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venerdì 15 febbraio 2019

DOMENICA VI DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 17 Febbraio 2019




Ger 17,5-8; Sal 1; 1Cor 15,12.16-20; Lc 6,17.20-26




Il salmo responsoriale odierno è il primo salmo del salterio, che può essere considerato la chiave di lettura di tutta la collezione dei salmi, una vera introduzione al salterio. Due vie, due destini, due umanità si confrontano: il giusto che ripone la propria fiducia nella legge del Signore è come un albero alto che non vede appassire le sue foglie; l’empio invece è arido come pula dispersa dal vento. Il salmo ci pone di fronte a noi stessi e al conflitto tra il bene e il male che agita la storia dell’umanità e la vita di ognuno di noi. Il ritornello ci invita a scegliere la via della salvezza, a porre cioè la speranza nel Signore; solo in questo modo la nostra vita sarà piena e fruttifera. 



Nel breve brano di Geremia (prima lettura) ascoltiamo lo stesso messaggio del salmo responsoriale: “Benedetto l’uomo che confida nel Signore”. Anzi, il salmo responsoriale riprende le parole di Geremia e le sviluppa con nuove immagini. Che senso ha confidare nel Signore, porre la legge di Dio al centro della nostra vita? Che significa scegliere la via non di rado faticosa del bene? “Confidare nel Signore” significa porre il fondamento dell’edificio della propria esistenza in Dio. Il contrario equivale a costruire l’esistenza sulla fragilità ed i limiti delle proprie risorse. Due vie o due possibili scelte. Su questo dualismo legato alle decisioni umane, si articola anche la struttura delle beatitudini, che il vangelo d’oggi ci propone nell’originale versione di san Luca. 



Le beatitudini sono l’espressione più genuina del messaggio evangelico, e quindi possono essere considerate come una sintesi della fisionomia morale del discepolo di Gesù. Nel testo che ci offre Luca emerge con insistenza l’esaltazione della povertà che l’evangelista presenta come una chiara esigenza per colui che intende seguire Gesù. Infatti la prima beatitudine, che definisce e specifica tutte le altre, inizia con queste parole: “Beati voi poveri…”, e in seguito: “Beati voi che ora avete fame…” Nella redazione di san Luca, alla serie delle quattro beatitudini segue poi quella delle quattro maledizioni o dei quattro “guai”: “Ma guai a voi, ricchi… Guai a voi, che ora siete sazi…”. La povertà esaltata dalle beatitudini, pur essendo una vera povertà, non è una misura mortificante di austerità, non è disprezzo dei beni di questo modo; viene piuttosto presentata come una situazione che diventa segno della disposizione totale del cuore dell’uomo che intende seguire Gesù povero e stabilire con lui una vera comunione di vita. Il povero è beato, perché ha le mani e il cuore aperti all’attesa d Dio, che non delude. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che “la vera felicità non si trova nella ricchezza o nel benessere, né nella gloria umana o nel potere, né in alcuna attività umana, per quanto utile possa essere, come le scienze, le tecniche e le arti, né in alcuna creatura, ma in Dio solo, sorgente di ogni bene e di ogni amore” (n. 1723). E santa Teresa di Gesù afferma: “a chi possiede Dio non manca nulla: Dio solo basta”.



Si potrebbe riassumere il messaggio della parola di Dio in questa domenica con le parole dell’antifona d’ingresso, tratte dal Sal 30: Dio è “mio baluardo e mio rifugio”, o anche col ritornello del salmo responsoriale: “Beato l’uomo che confida nel Signore”; chi confida in Lui, non resterà mai deluso. Nel brano proposto come seconda lettura, san Paolo ribadisce indirettamente questa stessa dottrina quando afferma che per la potenza di Dio Cristo è risorto e quindi anche per noi si dischiude la speranza della risurrezione: “Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti”. Si tratta sempre di riporre ogni nostra speranza nel Signore.


giovedì 14 febbraio 2019

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI PARTECIPANTI ALL'ASSEMBLEA PLENARIA DELLA CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI






Auletta dell'Aula PaoloVI
Giovedì, 14 febbraio 2019




Signori Cardinali,
cari Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!



