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Visualizzazione post con etichetta Liturgia e vita. Mostra tutti i post
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domenica 21 aprile 2024

IL CORPO

 



“Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai suoi discepoli, disse: Prendete e mangiate: questo è i mio sôma” (Mt 26,26). Sulla scia di questa frase di Cristo ripetuta ogni volta dal sacerdote nella celebrazione eucaristica, proponiamo proprio quella parola greca che indica il “corpo” e che risuona 142 volte nel Nuovo Testamento. È evidente che nelle parole pronunciate da Gesù nel Cenacolo in quest’ultima sera della sua vita terrena, sôma à la sua stessa persona che si dona in un abbraccio di comunione col suo fedele attraverso il segno del pane e del vino.

Ora, a differenza della cultura greco classica – che pone una netta divisione e distinzione tra l’anima spirituale e il corpo materiale, simili a due poli che si respingono pur essendo forzosamente costretti a coesistere – la Bibbia considera l’essere umano come un’unità ove carne, vita, spirito, coscienza sono tra loro compatti. Per i semiti, infatti, noi siamo un corpo perché è in esso e con esso che viviamo e comunichiamo, mentre noi occidentali abbiamo un corpo che controlliamo, detestiamo oppure idolatriamo. In questa luce è comprensibile come sia rilevante la corporeità nelle pagine della Bibbia.

Come si diceva, essa in pratica coincide con la persona e non si ferma alla sola carnalità, segno di debolezza, fragilità e miseria, che pure è un aspetto del corpo. Il Cantico dei cantici non ha nessun imbarazzo nel celebrare la bellezza e l’eros dei corpi dei due innamorati (cc. 4; 5; 7). Così non ci deve stupire che già nell’Antico Testamento e in forma unica e altissima nel Nuovo il destino ultimo della creatura redenta sia la risurrezione dei corpi (Ez 37 e la Pasqua di Cristo e dei cristiani) e non tanto l’immortalità della sola anima. Similmente è significativo che l’attività pubblica di Cristo sia stata dominata oltre che dalla predicazione, dalla guarigione dei malati.

Il ministero pubblico di Gesù, attraverso i miracoli, si è concentrato per una metà proprio sul corpo umano per riportarlo al suo splendore. Inoltre, come si è detto, attraverso l’eucaristia, egli offrirà il suo corpo come cibo, creando così una comunione non genericamente spirituale ma personale, tra sé e il fedele, essendo – come si diceva – il corpo espressione della persona. Paolo concepirà, poi, nella Prima Lettera ai Corinzi, la Chiesa come corpo del Cristo risorto e ai Corinzi domanderà retoricamente: “Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo?” (6,19; 12,12-30).

Certo, nel nostro corpo c’è lo stigma della morte e la ferita del peccato. L’Apostolo usa, infatti, le espressioni “corpo di morte” e “corpo di peccato”. Ma con l’Incarnazione del Figlio di Dio, il nostro corpo mortale e peccatore è sepolto e viene fatto rinascere il “corpo spirituale”, cioè animato dallo stesso Spirito di Dio. “Cristo trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso” (Fil 3,21). Infatti, la meta a cui tendiamo, quella della risurrezione, è segnata già in noi attraverso l’anelito verso una salvezza piena dell’adozione a figli e della “redenzione del nostro corpo” (Rm 8,23).

Anche se è difficile definire come sarà il destino del nostro corpo glorioso nella creazione rinnovata (si leggano le argomentazioni paoline nel capitolo 15 della Prima Lettera ai Corinzi), sappiamo che esso ha un destino di gloria. Per questo già fin d’ora dobbiamo consacrare a Dio i nostri corpi perché essi, espressione della nostra persona e della nostra esistenza, sono “il sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, il nostro culto spirituale (Rm 12,1).

