclesiale e sacramentale. Così siamo invitati a passare: dalla prima creazione alla “creazione nuova”, più mirabile ancora, che si opera nella nostra redenzione; dal gesto sacrificale di Abramo sul figlio Isacco al sacrificio di Cristo; dalla liberazione del popolo di Dio attraverso il Mar Rosso al battesimo sacramento della nostra liberazione; dalla Gerusalemme nuova, ricostruita dopo l’esilio, alla Chiesa nuovo popolo di Dio; dalla chiamata ad una alleanza eterna alla realtà di questa alleanza sigillata nella Pasqua di Cristo e partecipata nei sacramenti; dall’invito a camminare illuminati dalla Sapienza divina alla luce dello Spirito che ci è stata elargita nel battesimo; dalla promessa di un’acqua pura e purificatrice all’acqua battesimale che ci purifica e ci trasforma.

 

Dopo le letture bibliche segue la liturgia battesimale che ci immerge nella morte di Gesù per una vita nuova nello Spirito. Finalmente, la celebrazione eucaristica, momento culminante della Veglia, che è in modo pieno il sacramento della Pasqua, cioè memoriale del sacrificio della Croce e presenza del Cristo risorto, completamento dell’iniziazione cristiana, pregustazione della Pasqua eterna. La celebrazione della Pasqua significa quindi per noi tutti la ripresa di un programma di vita che si realizza in un impegno permanente di rinnovamento mai pienamente raggiunto. Questo è il frutto della Pasqua indicato dalla colletta della messa: che “tutti i tuoi figli, rinnovati nel corpo e nell’anima, siano sempre fedeli al tuo servizio”. Solo la nostra morte vissuta “in Cristo” potrà compiere il senso dell’esistenza cristiana. Nel frattempo, si tratta di rimanere fedeli a quel germe di vita nuova che abbiamo ricevuto nel battesimo e cresce e si consolida nella eucaristia  fino al compiersi in noi della Pasqua definitiva.

giovedì 2 aprile 2026

VENERDI’ SANTO: PASSIONE DEL SIGNORE – 3 aprile 2026

 



 

Is 52,13-53,12; Sal 30 (31); Eb 4,14-16; 5,7-9; Gv 18,1-19,42

 

 

Le tre letture bibliche di questo Venerdì santo accentuano la dimensione gloriosa della croce, anche se non manca il simbolismo della croce – scandalo. Nel racconto della passione secondo Giovanni e, in genere nel quarto vangelo, la croce è già la gloria di Dio anticipata. Vediamolo più in dettaglio soffermandoci su alcune caratteristiche del racconto della passione nel vangelo di san Giovanni, in particolare nell’arresto di Gesù e nel momento della sua morte.

 

Una prima caratteristica è la consapevolezza. Gesù è pienamente consapevole di tutto ciò che sta per accadere contro di lui. La consapevolezza di Gesù nei confronti della passione e morte è segnalata tre volte nel vangelo di Giovanni (13,1; 18,4; 19,28). E in tutti e tre i casi è adoperato un verbo greco (oida) che indica una consapevolezza piena, chiara e stabile. Dopo la consapevolezza, il secondo tratto è la libertà. Giovanni racconta che Gesù “uscì fuori”, andando lui stesso incontro a coloro che venivano ad arrestarlo. Gesù non è un uomo impotente nelle mani dei suoi aguzzini, ma un uomo che si consegna da sé.  Gesù si preoccupa addirittura dei suoi discepoli e dice a coloro che vengono ad arrestarlo: “se cercate me, lasciate che questi se ne vadano”. È sempre Lui che domina e dirige tutta la scena. Quando Pietro colpisce con la spada Malco, il servo del sommo sacerdote, la risposta di Gesù al gesto di Pietro è un secco rifiuto di ogni tipo di resistenza: “Rimetti la spada nel fodero”. La ragione è la volontà del Padre, alla quale Gesù non intende in alcun modo sottrarsi.

 

Se ora ci spostiamo alla fine del racconto, nei momenti vicini alla morte di Gesù, notiamo che anche qui Egli è pienamente consapevole degli eventi tragici di cui è protagonista, eventi che Gesù gestisce appunto come vero protagonista. In questa parte del racconto, ricorre tre volte il verbo “compiere”. Che cosa è compiuto? Dopo aver preso l’aceto, Gesù dice “E’ compiuto”, che non significa semplicemente che la fine è giunta. Bensì: l’opera che il Padre ha affidato a Gesù, è compiuta, realizzata fino in fondo; Gesù ha condotto fino al limite estremo il suo amore (“li amò sino alla fine”, leggevamo ieri nel vangelo). Le Scritture si sono compiute. La Croce non è un compimento come gli altri, ma il termine a cui tutta la Scrittura, e dunque il disegno di Dio tendeva. Subito dopo Giovanni descrive la morte di Gesù dicendo che Egli “consegnò lo spirito”. Gesù muore cosciente e consenziente: è Lui che china il capo e rende lo spirito. Gesù conclude la sua opera in un atto di serena consapevolezza e nell’atteggiamento che gli è stato abituale lungo tutta la vita: il dono.

