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domenica 20 novembre 2022

ALMA REDEMPTORIS MATER

 



 

"O santa Madre del Redentore, porta dei cieli, stella del mare, soccorri il tuo popolo che anela a risorgere. Tu che accogliendo il saluto dell’angelo, nello stupore di tutto il creato, hai generato il tuo Creatore, madre sempre vergine, pietà di noi peccatori".

È considerato probabile autore di questa antifona, così come della Salve, Regina, Hermann der Lahme (1013-1054) (in latino, Hermannus Contractus), cronista tedesco, monaco dell'abbazia benedettina di Reichenau. Compose, oltre a vari scritti di matematica, astronomia e teoria musicale, una Cronaca Universale.  L'antifona riprende temi e titoli mariani dal più antico inno Ave, maris stella (IX secolo).  Nel XII secolo fu cantata come antifona dell’Ora sesta nella festa dell'Assunzione della Vergine Maria.

Il testo elogia l'eccellenza della Madre del Redentore, illustrata con due titoli: "porta dei cieli" e "stella del mare" (simboli poetici popolari nel XII secolo), e invoca la sua intercessione: "soccorri il tuo popolo che anela a risorgere". Maria, avendo accolto con fede le parole dell'angelo, ha generato – "nello stupore di tutto il creato" – il Creatore e di conseguenza, rimanendo sempre vergine, è fonte di misericordia per tutti noi peccatori. Per la memoria dell'annuncio dell'angelo e della divina maternità della Vergine, l'antifona viene solitamente cantata preferibilmente nel tempo di Avvento e Natale.

La Vergine Maria è chiamata "la porta dei cieli". La porta che ci introduce nello spazio divino è Cristo (cfr. Gv 10,7). Con la metafora della porta (porta, ostium, ianua, limen), i Padri della Chiesa indicano anche Maria Santissima, evidenziando il suo ruolo di nuova Eva. Tra gli autori medievali, possiamo citare alla fine del IX secolo, Milón de Saint-Amand (809-872), monaco, autore di una Vita Sancti Amandi e di un Carmen de sobrietate, antologia di esempi tratti dalla Bibbia. In quest'ultima opera, l'autore invoca Maria con queste parole: "Tu portas paradisi aperis quas clauserat Eva...” Per quanto riguarda la tipologia Eva-Maria, il Medioevo riflette una lunga tradizione che ritroviamo già nel II secolo: per la prima volta in Giustino e con maggior peso teologico in Ireneo di Lione. Il nodo della disobbedienza di Eva ha trovato una soluzione grazie all'obbedienza di Maria. Ciò che Eva aveva legato con la sua incredulità, Maria lo ha sciolto con la sua fede obbediente.

La terza edizione tipica del Missale Romanum di Paolo VI ha aggiunto una nuova antifona, proveniente dall'ambiente della liturgia bizantina. Si canta in processione con i ceri nella festa della Presentazione del Signore; il testo inizia con queste parole: "Adorna thalamum tuum, Sion, et suscipe Regem Christum: amplectere Mariam, quae est caelestis porta: ipsa enim portat Regem gloriae novi hominis..." È l'unica volta che troviamo nel Missale Romanum il titolo mariano di "porta dei cieli" in un contesto che manifesta il carattere cristologico della festa.  Papa Francesco, all'Angelus della Solennità dell’Assunta, il 15 agosto 2019, si è rivolto ai fedeli con queste parole: "... Maria è assunta in cielo: piccola e umile, è la prima a ricevere la gloria più alta. Lei, che è una creatura umana, una di noi, raggiunge l'eternità nel corpo e nell'anima. E lì ci aspetta, come una madre aspetta che i suoi figli tornino a casa. Infatti, il popolo di Dio la invoca come 'porta del cielo'..."

L'origine del titolo "stella del mare", dato alla Vergine Maria, si ispira al brano di 1Re 18,41-45, che narra la fine della lunga siccità che il profeta Elia aveva annunciato. Il servo del profeta intravede, dalla cima del Monte Carmelo, una piccola nuvola che si alza dal mare e promette pioggia. Su questa base, San Girolamo, Sant'Isidoro di Siviglia, Alcuino, Rabano Mauro e molti altri hanno promosso l'uso di questo titolo mariano. La nuvoletta apparsa sul Monte Carmelo è stata considerata un annuncio di Maria. Quella piccola nuvola, contemplata da Elia come presagio della benedizione della pioggia, è stata vista come presagio della presenza benefica di Maria. Lei, la piccola "serva del Signore" (cfr. Lc 1,38), piccola e feconda come la piccola nuvola del Carmelo, con la sua fede e la sua disponibilità al progetto salvifico di Dio, ha rappresentato per l'umanità un nuovo inizio nella storia della salvezza. Da sempre scelta da Dio, ci ha donato il Verbo eterno fatto carne, pieno di grazia e di verità (cfr. Gv 1,14). 

Nelle Litanie della Vergine o "lauretane" troviamo la invocazione porta del cielo; per quanto riguarda il secondo titolo mariano analizzato, le Litanie contengono un titolo simile: stella del mattino. Nella Collectio Missaarum di B.M.V., pubblicata nel 1986, il formulario della Messa n. 46, l'ultimo del Tempo Ordinario e dell'intera Collectio, è dedicato alla Beata Maria Virgo, ianua caeli.

 

Fonte: Matias Augé, Análisis de algunas antífonas marianas, in  Ephemerides Mariologicae 72 (2022) 295-305 [qui 297-299]. Nella traduzione abbiamo ommesso le note.

domenica 2 ottobre 2022

LA PARTECIPAZIONE AUDIO ALLA LITURGIA DELLE ORE

 



 

Il noto monastero benedettino di Chevetogne, in Belgio, ha stabilito da qualche anno un collegamento on line “audio” attraverso cui ci si può collegare con la Liturgia delle ore celebrata dai monaci.