 

Fonte: Gianfranco Ravasi, L’alfabeto di Dio, San Paolo, Cinisello Balsamo 2023, pp. 283-285.

domenica 23 aprile 2023

LA LITURGIA IN PREPARAZIONE AL GIUBILEO 2025

 



 

Il Dicastero per l’Evangelizzazione ha pubblicato una serie di quaderni in preparazione al Giubileo del 2025. Si tratta di riprendere tra le mani i testi fondamentali del Vaticano II per approfondirne il contenuto. Tra questi piccoli “Quaderni del Concilio”, il n. 6 è dedicato alla liturgia: La liturgia nel mistero della Chiesa, Shalom Editrice, 89 pagine. Vi è anzitutto un testo firmato dal Prof. Arturo Elberti, con quattro capitoli (pp. 7 – 70): La stagione del Vaticano II; Una chiave di lettura; Il centro del cammino liturgico; Liturgia ed economia della salvezza. In Appendice (pp. 71 – 89), troviamo: alcuni testi della Sacrosanctum Concilium; dei Principi e norme per la Liturgia delle Ore; dell’omelia di Giovanni Paolo II nel ventennio della Sacrosanctum Concilium; della Lettera Vicesimus Quintus Annus di Giovanni Paolo II; dell’incontro con i parroci e il clero di Roma di Benedetto XVI (14.02.2013); dell’omelia di papa Francesco nella basilica di San Paolo fuori le mura (14.04,2013).

 

Lo stile del quaderno è semplice e rivolto a quanti , in particolare ai giovani, intendono partecipare in modo sempre più consapevole e fruttuoso alla liturgia vissuta dalla Chiesa.

domenica 3 aprile 2022

LITURGIA E SPIRITUALITÀ

 



 

Marco Gallo, La danza del re Davide. Liturgia e spiritualità (Percorsi nella liturgia), Messaggero, Padova 2021. 113 pp. (€ 10,00).

 

In questo piccolo volume, l’Autore intende occuparsi di liturgia e spiritualità. Non ama invece parlare di spiritualità liturgica, dato che ogni genuina spiritualità cristiana è necessariamente anche liturgica, biblica, fraterna ed ecclesiale.  

 

Ogni esperienza spirituale ha un rapporto essenziale con il rito liturgico. Seguendo l’esempio del re Davide, che danza senza falsi pudori davanti all’arca (2Sam 6,13-14), ogni gesto spirituale liturgico chiede di compiersi come atto di libertà e di verità. Tutti abbiamo, invece, esperienza di azioni liturgiche nostre e altrui compiute senza autentica simbolicità, con distacco o, peggio, con manomissione.

 

Nella storia troviamo una liturgia senza spiritualità, in cui non funziona la mediazione dialettica tra il mistero celebrato e la vita di chi vi accede, e una spiritualità senza liturgia, quella ricerca spirituale in cui il ruolo delle mediazioni rituali non è significativo.

 

La liturgia ha un carattere oggettivo che permette allo spirito religioso di non risolversi in una manifestazione della soggettività. L’oggettivo del rito non è il divino immediato che si offre sempre immediato a se stesso, ma è il corpo che celebra. Il corpo è il luogo dove avviene l’incontro, senza necessità di postulare un ambito invisibile, interiore, in cui tutto ciò che è autentico si compirebbe.

 

La celebrazione liturgica non è un’esperienza intellettuale: essa avviene (o non avviene) nei sensi, nel riconoscimento parziale e simbolico di un compimento che è anticipato nel vissuto emotivo di chi se ne sente parte.

 

L’Autore fa riferimento alla diffusione della lectio divina fatta quotidianamente sui testi previsti dal Lezionario e si lamenta, con il docente di omiletica americano David Helm, del fatto che contino più le intuizioni personali, umorali ed emotive, piuttosto che un confronto ragionato e oggettivo con il testo stesso: lo spirito individuale rischia di parlare più dello Spirito Santo.

 

Ho sintetizzato i grandi principi che guidano la ricerca dell’Autore e che egli applica poi alla Liturgia delle Ore, all’Eucaristia, all’Anno liturgico.

 

 

domenica 6 marzo 2022

“OPUS OPERANTIS” e “OPUS OPERATUM”

 



Se la vita del sacerdote si presenta come un officium, se l’officium istituisce una soglia di indifferenza fra la vita e la norma e fra l’essere e la prassi, nello stesso tempo la Chiesa afferma con decisione quella netta distinzione fra vita e liturgia, fra individuo e funzione che culminerà nella dottrina dell’opus operatum e dell’effettualità sacramentale dell’opus Dei. Non soltanto la prassi sacramentale del sacerdote è valida ed efficace ex opere operato indipendentemente dall’indegnità della sua vita, ma, com’è implicito nella dottrina del charater endelebile, il sacerdote indegno resta sacerdote malgrado la sua indegnità.

