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domenica 12 gennaio 2025

IL CULTO DONO E COMPITO

 



Andrea Grillo (ed.), Il dono e il compito del culto. Il sacramento come officium (Giornale di Teologia 462), Prefazione di Alceste Catella, Queriniana, Brescia 2024. 278 pp. (€ 22,00).

Questo libro conduce a riscoprire una antica concezione del sacramento come officium, ossia come “compito” per i credenti, conferendole al tempo stesso uno statuto più chiaro e convincente.

Prima parte: Il “genere” del sacramento per istruire la questione.

Seconda parte: Verifiche del modello in tre aree storiche e disciplinari: Dio assume le nostre buone operazioni di Zeno Carra; Tre luoghi simbolici del sacramento: l’officium, il sanctificare e il signare di Claudio U. Cortoni; Alcune pratiche rituali con esito sistematico diverso di Marco Gallo.

Terza parte: Distinzioni sistematiche, esperienza rituale della fede e prospettive pastorali.

Postfazione, di Giovanni Grandi.

domenica 5 maggio 2024

DONNE MINISTRE ORDINATE?




 


Andrea Grillo, L’accesso delle donne al ministero ordinato. Il diaconato femminile come problema sistematico, San Paolo, Cinisello Balsamo 2024. 175 pp. (€ 18,00).

Opera densa, difficile da sintetizzare. Propongo la prima parte delle conclusioni (pp. 163-164):

Come appare evidente dallo sviluppo del percorso di riflessione che abbiamo condotto lungo le pagine di questo volume, di fronte alla Chiesa cattolica sta un passaggio fondamentale, che riguarda non solo la sua antropologia e la sua ecclesiologia, ma anche il modo con cui pensa la tradizione cui appartiene e che non smette di incarnare. La questione dell’ordinazione, nella sua potenziale estensione anche alle donne, solleva contemporaneamente tre livelli di questioni, che fino a oggi hanno ricevuto una risposta insufficiente:

a) In quale misura può essere fondata sulla Scrittura l’esclusione delle donne dal ministero ordinato? È d’avvero corretta e affidabile un’ermeneutica biblica che pensa trovare in una “omissione del Signore” il fondamento per la norma dell’azione della Chiesa?

b) Quanto è stato forte, e continua ad essere forte, il malcelato ideale di custodire la Chiesa come societas inaequalis, ribadendo tutte le classiche differenze e preferenze di autorità, per resistere alle nuove evidenze tardo-moderne della libertà e della eguaglianza, percepite come lesive della differenza di Dio?

c) Fino a che punto la questione della “differenza sessuale”, trasportata sul livello dell’esercizio dell’autorità, ha potuto illudere la Chiesa di restare fedele alla tradizione, portandola a confondere tale tradizione con le forme culturali e sociali premoderne?

 

sabato 3 febbraio 2024

NOTA SULLA VALIDITA' DEI SACRAMENTI







DICASTERO PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

 

NOTA

GESTIS VERBISQUE

SULLA VALIDITÁ DEI SACRAMENTI

 

Presentazione

 

Già in occasione dell’Assemblea Plenaria del Dicastero del gennaio 2022, i Cardinali e i Vescovi Membri avevano espresso la loro preoccupazione per il moltiplicarsi di situazioni in cui si era costretti a costatare l’invalidità dei Sacramenti celebrati. Le gravi modifiche apportate alla materia o alla forma dei Sacramenti, rendendone nulla la celebrazione, avevano poi condotto alla necessità di rintracciare le persone coinvolte per ripetere il rito del Battesimo o della Cresima ed un numero importante di fedeli hanno giustamente espresso il loro turbamento. Ad esempio, invece di usare la formula stabilita per il Battesimo, si sono utilizzate formule come quelle che seguono: «Io ti battezzo nel nome del Creatore…» e «A nome del papà e della mamma… noi ti battezziamo». In una tale grave situazione si sono ritrovati anche dei sacerdoti. Questi ultimi, essendo stati battezzati con formule di questo tipo, hanno scoperto dolorosamente l’invalidità della loro ordinazione e dei sacramenti sino a quel momento celebrati.

Mentre in altri ambiti dell’azione pastorale della Chiesa si dispone di un ampio spazio per la creatività, una simile inventiva nell’ambito della celebrazione dei Sacramenti si trasforma piuttosto in una “volontà manipolatrice” e non può perciò essere invocata.[1] Modificare, dunque, la forma di un Sacramento o la sua materia è sempre un atto gravemente illecito e merita una pena esemplare, proprio perché simili gesti arbitrari sono in grado di produrre un gravoso danno al Popolo fedele di Dio.

Nel discorso rivolto al nostro Dicastero, in occasione della recente Assemblea Plenaria, il 26 gennaio 2024, il Santo Padre ha ricordato che «mediante i Sacramenti, i credenti diventano capaci di profezia e di testimonianza. E il nostro tempo ha bisogno con particolare urgenza di profeti di vita nuova e di testimoni di carità: amiamo dunque e facciamo amare la bellezza e la forza salvifica dei Sacramenti!». In questo contesto ha altresì indicato che «ai ministri è richiesta una particolare cura nell’amministrarli e nel dischiudere ai fedeli i tesori di grazia che comunicano».[2]

È così che, da una parte, il Santo Padre ci invita ad agire in modo tale che i fedeli possano avvicinarsi fruttuosamente ai Sacramenti, mentre dall’altra parte sottolinea con forza il richiamo ad una “particolare cura” nella loro amministrazione.

A noi ministri è pertanto richiesta la forza di superare la tentazione di sentirci proprietari della Chiesa. Dobbiamo, al contrario, diventare assai ricettivi davanti a un dono che ci precede: non soltanto il dono della vita o della grazia, ma anche i tesori dei Sacramenti che ci sono stati affidati dalla Madre Chiesa. Non sono nostri! E i fedeli hanno il diritto, a loro volta, di riceverli così come la Chiesa dispone: è in questa maniera che la loro celebrazione è corrispondente all’intenzione di Gesù e rende attuale ed efficace l’evento della Pasqua.

