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domenica 17 marzo 2019

LA LITURGIA E I SUOI SPAZI






Giuliano Zanchi, Luoghi della grazia. La liturgia e i suoi spazi (Grammatica della liturgia), Cinisello Balsamo, San Paolo 2018. 157 pp. (€ 15,00).



Dopo una breve Introduzione, il libro è diviso in otto capitoli:

-Il corpo. Toccare la carne, modellare lo spirito.

-L’assemblea. Il secondo corpo umano di Gesù.

-Le soglie. Entrare nel mistero cristiano.

-L’ambone. La rivelazione che risuona nel presente.

-L’altare. Cristo presente nella Chiesa.

-Il battistero. Rinascere dallo Spirito.

-La luce. Profezia del corpo spirituale.

-Le immagini. Stare nel sensibile, vedere l’invisibile.

Chiude il tutto una ricca bibliografia sul tema.

venerdì 15 marzo 2019

DOMENICA II DI QUARESIMA (C) – 17 Marzo 2019






Gn 15,5-12.17-18; Sal 26; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28b-36



Vale la pena fidarsi di Dio perché egli è fedele alle sue promesse. Questo messaggio riprende e sviluppa uno degli aspetti del messaggio della domenica scorsa invitandoci ad una fede che si apre alla speranza.

Un nomade dell’antico Oriente non poteva avere desiderio maggiore di una dimora fissa e di una numerosa discendenza. Sono le grandi aspirazioni di Abramo, di cui parla la prima lettura. Dio gli promette un figlio e una sconfinata discendenza, ma egli è anziano e sua moglie Sara è sterile; Dio gli promette una terra, ma la terra su cui Abramo cammina è occupata dai cananei. La fede di Abramo non ha un appiglio umano a cui potersi attaccare. Ciò nonostante, “egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia”. San Paolo ha chiamato Abramo “padre di tutti noi” (Rm 4,16), cioè capostipite di tutti noi che crediamo e che per mezzo della fede veniamo giustificati da Dio.
         
Il vangelo riporta il brano della trasfigurazione. Gesù offre ai tre discepoli prediletti una visione anticipata della sua gloria di risorto, che culmina nella testimonianza del Padre che rivela l’identità profonda di Gesù: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”. E’ da sottolineare l’invito all’ascolto, ripreso dalla colletta del giorno. Come ricorda il prefazio, poco prima dell’evento della trasfigurazione, Gesù fa il primo annuncio della sua passione e morte e, in seguito, indica le condizioni per seguirlo: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23). In questo contesto, l’invito ad ascoltare Gesù acquista un senso preciso e particolare: ascoltate Gesù perché è mio Figlio; ascoltatelo nonostante le parole che dice siano paradossali. Fidatevi anche se vi propone un cammino di sofferenza; seguitelo anche se dovete passare per sentieri stretti e disagevoli. La trasfigurazione è la grande rivelazione di Gesù, la scoperta piena della sua realtà a cui si è invitati attraverso l’ingresso nell’oscurità della fede che ci conduce attraverso la via della croce, sorretti dalla speranza, all’esperienza della risurrezione.

La seconda lettura è un’esortazione alla speranza, non in una terra o in una discendenza, come per Abramo, ma in Dio stesso che si pone come terra promessa, come futuro capace di appagare pienamente le nostre attese: “La nostra cittadinanza è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso”. La contemplazione anticipata della gloria di Gesù non ci risparmia lo scandalo della croce, ma lo sostiene nella speranza.

La pienezza perpetua e stabile della nostra trasfigurazione in Cristo avverrà nella vita eterna, ma si prepara e anticipa qui e ora. La celebrazione eucaristica è prefigurazione e anticipazione del banchetto eterno nel quale contempleremo il volto glorioso del Cristo, quel volto trasfigurato di cui i discepoli Pietro, Giovanni e Giacomo ebbero sul monte Tabor un saggio transitorio. 

domenica 10 marzo 2019

QUALE LINGUAGGIO NELLA LITURGIA?






Nel servizio religioso non si deve evitare soltanto il linguaggio sacro impettito, 
altisonante, ma anche il gergo della strada, le smancerie intellettuali e la boria modernistica. Qui il linguaggio deve essere sobrio e insieme commovente, tale da esprimere l’esperienza della comunità orante alla presenza di Dio. Ciò può avvenire, a seconda del tempo, del luogo e della situazione, in base a un valido formulario prestabilito o mediante la preghiera libera. Entrambi i modi possono essere utili. Milioni di persone dicono il Padre nostro, e ciascuna vi immette quanto le è più proprio. Il Kyrie, il Gloria, il Sanctus della messa romana rendono possibili stati d’animo comuni e possono raggiungere un’attualità e risonanza, che manca a certi testi spontanei. In alcune ore il singolo è felice di servirsi di preghiere già formulate come la comunità di servirsi di preghiere spontanee. In ogni caso nel servizio religioso della comunità non deve venire vietata la preghiera libera, spontanea, e ciò pienamente nel senso di Paolo, che alla comunità della greca Tessalonica scriveva: “Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie, esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono” (1Ts 5,19-21).

Le preghiere libere e tradizionali possono perciò fecondarsi reciprocamente, e in un buon servizio religioso staranno indubbiamente entrambe in un giusto rapporto.



Fonte: Hans Küng, La preghiera e il problema di Dio, Morcelliana Brescia 2018, p. 66.


venerdì 8 marzo 2019

DOMENICA I DI QUARESIMA (C) – 10 Marzo 2019





Dt 26,4-10; Sal 90; Rm 10,8-13; Lc 4,1-13
Le letture odierne sono incentrate sulla fede, che è anche un atteggiamento interiore di fiducia nelle promesse divine. Il brano del Deuteronomio riporta una lunga preghiera che, per ordine di Mosè, l’israelita doveva pronunciare nel momento in cui egli offriva le primizie dei frutti del suolo per ringraziare il Signore di avergli donato la terra. Questa preghiera è la più antica professione di fede in Dio del popolo d’Israele, in un Dio fedele alle sue promesse. Infatti il dono della terra è visto come l’ultimo di una serie di doni, di interventi salvifici che Dio ha compiuto lungo la storia del suo popolo, da Abramo in poi. Con il gesto dell’offerta delle primizie e la professione di fede che l’accompagna, Israele riconosce che tutto quanto è e possiede è dono di Dio. Anche il brano di san Paolo è una professione di fede, in questo caso di fede cristiana in Gesù quale “Signore”, fonte di salvezza per tutti: chi riconosce e proclama che Gesù Cristo, il crocifisso, è il Signore risorto dai morti, approda alla salvezza che è il dono di Dio promesso ai credenti.

L’evento delle tentazioni di Gesù, riportato dal vangelo, episodio che tradizionalmente apre la Quaresima, può anch’esso essere considerato una vera professione di fede. La fede è messa alla prova dalla tentazione, la quale non risparmia neppure il Cristo. Ma vediamo come egli affronta questa prova. Tutte le risposte che Gesù dà al tentatore sono ispirate nelle parole della Scrittura. Satana cerca in modo subdolo, usando anche lui le parole della Scrittura, di indurre Gesù a fare delle scelte personali e comode contrarie al disegno di Dio su di lui. Ma Gesù, rispettando la libertà sovrana del disegno salvifico, al cui compimento è votato, pronuncia il suo “sì” definitivo al Padre e si abbandona totalmente al suo destino. In questo modo, “vincendo le insidie dell’antico tentatore” (prefazio), Gesù diventa per noi l’emblema luminoso della fede in Dio, cioè dell’adesione piena e totale a Dio e al suo piano tracciato nel cosmo e nella storia. “La vittoria di Gesù sul tentatore nel deserto anticipa la vittoria della passione, suprema obbedienza del suo amore filiale per il Padre” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 539). Come per Cristo, anche la nostra strada di fedeltà alla parola di Dio è cosparsa di ostacoli e tentazioni. Dio però ci assicura il suo aiuto e la sua forza per superare ogni prova. Abbiamo la certezza che Cristo ha vinto le forze del male e la sua vittoria è anche di tutti coloro che si uniscono a lui per mezzo della fede e dei sacramenti.