A una vita che riceve il suo senso e il suo rango dall’officio, il monachesimo oppone l’idea di un officium che ha senso solo se diventa vita. Alla liturgizzazione della vita, corrisponde qui un’integrale vivificazione della liturgia. Il monaco è, in questo senso, un essere che è definito soltanto dalla sua forma di vita, cosicché al limite, l’idea di un monaco indegno, sembra implicare una contraddizione in termini.

Se la condizione monastica si definisce pertanto attraverso la sua differenza specifica rispetto all’ufficio sacerdotale (cioè a una prassi la cui efficacia è indipendente della forma di vita), è chiaro allora che è proprio nell’articolarsi della dialettica fra queste due figure della relazione vita-officium che dovranno decidersi le sorti storiche del monachesimo. Allo sfumare della differenza corrisponderà la progressiva clericalizzazione dei monaci e la loro crescente integrazione nella Chiesa, mentre al suo accentuarsi corrisponderanno tensioni e conflitti tra gli ordini e la curia.

L’esplosione dei movimenti religiosi fra il XII e il XIII secolo è il momento in cui queste tensioni raggiungono il loro punto critico. E’ significativo che sia proprio il principio della separazione dell’opus operans e opus operatum che i movimenti intendono innanzitutto mettere in discussione. Così ciò che i valdesi obiettano alla Chiesa non è soltanto l’inefficacia dei sacramenti amministrati da un sacerdote indegno, ma ancora più radicalmente, che il principio secondo cui il diritto di legare e di sciogliere, di consacrare e benedire e di amministrare i sacramenti non deriva dall’ordo e dall’officium, ma dal merito, e cioè, una questione non di diritto e di successione gerarchica, ma di imitazione della vita apostolica.

[…] Grundmann ricorda che è proprio per far fronte a queste eresie che Innocenzo III chiama in causa il principio della distinzione fra opus operans e opus operatum (cfr. De sacrificii altaris mysterio, PL 217,844).

Fonte: Giorgio Agamben, Altissima povertà. Regole monastiche e forme di vita, Neri Pozza Editore, Vicenza 2011, 143-146.

domenica 24 giugno 2018

LA LITURGIA EDUCA A PREGARE






Romano Guardini, nel suo noto libro Formazione liturgica, dopo ricordare che l’individuo prega secondo la liturgia quando lo fa con una viva e intensa consapevolezza dell’Io comunitario della Chiesa, insiste sull’educazione alla coscienza religiosa comunitaria: “Il credente deve progressivamente dilatare la propria coscienza religiosa, il proprio Io orante. Egli deve superare l’isolamento individualistico, il soggettivismo romantico-sentimentale e nella preghiera, nel sacrificio e nell’azione sacramentale deve porsi totalmente nella grande comunità della Chiesa” (Formazione liturgica. Saggi, Edizioni O.R., Milano 1988, p. 74).

Autocomprendersi nel momento della celebrazione come Chiesa, significa aprirsi ad un orizzonte più ampio di quello semplicemente individuale e soggettivo. Certamente, la celebrazione liturgica non esige la rinuncia al proprio io, alla propria storia e originalità personali, richiede però che il credente si sappia situare in un orizzonte più ampio e in atteggiamento di apertura e di dialogo. Si può affermare che quando il soggetto si esprime con il “noi” tipico della liturgia, allora egli vive la dimensione completa di se stesso; solo nella comunione egli è fino in fondo se stesso autenticamente. La celebrazione cristiana, mentre rispetta il tempo del nostro “io”, ci educa a crescere nella dimensione del tempo del “noi” comunitario.

lunedì 9 aprile 2018

IL CULTO GRADITO A DIO






104. Potremmo pensare che diamo gloria a Dio solo con il culto e la preghiera, o unicamente osservando alcune norme etiche – è vero che il primato spetta alla relazione con Dio –, e dimentichiamo che il criterio per valutare la nostra vita è anzitutto ciò che abbiamo fatto agli altri. La preghiera è preziosa se alimenta una donazione quotidiana d’amore. Il nostro culto è gradito a Dio quando vi portiamo i propositi di vivere con generosità e quando lasciamo che il dono di Dio che in esso riceviamo si manifesti nella dedizione ai fratelli.


(Esortazione apostolica Gaudete et exsultate di papa Francesco sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo)

domenica 4 febbraio 2018

LA LITURGIA SORGENTE DI VITA






Goffredo Boselli, Sorgente di vita. Liturgia e ricerca spirituale (Grammatica della liturgia), San Paolo, Cinisello Balsamo 2017. 91 pp. (€ 12,50).