Col nostro religioso rispetto di ministri verso quanto la Chiesa ha stabilito riguardo alla materia e alla forma di ogni Sacramento, manifestiamo di fronte alla comunità la verità che «il Capo della Chiesa, e dunque il vero presidente della celebrazione, è solo Cristo».[3]

La Nota che qui presentiamo non tratta perciò di una questione meramente tecnica o persino “rigorista”. Con il pubblicarla, il Dicastero intende principalmente esprimere luminosamente la priorità dell’agire di Dio e salvaguardare umilmente l’unità del Corpo di Cristo che è la Chiesa nei suoi gesti più sacri.

Possa questo Documento, approvato unanimemente il 25 gennaio 2024 dai Membri del Dicastero riuniti in Assemblea Plenaria e poi dallo stesso Santo Padre Francesco, rinnovare in tutti i ministri della Chiesa la piena consapevolezza di quanto Cristo ci ha detto: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16).

Víctor Manuel Card. FERNÁNDEZ
Prefetto

 

Testo della Nota: https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_ddf_doc_20240202_gestis-verbisque_it.html

 

  

domenica 10 dicembre 2023

IL SACRAMENTO DEL LINGUAGGIO

 



 

Giorgio Agamben, Horkos. Il sacramento del linguaggio. Archeologia del giuramento (Saggi 82), Quodlibet, Macerata 2023. 102 pp. (€ 14,00).

 

Che cos’è il giuramento, qual è la sua origine e quale il suo scopo, se esso sembra mettere in questione l’uomo stesso come animale politico? L’ “archeologia” del giuramento che questo libro propone cerca di rispondere a queste domande, in una prospettiva in cui il problema del giuramento e il problema del linguaggio appaiono inseparabili. Attraverso un’indagine di prima mano sulle fonti greche e romane, che ne mette in luce il nesso con la legislazione arcaica, la maledizione, i nomi degli dei e la bestemmia, Agamben situa, infatti, l’origine del giuramento in una dimensione nuova, in cui esso appare come l’evento decisivo nell’antropogenesi, nel diventar umano dell’uomo. Il giuramento ha potuto costituirsi come “sacramento del potere” perché esso è innanzitutto il “sacramento del linguaggio”, in cui l’uomo, che si è scoperto parlante, decide di legarsi alla sua parola e di mettere in gioco in essa la sua vita e il suo destino.

(Quarta di copertina)

 

Pag. 9     Horkos. Il sacramento del linguaggio

Pag. 95   Riferimenti bibliografici

Pag. 101 Indice dei nomi

 

domenica 6 marzo 2022

“OPUS OPERANTIS” e “OPUS OPERATUM”

 



Se la vita del sacerdote si presenta come un officium, se l’officium istituisce una soglia di indifferenza fra la vita e la norma e fra l’essere e la prassi, nello stesso tempo la Chiesa afferma con decisione quella netta distinzione fra vita e liturgia, fra individuo e funzione che culminerà nella dottrina dell’opus operatum e dell’effettualità sacramentale dell’opus Dei. Non soltanto la prassi sacramentale del sacerdote è valida ed efficace ex opere operato indipendentemente dall’indegnità della sua vita, ma, com’è implicito nella dottrina del charater endelebile, il sacerdote indegno resta sacerdote malgrado la sua indegnità.

A una vita che riceve il suo senso e il suo rango dall’officio, il monachesimo oppone l’idea di un officium che ha senso solo se diventa vita. Alla liturgizzazione della vita, corrisponde qui un’integrale vivificazione della liturgia. Il monaco è, in questo senso, un essere che è definito soltanto dalla sua forma di vita, cosicché al limite, l’idea di un monaco indegno, sembra implicare una contraddizione in termini.

Se la condizione monastica si definisce pertanto attraverso la sua differenza specifica rispetto all’ufficio sacerdotale (cioè a una prassi la cui efficacia è indipendente della forma di vita), è chiaro allora che è proprio nell’articolarsi della dialettica fra queste due figure della relazione vita-officium che dovranno decidersi le sorti storiche del monachesimo. Allo sfumare della differenza corrisponderà la progressiva clericalizzazione dei monaci e la loro crescente integrazione nella Chiesa, mentre al suo accentuarsi corrisponderanno tensioni e conflitti tra gli ordini e la curia.

L’esplosione dei movimenti religiosi fra il XII e il XIII secolo è il momento in cui queste tensioni raggiungono il loro punto critico. E’ significativo che sia proprio il principio della separazione dell’opus operans e opus operatum che i movimenti intendono innanzitutto mettere in discussione. Così ciò che i valdesi obiettano alla Chiesa non è soltanto l’inefficacia dei sacramenti amministrati da un sacerdote indegno, ma ancora più radicalmente, che il principio secondo cui il diritto di legare e di sciogliere, di consacrare e benedire e di amministrare i sacramenti non deriva dall’ordo e dall’officium, ma dal merito, e cioè, una questione non di diritto e di successione gerarchica, ma di imitazione della vita apostolica.

[…] Grundmann ricorda che è proprio per far fronte a queste eresie che Innocenzo III chiama in causa il principio della distinzione fra opus operans e opus operatum (cfr. De sacrificii altaris mysterio, PL 217,844).

Fonte: Giorgio Agamben, Altissima povertà. Regole monastiche e forme di vita, Neri Pozza Editore, Vicenza 2011, 143-146.

domenica 26 dicembre 2021

“PER EVANGELICA DICTA DELEANTUR NOSTRA DELICTA”

 





 

Terminata la lettura del Vangelo, il sacerdote acclama “Verbum Domini” (Parola del Signore), e bacia il libro dicendo sottovoce: “Per evangelica dicta deleantur nostra delicta” (La parola del Vangelo cancelli i nostri peccati). Formule simili accompagnano fin dall’anno mille circa il bacio del Vangelo. Alla acclamazione iniziale il popolo risponde: “Laus tibi, Christe” (Lode a te, o Cristo). Sarebbe da augurarsi che anche le parole sottovoce che accompagnano il bacio del libro alla fine della lettura evangelica fossero pronunciate da tutti i partecipanti, si tratta infatti di una formula al plurale che esprime in forma di preghiera ciò che afferma l’Introduzione al Lezionario della Messa, al n. 4: “Nella Parola di Dio è presente il Cristo, che attuando il suo mistero di salvezza, santifica gli uomini e rende al Padre un culto perfetto”.