La presenza fisica alla celebrazione impegna tutti i sensi corporali, ed è quindi adatta a procurare una esperienza di “presenza totale”. La trasmissione audio, invece, impegna fisicamente solo l’udito, la memoria e l’intenzionalità. Infatti, nella partecipazione audio, la partecipazione alla celebrazione riposa interamente sull’armonia tra tre condizioni: l’ascolto, la coscienza della simultaneità tra la celebrazione e la sua trasmissione sonora, nonché la fiducia che l’intenzione che sottende la trasmissione è stabilire un legame reale di partecipazione e di comunione.  

In ogni modo, la partecipazione audio non è meno “reale” che la partecipazione vissuta nella presenza fisica sul luogo; anzi, si può affermare che pure essa è reale anche se in modo diverso. Infatti, la partecipazione audio invita a privilegiare pienamente l’ascolto, questa porta attraverso cui la Parola raggiunge l’anima e il cuore per elevarli verso la sorgente da cui sgorga la stessa Parola. Più che la visione, l’audizione è capace di stabilire nel partecipante una verticalità, di elevare l’anima. In questo modo c’è una interiorizzazione graduale della partecipazione sempre più consapevole nonché una comunione crescente, nella fede e attraverso il suono, fra tutti coloro che sono uniti nella preghiera.

 

Vedi, al riguardo, quanto afferma Thomas Poot, La Liturgie des Heures et “réunion virtuelle”: l’actuosa participatio rivisitée, in Ecclesia orans (Studi e ricerche/5) 2022, 189-200.

domenica 23 gennaio 2022

Sal 62 (63) L’anima assetata del Signore

 



 


1Salmo. Di Davide, quando era nel deserto di Giuda

 

O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco,
di te ha sete l'anima mia,
a te anela la mia carne,
come terra deserta,
arida, senz'acqua.

Così nel santuario ti ho cercato,
per contemplare la tua potenza e la tua gloria.

Poiché la tua grazia vale più della vita,
le mie labbra diranno la tua lode.

Così ti benedirò finché io viva,
nel tuo nome alzerò le mie mani.
Mi sazierò come a lauto convito,
e con voci di gioia ti loderà la mia bocca.
Quando nel mio giaciglio di te mi ricordo
e penso a te nelle veglie notturne,
a te che sei stato il mio aiuto,
esulto di gioia all'ombra delle tue ali.

A te si stringe l'anima mia
e la forza della tua destra mi sostiene.
10 Ma quelli che attentano alla mia vita
scenderanno nel profondo della terra,

11 saranno dati in potere alla spada,
diverranno preda di sciacalli.
12 Il re gioirà in Dio,
si glorierà chi giura per lui,
perché ai mentitori verrà chiusa la bocca.


 

 

La Liturgia delle ore propone i vv. 2-9 del salmo 62 nelle Lodi mattutine della domenica della prima settimana nonché nelle Lodi delle feste e solennità. Nel libro liturgico, il sottotitolo al salmo si ispira al  Commento ai Salmi di Cassiodoro (sec. VI): La Chiesa ha sete del suo Salvatore, bramando di dissetarsi alla fonte d’acqua viva che zampilla per la vita eterna. Si tratta del salmo mattutino più tradizionale, che risale alla stessa liturgia giudaica. Questo salmo viene collocato tra le lamentazioni individuali ed è considerato come uno sviluppo storico e psicologico del salmo 60: “Ascolta, o Dio, il mio grido...” Il v. 1 individua il compositore del salmo in Davide e l’originaria struttura del testo è una riflessione che allude probabilmente alla fuga di Davide nel deserto causata dalla rivolta di suo figlio Assalonne (cf. 2Sam 15,13-28). È, invece, meno probabile che si alluda al periodo in cui Davide fuggiva da Saul (cf. 1Sam 23,14-26,25). Le battute imprecatorie dei tre ultimi versetti (stralciati nella Liturgia delle ore), fanno riferimento ad una realtà contingente e fosca, delimitata in un determinato episodio storico.

 

Il nostro salmo è un vero e proprio canto del desiderio e della ricerca di Dio, che coinvolge tutto l’essere dell’orante, con particolare attenzione alla sua dimensione corporea e sensoriale: sete, carne (v. 2), occhi che vedono e contemplano (v. 3), labbra che lodano (v. 4), mani alzate in preghiera (v.5), bocca che mangia (v. 6). Fin dalle prime luci dell’alba, il salmista si rivolge a Dio, la cui presenza per lui è vitale come l’acqua per una “terra deserta, arida” (v. 2; cf. Sal 142,6). Se al momento Dio sembra essere percepito come assente, il salmista confessa che ha avuto nel passato un’esperienza ricca e vitale della presenza di Dio nel santuario, dove ha potuto contemplare la “sua potenza e la sua gloria” (v. 3). E qui il salmista, continuando il suo colloquio con Dio,  afferma: “la  tua grazia vale più della vita” (v. 4), parole che sono una vera e propria dichiarazione di amore. Dio è il suo bene supremo e perciò lo benedice e lo loda (vv. 5 e 6). La presenza di Dio lo appaga più di quanto il cibo più prelibato possa soddisfare la sua fame (v. 6). E se all’inizio ha detto “all’aurora ti cerco”, ora afferma che nella quiete della notte ricorda e pensa a lui (v. 7). Dio è stato il suo aiuto e la sua gioia in mezzo alle difficoltà della vita e si è preso cura di lui come una chioccia protegge e offre riparo ai suoi piccoli (v. 8). L’espressione “a te si stringe l’anima mia” manifesta l’affidamento totale al Signore che lo sostiene con la forza della sua destra (v.9). Questa totale fiducia in Dio lo rende sicuro anche di fronte ai suoi nemici (vv. 10, 11, 12).