Un piccolo libro succoso e originale. Ecco il suo contenuto:

-Quattro metafore per la liturgia oggi: la liturgia approdo; la liturgia pozzo; la liturgia soglia; la liturgia casa.

-Il vangelo della tavola: la tavola dei peccatori; la tavola dell’ultima cena; la tavola del Signore; la tavola del cristianesimo che ci attende.

-L’eloquenza dell’abito: il corpo del corpo; la trasparenza cristologica dell’abito liturgico; il gesto dell’abito.

domenica 19 novembre 2017

LITURGIA E COMUNICAZIONE


 

Bruno Cescon, Liturgia grande sistema di comunicazione. Il potere comunicativo della liturgia nella modernità (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” – “Subsidia” 183), CLV – Edizioni Liturgiche, Roma 2017. 231 pp.

 

Per la Chiesa, lo strumento di comunicazione per eccellenza, cioè di cultura e informazione interna ed esterna, è la liturgia. Attraverso il rito, un insieme di parole e gesti carichi di memoria e di valori teologici e simbolici, fa conoscere pensiero e azioni della Chiesa nella stessa modernità.

 

Osservata in termini sociologici, la liturgia assume i connotati di un particolare sistema comunicativo nel contesto della modernità. Non da ultimo, la liturgia traccia dei confini tra valori e non valori nella vita individuale e sociale. Comunica infatti mediante una forma “sapienziale” di trasmissione di informazione e di contagio di emozioni che oggi diventano, pur antiche, sempre nuove. La scienza della comunicazione aiuta a comprendere come la liturgia sappia trasmettere “buone notizie” e suscitare coinvolgimenti emotivi non sempre decifrabili in modo esaustivo.

 

La liturgia come comunicazione nella modernità è dunque la scommessa di questo volume. La sua efficacia non si ferma alla vita privata delle persone, ma influenza l’intera società, ispirando comportamenti individuali e sociali, che nei regimi sono invece tenuti sotto controllo perché espressione di libertà.

 

La liturgia è definita “potere comunicativo nella modernità”, in un momento in cui nell’Occidente cristiano subisce un indebolimento di comprensione e di partecipazione.

 

Il volume è diviso in due parti: la prima è uno studio accurato, e per  certi versi nuovo, sulla liturgia nella modernità; la seconda affronta il tema della liturgia come strumento comunicativo, in particolare nel nuovo ambiente dei media.

 


(Quarta di copertina)

domenica 3 luglio 2016

ARTE E VITA SPIRITUALE

 


Philippe Markiewicz e Ferrante Ferranti, Pietre vive. L’arte nella vita spirituale, Qiqajon, Comunità di Bose 2016.301 pp.

 

Qual è il ruolo dell’arte nella vita spirituale? L’arte è strumento privilegiato per accedere alle profondità della teologia, e non soltanto l’arte sacra nella sua dimensione storica, ma anche l’arte contemporanea. L’esperienza sensibile, infatti, ci può condurre al mistero, che si trova oltre l’esperienza, ma che è accessibile solo attraverso i sensi. E questa idea può trovare applicazione anche alle altre religioni. In particolare per i cristiani l’arte può essere pensata come esperienza spirituale della materia, il cui compimento si vive nella liturgia: tutto nella chiesa di pietre ci mostra la chiesa di pietre vive.

(Quarta di copertina)

 

 
Parte prima: Approccio.

Parte seconda: Incontro.

Parte terza: Assemblea.

Parte quarta: Mistagogia.

martedì 3 maggio 2016

LA NUBE DI DIO


Antonio Rubino, La nube di Dio. La Chiesa evangelizza con la bellezza dell’Anno Liturgico (Prefazione e Postfazione di Vittorino Grossi), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2016. 173 pp.

La nube di Dio che avvolge tutti: il titolo di questa pubblicazione è preso dalle parole di Papa Bergoglio, pronunciate in una omelia a Santa Marta. Esse esprimono pienamente il grande mistero che ci dona la liturgia della Chiesa.

Nella sacra scrittura la nube è sempre associata all’apparizione o alla presenza di Dio. Conviene ricordare l’episodio del popolo d’israele quando, accampato di fronte al monte Sinai, sente Dio che lo definisce “regno di sacerdoti, nazione santa” (Es 19,6), e lo percepisce mentre rivela se stesso in una densa nube: “Ecco, io vengo verso di te in una densa nube” (Es 19,9).