Nel secolo scorso, in particolare dopo la celebrazione del Concilio Vaticano II, dagli anni ’70 in poi, sono stati diversi gli autori che hanno approfondito e messo in rilievo la dimensione sacramentale della Parola di Dio. Recentemente, ho presentato in questo blog l’importante studio di A. Bozzolo e M. Pavan (Sacramentalità della Parola, Queriniana 2020), che fa la sintesi di questo lungo cammino di approfondimento della dimensione sacramentale della Parola. Ciononostante, possiamo affermare che permane ancora in alcune riflessioni teologiche e nella pastorale, particolarmente in alcune omelie, una certa dicotomia tra sacramento e Parola, cioè la concezione che il sacramento dona la grazia mentre la Parola biblica propone la dottrina, che il sacramento è efficace mentre la Parola può solo preparare il sacramento oltre che insegnare. Ma se la parola di Dio non è vissuta nell'economia sacramentale fino a essere accolta come realtà sacramentale, come trasmissione di potenza spirituale e di grazia – e non solo come comunicazione di verità, di precetto e di dottrina –, rischia di restare sempre parola su Dio, configurandosi soltanto come un preludio alla celebrazione del sacramento.

La Parola va proclamata, celebrata, ascoltata e vissuta. Ognuno di questi momenti è importante affinché essa “abbia un intrinseco riferimento alla persona di Cristo e alla modalità sacramentale della sua permanenza” (cf. Benedetto XVI, Sacramentum caritatis 45). La nota affermazione di Agostino: “Accedit verbum ad elementum et fit sacramentum” invita a sfruttare ogni elemento rituale che accompagna la proclamazione della Parola. La forma dell’atto celebrativo non è meramente un rivestimento esteriore del sacramento, ma la modalità storica della sua attuazione.

 

domenica 23 maggio 2021

UNA MISTAGOGIA PER I NOSTRI TEMPI

 


 

 

Elmar. Salmann, Metaphorein, Passaggi aperti tra vita e sacramento, a cura di Gianluca De Candia (Leitourgia, Lectiones Vagagginianae), Cittadella, Assisi - Pontificio Ateneo Sant’Amselmo, Roma 2021. 101 pp. (€ 9,00).

 

Le lezioni raccolte in questo volume rappresentano una sorta di “mistagogia” per il nostro tempo, in cui Salmann, con quello stile che in molti hanno imparato ad apprezzare, attinge alla letteratura, alla fenomenologia della vita, alla filosofia, alle risorse della teologia classica e più recente, per proporre una introduzione al significato dei sacramenti e alla loro rilevanza per l’esistenza. L’approccio proposto dall’autore, procede dal visibile per giungere all’invisibile, ed ha il suo modello di riferimento nel metodo della catechesi mistagogica.

 

(Dall’Introduzione, p. 9)

domenica 11 aprile 2021

LA PANDEMIA E IL FUTURO DELLA LITURGIA

 



 

Non senza sollevare qualche polemica, in quasi tutti i Paesi del mondo il confinamento ha impedito a milioni di fedeli di celebrare l’Eucaristia, cosa che non era mai accaduta prima. Alcuni sacerdoti hanno celebrato la Mesa in privato e l’hanno trasmessa tramite i social media, supportando la comunione spirituale con la parola e con l’immagine e mantenendo così certi vincoli comunitari. Ciò nonostante, per quanto ci si sia sforzati di minimizzare gli effetti del confinamento, il popolo di Dio ha dovuto sopravvivere spiritualmente senza la pratica abituale dei sacramenti, o per lo meno senza mantenerne la continuità. Qui non è in gioco soltanto la relazione con Dio, ma anche quella con la Chiesa, con la comunità e con se stessi.

 

Quando verranno meno tutte le attuali restrizioni, forse molti cristiani torneranno in chiesa rafforzati da una fede che si nutre dei sacramenti, e questo particolare digiuno sarà servito loro per rendersi conto di quanto i sacramenti siano importanti. Purtroppo però a qualche comunità cristiana questa “desacramentalizzazione” temporanea recherà problemi, e alcuni fedeli si perderanno per strada per il semplice fatto che la consuetudine forgia la virtù. Pensiamo a parrocchie con fedeli di salute cagionevole, per i quali uscire per strada e tra la gente può diventare rischioso. O a quei genitori che, avendo sperimentato una certa difficoltà a educare i figli alla fede, ora dovranno convincerli daccapo dell’importanza di partecipare alla Messa dopo vari mesi di assenza. E che dire delle comunità giovanili in formazione, alle quali sono venute meno le consuetudini che favoriscono la pratica sacramentale? O di quelle persone che – magari dubbiose sulla fede, o impaurite, o sovraccariche di lavoro – hanno perso la sana abitudine di celebrare ogni settimana i sacramenti, e ora mettono in dubbio la propria appartenenza alla Chiesa?

 

È bene inoltre tenere presente che la difficoltà non è limitata alla celebrazione dell’Eucaristia. L’attività pastorale richiede un grande investimento di tempo e di immaginazione, perché mira a creare processi nelle persone. Con la pandemia attuale questo lavoro probabilmente è rimasto interrotto, e in alcuni casi andrà ripreso da zero. Parimenti, bisognerà ripensare le liturgie, gli incontri e le celebrazioni senza il calore della folla – processioni, gruppi, ritiri, preghiere comunitarie, conferenze, Giornate mondiali della gioventù ecc. –, perché ancora per qualche tempo non si potranno tenere come si è sempre fatto.

