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domenica 16 giugno 2019

PASTORALE LITURGICA






Roberto Tagliaferri (ed.), Pastorale liturgica e altre pratiche della fede (Caro salutis cardo – Contributi 33), CLV Edizioni Liturgiche, Roma – Abbazia di Santa Giustina, Padova, 2018. 492 pp. (€ 46,00).


Il volume intende mettere a fuoco il metodo pastorale proprio della liturgia, nel contesto della svolta pastorale promossa dal Concilio Vaticano II. Oltre al versante epistemologico del tema, si approfondisce la forza pragmatica della liturgia e la si confronta con altre forme pratiche della fede, con le quali si instaura talora un rapporto conflittuale o di confusione. Riconoscere la forma specifica della pragmatica rituale è essenziale non solo per evitare riduzionismi, ma anche per scoprire il grande contributo che essa può dare oggi alla vita di fede, nel quadro di una pastorale organica.

Contributi di: Giorgio Bonaccorso, Umberto Rosario del Giudice, Luigi Girardi, Andrea Grillo, Antonio Lovato, Giovanni Piana, Roberto Tagliaferri, Aldo Natale Terrin.

Il volume raccoglie i contributi di due convegni di studio 2014-15 e 2015-16, organizzati dall’Istituto di Liturgia Pastorale di Padova.

sabato 15 giugno 2019

DOMENICA DOPO PENTECOSTE: SANTISSIMA TRINITÀ ( C ) – 16 Giugno 2019






Pro 8,22-31; Sal 8; Rm 5,1-5; Gv 16,12-15



Nel giorno di Pentecoste gli apostoli hanno ricevuto lo Spirito Santo e, fedeli al comando del Maestro, sono partiti per annunciare la buona novella e battezzare tutte le genti nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. E’ dunque giusto che la solennità della Ss.ma Trinità segua immediatamente quella della Pentecoste. Nella solennità della Ss.ma Trinità, cantiamo le opere mirabili del Dio creatore e salvatore. In questa domenica più che celebrare un particolare mistero cristiano, celebriamo le radici di tutto.



Le letture bibliche della solennità sono un invito a non fermarsi sulla soglia di un dogma, ma a contemplare la Trinità come un mistero di comunione, di vita e di amore. La lettura del libro dei Proverbi parla della Sapienza come la prima delle opere di Dio e suo strumento nella creazione del mondo, che la tradizione cristiana ha interpretato riferito al Verbo incarnato (cf. Gv 1). San Paolo (seconda lettura) afferma che l’uomo, giustificato per la fede, è “in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo”. Finalmente, il vangelo ripropone le parole di Gesù che promette lo Spirito Santo per portare a compimento la stessa opera sua in noi. Il disegno di Dio, che si è compiuto pienamente in Cristo, trova attuazione in noi per mezzo dello Spirito Santo. Attraverso Gesù Cristo e guidati dallo Spirito abbiamo accesso al Padre. Possiamo riassumere il messaggio delle tre letture dicendo che Dio crea, salva e santifica. Il mistero della Trinità non è un mistero lontano, ma il mistero della nostra vita che si svolge nel tempo verso l’eternità di Dio. Ecco quindi che la Trinità non si presenta come una realtà misteriosa chiusa in sé stessa, irraggiungibile, ma come comunione di vita che tende ad espandersi e a raggiungere ogni altra realtà, attraendola con il suo amore: Dio non è il solitario perfetto, ma ha voluto essere più persone che si amano in una comunione di essere, di vita e di donazione assoluti.



La solennità della Trinità, celebrata dopo che abbiamo percorso tutte le tappe della storia della salvezza, è un invito a scoprire la fonte e il senso di tutto, il protagonista assoluto della storia della salvezza: il Dio uno e trino. La riflessione sulla Trinità non è quindi semplice speculazione astratta, ma è un tentativo di comprensione del mistero di Dio per meglio comprendere il mistero dell’uomo in Cristo. E’ alla Ss.ma Trinità che riconduciamo insieme il mistero della creazione e il mistero della redenzione. Il Dio in cui crediamo è colui che ci ha creati e ci ha salvati ricomponendo quel che era al principio con quel che ora sperimentiamo in Cristo. Perciò anche la liturgia, il cui cuore è l’eucaristia, è opera della Santa Trinità (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n.1077). Adorare “l’unico Dio in tre persone” (orazione colletta) non vuol dire alienarci da questo mondo e metterci in una dimensione spirituale o astratta. Cristo, inviato dal Padre, ha ricreato con la forza dello Spirito quel che era stato creato. E’ dunque proprio dal mistero trinitario che prendono nuova luce, mentre aspettiamo la luce eterna, il mondo in cui viviamo, il mistero dell’uomo, e la varietà delle cose.


domenica 9 giugno 2019

LA GIOIA FESTIVA






San Tommaso associa il termine delectatio, che indica il piacere, al termine dilectatio, che indica l’esperienza della “dilatazione” fisica e spirituale insieme, che è conseguenza della gioia cristiana. L’assonanza fonetica tra l’aggettivo laetus (da cui deriva la laetitia) e l’aggettivo latus (largo) fa pensare alla capacità della gioia di dilatare lo sguardo e il cuore, oltre ogni chiusura, verso spazi di comunione e libertà. E’ quello che cerca di fare la festa, la cui vocazione è quella di dilatare la gioia nella globalità delle dimensioni della vita e nella totalità del coinvolgimento interpersonale.

[…]

Lodare, ringraziare, incontrare, mangiare, danzare, giocare, ridere, riposare, correre, camminare: sono i verbi della festa, attraverso i quali prende forma la gioia cristiana. Sono azioni complesse da attivare, dal momento che hanno bisogno di spontaneità e insieme di una certa disciplina, proprio come il rito. Là dove la comunità impara l’arte della festa comunitaria, quest’ultima non diventa più la scusa o l’occasione pastorale per fare delle cose, allo scopo di rianimare la comunità. La festa diventa l’incontro dei sensi con il senso pasquale della vita: il luogo teologico in cui la vita è evangelizzata a partire dai bisogni e dai desideri del cuore; il tempo nel quale il Vangelo è incarnato in una promessa di vita che non mette tra parentesi le fatiche della terra, ma lascia intravedere, alla luce di un cielo più alto e di una speranza più grande, il tempo dei fiori e dei frutti; lo spazio in cui il “corpo spirituale” entra in comunione con il corpo degli altri, della comunità, del creato, nella comunione con Dio,



Fonte: Paolo Tomatis, Il pozzo e la sorgente. Sensi e sentimenti nella liturgia, Messaggero, Padova 2019, pp. 115 e 117.

venerdì 7 giugno 2019

DOMENICA DI PENTECOSTE (C) – 9 Giugno 2019 Messa del giorno






At 2,1-11; Sal 103 (104); Rm 8,8-17; Gv 14,15-16.23b-26

         

Riprendendo le parole del salmo responsoriale, la Chiesa proclama che abitiamo in un mondo amico, nel quale possiamo contemplare la presenza amorosa del Signore. La Pentecoste celebra la presenza dello Spirito che rinnova mondo e uomini. E’ la Pasqua comunicata, senza misura, alla Chiesa.

