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Visualizzazione post con etichetta Ritualità. Mostra tutti i post
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domenica 26 luglio 2026

RITUALITÀ E ALTRO

 



Vasco Brondi, Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte (Vele 269), Giulio Einaudi editore, Torino 2026. 160 pp. (€ 13,00).

 

Una cosa spirituale è un viaggio tra terreno e ultraterreno, una visione su come fare arte ai tempi del materialismo. Vasco Brondi ci racconta la sua esperienza con la creatività, i momenti in cui ha sentito che il flusso creativo non scorreva piú e i momenti in cui l'ha ritrovato. Esplora e mette in relazione le esperienze e le pratiche creative e spirituali di grandi artisti e di grandi mistici e tradizioni contemplative: Nick Cave e i sufi, le cartomanti e Federico Fellini, i padri del deserto e i CCCP, Marina Abramovic e i monaci tibetani, i sadhu e David Lynch, Simone Weil e il regno dei cieli. Per scoprire e lasciarsi ispirare dai processi creativi di registi, musicisti, scrittori, artisti visivi e dal loro rapporto con l'invisibile. Vasco Brondi, che con le sue canzoni è arrivato a tanti, ci suggerisce che l'arte, in quest'epoca materialista, non è solo intrattenimento ma può metterci in contatto con le magie e i misteri del nostro transito terrestre. In questo senso la creatività è una cosa spirituale.

(Quarta di copertina)

lunedì 29 giugno 2026

IL RUOLO DELLE RUBRICHHE

 



Se da un lato il movimento liturgico ha messo in luce i limiti di una tradizione latina – che molto aveva concesso a una visione formale, razionale e intellettualistica del sacramento – e la riforma liturgica ha introdotto di nuovo, nell’esperienza possibile della chiesa cattolica, un programma rituale non in conflitto strutturale con la domanda di concretezza e di attuazione vitale e vivace, era necessario pervenire a un ulteriore passaggio, per notare la singolare coincidenza tra questo programma di “ritorno alle fonti” e il recupero di una ragione plurale. Il passaggio decisivo, in questa terza fase della coscienza liturgica comune, può essere rappresentato dal modo di comprendere le rubriche. Una lunga stagione ha pensato che queste ultime potessero essere lette come i “doveri del prete”: un’intelligenza troppo semplificata le appiattiva sul versante giuridico-disciplinare.

La rilettura proposta dagli sviluppi del movimento liturgico, mediante la riforma liturgica, fino alla stagione del XXI secolo, può rielaborare l’esperienza della rubrica in una nuova consapevolezza: si tratta di “attivare tutti i linguaggi della celebrazione”.

La rubrica non è altro che un “ponte rosso”, tra il linguaggio verbale (in nero) e i linguaggi non-verbali (le azioni del corpo). I linguaggi non verbali non sono semplicemente “espressioni aggiuntive” di ciò che la parola comunica; sono bensì esperienze diverse, altre forme d’intelligenza del mistero. Le rubriche sono precisamente i segnali, le spie, di questa esigenza costitutiva di ogni celebrazione: offrire una pluralità di mediazioni per arricchire l’esperienza del mistero e la sua intelligenza.

 

Fonte: Andrea Grillo, Un’intelligenza liturgica al plurale, in “Rivista di Pastorale Liturgica", n. 374 (1/2026), pp. 10-15, qui pp. 12-13.  

   

domenica 14 giugno 2026

LITURGIA DELLA MORTE

 





 

Alexander Schmemann, Liturgia della morte Rivelazione della Vita, Lipa, Roma 2025. XXVII +119 pp. (€ 15,00).

Il libro presenta alcune conferenze di Alexander Schme­mann che, partendo da considerazioni di ordine culturale e storico-liturgico, vogliono essere una provocazione alla pastorale e ai fedeli in genere riguardo all’evento della morte e al rapporto con essa nella loro esistenza quotidiana, costatando come spesso nella visione cristiana della vita vengano assunti la mentalità e l’ethos di una civiltà post-cristiana.