 

Consapevoli che la nostra fede cattolica è imperniata su una vita sacramentale, ci troviamo nell’urgenza di ridisegnare nuove proposte pastorali che rispondano alla vita spirituale del popolo di Dio e possano tornare a tessere nuovi vincoli comunitari. Tutto ciò esige uno sforzo supplementare e creatività da parte di agenti pastorali che talvolta non sono in numero sufficiente. Questo già avviene in alcune parti del mondo dove mancano sacerdoti, e nell’attuale situazione si aggiunge il fatto che molte comunità devono ricomporsi a ritmi forzati dopo vari mesi di assenza delle celebrazioni fisicamente condivise. Per fortuna non mancano il tempo, i motivi e la creatività sufficiente peer celebrare la vita.

 

(Álvaro Lobo Arranz S.I., Postumi spirituali del Covid-19. In “La Civiltà Cattolica” 2021 I 437-449 [qui 440-442] 4097 [6/20 marzo 2021])  

domenica 31 maggio 2020

L’INIZIAZIONE CRISTIANA UN CAMMINO GRADUALE E PROGRESSIVO




Pietro Angelo Muroni, Iniziazione cristiana (Le parole della fede), Cittadella Editrice, Assisi 2020. 186 pp. (€ 13,80).


Non è la prima volta che il Prof. Muroni si occupa dei sacramenti dell’iniziazione cristiana. In questo volumetto, egli si sofferma sull’analisi dei riti del battesimo, della confermazione e dell’eucaristia, e lo fa con un metodo unitario. In questo modo ci aiuta a riscoprire il cammino graduale e progressivo dei riti dell’iniziazione cristiana attraverso cui si viene inseriti pienamente nel Mistero pasquale di Cristo e nella vita della comunità cristiana. Al seguito di altri studi recenti, l’Autore invita a riscoprire il corretto ordine dei sacramenti dell’iniziazione: battesimo, confermazione (termine più adeguato del vocabolo “cresima”) e eucaristia.

L’opera è divisa in sei capitoli: 1) Iniziazione cristiana e storia della salvezza. A partire dalla Sacra Scrittura; 2) L’iniziazione cristiana nella storia. Il primo millennio; 3) Dall’unità alla separazione dei sacramenti. Il secondo millennio; 4) L’iniziazione cristiana al Concilio Vaticano II. Alla riscoperta dell’unità dei sacramenti; 5) La riforma dei libri liturgici. Dal rito alla teologia; 6) Ricaduta della teologia sulla pastorale. Per un’ars celebrandi virtuosa.


domenica 17 maggio 2020

IL SACERDOZIO COMUNE DEI FEDELI




Giuseppe La Torre, Regale sacerdotium fidelium. Una rilettura alla luce della lex credendi, della lex orandi e della lex vivendi (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” “Subsidia” 191), CLV Edizioni Liturgiche, Roma 2019. 507 PP. (€ 50,00).


Per rendere i cristiani più consapevoli della loro identità e del loro impegno nella vita e nella missione della Chiesa, l’ecclesiologia del Concilio Vaticano II ha riscoperto che alla base della loro vita sta la dottrina del “regale sacerdotium” che, a buon diritto, può essere definita come il fondamento dogmatico-liturgico della “spiritualità” dei fedeli a ragione dello stretto legame che ha con la visione della Chiesa, Corpo Mistico di Cristo, e con i Sacramenti dell’iniziazione cristiana.

Lo scopo del presente studio è quello di provare ad indagare come una tematica teologico-liturgica particolarmente attuale, come quella del sacerdozio comune dei fedeli, sia una verità di fede da sempre creduta e affermata nella Chiesa (lex credendi) tanto da confluire nella creazione e nella stesura dei testi liturgici (lex orandi) affinché la partecipazione ai Divini Misteri stimolasse i fedeli ad assumere uno stile di vita più autenticamente cristiano (lex vivendi).

Da quest’analisi avremo così la possibilità di osservare come tale dottrina si propone di insegnare ai battezzati che non può esistere dicotomia tra culto e vita in quanto la vita in Cristo, iniziata col Battesimo e rinsaldata con la Confermazione rende sacro ogni aspetto dell’esistenza facendo di ogni azione un’oblazione e un sacrifico spirituale che trova nella partecipazione all’Eucaristia la sua più alta manifestazione.


(Quarta di copertina)

domenica 19 gennaio 2020

IL SACERDOZIO MINISTERIALE




L’uso del linguaggio sacerdotale applicato a quello che oggi definiamo ministero ordinato o presbiterale – semplicemente i “sacerdoti – è tardivo rispetto ai testi neotestamentari, appare soltanto nel IV secolo e non è privo di ambiguità: rischia di confondere i piani e addirittura di neutralizzare la novità dell’evento di Gesù Cristo, principio e forma del sacerdozio della nuova alleanza.

È tuttavia inevitabile che il “vecchio” continui a riaffiorare, che si parli ancora di “nuovi leviti”, che si sacralizzino luoghi, vesti, atteggiamenti in riferimento all’Antico Testamento. Si giunge così ad appropriare al presbitero il termine “sacerdote”, riservato al popolo di Dio, di cui anch’egli fa parte, come se il sacerdozio fosse una sua prerogativa esclusiva, con rischio di innalzarlo al di sopra del popolo, anziché collocarlo al suo posto di servizio, fino quasi a non riconoscere più l’originale dignità sacerdotale e regale della comunità dei fedeli. Vi è certamente una distinzione tra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale, ma distinzione che non dovrebbe mai esprimersi nel distacco, nella lontananza, nella separazione, favorita da una ritualità esasperata, attenta alle minuzie, agli abiti ricercati, a marcare le distanze, a rivendicare presunte dignità con una serie di titoli altisonanti e altrettanto privi di significato, che si sono accumulati nel corso dei secoli.