Le tre letture bibliche offrono una ricca riflessione sull’azione dello Spirito Santo nella vita cristiana. La prima lettura descrive l’evento della Pentecoste, in cui la Chiesa nascente riceve il dono dello Spirito. L’intreccio dei simboli assume il ruolo di presentare allusivamente lo Spirito e la sua opera. Il vento è improvviso e inarrestabile, il fuoco illumina e riscalda, la parola dà senso e comunica in tutte le lingue. Il dono delle lingue, detto “glossolalia”, significa il dono dei carismi diversi che lo Spirito elargisce; doni diversi, ma donati dallo stesso Spirito, che è sorgente di unità nella diversità. Ecco quindi che Dio irrompe nella nostra vita per ricrearla e unificarla. Ce lo ricorda san Paolo nella seconda lettura: la carne divide; lo Spirito unifica. E’ lo Spirito di Dio che, pur nella diversità di razze e di culture, rende accoglienti gli uni verso gli altri nella carità di Cristo.


Il brano evangelico continua il discorso sugli effetti della presenza dello Spirito nel cuore dei credenti. Lo Spirito è con noi per sempre. E’ la promessa di Gesù: “il Padre vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre”. Cristo è stato il primo Paraclito o Consolatore - Protettore dei discepoli; lo Spirito Santo è il secondo Consolatore che accompagna la comunità dei discepoli di Gesù nel loro cammino fino all’incontro definitivo con il Signore. Non abbiamo bisogno di vivere con gli occhi rivolti costantemente verso il cielo dal quale dovrà ritornare un giorno il Figlio dell’uomo, e neppure con gli occhi rivolti ad un passato, al Gesù terreno, che ormai non è più. Noi cristiani abbiamo a che fare con una forma nuova di presenza di Gesù Cristo: il Consolatore, il Protettore, il Sostegno è d’ora in poi lo Spirito Santo, la cui funzione è appunto quella di rendere comprensibile e attuale per noi il Gesù terreno. 


Possiamo sintetizzare con le parole di Atenagora cosa sarebbe il cristianesimo senza o con lo Spirito: “…senza di lui, Dio è lontano, il Cristo è nel passato, il vangelo è lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l’autorità dominio, la missione propaganda, il culto evocazione e l’agire cristiano una morale da schiavi. Ma in lui il cosmo è innalzato e geme nella gestazione del Regno, l’uomo è in lotta contro la carne, il Cristo risorto è presente, il vangelo è potenza di vita, la Chiesa significa comunione trinitaria, l’autorità è al servizio liberatore, la missione una Pentecoste, la liturgia memoriale e anticipazione, l’agire umano è deificato”. Con l’effusione dello Spirito viene “portato a compimento il mistero pasquale” (prefazio). La pasqua non sarebbe completa senza il dono dello Spirito. Il disegno del Padre portato a termine dal Figlio incarnato nel mistero della sua morte e risurrezione trova compimento nel dono dello Spirito, dono di Cristo che proviene dal Padre, fonte ultima dalla quale anch’egli viene. 


L’eucaristia è il “cibo spirituale che ci nutre per la vita eterna”. In questo cibo è “sempre operante in noi la potenza dello Spirito” (orazione dopo la comunione). Anzi, la comunione eucaristica fa sì che lo Spirito “abiti in noi” (cf. 1Cor 3,16) e che “il nostro corpo sia tempio dello Spirito Santo” (cf. 1Cor 6,19).         


domenica 2 giugno 2019

LE IMMAGINI NELLO SPAZIO LITURGICO



 


La tradizione estetica recente, quella della cultura tridentina, ci ha lasciato in eredità una grande passione per un tipo di arte che assolveva al compito di illustrare figurativamente i contenuti della fede. Le chiese di tradizione erano (e sono) costruite come potenti apparati catechistici per immagini. Il ruolo dell’arte nella liturgia si è quindi alquanto identificato con questo compito illustrativo e con la sua natura figurativa (verrà in mente a molti quante parole si siano spese sul dibattito tra figurativo e astratto).


Per molti la questione dell’arte nella liturgia resta il problema di avere quadri, affreschi, mosaici, sculture che semplicemente prolunghino la tradizione figurativa del racconto dogmatico. Mi chiedo se il senso della riforma liturgica non sia stato quello di distogliere relativamente lo sguardo da questo primato della figurazione illustrativa per riportare attenzione sull’azione liturgica, che ha nei suoi luoghi principali gli oggetti estetici di cui avere massima cura.


L’attenzione estetica prevalente, anche in senso artistico, dovrebbe essere reclamata per l’altare, per l’ambone, per il battistero, dove prende sostanza l’esercizio spirituale della fede, che oggi sa stare con più coscienza nella pienezza del gesto che compie, con meno necessità di mediazione illustrativa. Oggi, per fare un esempio, mediamente i credenti frequentano consapevolmente la Scrittura, non hanno bisogno di vederla surrogata mediante le immagini.


La cura estetica andrebbe indirizzata a rendere persuasivo l’atto della parola che sull’ambone rinnova il darsi della rivelazione per il presente. Questo non vuol dire eliminare le immagini dalle chiese. Significa però la sapienza di relativizzarne il compito rispetto allo spirito di una nuova liturgia. Significa anche liberarsi di quella ossessione per il “figurativo” che, coltivata senza i necessari talenti, va seminando nelle nostre chiese oggetti e immagini di una melanconia quasi impossibile da definire.


Mi sembra che anzitutto il compito estetico nella liturgia andrebbe applicato ai gesti e ai luoghi del rito, conquistando più libertà nei confronti delle immagini.



Fonte: Giuliano Zanchi, Luoghi della grazia. La liturgia e i suoi spazi, San Paolo 2018, pp. 144-145.

sabato 1 giugno 2019

ASCENSIONE DEL SIGNORE (C) – 2 Giugno 2019






 At 1,1-11; Sal 46 (47); Eb 9,24-28; 10,19-23; Lc 24,46-53



Il racconto dell’evento dell’Ascensione del Signore è affidato alla prima lettura, costituita dai versetti iniziali degli Atti degli Apostoli. Tuttavia, la preoccupazione maggiore dei brani della Scrittura che vengono proposti oggi alla nostra attenzione è di dare indicazioni sul senso del tempo che noi stiamo vivendo dopo l’evento dell’Ascensione del Signore e in attesa di ricongiungerci con lui alla destra del Padre: “viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro Capo, nella gloria” (orazione colletta).


Il brano della lettera agli Ebrei della seconda lettura parla della speranza che l’Ascensione di Cristo ha inaugurato per tutti noi. Cristo è entrato nel cielo, “per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore”. La solennità dell’Ascensione è certamente un invito a guardare in alto e lontano, oltre le lotte e i limiti del tempo presente, ma non certo per restare inoperosi nella contemplazione di quel mondo che è oltre il tempo e lo spazio. Il “cielo” è una nostalgia giusta, una promessa sicura, perché Cristo lo ha reso accessibile; ma non per questo deve far dimenticare il cammino che dobbiamo percorrere perché diventi una concreta realtà per tutti noi. Il cielo diventerebbe alienazione e inganno se ci distogliesse dalle sue premesse nella storia, dai nostri compiti attuali. Il messaggio cristiano non è da intendersi come evasione religiosa, disimpegno del quotidiano, fuga dalla realtà. Il messaggio cristiano è un lievito che deve trasformare la realtà quotidiana indirizzandola verso il traguardo di Dio. Un impegno nel quotidiano quindi, che va vissuto nella speranza del traguardo definitivo: “Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza”. Gesù congedandosi dei discepoli, li promette il dono dello Spirito e li invia ad annunciare la buona novella a tutte le genti. Non è indifferente che il breve brano del vangelo d’oggi sottolinei che dopo l’Ascensione del Signore, i discepoli “tornarono a Gerusalemme con grande gioia”. E’ il ritorno al quotidiano sorretti dalla speranza, che trova il suo fondamento nella natura umana di Cristo che è stata glorificata.