La Quaresima si apre con un forte appello alla riscoperta della purezza della fede liberata da tutte le ignoranze, i surrogati e le escrescenze abitudinarie e magiche. Bisogna prendere chiara coscienza di tutto ciò che nella nostra vita contraddice la scelta fondamentale fatta nel battesimo abbracciando i valori del vangelo, scelta che deve orientare l’intero corso della nostra esistenza. Di fronte alla tentazione costante, che per la nostra naturale fragilità avvertiamo, di emanciparci da Dio e di prostituirci agli “idoli”, occorre riaffermare la fedeltà alla parola di Dio e la fede nella potenza salvatrice del Signore.

domenica 3 marzo 2019

L’ISTANTE DELLA CONSACRAZIONE COME TEMPO SACRAMENTALE




 


Tra le tesi che figurano nei manuali di teologia scolastica ve n’è una che afferma l’istantaneità della transustanziazione. La possiamo leggere nella formulazione stessa di san Tommaso: “[…] questa trasformazione si compie per mezzo delle parole di Cristo pronunciate dal sacerdote, di modo che l’ultimo istante in cui sono pronunciate le parole è il primo istante in cui il corpo di Cristo è presente nel sacramento […]; è allora infatti che si completa il significato delle parole, che è efficace nelle forme dei sacramenti. Da ciò consegue che questa trasformazione non avviene in maniera successiva” (Sum. Theol. 3, q. 75, a. 7, ad 1 et 3).


Qui san Tommaso è preoccupato di mettere in guardia contro la tentazione di concepire la transustanziazione sulla falsariga di un’eclissi dove, a misura che un corpo celeste svanisce ai nostri occhi, un altro ne perde il posto. Se così avviene per la trasformazione eucaristica questa progressiva sostituzione tra due sostanze comprenderebbe inevitabilmente, sia pure per un breve momento, la compresenza di entrambe, con il conseguente rischio di cadere nella teoria della consustanziazione. Ma non è così per la presenza eucaristica. Questa infatti si compie in un istante, che san Tommaso coerente con l’assolutizzazione esclusiva dell’efficacia delle parole istituzionali, fa culminare con l’ultimo istante in cui si completa la loro proclamazione.


Un’analoga riflessione sull’istante della trasformazione eucaristica, ma interiore di vari secoli a quella di Tommaso d’Aquino, si trova già in quell’antesignano della teoria ortodossa che fu Babai il Grande (+ 628). Nel suo trattato di cristologia nestoriana così egli afferma: “[…] all’invocazione del sacerdote, nella supplica sopra i misteri della nostra salvezza, quando il sacerdote dice: ‘Venga la grazia dello Spirito Santo e dimori sopra questo pane e sopra questo calice, e li faccia corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo’, allora, alla voce del sacerdote, subito, in  un batter d’occhio, crediamo che il sacramento esiste, e che la grazia dello Spirito Santo dimora e porta a pienezza i misteri della nostra salvezza, affinché siano il corpo e il sangue di Cristo […]”.


Pur prendendo atto che la trasformazione che la trasformazione eucaristica avviene in un istante, resta il fatto che qui gli istanti sono due: quello cattolico delle parole istituzionali e quello ortodosso dell’epiclesi, peraltro esclusivi l’uno dell’altro. Rinunciando a contrapporre questi due istanti, preferiamo tentare la via della composizione, prendendo spunto da un autorevole pronunciamento tridentino. Nel caso nostro dovremo avvalerci, rispetto alla categoria tempo, di una considerazione analoga a quella che, in riferimento alla categoria spazio, il Concilio di Trento fa intervenire per spiegare i due modi della presenza di Cristo, sempre assiso alla destra del Padre e nondimeno realmente presente sui nostri altari (cfr DS 1636). Al fisicista, che in nome della sua logica sarebbe tentato di ribellarsi all’idea di due distinte presenze reali di un medesimo corpo, la fede tridentina risponde dicendo che la categoria di spazio fisico è inadeguata per spiegare il mistero, giacché in questo caso non si tratta di due presenze fisiche, bensì di due diversi modi dell’unica reale presenza di Cristo: quella fisica o naturale alla destra del Padre e quella sacramentale sui nostri altari.


Analogamente, se vogliamo comprendere come l’efficacia assoluta delle parole della consacrazione si componga con l’efficacia dell’epiclesi consacratoria e viceversa, dobbiamo riconoscere che qui non si tratta di due trasformazioni successive e distinte nel tempo, bensì di due momenti congiunti e reciprocamente ordinati dell’unica transustanziazione. In altri termini: come la categoria di spazio fisico è inadeguata per spiegare la modalità della presenza sacramentale, così pure la categoria di tempo fisico è inadeguata per spiegare la produzione del corpo sacramentale.


Perciò, in analogia con Trento, che respinge l’alternativa “o tutto in cielo o tutto sull’altare”, diremo: non vi è alcuna contraddizione nell’affermare che il mistero della transustanziazione si compie tutto quanto nel momento delle parole istituzionali e tutto quanto nel momento dell’epiclesi, giacché il tempo sacramentale non è un tempo fisico, bensì è tempo meta ta physika, un tempo cioè che sfugge alle misurazioni del cronometro. Inoltre, sempre in analogia con Trento, di questo tempo sacramentale diremo: anche se a stento lo possiamo esprimere con parole, tuttavia con una riflessione illuminata dalla fede lo possiamo riconoscere come possibile a Dio, e dobbiamo fermamente credere nella modalità operativa ad esso propria.


 


Fonte: Cesare Giraudo S.I., Preghiera eucaristica e teologia. Per una soluzione della controversia sull’epiclesi, in “La Civiltà Cattolica”, n. 4017 (2/16 febbraio 2019), pp. 236-249 (qui, pp. 244-246).  


 

venerdì 1 marzo 2019

DOMENICA VIII DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 3 Marzo 2019



Sir 27,5-8; Sal 91; 1Cor 15,54-58; Lc 6,39-45


L’inizio del Sal 91 è un inno di lode al Signore per il suo amore e la sua fedeltà. Il seguito del testo è, invece, occupato da un confronto tra il giusto e l’empio davanti a Dio. Di questo confronto la liturgia odierna ci propone solo gli ultimi versetti del salmo in cui viene tracciato il ritratto del giusto. Questi versetti sono ripresi frequentemente dalla liturgia della Chiesa per celebrare la gloria dei Santi. La robustezza, la fecondità e la longevità dei cedri e delle palme, le piante più rigogliose della Palestina, sono un simbolo espressivo della ricchezza della vita interiore degli uomini giusti.