La purità delle mani sacerdotali non è più quella dell’Antico Testamento, ma quella che deriva dall’aver lavato i piedi sporchi, dall’aver toccato la carne di Cristo nei poveri. La sacralità della liturgia non è data dai riti, ma dal clima di fraternità e semplicità che regna nel cenacolo e che deve informare le nostre celebrazioni. Il presbitero non può “salire” l’altare (espressione comunque ambigua, perché non esprime la realtà del sedersi attorno alla stessa mensa) se prima non ha condiviso nella ferialità il sacerdozio regale con i suoi fratelli e sorelle, che rimangono tali – fratelli e sorelle – anche dopo la sua ordinazione presbiterale e verso i quali egli rimane fratello, espressione di tutto il popolo di Dio, uno del popolo, che si identifica col popolo e nel quale il popolo si sente espresso e identificato. Allora e solo allora, con loro e per loro, può fare la “memoria” del Signore.


Fonte: Fabio Ciardi, Il Cenacolo. La nostra casa, Rogate, Roma 2019, 62-63.
    

giovedì 16 gennaio 2020

La fragile ontologia del celibato. Perplessità nella mente e scandalo nel cuore





Pubblicato il 16 gennaio 2020 nel blog: Come se non

Il libro è uscito, esattamente come preannunciato: si compone di una “nota del curatore” (N. Diat), di una Introduzione dei due autori, di una prima parte scritta solo da J. Ratzinger, di una seconda scritta solo da R. Sarah e di una Conclusione scritta di nuovo a due mani.
La Nota del curatore è irrilevante: serve solo a dimostrare che il giornalista conosce poco l’argomento del libro. Vi sono poi la introduzione e la conclusione, che per stile e per contenuti sembrano scritte dalla mano di Sarah, poiché assomigliano molto alla sua parte. Vi sono poi le due parti principali: quella di J. Ratzinger (21-54) che si intitola Il sacerdozio cattolico, e quella di R. Sarah (55-128) che si intitola Amare fino alla fine. Sguardo ecclesiologico e pastorale sul celibato sacerdotale.
Dopo aver letto entrambe le parti, credo che sia giusto dedicare una breve presentazione soltanto alla prima parte. La seconda, infatti, è talmente approssimativa, contraddittoria, scomposta e piena di errori teologici e storici, da non poter essere neppure considerata un discorso compiuto e coerente: vi si esprime un abbozzo di visione del celibato che non ha alcun fondamento né nella storia né nella realtà. Uno “sguardo” stravolto e distorto, talora anche violentemente irrispettoso, che sorprende trovare proposto da colui che da 5 anni è il responsabile più alto della Congregazione che si occupa di culto e di sacramenti.
Ma veniamo al testo di J. Ratzinger (non avrei usato il nome di Benedetto XVI nel libro, visto che da papa regnante egli usava il suo nome di battesimo per firmare le sue opere non magisteriali, mentre ora usa il nome papale per firmare riflessioni teologiche strettamente personali).
Una meditazione sul sacerdozio poco serena
Come ha scritto P. Garrigues, la presentazione del sacerdozio proposta da J. Ratzinger si rivela subito molto discutibile. E lo è, anzitutto, sul piano metodologico.Curiosamente Ratzinger attribuisce la crisi in cui versa il sacerdozio proprio ad un problema metodologico, che ritiene di risolvere mediante una serie di passaggi altamente problematici. Li presento brevemente.
Il primo passo muove una critica alla teologia, che avrebbe interrotto la tradizione di “interpretazione cristologica dell’Antico Testamento”, così interrompendo il rapporto tra teologia e culto (qui però non è chiaro perché solo una esegesi dell’AT potrebbe conservare un rapporto tra teologia e culto).
Perciò una corretta teologia del sacerdozio esigerebbe per Ratzinger una “struttura esegetica fondamentale”. Da tale metodologia deriverebbe l’unica teologia corretta, che Ratzinger esprime con le seguenti parole:
“L’atto cultuale passa ormai attraverso un’offerta della totalità della propria vita nell’amore. Il sacerdozio di Gesù Cristo ci fa entrare in una vita che consiste nel diventare uno con lui e nel rinunciare a tutto ciò che appartiene solo a noi. Per i sacerdoti questo è il fondamento della necessità del celibato, come anche della preghiera liturgica, della meditazione della Parola di Dio e della rinuncia ai beni materiali”. (24)
 Diventare “uno” con lui e rinunciare a tutto – che è una descrizione del discepolato cristiano, ossia del sacerdozio battesimale – diventa immediatamente 4 cose determinate, mediante un passaggio concettuale davvero molto, troppo rapido, che si sposta dalla “descrizione della Chiesa” alla “ vita dei chierici”. Preghiera liturgica, meditazione della Parola, rinuncia ai beni e celibato sono messi in fila, consequenzialmente. E’ evidente che qui, sul piano della argomentazione, si mescolano cose di generi molto diversi. E questo non è mai un bel segnale. Se metto il celibato con l’ascolto della Parola, con la preghiera liturgica, con la comunione dei beni, sto citando indirettamente il libro degli Atti, al famoso versetto 2,42. Ma in quel versetto si parla di tutto, ma non del celibato. Secondo una corretta metodologia esegetica non si dovrebbero mescolare, fin dal principio, le carte del discorso.
 Comunque sia, nel primo paragrafo del suo testo, J. Ratzinger sviluppa proprio quella che lui stesso chiama: “Il formarsi del sacerdozio neotestamentario nell’esegesi critologico-pneumatologica”.