In sintesi, possiamo dire che il mistero dell’Ascensione consiste nell’indicare il recupero da parte di Gesù della sua dimensione divina che gli è propria. Ma consiste altresì nel rivelare l’azione che, adesso, Gesù al cospetto di Dio suo Padre svolge in nostro favore mediante lo Spirito Santo che ci ha donato. Il Signore Gesù continua quindi ad essere misteriosamente presente in mezzo a noi mediante il suo Spirito che ci è di guida nel cammino che conduce al traguardo. L’Ascensione più che un invito a evadere dalla terra è un invito ad assumerla come luogo di salvezza, dove già risplende, sia pure parzialmente, la luce dei “cieli nuovi” e della “terra nuova”. Ancorata al presente e al suo impegno nel mondo, la Chiesa non deve svanire verso illusioni, verso spiritualismi senza corpo. I segni di questa visione di speranza (cf. l’orazione colletta) e di realismo devono manifestarsi attraverso una testimonianza cristiana coerente.


mercoledì 29 maggio 2019

PAOLO VI E LA LITURGIA L’opera riformatrice montiniana




29 maggio 2019



Nel delineare il profilo liturgico del Papa san Paolo VI, occorre far parola dell’intero arco della sua esistenza. Importante fu il periodo della sua formazione, negli anni in cui il movimento liturgico lievitava nuove sensibilità e acquisizioni in campo teologico-liturgico, con risvolti anche celebrativi.

Giovane prete, a partire dal 1930, promosse sulle pagine di “Azione Fucina” una cronaca liturgica che attesta la sintonia con il fermento liturgico che premeva per venire a galla nel tessuto ecclesiale; sono preziose anche le Lettere che Montini scrisse da sostituto della Segreteria di Stato in occasione delle Settimane liturgiche nazionali italiane. Di tale fermento fu poi interprete negli anni di episcopato a Milano, di cui è celebre la Lettera pastorale che scrisse nel 1958 su L’educazione liturgica, volta a comunicare ai fedeli la convinzione della «stupenda forza formatrice della Liturgia».

Questa esperienza la portò al Vaticano II, come ben manifesta il discorso che il cardinale Montini pronunciò in Concilio il 22 ottobre 1962, in cui ricordava la differenza tra essentia «quae omnino defendi debet atque servari» e forma della liturgia, «scilicet modo, quo celebratio divinorum mysteriorum quasi vestitur», osservando che la forma «mutari potest, prudenter tam sapienterque et ad aptiores rationes revocari», con l’unico fine — che era quello dello schema in discussione tra i Padri — non di scalfire il «cultus catholici patrimonium divinum et a maioribus acceptum» bensì di renderlo «magis comprehensibile et utilius hominibus nostrae aetatis»; e giungeva a formulare un principio di innegabile rilevanza: «Liturgia nempe pro hominibus est instituta non homines pro Liturgia». Ecco il filo rosso che ha guidato la visione montiniana di liturgia, compresa quale mediazione attraverso cui la vita divina si riversa nel cuore dei credenti, edificando il Popolo di Dio, la Chiesa. Questo è il punto fondamentale del nesso tra Paolo VI e la liturgia: nel suo pensiero come nella sua opera, la riforma liturgica post-conciliare, in obbedienza a Sacrosanctum concilium, non era finalizzata semplicemente alla revisione della forma celebrativa, ma al rinnovamento della Chiesa, realtà-mistero su cui il Papa si era soffermato nella sua enciclica programmatica, l’Ecclesiam suam.

Con la sollecitudine del Pastore, Paolo VI ha voluto spiegare e illustrare, in vari modi e occasioni, nel corso degli anni, sia ai laici come al clero, i motivi della riforma liturgica, la sua portata e l’estensione che andava assumendo, aiutando a cogliere tutto il positivo senza tacere delle resistenze che si opponevano al cambiamento come delle fughe fuori pista. Ne sono documentazione eloquente i suoi atti pontifici e i numerosi discorsi pronunciati, specie alle udienze generali del mercoledì come nei Concistori.

Se l’input e i princìpi della riforma liturgica venivano dalla Sacrosanctum Concilium, fu Paolo VI a ordinarne e guidarne la progressiva attuazione, in due fasi: la preparazione della riforma e le prime realizzazioni dal 1963 al 1969 e, quindi, dal 1969 l’edizione dei libri liturgici riformati.

Dopo l’importante discorso di promulgazione della Sacrosanctum Concilium a chiusura della seconda sessione del Concilio, il 4 dicembre 1963, con il Motuproprio Sacram liturgiam (25 gennaio 1964), Paolo VI istituiva il Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra Liturgia, organismo composto da Vescovi ed esperti di tutto il mondo, allo scopo di dare concretezza ai principi indicati dai Padri conciliari e dalle scelte compiute. Presieduto dal cardinale G. Lercaro e avendo come segretario il padre A. Bugnini, il Consilium ha lavorato alacremente, in diretta sintonia con Paolo VI; lo attestano i quattro importanti discorsi che il Papa rivolse allo stesso Consilium in occasione delle sue riunioni, oltre alla costante informazione e diretta supervisione dei suoi lavori. Al Consilium, è subentrata la Sacra Congregatio pro Cultu Divino, istituita da Paolo VI il 9 maggio 1969: con tale organismo, inquadrato ormai nella Curia Romana, la Sede Apostolica ha pubblicato le edizioni tipiche dei rinnovati libri liturgici e i documenti che hanno disciplinato il loro uso e la vita liturgica (Decreti, Istruzioni, Notificazioni, Dichiarazioni).