La liturgia odierna è un pressante invito a rientrare in se stessi per arricchire il cuore e trasformare la propria vita in un “albero di frutti buoni”. Il breve brano del libro del Siracide, proposto come prima lettura (Sir 27,4-7) mette in risalto l’importanza e la funzione della parola: essa prova quanto valga una persona e rivela i sentimenti più intimi del suo cuore. Soltanto chi ha un cuore ricco di Dio potrà dire parole di vero amore che infondano gioia e speranza.


Nel brano evangelico (Lc 6,39-45) Gesù con un linguaggio semplice e concreto, a portata di coloro che lo ascoltano, allarga il discorso e parla della vera ricchezza dell’uomo che, radicata nel suo cuore, e si manifesta nelle sue opere: “L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore”. Parole, intenzioni, programmi, non bastano. Si richiedono i frutti, che a loro volta rivelano la natura buona o cattiva dell’albero. Per l’uomo quello che conta è il cuore, il centro dei suoi pensieri e delle sue scelte, dove la libertà esprime se stessa: il cuore “è il luogo della decisione… È il luogo della verità, là dove scegliamo la vita o la morte” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n.2563). Quando le parole e le opere non sono in sintonia, allora il nostro cuore è diviso. E’ l’ipocrisia di cui parla Gesù. L’epiteto “ipocrita” nella lingua classica greca designa l’attore che recita una parte mettendosi la maschera. Chi si comporta con la presunzione di condannare gli altri si rivela un ipocrita, che per dissimulare le proprie miserie si mostra zelante della perfezione altrui. Dio solo è il giudice perché soltanto lui conosce veramente le profondità del cuore umano. All’ipocrisia si oppone la sincerità del cuore.


In una società, come la nostra, fondata sulla comunicazione orale, le parole non mancano mai. Possiamo ben dire però che oggi troppe parole si vendono a buon mercato. E’ un chiasso assordante! Si ha poi la sensazione che le parole non hanno valore per quel che esprimono ma per come si dicono. Sembra addirittura che abbia ragione chi grida di più. La parola è svalutata perché non è in armonia col cuore e con la vita. La parola ritroverà tutto il suo valore a condizione che diventi espressiva di fatti, di autentici valori di vita, e ciò è possibile solo se la nostra parola viene ricollegata alla Parola di verità che è Cristo. Si tratta di accogliere questa Parola nel cuore e attuarla nella vita. E’ un impegno quotidiano del discepolo di Gesù, una fatica che, come dice san Paolo nella seconda lettura (1Cor 15,54-58) non è vana, perché nel Signore Gesù Cristo Dio ci dà la vittoria.






domenica 24 febbraio 2019

L’INCENSO





Silvio Barbata, Un simbolo “in-vita”. L’incenso, Jouvence, Milano 2018. 169 pp.



La parola “incenso” richiama subito alla mente paesi lontani e atmosfere orientali carichi di fascino e di mistero. Questa resina odorosa è conosciuta fin dalla più remota antichità. Se in principio venne utilizzata per scopi pratici dettati dalle circostanze della vita (profumazione degli ambienti, spesso maleodoranti, specie nelle società agro-pastorali); presto la sua adozione entrò nei riti del culto religioso.

Le grandi religioni ne hanno fatto un abbondante impiego. La presenza dell’incenso ha segnato la nascita e il consolidarsi dell’antico Egitto, dell’Ebraismo, di quella pagana dell’area ellenica e latina. Solo più tardi (IV sec.) fu assunto dal Cristianesimo con una funzione nuova, ricca di significato simbolico riferito a Gesù Cristo.

Nella liturgia l’incenso connota la differenza simbolica fra la tradizione della Chiesa Bizantina e quella della Chiesa Latina: nella prima il suo utilizzo e abbondante e regolare; nella seconda la prassi lo ha selezionato come elemento caratterizzante le solennità dell’anno liturgico o il rito relativo a circostanze particolari.

Il presente studio affronta il tema suddividendolo in quattro ambiti: a) denominazione della resina nelle varie culture e descrizione della sua origine naturale; b) l’uso nel mondo pagano; c) l’uso nell’Ebraismo; d) l’uso nel Cristianesimo. L’intento è di offrire al lettore la possibilità di approfondire la conoscenza, soprattutto sul piano simbolico e liturgico, del praticare l’incensazione.

(Dalla Premessa, pp. 9-10)




Nota.-  Il libro presenta alcuni limiti . Ci sono dei piccoli errori, come quando si afferma che il cantico evangelico dei Vespri è il Nunc dimittis (p. 52). Se da una parte, l’autore spiega in nota molte cose (cos’è il Liber pontificalis, chi è Evagrio Pontico, ecc.), a p. 47 cita il Sacramentario di Ratoldo, del secolo IX, senza indicare l’area geografica a cui appartiene. Ma soprattutto è deludente la parte dedicata all’uso dell’incenso nella Messa della Liturgia romana (p. 50); sembra che l’autore non conosca l’opera classica di J. A, Jungmann (Missarum sollemnia), dove troviamo ampia informazione sull’uso e significato dell’incenso nei diversi momenti della celebrazione della Messa romana.  Da notare anche una tendenza a prendere spunto dei riti dell'incenso per parlare di tutto con tono moraleggiante. 




venerdì 22 febbraio 2019

DOMENICA VII DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 24 Febbraio 2019



1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23; Sal 102; 1Cor15,45-49; Lc 6,27-38


L’affermazione di san Giovanni “Dio è amore” (1Gv 4,8) sembra quasi anticipata nella dolcissima e soave preghiera del Sal 102, da cui è tratto il salmo responsoriale di questa domenica. Il salmista sente il dovere di lodare il Signore e ringraziarlo per gli innumerevoli benefici concessi a lui e al suo popolo nel corso della storia. L’odierna liturgia propone la prima parte del salmo che canta l’amore e il perdono di Dio, un perdono che supera le rigide leggi della giustizia. Il salmista parla con tono commosso della pazienza di Dio e della sua bontà e magnanimità nel perdonare i peccati. Nel tempo della Chiesa, quest’inno alla misericordia di Dio diventa anche un inno a Gesù Cristo, in cui si sono manifestati la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini (cf. Tit 3,4). La liturgia di questa domenica al tempo stesso che ci invita a celebrare la misericordia di Dio, ci propone di imitarla. Infatti il vertice dell’insegnamento di Gesù nel vangelo d’oggi è costituito dall’invito a diventare “misericordiosi” come lo stesso Padre celeste è misericordioso.


La liturgia eucaristica inizia col canto d’ingresso il quale è una fiduciosa e gioiosa confessione di fede nella misericordia di Dio: “Confido, Signore, nella tua misericordia. Gioisca il mio cuore nella tua salvezza, canti al Signore che mi ha beneficato” (canto d’ingresso - Sal 12,6). La prima lettura ci propone la grandezza di animo di Davide che, pur avendo occasione di eliminare il suo nemico, il re Saul, si mostra misericordioso con lui e lo risparmia perché, nonostante tutto, “è il consacrato del Signore”. Con questo gesto Davide, eminente figura messianica, annuncia il superamento della vendetta e apre la strada al perdono. Gesù nel brano evangelico odierno proclama il suo nuovo comandamento sull’amore che si estende anche ai nemici, che non solo bisogna amare, ma anche fargli del bene, benedirli e per i quali si deve pregare. L’insegnamento di Gesù è fondato su due principi: il primo, preso dalla saggezza degli antichi, dice “ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”; il secondo è squisitamente teologico e dice “siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro”. Il modello proposto è infinito, è l’amore stesso di Dio. In particolare, il perdono dei nemici è un gesto di bontà, di grandezza e di sapienza, perché è imitazione del modo di agire di Dio, che “è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi”. Alla fine del brano evangelico viene enunciato il criterio che regola il rapporto dell’agire dell’uomo e quello di Dio: “con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio”. Si fa esperienza dell’amore salvifico di Dio nella misura in cui si è generosi e misericordiosi con gli altri, anche se nemici. 