In questa sezione del suo testo si presenta lo sviluppo del sacerdozio partendo dalla “comunità di laici” che sta intorno a Gesù. La critica profetica del culto trova nei discorsi di Gesù sul sabato e sul tempio dei “topoi” che però possono essere interpretati soltanto dal suo gesto fondamentale, quello dell’ultima cena. Proprio nell’ultima cena si pone il nuovo “atto di culto” che è costituito dalla interpretazione della Croce e della Risurrezione. Ma questa interpretazione avviene, secondo Ratzinger, unificando in un’unica realtà i “ministeri” di vescovo, presbitero e diacono e il “sacerdozio” del Sommosacerdote, del Sacerdote e dei leviti. Così si crea un perfetto parallelismo tra NT e AT, e soprattutto si propone questa “esegesi cristologica e pneumatologica dell’AT” come unica via per intendere il sacerdozio cristiano. Non una parola è detta del fatto che tale sacerdozio cristologico, fatto di comunione con Dio e di rinuncia a se stessi, è il cuore del battesimo e della vita cristiana comune, ossia è “sacerdozio battesimale”, è “sacerdozio comune”. Ma Ratzinger, ritenendo che quella proposta sia “la verità del testo” e non una sua “lettura allegorica”, non riesce ad uscire da una precomprensione sommosacerdotale, che rischia di escludere ogni possibile lettura del sacerdozio comune. Il solo sacerdozio, nella presentazione di Ratzinger, sembra essere quello gerarchico. Così, ovviamente, l’unica visione coerente può essere quella tridentina, certamente non quella del Concilio Vaticano II. In altri termini, la “istituzione di un nuovo culto” – che Ratzinger descrive con grande efficacia a p. 33, viene però riferita sostanzialmente ai “chierici”, non alla Chiesa. Questo, a me pare, un errore metodologico molto pesante, che compromette l’intero discorso. E tale lettura allegorica, che si pretende di far diventare normativa per la “ontologia del sacerdozio” finisce, inevitabilmente per trovare in Lutero e nel Concilio Vaticano II – unificati apologeticamente nello stesso girone dei reprobi – gli interlocutori inadempienti, perché non capiscono più questa “esegesi cristologico-pneumatologica” per la quale il “nuovo culto” non riguarda anzitutto la Chiesa, ma i preti.
 Esempi storici e biblici piuttosto vaghi
 A questa prima parte, che è centrale per la argomentazione, seguono una serie di “applicazioni storiche” e “ermeneutiche bibliche”, volte a “dimostrare” questa tesi. Bisogna riconoscere che la tesi, di per sé piuttosto fragile, non trova molta forza nelle applicazioni storiche, nelle quali i dati non riescono a suffragarla in modo convincente.
Mi soffermo soltanto su un punto. La valutazione a cui si sottopone la tradizione ebraica della “astinenza sessuale” prima della celebrazione del culto e la scelta del celibato come disciplina è certamente basata su dati storici, sulla trasformazione del culto cristiano in culto quotidiano, ma la soluzione adottata nella storia, nella sua contingenza sociale, culturale ed ecclesiale, viene assunta come “astinenza ontologica”, senza alcuna valutazione del mutamento della comprensione del matrimonio, della sessualità e della identità dei soggetti. Pretendere di dimostrare oggi la evidenza del celibato con un concetto di “purità rituale” che la storia ha profondamente trasformato non sembra una forma convincente di metodologia teologica. Si fa dire alla storia ciò che si vuole e si tappa la bocca al presente solo “per autorità”. Così pure la lettura del “sacerdozio uxorato” come accompagnato dalla esigenza della astinenza assolutizza e generalizza in modo universale un elemento che la storia attesta, ma non in modo incontrovertibile. Che cosa è stato non ci dice, immediatamente, che cosa deve essere. Proprio qui consiste, come insegna Romano Guardini, la differenza della teologia sistematica.
Altri punti problematici emergono dalle piccole esegesi che Ratzinger propone di testi-chiave, per cercare di confermare la sua metodologia. Il testo del Salmo 16 viene riletto come “ammissione alla comunità sacerdotale”. Qui, come è evidente, si usano le parole in una accezione non aggiornata. Sorprende che si possa parlare, ancora oggi, di “comunità sacerdotale” senza tener conto che in Lumen Gentium tale termine indica “tutta la comunità ecclesiale”. E’ ovvio che, se riferita solo agli “ordinati”, la cosiddetta “esegesi cristologico-spirituali” ricostruisce, immediatamente, la Chiesa preconciliare. Come volevasi dimostrare.
Così pure la interpretazione della II Preghiera Eucaristica attribuisce al “sacerdote” che presiede le parole che, non nel Deuteronomio, ma nel testo eucaristico, devono essere riferite a tutti i battezzati. Curiosamente Ratzinger trova anche qui la occasione per accusare “i liturgisti” di aver studiato le parole da lui citate solo per invitare a “stare in piedi” e non “in ginocchio”. In realtà molto più urgente è stabilire che il testo non parla “del prete”, ma della “Chiesa”. E non c’è bisogno di un liturgista per dirlo.
 In conclusione
Un’ultima parola deve essere dedicata alla differenza tra il testo di Ratzinger e il testo di Sarah. Il primo è un testo teologico, il secondo voleva essere solo un discorso spirituale. Come ho detto, il secondo testo è fuori concorso. Ma il primo, proprio perché si muove sul piano dell’esercizio della ragione teologica, porta una maggiore responsabilità. In un certo senso, le esagerazioni, preoccupanti o esilaranti, contenute nel testo di Sarah sono in qualche modo rese possibili, e quasi benedette, da una teologia del sacerdozio troppo fragile e troppo unilaterale. Forse il teologo avrebbe avuto bisogno di un altro cardinale come coautore. Ma forse il cardinale avrebbe avuto bisogno di essere aiutato da una teologia meno accondiscendente verso le derive clericali della identità dei ministri ordinati. Insomma, per esprimere un atto di “filiale obbedienza”, credo che si sarebbe potuto pensare a qualcosa di meglio. 



