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Visualizzazione post con etichetta Ars celebrandi. Mostra tutti i post
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domenica 13 ottobre 2024

L’AZIONE RITUALE

 



 

Sebastiano Bertin, Actio. L’azione rituale crocevia tra Dio e l’uomo (“Caro salutis cardo”. Studi 25), Edizioni Liturgiche – Roma, Abbazia di Santa Giustina – Padova, 2024. 496 pp. (€ 45).

 

Prima parte: L’eredità della riflessione sull’azione.

Capitolo 1: L’azione come oggetto d’indagine.

Capitolo 2: Status quaestionis: la riscoperta dell’azione e la sua valenza liturgico-sacramentale.


Seconda parte: L’antropologia dell’azione rituale.

Capitolo 3: L’azione come questione antropologica. Una possibile antropologia dell’azione come fondamento della teologia liturgica.

Capitolo 4: La risorsa dell’azione rituale nella postmodernità.


Terza parte: L’azione liturgica.

Capitolo 5: Il problema dell’azione nel pensiero liturgico-sacramentale.

Capitolo 6: L’ars celebrandi come ars agendi. Sfida per un’autentica teologia liturgica.


Conclusione.

domenica 29 settembre 2024

L’ARTE DEL PRESIEDERE

 




Presiedere è un termine del vocabolario cristiano che si trova già in Paolo: “Chi presiede (ho proistàmenos) presieda con diligenza” (Rm 12,8). Presiedere significa servire. Il presidente rappresenta Cristo, il Maestro che lava i piedi ai suoi discepoli. È un ministero svolto per favorire l’accoglienza del Mistero nella liturgia.

Ogni assemblea radunata “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” provoca la presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Questo è il “magnum mysterium” celebrato in ogni Eucaristia, che realizza il nostro essere Chiesa, Corpo di Cristo. Dal punto di vista teologico, e non semplicemente per una ideologia di tipo democratico, il ministero della presidenza fa riferimento a questo mistero. Poiché presiede in forza della grazia di Dio, conferitagli nell’Ordine sacro, il presbitero (ministro) non è un semplice delegato dei suoi fratelli. Ma il ministro ordinato non deve neppure dimenticare di essere nell’assemblea un battezzato che prega insieme ad altri battezzati. Presiedere in nome di Cristo significa chiamare l’assemblea ad essere interamente attiva con Cristo secondo l’adagio: uno solo presiede ma tutti celebrano.

Il ministero della presidenza oggi, dal punto di vista pastorale, consiste nel far entrare l’assemblea nella preghiera di Cristo e della Chiesa in una partecipazione attiva sia interiore che esteriore, trovando in essa nutrimento spirituale.

Il presidente non si può limitare ad eseguire correttamente le prescrizioni del rituale: egli deve permettere all’assemblea di abitare l’azione in corso. La finalità della liturgia è il bene spirituale dei partecipanti. Il servizio, l’arte del presiedere è in funzione di tutto ciò. In definitiva, l’arte di celebrare e di presiedere permetterà ai battezzati che esercitano attivamente il loro sacerdozio comune di vivere e gustare, dentro l’orizzonte di un’esperienza mistica, quanto è buono/bello il Signore.

 

Fonte: Loris Maria Tomassini, Nel segno della bellezza. Bellezza, liturgia e sensi spirituali, Cittadella, Assisi 2022, pp. 196-197.

 

domenica 11 dicembre 2022

UNA ENCICLOPEDIA PRATICA DELLA LITURGIA

 



 

AA.VV., Exsultet. Enciclopedia pratica della liturgia, diretta da Louis-Michel Renier (edizione italiana a cura di Daniele Piazzi), Seconda edizione, Queriniana, Brescia 2022. 503 pp. € 40,00.

La prima edizione italiana di quest’opera è del 2002. Anche se l’edizione del 2022 si presenta come “seconda edizione”, si tratta piuttosto di una ristampa della prima edizione: lo stesso numero di pagine, gli stessi autori, gli stessi testi e le stesse note. Non ho trovato nessun aggiornamento bibliografico. Cambia solo il prezzo: 36,30 € nel 2002; 40,00 € nel 2022.

