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domenica 22 luglio 2018

IL VERO VOLTO DI DIO SECONDO I SALMI






La meta ultima dei Salmi è quella di svelare il volto di Dio ricorrendo alla contemplazione e all’ascolto della sua rivelazione. I lineamenti di questa fisionomia sono inesauribili e sono espressi attraverso una ricca simbolica antropomorfica.

Il Signore appare come Dio guerriero. La sua è una lotta per la giustizia, in difesa del popolo e dell’oppresso (Sal 35) e del suo popolo umiliato dalle superpotenze (Sal 60).

Il Signore appare anche come il Dio creatore: “dalla parola del Signore furono fatti i cieli… Egli ha parlato e tutto fu, ha comandato e tutto esiste” (Sal 33,6-9). Lo spazio cosmico e tutta la storia sono celebrati nei Salmi come l’area nella quale Dio si rivela (vedi, ad esempio, il Sal 147).

Il Signore appare anche come re supremo: “Tutti i tuoi fedeli dicano la gloria del tuo regno” (Sal 145,11). Egli non è un imperatore impassibile e neppure un Motore immobile alla maniera greca, ma è un re attivo e partecipe. Egli “rende saldo il mondo, governa i popoli con rettitudine e giudica il mondo con giustizia” (Sal 96,10.13).

Il Signore appare come l’alleato che è fedele alle promesse di salvezza. Questo atteggiamento è espresso con un sostantivo ebraico di difficile traduzione, che indica amore, fedeltà, intimità, grazia, bontà, misericordia e scandisce con un’antifona costante tutto il credo d’Israele contenuto nel Sal 136 (“perché il suo amore è per sempre”).

Il Signore appare, infine, come padre e madre. Esemplare in questo senso è il Sal 131, compendio simbolico della relazione materna e filiale che si instaura tra Dio e il fedele: “Io rimango quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre…” (v. 2). Perciò nessuno sulla faccia della terra si deve sentire orfano: “Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto” (Sal 27,10).



Fonte: sintesi con qualche cambiamento del testo di Gianfranco Ravasi, Spiritualità biblica, Queriniana 2018, pp. 87-89.

venerdì 20 luglio 2018

DOMENICA XVI DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 22 Luglio 2018






Ger 23,1-6; Sal 22 (23); Ef 2,13-18; Mc 6,30-34



Il brano evangelico di questa domenica lascia intravedere uno spaccato di umanità del Figlio di Dio. Gesù rivolgendosi agli apostoli, che ritornano dalla missione a cui erano stati mandati, li invita a riposarsi un po’: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’ ”. Gesù vuole rimanere solo con i suoi apostoli dopo la loro prima esperienza missionaria. Egli si prende cura dei suoi discepoli, della loro fatica, della loro stanchezza. Più avanti ancora, ci viene raccontato che la folla cui Gesù con i suoi discepoli si era sottratto, lo segue nella solitudine. Vedendo la gran folla che accorreva da lui, Gesù “ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose”. Gesù si commuove e mette a disposizione di questa gente il suo insegnamento, anzi mette se stesso a disposizione di quanti hanno bisogno di lui. L’atteggiamento di Gesù nei confronti della folla sta a significare che la misericordia di Dio è offerta a tutti.



Nella seconda lettura, san Paolo sottolinea che fonte di pace, di vita autentica dell’uomo con Dio e dell’uomo con l’uomo non è più la legge ma una persona che si è data senza riserve per gli altri, Cristo Gesù: “Egli infatti è la nostra pace”: perché “è colui che di due (popoli) ha fatto una cosa sola”, perché la sua logica porta ad eliminare ogni squilibrio, a distruggere ciò che è “muro di separazione”, fonte di “inimicizia”, in una parola ciò che oppone uomo a uomo, popolo a popolo. In Gesù si compie la parola profetica di Geremia (cf. prima lettura), il quale, dopo la denuncia contro i pastori malvagi del suo tempo che hanno condotto il popolo di Dio alla rovina, annuncia che Dio invierà un re giusto per far ripartire la storia dell’alleanza con il suo popolo. Il nome di questo re è “Signore-nostra-giustizia”, cioè nostra salvezza. Gesù Cristo, il buon pastore, mandato come re e salvatore, è la parola divina di pace rivolta a tutti gli uomini, mediatore della nostra pace con Dio, punto d’incontro di noi con Dio e dell’uomo con l’uomo.