Introduzione (Maria Campatelli)

1. Lo sviluppo dei riti funebri cristiani.

2. Riti e pratiche funerarie.

3. La liturgia della morte e la cultura contemporanea.

Appendice: il Rito delle Esequie.

domenica 8 marzo 2026

LA NOBILE SEMPLICITÀ (SC, n. 34)

 



 

La nobiltà esprime il senso del rispetto dell’uomo nei confronti del divino, che si disvela nell’esperienza rituale. Quando quella è, invece, nell’ordine della sciatteria o della pomposità esteriore, non viene colta nella sua essenzialità, che è appunto il rimando all’Altro.

Se, da una parte, “il rito esprime, a livello fenomenologico una logica dell’attesa, dell’indugiare, del ‘l’asciar essere gli esseri’, in quanto concede una dilazione al mondo, trattenendo il tempo”, dall’altra, però, l’uomo vive e gestisce il proprio tempo, che è sempre limitato, e non gli è permesso quindi di abusarne.

La brevità, che nelle orazioni latine era garantita dal cursus e dalla concinnitas o armonia del periodo, esprime un’altra caratteristica essenziale della simbolicità. Se quest’ultima, infatti, è un “mettere insieme”, allora l’esperienza liturgica deve possedere i connotati della concentrazione, cioè dell’intensità dell’esperienza, e perciò del gusto, del pathos, senza lungaggini e inutili stiracchiature.

Si può allora affermare che la vera bellezza è il gusto dell’amore salvifico: “Li amò sino alla fine… Prese il pane”. Per questo il gesto è bello. La Chiesa, nel ripetere il gesto di Cristo, lo trova bello perché riconosce nel gesto l’amore del suo Signore. Il senso estetico, il senso del bello nella liturgia non dipende in primo luogo dall’arte, ma dall’amore. In quest’ottica si comprende ancora meglio il riferimento di SC alla nobile semplicità, indice della “verità” dell’amore con cui si celebra.

 

Fonte: Gianni Cavagnoli, Bellezza e stupore dell’evento liturgico, Centro eucaristico, Ponteranica 2025, pp. 104-105 (senza le note a piè pagina).  

 

 

domenica 1 marzo 2026

L’OBBEDIENZA AL’ORDO

 



 

Nella celebrazione liturgica, l’obbedienza all’Ordo custodisce la relazione comunionale tra i fedeli partecipanti. Osservando disciplinatamente l’Ordo non mettiamo davanti le nostre opere, la nostra volontà, ma dischiudiamo uno spazio al farsi presente e sperimentabile del Mistero: “La forma rituale è insostituibile proprio perché ha come nota qualificante la sospensione dell’agire a partire da se stessi. In forza di tale interruzione si crea un posto per l’agire di Colui che proviene dall’Alto e si libera lo spazio per la presenza attiva di altri oltre a noi stessi”.

Quanto questo sia salutare per trovare vie pratiche per camminare insieme, per vivere la sinodalità, per la partecipazione di tutti alla missione evangelizzatrice della Chiesa, è evidente da sé.


Fonte: Elena Massimi, Liturgia e sinodalità. La celebrazione cristiana: fonte e culmine della Chiesa sinodale (Dinamiche), Queriniana, Brescia 2025, p. 42. Il testo tra virgolette, l’autrice lo prende da uno studio di G. Basani, La liturgia forma la comunità ed è forma della comunità.



domenica 16 novembre 2025

L’ESPERIENZA DEL RITMO

 



 

L’esperienza del ritmo implica movimento, impulso, differenziazione, vitalità, forma riconoscibile. Ci appare non come una cosa tra le cose, ma come una qualità che è data dalla loro relazione. Come scriveva Marius Schneider, “il ritmo è una articolazione qualitativa, non quantitativa, del tempo e dello spazio. Oscillando nella ripetizione continua, esso ruota intorno a un centro inafferrabile, che però è il punto focale della relazione che si stabilisce fra due qualità o due individui, premesso che ciascuna qualità è chiaramente caratterizzata e, di conseguenza, permette all’altra di esprimersi […] Nella sua ultima astrazione, il ritmo è il modo più profondo della vita spirituale”.