Il volume è diviso in tre parti. La prima parte privilegia il significato dell’azione celebrativa. La seconda parte mette in rilievo l’originalità della liturgia cristiana, il significato della domenica, dell’eucaristia, dei sacramenti, della liturgia delle ore, delle benedizioni e delle devozioni. La terza parte tratta dell’arte di celebrare e della realizzazione concreta delle celebrazioni.

Gli autori sono eminenti liturgisti e pastoralisti del Centro Nazionale di Pastorale Liturgica di Parigi.

domenica 22 novembre 2020

ARS CELEBRANDI

 


 

Roberto Tagliaferri (ed.), Competenza rituale. La “messa in scena” della fede come ars celebrandi (“Caro salutis cardo” – Contributi 36), CLV- Edizioni liturgiche, Roma – Abbazia di Santa Giustina, Padova 2020. 242 pp. (30,00 €).

 

La buona ricezione della liturgia postconciliare si gioca sulla maturazione della capacità di celebrare (ars celebrandi). E’ ormai evidente che l’agire rituale esige una competenza specifica, che consiste anzitutto nel rispettare le regole fondamentali del rito stesso. L’accostamento tra rito e teatro fa emergere aspetti fondamentali di tale competenza, pur dentro un rapporto complesso tra realtà e finzione, tra reale e virtuale. Anche se su piani diversi, entrambe le esperienze hanno la capacità di “mettere in scena” il mondo per trasfomarlo, attivando tutti i linguaggi di una performance globale.

 

Contributi di: Bruno Baratto, Claudio Bernardi, Loris Della Pietra, Claudio Antonio Fontana, Giovanni Moleri, Roberto Tagliaferri, Aldo Natale Terrin, Lorenzo Voltolin.

 

(Quarta di copertina)

domenica 23 agosto 2020

CELEBRARE BENE CONVIENE




Thomas O’Loughlin, Riti corretti. Perché celebrare bene conviene (Guide per la prassi ecclesiale 31), Queriniana, Brescia 2020. 151 pp. (€ 14,00).

Questo volume intende essere una guida all’ars celebrandi. L’Autore getta uno sguardo disincantato sulla liturgia e mette allo scoperto le incoerenze tra parole pronunciate e azioni effettuate, fra concetti espressi e ciò che viene percepito con tutti i cinque sensi. Lo stile della trattazione mi ricorda il libro di Manuel Belli (Tra dire e fare), di cui mi sono occupato in questo blog il 18 novembre del 2018.

Il Prof. O’Loughlin non si limita a denunciare le incoerenze di cui sopra, ma offre un decalogo per una celebrazione efficace: la liturgia deve essere vera, aperta, gioiosa, inclusiva, radicata nella comunità e atta a favorire la partecipazione, basata sulla creazione, fedele al modello dell’incarnazione; deve altresì prestare attenzione agli emarginati ed evitare qualsiasi confusione.

La lunga Postfazione all’edizione italiana (pp. 131-144) del liturgista-pastoralista Alberto Dal Maso, è un ottimo e appassionato commento all’opera. Dal Maso rincara la dose propinata da O’Loughlin; ne raccomando la lettura. Credo che il problema, oggi molto sentito, è come coniugare il rispetto al rito proposto dalla Chiesa e una sua celebrazione che coinvolga i fedeli e li aiuti a percepire la vicinanza di Dio che salva. A p. 31. l’Autore conclude il suo discorso sul ruolo delle rubriche con la seguente affermazione: “una liturgia può ottenere il massimo dei voti per il rispetto delle rubriche (ma lasciando il popolo di Dio indifferente), mentre ci sono liturgie che raggiungono davvero il bersaglio, pur essendo zeppe di errori rubricali”. Certamente, questo può accadere. Le rubriche devono guidare lo svolgimento della celebrazione, ma non sono una camicia di forza e non tutte hanno lo stesso valore. Interpretare il rito proposto dal libro liturgico è un’arte non facile.


domenica 3 maggio 2020

NÉ PERFEZIONISMO NÉ LEGGEREZZA


Ho criticato più volte in questo blog le libertà che alcuni chierici e assemblee si prendono nel celebrare la liturgia, in particolare la santa messa. Nel richiamare all’osservanza di quanto prescritto nel libro liturgico, ho anche detto che il rito va sempre interpretato, come sempre va interpretato anche uno spartito musicale. Giustamente papa Francesco ha criticato una “cura ostentata della liturgia” come segno di “oscura mondanità” (Evangelii Gaudium 95).