La nube, quindi, rappresenta una presenza sicura, uno stare con, come si può costatare anche nell’episodio della trasfigurazione (cf. Mt 17,1-8; Mc 9,2-8); Lc 9,28-36). L’uomo entrando nella nube, cioè credendo, non rinuncia alla propria razionalità, ma la trascende.

La liturgia ha la sua ragion d’essere non nell’uomo, ma in Dio; attraverso il mistero della liturgia, infatti, si attua l’opera della nostra redenzione (cf. SC 2). Per questa ragione è possibile definirla, perché ultimo momento per via sacramentale della storia della salvezza, la continuazione del tempo di Cristo-sposo nel tempo della Chiesa-sposa.

Romano Guardini sostiene, come conseguenza di questa caratteristica peculiare della liturgia, che in essa l’uomo non guarda a sé, bensì a Dio, verso di lui è diretto lo sguardo.

La preghiera del prefazio, nel tempo feriale ordinario, mette bene in risalto questo dinamismo quando afferma: “Tu non hai bisogno della nostra lode ma per un dono del tuo amore ci chiami a renderti grazie; i nostri inni di benedizione non accrescono la tua grandezza, ma ci ottengono la grazia che ci salva”.

La liturgia comunica in modo efficace l’azione salvifica di Dio ma è, anche, la forma attraverso la quale la creatura esprime la risposta umana di lode, di ringraziamento e di preghiera al Signore

[…]

(Dall’Introduzione all’opera: pp. 17-18).

Il volumetto è diviso in tre parti: La Liturgia: la nube di Dio avvolge tutti – Tempo di Dio e tempo dell’uomo – Teologia dell’Anno liturgico.

  

 

mercoledì 24 febbraio 2016

“IMITEMUR QUOD AGIMUS”


 
 
E’ nota l’affermazione di San Gregorio Magno che, nel commentare il profeta Ezechiele, dice “Scriptura cum legente crescit” ( Omelie su Ezechiele 2,2,1); la Scrittura cioè cresce con chi la legge. In modo diverso, il gesuita Paul Beauchamp, noto biblista, afferma lo stesso quando dice che la verità della Scrittura non sta solo dietro (nella lettera del libro sacro), ma davanti ad essa (nell’approfondimento e appropriazione di colui che legge il libro). Queste espressioni sono in sintonia con la doppia dinamica della Tradizione che è attestata dalla Parola e testimoniata dalla fede vissuta. Possiamo affermare lo stesso della liturgia, la cui verità non sta solo dietro (nel libro liturgico o nel rito tramandato), ma anche e soprattutto davanti: sta nei destinatari, non solo nella fonte; sta anche nel dono dello Spirito alla comunità celebrante.

Non basta eseguire il rito nel rispetto delle forme previste dal libro liturgico. Partecipare alla celebrazione liturgica significa appunto dare pienezza al rito sia nel momento celebrativo sia in seguito nel vissuto quotidiano. Se la partecipazione non attraversa in profondità la vita, è un’opera incompiuta. C’è sempre il rischio di trasformare la celebrazione liturgica in un semplice rito “edificante” ma sostanzialmente non vero.

… praesta, ut, qui dominicae passionis mysteria celebramus, imitemur quod agimus”

“… fa che testimoniamo nella santità della vita la passione che celebriamo nel mistero”

Questa supplica la troviamo più volte nelle tradizione eucologica della liturgia romana. Nel Messale Romano di Paolo VI, è presente nell’orazione sulle offerte della memoria di san Giovanni della Croce (14 dicembre) e nei formulari del Comune dei martiri. Per san Leone Magno, il mistero di Cristo è racchiuso nel sacramento in quanto applica l’azione divina in noi, ma è anche esempio in quanto suscita la risposta umana a questa sua azione divina, invitandoci quindi all’imitazione. Pertanto è per Cristo-sacramento che si tende a Cristo, che è la realtà piena attraverso l’imitazione. Non si tratta di due cose diverse, ma di due aspetti diversi e complementari della stessa realtà, dello stesso sacramento di salvezza: la comunione con Cristo si realizza attraverso l’imitazione che nasce dal sacramento. L’imitazione deriva dal sacramento come l’agire deriva dall’essere. “Imitemur quod agimus”!