 

Troviamo nel Salterio altri salmi che esprimono la nostalgia di Dio con intensità ed immagini uguali o simili. Così, ad esempio, il Sal 41,3: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto il volto di Dio?”. L’orante del Sal 56 esordisce con questa supplica: “Pietà di me, pietà di me, o Dio, in te si rifugia l’anima mia; all’ombra delle tue ali mi rifugio” (v.2). L’imprecazione contro gli aggressori del Sal 58 termina con queste bellissime parole: “Ma io canterò la tua forza, esalterò la tua fedeltà al mattino, perché sei stato mia difesa, mio rifugio nel giorno della mia angoscia” (v. 17). Il motivo centrale del Sal 61 è espresso nel ritornello in cui l’orante proclama che solo Dio è il suo riposo, la sua salvezza e la sua incrollabile difesa (vv. 2,3,6,7).

 

Sulla dimensione cristiana del Sal 62, poissiamo citare anzitutto Sant’Agostino, il quale afferma: “Questo salmo si recita nella persona del Signore nostro Gesù Cristo, del corpo e delle membra [...] Ascoltiamo, dunque, questo salmo e comprendiamo che in esso parla Cristo” e noi con lui (Esposizioni sui salmi, 62, 2). Incarnandosi, il Figlio di Dio si è reso interprete presso il Padre di tutti noi. Nessuno ha desiderato con tanto ardore l’unione intima con Dio come l’essere umano di Gesù. D’altra parte, nel leggere l’esordio del salmo, dove il salmista paragona il suo desiderio di Dio alla sete, ricordiamo le parole di Gesù: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva” (Gv 7,37). E Nell’Apocalisse, il Gesù ormai glorioso potrà riaffermare: “Chi ha sete, venga; chi vuole, prenda gratuitamente l’acqua della vita” (Ap 22.17). Preghiamo quindi il salmo consapevoli che nel nostro Salvatore si placa e si sazia la nostra sete di Dio (cf. Gv 4,14).

 

Le Lodi mattutine della domenica celebrano, in modo particolare, il mistero della risurrzione del Signore per cui è spuntata in noi l’aurora della salvezza. In quell’ora, il salmo 62 diventa sulle labbra della comunità orante un’espressione di amore, di attaccamento e di ardente anelito al Signore risorto.

 

Preghiera: Fin dal primo mattino ci rivolgiamo a te, o Padre, perché sei l’unico nostro sostegno: solo in te trova ristoro la nostra sete infinita; guida i nostri passi nei momenti bui della vita fino a quando potremo contemplare il tuo volto nella gloria.

 

 

Bibliografia: Spirito Rinaudo, I salmi preghiera di Cristo e della Chiesa, Elle Di Ci, Torino-Leumann 1973; David M. Turoldo – Gianfranco Ravasi, “Lungo i fiumi… I Salmi. Traduzione poetica e commento, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1987; Angel Aparicio – José Cristo Rey García, I Salmi preghiera della comunità. Per celebrare la Liturgia delle Ore, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1995; Vincenzo Scippa, Salmi, volume 1. Introduzione e commento, Messaggero, Padova 2002; Ludwig Monti, I salmi: preghiera e vita, Qiqajon, Comunità di Bose 2018; Temper Longman III, I salmi. Introduzione e commento, Edizioni GBU, Chieti 2018.

 

 

domenica 16 gennaio 2022

I CANTI DELL’ALBA MESSIANICA ADOPERATI NELLA LITURGIA DELLE ORE

 



Il Magnificat si apre con una voce solista che parla in prima persona: “Anima mia […] mio spirito […] mio salvatore […] la sua serva […] mi chiameranno beata […] ha fatto in me […]”. Poi è coinvolto tutto il coro dei “poveri del Signore” (in ebraico gli ‘anawim), cioè i giusti e fedeli già presenti nell’Antico Testamento, che elencano in sette verbi greci all’aoristo le azioni salvifiche di Dio, in difesa degli ultimi e dei miseri contro i potenti e i ricchi della terra: “Ha spiegato la potenza […] ha disperso i superbi […] ha rovesciato i potenti […] ha innalzato gli umili […] ha ricolmato gli affamati […] ha respinto i ricchi […] ha soccorso Israele […]”.

 

È un canto della Chiesa delle origini – almeno nello stato attuale della citazione lucana – che è messo sulle labbra di Maria per esaltare le scelte di Dio, estrose e sconcertanti agli occhi degli uomini. “Dio ha scelto ciò che è debole per confondere i forti, ciò che ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono”, scriveva Paolo nella Prima lettera ai cristiani di Corinto (1,27-28).

 

In parallelo al Magnificat può essere posto il cantico intonato da Zaccaria, il padre del Battista, dopo la nascita del figlio. Intitolato anch’esso dalla tradizione con la prima parola della versione latina, Benedictus, l’inno si compone nell’originale greco di Luca di due sole frasi monumentali (Lc 1,68-75 e 76-79). È quasi una sintesi di tutta la storia biblica che sta ora approdando al suo apice. La promessa e l’alleanza divine, che avevano avuto le loro tappe più significative in Abramo e in Davide, ora in Cristo raggiungono la loro pienezza.

 

[…] L’ultimo canto che Luca incastona nel tessuto narrativo del suo “Vangelo dell’infanzia” è pronunciato nel tempio di Gerusalemme da “un uomo giusto e timorato di Dio” di nome Simeone (2,25.35). Egli raffigura tutta l’attesa dell’Israele fedele che riconosce nel piccolo Gesù, presentato al tempio per essere riscattato come tutti i primogeniti ebrei (considerati appartenenti a Dio, secondo la norma biblica presente in Es 13), l’attuazione della sua speranza. Egli pronuncia anche un severo oracolo sulla storia futura, che sarà quasi lacerata dalla presenza di Cristo: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori” (2,34).

 

Ma il suo canto è dolce, è il Nunc dimittis, così chiamato dalle prime parole della versione latina di san Girolamo: “Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, da te preparata davanti a tutti i popoli, luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo Israele” (2,29-32). Il breve “salmo” di Simeone, fin da V secolo è divenuto la preghiera serale del cristiano, il canto della Compieta, l’orazione liturgica serale. Anzi, c’è chi ha ipotizzato che questo fosse il canto funebre di un fedele giusto, messo in bocca a Simeone.  

