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domenica 16 febbraio 2025

LA PRESIDENZA INVADENTE

 



 

Un presidente agisce in modo disturbante quando non rispetta nella sua natura profonda il rito in cui è chiamato a presiedere. Non è infatti il presidente che inventa il rito o ne determina il senso; il rito precede il presidente e gli assegna il compito proprio. La serietà di questa affermazione è connessa con il fatto che nel rito, nella forma pratica che gli è propria, la Chiesa viene disposta a “stare davanti a Dio” ed è associata dallo Spirito all’azione di Cristo nell’invocarlo e nel rendergli lode (cfr. SC 7). Perciò chi presiede un rito non ne è “padrone”, ma è chiamato a svolgere un servizio perché ciò accada. Il “soggetto regolatore” di questa pratica rituale è la Chiesa: essa discerne e trasmette -vero atto di tradizione ecclesiale - il modo di vivere nella forma rituale questa particolare relazione con Dio, in fedeltà alla rivelazione di Gesù Cristo. Oggi questo compito della Chiesa ha la sua manifestazione autorevole nei libri liturgici promulgati. Posiamo quindi ritenere che l’infrazione per eccesso o per difetto dell’ordine rituale previsto dalla Chiesa costituisca potenzialmente un elemento di disturbo perché interferisce sul modo proprio della Chiesa di “stare” davanti a Dio.

Fonte: Luigi Gerardi, “La presidenza invadente”, in Loris Della Pietra (a cura di), La liturgia manomessa (“Caro salutis cardo”. Contributi 39), Edizioni Liturgiche, Roma – Abbazia di Santa Giustina, Padova 2024, pp. 133-134.

 

domenica 9 febbraio 2025

LA LITURGIA MANOMESSA

 



Loris Della Pietra (a cura di), La liturgia manomessa (“Caro salutis cardo”. Contributi 39), Edizioni Liturgiche, Roma – Abbazia di Santa Giustina, Padova 2024, 226 pp. (€ 30,00).

Se i primi passi della recezione della riforma liturgica, non senza ingenuità e sbavature, si sono mossi nella consapevolezza di una mutabilità del culto ecclesiale, ora siamo più avveduti, anche grazie agli apporti dell’antropologia culturale, circa la “canonicità” del rito che lo preserva da manomissioni estrose e ne permette il ricorso nel passaggio e nella comunione delle generazioni. La sfida, alla quale dal fronte della riflessione teorica l’istituto di Liturgia Pastorale non si è sottratto, è di celebrare (e di pensare) una liturgia consegnata e ricevuta e, al contempo, che sia ancora riconoscibile, ovvero praticabile dagli uomini e dalle donne di oggi. Se il rito cristiano rimane così, un ordine “predisposto” ma visibile, potrà ancora attestare la precedenza del dono su ogni compito e dichiarare la perenne disponibilità dell’indisponibile.

Contributi di A. Alessio, B. Baratto, G. Bonaccorso, U.R. Del Giudice, L. Della Pietra, L. Girardi, M. Naro, P. Tomatis.

(Quarta di copertina)

domenica 11 luglio 2021

LA VERITÀ DEL RITO

 


 

Oggi la partecipazione ai sacramenti è la pratica più ovvia e universale, mentre dovrebbe essere vietata finché i fedeli non hanno “lingua da iniziati”, cioè fino a quando non sono in grado di celebrare un rito religioso cristiano. Su questa linea nella formazione dei presbiteri bisognerebbe dare grande risalto ad acquisire la competenza liturgica, con meno preoccupazione per altre discipline, talvolta sovrastimate. Si rimane allibiti per il dilettantismo degli operatori e presidenti del culto, che sembrano nati già competenti e che il più delle vote si esibiscono a inventare novità per salvare i riti dalla loro canonicità ripetitiva. Non immaginano che in questa rigidità si consuma la verità del rito, volto a svuotare presbiteri e fedeli dalle loro certezze religiose per renderli idonei ad accogliere la Grazia. È questo anello mancante che rallenta la riforma liturgica, perché rimane in vigore un modello dualistico e antirituale di esteriore e interiore.