Nel prendere decisioni rilevanti e vincolanti in materia di celebrazioni liturgiche, Paolo VI adottò pronunciamenti magisteriali adeguati, quali anzitutto cinque Costituzioni apostoliche. Con la Costituzione Pontificalis Romani recognitio (28 giugno 1968), approvava il Rito dei sacri Ordini del Diaconato, Presbiterato ed Episcopato, preparato dal Consilium e sentito il parere dei Vescovi di varie parti del mondo. Con la Costituzione Missale Romanum (3 aprile 1969) veniva promulgato il Messale rinnovato per decreto del Concilio Ecumenico Vaticano II; in essa, ricordando che il Concilio «aveva posto le basi della riforma generale del Messale Romano, stabilendo che (...) l’Ordinamento rituale della Messa sia riveduto in modo che apparisca più chiaramente la natura specifica delle singole parti e la loro mutua connessione, e sia resa più facile la pia e attiva partecipazione dei fedeli (cfr Sacrosanctum Concilium 50)», il Papa indicava e motivava i cambiamenti più rilevanti apportati in questo libro liturgico, quali la Preghiera eucaristica, il Rito della Messa e il Lezionario. Quindi con la Costituzione Laudis canticum (1° novembre del 1970) veniva promulgato l’Ufficio Divino rinnovato per decreto del Concilio Ecumenico Vaticano II; in essa Paolo VI illustrava l’opera di revisione compiuta per la Liturgia delle Ore. Con la Costituzione Divinae consortium naturae (15 agosto 1971), Paolo VI promulgava il Rito della Confermazione, stabilendo e dichiarando gli elementi relativi al rito essenziale del sacramento, ed indicando che dal 1° gennaio 1973 «tutti gli interessati dovranno fare uso soltanto del nuovo Rito». Infine, con la Costituzione apostolica Sacram unctionem infirmorum (30 novembre 1972), approvava il Rito dell’Unzione degli Infermi, stabilendo e dichiarando gli elementi relativi al rito essenziale del Sacramento; stabiliva anche che dal 1° gennaio 1974, «tutti gli interessati dovranno fare uso soltanto del nuovo Rito».

Oltre al già citato Motuproprio Sacram liturgiam, con cui si stabiliva l’entrata in vigore di alcune prescrizioni della Sacrosanctum Concilium, Paolo VI intervenne con altri pronunciamenti in forma di Motuproprio in materia liturgica. Col Peculiare ius (9 febbraio 1966) furono date norme circa l’uso dell’altare papale nelle Patriarcali Basiliche Romane. Col Sacrum diaconatus (18 giugno 1967) vennero impartite norme per il ristabilimento del diaconato permanente nella Chiesa latina. Col Pontificalis Domus (28 marzo 1968) furono date norme, tra l’altro, circa la Cappella Pontificia, ossia le persone che partecipano alle celebrazioni liturgiche presiedute dal Papa o svolte alla sua presenza. Anche il Pontificalia insignia (21 giugno 1968) aveva risvolti per l’ambito celebrativo. Col Mysterii Paschalis (14 febbraio 1969), Paolo VI disciplinava le norme generali circa l’Anno liturgico e il Calendario Romano. Infine, col Ministeria quaedam (15 agosto 1972), veniva riformata nella Chiesa latina la disciplina riguardo alla tonsura, agli ordini minori e al suddiaconato, ormai denominati “ministeri” del Lettore e dell’Accolito, affidati anche ai laici e non più riservati ai candidati al sacramento dell’Ordine.

Come è noto, il nome di Paolo VI resterà perennemente legato ai libri liturgici del Rito Romano, custodi ed espressione del mistero della Chiesa in preghiera. In tal senso l’opera liturgica paolina è davvero grande. Basti ricordare quali libri portano nel frontespizio la dicitura “ex decreto Sacrosancti Oecumenici Concilii Vaticani ii instauratum auctoritate Pauli pp. vi promulgatum”: De ordinatione Diaconi, Presbyteri et Episcopi (15.8.1968); Ordo celebrandi matrimonium (19.3.1969); Calendarium Romanum (21.3.1969); Ordo Missae cum Institutio generalis Missalis Romani (6.4.1969); Ordo Baptismi parvulorum (15.5.1969); Ordo lectionum Missae (25.5.1969); Ordo Exsequiarum (15.8.1969); Ordo Professionis Religiosae (2.2.1970); Missale Romanum (26.3.1970, editio altera 1975); Ordo Consecrationis Virginum (31.5.1970); Lectionarium Missalis Romani (30.9.1970); Ordo benedictionis Abbatis et Abbatissae (9.11.1970); Ordo benedicendi olea cathecumenorum et infirmorum et conficendi chrisma (3.12.1970); Liturgia Horarum (11.4.1971); Ordo Confirmationis (22.8.1971); Ordo Initiationis Christianae adultorum (6.1.1972); Ordo Cantus Missae (24.6.1972); Graduale Simplex (editio altera 1975); De institutione Lectorum et Acolythorum (3.12.1972); Ordo Unctionis Infirmorum eorumque pastoralis curae (7.12.1972); De Sacra Communione et de Cultu Mysterii Eucharistici extra Missae (21.6.1973); Ordo Paenitentiae (2.12.1973); Ordo dedicationis ecclesiae et altaris (29.5.1977).

Questi Ordines sono stati rinnovati e pubblicati per autorità apostolica di Paolo VI. Lo ricordava egli stesso in questi termini all’udienza generale del 19 novembre 1969: «La riforma che sta per essere divulgata corrisponde ad un mandato autorevole della Chiesa; è un atto di obbedienza; è un fatto di coerenza della Chiesa con se stessa; è un passo in avanti della sua tradizione autentica; è una dimostrazione di fedeltà e di vitalità, alla quale tutti dobbiamo prontamente aderire. Non è un arbitrio. Non è un esperimento caduco o facoltativo. Non è un’improvvisazione di qualche dilettante» (Insegnamenti di Paolo VI, VII [1969] 1122).

Che il Santo Papa abbia seguito personalmente i lavori di revisione della lex orandi del Messale Romano, lo attestano esemplarmente due scritti. Il primo è un autografo concernente l’Ordo Missae: «Mercoledì, 6 novembre 1968 – ore 19-20.30. Abbiamo letto nuovamente, col Rev. P. Annibale Bugnini, il nuovo “Ordo Missae”, compitato dal “Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia”, in seguito alle osservazioni fatte da noi, dalla Curia Romana, dalla S. Congregazione dei Riti, dai partecipanti alla xi sessione plenaria del “Consilium” stesso, e da altri ecclesiastici e fedeli; e dopo attenta considerazione delle varie modifiche proposte, di cui molte sono state accolte, abbiamo dato al nuovo “Ordo Missae” la nostra approvazione, in Domino. Paulus pp. vi». Il secondo riguarda il Lezionario del Messale: «Non ci è possibile, nel brevissimo spazio di tempo che ci è indicato, prendere accurata e completa visione di questo nuovo ed ampio “Ordo Lectionum Missae”. Ma fondati sulla fiducia delle persone esperte e pie, che lo hanno con lungo studio preparato, e su quella dovuta alla sacra Congregazione per il Culto Divino, che lo ha con tanta perizia e sollecitudine esaminato e composto, volentieri noi lo approviamo, in nomine Domini. Nella Festa di S. Giovanni Battista, 24 Giugno 1969 Paulus pp. vi» (gli autografi sono stati pubblicati su «L’Osservatore Romano» del 6 aprile 2019, pag. 7).

Con la stessa autorità apostolica egli conferma la bontà della riforma liturgica nel discorso al Concistoro del 24 maggio 1976: «È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “Ordo Missae” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio v aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino. La stessa disponibilità noi esigiamo, con la stessa autorità suprema che ci viene da Cristo Gesù, a tutte le altre riforme liturgiche, disciplinari, pastorali, maturate in questi anni in applicazione ai decreti conciliari. Ogni iniziativa che miri a ostacolarli non può arrogarsi la prerogativa di rendere un servizio alla Chiesa: in effetti reca ad essa grave danno» (Insegnamenti di Paolo VI, XIV [1976] 389).