 

Fonte: Gianfranco Ravasi, Biografia di Gesù secondo i Vangeli, Raffaello Cortina Editore, Milano 2021, 157-158.

 

domenica 9 gennaio 2022

L’ORA MEDIA E IL SALMO 118

 



  

La struttura oraria della Liturgia horarum non risulta solo dal fatto che i singoli uffici sono scaglionati lungo la giornata, ma anche dal contenuto tematico riferito alle ore e ai misteri della salvezza ad esse storicamente legati.

 

Per quanto riguarda le ore minori, il Vaticano II ha soppresso l’ora di prima e ha conservato le altre ore minori di terza, sesta e nona. Fuori del coro si può scegliere una delle tre (ora media), quella cioè che meglio corrisponde al momento della giornata (cf. SC 89).

 

Nell’attuale ordinamento, come primo salmo dell’ora media si recita il Sal 118 (119): otto versetti ogni giorno nel corso delle quattro settimane. Si tratta del salmo più lungo di tutto il salterio, formato di 22 strofe e 176 versetti. È un’originale composizione alfabetica, nella quale non solo la prima parola, ma ogni versetto della strofa inizia con la medesima lettera dell’alfabeto ebraico in sequenza progressiva. Il Sal 118 potrebbe essere nato in epoca postesilica  all’interno della “casa dell’istruzione” di cui parla il Siracide (Sir 51,23), nella quale s’imparava l’arte dell’ascolto della Parola, della preghiera e della retta condotta.

 

L’argomento chiave del Sal 118 è tratto da uno dei filoni centrali del pensiero sapienziale ebraico: la Legge di Dio (Toràh), che nel corso del salmo viene denominata con otto parole ebraiche diverse: legge, parola, testimonianza, giudizio, detto, decreto, precetto, ordine. Questi termini, con sfumature varie, esprimono sempre la medesima realtà della Legge di Dio, nel suo senso più vasto e religioso di rivelazione del volere divino nella storia della salvezza. Le apparenti ripetizioni, che riscontriamo nel salmo, sono in realtà aspetti nuovi di una sola e medesima realtà: l’amore per la Parola di Dio. Infatti, il salmo è espressione di un grande amore per la Toràh da parte del salmista, che ha trovato la propria felicità in essa: “Nei tuoi decreti è la mia delizia” (vv.16, 24, 35, 77, 92, ecc.), e la guida sicura nel cammino della vita: “Lampada per i miei passi è la tua Parola, luce sul mio cammino” (v. 105). La Legge di Dio è preziosa, affidabile, stabile e giusta. È un salmo che esprime una pietà personale, profonda, senza formalismi né legalismi (vi troviamo quindici volte la parola “cuore”).

 

“Mi sono perso come pecora smarrita; cerca il tuo servo: non ho dimenticato i tuoi comandi” (v. 176). Su questa immagine evangelica così tenera, nell’umile supplica per essere cercato dal buon pastore, il salmista chiude la lunga litania, che è tutta un inno di amore alla Parola di Dio, di cui la Legge non è che una delle espressioni, che nel Cristo troveranno compimento.

 

Per familiarizzarsi con questo salmo se ne può meditare una strofa al giorno, secondo la proposta della Liturgia delle ore, che, come detto, prevede una strofa del salmo per ogni giorno della settimana (22 volte in quattro settimane), come primo salmo dell’ora media. Questa breve sosta davanti a Dio, durante la giornata, nel ricordo della sua Legge, santifica il nostro lavoro e il tempo che Dio ci elargisce affinché “per mezzo di Cristo offriamo a Dio continuamente un sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome” (Eb 13,15). Il salmo, rivelandoci e facendosi contemplare il mistero della Parola di Dio e i suoi benefici spirituali, ci parla in realtà di Cristo, al quale tutta a Legge antica era ordinata.

 

domenica 14 novembre 2021

LE ORAZIONI SALMICHE

 



 

I Principi e norme per La liturgia delle Ore parlano più volte delle “orazioni sui salmi o salmiche” (PNLO, nn. 110, 112, 202). Queste orazioni, proposte per i singoli salmi, aiutano a interpretare i salmi in senso soprattutto cristiano e si possono usare ad libitum. Secondo un’antica tradizione, sono recitate terminato il salmo e fatta una breve pausa di silenzio. I PNLO affermano che tali orazioni si troverebbero in un Supplemento della Liturgia delle Ore che, però, non è stato mai pubblicato.

 

In ogni modo, sono state molteplici le iniziative private al riguardo. Ne cito alcune in lingua italiana: C.A.L. (a cura di), Ascolta la mia voce. Lodi mattutine e Vespri secondo la Liturgia delle Ore, Marietti, Casale Monferrato 1983; David M. Turoldo - Gianfranco Ravasi, "Lungo i fiumi...." I Salmi. Traduzione poetica e commento, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1987; Giambattista Montorsi, Salmi. Preghiera di ogni giorno, Edizioni Messaggero, Padova 1991 (quarta ristampa); Paolino Beltrame Quattrocchi, I salmi preghiera cristiana. Salterio corale, Edizioni Piemme, Casale Monferrato 199412; Angel Aparicio – José Cristo Rey García, I Salmi preghiera della comunità. Per celebrare la Liturgia delle Ore, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1995; Angelo De Simone, Guida alla Liturgia delle Ore. Commenti e orazioni per la celebrazione corale, San Paolo, Cinisello Balsamo 1996; Luigi Della Torre, Il canto di lode. Monizioni e orazioni per salmi e cantici. Lodi e Vespri, Paoline, Milano 1997; Ludwig Monti, I Salmi: preghiera e vita. Commento al Salterio, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2018; I Salmi. Pregarli, cantarli, comprenderli, Paoline – San Paolo, Edizioni San Paolo 2020.