 

(Roberto Tagliaferri, A partire dal rito. Una vicenda controversa, in Luigi Girardi (ed.), A partire dal rito, CLV – Edizioni Liturgiche, Roma; Abbazia Santa Giustina, Padova 2020, 216).

domenica 8 marzo 2020

USI E ABUSI: UNA MESSA CON VIA CRUCIS




Sono stato informato da un partecipante all’evento in cui un presbitero in Inghilterra, in un giorno quaresimale, ha organizzato una celebrazione della Via crucis nel modo seguente. Indossati i consueti paramenti per la celebrazione della Messa, ha iniziato la Via crucis. Dopo la stazione della morte di Gesù in croce, il presbitero si è indirizzato all’altare e, omessi i riti di introduzione e la liturgia della Parola, ha dato inizio alla Messa con la presentazione dei doni e le preghiere che l’accompagnano. Finita la Messa con l’orazione dopo la comunione e la benedizione finale, è stata ripresa la Via crucis con le ultime due stazioni.

Mi è stato chiesto di valutare questa bizzarra iniziativa. Basterebbe ricordare, come afferma il Direttorio su pietà popolare e liturgia (n. 13), che “gli atti di pietà e di devozione trovano il loro spazio al di fuori della celebrazione dell’Eucaristia e degli altri sacramenti”. Bisogna quindi evitare la sovrapposizione perché i linguaggi e gli accenti teologici della pietà popolare (gesti, testi, canti, immagini, luoghi, tempi) si differenziano dai corrispondenti delle azioni liturgiche. La liturgia e la pietà popolare non sono da opporre, né da equiparare, ma da armonizzare senza sovrapporle. La pietà popolare è al servizio e accompagna la vita sacramentale della Chiesa (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1674).

Nella suddetta iniziativa è particolarmente grave l’omissione della Liturgia della Parola. Il Lezionario della Messa organizza le letture della celebrazione eucaristica in modo che il Lezionario stesso “si può considerare a buon diritto uno strumento pedagogico per incrementare la catechesi” (OLM, n. 61). Specialmente nei tempi di Pasqua, Quaresima e Avvento, la scelta dei brani biblici e il loro ordinamento hanno lo scopo di portare i fedeli a rendersi conto gradualmente della fede che professano e ad approfondire la conoscenza della storia della salvezza.

L’iniziativa di questo presbitero snatura sia la Celebrazione eucaristica sia la Via crucis, e non è quindi formativa della vita spirituale dei fedeli. Conosco invece iniziative pastorali che valutano sia la Messa sia la Via crucis: in alcune chiese, nei venerdì della Quaresima, di mattina si celebra Messa e di pomeriggio si fa la Via crucis.

martedì 2 luglio 2019

La riscoperta della creatività in liturgia: in dialogo con M. Augé










Pubblicato il 1 luglio 2019 nel blog: Come se non



Dopo il primo scambio di osservazioni  intorno agli abusi, M. Augé ha replicato con un suo nuovo testo ( qui) nel quale precisa ancora meglio in quale senso si trovi su una posizione diversa da quella da me espressa nell’articolo su RPL da cui è scaturita la discussione. Mi pare che per M. Augé rimanga una sorta di “veto” sulla creatività, che egli teme scivoli sul versante di un pericoloso soggettivismo. Non essere creativi sembra la garanzia della oggettività liturgica.

Ciò che vorrei aggiungere, dal mio punto di vista, non vuole essere una prosecuzione della discussione, ma uno spostamento della questione, favorita da alcune precisazioni.

La prima precisazione riguarda quello che ho scritto sul rapporto tra “ritus” e “norma”. Io non oppongo affatto il rito alla norma, o la norma al rito. So bene che in alcuni casi il rito si adatta alla norma, e in altri è la norma ad adattarsi al rito. Sarebbe ingiusto e astratto pensare ad un primato dell’uno sull’altra o viceversa. Ma ciò che mi sta a cuore è difendere, nel modo più forte, il diritto di una “liturgia creativa”, non come scivolamento nel soggettivismo, ma come una esigenza intrinseca ad ogni atto rituale vero. Ciò che forse ci distrae è la figura tridentina e postridentina della “cerimonia”, che pretende una “mera applicazione” da parte di “sacerdoti-funzionari”. Questo immaginario è ancora molto forte. Ma ha subito di recente diverse profonde modificazioni. Perché mai non vi può essere solo una “preghiera eucaristica” ma ve ne sono tante diverse? E se nella storia abbiamo costruito tante altre “anafore” perché mai dovrebbe essere questa nostra generazione bloccata solo nel ripetere ciò che altri hanno creato?