Ed ancora, ai Cardinali riuniti in Concistoro il 27 giugno 1977 si esprime in modo chiaro circa l’applicazione della riforma liturgica: «È venuto il momento, ora, di lasciar cadere definitivamente i fermenti disgregatori, ugualmente perniciosi nell’un senso e nell’altro, e di applicare integralmente nei suoi giusti criteri ispiratori, la riforma da Noi approvata in applicazione ai voti del Concilio. Ai contestatori che, in nome di una mal compresa libertà creativa, hanno portato tanto danno alla Chiesa con le loro improvvisazioni, banalità, leggerezze — e perfino con qualche deplorevole profanazione — Noi chiediamo severamente di attenersi alla norma stabilita: se questa non venisse rispettata, ne potrebbe andare di mezzo l’essenza stessa del dogma per non dire della disciplina ecclesiastica, secondo l’aurea norma: “lex orandi, lex credendi”. Chiediamo fedeltà assoluta per salvaguardare la “regula fidei”. [...] Ma con pari diritto ammoniamo coloro che contestano e si irrigidiscono nel loro rifiuto sotto il pretesto della tradizione, affinché ascoltino com’è loro stretto dovere, la voce del Successore di Pietro e dei vescovi, riconoscano il valore positivo delle modificazioni “accidentali” introdotte nei sacri riti (che rappresentano vera continuità, anzi spesso rievocazione dell’antico nell’adattamento al nuovo), e non si ostinino in una chiusura preconcetta, che non può essere assolutamente approvata» (Insegnamenti di Paolo VI, XV (1977), 663).

Nel Pensiero alla morte, Paolo VI si congeda dalla scena di questo mondo confessando di aver sempre amato la Chiesa, suprema confidenza che egli ha ormai il coraggio di dire apertamente. Il rinnovamento liturgico è stato uno dei modi concreti con cui Paolo VI ha amato una Chiesa che voleva prendesse coscienza di se stessa e che fosse strumento di annuncio del Vangelo, che dà a Dio il primo posto ma non dimentica l’umanità di oggi, sapendo che la «Liturgia è per gli uomini». In questa “passione” vissuta per la Chiesa c’è anche la sofferenza causatagli da quanti, per opposte ragioni, contestavano apertamente la “sua” riforma liturgica, offendendo la voce del Successore di Pietro e arrecando danno alla Chiesa, sia in nome di una mal compresa libertà creativa e sia in nome di una mal compresa fedeltà alla tradizione. Nel portare avanti la riforma della liturgia, di così ampie proporzioni, ha dato prova della saggezza e della determinazione del Pastore che non cerca il proprio interesse ma quello dell’intero gregge che il Signore gli ha affidato. Lo ha ricordato Papa Francesco nell’omelia di canonizzazione lo scorso 14 ottobre: «Paolo VI, anche nella fatica e in mezzo alle incomprensioni, ha testimoniato in modo appassionato la bellezza e la gioia di seguire Gesù totalmente. Oggi ci esorta ancora, insieme al Concilio di cui è stato il sapiente timoniere, a vivere la nostra comune vocazione: la vocazione universale alla santità». Sappiamo che la vocazione alla santità e la risposta ad essa passano attraverso la liturgia della Chiesa.

di Corrado Maggioni

L’Osservatore Romano 30 maggio 2019

domenica 26 maggio 2019

I SENSI VIA DI DIO






Paolo Tomatis, Il pozzo e la sorgente. Sensi e sentimenti nella liturgia, Messaggero, Padova 2019. 135 pp. (€ 12,00).



La liturgia è come un pozzo al quale attingere, come da una sorgente, l’acqua viva della salvezza. Ma come poter abbeverarci, senza nulla con cui attingere?

La convinzione che anima le pagine di questo saggio è che la coppa attraverso cui abbeverarci dello Spirito sia nient’altro che la nostra umanità, fatta di sensi e di sentimenti. Portando noi stessi al pozzo della liturgia, noi facciamo del nostro corpo il luogo dell’incontro sensibile allo Spirito, che accende di luce i sensi del corpo e di amore i sentimenti del cuore.

Il breve viaggio alla scoperta dell’importanza dei sensi e dei sentimenti nella liturgia ci conferma di quanto il modello liturgico scaturito dalla riforma del Concilio Vaticano II sia ancora tutto da riscoprire e valorizzare, nelle sue ricchezze e nelle sue potenzialità.



Fonte: Quarta di copertina.



Indice: Introduzione – I sensi, via di Dio – La liturgia e i sensi spirituali – La visione liturgica – l’oralità della liturgia – Tatto, olfatto, gusto: i sensi dell’incontro – Sentire Dio – I sentimenti nella liturgia – La gioia della liturgia – Pace, fiducia, tenerezza – Conclusione.

sabato 25 maggio 2019

DOMENICA VI DI PASQUA (C) – 26 Maggio 2019






 At 15,1-2.22-29; Sal 66 (67); Ap 21,10-14.22-23; Gv 14,23-29



La prima lettura descrive un momento importante della vita della prima comunità cristiana. I dissensi sorti tra gli apostoli sul modo di procedere con i convertiti dal paganesimo si acuiscono a tal punto che devono essere risolti in un’assemblea che di fatto è stato il primo concilio ecumenico della Chiesa. Radunati a Gerusalemme, gli apostoli trovano un accordo su che cosa si debba imporre ai neo-convertiti dal paganesimo. A noi interessa non tanto la problematica specifica che era in discussione in quel dato momento quanto ciò che il fatto significa. Si tratta della Chiesa terrena che, nata da poco, si confronta con le diverse opinioni sorte nel suo interno, discute i suoi problemi, si dà delle norme e in questo modo si consolida nelle sue strutture. Accanto a questo quadro, la seconda lettura presenta uno squarcio profetico-simbolico della città futura, la Gerusalemme celeste, immagine della Chiesa celeste in cui non ci sono più divisioni e non c’è più bisogno di strutture e di mediazioni, neppure di quelle sacre come il tempio e la fede, “perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello”.

Le due città sono assai diverse. Nella città terrena ci sono i contrasti, le divisioni, il bisogno di confrontarsi e di costruire il consenso talvolta con fatica. La città celeste è invece tutta compatta, unita. Ecco perché la città terrena con le sue strutture, i suoi monumenti e i suoi templi è destinata a perire. Tuttavia, come abbiamo visto la domenica scorsa, la città celeste pur essendo eterna affonda le sue radici nella fragilità della città terrena. Tra le due città c’è corrispondenza e coerenza. Ce lo ricorda il brano evangelico. Mentre sta per lasciare i discepoli, Gesù promette di inviare ad essi lo Spirito Santo: “… egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”. Compito dello Spirito è dunque “insegnare e ricordare” tutto ciò che il Cristo ha detto: non un ricordo ripetitivo, ma un ricordo di approfondimento, creatore di nuovi sviluppi e di rinnovate applicazioni nella fedeltà all’unica esperienza salvifica realizzatasi in Cristo. E’ quindi lo Spirito che ci guida verso la città celeste, è lui a garantire il cammino nella storia della comunità terrena dei discepoli di Gesù. Vediamo infatti che gli apostoli radunati a Gerusalemme in assemblea hanno la consapevolezza di prendere le loro decisioni guidati dallo Spirito: “E’ parso benne allo Spirito Santo e a noi…” Grazie allo Spirito, le diverse componenti del cristianesimo primitivo riunite a Gerusalemme risolvono uno spinoso problema che stava producendo tensioni e divisioni.   