Sono lieto di incontrarvi in occasione della vostra Assemblea Plenaria. Ringrazio il Cardinale Prefetto per le parole che mi ha rivolto e saluto tutti voi, membri, collaboratori e consultori della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.


Questa Plenaria giunge in un tempo significativo. Sono passati cinquant’anni da quando, l’8 maggio 1969, San Paolo VI volle istituire l’allora Congregatio pro Cultu Divino, al fine di dare forma al rinnovamento voluto dal Vaticano II. Si trattava di pubblicare i libri liturgici secondo i criteri e le decisioni dei Padri Conciliari, in vista di favorire, nel Popolo di Dio, la partecipazione “attiva, consapevole e pia” ai misteri di Cristo (cfr Cost. Sacrosanctum Concilium, 48). La tradizione orante della Chiesa aveva bisogno di espressioni rinnovate, senza perdere nulla della sua millenaria ricchezza, anzi riscoprendo i tesori delle origini. Nei primi mesi di quell’anno sbocciarono così le primizie della riforma compiuta dalla Sede Apostolica a beneficio del Popolo di Dio. Proprio nella data odierna fu promulgato il Motu proprio Mysterii paschalis circa il Calendario romano e l’Anno liturgico (14 febbraio 1969); quindi, l’importante Costituzione Apostolica Missale Romanum (3 aprile 1969), con cui il Santo Papa promulgava il Messale Romano. Nello stesso anno videro poi la luce l’Ordo Missae e vari altri Ordo, tra cui quelli del Battesimo dei bambini, del Matrimonio e delle esequie. Erano i primi passi di un cammino, sul quale proseguire con sapiente costanza.


Sappiamo che non basta cambiare i libri liturgici per migliorare la qualità della liturgia. Fare solo questo sarebbe un inganno. Perché la vita sia veramente una lode gradita a Dio, occorre infatti cambiare il cuore. A questa conversione è orientata la celebrazione cristiana, che è incontro di vita col «Dio dei viventi» (Mt 22,32). A ciò è finalizzato anche oggi il vostro lavoro, volto ad aiutare il Papa a compiere il suo ministero a beneficio della Chiesa in preghiera sparsa su tutta la terra. Nella comunione ecclesiale operano sia la Sede Apostolica che le Conferenze dei Vescovi, in spirito di cooperazione, dialogo, sinodalità. La Santa Sede, infatti, non sostituisce i Vescovi, ma collabora con loro per servire, nella ricchezza delle varie lingue e culture, la vocazione orante della Chiesa nel mondo. In questa linea si è posto il Motu proprio Magnum principium (3 settembre 2017), col quale ho inteso favorire, tra l’altro, la necessità di «una costante collaborazione piena di fiducia reciproca, vigile e creativa, tra le Conferenze Episcopali e il Dicastero della Sede Apostolica che esercita il compito di promuovere la sacra Liturgia». L’auspicio è di proseguire nel cammino della mutua collaborazione, coscienti delle responsabilità implicate dalla comunione ecclesiale, in cui trovano armonia l’unità e la varietà. È  un problema di armonia.


Qui si inserisce anche la sfida della formazione, oggetto specifico della vostra riflessione. Parlando di formazione, non possiamo dimenticare anzitutto che la liturgia è vita che forma, non idea da apprendere. È utile in proposito ricordare che la realtà è più importante dell’idea (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 231-233). Ed è bene perciò, nella liturgia come in altri ambiti della vita ecclesiale, non andare a finire in sterili polarizzazioni ideologiche, che nascono spesso quando, ritenendo le proprie idee valide per tutti i contesti, si arriva ad assumere un atteggiamento di perenne dialettica nei confronti di chi non le condivide. Così, partendo magari dal desiderio di reagire ad alcune insicurezze del contesto odierno, si rischia poi di ripiegarsi in un passato che non è più o di fuggire in un futuro presunto tale. Il punto di partenza è invece riconoscere la realtà della sacra liturgia, tesoro vivente che non può essere ridotto a gusti, ricette e correnti, ma va accolto con docilità e promosso con amore, in quanto nutrimento insostituibile per la crescita organica del Popolo di Dio. La liturgia non è “il campo del fai-da-te”, ma l’epifania della comunione ecclesiale. Perciò, nelle preghiere e nei gesti risuona il “noi” e non 1’“io”; la comunità reale, non il soggetto ideale. Quando si rimpiangono nostalgicamente tendenze passate o se ne vogliono imporre di nuove, si rischia invece di anteporre la parte al tutto, l’io al Popolo di Dio, l’astratto al concreto, l’ideologia alla comunione e, alla radice, il mondano allo spirituale.