Come gli apostoli al ritorno della loro faticosa missione e come la grande folla che seguiva Gesù, anche noi non possiamo fare a meno della “compassione” del Maestro nelle nostre ricerche e nelle nostre fatiche; non possiamo gestire autonomamente i nostri progetti; abbiamo bisogno di riposare in qualcuno che possa dare sicurezza e consistenza al nostro quotidiano impegno, abbiamo bisogno della parola illuminata e illuminante del Signore. Tutti abbiamo bisogno di riposo, di qualche forma di vacanza, di trovare ogni tanto uno spazio di silenzio, ma abbiamo anche grande bisogno di preghiera, di autentico incontro con Dio e con i fratelli per non smarrire il senso profondo della nostra vita, del nostro agire e del nostro sperare. La celebrazione eucaristica domenicale è un momento in cui ci è dato di realizzare questo vero incontro con Dio e con i fratelli. Non sprechiamolo!

domenica 15 luglio 2018

IN GINOCCHIO




Perché il linguaggio corporale possa essere letto dall’uomo contemporaneo, deve avere le radici nel quotidiano. È indispensabile, perciò, riempire di nuova vita i segni ereditati dalla tradizione della Chiesa. È necessario che il presidente che guida una celebrazione con il suo atteggiamento diventi modello, assuma cioè carattere esemplare per l’assemblea.

La prassi liturgica è stata influenzata dagli usi e dai costumi delle culture circostanti. Infatti, mentre la civiltà ellenica ignorava il gesto della genuflessione, la cultura orientale, dominata dal monarca despotico, nel suo cerimoniale includeva il gesto dell’inginocchiarsi, che indicava un rapporto di sottomissione e di schiavitù. Così si trasferiscono a Cristo, Re e Signore dell’universo, i segni di sottomissione e di onore tributati all’imperatore.

Certo è che nella storia dell’ebraismo i gesti che accompagnavano la preghiera sono stati molto vari. Si entrava nel santuario a piedi nudi e purificati e quindi ci si inginocchiava prostrandosi fino a terra per esprimere la propria soggezione (Gen 18,2; 19,1; 24,26-27); a volte poi o si piegavano solo le ginocchia (1Re 8,34) oppure ci si prostrava per terra (Gs 7,6-10).

Era abitudine degli ebrei in esilio pregare in ginocchio, rivolti verso la città di Gerusalemme. “Le finestre della sua stanza [di Daniele] si aprivano verso Gerusalemme e tre volte al giorno si metteva in ginocchio a pregare e lodava il suo Dio, come era solito fare anche prima” (Dn 6,11).

Se per la tradizione – ebraica prima e cristiana poi – la posizione normale della preghiera è lo stare in piedi, è pur vero che essa conosce anche la preghiera in ginocchio o prostrati.

Così si esprime l’adorazione gioiosa. È il senso di stupore (adorazione, da ad os = portare la mano alla bocca in segno di meraviglia) che afferra l’uomo che si trova davanti a Dio e alle sue meraviglie: “Entrate: prostrati, adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti” (Sal 95,6). Questa adorazione coinvolge non solo tutto l’uomo, ma anche tutti gli uomini; è adorazione universale: “Davanti a me si piegherà ogni ginocchio, per me giurerà ogni lingua” (Is 45,23; cf. Rm 14,11); “Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Fil 2,10); “I ventiquattro anziani si prostrano davanti a Colui che siede sul trono e adorano Colui che vive nei secoli dei secoli e gettano le loro corone davanti al trono” (Ap 4,10).


Fonte: Alessandro Amapani, Segni e gesti. Nell’umanità della liturgia tutta l’umanità di Dio, San Paolo 2017, pp. 51-53.

venerdì 13 luglio 2018

DOMENICA XV DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 15 Luglio 2018