domenica 22 dicembre 2019

I SACRAMENTI ALLA PROVA DEL GENERE



Andrea Grillo – Donata Horak, Le istituzioni ecclesiali alla prova del genere. Liturgia, sacramenti e diritto (Exousia), San Paolo, Cinisello Balsamo 2109. 221 pp. (€ 22,00).

La recezione del dono di grazia (iniziazione), la cura della crisi (guarigione) e la vocazione al servizio (ordine e matrimonio) possono essere narrate e celebrate in modo più pieno e profondo quando l’attenzione all’uguaglianza e la valorizzazione della differenza non assumono le forme della generica riduzione al modello maschile. Si è potuto osservare che nei tre diversi ambiti le dinamiche si sono sviluppate in modo assai differenziato e che soprattutto dove la società percepiva l’esposizione maggiore (ossia nei sacramenti in cui è in gioco la salvezza altrui), il controllo culturale e sociale si è imposto con maggiore forza, imponendo modelli, ruoli e funzioni rigorosamente distinte, con una privatizzazione del femminile che ha inciso sul modo di annunciare la salvezza nel matrimonio e nel ministero della Chiesa. Ci sembra che debba essere capovolto il luogo comune che si è imposto anche dopo il concilio Vaticano II, per cui sarebbe la rivendicazione di una prospettiva di genere a introdurre un’alterazione antropologica e sociologica della tradizione ecclesiale. È vero il contrario: la pretesa di non ascoltare i segni dei tempi e di perpetuare i modelli, le relazioni ecclesiali e i rapporti di forza così come si sono imposti nel passato costituisce una resistenza al vangelo e a quello che lo Spirito sta dicendo alla Chiesa. Sotto questo punto di vista, una prospettiva di genere può restituire alla Parola e al Sacramento la loro autorità più autentica.

(Dalle Conclusioni del volume, pp. 197-198)  

martedì 6 agosto 2019

Cinquant’anni fa Papa Montini approvava l’«Ordo baptismi parvulorum»






di Enda Murphy
Officiale della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti





Cinquant’anni fa, nella solennità dell’Ascensione, il 15 maggio 1969, la Sacra Congregazione per il culto divino promulgò la prima edizione tipica dell’Ordo baptismi parvulorum. Ciò avvenne in risposta alla Costituzione sulla sacra liturgia del Vaticano II che richiedeva la revisione del rito del battesimo, considerando il fatto che i candidati sono bambini, e affinché i ruoli dei genitori e dei padrini fossero più chiaramente messi in rilievo; richiedeva inoltre che il rito fosse adattato per il battesimo di un gran numero di neonati o per l’amministrazione del battesimo da parte di un catechista nei territori di missione, o anche da altri in assenza del ministro ordinario; e che venisse redatto un rito abbreviato nel caso di un bambino già battezzato: tale rito avrebbe dovuto indicare che il bambino era già stato accolto nella Chiesa (cfr. Sacrosanctum concilium nn. 67-69).


Perché i Padri conciliari richiesero espressamente per i bambini un rito «adattato alla loro reale condizione»? Per il semplice fatto che il rito, così come appariva nel Rituale del 1614, era solamente una forma abbreviata di quello del battesimo per gli adulti. Il Rituale del 1614 conteneva alcuni adattamenti per il battesimo dei bambini, ma la Sacrosanctum concilium richiedeva più di questo. In effetti, i Prænotanda del nuovo Ordo contengono due capitoli specificamente dedicati agli adattamenti che possono essere fatti dalle Conferenze episcopali e dagli ordinari locali (capitolo v) e gli adattamenti che sono di competenza del ministro (capitolo vi). Come disse Balthasar Fischer, questa era la «prima volta nella storia della liturgia cattolica» che si componeva un rito per il battesimo dei bambini (cfr. «Notitiæ» 4 [1968] 235).


Il lavoro di riforma dei contenuti del Rituale romano era stato affidato ai Gruppi di studio 22 e 23. Il Coetus 22 era stato incaricato di rivedere i riti dei sacramenti e quindi svolse un ruolo importante, insieme al Consilium, nel portare a completamento il nuovo Ordo baptismi parvulorum. Va tenuto presente che era lo stesso gruppo di studio che, insieme al Coetus 23, era incaricato della preparazione del Rito del battesimo degli adulti, che sarebbe poi diventato l’Ordo initiationis christianæ adultorum (Oica). Ciò costituisce una parte importante del contesto del lavoro sul rito dei bambini, poiché quest’ultimo si andava a inserire all’interno della più ampia cornice teologica e liturgica di tutto il processo dell’iniziazione cristiana.


L’editio typica inizia con i Prænotanda generalia de initiatione christiana, che sarebbero infine apparsi anche nella editio typica reimpressio emendata dell’Ordo initiationis christianæ adultorum nel 1974. In effetti, i primi sei articoli di questa introduzione generale sono un capolavoro in miniatura, poiché espongono il modo in cui la Chiesa concepisce l’iniziazione e la dignità del battesimo. Questi Prænotanda radicano la concezione ecclesiale dell’iniziazione nell’insegnamento del concilio Vaticano II, nelle Scritture e nella Tradizione vivente della Chiesa, e chiariscono che i sacramenti dell’iniziazione formano un tutto inscindibile che non può essere compreso senza riferimento l’uno all’altro o, come dicono gli stessi Prænotanda, «i tre sacramenti dell’iniziazione sono così intimamente tra loro congiunti, che portano i fedeli a quella maturità cristiana per cui possano compiere, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria del popolo di Dio» (n. 2).


Infatti, il paragrafo 2 è un approfondimento del paragrafo 1 che spiega sinteticamente come siamo incorporati nel mistero della morte e risurrezione di Cristo, diventiamo figli adottivi e prendiamo parte all’assemblea eucaristica. I paragrafi dal 3 al 6 si riferiscono quindi alla dignità del battesimo, descritto come «l’ingresso alla vita e al regno» e «il primo sacramento della nuova legge» (n. 3). Il battesimo è prima di tutto un sacramento della fede mediante il quale coloro che sono stati illuminati dalla grazia dello Spirito Santo rispondono al Vangelo di Cristo, e la Chiesa esorta tutti i suoi figli a una fede vera e attiva per mezzo della quale fanno il loro ingresso nella Nuova Alleanza o lo confermano.


Il paragrafo 4 è ricco di immagini bibliche ed è ecumenicamente importante, in quanto riconosce che il battesimo è tenuto «in sommo onore» da tutti i cristiani; viene anche riconosciuta la validità dei battesimi celebrati «dai fratelli separati». Con il battesimo noi siamo incorporati alla Chiesa, edificati insieme come abitazione di Dio nello Spirito, popolo santo e sacerdozio regale. Questi sono alcuni dei principali temi ecclesiologici e teologici del Vaticano II, esposti in particolare nel secondo capitolo della Lumen gentium.