È prezioso, in questo senso, il titolo della vostra Assemblea: La formazione liturgica del Popolo di Dio. Il compito che ci attende è infatti essenzialmente quello di diffondere nel Popolo di Dio lo splendore del mistero vivo del Signore, che si manifesta nella liturgia. Parlare di formazione liturgica del Popolo di Dio significa anzitutto prendere coscienza del ruolo insostituibile che la liturgia riveste nella Chiesa e per la Chiesa. E poi aiutare concretamente il Popolo di Dio a interiorizzare meglio la preghiera della Chiesa, ad amarla come esperienza di incontro col Signore e con i fratelli e, alla luce di ciò, riscoprirne i contenuti e osservarne i riti. 


Essendo infatti la liturgia un’esperienza protesa alla conversione della vita tramite l’assimilazione del modo di pensare e di comportarsi del Signore, la formazione liturgica non può limitarsi a offrire semplicemente delle conoscenze – questo è sbagliato –, pur necessarie, circa i libri liturgici, e nemmeno a tutelare il doveroso adempimento delle discipline rituali. Affinché la liturgia possa adempiere la sua funzione formatrice e trasformatrice, occorre che i Pastori e i laici siano introdotti a coglierne il significato e il linguaggio simbolico, compresi l’arte, il canto e la musica al servizio del mistero celebrato, anche il silenzio. Lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica adotta la via mistagogica per illustrare la liturgia, valorizzandone le preghiere e i segni. La mistagogia: ecco una via idonea per entrare nel mistero della liturgia, nell’incontro vivente col Signore crocifisso e risorto. Mistagogia significa scoprire la vita nuova che nel Popolo di Dio abbiamo ricevuto mediante i Sacramenti, e riscoprire continuamente la bellezza di rinnovarla.


Circa le tappe della formazione, sappiamo per esperienza che, oltre a quella iniziale, occorre coltivare la formazione permanente del clero e dei laici, specie di quanti sono impegnati nei ministeri al servizio della liturgia. La formazione non una volta, ma permanente. Quanto ai ministri ordinati, anche in vista di una sana ars celebrandi, vale il richiamo del Concilio: «È assolutamente necessario dare il primo posto alla formazione liturgica del clero» (Cost. Sacrosanctum Concilium, 14). Il primo posto. Le responsabilità educative sono condivise, pur interpellando maggiormente le singole diocesi per la fase operativa. La vostra riflessione aiuterà il Dicastero a maturare linee e orientamenti da offrire, in spirito di servizio, a chi – Conferenze Episcopali, Diocesi, istituti di formazione, riviste – ha la responsabilità di curare e accompagnare la formazione liturgica del Popolo di Dio.


Cari fratelli e sorelle, tutti siamo chiamati ad approfondire e ravvivare la nostra formazione liturgica. La liturgia è infatti la via maestra attraverso cui passa la vita cristiana in ogni fase della sua crescita. Avete perciò davanti un compito grande e bello: lavorare perché il Popolo di Dio riscopra la bellezza di incontrare il Signore nella celebrazione dei suoi misteri e, incontrandolo, abbia vita nel suo nome. Vi ringrazio per il vostro impegno e vi benedico, chiedendovi di riservarmi sempre un posto – largo! – nella vostra preghiera. Grazie.


http://w2.vatican.va/content/francesco/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2019/2/14/culto-divino.html
 

domenica 10 febbraio 2019

Salmo 1 Le due vie dell’uomo






1Beato l'uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,
non resta nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli arroganti,

2ma nella legge del Signore trova la sua gioia,
la sua legge medita giorno e notte.