 

Sono opere con impostazione e valore diversi. Alcune, oltre ad offrire le orazioni salmiche, contengono anche una introduzione ai singoli salmi. Fra tutte queste pubblicazioni, è da apprezzare il volumetto di Giambattista Montorsi, in cui troviamo, oltre alle preghiere salmiche, una breve introduzione al singolo salmo e cantico biblico, divisa in quattro parti che fanno riferimento al salmo come preghiera del popolo ebraico, di Cristo, della Chiesa e della comunità che lo prega. Montorsi inoltre segue la struttura del Salterio liturgico diviso in quattro settimane e offre questo materiale per tutte le Ore dell’Ufficio divino nonché per la Salmodia complementare e per i diversi Comuni e l’Ufficio dei defunti. Contiene anche una preziosa Appendice con altri elementi pratici.

 

Ci auguriamo che la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti pubblichi il promesso Supplemento della Liturgia delle Ore. Si sa che da anni esiste un materiale al riguardo.

 

domenica 8 agosto 2021

LA LITURGIA DELLE ORE NELLA VITA DEI CRISTIANI

 



 

Loris Della Pietra – Giovanni Cavagnoli, “Perseveranti nella preghiera”. La Liturgia delle Ore nella vita dei battezzati (Preghiera e liturgia 20), Centro Eucaristico, Ponteranica (BG) 2021. 119 pp. (€ 12,00).

 

Il ritmo della preghiera quotidiana è segnato da quelle soglie significative costituite dal risveglio, dalla pausa del lavoro e dal sonno. Le “ore liturgiche” sono quindi anzitutto “ore esistenziali” in cui ciascuno di noi viene rapportato al senso della sua esistenza. In questo contesto, le  diverse ore ci invitano a rivivere i diversi eventi della storia della nostra salvezza, il cui centro è Cristo.

In nove capitoli, gli autori ripropongono la struttura e gli elementi rituali della preghiera oraria della Chiesa: La preghiera e le ore del giorno; La Chiesa in preghiera con Cristo; La lode mattutina; Il sacrificio vespertino della preghiera; la sosta del lavoro e prima del riposo; La Scrittura nella preghiera oraria; I Salmi nel loro rapporto con la preghiera cristiana; Gli elementi rituali della Liturgia delle Ore; Liturgia delle Ore e impegno pastorale.

 

domenica 9 maggio 2021

LA LITURGIA DELLE ORE ADATTA AL PROPRIO CARISMA

 



 

La rivista Testimoni ha pubblicato, nel fascicolo dello scorso mese di aprile, una pagina sulle “Congregazioni americane e la liturgia delle Ore” firmata da Sr. Elsa Antoniazzi, membro della Redazione della rivista. L’autrice ci informa su una iniziativa sorta negli USA, dove “molte Congregazioni stanno cercando di redigere un testo per la liturgia delle Ore che sia proprio, così che i testi della Scrittura e le orazioni diano corpo a una preghiera che sia più consona ai diversi specifici carismi”.  Non conosco l’entità e le caratteristiche di questa iniziativa, ma la possiamo collocare nel contesto della giusta ricerca di una liturgia delle Ore in cui il “vissuto possa intrecciarsi con essa”. L’iniziativa va oltre quanto è regolato dall’Istruzione della Congregazione per il culto divino sui Calendari particolari (AAS 62, 1970, 651-663).

La rivista colloca questa pagina sotto il titolo “Monachesimo”. Credo però che la problematica non riguarda i grandi Ordini monastici, alcuni dei quali hanno una propria e collaudata tradizione in questo settore, ma piuttosto molte Congregazioni femminili e anche maschili che pregano regolarmente in comune parte della liturgia delle Ore, in particolare le Lodi mattutine ed i Vespri. Queste comunità desiderano giustamente esprimere attraverso la preghiera della Chiesa la propria sensibilità spirituale. Si tratta sempre della “preghiera della Chiesa, che loda il Signore incessantemente e intercede per la salvezza del mondo” (Sacroanctum Concilium 83). Ma progettare “un testo della liturgia delle Ore che sia proprio” può favorire una preghiera autoreferenziale e affievolire quindi la sua dimensione ecclesiale.

Si deve applicare alla liturgia delle Ore l’affermazione del Vaticano II contenuta in SC 10, riguardante la liturgia come culmen et fons della vita della Chiesa. Possiamo affermare che la preghiera liturgica è culmine, norma, criterio, punto di riferimento, sorgente, sacramento di ogni preghiera cristiana, non in senso meramente giuridico – istituzionale ma oggettivo – contenutistico. Oggettivamente, dato il suo carattere normativo, il contenuto della preghiera liturgica si accorda perfettamente con l’ideale della preghiera cristiana. Quando la Chiesa afferma che una preghiera è liturgica, garantisce che quel testo particolare manifesta la sua fede e la sua coscienza di comunità orante. Naturalmente questo non esclude che altri testi, anche le preghiere spontanee di persone umili e senza particolare cultura teologica, siano preghiera veramente ecclesiale. L’atto giuridico di riconoscimento ufficiale compiuto dalla gerarchia della Chiesa è da considerarsi quindi conseguente alla realtà oggettiva preesistente di cui esso ne è la garanzia. Nella preghiera liturgica le diverse espressioni della preghiera cristiana trovano non solo il loro nutrimento naturale, ma anche la possibilità di riconoscersi come appartenenti a una “tradizione” e di confrontarsi con la norma oggettiva.