Il paragrafo 5 prosegue descrivendo il battesimo come «il lavacro dell’acqua unito alla parola di vita» che ha l’effetto di renderci «partecipi della vita di Dio e della adozione a suoi figli», introducendoci così al tema della divinizzazione e dello scambio divino-umano; scambio che si compie attraverso il battesimo e, in effetti, in tutti i sacramenti. In questo paragrafo si ricorda che, per ritus et preces (Sc n. 48), nel rito del battesimo si proclama il lavacro per la rinascita dall’alto dei figli di Dio e che, con l’invocazione della Santa Trinità, siamo consacrati ed entriamo in comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Le letture bibliche, la preghiera della comunità e la triplice professione di fede preparano e conducono a questo momento culminante. Ancora una volta la lex orandi della Chiesa non solo ne stabilisce la lex credendi, ma stabilisce i battezzati nella fede che viene professata e celebrata.


È importante sottolineare che il paragrafo 6 afferma chiaramente che nel battesimo «si commemora e si attua il mistero pasquale». Qui siamo di fronte alla ricca teologia battesimale di Romani 6, 4-5 «Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova». La nostra morte e risurrezione con Cristo è centrale nel rito del battesimo e perció la gioia della risurrezione deve risplendere nella sua celebrazione, specialmente quando si svolge durante la Veglia pasquale o la domenica, poiché questo è il giorno «in cui Cristo ha vinto la morte e ci ha resi partecipi della sua vita immortale» (cfr. ricordo particolare del Communicantes nel Messale italiano).


Se passiamo ora ai Prænotanda specifici del battesimo dei bambini, notiamo che i primi tre paragrafi si riferiscono all’importanza del battesimo degli infanti. Fin dai primi tempi la Chiesa ha battezzato non solo gli adulti ma anche i bambini, constatando che essi sono battezzati nella fede della Chiesa proclamata dai genitori, dai padrini e da tutti i presenti (n. 2). Questi ultimi rappresentano sia la Chiesa locale, sia l’intera comunità dei santi e dei fedeli, che non è altro che la madre Chiesa, e cosí concorrono a portare il bambino verso la vita nuova in Cristo. Infatti, il paragrafo 4 parla dell’importanza del Popolo di Dio, rappresentato dalla comunità locale, poiché esso svolge un ruolo importante sia nel battesimo degli adulti sia in quello dei bambini. Inoltre viene ricordato alla comunità che i bambini hanno diritto al suo amore e alla sua assistenza. Questo paragrafo sottolinea che il battesimo è per sua natura un atto ecclesiale. Non solo il celebrante ha un ruolo importante da svolgere, ma la comunità cristiana «esercita la sua funzione» quando «insieme al sacerdote» esprime il suo consenso alla professione di fede fatta dai genitori e dai padrini. Ciò dimostra che la fede è il tesoro dell’intera Chiesa di Cristo e non solo di una singola famiglia cristiana.


Sebbene questo Ordo non contenga una costituzione apostolica, Papa Paolo VI dimostrò un particolare interesse per la redazione del testo. Ricevette una bozza del suo schema il 20 novembre 1968 e la esaminò con il segretario del Consilium, Annibale Bugnini, il 19 gennaio 1969. Il Papa fece numerose osservazioni manoscritte, tra cui la mancata menzione nel testo di un riferimento al peccato originale. Questa lacuna sarebbe stata in seguito colmata nell’editio typica altera che fu pubblicata, con rinnovata approvazione papale, dalla Sacra Congregazione per il culto divino il 29 agosto 1973. Paolo VI, qui come altrove, si è dimostrato un diligente e fedele timoniere della riforma liturgica. Infatti, in un discorso al Collegio cardinalizio del 23 giugno 1969, riflettendo sulle gravi difficoltà che affliggevano la Chiesa, affermava di essersi accostato a esse con uno «spirito di umile e sincera obiettività» per «rinnovare continuamente ed interiormente lo spirito della legislazione canonica, per un migliore servizio della Chiesa e per uno sviluppo benefico ed efficace della sua missione nel mondo contemporaneo». E come prova del suo proposito il Papa così si esprimeva: «I numerosi e susseguenti documenti circa la riforma liturgica, anch’essa voluta dal Concilio, di cui Noi intendiamo fedelmente mandare ad esecuzione la volontà» (aas 61 [1969] 516). 


L’Ordo baptismi parvulorum ha portato milioni di bambini all’unione di grazia con Cristo crocifisso e risorto. Prendendo sul serio la loro condizione di vita, è stata data la dovuta importanza al ruolo dei genitori, dei padrini e del popolo di Dio. Il professor Fischer scrisse che «il Battesimo in particolare viene celebrato come il sacramento dell’unione al popolo di Dio, con effetti nel tempo presente e nella speranza escatologica» (cfr. «Notitiæ» 4 [1968] 237); è il significato che viene sottolineato dalle parole che accompagnano l’unzione con il crisma: «Egli stesso (il Padre) vi consacra con il crisma di salvezza, perchè inseriti in Cristo, sacerdote, re e profeta siate sempre membra del suo corpo per la vita eterna».



Fonte: L’Osservatore Romano (05 agosto 2019)


domenica 14 luglio 2019

COS’È IL SACRAMENTO?






Mario Florio, Sacramento (Le Parole della Fede), Cittadella, Assisi 2019. 145 pp. (€ 12,50).



Il sacramento costituisce il punto cruciale della comunicazione tra Dio e l’uomo in Gesù Cristo. Ma che cos’è il sacramento? La teologia si è più volte incaricata di delineare un quadro teorico di comprensione di questa realtà. In relazione a questa operazione, il Movimento liturgico ha riportato al centro la peculiarità dell’azione liturgica. L’itinerario proposto vuole mostrare una nuova approssimazione al sacramento tenendo conto di alcune costanti tipiche dell’esperienza umana nel suo dirsi all’interno dello spazio liturgico ed ecclesiale.

(Quarta di copertina)



Dopo una Introduzione di cinque pagine, il volume è diviso in quattro capitoli: Nelle Sante Scritture; Nella tradizione della Chiesa; Dire il sacramento oggi; Per una sintesi.



Opera erudita con un linguaggio talvolta di non facile comprensione.