Am 7,12-15; Sal 84 (85); Ef 1,3-14; Mc 6,7-13



La prima lettura ci racconta lo scontro del profeta Amos col gran sacerdote del santuario di Betel Amasìa. Le denuncie del profeta contro il culto idolatrico promosso dal re non sono gradite al gran sacerdote, che sta a servizio del santuario stipendiato dal re e, in conseguenza, Amos viene scacciato come disturbatore della pubblica quiete. Egli però ribadisce che profetizza per ordine del Signore che lo ha inviato a parlare al popolo d’Israele. Il profeta quindi parla a nome di Dio ed è responsabile davanti a lui. Il brano evangelico racconta come Gesù manda i Dodici in una prima missione a predicare la conversione. Da parte sua, san Paolo nella seconda lettura afferma che siamo stati “scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati”, perché si realizzi il disegno del Padre di “ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose”. In questo progetto si inserisce anche la missione cristiana. Tutte e tre le letture bibliche quindi ci invitano a riflettere sulla natura della missione. Ecco che ritorna il tema della scorsa domenica, ma sotto angolazione diversa. Là il punto focale era da un lato l’invio di Gesù come profeta per eccellenza e dall’altro l’incomprensione e il rigetto che gli riservano i suoi compatrioti. Nella presente domenica l’argomento è quello della vocazione e missione che Dio affida alla Chiesa per l’attuazione del suo piano di salvezza.



Gesù non vuol fare dei suoi un gruppo chiusi di “puri”, di “illuminati”: li manda in missione in mezzo a tutti. Il piano di Dio infatti è di “ricondurre” tutte le cose al Cristo. La missione è un rischio; gli inviati possono essere anche non accolti e non ascoltati. I missionari non vanno a fare una crociata, ma una proposta. Come tale deve avvenire al di fuori di ogni ricatto. Le istruzioni che Gesù dà ai discepoli inviati in missione sono un invito a porre la loro fiducia non nell’abbondanza dei mezzi materiali, ma in colui che li manda e nel messaggio che essi sono chiamati ad annunciare. Il bagaglio “leggero” dei Dodici in missione fa spontaneamente pensare al bagaglio “pesante” che a volte sopporta la nostra testimonianza. Non dobbiamo dimenticare mai che la missione consiste nel testimoniare davanti al mondo Gesù Cristo mandato dal Padre, morto e risorto, che ha inviato il suo Spirito perché, per mezzo di lui, tutto ritorni al Padre. Il piano di Dio – lo abbiamo già detto –  è di “ricondurre” tutto al Cristo.



Dio ha scelto ciascuno di noi fin dall’eternità e attraverso il battesimo ci ha privilegiati non perché usassimo egoisticamente di questo dono, ma perché diventassimo nel mondo testimoni del suo amore. In casa e al lavoro, per le strade e sulle spiagge, nella gioia e nel dolore, con i vicini, gli amici, i familiari, e anche con chi non ci è amico, siamo chiami a condividere questa nostra speranza. Ciò può comportare, come nel profeta Amos e negli apostoli, incomprensioni e sofferenza.

domenica 8 luglio 2018

RIVALUTARE I SEGNI ED I GESTI





Alessandro Amapani, Segni e gesti. Nell’umanità della liturgia tutta l’umanità di Dio (Grammatica della Liturgia 1), San Paolo, Cinisello Balsamo 2017. 141 pp. € 14,00.

In questi ultimi anni si sono moltiplicate le pubblicazioni sul linguaggio non verbale della liturgia: gesti, silenzi, segni. Il lavoro di Don Amapani, teologo e liturgista pastoralista, rappresenta un valido contributo alla riscoperta della ricchezza insita nei segni e gesti che spesso stancamente e per abitudine si compiono durante la celebrazione liturgica o addirittura si omettono. È giusto chiedere meno verbalismo e maggiore spazio al simbolo.  

Il libro è diviso in 12 capitoli: pregare con il corpo; il segno dell’assemblea; stare in piedi davanti al Signore; in ginocchio: adorazione gioiosa e universale; il bacio: segno di venerazione e di comunione; il battersi il petto; il segno della croce; presentazione dei doni; “l’acqua unita al vino…”; la lavanda delle mani; le mani distese: la grande intercessione; l’imposizione delle mani.

venerdì 6 luglio 2018

DOMENICA XIV DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 8 Luglio 2018