Lungo l’anno liturgico ritorna più volte il tema dell’amore come centro della vita cristiana. C’è forse il rischio di assuefarsi al solito e vago discorso che ci richiama ad amarci gli uni gli altri. L’appello di Gesù è però estremamente concreto, realistico, al tempo stesso che esigente e radicale. L’amore cristiano deve essere vissuto in modo profondo e totalizzante, come comportamento interiore ed esteriore che abbraccia tutti, che non esclude nessuno. Se è rivoluzionario l’annuncio delle “beatitudini”, proclamato domenica scorsa, lo è forse anche di più l’annuncio di un amore che insegna ad amare l’altro solo perché è l’altro. Questo ideale sublime lo ha incarnato perfettamente Cristo, l’ultimo Adamo, la cui immagine sarà compiuta in noi con la nostra partecipazione piena alla risurrezione del Signore (cf. seconda lettura).


lunedì 18 febbraio 2019

H. U. von Balthasar e la fine del Vetus Ordo








Pubblicato il 18 febbraio 2019 nel blog: Come se non



In un testo di quasi 40 anni fa, H. U. Von Balthasar esaminava, con grande lucidità, i destini del Vetus Ordo. Era chiaro, per lui, già 40 anni fa, che quella “forma” del rito romano fosse stata superata dalla riforma liturgica, in modo definitivo. Vorrei qui riportare le pagine fondamentali di quel testo, alle quali intendo aggiungere solo alcune considerazioni rivolte alla attualità ecclesiale. Riporto dunque anzitutto il testo, tratto da H.-U. Von Balthasar, Piccola guida per i cristiani, Milano, Jaca Book, 1986 (ed. orig. 1980), 111-114, di cui sottolineo in neretto le parti più significative:



«Da non molto… la protesta si leva da quei gruppi che si sono appartati a destra, e si leva parte in franca opposizione all’ultimo concilio in nome della tradizione antecedente, parte restando ai margini della Chiesa e appoggiandosi dove può: sugli evidenti errori dei progressisti, sul mantenimento delle vecchie forme di liturgia e di pietà, e, non da ultimo, su numerose rivelazioni private, siano esse riconosciute dalla Chiesa ufficiale o non lo siano (come il più delle volte). [...]

L’altalenare fra questi due estremi – attaccamento ostinato a vecchie forme e umile implorazione al volere del cielo – rivela una mancanza di centralità e di equilibrio. Si sottolinea l’ecclesia apostolica e sancta, ma il gruppuscolo protestatario vuol essere al tempo stesso l’una, ed è impossibile, e la catholica, che per natura sua non può consistere in un’opposizione. Ciò che più inquieta, nella situazione della Chiesa odierna, è questo: all’ala sinistra, alquanto caotica ma forte in fatto di media, si contrappone a destra una quantità di formazioni certo zelanti ma più o meno introverse, quasi settarie, che naturalmente avanzano tutte la pretesa di essere loro il centro, mentre di fatto impediscono che ne prenda corpo uno che stia al di sopra di esse e rappresenti vivamente la viva tradizione.

Prende o dà scandalo, come ebbe a sentenziare Guardini, chi pretende di aver ragione adducendo argomenti «penultimi», cioè non perentori. Simili ragioni penultime sono in questo caso il clamoroso abuso del nuovo Ordo liturgico da parte di un gran numero di ecclesiastici, mentre la ragione ultima parla, nonostante tutto, per la Chiesa del Concilio e contro i tradizionalisti. La S. Messa aveva urgente bisogno del rinnovamento, soprattutto di quell’attuosa partecipazione di tutti i fedeli all’azione sacra che nei primi secoli era qualcosa di assolutamente pacifico. Tutt’al più- come hanno ribadito P. Louis Bouyer e anche il cardinale Ratrzinger — si sarebbe potuto tollerare ancora per un determinato tempo la vecchia messa preconciliare (nella quale, dai tempi di Pio V, sono state apportate a più riprese numerose e sostanziali modificazioni); a poco a poco questa messa avrebbe finito per estinguersi organicamente. Quel che, inoltre, i tradizionalisti non considerano, è che quasi tutto il «nuovo» inserito nel messale di Paolo VI deriva dalle più antiche tradizioni liturgiche, che il suo pezzo forte, il Canone Romano, è rimasto immutato, che il ricevere l’ostia nelle mani e in piedi è stato abituale fino al IX secolo e dei padri della Chiesa ci testimoniano che i fedeli si toccavano devotamente occhi e orecchie coll’ostia prima di consumarla. Non dovremmo dimenticare, dice Ratzinger, , «che impure sono non le sole nostre mani, ma anche le nostre lingue» — Giacomo dice che la lingua è il nostro membro più peccaminoso (Gc 3, 2-12) — «e anche il nostro cuore… Il massimo rischio e nel contempo la massima espressione della misericorde bontà di Dio è che sia lecito toccare Dio non solo con le mani e la lingua, ma anche con il cuore» (J. Ratzinger, Eucharistie — Mitte del Kirche. Vier Predigten, Muenchen, Erich Wewel, 1978, 45) .

Il tradizionalismo si appoggia a forme non basate su di una teologia e una filosofia vive e che già per questo non possono rivendicare una validità oggi persuasiva. Ovviamente la situazione varia a seconda delle regioni; altro è che in un certo paese interi ambienti si appartino rabbiosamente e pubblichino i loro fogli, altro è che in un cert’altro manipoli di laici generosi ingaggino una battaglia col clero progressista, costituendo gruppi di preghiera intensiva, sostenendo case di esercizi spirituali con un ampio raggio di influenza, pubblicando volantini realmente edificanti. Qui lo spirito genuino ha una chance di vincere il Golia di una lettera possentemente organizzata in entità burocratica. Qui la cosiddetta «destra» si avvicina a quel centro che è l’unico da cui possa promanare l’auspicato rinnovamento conciliare e sul quale possa edificarsi una teologia aperta sia a una rivelazione non sminuita sia alle necessità dell’ora: il centro che solo — al di sopra di destre e sinistre, divenute incapaci di dialogo — è in grado di conferire nuova forza anche fra gli uomini alla Parola di Dio»

La singolarità dell’approccio di von Balthasar, che pure, come è del tutto evidente, non può essere considerato «ideologico» e in nessun modo “progressista”, non esita a formulare con grande chiarezza la necessità dell’atto riformatore, anzitutto per la S. Messa. Ora è chiaro che, nel momento in cui si ammette a chiare lettere la necessità della Riforma, il rito precedente, quando anche continui a sussistere, può esserlo solo per carità, per prudenza pastorale, per contingente opportunità, ma in vista della sua «sparizione» e per nulla secondo un parallelismo strutturale, che in tal caso si opporrebbe non solo alla tradizione, ma anzitutto al più elementare buon senso. Questo a me sembra il punto su cui von Balthasar enuncia una verità antica e che oggi esige una rapida acquisizione non soltanto da parte della ufficialità ecclesiale, ma direi soprattutto in quella fascia di teologi e pastori che mostrano di essere diventati stranamente indulgenti con questa idea che accanto al rito riformato possa “strutturalmente convivere” il rito precedente.