 

Un soldato trafigge il fianco di Gesù con la lancia e “subito ne uscì sangue e acqua”, dice Giovanni. Perché il sangue e l’acqua? Il sangue è il segno del valore redentore del sacrificio di Gesù, e l’acqua è il simbolo dello Spirito Santo e della vita che di quel sacrificio sono il frutto. Dalla Croce del Venerdì santo scaturiscono per tutta l’umanità questi doni che durano per sempre.

 

martedì 31 marzo 2026

GIOVEDI SANTO: MESSA VESPERTINA “IN CENA DOMINI” 2 aprile 2026

 





 

 

Es 12,1-8.11-14; Sal 115 (116); 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15

 

Il brano evangelico d’oggi inizia con queste parole: “Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”.  La sera del Giovedì Santo celebriamo l’ora di Gesù, l’ora in cui egli manifesta pienamente sé stesso facendosi dono per noi. Nell’eucaristia facciamo memoria di Gesù, del suo dono personale in nostro favore e siamo inviati ai nostri fratelli per farli partecipi della “pienezza di carità e di vita” (cf. colletta della messa) attinta dal mistero eucaristico.

 

Nel racconto fondatore dell’eucaristia riportato da san Paolo (cf. seconda lettura) si pone nelle labbra di Gesù per ben due volte, dopo le parole sul pane e quelle sul calice, l’ordine: “fate questo in memoria di me”. Cosa significa fare, ripetere questi gesti “in memoria” di Gesù? Per cogliere il significato di questa espressione bisogna risalire all’istituzione della Pasqua ebraica, di cui ci parla la prima lettura; dopo le prescrizioni rituali riportate dal testo, il brano conclude con queste parole: “Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore…” Nella cultura giudeo-cristiana, ricordare o fare memoria esprime la convinzione che l’evento salvifico si attualizza nella storia. In questo senso, l’eucaristia non è un ricordo solo interiore o un segno senza riscontro nella realtà, ma ripresentazione efficace nel sacramento del sacrificio di Cristo nell’oggi della Chiesa in tensione verso la realtà gloriosa del Cristo risorto.  

 

La memoria di Gesù è dinamica: essa proietta in avanti la Chiesa che in questo modo ha preso contatto con il suo Signore e che deve esprimere nell’esistenza ordinaria quello che Gesù ha vissuto sulla terra, vale a dire l’amore a Dio a agli uomini “sino alla fine”. Questo è il senso della lavanda dei piedi (cf. vangelo), tramandata solo da Giovani al posto dell’istituzione eucaristica. In questo modo, san Giovanni presenta l’eucaristia come il sacramento dell’abbassamento, dell’obbedienza, del sacrificio spirituale e dell’amore di Cristo, del dono totale di sé per la salvezza di noi tutti.

 

Possiamo concludere affermando che il messaggio del Giovedì Santo è tutto qui: vivere, ad esempio di Cristo, la nostra fede come dono di noi stessi al servizio dei nostri fratelli, nella obbedienza a Dio Padre. Questo è il senso dell’eucaristia, questa è la missione fondamentale del sacerdozio ministeriale nella Chiesa e questo è il nocciolo della vita cristiana sintetizzata nel comandamento nuovo dato da Gesù quando dice: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi” (Gv 15,12).

 

venerdì 27 marzo 2026

DOMENICA DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE (A) 29 marzo 2026

 


 

Is 50,4-7; Sal 21(22); Fil 2,6-11; Mt 26,14 – 27,66

 

 

Questa domenica introduce nella celebrazione del mistero pasquale di Gesù, mistero di morte e di vita. Ecco perché la liturgia ci presenta questi due quadri: l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme in cui la folla lo acclama re benedetto dal Signore e le ore tragiche del tradimento, della solitudine e della passione e morte in croce. Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della sua morte e risurrezione. Al tempo stesso che noi commemoriamo questo evento, chiediamo la grazia di seguirlo fino alla croce, per partecipare della sua risurrezione (cf. colletta).