3È come albero piantato lungo corsi d'acqua,
che dà frutto a suo tempo:
le sue foglie non appassiscono
e tutto quello che fa, riesce bene.

4Non così, non così i malvagi,
ma come pula che il vento disperde;

5perciò non si alzeranno i malvagi nel giudizio
né i peccatori nell'assemblea dei giusti.

6poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti,
ma la via dei malvagi va in rovina.



La Liturgia delle Ore propone questo salmo nell’Ufficio delle letture della domenica della prima settimana. Il primo salmo del Salterio appartiene alla letteratura didattico-sapienziale che seguì al tempo dell’esilio d’Israele. Con la distruzione del tempio di Salomone era scomparsa anche l’arca dell’alleanza; la pietà d’Israele si organizzò allora attorno alla Legge e alla parola di Dio, che diventò il centro vitale della spiritualità dei saggi del popolo eletto. In questo contesto è comparsa la sinagoga, non più incentrata sul culto sacrificale come il tempio, ma sullo studio, l'insegnamento e la meditazione della Legge.

Compaiono nel Sal 1 due figure che sono continuamente presenti in tutto il Salterio. Da una parte, l’uomo giusto; dall’altra, l’uomo malvagio e peccatore; due volti, due vie, due destini, in cui è riassunta la storia dell’umanità dopo il peccato delle origini. Ponendoci davanti queste due figure, il salmo ci colloca di fronte a noi stessi e al conflitto tra il bene e il male che agita la storia dell’umanità e la vita intima di ognuno di noi, e che costituisce, in un certo modo, il tessuto di tutte le preghiere del Salterio; per questo la tradizione della Chiesa considera questo primo salmo una vera e propria introduzione programmatica all’intero Salterio.

Il nostro salmo si apre con un vocabolo ebraico (‘ašre) che la traduzione italiana della CEI ha reso con la parola “beato”. Altri preferiscono il sostantivo “felicità dell’uomo che…”, o semplicemente l’aggettivo “felice”. Non è un problema, dato che il dizionario italiano dice che beato è colui “che gode di una felicità piena” e la parola ebraica usata dal salmista accentua uno stato di felicità. Tutti gli umani aspiriamo alla felicità, “tutti vogliono vivere felici (beate vivere) – dice Seneca – ma quando si tratta di veder chiaro cos’è che rende felice la vita, sono avvolti dall’oscurità”. Ebbene, per il nostro salmo, e per la Bibbia in genere, felice è chi dimora nel cammino, chi compie passi e trova vie che fanno avanzare se stesso verso una vita degna di questo nome o, con le parole del salmo, colui che obbedisce alla legge di Dio. Il salmo ci ricorda, però, che ogni umano può scegliere di percorrere vie di giustizia (vv. 1-3) o di malvagità (vv. 4-5), il cui diverso esito è abbozzato nel versetto conclusivo (v. 6). Un noto testo delle origini cristiane, la Didaché, si apre con questa netta opposizione: “Le vie sono due: una della vita e una della morte, e grande è la differenza tra le due”.

Ma la vita è ben più complessa di una opposizione binaria: per questo il salmo specifica meglio. La via della felicità – quella che già Mosè desiderava percorrere quando pregava: “Signore indicami la tua via…” (Es 33,13) – richiede innanzitutto di dire un triplice no, presentato dal salmo in un significativo crescendo: non andare (o non entrare), non fermarsi, non sedersi (v. 1). Nel descrivere questa progressiva seduzione che spinge al male, il salmo presenta il protagonista negativo del Salterio, caratterizzato con tre aggettivi: malvagio, peccatore, arrogante.

Ma non basta astenersi della via dei malvagi, dei peccatori e degli arroganti, occorre percorrere quella opposta; non basta non fare il male, occorre fare il bene, percorrere la via dei giusti. Questa è la via di colui che accoglie la legge del Signore (v. 2), della quale il Sal 19 afferma: “La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima […] I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore” (Sal 19, 8-9). Cosa s’intende per legge del Signore (la Torah)? Non solo le prescrizioni ma anche l’insegnamento ovvero l’intera rivelazione divina, con cui il Signore vuole istruire i cuori degli umani ed entrare in alleanza con loro. Questa legge, il giusto “la medita giorno e notte”. Come dice san Girolamo, commentando questo salmo, “la meditazione della Legge di Dio non consiste solo nel leggere le Scritture, ma anche nel fare ciò che in esse è scritto”.