Vicini alla Pentecoste, siamo invitati a riflettere sulla presenza dello Spirito Santo nella vita della Chiesa. E’ lo Spirito che dà slancio alla Chiesa terrena e la indirizza verso i valori definitivi della città celeste. Dimentichi dell’azione dello Spirito, siamo talvolta tentati di banalizzare la vita cristiana riducendola a formule e leggi. La liturgia d’oggi ci ricorda invece che Dio si comunica al mondo solo nell’amore e nell’adempimento della parola di Gesù (cf. canto al vangelo e antif. alla comunione), interpretata però con la luce dello Spirito Santo. Ecco quindi che la città di Dio si realizza nel presente mediante la realtà dell’amore cristiano e per opera dello Spirito Santo. Senza l’azione interiore e nascosta dello Spirito, la Chiesa rischia di essere un raduno di militanti, più che comunione di discepoli.

domenica 19 maggio 2019

IL RITO SIRO-ANTIOCHENO






Stefano Rosso, Il Rito siro-antiocheno. Sacramenti e sacramentali. Tempi e feste. Libri liturgici (Monumenta Studia Instrumenta Liturgica 78), Libreria Editrice Vaticana 2018. 1066 pp.



Il Prof. Stefano Rosso ci offre un altro grosso volume sulle liturgie orientali, dopo quelli sul Rito bizantino (pubblicato nel 1910) e il Rito copto (pubblicato nel 2016). In questo caso, si tratta di un possente studio sul Rito siro-antiocheno. È certamente un rito meno noto, ma importante perché è la liturgia madre, in stretta derivazione dalla liturgia sinagogale giudaica, in quanto Antiochia è la Chiesa secondogenita dopo Gerusalemme, e ha avuto anche un ruolo missionario decisivo nella diffusione del cristianesimo.



La parte introduttiva riguarda l’intero mondo siriano e la sua famiglia di riti, occidentali (versante mediterraneo) e orientali (versante mesopotamico) e cristiani di san Tommaso (Kerala, India). I primi due ampi capitoli spaziano sulla storia, la teologia e la liturgia dell’intero mondo siriano cristiano, compreso quello dell’India del sud. Dal capitolo III – la parte liturgica sistematica – si procede soltanto con il rito di Antiochia, anche se si tiene conto doverosamente degli altri riti della Chiesa di Oriente.

sabato 18 maggio 2019

DOMENICA V DI PASQUA (C) – 19 Maggio 2019






At 14,21b-27; Sal 144 (145); Ap 21,1-5°; Gv 13,31-33a.34-35

         

Il Tempo di Pasqua è un tempo di rinascita della vita. Perciò si addice a questo periodo dell’anno la riflessione sulla novità cristiana. Questo potrebbe essere l’argomento unificatore delle tre letture bibliche proclamate oggi. La prima lettura parla delle nuove comunità di cristiani, le prime che sotto l’azione dello Spirito e per mezzo della predicazione di san Paolo e san Barnaba sorgono al di fuori del mondo strettamente ebraico. Il brano evangelico ricorda che queste e le altre comunità cristiane sono chiamate ad esprimere il comandamento nuovo dell’amore vicendevole. La seconda lettura ci rivela una umanità trasfigurata, la comunità futura, in cui la novità cristiana sarà pienamente realizzata, una comunità in cui “non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno”. Bandito tutto ciò che di negativo avvilisce la vita dell’uomo, si apre il rinnovamento messianico in una comunione faccia a faccia con Dio, in una pienezza di vita individuale e comunitaria. La comunità presente e quella futura sono, però, raccordate da un dato comune, l’amore, di cui ci parla Gesù nel brano evangelico. Si diventa cittadini della città futura in forza dell’amore. È per questo che la Gerusalemme celeste ci viene presentata anche sotto il simbolo della “sposa”.  

Il vangelo ci propone la prima parte dei “discorsi di addio” di Gesù, in cui egli, come un padre che sta per lasciare i suoi figli, trasmette ai discepoli la sua eredità: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi…”. La vera novità di questo comandamento non è nell’ “amatevi”, ma nel “come io ho amato voi”. L’amore di Gesù per noi è motivo e misura del nostro amore per i fratelli. La realizzazione concreta del precetto dell’amore è la comunione, la comunità. Solo allora le parole di Gesù “amatevi gli uni gli altri” cessano di essere una espressione astratta. Possiamo affermare che la qualità del nostro amore è da ricercare nella capacità che noi abbiamo di condividere la nostra vita con quella dei nostri fratelli, nella capacità cioè di creare comunione. L’amore di carità però non ha confini e va vissuto con i vicini e i lontani.

In ogni caso, però, bisognerà aver presente che la comunità cristiana continua a vivere nella storia e della storia continua a soffrire tutti i limiti e le ambiguità. Il nostro amore su questa terra resterà sempre peccatore, le nostre comunità imperfette. L’amore in questo mondo ha una sua fragilità e un suo limite intrinseci. È necessaria quindi la costanza nel percorrere gli ideali sublimi che ci vengono proposti dalle parole di Gesù. Ma è necessaria anche la speranza affinché non si spenga nel nostro cuore il desiderio di un amore vero, pieno e generoso. Solo così avremo un forte incentivo per crescere giorno dopo giorno nel dono di noi stessi agli altri. La dimensione più evidente dell’eucaristia è quella del convito, aspetto che ben esprime il rapporto di comunione che Dio vuole stabilire con noi e che noi stessi dobbiamo sviluppare vicendevolmente.

domenica 12 maggio 2019

LUTERO E LA PRESENZA DI CRISTO NELL’OSTIA CONSACRATA






Lutero non si stancava mai di ripetere che la presenza di Cristo nell’ostia è reale ma lo è solo durante la cerimonia della comunione. Tuttavia, nel 1543 circolò la voce che un sacerdote a Eisleben, dopo il servizio religioso, durante il pranzo aveva bevuto del vino consacrato. La notizia suscitò un’accesa discussione su quanto tempo Cristo resti presente nei sacramenti; inizialmente, infatti, Lutero aveva ipotizzato che la presenza di Cristo negli elementi della comunione durasse soltanto una o due ore dopo il culto, in modo che si avessi il tempo di portare l’ostia fuori dalla chiesa, ai malati o ai moribondi. Ora si vide costretto a precisare meglio la questione. La presenza di Cristo -sostenne- non inizia e finisce in un solo istante, matematicamente determinabile, ma ha una durata. Comincia “con l’inizio del Pater Noster e continua sinché tutti hanno preso la comunione, il vino è stato bevuto, le ostie mangiate, i fedeli congedati e il sacerdote ha lasciato l’altare”.

Un vero e proprio culto dell’ostia consacrata al di fuori della cerimonia era dunque escluso, ma anche Lutero riconosceva di inginocchiarsi “propter reverentiam”, in segno di rispetto, quando viene portata l’ostia, e anche per lui le particole consacrate non devono essere buttate, bensì mangiate dai sacerdoti. Il vino versato doveva essere accuratamente asciugato con un panno. Nel 1530 Gabriel Zwilling chiese consiglio a Lutero su cosa fare di un’ostia che era rimasta “in bocca a un moribondo, proprio sulla lingua”. Anche se l’ostia non è in sostanza che una sfoglia di grano, Lutero gli consigliò, come nel Medioevo, di bruciarla.