Se la autobografia ratzingeriana ci lascia pensare che la Riforma dovesse assumere carattere accessorio, considerando «intoccabile» il rito tridentino nella versione del 1962 – e possiamo constatare quanto di autobiografico abbia in sé anche “Summorum Pontificum” – viceversa la lettura balthasariana sente il bisogno di sottolineare con chiarezza la necessità insuperabile della Riforma, anche se può ammettere un regime limitato e provvisorio di tutela della forma precedente del rito romano, che però riconosce “destinata ad estinguersi”. Se riascoltate attentamente a distanza di quasi 40 anni, le parole di von Balthasar indicano l’unica via possibile, per uscire da un imbarazzo sempre più paralizzante:

- la ripresa della Riforma Liturgica non può procedere se non si lavora tutti su un unico rito;

- l’accesso al rito precedente, destinato ad estinguersi, può avvenire solo per condizioni eccezionali, sotto la vigilanza della autorità territoriale competente;

- la “elaborazione” del nuovo rito, con tutte le correzioni e le promozioni necessarie, può accadere su un “unico tavolo”: non esiste alcuna possibilità che due forme rituali, di cui una è nata per emendare e sostituire l’altra, possano produrre altro che divisione, lacerazione e discordia.

Proprio il profilo “conservatore” e, diremmo, orientato “a destra” di von Balthasar risulta al di sopra di ogni sospetto. Egli sapeva, già 40 anni fa, che il disegno di “parallelismi rituali strutturali” non era la rivincita ecclesiale del passato contro il futuro, ma il delirio settario su un passato ormai senza futuro.


domenica 17 febbraio 2019

DUE CARDINALI SULLA “RIFORMA DELLA RIFORMA”



In un volumetto che raccoglie tre diversi interventi (W. Kasper – K. Koch – G. Augustin, La liturgia. L’arte di diventare cristiani, Libreria Editrice Vaticana 2018), i due Cardinali, Kasper e Koch, fanno riferimento alla “riforma della riforma” della liturgia nel contesto della perdita del senso del sacro. Kasper (p. 33) afferma che “in una civiltà secolarizzata che appiattisce tutto, e che si svuota progressivamente di significato, la salvezza verrà dall’esperienza della sublimità e del fascino del sacro, del Santo”, e aggiunge, citando Romano Guardini, che non basta la riforma dei singoli riti, e “neppure una riforma della riforma nel senso di abolire singole riforme già fatte, o sostituirle con altre. Non ci si può baloccare all’infinito con la liturgia”. Kasper intende la riforma della riforma come “una nuova cultura liturgico-sacramentale in cui la liturgia emerga come ‘epifania’, là dove l’infinita sublimità e il fascino sconfinato del Dio santo possono essere sperimentati nei momenti di silenzio, in ciò che si vede si ascolta, nella supplica e nella lode”. Non si tratta quindi di mettere in questione la riforma di Paolo VI, ma di celebrarla in modo tale che la liturgia sia veramente una esperienza profonda della presenza di Dio e ciò attraverso i diversi linguaggi liturgici: silenzio, segni, ascolto, supplica, lode.    



Anche Koch dedica, nel suo intervento, un lungo paragrafo alla “riforma della riforma liturgica” (pp. 66-69). Il cardinale critica, in modo salomonico, sia “le tendenze conservatrici di molti progressisti”, “irriducibili difensori” della riforma del post-Concilio, sia i “livorosi critici della riforma post-conciliare”. Dei primi dice che identificano “la riforma del post-Concilio come punto terminale, da difendere con le unghie e con i denti”. Dei secondi afferma “che attaccano non solo i risultati ma anche i fondamenti conciliari, convinti che la salvezza verrà solo dalla completa abolizione della riforma”. In seguito, Koch propone una terza via: “Bisogna uscire dalla questione, tanto legittima quanto critica, se nella riforma liturgica post-conciliare siano stati realizzati in pieno i desideri dei Padri conciliari, o se, all’opposto, la riforma non sia rimasta indietro rispetto alle norme generali fissate dalla Sacrosanctum Concilium, o se in qualche modo non si sia spinta troppo avanti”.



Come si evince da quanto detto, i due cardinali hanno una visione alquanto diversa di come ridare alla liturgia un nuovo slancio. Kasper propone una nuova cultura liturgica che aiuti a vivere la liturgia come “epifania” della presenza salvifica di Dio. Koch propone, invece, un riesame della riforma liturgica post-conciliare. Noto che i due interventi sono stati pubblicati in lingua tedesca nel 2012 (il volumetto in italiano è una traduzione, pubblicata nel 2018). Credo che una risposta alla problematica della “riforma della riforma” l’ha data papa Francesco nel suo discorso del 24 agosto 2017, quando ha affermato la irreversibilità della riforma post-conciliare, irreversibilità che va capita nel contesto dei “giusti criteri ispiratori” che hanno guidato l’opera dei pontefici. Interpretare la irreversibilità della riforma come irreversibilità dei riti e dei testi dei libri liturgici è da miopi. La storia ci insegna che sia Pio V che Paolo VI nella promulgazione dei loro Messali hanno usato formule vincolanti: “Quanto abbiamo qui stabilito e ordinato vogliamo che rimanga valido ed efficace, ora e in futuro…” (Costituzione Missale Romanum di Paolo VI). E ciò nonostante, i due Messali hanno avuto nelle successive edizioni tipiche dei cambiamenti più o meno rilevanti, che hanno però rispettato i criteri ispiratori dei rispettivi Messali. Un caso a parte, anomalo, è il Messale del 1962, adoperato come forma straordinaria del rito romano da più di 50 anni senza nessun cambiamento.

    

venerdì 15 febbraio 2019

DOMENICA VI DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 17 Febbraio 2019




Ger 17,5-8; Sal 1; 1Cor 15,12.16-20; Lc 6,17.20-26




Il salmo responsoriale odierno è il primo salmo del salterio, che può essere considerato la chiave di lettura di tutta la collezione dei salmi, una vera introduzione al salterio. Due vie, due destini, due umanità si confrontano: il giusto che ripone la propria fiducia nella legge del Signore è come un albero alto che non vede appassire le sue foglie; l’empio invece è arido come pula dispersa dal vento. Il salmo ci pone di fronte a noi stessi e al conflitto tra il bene e il male che agita la storia dell’umanità e la vita di ognuno di noi. Il ritornello ci invita a scegliere la via della salvezza, a porre cioè la speranza nel Signore; solo in questo modo la nostra vita sarà piena e fruttifera. 



Nel breve brano di Geremia (prima lettura) ascoltiamo lo stesso messaggio del salmo responsoriale: “Benedetto l’uomo che confida nel Signore”. Anzi, il salmo responsoriale riprende le parole di Geremia e le sviluppa con nuove immagini. Che senso ha confidare nel Signore, porre la legge di Dio al centro della nostra vita? Che significa scegliere la via non di rado faticosa del bene? “Confidare nel Signore” significa porre il fondamento dell’edificio della propria esistenza in Dio. Il contrario equivale a costruire l’esistenza sulla fragilità ed i limiti delle proprie risorse. Due vie o due possibili scelte. Su questo dualismo legato alle decisioni umane, si articola anche la struttura delle beatitudini, che il vangelo d’oggi ci propone nell’originale versione di san Luca. 