Io penso che questa convinzione affondi le sue radici in una lettura non completa della tradizione. Prima il ML e poi la RL hanno riaperto in nostro rapporto con l’atto di culto. E la fedeltà alla tradizione passa ora non solo più per la obbedienza, ma per la celebrazione. Questa non è la nostra novità, ma è la ripresa di ciò che hanno fatto i cristiani per almeno un millennio, per poi disimparare e infine per arrivare a autocensurare ogni atto creativo, sotto la pressione di un “oggettività” che diventa “mera ripetizione del passato” e per questo appare problematica. Nella liturgia non può esservi solo “passato”.

Io credo che le ragionevoli posizioni di Matias possano, anche oggi, essere fraintese. Addirittura potrebbero essere utilizzate con molta facilità da quei settori ecclesiali, che agli inizi del nuovo millennio hanno scritto il “capolavoro della lotta agli abusi” che è stato “Redemptionis sacramentum”. Quel testo, come sappiamo bene, era stato progettato, agli inizi, per “vietare l’uso della espressione assemblea celebrante”. Poi nel testo finale del documento entrò, per fortuna, una versione “minore” di quella intenzione, che raccomandava di usare “con cautela” la espressione assemblea celebrante. Io penso che senza usare “senza cautela” assemblea celebrante, ma anzi facendola diventare la parola-chiave del nostro modo di celebrare, non riusciremo né a ridimensionare la “ossessione da abuso” né a promuovere davvero nuovi usi, diversi da una serie di individui “obbligati ad eseguire norme”, e davvero simili ad un popolo che si raduna per celebrare la salvezza in Cristo.

Ecco, io penso che un giusto concetto di “creatività”, che superi le paure della sua identificazione con il soggettivismo, sia una “condicio sine qua non” per una vera recezione della Riforma liturgica. Forse su questo con Matias restiamo su posizioni diverse. Lui ritiene che sia possibile celebrare in modo “puramente oggettivo”: per me questo è un ideale scaturito da un contesto storico segnato dal sospetto verso il soggetto, e che oggi deve essere gradualmente superato.



NOTA. Pubblico quest’ultimo testo del prof. Andrea Grillo, in cui egli conferma quanto ha affermato sulla “creatività” liturgica nei post precedenti. Credo che le posizioni di Grillo e le mie al riguardo siano abbastanza chiare. Certamente, avrei ancora delle precisazioni da chiedere e delle domande da fare. Ma è meglio per ora fermarsi qui. Più avanti nel tempo avremo occasioni per riprendere il dialogo, che con Andrea è sempre arricchente. M. Augé 


giovedì 27 giugno 2019

NORMA VERSUS RITO?




Il prof. Andrea Grillo ha gentilmente risposto alle mie perplessità su quanto egli aveva scritto su Rivista di Pastorale Liturgica 334 (pp. 19-23). Anche se i sette acuti chiarimenti del nuovo testo di Grillo (dalla a alla g), meriterebbero tutti la mia attenzione, mi limiterò qui a ciò che credo sia il problema fondamentale. Alla fine del suo intervento, il prof. Grillo afferma: “oso pensare che, nella sostanza, ci troviamo (io e lui) profondamente d’accordo…” Probabilmente siamo d’accordo nella sostanza, ma un po’ meno nel metodo. Mi spiego. A mio avviso, in questa problematica bisogna distinguere: ciò che di fatto succede nelle celebrazioni liturgiche delle nostre chiese; il ruolo dei pastori e degli studiosi o esperti in liturgia; il ruolo dell’autorità della Chiesa.