Chi osserva questo stile di vita, è come un “albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto…” (v. 3). È la stessa immagine usata da Geremia che la declina in termini di fiducia: “Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. È come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici, non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi, nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti” (Ger 17,7-8). Dopo queste immagini agricole, il v. 3 del nostro salmo conclude affermando del giusto: “tutto quello che fa, riesce bene”. Possiamo ricordare qui il nostro modello supremo Gesù, di cui la folla diceva, piena di stupore: “Ha fatto bene ogni cosa” (Mc 7,37).

“Non così” (v. 4): con questa enfatica negazione, raddoppiata, inizia la descrizione della situazione dei malvagi. L’immagine agricola è ripresa in senso inverso: essi sono “come la pula”, lo scarto del grano, disperso dal soffiare del vento. Sono senza peso, inconsistenti, incapaci di affondare le loro radici in profondità. Per questo i malvagi non possono stare in piedi, non possono reggere nel giudizio (di Dio), di fronte ai giusti (v. 5). 

Il salmo si conclude con due affermazioni che si riferiscono alle due vie tratteggiate: “il Signore veglia sul cammino dei giusti” (v. 6a), cioè li protegge, li accompagna col suo amore.  Invece, “la via dei malvagi va in rovina” (v. 6b), perché il fallimento è immanente alla stessa condotta degli empi, una condotta vuota, che non porta da nessuna parte.

La tradizione cristiana ha fatto del Sal 1 un’interpretazione essenzialmente cristologica. In Gesù Cristo, che è “la Via” (Gv 14,6), i cristiani diventano “quelli della Via” (“uomini e donne appartenenti a questa Via”, At 9,2), uno dei più antichi titoli con il quale i seguaci di Gesù venivano definiti. Cristo realizza l’ideale dell’uomo giusto esaltato nel salmo: “Egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca” (1Pt 2,22). Noi tutti, in Adamo, siamo andati dietro ai consigli dell’uomo malvagio, ci siamo allontanati da Dio, seguendo il nostro progenitore nella via del peccato: “Come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” (Rm 5,19).

Gesù ha più volte adoperato l’immagine dell’albero che dà buoni frutti (Mt 7,15-20). Egli stesso si è paragonato alla vigna che dà frutto a suo tempo dicendo: “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo” (Gv 15,1ss). Eusebio di Cesarea, commentando il nostro salmo, associa il simbolo dell’albero a Cristo: “Albero di vita è il Figlio di Dio, secondo quanto dice Salomone a proposito della sapienza: ‘È un albero di vita per tutti quelli che a essa [la Sapienza] si tengono stretti’ (Pr 3,18)”. Innestati in Cristo, ricordiamo le sue parole: “Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla” (Gv 15,5).

Nella Liturgia delle Ore il Sal 1 ha come sottotitolo le seguenti parole, prese da un autore del II secolo: “Beati coloro che, sperando nella croce, scesero nell’acqua del battesimo”. Questo riferimento al battesimo potrebbe essere in rapporto con quanto dice il salmo del giusto quando lo presenta come un “albero piantato lungo corsi d'acqua” (v. 3). Come afferma san Paolo, “tutti voi siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,26-27).



Preghiera: O Padre clementissimo, che ci hai concesso di risorgere nell’acqua del battesimo, fa che, meditando e osservando la tua legge siamo sempre fedeli ai nostri impegni, per potere dare frutti copiosi. 