Le beatitudini sono l’espressione più genuina del messaggio evangelico, e quindi possono essere considerate come una sintesi della fisionomia morale del discepolo di Gesù. Nel testo che ci offre Luca emerge con insistenza l’esaltazione della povertà che l’evangelista presenta come una chiara esigenza per colui che intende seguire Gesù. Infatti la prima beatitudine, che definisce e specifica tutte le altre, inizia con queste parole: “Beati voi poveri…”, e in seguito: “Beati voi che ora avete fame…” Nella redazione di san Luca, alla serie delle quattro beatitudini segue poi quella delle quattro maledizioni o dei quattro “guai”: “Ma guai a voi, ricchi… Guai a voi, che ora siete sazi…”. La povertà esaltata dalle beatitudini, pur essendo una vera povertà, non è una misura mortificante di austerità, non è disprezzo dei beni di questo modo; viene piuttosto presentata come una situazione che diventa segno della disposizione totale del cuore dell’uomo che intende seguire Gesù povero e stabilire con lui una vera comunione di vita. Il povero è beato, perché ha le mani e il cuore aperti all’attesa d Dio, che non delude. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che “la vera felicità non si trova nella ricchezza o nel benessere, né nella gloria umana o nel potere, né in alcuna attività umana, per quanto utile possa essere, come le scienze, le tecniche e le arti, né in alcuna creatura, ma in Dio solo, sorgente di ogni bene e di ogni amore” (n. 1723). E santa Teresa di Gesù afferma: “a chi possiede Dio non manca nulla: Dio solo basta”.



Si potrebbe riassumere il messaggio della parola di Dio in questa domenica con le parole dell’antifona d’ingresso, tratte dal Sal 30: Dio è “mio baluardo e mio rifugio”, o anche col ritornello del salmo responsoriale: “Beato l’uomo che confida nel Signore”; chi confida in Lui, non resterà mai deluso. Nel brano proposto come seconda lettura, san Paolo ribadisce indirettamente questa stessa dottrina quando afferma che per la potenza di Dio Cristo è risorto e quindi anche per noi si dischiude la speranza della risurrezione: “Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti”. Si tratta sempre di riporre ogni nostra speranza nel Signore.


giovedì 14 febbraio 2019

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI PARTECIPANTI ALL'ASSEMBLEA PLENARIA DELLA CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI






Auletta dell'Aula PaoloVI
Giovedì, 14 febbraio 2019




Signori Cardinali,
cari Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!



Sono lieto di incontrarvi in occasione della vostra Assemblea Plenaria. Ringrazio il Cardinale Prefetto per le parole che mi ha rivolto e saluto tutti voi, membri, collaboratori e consultori della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.


Questa Plenaria giunge in un tempo significativo. Sono passati cinquant’anni da quando, l’8 maggio 1969, San Paolo VI volle istituire l’allora Congregatio pro Cultu Divino, al fine di dare forma al rinnovamento voluto dal Vaticano II. Si trattava di pubblicare i libri liturgici secondo i criteri e le decisioni dei Padri Conciliari, in vista di favorire, nel Popolo di Dio, la partecipazione “attiva, consapevole e pia” ai misteri di Cristo (cfr Cost. Sacrosanctum Concilium, 48). La tradizione orante della Chiesa aveva bisogno di espressioni rinnovate, senza perdere nulla della sua millenaria ricchezza, anzi riscoprendo i tesori delle origini. Nei primi mesi di quell’anno sbocciarono così le primizie della riforma compiuta dalla Sede Apostolica a beneficio del Popolo di Dio. Proprio nella data odierna fu promulgato il Motu proprio Mysterii paschalis circa il Calendario romano e l’Anno liturgico (14 febbraio 1969); quindi, l’importante Costituzione Apostolica Missale Romanum (3 aprile 1969), con cui il Santo Papa promulgava il Messale Romano. Nello stesso anno videro poi la luce l’Ordo Missae e vari altri Ordo, tra cui quelli del Battesimo dei bambini, del Matrimonio e delle esequie. Erano i primi passi di un cammino, sul quale proseguire con sapiente costanza.


Sappiamo che non basta cambiare i libri liturgici per migliorare la qualità della liturgia. Fare solo questo sarebbe un inganno. Perché la vita sia veramente una lode gradita a Dio, occorre infatti cambiare il cuore. A questa conversione è orientata la celebrazione cristiana, che è incontro di vita col «Dio dei viventi» (Mt 22,32). A ciò è finalizzato anche oggi il vostro lavoro, volto ad aiutare il Papa a compiere il suo ministero a beneficio della Chiesa in preghiera sparsa su tutta la terra. Nella comunione ecclesiale operano sia la Sede Apostolica che le Conferenze dei Vescovi, in spirito di cooperazione, dialogo, sinodalità. La Santa Sede, infatti, non sostituisce i Vescovi, ma collabora con loro per servire, nella ricchezza delle varie lingue e culture, la vocazione orante della Chiesa nel mondo. In questa linea si è posto il Motu proprio Magnum principium (3 settembre 2017), col quale ho inteso favorire, tra l’altro, la necessità di «una costante collaborazione piena di fiducia reciproca, vigile e creativa, tra le Conferenze Episcopali e il Dicastero della Sede Apostolica che esercita il compito di promuovere la sacra Liturgia». L’auspicio è di proseguire nel cammino della mutua collaborazione, coscienti delle responsabilità implicate dalla comunione ecclesiale, in cui trovano armonia l’unità e la varietà. È  un problema di armonia.


Qui si inserisce anche la sfida della formazione, oggetto specifico della vostra riflessione. Parlando di formazione, non possiamo dimenticare anzitutto che la liturgia è vita che forma, non idea da apprendere. È utile in proposito ricordare che la realtà è più importante dell’idea (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 231-233). Ed è bene perciò, nella liturgia come in altri ambiti della vita ecclesiale, non andare a finire in sterili polarizzazioni ideologiche, che nascono spesso quando, ritenendo le proprie idee valide per tutti i contesti, si arriva ad assumere un atteggiamento di perenne dialettica nei confronti di chi non le condivide. Così, partendo magari dal desiderio di reagire ad alcune insicurezze del contesto odierno, si rischia poi di ripiegarsi in un passato che non è più o di fuggire in un futuro presunto tale. Il punto di partenza è invece riconoscere la realtà della sacra liturgia, tesoro vivente che non può essere ridotto a gusti, ricette e correnti, ma va accolto con docilità e promosso con amore, in quanto nutrimento insostituibile per la crescita organica del Popolo di Dio. La liturgia non è “il campo del fai-da-te”, ma l’epifania della comunione ecclesiale. Perciò, nelle preghiere e nei gesti risuona il “noi” e non 1’“io”; la comunità reale, non il soggetto ideale. Quando si rimpiangono nostalgicamente tendenze passate o se ne vogliono imporre di nuove, si rischia invece di anteporre la parte al tutto, l’io al Popolo di Dio, l’astratto al concreto, l’ideologia alla comunione e, alla radice, il mondano allo spirituale.