Di quanto succede nelle celebrazioni liturgiche delle nostre chiese, tutti abbiamo una certa conoscenza: celebrazioni corrette, ma talvolta poco incisive che rischiano di diventare abusive per difetto; celebrazioni arbitrarie, alcune anche aberranti, che stravolgono il senso della liturgia; interventi creativi o nuovi usi che cercano di esprimersi in sintonia con lo spirito della liturgia, ma vanno oltre le norme vigenti. Dinanzi a questo variegato panorama, quale atteggiamento dovrebbe avere l’esperto in liturgia? Secondo me, il liturgista dovrebbe analizzare il fenomeno, valutarne le cause e indicare, dopo un adeguato discernimento, gli aspetti che meritano una certa attenzione sia in senso positivo che negativo. Da parte sua, l’autorità della Chiesa ha il compito di salvaguardare la riforma liturgica di Paolo VI e promuovere, quando sia il caso, degli adeguamenti o cambiamenti. In questo contesto, si ricorda giustamente l’intervento di papa Francesco, attraverso la Congregazione per il culto divino, sulla lavanda dei piedi col decreto In missa in cena Domini (6 gennaio 2016). 

Anche se, come dice Grillo, quando si parla di “creatività” si vuole in ogni caso escludere un “uso arbitrario” dell’ordo, di fatto si rischia di offrire una base teorica che giustifica ogni tipo di creatività, dando spago agli abusi anche a quelli più aberranti. Chi giudica che si tratta di un uso arbitrario o meno?

Grillo afferma: “se la norma è inadeguata, si cambia la norma, non si censura il rito. Infatti non si celebra ‘iuris causa’, ma lo ius esiste ‘ritus causa’ ”. Credo che in questa affermazione ci sia una discutibile contrapposizione tra rito e norma. Il rito è da per sé normativo, non è stabilito dai partecipanti ad esso, che piuttosto devono eseguire sequenze e regole prestabilite. Se la partecipazione ad un rito dipende dalla voglia del momento, giustificata magari dalla volontà di dare parola ai diversi linguaggi della celebrazione, c’è il rischio di manomettere l’azione celebrativa e asservirla ai propri bisogni soggettivi o di gruppo. Credo che Grillo è d’accordo con me che Summorum Pontificum è stato in qualche modo un esempio di questa tendenza quando nella Lettera che accompagna il documento si giustifica il ripristino del vetus ordo affermando, tra l’altro, che “anche giovani persone scoprono questa forma liturgica, si sentono attirate da essa e vi trovano una forma, particolarmente appropriata per loro”. Una liturgia a la carte?

Secondo me, il nocciolo della questione sta nel rapporto che intercorre tra rito e norma. Al riguardo, non in vano ho citato nel mio primo intervento SC, nn. 22 e 26. Certamente, come afferma Grillo, la norma liturgica “pretende una ermeneutica più ampia e più duttile”, a mio avviso però ciò non significa che essa possa essere ignorata o stravolta. La norma non dovrebbe ostacolare l’attivazione dei linguaggi molteplici della celebrazione, ma orientarli e metterli al riparo dei soggettivismi.

                                                                                      M. Augé





  




mercoledì 26 giugno 2019

Abusi e nuovi usi: in dialogo con Matias Augé







Pubblicato il 24 giugno 2019 nel blog: Come se non


Dopo la pubblicazione del numero 334 di RPL, dedicato al tema “Fede, liturgia e prassi”, Matia Augé, che ha partecipato con un articolo allo stesso numero, sul suo blog ha dichiarato il suo interesse per una serie di altri articoli apparsi sul medesimo numero, ai quali ha rivolto una serie di considerazioni e domande (cfr. qui).

Poiché sono tra gli autori ai quali il prof. Augé ha rivolto alcune domande critiche, nate da una sua legittima perplessità, colgo l’occasione per rispondere pubblicamente, al fine di alimentare il giusto dibattito che deve nascere da buone domande.

Mi sembra di capire che la perplessità di Augé scaturisca dalla preoccupazione che il concetto di “creatività” introduca una “variabile soggettiva” che rischi di svuotare la liturgia della sua forza e della sua simbolicità. Ovviamente posso rispondere soltanto di ciò che ho scritto io, senza minimamente pregiudicare le intenzioni degli altri autori di cui viene discusso l’articolo. Per quanto mi riguarda vorrei chiarire quanto segue:

a) Per comprendere il “cambio di paradigma” tra “primato dell’abuso” e “primato del nuovo uso” mi sembra molto illuminante il caso del rito di pace. La logica classica, del “ritus servandus”, è talmente proccupata semplicemente di “applicare le norme” che in caso di confusione preferisce rinunciare all’uso piuttosto che cadere in un abuso. Il “primum” della logica classica, per come è stata recepita dopo il Concilio tridentino, è “non si commettano abusi”. A costo di rinunciare agli usi!