Bibliografia: Spirito Rinaudo, I salmi preghiera di Cristo e della Chiesa, Elle Di Ci, Torino-Leumann 1973; Vincenzo Scippa, Salmi, volume 1. Introduzione e commento, Messaggero, Padova 2002; Ludwig Monti, I salmi: preghiera e vita, Qiqajon, Comunità di Bose 2018; Temper Longman III, I salmi. Introduzione e commento, Edizioni GBU, Chieti 2018.


venerdì 8 febbraio 2019

DOMENICA V DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 10 Febbraio 2019





Is 6,1-2a.3-8; Sal 137 (138); 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-11





Le letture bibliche di questa domenica ci ricordano che la nostra vita acquista senso e indirizzo quando facciamo una personale esperienza di Dio. Ogni vero incontro con Dio non lascia mai l’uomo come prima, ma lo cambia, lo rende cosciente della propria missione e delle proprie responsabilità. E’ quello che succede a Isaia nella grandiosa visione ambientata nel tempio di Gerusalemme, di cui ci parla la prima lettura, ed è quello che succede a Pietro e ai suoi compagni Giacomo e Giovanni allorché incontrano Gesù presso il lago di Genesaret (cf. il vangelo): mentre da una parte provano sgomento, perché, come Isaia, davanti alla santità di Dio scoprono il proprio peccato, dall’altra sono affascinati da questo incontro e trovano il senso della loro vita, scoprono la loro missione. Come afferma san Paolo nella seconda lettura, essa consisterà nell’annunciare l’opera di salvezza del Signore. Non c’è missione senza un’esperienza di Dio.



La missione d’Isaia, quella di Pietro, di Giacomo e Giovanni, e quella di Paolo nascono da una profonda e personale esperienza di Dio. Colto di stupore per la pesca straordinaria Pietro reagisce come Isaia che vede la gloria del Signore nel tempio di Gerusalemme. Le loro vite da ora in poi saranno profondamente trasformate da questa esperienza. Fare esperienza della vicinanza di Dio è possibile a tutti noi. Se guardiamo con fede il mondo e gli eventi della storia, vi possiamo trovare sempre la trasparenza diafana della rivelazione del Signore. Ma Dio ci si rivela soprattutto attraverso la sua Parola che è il Figlio suo incarnato. Il brano evangelico odierno inizia affermando che la folla faceva ressa intorno a Gesù “per ascoltare la parola di Dio”. E’ questa stessa parola che ascoltata da Pietro, Giovanni e Giacomo, li trasforma in discepoli di Gesù e continuatori della sua opera. Essi, dice il vangelo, “tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono”. E’ l’inizio di una vita nuova che rompe con il passato per proiettarsi verso un futuro affascinante e fecondo. 



Il canto al vangelo, tratto da Gv 15,16, ci ricorda che tutti noi siamo stati scelti perché portiamo frutti duraturi di salvezza. La Chiesa ha sempre sentito l’esistenza cristiana come una chiamata, una vocazione: san Paolo afferma un parallelismo reale tra lui che è “apostolo per chiamata” (Rm 1,1) e i cristiani di Roma che sono “santi per chiamata” (Rm 1,7) o quelli di Corinto che sono stati “santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata” (1Cor 1,2). Ogni chiamata è fondata sul fascino e sulla potenza della parola di Dio sperimentata. Ognuno di noi è chiamato personalmente a “lasciare…” per poter “seguire” Gesù ed essere, come dice san Paolo di se stesso, testimone della risurrezione di Cristo. Oggi l’umanità crederà alla risurrezione di Cristo non per i testimoni di ieri ma per quelli di oggi, che siamo tutti noi, solo però se imiteremo quelli di ieri con fedeltà e generosità. Cristo non ha altro corpo visibile che quello dei cristiani, non ha altro amore da mostrare che il nostro.



 


 

domenica 3 febbraio 2019

GESTI SUPERSTIZIOSI






Sull’Inserto del Corriere della Sera “La Lettura”, del 3 febbraio 2019, c’è una succosa conversazione di Marco Ventura, studioso dei rapporti tra diritto e religione, con Pierfrancesco Diliberto (detto Pif), autore del libro … che Dio perdona a tutti (Feltrinelli), un romanzo di successo con più di centomila copie vendute. Pif si dichiara “un agnostico che spera che Dio esista”. Nel libro, se la prende con un cristianesimo che ha preso le cose facili e ha lasciato le cose difficili; così, ad esempio, “quando il Papa dice che Dio è per l’accoglienza… si chiede l’impeachment del Papa”. Pif denuncia un tipo di religione conformista, opportunista e superstiziosa, un cristianesimo portafortuna. Ecco una chicca: “Abbiamo confuso la religione con la superstizione. Cito sempre Giovanni Trapattoni che durante Italia-Corea del Sud sparge l’acqua benedetta della Madonna di Lourdes intorno alla panchina. Doveva essere un atto di fede, una preghiera, ma a me sembrava proprio grave… se tu sei cristiano quella è una bestemmia” (p. 12).