Nell’attuale ordinamento della liturgia delle Ore ci sono delle possibilità che possono soddisfare, almeno in parte, le giuste richieste delle consacrate e dei consacrati di esprimere il proprio carisma. Ne indico alcune. Gli inni e gli altri canti non biblici di solito caratterizzano l’aspetto particolare delle diverse Ore. Le Conferenze Episcopali hanno la facoltà di introdurre inni di nuova composizione purché si adattino al carattere dell’Ora, o del tempo o della celebrazione. In questo contesto, gli istituti di vita consacrata possono proporre inni adatti alla propria tradizione spirituale. Le letture brevi delle diverse Ore sono state scelte in modo di esprimere brevemente ma chiaramente una sentenza o una esortazione. Nulla vieta di aggiungere un breve commento adatto all’assemblea celebrante. Alle invocazioni e alle intercessioni delle Lodi e dei Vespri possono essere aggiunte alcune intenzioni particolari che, pur rispettandone la struttura, esprimano le esigenze del proprio carisma. Un altro elemento che si è introdotto nelle celebrazioni delle Ore è la cosiddetta colletta salmica, recitata dopo ogni salmo, che pur non essendo prevista nell’attuale ordinamento liturgico, è un’antica tradizione che non intacca la struttura della liturgia delle Ore. Come è noto, la Congregazione per il culto divino ha da tempo allo studio la pubblicazione di una serie di preghiere salmiche da adoperarsi nella liturgia delle Ore. I consacrati possono esprimere in queste preghiere il proprio modo di interpretare i salmi alla luce della loro specifica tradizione spirituale.  

Al di fuori di quanto detto, ogni iniziativa individuale o di gruppo che si allontana dalla liturgia proposta dalla Chiesa, rischia di essere un abuso. La liturgia delle Ore è codificata e disciplinata nei libri liturgici, sottratta alla moda mutabile. In ogni modo, essa non si esprime con un linguaggio asettico né anonimo. È come uno spartito musicale, preciso e perfetto in sé, però da “interpretare” ogni volta che è impiegato nella celebrazione. Papa Francesco ha detto: “La liturgia non è ‘il campo del fai-da-te’ ma l’epifania della comunione ecclesiale. Perciò, nelle preghiere e nei gesti risuona il ‘noi’ e non l’ ‘io’; la comunità reale, non il soggetto ideale” (Discorso alla Plenaria della CCDDS, 14.02.2019). La celebrazione liturgica ci sradica dal nostro individualismo e ci educa a stare insieme, a condividere, a pregare insieme. L’individualismo soffoca il senso della comunità.

La liturgia delle Ore ha una sua dimensione formativa che, come dice Elsa Antoniazzi, “forgia mente e cuore mentre è quotidianamente celebrata”. E, come afferma la Costituzione SC 84, quando è pregata “secondo le forme approvate, allora è veramente la voce della Sposa che parla allo Sposo, anzi è la preghiera che Cristo unito al suo corpo eleva al Padre”.

domenica 18 agosto 2019

Sal 101 (100) Lo specchio dei principi









1Di Davide. Salmo. Amore e giustizia voglio cantare, voglio cantare inni a te, o Signore.

2Agirò con saggezza nella via dell'innocenza: quando verrai a me? Camminerò con cuore integro, dentro la mia casa.
3Non sopporterò davanti ai miei occhi azioni malvage; detesto chi fa il male, non mi sarà vicino.
4Lontano da me il cuore perverso, il malvagio non lo voglio conoscere.

5Chi calunnia in segreto il suo prossimo io lo farò perire; chi ha occhi altezzosi e cuore superbo
non lo potrò sopportare.
   6I miei occhi sono rivolti ai fedeli del paese   perché restino a me vicino: chi cammina per la via integra sarà mio servitore.
7Non abiterà nella mia casa, chi agisce con inganno, chi dice menzogne non starà alla mia presenza.

8Sterminerò ogni mattino tutti gli empi del paese, per estirpare dalla città del Signore quanti operano il male. 



Il Sal 101 (100) la Liturgia delle ore lo propone il Martedì della Quarta settimana alle Lodi con il titolo: “Programma di un re fedele a Dio”, ed il sottotitolo tratto da Gv 14,15: “Se mi amate osservate i miei comandamenti”. 

Il titolo fa il nome di Davide quale compositore del salmo 101, definito dagli esegeti “specchio del re” o “discorso della corona”. Il testo contiene le linee programmatiche del buon governo. Considerando il Salterio nella sua unità, la tradizione lo ha diviso in cinque libri. Il nostro salmo appartiene al libro IV, il più corto del Salterio (comprende solo sedici salmi, dal Sal 90 al Sal 106). La maggior parte di questi salmi non hanno alcuna attribuzione. Il loro centro di gravità ruota intorno a coloro che proclamano il Signore re. Proprio al centro del libro IV, nel Sal 98, tutti i popoli sono invitati a riconoscere il Signore come il loro re e anche tutta la natura ad acclamarlo: “Acclami il Signore tutta la terra, gridate, esultate, cantate inni!” (v. 4).


Passando ora al contenuto del nostro salmo, ciò che si afferma nel suo primo versetto è ciò che dobbiamo cercare in tutto il corpo del testo salmico: “Amore e giustizia voglio cantare…” Commentando queste parole, Sant’Agostino ci ricorda che Dio è misericordioso, ma è anche giusto. 


Nello spirito della sapienza d’Israele e dell’Oriente, il salmo 101 vuol abbozzare il ritratto di un re giusto, di un politico, di uno che ha delle responsabilità verso gli altri, e lo fa secondo due lineamenti essenziali. Il primo è quello del rigore personale nella scelta della via perfetta e integra già all’interno della sua famiglia e della sua casa, scartando consiglieri corrotti e tentazioni idolatriche; insomma si terrà ben lontano da personaggi e situazioni compromettenti (vv. 1-4). La seconda componente è più di tipo pubblico e sociale: lotta contro la calunnia, la delazione, la falsa testimonianza giudiziaria, attacco alle prepotenze delle alte classi, difesa dei poveri, selezione accurata dei collaboratori, impegno continuo (sin dal mattino, dice simbolicamente il v. 8) ad estirpare impostori e malvagi (vv. 5-8). È il programma ideale di ogni uomo costituito in autorità che sa di non essere arbitro assoluto, ma luogotenente dell’unico re giusto e perfetto, Dio, secondo la classica visione biblica del re davidico.