b) Ma il percorso del ML, del Concilio e della RL successiva è assai diverso. La loro preoccupazione primaria non è di “evitare gli abusi”, ma di “recuperare gli usi”. Infatti concentrarsi sugli abusi significa che gli usi sono chiari. Ma il Concilio capisce che non è così. Si tratta invece, nei nuovi riti, di entrare in una dinamica in cui anche la “norma” è al servizio di qualcosa di più grande, che potremmo definire il “costituirsi della Chiesa mediante ritus et preces”. Non si tratta, anzitutto, di “osservare norme”, ma di “dare la parola a diversi linguaggi”. La diversa definizione di “ars celebrandi” che troviamo in Sacramentum caritatis attesta precisamente questa evoluzione.

c) L’elemento “creativo” di cui parlano gli articoli discussi, se lo ho inteso bene, richiama esattamente questa differenza. La “rubrica” apre ad una esperienza che non si può tradurre semplicemente in una “applicazione della norma”, ma in una attivazione di linguaggi molteplici, che esprimono e condizionano una esperienza. La rubrica “si canti un canto adatto” implica una elaborazione corporea, ritmica, timbrica, melodica, armonica, agogica, dinamica…

d) La logica dell’abuso, di fronte al rischio, preferisce sospendere la azione. La logica del “nuovo uso” deve attraversare la esperienza espressiva nella sua complessità, esponendosi anche al rischio di abuso, per conseguire un “nuovo uso”. In altri termini, la soluzione peggiore, di fronte alle mediazioni complesse – corporee e canore – del rito di pace è quella di farne a meno. Qui è evidente che la logica del “garantirsi dall’abuso” non riesce a comprendere il primato della “formazione al nuovo uso”, che anticipa e previene la persecuzione del’abuso.

e) Ad un certo punto del suo testo critico, M. Augé sintetizza in modo denso la sua principale perplessità. Egli dice, a proposito della differenza tra ritus servandus e ritus celebrandus: “questa diversità di impostazione può essere descritta nei seguenti termini: ad una visione semplicemente normativa del Messale Tridentino, subentra nel Messale di Paolo VI una visione della celebrazione non solo normativa ma anche dottrinale e orientata alla sua applicazione pastorale”. Questa differenza non è semplicemente “dottrinale”, ma “corporea” e “agita”. Per questo la sua “norma” pretende una ermeneutica più ampia e più duttile. E comunque, se la norma è inadeguata, si cambia la norma, non si censura il rito. Infatti non si celebra “iuris causa”, ma lo ius esiste “ritus causa”.

f) Quindi, quando si parla di “creatività” si vuole in ogni caso escludere un “uso arbitrario” dell’ordo. Ma l’”uso normale” rischia di essere il peggior abuso, anche oggi, nonostante la Riforma Liturgica, poiché lascia intendere, indirettamente, che la celebrazione sia “affare del prete”, di fronte a cui “assisto” anche del tutto “passivamente”. Per uscire da questo “uso normale” – clericale e rigido – occorre proporre “nuovi usi”, che prendono sul serio la “actuosa participatio”. Anche a rischio di essere intesi come abusi: infatti, non è stato forse “abuso” lavare i piedi ad una donna musulmana in carcere durante la Missa in coena domini? La norma ha poi riconosciuto un nuovo uso.
g) Per dirlo ancora più chiaramente, se la liturgia è davvero “linguaggio comune a tutta la Chiesa”, il cammino verso “nuovi usi” – che il Concilio Vaticano II ha richiesto come essenziali alla comunione ecclesiale – esige una seria presa in carico del compito “creativo” di ogni celebrazione. Pensare che celebrare possa ridursi al ripetere un atto nella sua oggettività da parte di un singolo soggetto qualificato, questa a me pare la peggior forma di abuso che si possa commettere. Perché non viola esplicitamente alcuna norma, ma contraddice la verità fondamentale per la quale esistono tutte le “leggi liturgiche”, secondo gli “altiora principia” stabiliti dal Concilio e oggi richiamati da “Magnum Principium” di papa Francesco. Su questo testo proprio Matias Augé ha scritto un bel commento, giusto all’inizio del fascicolo di cui stiamo parlando. Per questo oso pensare che, nella sostanza, ci troviamo profondamente d’accordo, anche se usiamo le stesse parole con significati parzialmente diversi.