Ez 2,2-5; Sal 122 (123); 2Cor 12,7-10; Mc 6,1-6



La prima lettura ci parla di Ezechiele; essendo membro di una famiglia influente, fu deportato assieme ad altri numerosi compagni di sventura a Babilonia. Qui, nella solitudine dell’esilio sulle rive del fiume Chebàr, Dio gli si manifesta e lo manda a parlare al suo popolo che, nonostante l’elezione divina, è “una razza di ribelli”. Ezechiele è chiamato a denunciare il peccato di Israele come violazione dell’alleanza con Dio, che si radica nel “cuore indurito”. Da qui derivano la resistenza e il rifiuto da parte dei destinatari della sua missione. La difficile missione del profeta Ezechiele tra i suoi connazionali viene proposta come lo sfondo adatto per capire la disastrosa esperienza di Gesù nel proprio paese, di cui ci parla il brano evangelico. A Nazaret, dove ha passato gran parte della sua vita, Gesù al sabato predica nella sinagoga suscitando un certo stupore e incontrando allo stesso tempo un ostile rifiuto. Di fronte a questa reazione, Gesù non trova altra spiegazione se non quella che la sapienza popolare ha condensato nel proverbio: “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. Gesù si predispone a percorrere la sorte dei profeti, che nella tradizione biblica sono contestati e rifiutati da coloro ai quali sono inviati. L’esperienza di san Paolo non è stata molto diversa. Ce ne parla egli stesso nel brano della seconda lettura, in cui ci ricorda le difficoltà di ogni genere incontrate nella sua attività di evangelizzatore: oltraggi, persecuzioni, angosce sofferte per Cristo.



Volendo trarre da questi passaggi un insegnamento valido per tutti noi, possiamo rivolgere la nostra attenzione in modo particolare al racconto evangelico. Uno dei motivi della freddezza dei nazaretani nei confronti di Gesù è il fatto che egli non era stato e non sembrava essere che uno di loro. I concittadini di Gesù si erano costruita un’idea del Messia che non combaciava con quella offerta dal “falegname, il figlio di Maria”. Essi non volevano mettere in discussione i loro schemi mentali. Ecco perché passano rapidamente dallo stupore, allo scandalo e poi alla incredulità. Uno dei motivi per cui la parola di Dio può essere inefficace in noi è la durezza del nostro cuore, l’attaccamento incondizionato ai propri schemi di pensiero, alla propria visione delle cose, al proprio modo di affrontare la vita. Il nostro orgoglio ci impedisce talvolta di metterci in discussione e quindi di accogliere il messaggio salvifico che ci invita a cambiare di condotta. L’antifona al Magnificat dei Secondi Vespri di questa domenica riprende un versetto del vangelo di san Giovanni (1,11) che parla del prezioso dono che viene offerto a coloro che accolgono il Signore: “Gesù venne tra la sua gente, e i suoi non l’accolsero. A chi l’accoglie, dà il potere di diventare figli di Dio”.   

        

Dio vuole che la verità si imponga per sé stessa, non per i condizionamenti esterni. Egli inoltre si propone come un Dio imprevedibile, che si rivela mediante strumenti e nei momenti più impensati. La sua offerta di salvezza non è legata a formule fisse, e se schemi preferiti ci sono, sono quelli umanamente più fragili, perché si manifesti pienamente la sua potenza (cf. seconda lettura).








lunedì 2 luglio 2018

30 ANNI DI SCISMA LEFEBVRIANO E IL DOPPIO GIOCO DELLA CURIA ROMANA








Pubblicato il 3 luglio 2018 nel blog: Come se non




Con una intervista rilasciata al Tagespost il 28 giugno scorso, Bernard Fellay risponde a domande ben formulate intorno ai 30 anni di esperienza dello scisma lefebvriano . Molto opportunamente il testo è stata tradotto e proposto da SettimanaNews (qui). Molte risposte fotografano con molta precisione il livello di lontananza e di ostilità dei lefebvriani  verso il cattolicesimo romano, così come si è sviluppato dal Concilio Vaticano II in poi. Vorrei soffermarmi soltanto su alcune di queste risposte, che risultano singolarmente utile per parlare non tanto dei lefebvriani, quanto dei loro interlocutori nella curia romana e del loro gioco pericoloso e doppio. Riporto una serie di risposte di Fellay, alle quali faccio seguire miei brevi commenti.

1. La messa riformata

Fellay esprima giudizi sulla messa scaturita dalla Riforma liturgica così carichi di pregiudizi e così ingiusti da gridare vendetta al cielo. Ecco un primo brano in cui si esprime sul Concilio Vaticano II e sulla riforma della messa:

“Le riforme che ne sono seguite lo hanno dimostrato più chiaramente del Concilio stesso. Il problema si è fossilizzato sulla nuova messa. A Roma è stato detto all’arcivescovo Lefebvre aut aut: «Lei celebri la nuova messa e tutto è a posto». I nostri argomenti contro la nuova messa non contavano niente. Nel frattempo, il messale di Paolo VI fu composto con la collaborazione di teologi protestanti. Se si viene costretti a celebrare questa messa, allora sorge realmente un problema. E noi siamo stati spinti a farlo.”