Effettivamente, l’esperienza del ritmo non è legata solo alla musica, ma è molto più ampia, profonda e pervasiva; perciò, è anche difficile da definire in modo esaustivo. Sperimentiamo il ritmo nella periodicità dei fenomeni cosmici, nella ciclicità della natura, nella vitalità del mondo biologico, nelle ricorrenze delle storie che viviamo. Inoltre, l’essere umano stesso è in grado, in qualche misura, di dare un certo ritmo alla sua esistenza, ai suoi gesti, alle sue “creazioni” (si pensi in particolare alle creazioni artistiche). L’esperienza qualitativa del ritmo, che è nelle cose ma non coincide con esse, ha un che di misterioso e inafferrabile, ma anche molto reale, nel suo farci sentire in armonia e in un equilibrio dinamico dentro di noi e con l’ambiente esterno.

Attraverso queste esperienze ritmiche noi possiamo percepire una qualità del tempo e dello spazio, conosciamo e ri-conosciamo il nostro mondo e noi stessi in esso. Sentiamo l’impulso della vita, che emerge sulla piattezza dell’amorfo e dell’apatico, e percepiamo una forma del mondo. Il ritmo può permeare qualsiasi aspetto della vita fisica e spirituale, incrocia natura e cultura. Esso dice insieme differenza e relazione, distanza e collegamento, tempo e eternità. È pensabile che anche la dimensione religiosa, aperta alla trascendenza, sia caratterizzata da un modo ritmico di abitare il mondo che ce lo riveli sotto una luce nuova.

 

Fonte: Luigi Girardi (a cura di), Rito e ritmo. Celebrare la differenza (Caro salutis cardo. Contributi 40), Roma –Padova 2025, pp. 6-7.

 

domenica 9 novembre 2025

RITO E RITMO

 



Luigi Girardi (a cura di), Rito e ritmo. Celebrare la differenza (Caro salutis cardo. Contributi 40), CLV-Edizioni liturgiche, Roma – Abbazia di Santa Giustina, Padova 2025. 238 pp. (€ 32,00).

L’esperienza del ritmo è vasta, profonda e pervasiva. La incontriamo nei fenomeni cosmici, naturali, biologici, culturali. Il ritmo conserva e dischiude una qualità particolare della nostra esperienza, decisiva anche per la dimensione religiosa. Occorre chiedersi allora in che modo il ritmo è presente nella dinamica del rito e che cosa è in gioco attraverso di esso. Non ha forse la liturgia un proprio ritmo? Come interagire con i ritmi della vita sociale di oggi? L’arte di celebrare non è forse una questione (anche) di ritmo? Questi e altri interrogativi aprono un percorso riflessivo estremamente fecondo.

Contributi di Andrea Albertin, Giorgio Bonaccorso, Claudio Ubaldo Cortoni, Loris Della Pietra, Serena Facci, Marco Gallo, Luigi Girardi, Paolo Tomatis, Lorenzo Voltolin.

domenica 26 ottobre 2025

UN RUOLO FEMMINILE NELLA LITURGIA FUNEBRE?

 



 

Il rapporto ritualizzato delle donne con la morte altrui è vicenda antica. Lo si trova in tempi e luoghi remoti. Il pianto e il lamento rituali erano pratiche comuni.

Si legge in Ezechiele: “Mi condusse alla porta del tempio del Signore che guarda a settentrione e vidi donne sedute che piangevano Tammuz” (Ez 8,14). In questo caso si tratta di una azione idolatrica, ma riflette un fatto comune in quella società. Nel mondo mediterraneo il threnos greco, le lamentazioni romane e i molti esempi folklorici prolungatisi nel tempo riservarono un ruolo rilevante alle donne: le matrici di vita non potevano restare estranee ai riti che accompagnavano la fine dell’esistenza.

In altre aree del mondo, sono testimoniati costumi in cui la presenza femminile è determinante. Malinowski, nel suo volume dedicato alla Melanesia, riporta un rito in cui, tra l’altro, il cadavere del defunto, dopo essere stato lavato, unto e coperto di ornamenti, è disposto su una fila di donne sedute per terra che accarezzano il cadavere, premono oggetti preziosi sul petto e sull’addome, smuovono leggermente le sue gambe e ne scuotono la testa al ritmo delle lamentazioni.

La sepoltura di Gesù fu un atto compiuto in fretta; incombeva il tramonto e con esso il riposo del settimo giorno. Non c’era tempo per il lamento. Le donne si predisponevano a prendersi cura del corpo di Gesù. Il racconto evangelico è costruito, fin dalla sepoltura, per renderle le prime testimoni della resurrezione. Preparano gli unguenti per la morte e incontreranno la vita.