Fonte: Anselm Schubert, Pasto divino. Storia culinaria dell’eucaristia, Carocci editore, Roma 2019, pp. 96-97 (le note non sono state riprodotte).

venerdì 10 maggio 2019

DOMENICA IV DI PASQUA (C) – 12 Maggio 2019






At 13,14.43-52; Sal 99 (100); Ap 7,9.14b-17;  Gv 10,27-30

         

La bontà e la fedeltà di Dio si sono manifestate pienamente in Cristo, ed egli, nostro pastore, con la morte e risurrezione, ci ha fatto “suo popolo e gregge del suo pascolo”. Cristo è il pastore che porta ai pascoli della vita. E’ su questa immagine che insiste particolarmente la liturgia odierna.
Nel brano evangelico, Gesù si presenta come il vero pastore dell’umanità, che stabilisce uno stretto rapporto di conoscenza  o esperienza, di unione e intimità con l’uomo, lo guida e lo conduce alla vita eterna. La seconda lettura ci riporta alla fase finale del regno, a quella celeste, quando il gregge di Cristo avrà già raggiunto i pascoli eterni e sarà una moltitudine immensa, che nessuno può contare; l’Agnello immolato e vittorioso sarà il loro pastore e tergerà ogni lacrima dai loro occhi. Nel frattempo la Chiesa, seguendo l’esempio degli apostoli (cf. prima lettura), continua ad annunciare a tutte le genti “sino all’estremità della terra” la salvezza in Cristo. 

Per meglio capire le parole di Gesù che si presenta come buon pastore, bisogna tener conto del contesto più generale in cui egli ha fatto questa affermazione. Con l’immagine del buon pastore, Gesù intende rispondere in qualche modo a coloro che gli chiedono insistentemente se sia lui il Messia. Per i suoi interlocutori il Messia era considerato perlopiù una sorta di figura politica, un personaggio di potere. Il Signore invece scegliendo l’immagine del buon pastore rivela in quale altro modo inatteso egli sia il Messia. Egli non avanza pretesa alcuna di dominio sull’uomo, ma solo una proposta di amore e di servizio che arriva fino al dono della vita.

Il Figlio di Dio, facendosi uomo, si è avvicinato ad ogni uomo, lo ha chiamato per nome, lo ha amato con cuore di uomo fino a dare la propria vita per quest’uomo. Quando Gesù dice: “Io dò loro la vita eterna” non parla di qualcosa di esterno. La “vita eterna” nel vocabolario di Giovanni è semplicemente un sinonimo di “vita divina”, quindi di partecipazione alla stessa esistenza del Pastore. Possiamo ricordare al riguardo una ardita affermazione di sant’Agostino: quando egli intende esprimere il mistero di comunione che si stabilisce tra Dio e l’uomo redento, afferma con una bellissima espressione che Dio è “più intimo a me di me stesso”. Scoprendoci nel cuore di Dio, smetteremo di restare ripiegati sulle nostre piccole paure.

Gesù afferma che egli “conosce” le sue pecorelle, cioè Gesù entra nella profondità personale della creatura amata che gli risponde con l’ascolto e l’adesione della fede. Infatti “ascoltare” è per l’uomo apertura esistenziale all’altro, è attenzione alla sua persona prima ancora che alle sue parole. Un uomo che non ascolta, che non è disposto ad aprirsi e a ricevere nulla dall’altro, non sarà in grado poi di comunicare, di dare qualcosa all’altro, agli altri. La domenica del buon pastore ci riporta ai pastori della Chiesa. Il Signore chiama, ha bisogno di uomini e donne che si dedichino in modo particolare all’annuncio del vangelo radunando la comunità attorno alla mensa della Parola e dell’Eucaristia e donando a piene mani il perdono e la tenerezza di Dio.

domenica 5 maggio 2019

STORIA CULINARIA DELL’EUCARISTIA






Anselm Schubert, Pasto divino. Storia culinaria dell’eucaristia (Sfere 144), Carocci editore, Roma 2019. 227 pp. (€ 22,00).

Ansel Schubert è un teologo che insega Storia della Chiesa all’Università Friedrich – Alexander di Erlangen – Norimberga.

Indice dell’opera:

Parte prima Il pane e il vino dei cristiani: il culto del pasto nel cristianesimo delle origini (sino al 120); il pasto cultuale nella Chiesa antica (120-440); stati e tribù (400-800).

Parte seconda Il pane e il vino della Chiesa: la clericalizzazione delle sostanze (800-1050); una cultura eucaristica (1050-1525).

Parte terza Il pane e il vino della fede: la disputa sul corpo di Dio (1525-1830); il corpo di Dio nell’epoca industriale (1830-1970); il ritorno della varietà (dal 1970).

Epilogo il “cocco della vita”, un futuro antico.

Seguono: ringraziamenti; glossario; note; bibliografia, indice dei nomi.

sabato 4 maggio 2019

DOMENICA III DI PASQUA (C) – 5 Maggio 2019






At 5,27b-32.40b-41; Sal 29 (30); Ap 5,11-14; Gv 21,1-19

         

Per cogliere in modo unitario il messaggio delle tre letture odierne, partiamo dal vangelo, dove vediamo che Pietro, riabilitato e confortato dalla presenza e dalle parole del Risorto, riscopre la sua vocazione di “pastore”. Il brano degli Atti (prima lettura) ci racconta come gli apostoli ritornano a predicare con gioia Cristo risorto nonostante gli insuccessi e le ripetute proibizioni del Sinedrio. Finalmente il brano dell’Apocalisse (seconda lettura) ci rassicura che Cristo ha riportato la vittoria sulla morte ed ora riceve la lode di tutte le creature. Niente ci deve quindi scoraggiare dal servizio al vangelo: né le difficoltà della fede né la persecuzione.

La predicazione apostolica produce l’immancabile reazione del Sinedrio, al tempo autorità religiosa e anche politica. Imprigionati e miracolosamente liberati, gli apostoli si recano di nuovo nel tempio a testimoniare pubblicamente il loro Signore. Al sommo sacerdote, presidente del tribunale del Sinedrio, che ricorda a Pietro la proibizione di insegnare nel nome di Gesù, l’Apostolo risponde coraggiosamente a nome di tutti: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”. “Obbedire” nella Bibbia è sinonimo di “credere”; perciò Pietro afferma la forza critica della fede nei confronti dell’autorità umana, politica o religiosa, quando essa si arroga dignità e ruoli che non rispettano la libertà della coscienza. Il conflitto della comunità apostolica con il potere giudaico prolunga quello che ha condotto Gesù alla passione e alla morte in croce. Ma Cristo ha vinto la morte! La testimonianza degli apostoli poggia su questa certezza, a tal punto che essi sono “lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù”.