domenica 23 giugno 2019

USI E ABUSI IN LITURGIA






Una serie di interventi apparsi nel fascicolo n. 334 (maggio-giugno 3/2019) della Rivista di Pastorale Liturgica mi hanno interessato in modo particolare per la tematica di cui si occupano. Mi riferisco agli articoli di Giuseppe Laiti, Andrea Grillo, Daniele Piazzi e Marco Gallo – Michele Roselli. Riassumendo, possiamo dire che tutti questi autori si domandano in qualche modo se sia possibile una certa “creatività” nella celebrazione liturgica e se essa sia da considerarsi sempre un abuso o, semplicemente, un nuovo uso. 


C’è un uso “abusivo” della liturgia, non creativo ma “difettoso”, di cui si parla poco e che in genere non sembra preoccupare troppo all’autorità della Chiesa, a cui “compete unicamente regolare la sacra liturgia” (SC 22, § 1), perché di fatto si tratta di un uso rispettoso della lettera del rituale, che non introduce cambiamenti di sorta ma è fedele a quanto prescrive il libro liturgico. Tuttavia, è vero che la semplice ripetizione “materiale” del rito non garantisce da sé stessa quella partecipazione conscia, pia e attiva, di cui parla SC 48. Non di rado, le nostre celebrazioni sono di scarsa qualità, mancano di incisività. Come dice Giuseppe Laiti, “non si tratta semplicemente di fare, ma di lasciarsi coinvolgere” (p. 12)


È vero che il rito richiede accoglienza e coinvolgimento. Mi domando però se il coinvolgimento richiesto dal rito esiga anche una creatività. Si afferma infatti che “la celebrazione è sempre creativa” (p. 10). Se per creatività intendiamo che l’assemblea celebra come un corpo vivo come fa, ad esempio, una orchestra quando interpreta uno spartito in modo più o meno originale, non c’è dubbio che ogni celebrazione è, o dovrebbe essere, creativa. Se invece si tratta di una creatività che incoraggia dei cambiamenti nei riti e nelle preghiere della celebrazione, il problema è diverso, anche quando “i cambiamenti non introducono deformazioni” (p. 12). Credo infatti che non basti questo criterio per giustificare un uso “creativo” della liturgia. 


Daniele Piazzi nel suo intervento Nuova eucologia: sempre un abuso? (pp. 28-31), afferma che in questo settore ci sono dei “tentativi ‘fuorilegge’, ma interessanti e perfettibili”, e cita al riguardo le proposte della pubblicazione Servizio della Parola. L’autore propone la creazione di una serie di nuovi testi eucologici (prefazi, embolismi del Padre nostro, ecc.) e si domanda se “davvero tutta e sempre l’eucologia che non è ufficialmente ratificata, ma è ispirata alla Scrittura ed è rispettosa degli stilemi liturgici di una famiglia rituale sia della lingua della assemblea che prega, è per forza un abuso”.  


Certamente, come afferma Andrea Grillo (p. 20), tra il Ritus servandus del Messale Tridentino e il Ritus celebrandus (vedi l’Institutio generalis) del Messale di Paolo VI, c’è una diversità di impostazione. Secondo me, questa diversità di impostazione può essere descritta nei seguenti termini: ad una visione semplicemente normativa del Messale Tridentino, subentra nel Messale di Paolo VI una visione della celebrazione non solo normativa ma anche dottrinale e orientata alla sua applicazione pastorale. Si tratta quindi di norme, che sono al servizio della partecipazione conscia, pia e attiva dell’assemblea. Fino a che punto si può andare oltre le norme del ritus celebrandus con il lodevole scopo di favorire una partecipazione più intensa dell’assemblea all’azione rituale? Farlo sarebbe semplicemente un “nuovo uso” o un “abuso”? 


Queste brevi osservazioni esprimono anzitutto una mia perplessità suscitata dalla lettura degli interventi sopra citati. Vorrei che le mie parole fossero interpretate come un invito ad approfondire la tematica più che come una critica, avendo anche presente che molte delle cose che si dicono in questi interventi possono essere lette in modo poco illuminato e diventare nella prassi e in casi determinati, veramente e propriamente degli abusi. Non credo che la lotta agli abusi in liturgia sia una priorità. Tuttavia ogni iniziativa privata non può dimenticare che “le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa stessa…” (SC 26). 