Non è azzardato concludere che la mancanza di un esplicito e ufficiale ruolo femminile nella liturgia funebre cattolica contrasta con un sentire profondo dell’umanità.

 

Fonte: Piero Stefani, Donne e sepoltura, in “Il Regno” Attualità 15.05.25, pp. 302-303. Ho fatto una brevissima sintesi del testo che vale la pena di leggere per intero.

domenica 21 settembre 2025

CONCILIARE AZIONI, PAROLE E TRADIZIONE

 



 

La maggior parte dei problemi in liturgia nasce laddove la tensione fra azioni, parole e tradizione perde il proprio equilibrio.

Se diciamo: “prese il pane” con l’intenzione di spezzarlo e condividerlo con i presenti, allora non è corretto sollevare un’ostia destinata a una sola persona e poi servirsi di particole preconfezionate per l’eucaristia.

Se affermiamo che si tratta di una preghiera al Padre mediante suo Figlio Gesù, ma in realtà le azioni si concentrano sull’eucaristia intesa come mera presenza del Cristo, con incenso, lunghe pause, fanfare o campanelli subito dopo le formule di istituzione, si crea una divergenza di significato tra le parole della liturgia e quel che viene percepito come l’oggetto del rito. Se stiamo cercando di essere una comunità di fedeli in cammino verso il Padre, ma poi alcune persone sono incluse e altre escluse, alcune hanno ruoli di primo piano e altre di second’ordine, quello che ne risulta non è il modello del nuovo popolo che guarda alla venuta del Regno. Se affermiamo di essere fratelli e sorelle ma poi ci comportiamo come dei singoli e anonimi consumatori, allora parole e azioni risultano divise. Potremmo moltiplicare gli esempi, ma il messaggio chiave dovrebbe essere chiaro: dobbiamo prestare attenzione a come celebriamo in quanto comunità di fede.

Non avremo mai un equilibrio perfetto – la perfezione arriverà solo alla fine dei tempi, quando non avremo più bisogno della liturgia – ma dobbiamo continuare a impegnarci per ottenerlo. La sfida è cercare di collegare parole, azioni e tradizione nella prossima eucaristia che celebreremo. La chiesa necessita sempre di riforma: ecclesia semper riformanda.

 

Fonte: Thomas O’Loughlin, Quale mensa per noi tu prepari, Queriniana, Brescia 2025, pp. 52-53.

domenica 6 luglio 2025

UN RITO NON RITUALE?

 



“Benedizione pastorale” è il nome dato alla nuova modalità di benedizione introdotta dal Dicastero per la dottrina della fede con la dichiarazione Fiducia supplicans sul senso pastorale delle benedizioni (18/12/2023), che venne commentata dopo pochi giorni, il 4 gennaio 2024, in un Comunicato stampa emanato per “aiutare a chiarire la ricezione”. Francesco Pieri fa delle considerazioni interessanti al riguardo in un breve articolo pubblicato in Rivista di pastorale liturgica (Liscia, solenne o… pastorale? Il crinale sottile del benedire senza approvare: RPL n. 368, 1/2025, pp. 37-41). Di questo testo riproduco in seguito le conclusioni (senza le note a pie pagina).

Alla precisa domanda su “come potrebbero essere queste benedizioni” il card. Fernández ha proposto l’esempio di una coppia di divorziati passati a nuova unione: Il sacerdote può recitare una semplice orazione come questa: “Signore, guarda a questi tuoi figli, concedi loro salute, lavoro, pace e reciproco aiuto. Liberali da tutto ciò che contraddice il tuo vangelo e concedi loro di vivere secondo la tua volontà. Amen”. E conclude con il segno della croce su ciascuno dei due. Si tratta di dieci o quindici minuti.

Notiamo come la mancanza di un testo prestabilito non coincide con l’assenza di un “rito” (sia pure ridotto ai minimi termini) che si esprime nella preghiera e nel gesto benedicente. La stessa dinamica della benedizione rimane ben riconoscibile: in risposta ad un’invocazione di aiuto (dimensione ascendente), si formula una preghiera – rigorosamente spontanea – che personalizza l’annuncio kerygmatico dell’amore di Dio (dimensione discendente). Viene nella sostanza proposto un “rito non rituale”, ossimorico nella sua stessa pretesa malgrado i notevoli sforzi concettuali compiuti. Non c’è da stupirsi del pesante, ma assolutamente prevedibile “contraccolpo” ecumenico (forse non ponderato a sufficienza nella fase di preparazione della dichiarazione), subito manifestatosi nella reazione risolutamente negativa della chiesa ortodossa greca e dello stesso Bartolomeo I, nonché nella interruzione di ogni dialogo con la chiesa cattolica da parte della chiesa ortodossa copta.