Testimoniare Cristo risorto è compito della Chiesa nel suo insieme, di tutti i cristiani. Ma per testimoniare Cristo è necessario fare anzitutto esperienza di lui, percepire la sua presenza, e incontrarlo nella nostra vita. Notiamo che gli apostoli incontrano il Signore risorto mentre sono al lavoro ed è qui che vengono richiamati al loro impegno di testimoniare dinanzi agli uomini il vangelo di Gesù. La testimonianza e l’esperienza del Cristo si collocano quindi all’interno della vita quotidiana, familiare e di lavoro. Questa testimonianza non è senza sofferenza e croce. Bisogna abituarsi a portare giorno dopo giorno la croce della testimonianza della propria fede senza perdersi d’animo. Ciò significa che la nostra testimonianza deve essere ferma ma non arrogante, decisa ma non provocatoria, umile ma non masochista, una testimonianza d’amore e non di privilegio, una testimonianza nel nome del Signore Gesù e non nel nome proprio.

In modo del tutto particolare, il Signore continua a manifestarsi a noi nell’eucaristia perché, riconoscendolo nei segni sacramentali, possiamo “proclamare davanti a tutti che Gesù è il Signore” (orazione colletta alternativa).

domenica 28 aprile 2019

LA MESSA ADATTATA ALL’INDOLE DEL POPOLO CONGOLESE






Il 30 aprile del 1988 la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti approvò il nuovo Ordinario della Messa adattato all’indole e caratteristiche del popolo congolese. La scorsa Domenica di Pasqua ho partecipato alla Messa nella chiesa della Natività di Gesù (“Deo Infanti sacrum” è scritto nell’architrave della chiesa), in cui la comunità congolese di Roma si raduna per le celebrazioni liturgiche. 


Musiche, colori, grande partecipazione con movimenti ritmici, danze e gesti vari. Tutto l’essere rende culto, e non solo lo spirito: espressioni corporali, orali, musicali, plastiche, decorative. La celebrazione è iniziata con la processione del presbitero celebrante con i diversi ministranti presieduta dalla Croce. Il coro ha cantato più volte e con entusiasmo l’Alleluia con una musica travolgente. 


La celebrazione è pervasa da un senso di comunione molto forte, tipico della vita dell’africano: comunione degli uomini con Dio e tra loro, tra i vivi e i defunti, tra gli uomini e il cosmo. Mi ha colpito, in modo particolare, la danza intorno all’altare durante il Gloria. Il presbitero celebrante (con l’incensiere in mano) e i diversi ministranti girano più volte intorno all'altare a ritmo di danza. Questa danza intende manifestare la volontà di comunicare alla forza vitale che proviene dall’altare del sacrificio di Cristo. Da notare anche che i fedeli tengono le mani alzate durante le preghiere sacerdotali; un modo per manifestare la comunione con la preghiera del sacerdote che presiede la Messa.


Sono alcune delle sensazioni che ho percepito durante la celebrazione. Mi sono domandato: i cosiddetti abusi, che purtroppo non mancano nelle celebrazioni liturgiche, non sono forse un segno che le nostre assemblee hanno bisogno di qualcosa di simile (naturalmente, "mutatis mutandis") a quello che ho visto e sperimentato nella piccola chiesa della Natività di Gesù? Alcuni diranno che in questo modo si rischia di celebrare sé stessi, di ridurre la Messa ad una festa “orizzontale”, in cui il mistero non occupa il posto centrale. Forse, talvolta…, ma il problema rimane.


M. A.



venerdì 26 aprile 2019

DOMENICA II DI PASQUA (C) o della Divina Misericordia 28.04.2019






At 5,12-16;  Sal 117 (118); Ap 1,9-11a.12-13.17-19; Gv 20,19-31



Il contenuto delle tre letture di questa domenica può essere considerato da diverse prospettive, ma tutte e tre le letture hanno al centro Gesù Cristo risorto e la fede in lui. La prima lettura ci racconta che il numero di coloro che credevano nel Signore aumentava. La seconda lettura è un brano del primo capitolo dell’Apocalisse,  dove san Giovanni narra la visione che egli ha avuto di Cristo risorto, il quale al tempo stesso che lo incoraggia a scrivere le cose che ha visto, proclama solennemente: “Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiave della morte e degli inferi”. Finalmente, il brano evangelico ci tramanda la toccante storia dell’atto di fede in Cristo risorto dell’apostolo san Tommaso.

Il grande pensatore cristiano Dietrich Bonhoeffer, scrivendo dal carcere berlinese nel 1944, pochi giorni prima di essere impiccato, riassumeva così il senso di tutta la sua esistenza: “Io vorrei imparare a credere…” Il cristiano è colui che impara a credere giorno per giorno sino al termine della sua vita. L’odierno racconto evangelico è il ritratto della storia della fede di un uomo che ha dovuto imparare a credere, e che ha avuto bisogno dei suoi tempi. Dinanzi alla testimonianza degli altri apostoli che hanno visto il Risorto, Tommaso afferma che se non mette il dito nel posto dei chiodi e non mette la mano nel costato del Cristo, non crederà. Tommaso ha bisogno di vedere e toccare, ha bisogno dei suoi tempi. Al termine della prova di appello offertagli dal Signore, Tommaso proclama la sua professione di fede, la più sublime dell’intero vangelo: “Mio Signore e mio Dio!”. La Chiesa annuncia al mondo l’evento pasquale: “Abbiamo visto il Signore”, ma con pazienza e umiltà deve attendere che il mistero della libertà umana possa lentamente e gioiosamente giungere all’atto di fede: “Mio Signore e mio Dio!” Cristo risorto non diventerà mai “Signore” della Chiesa, se non diventa prima ancora “Signore” del cuore e della vita di ciascuno di noi.

La fede di Tommaso, come quella degli altri primi discepoli, si fonda sull’incontro personale con Gesù risorto. Questi fatti sono documentati nel vangelo che è stato scritto, dice san Giovanni, “perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”. Infatti la nostra fede si fonda sulla solida piattaforma della testimonianza storica documentata nei vangeli e si trasmette nella lunga catena dei credenti che formano la Chiesa. Ricordiamo che Gesù chiama beati coloro che crederanno per testimonianza (come noi). Anche se la nostra fede ha travagli simili a quella di Tommaso, siamo certi che anche per noi è possibile alla fine proclamare in totale limpidità la nostra fede nel Risorto. Siamo invitati a farlo ogni volta che ci avviciniamo alla comunione, quando alle parole del ministro “Il corpo di Cristo”, rispondiamo “Amen”.

domenica 21 aprile 2019

L’ALTARE






Monastero di Bose



XVII CONVEGNO LITURGICO INTERNAZIONALE: L’Altare. Recenti acquisizioni. Nuove problematiche.

Bose, 30 – 31 maggio e 1 giugno 2019.



L’altare è stato il tema del Convegno liturgico internazionale di Bose nel 2003. Vi torniamo per presentare le più recenti acquisizioni storiografiche e affrontare le nuove problematiche emerse. Particolare attenzione sarà riservata ai fondamenti neotestamentari dell’altare cristiano e all’immaginario di cui anche oggi è oggetto, alla complessa compresenza tra l’altare storico e le esigenze della riforma liturgica conciliare, al legame indissociabile tra altare e ambone, al rapporto tra ricerca artistica, produzione seriale e funzionalità. Decisiva sarà la testimonianza dell’esperienza di architetti e artisti che si sono misurati con il tema dello spazio liturgico e la realizzazione di altari.


Segreteria del Convegno: Tel. +39 015.679.185 – Fax +39 015.679.294