Anche se qualcuno fu migliore di altri, nessuno dei re che si avvicendarono nella storia d’Israele e di Giuda fu sempre irreprensibile. In una lettura cristiana del salmo, dobbiamo anzitutto affermare che il nostro re è Cristo, il solo che potrebbe in ogni tempo cantare questo salmo con perfetta integrità. Ma la tradizione cristiana ha visto nel testo di questo salmo non solo l’immagine di Cristo, ma anche una descrizione anticipata del giudizio di Gesù Cristo “che di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti”, come dice il Credo. Con questo salmo pregato all’inizio della giornata, la Chiesa formula propositi di essere fedele all’insegnamento di Cristo, mentre attende con fiducia la sua ultima e gloriosa venuta. Come dice il sottotitolo del salmo nella Liturgia della Ore, tratto da Gv 14,15: “Se mi amate osservate i miei comandamenti”.  


Ecco quindi che il Sal 101 è un programma di vita non solo per i potenti, non solo per coloro che sono costituiti in autorità, ma anche per tutti noi, per tuti coloro che vogliono camminare davanti a Dio con cuore integro (v. 2). Possiamo affermare che in ognuno di noi vi è un cuore perverso, di cui parlano i vv. 4 e 5: quello che agisce con inganno e che dice menzogne (v. 7). Nel Salterio ci sono altri salmi che parlano in termini analoghi e a più riprese: “(il salmista parla dei suoi nemici) Non c’è sincerità nella loro bocca, è pieno di perfidia il loro cuore; la loro gola è un sepolcro aperto, la loro lingua seduce” (Sal 5,10); o anche il Sal 12,3: “Si dicono menzogne l’uno all’altro, labbra adulatrici parlano con cuore doppio”.


Ma vi è pure l’uomo nuovo che desidera camminare per la via integra: “chi cammina per la via integra sarà mio servitore” (v. 6). L’integrità, la pienezza di vita è un’istanza che affonda le sue radici nella notte dei tempi, all’inizio della storia della salvezza: “Quando Abramo ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse: ‘Io sono Dio l’Onnipotente, cammina davanti a me e sii integro’ ” (Gen 17,1). Il nostro programma di vita spirituale deve mirare a far tacere e allontanare l’uomo del cuore perverso e a fortificare l’uomo del cuore integro che è in noi. 


In una visione più ampia del testo, negli ultimi versetti del salmo si delinea il regno ideale: menzogna e malvagità sono eliminate; fedeltà e onestà abitano la casa del sovrano. È anche la meta verso cui noi tutti camminiamo.



Preghiera: Cantando la misericordia e il giudizio, Signore, salmodiamo a te e ti preghiamo: fa che camminiamo con intelligenza sulla via integra affinché, per ispirazione della misericordia, comprendiamo ciò che è retto e, in attesa del giudizio, correggiamo ciò che è errato.


Bibliografia: Spirito Rinaudo, I salmi preghiera di Cristo e della Chiesa, Elle Di Ci, Torino-Leumann 1973; Vincenzo Scippa, Salmi, volume 1. Introduzione e commento, Messaggero, Padova 2002; Ludwig Monti, I salmi: preghiera e vita, Qiqajon, Comunità di Bose 2018; Temper Longman III, I salmi. Introduzione e commento, Edizioni GBU, Chieti 2018.

domenica 10 febbraio 2019

Salmo 1 Le due vie dell’uomo






1Beato l'uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,
non resta nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli arroganti,

2ma nella legge del Signore trova la sua gioia,
la sua legge medita giorno e notte.

3È come albero piantato lungo corsi d'acqua,
che dà frutto a suo tempo:
le sue foglie non appassiscono
e tutto quello che fa, riesce bene.

4Non così, non così i malvagi,
ma come pula che il vento disperde;

5perciò non si alzeranno i malvagi nel giudizio
né i peccatori nell'assemblea dei giusti.

6poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti,
ma la via dei malvagi va in rovina.



La Liturgia delle Ore propone questo salmo nell’Ufficio delle letture della domenica della prima settimana. Il primo salmo del Salterio appartiene alla letteratura didattico-sapienziale che seguì al tempo dell’esilio d’Israele. Con la distruzione del tempio di Salomone era scomparsa anche l’arca dell’alleanza; la pietà d’Israele si organizzò allora attorno alla Legge e alla parola di Dio, che diventò il centro vitale della spiritualità dei saggi del popolo eletto. In questo contesto è comparsa la sinagoga, non più incentrata sul culto sacrificale come il tempio, ma sullo studio, l'insegnamento e la meditazione della Legge.

Compaiono nel Sal 1 due figure che sono continuamente presenti in tutto il Salterio. Da una parte, l’uomo giusto; dall’altra, l’uomo malvagio e peccatore; due volti, due vie, due destini, in cui è riassunta la storia dell’umanità dopo il peccato delle origini. Ponendoci davanti queste due figure, il salmo ci colloca di fronte a noi stessi e al conflitto tra il bene e il male che agita la storia dell’umanità e la vita intima di ognuno di noi, e che costituisce, in un certo modo, il tessuto di tutte le preghiere del Salterio; per questo la tradizione della Chiesa considera questo primo salmo una vera e propria introduzione programmatica all’intero Salterio.