Dirò in conclusione come – a mio avviso – anche un gesto estemporaneo e che prescinde intenzionalmente da ogni presupposto di ordine morale non pare comunque esimere il ministro da un certo impegno previo volto a conoscere la vicenda e le condizioni di vita di coloro che richiedono la benedizione, il loro grado di formazione e di consapevolezza riguardo al gesto che intendono compiere. Nel loro carattere prevalentemente negativo, le indicazioni in merito alla estemporaneità della formula e quelle sul contesto informale dello svolgimento di una “benedizione pastorale” intendono lasciare aperto all’interpretazione e alla prassi un campo molto ampio, che può andare dalla conoscenza dei soggetti tramite una regolare consuetudine di dialogo alla quai mancanza di elementi precisi di valutazione. È in questo spazio che la prassi e la discretio pastorale hanno una parte decisiva da svolgere.

domenica 22 giugno 2025

LE PAROLE

 



Le parole sono importanti perché danno espressione a ciò che noi, come comunità nel mondo e, andando indietro, nel tempo, crediamo circa la missione che ci è stata affidata in quanto discepoli. Le parole inoltre esprimono, rendono pubblico, quel che c’è nei nostri cuori. Le parole, le nostre parole e il nostro desiderio di usarle, sono ciò che ci rendono umani e rivelano chi siamo come individui e come comunità. Proviamo paura al pensiero di venir messi a tacere - e inorridiamo al pensiero di non essere in grado di parlare e di esprimere il nostro amore per chi ci circonda. Le parole sembrano tanto semplici - ma dove saremo senza di loro?

Usiamo le stesse parole più e più volte così che, ripetendole, esse penetrano nella nostra coscienza - ma in questo modo sorge anche il pericolo che possano ridursi a una formula, una tiritera, ripetuta a pappagallo, “solo parole”, insomma. Ma le parole hanno un valore. Esse ci uniscono come esseri umani, ci consentono di capire, di crescere come discepoli e di lodare il nostro Creatore. Una umanità senza parole sarebbe, in tutti i sensi “impedita”. Tuttavia, se le parole che descrivono delle azioni e delle cose non si collegano a quelle azioni e a quelle cose, perdono il loro significato. E quando ciò accade, le abbandoniamo perché non sono altro che rumore, o ne diffidiamo come fossero fumo negli occhi.

Non possiamo celebrare senza parole, ma se le parole hanno smarrito il loro legame di senso con il resto della vita, allora non avremo una celebrazione liturgica…

Fonte: Thomas O’Loughlin, Quale Mensa per noi tu prepari! L’Eucaristia come evento che plasma un popolo, Queriniana, Brescia 2025, pp. 47-48.

 

domenica 27 aprile 2025

LA DANZA LITURGICA

 



 

Un cenno particolare vorremmo riservare alla danza liturgica. Abbiamo già visto la rilevanza che ha quest’arte nell’ambito della vita d’Israele e della sua stessa teologia (Pr 8,30-31). Ora ci fermeremo brevemente sull’uso cultico della danza. Anche nella religiosità cananea la danza con finalità “estatiche” era molto praticata. È la Bibbia stessa a ricordarlo con la rappresentazione dell’adorazione del vitello d’oro, tipico simbolo del Baal cananeo: quando Mosè, scendendo dal monte e avvicinandosi all’accampamento degli israeliti, ode “il grido di chi canta a due cori”, s’accorge subito del “vitello e delle danze” (Es 32,18-19). Nella sfida tra Elia e i sacerdoti di Baal sul Carmelo, questi ultimi “continuavano a saltare intorno all’altare che avevano eretto…; gridavano a voce più forte, si facevano incisioni, secondo il loro costume, con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue… agivano da invasati” (1Re 18,26.28-29).