È prezioso, in questo senso, il titolo della vostra Assemblea: La formazione liturgica del Popolo di Dio. Il compito che ci attende è infatti essenzialmente quello di diffondere nel Popolo di Dio lo splendore del mistero vivo del Signore, che si manifesta nella liturgia. Parlare di formazione liturgica del Popolo di Dio significa anzitutto prendere coscienza del ruolo insostituibile che la liturgia riveste nella Chiesa e per la Chiesa. E poi aiutare concretamente il Popolo di Dio a interiorizzare meglio la preghiera della Chiesa, ad amarla come esperienza di incontro col Signore e con i fratelli e, alla luce di ciò, riscoprirne i contenuti e osservarne i riti. 


Essendo infatti la liturgia un’esperienza protesa alla conversione della vita tramite l’assimilazione del modo di pensare e di comportarsi del Signore, la formazione liturgica non può limitarsi a offrire semplicemente delle conoscenze – questo è sbagliato –, pur necessarie, circa i libri liturgici, e nemmeno a tutelare il doveroso adempimento delle discipline rituali. Affinché la liturgia possa adempiere la sua funzione formatrice e trasformatrice, occorre che i Pastori e i laici siano introdotti a coglierne il significato e il linguaggio simbolico, compresi l’arte, il canto e la musica al servizio del mistero celebrato, anche il silenzio. Lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica adotta la via mistagogica per illustrare la liturgia, valorizzandone le preghiere e i segni. La mistagogia: ecco una via idonea per entrare nel mistero della liturgia, nell’incontro vivente col Signore crocifisso e risorto. Mistagogia significa scoprire la vita nuova che nel Popolo di Dio abbiamo ricevuto mediante i Sacramenti, e riscoprire continuamente la bellezza di rinnovarla.


Circa le tappe della formazione, sappiamo per esperienza che, oltre a quella iniziale, occorre coltivare la formazione permanente del clero e dei laici, specie di quanti sono impegnati nei ministeri al servizio della liturgia. La formazione non una volta, ma permanente. Quanto ai ministri ordinati, anche in vista di una sana ars celebrandi, vale il richiamo del Concilio: «È assolutamente necessario dare il primo posto alla formazione liturgica del clero» (Cost. Sacrosanctum Concilium, 14). Il primo posto. Le responsabilità educative sono condivise, pur interpellando maggiormente le singole diocesi per la fase operativa. La vostra riflessione aiuterà il Dicastero a maturare linee e orientamenti da offrire, in spirito di servizio, a chi – Conferenze Episcopali, Diocesi, istituti di formazione, riviste – ha la responsabilità di curare e accompagnare la formazione liturgica del Popolo di Dio.


Cari fratelli e sorelle, tutti siamo chiamati ad approfondire e ravvivare la nostra formazione liturgica. La liturgia è infatti la via maestra attraverso cui passa la vita cristiana in ogni fase della sua crescita. Avete perciò davanti un compito grande e bello: lavorare perché il Popolo di Dio riscopra la bellezza di incontrare il Signore nella celebrazione dei suoi misteri e, incontrandolo, abbia vita nel suo nome. Vi ringrazio per il vostro impegno e vi benedico, chiedendovi di riservarmi sempre un posto – largo! – nella vostra preghiera. Grazie.


http://w2.vatican.va/content/francesco/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2019/2/14/culto-divino.html
 

domenica 10 febbraio 2019

Salmo 1 Le due vie dell’uomo






1Beato l'uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,
non resta nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli arroganti,

2ma nella legge del Signore trova la sua gioia,
la sua legge medita giorno e notte.

3È come albero piantato lungo corsi d'acqua,
che dà frutto a suo tempo:
le sue foglie non appassiscono
e tutto quello che fa, riesce bene.

4Non così, non così i malvagi,
ma come pula che il vento disperde;

5perciò non si alzeranno i malvagi nel giudizio
né i peccatori nell'assemblea dei giusti.

6poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti,
ma la via dei malvagi va in rovina.



La Liturgia delle Ore propone questo salmo nell’Ufficio delle letture della domenica della prima settimana. Il primo salmo del Salterio appartiene alla letteratura didattico-sapienziale che seguì al tempo dell’esilio d’Israele. Con la distruzione del tempio di Salomone era scomparsa anche l’arca dell’alleanza; la pietà d’Israele si organizzò allora attorno alla Legge e alla parola di Dio, che diventò il centro vitale della spiritualità dei saggi del popolo eletto. In questo contesto è comparsa la sinagoga, non più incentrata sul culto sacrificale come il tempio, ma sullo studio, l'insegnamento e la meditazione della Legge.

Compaiono nel Sal 1 due figure che sono continuamente presenti in tutto il Salterio. Da una parte, l’uomo giusto; dall’altra, l’uomo malvagio e peccatore; due volti, due vie, due destini, in cui è riassunta la storia dell’umanità dopo il peccato delle origini. Ponendoci davanti queste due figure, il salmo ci colloca di fronte a noi stessi e al conflitto tra il bene e il male che agita la storia dell’umanità e la vita intima di ognuno di noi, e che costituisce, in un certo modo, il tessuto di tutte le preghiere del Salterio; per questo la tradizione della Chiesa considera questo primo salmo una vera e propria introduzione programmatica all’intero Salterio.

Il nostro salmo si apre con un vocabolo ebraico (‘ašre) che la traduzione italiana della CEI ha reso con la parola “beato”. Altri preferiscono il sostantivo “felicità dell’uomo che…”, o semplicemente l’aggettivo “felice”. Non è un problema, dato che il dizionario italiano dice che beato è colui “che gode di una felicità piena” e la parola ebraica usata dal salmista accentua uno stato di felicità. Tutti gli umani aspiriamo alla felicità, “tutti vogliono vivere felici (beate vivere) – dice Seneca – ma quando si tratta di veder chiaro cos’è che rende felice la vita, sono avvolti dall’oscurità”. Ebbene, per il nostro salmo, e per la Bibbia in genere, felice è chi dimora nel cammino, chi compie passi e trova vie che fanno avanzare se stesso verso una vita degna di questo nome o, con le parole del salmo, colui che obbedisce alla legge di Dio. Il salmo ci ricorda, però, che ogni umano può scegliere di percorrere vie di giustizia (vv. 1-3) o di malvagità (vv. 4-5), il cui diverso esito è abbozzato nel versetto conclusivo (v. 6). Un noto testo delle origini cristiane, la Didaché, si apre con questa netta opposizione: “Le vie sono due: una della vita e una della morte, e grande è la differenza tra le due”.

Ma la vita è ben più complessa di una opposizione binaria: per questo il salmo specifica meglio. La via della felicità – quella che già Mosè desiderava percorrere quando pregava: “Signore indicami la tua via…” (Es 33,13) – richiede innanzitutto di dire un triplice no, presentato dal salmo in un significativo crescendo: non andare (o non entrare), non fermarsi, non sedersi (v. 1). Nel descrivere questa progressiva seduzione che spinge al male, il salmo presenta il protagonista negativo del Salterio, caratterizzato con tre aggettivi: malvagio, peccatore, arrogante.

Ma non basta astenersi della via dei malvagi, dei peccatori e degli arroganti, occorre percorrere quella opposta; non basta non fare il male, occorre fare il bene, percorrere la via dei giusti. Questa è la via di colui che accoglie la legge del Signore (v. 2), della quale il Sal 19 afferma: “La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima […] I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore” (Sal 19, 8-9). Cosa s’intende per legge del Signore (la Torah)? Non solo le prescrizioni ma anche l’insegnamento ovvero l’intera rivelazione divina, con cui il Signore vuole istruire i cuori degli umani ed entrare in alleanza con loro. Questa legge, il giusto “la medita giorno e notte”. Come dice san Girolamo, commentando questo salmo, “la meditazione della Legge di Dio non consiste solo nel leggere le Scritture, ma anche nel fare ciò che in esse è scritto”.