venerdì 1 febbraio 2019

DOMENICA IV DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 3 Febbraio 2019



 




Ger 1,4-5.17-19; Sal 70 (71); 1Cor 12,31-13,13; Lc 4,21-30 






La lettura evangelica propone alla nostra attenzione un noto episodio della vita di Gesù che viene raccontato con leggere varianti dai tre evangelisti sinottici, Matteo, Marco e Luca. Proprio a Nazaret, dove ha passato gran parte della sua vita, Gesù trova l’ostilità dei suoi compaesani e viene apertamente contestato. E’ vero, anche i nazaretani che ascoltano Gesù sono colpiti dalla novità e autorevolezza del suo insegnamento. Ciò nonostante, malgrado lo stupore della gente, Gesù viene rifiutato dai suoi compaesani. Di fronte a questa reazione, il Signore non trova altra spiegazione se non quella che la sapienza popolare ha condensato nel proverbio: “Nessun profeta è bene accetto nella sua patria”. Gesù è consapevole quindi di dover percorrere la sorte dei profeti, che nella tradizione biblica sono contestati e rifiutati da coloro ai quali sono stati inviati. Come ci ricorda il brano della prima lettura, i profeti chiamati ad annunciare la parola di Dio non vengono ascoltati perché scomodi, provocatori, perché puntualmente mettono a nudo il cuore indurito del popolo. Tuttavia, Gesù, malgrado lo scandalo provocato dalla sua persona, continua a predicare la buona novella, non si lascia condizionare dall’insuccesso e dal rifiuto dei suoi concittadini.



Volendo trarre da questo episodio un insegnamento per nostra la vita, notiamo che il motivo della freddezza dei nazaretani nei confronti di Gesù è il fatto che egli non sembrava essere che uno di loro, uno qualunque, uno venuto su con loro. Egli formava parte di una famiglia di poco conto. Anche se compiva prodigi, impartiva insegnamenti superiori, per loro era sempre il “figlio di Giuseppe”, un uomo semplice del paese. Come può essere il profeta di Dio? Come può far passare dalle sue mani la potenza dell’Altissimo? Inoltre, i cittadini di Nazaret si erano costruita un’idea del Messia, legata probabilmente a sogni di restaurazione temporale, che non combaciava con quella offerta da Gesù. La sua improvvisa affermazione invece di riempirli di entusiasmo viene a ferire la loro gelosia, e insieme il loro orgoglio religioso. In definitiva, essi non vogliono mettere in discussione i loro schemi mentali. Nei nazaretani c’è la curiosità, ma non la fede. Anche noi sperimentiamo talvolta come la parola del Signore fatica ad entrare nel nostro cuore reso autosufficiente da pregiudizi e posizioni preconcette. Infatti uno dei motivi per cui la parola di Dio può essere inefficace in noi è la durezza del nostro cuore, l’attaccamento incondizionato ai propri schemi mentali, alla propria visione delle cose, al proprio modo di affrontare la vita. Insomma, la parola di Dio si scontra, non di rado, con il nostro egoismo. L’orgoglio ci impedisce di metterci in discussione e quindi di accogliere il messaggio che ci chiama a cambiare condotta e a rinnovarci.



Di fronte alla tentazione della superbia e dell’autosufficienza, che offuscano la mente umana e le impediscono di conoscere “i misteri del regno dei cieli”, risuona il messaggio di san Paolo (seconda lettura): senza la carità, senza l’amore per Dio e per gli uomini, ogni umana conquista non è che polvere che il vento del tempo disperde nel nulla (cf. anche l’orazione colletta alternativa).