L’esempio più alto della danza liturgica di Israele è, ancora una volta, quello di Davide davanti all’arca mentre viene trasferita nella nuova capitale, Gerusalemme: “Davide danzava con tutte le forze davanti al Signore… Ora, mentre l’arca del Signore entrava nella città di Davide, Mikal, figlia di Saul, guardò dalla finestra; vedendo il re Davide che saltava e danzava davanti al Signore, lo disprezzò in cuor suo” (2Sam 6,14,16; cfr. 1Cr 13,8). La danza accompagna spesso anche il Salterio perché la lode divina deve coinvolgere tutto l’essere (Sal 149,3; 10,4). Un esempio suggestivo anche dal punto di vista rubricario è proposto dal Sal 118 che è strutturato su un vero e proprio spartito rituale: “Ordinate la danza con rami frondosi sino ai lati dell’altare!” (v. 27). Si ha qui forse un’allusione alla festa delle Capanne, durante la quale si agitava il lulav, un mazzetto di fronde di palma, di mirto e di salice (Lv 2,40). È, comunque, degno di nota che il termine biblico per indicare la “festa”, hag, deriva proprio dal verbo hag che significa “danzare”. E il salmo citato raffigura appunto una scena di danza liturgica processionale durante una festa ebraica.  

Fonte: Gianfranco Ravasi, Il canto della rana. Musica e teologia nella Bibbia, Milano 2025, pp. 85-87.

domenica 29 dicembre 2024

LA SOLUZIONE DELLA DIDASCALIA?

 



La linea opposta al formalismo è preoccupata di fornire i contenuti emarginando la forma. Anzi, sembra che il rito possa legittimarsi e svolgere sensatamente il suo compito soltanto quando è “compreso”. La tensione tra forma e contenuto si risolve in un tertium che svolge apparentemente una funzione mediatrice e che in realtà deborda sempre più fino a diventare una specie di password del rito: la spiegazione. Se al Concilio di Trento si era posto il problema dell’intelligibilità della liturgia, soprattutto a causa del divario creato da una lingua non più accessibile, e si era offerta la possibilità di spiegare frequentemente inter missarum sollemnia ciò che si legge nella celebrazione oltre che le grandi verità sull’Eucaristia, al Vaticano II, in un quadro teologico mutato, si riafferma la questione della funzione didattica della liturgia, ma in subordine rispetto alla destinazione al culto di Dio e si esorta a rinvenire il materiale “istruttivo” non in una spiegazione esterna ma nella stessa forza dei riti. Tale approccio non è di marca intellettualistica, ma esperienziale in quanto nell’azione liturgica si dà un vero e proprio dialogo tra Dio e il suo popolo, le realtà divine sono comunicate attraverso signa visibilia e la fede dei partecipanti è nutrita non da verità previe, ma dalla “materia” rituale (cfr. SC 33).

Fonte: Loris Della Pietra, “La manipolazione dell’esperienza liturgica nello squilibrio tra forma e contenuto”, in Loris Della Pietra (a cura di), La liturgia manomessa (“Caro salutis cardo”. Contributi 39), Edizioni Liturgiche, Roma – Abbazia di Santa Giustina, Padova 2024, pp. 115-116.

domenica 24 novembre 2024

IL POPOLO SACERDOTALE DI DIO

 


Il popolo sacerdotale di Dio non è chiamato a dominare il mondo, ma a servirlo, come segno e strumento di riconciliazione, di unità; ad aver cura della casa comune e riunire tutti i popoli in una grande famiglia universale. E in questo nobile compito ha il suo ruolo necessario e imprescindibile la ritualità. Infatti, non c’è sacerdozio senza riti.

Caratteristica della modernità è una forte e crescente disaffezione verso il rito, la tradizione e il linguaggio simbolico, che va di pari passo con la crescita dell’individualismo Senza riti, la comunità si sgretola e pian piano scompare e il narcisismo si impone e si impadronisce delle persone.

È famosa l’affermazione dell’intellettuale africano del Senegal Léopold Senghor: “Gli occidentali dicono (con Renato Cartesio): penso, quindi sono; noi africani diciamo: danzo, quindi esisto”. Dobbiamo ricuperare il valore del rito, azione simbolica, come strumento de partecipazione e via attraverso cui entriamo nella profondità del mistero.