 

La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, parla di un giusto sempre disponibile all’ascolto della parola di Dio e alla proclamazione del messaggio di salvezza a favore degli oppressi, e quindi proprio per questo perseguitato. Questo servo giusto e fedele di Dio trova il suo pieno riscontro nel Cristo che deve pagare con la morte la sua volontà di liberare l’uomo dalla oppressione che lo tiene in soggezione. Il racconto della passione, che leggiamo nel vangelo di Matteo, descrive questo dramma. Infine, san Paolo nella seconda lettura ci ricorda che in questo modo Cristo è giunto alla vita e ha aperto a noi le porte della vita. Il prefazio della messa proclama sinteticamente: “Con la sua morte lavò le nostre colpe e con la sua risurrezione ci acquistò la salvezza”.

 

La passione e morte di Gesù è raccontata dai quattro evangelisti con diversità di accentuazioni. Ogni evangelista pur raccontando lo stesso avvenimento, esprime la propria personalità, soffermandosi sull’uno o sull’altro particolare, cosicché i quattro racconti presi insieme offrono una visione plurima e diversificata dell’unico evento.

 

Le caratteristiche fondamentali del modo con cui Matteo presenta la figura di Gesù negli eventi della passione si possono riassumere attorno a tre temi fondamentali: - Gesù subisce l’oltraggio degli uomini, ma lo fa in modo pienamente consapevole e non passivo, rimanendo pieno padrone della propria sorte. La morte non è stata per lui una fatalità ineluttabile a cui rassegnarsi, ma una scelta sofferta e consapevole di coerente fedeltà. Alla luce di questa consapevolezza vengono ridimensionati gli sforzi di Giuda e i complotti dei suoi avversari per arrestarlo – In verità, ciò che nella passione si compie è il disegno di Dio manifestato nelle Scritture. La passione e morte di Gesù è il compimento delle Scritture e quindi delle promesse di salvezza fatte da Dio al popolo d’Israele. Matteo, insistendo sulla realizzazione delle Scritture, ci fa capire che il progetto di Dio e l’obbedienza del Figlio a Lui vanno avanti nonostante l’incomprensione e l’ostilità dell’uomo, anzi, paradossalmente proprio attraverso di esse. La morte di Gesù è presentata come un evento definitivo nella storia dell’umanità. Con il suo sacrificio, Gesù inaugura un nuovo periodo della storia, i cosiddetti tempi ultimi, i tempi in cui ha inizio il dominio di Dio sul mondo. Gli sconvolgimenti tellurici, la terra che trema e le rocce che si spezzano, ne sono un segno. Tutto viene sconvolto da quell’ultimo respiro che, invece di dire morte, ridona la vita e apre alla totale comunione con Dio, dato che non c’è più un velo che separa la dimora di Dio da quella degli uomini.

 

Nel dramma di Gesù si compie il dramma di ciascuno di noi. La sofferenza che proviene dalla coerenza e dalla fedeltà a Dio, alla verità, alla giustizia, apparentemente porta alla sconfitta, al fallimento, addirittura alla morte; in realtà però, essa conduce alla vita. Così è stato in Cristo, e così è in noi.

 

 

domenica 22 marzo 2026

GESU’ CRISTO NEL CORANO

 



Il Corano parla frequentemente di Gesù. Lo chiama “figlio di Maria” (Sura II, III, IV, V, XXIII, XLIII, LVII, LXI), “Cristo” (Sura III, IV, IX), “Messaggero di Dio” (Sura IV), “Messia” (Sura IV, V, IX).

Nella Sura IV, si afferma, parlando degli Ebrei, “li abbiamo maledetti per via della loro incredulità e perché dissero contro Maria: Abbiamo ucciso il Cristo Gesù figlio di Maria, il Messaggero di Dio! Invece non lo uccisero né lo crocifissero, ma così parve loro”.  Più avanti si dice: “il Messia Gesù figlio di Maria non è altro che un Messaggero di Dio, una Sua parola che Egli depose in Maria, uno Spirito da Lui proveniente”. E nella Sura V si aggiunge: “Sono certamente infedeli quelli che dicono: Dio è il Messia figlio di Maria”. E più avanti: “il Cristo, figlio di Maria, non era che un Messaggero. Altri ve ne furono prima di lui, e sua madre era una santa”. Nella Sura IX si parla dello stesso tema: “I cristiani dicono: Il Messia è figlio di Dio. Questo dicono con le loro bocche. Ripetono le parole di quanti già prima di loro furono miscredenti. Li maledica Dio. Quanto sono fuorvianti! Hanno preso i loro dottori, i loro monaci e il Cristo figlio di Maria, come signori all’infuori di Dio, mentre era stato loro ordinato di adorare un Dio solo”.