Chi osserva questo stile di vita, è come un “albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto…” (v. 3). È la stessa immagine usata da Geremia che la declina in termini di fiducia: “Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. È come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici, non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi, nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti” (Ger 17,7-8). Dopo queste immagini agricole, il v. 3 del nostro salmo conclude affermando del giusto: “tutto quello che fa, riesce bene”. Possiamo ricordare qui il nostro modello supremo Gesù, di cui la folla diceva, piena di stupore: “Ha fatto bene ogni cosa” (Mc 7,37).

“Non così” (v. 4): con questa enfatica negazione, raddoppiata, inizia la descrizione della situazione dei malvagi. L’immagine agricola è ripresa in senso inverso: essi sono “come la pula”, lo scarto del grano, disperso dal soffiare del vento. Sono senza peso, inconsistenti, incapaci di affondare le loro radici in profondità. Per questo i malvagi non possono stare in piedi, non possono reggere nel giudizio (di Dio), di fronte ai giusti (v. 5). 

Il salmo si conclude con due affermazioni che si riferiscono alle due vie tratteggiate: “il Signore veglia sul cammino dei giusti” (v. 6a), cioè li protegge, li accompagna col suo amore.  Invece, “la via dei malvagi va in rovina” (v. 6b), perché il fallimento è immanente alla stessa condotta degli empi, una condotta vuota, che non porta da nessuna parte.

La tradizione cristiana ha fatto del Sal 1 un’interpretazione essenzialmente cristologica. In Gesù Cristo, che è “la Via” (Gv 14,6), i cristiani diventano “quelli della Via” (“uomini e donne appartenenti a questa Via”, At 9,2), uno dei più antichi titoli con il quale i seguaci di Gesù venivano definiti. Cristo realizza l’ideale dell’uomo giusto esaltato nel salmo: “Egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca” (1Pt 2,22). Noi tutti, in Adamo, siamo andati dietro ai consigli dell’uomo malvagio, ci siamo allontanati da Dio, seguendo il nostro progenitore nella via del peccato: “Come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” (Rm 5,19).

Gesù ha più volte adoperato l’immagine dell’albero che dà buoni frutti (Mt 7,15-20). Egli stesso si è paragonato alla vigna che dà frutto a suo tempo dicendo: “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo” (Gv 15,1ss). Eusebio di Cesarea, commentando il nostro salmo, associa il simbolo dell’albero a Cristo: “Albero di vita è il Figlio di Dio, secondo quanto dice Salomone a proposito della sapienza: ‘È un albero di vita per tutti quelli che a essa [la Sapienza] si tengono stretti’ (Pr 3,18)”. Innestati in Cristo, ricordiamo le sue parole: “Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla” (Gv 15,5).

Nella Liturgia delle Ore il Sal 1 ha come sottotitolo le seguenti parole, prese da un autore del II secolo: “Beati coloro che, sperando nella croce, scesero nell’acqua del battesimo”. Questo riferimento al battesimo potrebbe essere in rapporto con quanto dice il salmo del giusto quando lo presenta come un “albero piantato lungo corsi d'acqua” (v. 3). Come afferma san Paolo, “tutti voi siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,26-27).



Preghiera: O Padre clementissimo, che ci hai concesso di risorgere nell’acqua del battesimo, fa che, meditando e osservando la tua legge siamo sempre fedeli ai nostri impegni, per potere dare frutti copiosi. 


Bibliografia: Spirito Rinaudo, I salmi preghiera di Cristo e della Chiesa, Elle Di Ci, Torino-Leumann 1973; Vincenzo Scippa, Salmi, volume 1. Introduzione e commento, Messaggero, Padova 2002; Ludwig Monti, I salmi: preghiera e vita, Qiqajon, Comunità di Bose 2018; Temper Longman III, I salmi. Introduzione e commento, Edizioni GBU, Chieti 2018.


venerdì 8 febbraio 2019

DOMENICA V DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 10 Febbraio 2019





Is 6,1-2a.3-8; Sal 137 (138); 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-11





Le letture bibliche di questa domenica ci ricordano che la nostra vita acquista senso e indirizzo quando facciamo una personale esperienza di Dio. Ogni vero incontro con Dio non lascia mai l’uomo come prima, ma lo cambia, lo rende cosciente della propria missione e delle proprie responsabilità. E’ quello che succede a Isaia nella grandiosa visione ambientata nel tempio di Gerusalemme, di cui ci parla la prima lettura, ed è quello che succede a Pietro e ai suoi compagni Giacomo e Giovanni allorché incontrano Gesù presso il lago di Genesaret (cf. il vangelo): mentre da una parte provano sgomento, perché, come Isaia, davanti alla santità di Dio scoprono il proprio peccato, dall’altra sono affascinati da questo incontro e trovano il senso della loro vita, scoprono la loro missione. Come afferma san Paolo nella seconda lettura, essa consisterà nell’annunciare l’opera di salvezza del Signore. Non c’è missione senza un’esperienza di Dio.



La missione d’Isaia, quella di Pietro, di Giacomo e Giovanni, e quella di Paolo nascono da una profonda e personale esperienza di Dio. Colto di stupore per la pesca straordinaria Pietro reagisce come Isaia che vede la gloria del Signore nel tempio di Gerusalemme. Le loro vite da ora in poi saranno profondamente trasformate da questa esperienza. Fare esperienza della vicinanza di Dio è possibile a tutti noi. Se guardiamo con fede il mondo e gli eventi della storia, vi possiamo trovare sempre la trasparenza diafana della rivelazione del Signore. Ma Dio ci si rivela soprattutto attraverso la sua Parola che è il Figlio suo incarnato. Il brano evangelico odierno inizia affermando che la folla faceva ressa intorno a Gesù “per ascoltare la parola di Dio”. E’ questa stessa parola che ascoltata da Pietro, Giovanni e Giacomo, li trasforma in discepoli di Gesù e continuatori della sua opera. Essi, dice il vangelo, “tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono”. E’ l’inizio di una vita nuova che rompe con il passato per proiettarsi verso un futuro affascinante e fecondo. 



Il canto al vangelo, tratto da Gv 15,16, ci ricorda che tutti noi siamo stati scelti perché portiamo frutti duraturi di salvezza. La Chiesa ha sempre sentito l’esistenza cristiana come una chiamata, una vocazione: san Paolo afferma un parallelismo reale tra lui che è “apostolo per chiamata” (Rm 1,1) e i cristiani di Roma che sono “santi per chiamata” (Rm 1,7) o quelli di Corinto che sono stati “santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata” (1Cor 1,2). Ogni chiamata è fondata sul fascino e sulla potenza della parola di Dio sperimentata. Ognuno di noi è chiamato personalmente a “lasciare…” per poter “seguire” Gesù ed essere, come dice san Paolo di se stesso, testimone della risurrezione di Cristo. Oggi l’umanità crederà alla risurrezione di Cristo non per i testimoni di ieri ma per quelli di oggi, che siamo tutti noi, solo però se imiteremo quelli di ieri con fedeltà e generosità. Cristo non ha altro corpo visibile che quello dei cristiani, non ha altro amore da mostrare che il nostro.