Attraverso la ripetizione, il rito ha un ruolo iniziatico. Il ripetersi degli stessi gesti e delle stesse formule in circostanze identiche e secondo un ritmo periodico, coloro che accedono al rito assumono pian piano i valori di un determinato gruppo.

I riti non si inventano, ma procedono da una tradizione, come succede con la lingua parlata.

domenica 17 novembre 2024

LA FORMA MANIFESTA IL MISTERO

 


 

La profondità spirituale dell’azione liturgica si manifesta nelle azioni che comportano nell’uomo delle interazioni tra sé, gli altri e l’Altro. Ogni azione immette in una relazione per la quale non sarà mai sufficiente il semplice conoscere, ma per la quale diviene essenziale il continuare a riconoscere Dio presente in quelle forme rituali. Le idee su Dio non hanno mai compiuto né soddisfatto il bisogno religioso degli uomini mentre la ritualità nel suo dato formale può essere la sorgente spirituale con la quale la Chiesa si sente raggiunta dalla misericordia del Padre. Non è sufficiente per i credenti sapere che Dio esiste, ma è necessario vivere l’esperienza della relazione con Dio per non ridurre la religione a una filosofia. In tal modo, grazie alla sua forma, la liturgia si svincola dal pensiero sulla religione e realizza, in moco monista e non riduzionista, la relazione tra l’umanità e il suo Signore. Dio, che nella Trinità trova la sua sostanza nella relazione, nel Figlio ha comunicato non parti di sé, ma se stesso attraverso pasti e sguardi, e inoltre ha toccato, mangiato, camminato e parlato (cfr. Gaudium et spes, n. 22). La forma è ciò che dà origine al contenuto e l’azione è ciò che dà fondamento alla relazione, solo l’azione unisce l’interiorità e l’esteriorità.

 

Fonte: Sebastiano Bertin, Actio. L’azione rituale crocevia tra Dio e l’uomo, Edizioni Liturgiche – Roma, Abbazia di Santa Giustina – Padova, 2024, p. 462

domenica 13 ottobre 2024

L’AZIONE RITUALE

 



 

Sebastiano Bertin, Actio. L’azione rituale crocevia tra Dio e l’uomo (“Caro salutis cardo”. Studi 25), Edizioni Liturgiche – Roma, Abbazia di Santa Giustina – Padova, 2024. 496 pp. (€ 45).

 

Prima parte: L’eredità della riflessione sull’azione.

Capitolo 1: L’azione come oggetto d’indagine.

Capitolo 2: Status quaestionis: la riscoperta dell’azione e la sua valenza liturgico-sacramentale.


Seconda parte: L’antropologia dell’azione rituale.

Capitolo 3: L’azione come questione antropologica. Una possibile antropologia dell’azione come fondamento della teologia liturgica.

Capitolo 4: La risorsa dell’azione rituale nella postmodernità.


Terza parte: L’azione liturgica.

Capitolo 5: Il problema dell’azione nel pensiero liturgico-sacramentale.

Capitolo 6: L’ars celebrandi come ars agendi. Sfida per un’autentica teologia liturgica.


Conclusione.

domenica 17 dicembre 2023

UNA LITURGIA CHE NON PARLA PIÙ?

 


 


La riforma liturgica di Paolo VI ha compiuto più di 50 anni. Alcuni si domandano se si tratta di una liturgia che non parla più a gran parte dei fedeli (cfr. Franco Garelli in Credere oggi 3, 2023, pp. 9-20). Si afferma che molti sono stanchi della liturgia standard, una liturgia sentita come fredda, astrusa, difficilmente comprensibile, lontanissima dalla sensibilità culturale odierna, con le omelie che sono spesso piatte e noiose, lontane dai problemi quotidiani. E quindi nella cerchia dei credenti più impegnati ci sarebbe una crescente domanda di una liturgia di qualità.