 

Fonte: Il Corano (Grandi classici), Crescere Edizioni, Vedano Olona (VA) 2024

venerdì 20 marzo 2026

DOMENICA V DI QUARESIMA ( A ) – 22 marzo 2026

 



 

Ez 37,12-14; Sal 129 (130); Rm 8,8-11; Gv 11,1-45

 

 

Questa domenica contiene un messaggio unitario, un messaggio di vita, di quella vita nuova che, ricevuta nel battesimo, si rinnova continuamente nel processo di conversione e nel segno sacramentale della riconciliazione. La vita promessa da Dio agli esuli a Babilonia attraverso gli oracoli del profeta Ezechiele, di cui parla la prima lettura, e concretamente offerta a Lazzaro nell’ultimo dei miracoli di Gesù narrato da san Giovanni nel vangelo d’oggi, è simbolo e profezia di questa vita nuova. Si tratta della stessa vita di cui parla san Paolo nella seconda lettura, una vita che è frutto della giustificazione. È questa l’interpretazione che fa il testo del prefazio della messa: Cristo, Dio Signore della vita, che richiamò Lazzaro dal sepolcro, “oggi estende a tutta l’umanità la sua misericordia, e con i suoi sacramenti ci fa passare dalla morte alla vita”.

 

Nel lungo brano del vangelo d’oggi, il centro di tutto il racconto non è tanto la descrizione del miracolo della risurrezione di Lazzaro, quanto l’autoproclamazione di Gesù che dice: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno”. La risurrezione di Lazzaro è quindi segno e garanzia di una realtà di vita più sublime: Gesù promette una vita che va aldilà della morte. Anche Lazzaro, dopo la risurrezione miracolosa operata da Gesù, rimarrà sottoposto alla legge della morte biologica. Non è questa però che ci deve spaventare. La vera morte è quella di colui che non accoglie il messaggio di Gesù e, chiudendosi nel suo peccato, rende vana l’azione di Dio che offre la salvezza attraverso suo Figlio. Oltre la morte del nostro corpo, c’è ancora la vita, c’è la risurrezione. Questa vita definitiva non è solo una realtà futura, è già inizialmente presente in noi e cresce nella misura in cui siamo fedeli agli impegni del battesimo col quale siamo stati introdotti nel regno della vita vera e definitiva.

 

La Scrittura compara il peccato alla morte. Così anche san Paolo ci ricorda oggi che il “corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia”. Possiamo spiegare questa affermazione con altre parole: nel corpo morto a causa del peccato viene ad abitare mediante la fede e il battesimo lo Spirito che è vita, cioè un nuovo dinamismo interiore che attinge alla forza di Dio e ci libera dalla tirannide del peccato e della morte. Dobbiamo quindi interrogarci su questa “vita” che è in noi, la vita dello Spirito, la quale è già vita definitiva e risorta che culminerà alla fine nella risurrezione dei nostri corpi. Se veramente crediamo in questo mistero che è in noi, la nostra esistenza si aprirà al dono di Dio e cercherà di sintonizzare sulla sua santa volontà. La parola di Dio in questa domenica di Quaresima ci invita ad aprire il sepolcro dei nostri egoismi, delle nostre cattiverie, del nostro peccato, affinché possa irrompere in noi la vita di Cristo.

 

L’eucaristia è nutrimento e garanzia di questa vita. Ha detto Gesù: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,54).

domenica 15 marzo 2026

 


IL CULTO DEI SANTI

 

Ci sono alcune reliquie di improbabile autenticità esposte alla devozione dei fedeli, come: Il  Velo della Madonna (conservato in diverse località, come Assisi e Roma) e la Sana Cintola (a Prato, Italia); la reliquia del piede di Maria Maddalena, tradizionalmente identificato come il piede sinistro, è conservata a Roma nella Basilica di San Giovanni dei Fiorentini; la reliquia del dito di San Tommaso apostolo è tradizionalmente conservata a Roma nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme; ecc.

Non possiamo fare a meno di notare la grande differenza che spesso esiste tra la concezione che molti cristiani hanno della venerazione dei santi e delle loro reliquie e le motivazioni teologiche autentiche che sono alla base di questa venerazione. Osservando il modo concreto in cui il culto dei Santi è tal volta praticato nelle nostre comunità, è ragionevole chiedersi fino a che punto si comprenda l'eccezionale ricchezza di mediazione spirituale che questi eroi della fede possono esercitare come modelli di vita autenticamente cristiana nel cammino del Popolo di Dio verso il compimento del Regno. I Santi sono coloro che hanno vissuto pienamente il mistero pasquale di Cristo e, per questo motivo, sono esempi di vita cristiana e validi intercessori del Popolo di Dio. Le feste liturgiche dei santi, con i loro ritmi celebrativi e i loro testi, possono essere uno strumento pedagogico efficace per recuperare una solida devozione ai Santi, libera da pratiche superstiziose o semplicemente di sapore folcloristico e ricca, invece, di frutti di vita cristiana.