Non mancano i perfezionisti che si scandalizzano se un presbitero nel celebrare cambia una parola o omette un gesto. Vorrei ricordare qui quanto il noto psichiatra Vittorio Andreoli nel suo recente libro Homo incertus. Il bisogno di sicurezza nella città della paura (Rizzoli 2020) afferma riguardo alla perfezione. Non c’è dubbio che tutti avvertiamo il bisogno di migliorare le caratteristiche della nostra personalità. Vi sono tuttavia situazioni in cui la perfezione è sgradevole, perché rende un soggetto di pietra, incapace di mostrare sfumature. In genere l’individuo considerato perfetto o normale è associato alla monotonia e alla mancanza di fantasia.


Il rito da per sé è uguale a sé stesso e ripetitivo. Chi celebra il modo meccanico,  ieratico, con voce monotona nonostante il mutare delle situazioni e delle assemblee, rischia di generare noia nei partecipanti. Il rito è un’azione simbolica con molteplicità di linguaggi verbali e non verbali. La qualità di questi linguaggi incide nella qualità della celebrazione stessa e nella sua capacità significativa e pedagogica.   


domenica 11 giugno 2017

UNA CHIESA CHE CELEBRA


 

Loris Della Pietra, Una Chiesa che celebra (Percorsi nella Liturgia), Edizioni Messaggero, Padova 2017. 110 pp.

Perché i riti? Incidono nella vita? Quale importanza possono avere se a contare sono la fede, la testimonianza e la carità? E poi: perché celebrare è un’ “arte” per tutta la comunità?

Celebrare, partecipare ai riti della chiesa non è affare del clero e dei pochi volontari. Interessa tutti perché la ritualità è parte non secondaria dell’essere uomini e donne, impregna la vita. Quando celebriamo non siamo come gli spettatori a teatro, ma compiamo gesti e parole che “prendono” la mente e il cuore e ogni volta ci trasformano, ci rigenerano, ci ritemprano.

Un saggio rivolto soprattutto ai non addetti ai lavori per scoprire l’importanza del rito e del celebrare

(Quarta di copertina).

Temi trattati: L’ars celebrandi e la passione per la forma; Con dignità e competenza; L’azione profonda; La sobria ebbrezza della liturgia; Sfide liturgiche per oggi.

lunedì 23 maggio 2016

Nobilis simplicitas: il paradosso del celebrare

Pier Luigi Nervi 1948
 

di LORIS DELLA PIETRA
 
L’attuale prassi celebrativa non può esimersi dal dettato basilare di SC 34: «I riti splendano per nobile semplicità; siano chiari per brevità ed evitino inutili ripetizioni; siano adatti alla capacità di comprensione dei fedeli e non abbiano bisogno, generalmente, di molte spiegazioni». Tutt’altro che la bandiera di ogni riduzionismo celebrativo, è un piccolo gioiello letterario: un ossimoro che, facendo leva sull’idea di “splendore”, accosta due realtà apparentemente antitetiche come la semplicità e la nobiltà per offrire un valido principio di stile liturgico.