                                                                              M. Augé                                                                       




domenica 28 aprile 2019

LA MESSA ADATTATA ALL’INDOLE DEL POPOLO CONGOLESE






Il 30 aprile del 1988 la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti approvò il nuovo Ordinario della Messa adattato all’indole e caratteristiche del popolo congolese. La scorsa Domenica di Pasqua ho partecipato alla Messa nella chiesa della Natività di Gesù (“Deo Infanti sacrum” è scritto nell’architrave della chiesa), in cui la comunità congolese di Roma si raduna per le celebrazioni liturgiche. 


Musiche, colori, grande partecipazione con movimenti ritmici, danze e gesti vari. Tutto l’essere rende culto, e non solo lo spirito: espressioni corporali, orali, musicali, plastiche, decorative. La celebrazione è iniziata con la processione del presbitero celebrante con i diversi ministranti presieduta dalla Croce. Il coro ha cantato più volte e con entusiasmo l’Alleluia con una musica travolgente. 


La celebrazione è pervasa da un senso di comunione molto forte, tipico della vita dell’africano: comunione degli uomini con Dio e tra loro, tra i vivi e i defunti, tra gli uomini e il cosmo. Mi ha colpito, in modo particolare, la danza intorno all’altare durante il Gloria. Il presbitero celebrante (con l’incensiere in mano) e i diversi ministranti girano più volte intorno all'altare a ritmo di danza. Questa danza intende manifestare la volontà di comunicare alla forza vitale che proviene dall’altare del sacrificio di Cristo. Da notare anche che i fedeli tengono le mani alzate durante le preghiere sacerdotali; un modo per manifestare la comunione con la preghiera del sacerdote che presiede la Messa.


Sono alcune delle sensazioni che ho percepito durante la celebrazione. Mi sono domandato: i cosiddetti abusi, che purtroppo non mancano nelle celebrazioni liturgiche, non sono forse un segno che le nostre assemblee hanno bisogno di qualcosa di simile (naturalmente, "mutatis mutandis") a quello che ho visto e sperimentato nella piccola chiesa della Natività di Gesù? Alcuni diranno che in questo modo si rischia di celebrare sé stessi, di ridurre la Messa ad una festa “orizzontale”, in cui il mistero non occupa il posto centrale. Forse, talvolta…, ma il problema rimane.


M. A.



domenica 1 maggio 2016

Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?


 



“…Una immagine, quella che vi proponiamo, inserita dall’Arcidiocesi nel proprio sito, che nel giro di poche ore ha fatto il giro dell’intera Sicilia, con unanimi apprezzamenti circa lo spirito di mons. Lorefice che, nel corso della giornata in cui ha ricevuto gli sportivi, si è voluto dilettare con questa pratica”.

E’ il commento del sito Giornale Ibleo:



Così si è esibito in Cattedrale a Palermo Mons. Corrado Lorefice il 27 aprile scorso nella celebrazione del Giubileo degli sportivi.

Compete al vescovo regolare, nella sua diocesi, la celebrazione dei sacramenti e della liturgia in genere (cf. LG 26). Quindi ogni abuso, ogni stranezza compiuta dal vescovo nella celebrazione liturgica è particolarmente riprovevole. Inoltre il modo “abusivo” di agire del vescovo potrebbe indurre altri a fare altrettanto. Le lodi del sito Giornale Ibleo al gesto di Mons. Lorefice .dimostrano quanto può influire nella comprensione “sbagliata” della liturgia il comportamento del vescovo.  

Post scriptum:
Ho chiesto chiarimenti  ad amici di Palermo. Mi hanno detto che il vescovo ha celebrato la messa per i disabili, una messa davvero esemplare con una esemplare omelia, e al termine i disabili gli hanno donato una bicicletta ed egli ha percorso con essa il presbiterio. Le cose sono andate quindi in modo diverso di quanto hanno detto alcuni blog, me compreso. In ogni modo, però, non cancello quanto ho scritto sopra affinché tutti sappiano cosa penso degli abusi nella celebrazione liturgica. M. Augé