Il nostro salmo si apre con un vocabolo ebraico (‘ašre) che la traduzione italiana della CEI ha reso con la parola “beato”. Altri preferiscono il sostantivo “felicità dell’uomo che…”, o semplicemente l’aggettivo “felice”. Non è un problema, dato che il dizionario italiano dice che beato è colui “che gode di una felicità piena” e la parola ebraica usata dal salmista accentua uno stato di felicità. Tutti gli umani aspiriamo alla felicità, “tutti vogliono vivere felici (beate vivere) – dice Seneca – ma quando si tratta di veder chiaro cos’è che rende felice la vita, sono avvolti dall’oscurità”. Ebbene, per il nostro salmo, e per la Bibbia in genere, felice è chi dimora nel cammino, chi compie passi e trova vie che fanno avanzare se stesso verso una vita degna di questo nome o, con le parole del salmo, colui che obbedisce alla legge di Dio. Il salmo ci ricorda, però, che ogni umano può scegliere di percorrere vie di giustizia (vv. 1-3) o di malvagità (vv. 4-5), il cui diverso esito è abbozzato nel versetto conclusivo (v. 6). Un noto testo delle origini cristiane, la Didaché, si apre con questa netta opposizione: “Le vie sono due: una della vita e una della morte, e grande è la differenza tra le due”.

Ma la vita è ben più complessa di una opposizione binaria: per questo il salmo specifica meglio. La via della felicità – quella che già Mosè desiderava percorrere quando pregava: “Signore indicami la tua via…” (Es 33,13) – richiede innanzitutto di dire un triplice no, presentato dal salmo in un significativo crescendo: non andare (o non entrare), non fermarsi, non sedersi (v. 1). Nel descrivere questa progressiva seduzione che spinge al male, il salmo presenta il protagonista negativo del Salterio, caratterizzato con tre aggettivi: malvagio, peccatore, arrogante.

Ma non basta astenersi della via dei malvagi, dei peccatori e degli arroganti, occorre percorrere quella opposta; non basta non fare il male, occorre fare il bene, percorrere la via dei giusti. Questa è la via di colui che accoglie la legge del Signore (v. 2), della quale il Sal 19 afferma: “La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima […] I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore” (Sal 19, 8-9). Cosa s’intende per legge del Signore (la Torah)? Non solo le prescrizioni ma anche l’insegnamento ovvero l’intera rivelazione divina, con cui il Signore vuole istruire i cuori degli umani ed entrare in alleanza con loro. Questa legge, il giusto “la medita giorno e notte”. Come dice san Girolamo, commentando questo salmo, “la meditazione della Legge di Dio non consiste solo nel leggere le Scritture, ma anche nel fare ciò che in esse è scritto”.

Chi osserva questo stile di vita, è come un “albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto…” (v. 3). È la stessa immagine usata da Geremia che la declina in termini di fiducia: “Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. È come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici, non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi, nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti” (Ger 17,7-8). Dopo queste immagini agricole, il v. 3 del nostro salmo conclude affermando del giusto: “tutto quello che fa, riesce bene”. Possiamo ricordare qui il nostro modello supremo Gesù, di cui la folla diceva, piena di stupore: “Ha fatto bene ogni cosa” (Mc 7,37).

“Non così” (v. 4): con questa enfatica negazione, raddoppiata, inizia la descrizione della situazione dei malvagi. L’immagine agricola è ripresa in senso inverso: essi sono “come la pula”, lo scarto del grano, disperso dal soffiare del vento. Sono senza peso, inconsistenti, incapaci di affondare le loro radici in profondità. Per questo i malvagi non possono stare in piedi, non possono reggere nel giudizio (di Dio), di fronte ai giusti (v. 5). 

Il salmo si conclude con due affermazioni che si riferiscono alle due vie tratteggiate: “il Signore veglia sul cammino dei giusti” (v. 6a), cioè li protegge, li accompagna col suo amore.  Invece, “la via dei malvagi va in rovina” (v. 6b), perché il fallimento è immanente alla stessa condotta degli empi, una condotta vuota, che non porta da nessuna parte.

La tradizione cristiana ha fatto del Sal 1 un’interpretazione essenzialmente cristologica. In Gesù Cristo, che è “la Via” (Gv 14,6), i cristiani diventano “quelli della Via” (“uomini e donne appartenenti a questa Via”, At 9,2), uno dei più antichi titoli con il quale i seguaci di Gesù venivano definiti. Cristo realizza l’ideale dell’uomo giusto esaltato nel salmo: “Egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca” (1Pt 2,22). Noi tutti, in Adamo, siamo andati dietro ai consigli dell’uomo malvagio, ci siamo allontanati da Dio, seguendo il nostro progenitore nella via del peccato: “Come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” (Rm 5,19).

Gesù ha più volte adoperato l’immagine dell’albero che dà buoni frutti (Mt 7,15-20). Egli stesso si è paragonato alla vigna che dà frutto a suo tempo dicendo: “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo” (Gv 15,1ss). Eusebio di Cesarea, commentando il nostro salmo, associa il simbolo dell’albero a Cristo: “Albero di vita è il Figlio di Dio, secondo quanto dice Salomone a proposito della sapienza: ‘È un albero di vita per tutti quelli che a essa [la Sapienza] si tengono stretti’ (Pr 3,18)”. Innestati in Cristo, ricordiamo le sue parole: “Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla” (Gv 15,5).

Nella Liturgia delle Ore il Sal 1 ha come sottotitolo le seguenti parole, prese da un autore del II secolo: “Beati coloro che, sperando nella croce, scesero nell’acqua del battesimo”. Questo riferimento al battesimo potrebbe essere in rapporto con quanto dice il salmo del giusto quando lo presenta come un “albero piantato lungo corsi d'acqua” (v. 3). Come afferma san Paolo, “tutti voi siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,26-27).



Preghiera: O Padre clementissimo, che ci hai concesso di risorgere nell’acqua del battesimo, fa che, meditando e osservando la tua legge siamo sempre fedeli ai nostri impegni, per potere dare frutti copiosi. 


Bibliografia: Spirito Rinaudo, I salmi preghiera di Cristo e della Chiesa, Elle Di Ci, Torino-Leumann 1973; Vincenzo Scippa, Salmi, volume 1. Introduzione e commento, Messaggero, Padova 2002; Ludwig Monti, I salmi: preghiera e vita, Qiqajon, Comunità di Bose 2018; Temper Longman III, I salmi. Introduzione e commento, Edizioni GBU, Chieti 2018.