Si tratta di accuse forse ingenerose, in quanto frutto di posizioni che sottovalutano le difficoltà di vivere e far vivere il mistero celebrato. Infatti, non si deve dimenticare l’importanza della formazione liturgica dei fedeli, in gran parte carente, a cui la Costituzione sulla liturgia vuole che sia dedicata una specialissima cura (cfr. SC n.14). La riforma liturgica è stata necessaria, ma non è sufficiente. Occorre mettere in atto una formazione che educhi a celebrare. In questo contesto, Romano Guardini affermava che il primo compito della formazione liturgica è che l’uomo diventi nuovamente capace di simboli, capace di leggere i simboli, qualcosa in cui l'uomo moderno è analfabeta. C’è anche il rischio che la domanda di una liturgia di qualità sia alimentata più da attese umane che da prospettive che ci trascendono, più dal desiderio di trovare delle conferme terrene che dalla disponibilità a essere aperti alle sollecitazioni dello Spirito. È il rischio che si corre partecipando a liturgie “significative” in quanto sono più occasione di conforto che di sconvolgimento. Una sana e feconda liturgia è quella che innesca una lotta interiore e tende a trasformare la vita.

domenica 22 ottobre 2023

RIVALUTAZIONE DELLA RITUALITÀ NEL PROTESTANTESIMO

 



 

Il rito è legato a un fare, a un'azione che la liturgia rappresenta, espone e richiede i movimenti del nostro corpo. La liturgia è anche linguaggio del nostro corpo; è un'affermazione che trova ancora difficoltà ad essere consapevolmente assunta nella dimensione liturgica protestante.

 

Parola e rito. gesti e simboli, partecipano tutti alla costruzione di un ordine di senso nell'ambito liturgico. È noto che il linguaggio rituale si situa lungo un'asse pragmatico più che semantico; funziona al livello dei significanti e delle figure che esso forma, e non in primo luogo, al livello dei significati e dei “contenuti” “ideali”. La legge fondamentale della liturgia, come ricorda Chauvet è: “Non dite ciò che fate, fate ciò che dite”. Tanto più, dunque, è necessario che la comunità sappia ciò che sta facendo! In questa prospettiva una lettura protestante del rito richiede un’integrazione non secondaria: “Fate ciò che dite… ma capite ciò che fate!”. Il capire ciò che si fa tiene aperta la dimensione ermeneutica del fare e combatte i rischi insiti nella ripetitività rituale che funziona anche senza l’intelligibilità.

 

Il rito è però anche sempre legato a un sistema di valori, a un “plusvalore simbolico” (W. Jetter) che lo rende strumento di integrazione simbolica. Il rito stabilisce il confine tra appartenenza e non appartenenza; nell’ambito del culto cristiano il rito partecipa alla costruzione delle “notae ecclesiae” in quanto rende visibile la comunità di fede (Gv 17,16). In questo processo di integrazione comunitaria a cui partecipa il rito, si struttura anche l’io del singolo credente in un processo di autoidentificazione, di rassicurazione e di protezione. Ma perché non nascano delle false sicurezze, anche questo “plusvalore simbolico” del rito ha bisogno di essere costantemente interrogato dalla dimensione della parola.

 

 

Fonte: Ermanno Genre, Il culto cristiano. Una prospettiva protestante (Piccola Biblioteca Teologica 66), Claudiana, Torino 20222, pp. 163-164 (non sono riportate le note)..

 

 

domenica 25 giugno 2023

NOSTALGIA DEGLI DEI

 



 

Marcello Veneziani, Nostalgie degli dèi. Una visione del mondo in dieci idee (Universale economica Feltrinelli), Marsilio, Venezia 2022. 301 pp. (€ 12,00).

L’Autore riflette su dieci archetipi fondanti (e perduti?) della civiltà che possono orientare un futuro sviluppo del mondo. Ecco i capitoli dell’opera:

7        Del pensare nostalgico

25      Civiltà

51     Patria

77      Famiglia

103   Comunità

127   Tradizione

153   Mito

179   Destino

205   Anima

231   Dio

257   Ritorno

281   Gli dei, pensiero vivente

domenica 11 giugno 2023

ARMONIA TRA IL GESTO E LE PAROLE CHE L’ACCOMPAGNANO

 





 

Nella celebrazione eucaristica odierna, il gesto della frazione del pane è compiuto senza particolare ampiezza e passa del tutto inosservato da parte dell’assemblea. Anzi paradossalmente vi sono sacerdoti che, si fa per dire, quasi a volersi scusare di avere spezzato l’ostia, la ricompongono, per quanto possibile, per presentarla all’assemblea prima della comunione con le parole “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo”. In questo modo non si evidenzia lo stato di Cristo come vittima immolata che le parole esprimono. L’ostia va presentata all’assemblea così come rimane dopo la sua frazione.