Soprattutto in epoca controriformistica lo sviluppo rituale aveva raggiunto vistosi livelli di espressione baroccheggiante. La semplificazione dei riti sembrava la reazione di fronte ad un’impalcatura rituale contorta. Il dettato conciliare, tuttavia, non ignora la possibile deriva della liquefazione dei riti fino all’insignificanza e coniuga la necessaria semplicità, di sapore evangelico, con la nobiltà, bandendo in tal modo lo ieratismo che allontana e distanzia quanto la sciatteria che banalizza e non rimanda all’Altro. SC 34 sembra affermare che sinonimo di solennità non è trionfalismo, macchinosità e enigma, e fa comprendere che la nobiltà del rito riposa nella sua semplicità quale garanzia di trasparenza comunicativa dei significanti. Lucida è la lezione, in questo senso, di Guardini che, a proposito della forma fondamentale della Messa, egli la ravvisa proprio nel dato elementare, immediato, “semplice” e solenne, ad un tempo, della cena. Il dettato conciliare, pertanto, colloca il discorso sul terreno della competenza rituale e non sulla mera spogliazione del rito di ogni rivestimento linguistico. La semplicità del rito, infatti, è da riferirsi alla sua immediatezza, al suo carattere “ovvio”, alla sua capacità di comunicare in modo naturale attingendo al repertorio dei codici e delle esperienze umane; la sua nobiltà, tuttavia, lo preserva dall’impoverimento banalizzante che non consente a chi vi partecipa di varcare la soglia del quotidiano per affacciarsi sul mistero. A fronte di celebrazioni ampollose e lunghe la brevità sembra custodire la freschezza e l’efficacia del rito che non può disperdersi nei rivoli di un cerimonialismo fine a se stesso e logorante, ma deve incidere nei corpi, nei cuori e nelle coscienze. Per tale ragione SC chiede di evitare ogni inutile e leziosa ripetizione di parole e di gesti e di fare leva sull’innocenza del rito ben più efficace di ogni trovata accattivante, di ogni spiegazione moraleggiante o di ogni iniezione catechistica. Ciò domanda una duplice attenzione: alla formalità del rito intesa come decoro, convenzionalità, rispetto dell’indole ripetitiva, canonicità (l’obbedienza al canovaccio rubricale quale criterio di adesione al progetto rituale) e alla sua veritas per cui azioni e linguaggi sono rispettati nella loro natura e la loro messa in opera “semplice” è la migliore garanzia di simbolicità. 

Tra mera sontuosità fine a se stessa, forse nostalgica di altri climi culturali, e impazienza nei confronti delle forme, c’è tutto lo spazio per la cura della forma rituale nella quale risplende l’efficacia pastorale dell’eucaristia e di ogni sacramento (cfr. SC 49): da qui nasce la preparazione immediata di ogni celebrazione grazie alla scelta dei vari elementi rituali (cfr. OGMR 23, 24 e 352).

All’inizio del terzo millennio i Vescovi italiani denunciavano stanchezze e battute d’arresto nella prassi liturgica, sottolineavano il carattere esigente della liturgia e concludevano: «Serve una liturgia insieme seria, semplice e bella, che sia veicolo del mistero, rimanendo al tempo stesso intelligibile, capace di narrare la perenne alleanza di Dio con gli uomini». Coniugare nobiltà e semplicità, estetica e innocenza, così come profeticamente aveva intuito la costituzione conciliare, è impresa sempre più necessaria in un’epoca dove le tentazioni dell’impazienza (il rito deve subito dire qualcosa) che si spinge fino alla deritualizzazione (attribuendo al rito una sorta di insincerità di fondo) e della fuga verso “paradisi” cerimoniali di altri tempi sono quanto mai ricorrenti. Occorrono menti aperte e tatto fine per celebrare nobili simplicitate evitando le vie troppo brevi, spesso autentici vicoli ciechi, del far coincidere nobiltà e semplicità tout court con materiali, modi o forme particolari. In gioco, è sempre l’ars celebrandi, quale autentico servizio alla partecipazione del popolo di Dio al mistero.  Attraverso questa preziosa competenza, mai scontata, l’azione si rende trasparente (per questo è semplice) e si fa portatrice non di realtà umane, ma soltanto del mistero ineffabile della salvezza in Cristo Signore (per questo è nobile).

 
Fonte: Loris Della Pietra, “Ars celebrandi”: La bellezza del rito per edificare la Chiesa, in  Franco Magnani e Vincenzo D’Adamo s.i. (edd.), Liturgia ed evangelizzazione. La Chiesa evangelizza con la bellezza della liturgia (Atti del Congresso Roma 25-27 febbraio 2015), Rubbetino Editore 2016, 209-211 (le note a piè di pagina non sono riprodotte).