E’ evidente che la incomprensione della messa scaturita dalla riforma liturgica porta ad una radicale incomprensione del Concilio e del cammino di ricomprensione del mondo moderno operato dal Concilio stesso. Fellay getta discredito sul Concilio e sulla Riforma Liturgica. Con chi esprime questi giudizi non si comincia neppure a discutere. Si scomunica da sé, per gli argomenti che utilizza.

2. Summorum Pontificum

A proposito della rottura e del ruolo che il card. Ratzinger ebbe nella vicenda, nel 1988 Fellay dice:

“(Ratzinger) Non ha capito quanto profonde erano le ragioni dell’arcivescovo e il disorientamento dei fedeli e dei preti. Molti non ne potevano più degli scandali e dei disagi postconciliari e anche del modo in cui era celebrata la nuova messa. Se il card. Ratzinger ci avesse compreso, non avrebbe agito così. E penso che gli sia dispiaciuto. Perciò da papa ha cercato di riparare ai danni con il motu proprio e di togliere la scomunica. Gli siamo realmente riconoscenti per i suoi tentativi di riconciliazione.”

Anche queste parole, che Fellay carica ovviamente di un tono del tutto particolare, rivelano uno degli equivoci più insidiosi che stanno sotto tutta queste vicenda. Anche solo la possibilità che il testo di Summorum Pontificum sia stato inteso come una sorta di “risarcimento del danno” e di “condizione” per l’accordo appare davvero come una gravissima responsabilità. Da parte dei lefebvriani, per la incomprensione della riforma, e da parte di Benedetto XVI, per la relativizzazione e la banalizzazione della riforma stessa. Dopo 30 anni da quello scisma non ci sono ragioni per mantenere ancora un parallelismo tra forme diverse e contraddittorie dello stesso rito, che non sono fondate né teologicamente, né giuridicamente, né liturgicamente.

3. Le condizioni chieste da Roma per l’accordo

Ma forse il testo più sorprendente e preoccupante è quello che Fellay dedica alle richieste romane per arrivare a un accordo. Ecco le sue parole:

“Noi dobbiamo mettere in questione certi punti del Concilio. I nostri interlocutori a Roma ci hanno detto: i punti principali – libertà di coscienza, ecumenismo, nuova messa – sono problemi aperti. Si tratta di un progresso incredibile. Finora si diceva: dovete obbedire. Ora i collaboratori della Curia dicono: dovreste aprire un seminario a Roma, una università per la difesa della tradizione. Non è più tutto bianco e nero.”

E’ inevitabile che Fellay dimostri un certo entusiasmo: se Roma, senza alcuna responsabilità, facesse anche solo lontanamente pensare che libertà di coscienza, ecumenismo e nuova messa possano essere “variabili non necessarie” della identità cattolica, è chiaro che per i lefebvriani sarebbe un vero trionfo. Non farebbero alcuna fatica a riconciliarsi con una Roma divenuta, improvvisamente e improvvidamente, lefebvriana. Ma chi può avere detto a Fellay quelle parole irresponsabili, se non qualche membro della Commissione Ecclesia Dei? E non sarà il caso si sottoporre questi ufficiali ad una verifica, almeno rispetto alla tradizione cattolica così come il Concilio Vaticano II l’ha disegnata? Non sarà forse che i membri di quella commissione, a furia di celebrare con il rito antico, si siano scoperti più innamorati del Concilio di Trento che del Concilio Vaticano II? Chi attribuisce al successore di Lefebvre il ruolo di “difensore della tradizione”  manifesta di essere del tutto disorientato sulla storia degli ultimi 5o anni e di non avere il  minimo senso della tradizione che cammina e che si risana.

Non lasceremo a monsignorini romani senza vera cultura ecclesiale e analfabeti di liturgia e di teologia conciliare la facoltà di svendere la riforma liturgica, l’ecumenismo e la libertà di coscienza per un piatto di lenticchie. Su questo punto Roma non può che essere rigorosamente intransigente. Per restare aperta allo Spirito Santo. E isolare definitivamente tutti coloro che vogliono ridurre la Chiesa ad un museo. E tuttavia, se dovessi considerare attentamente il tavolo delle trattative con Fellay, non saprei francamente da quale parte del tavolo dovrei guardare con maggiore preoccupazione.

domenica 1 luglio 2018

LA BENEDIZIONE DELLE COPPIE DI FATTO È DAVVERO PROIBITA?



Ci chiediamo: si possono benedire le cosiddette “coppie di fatto”? La risposta secca, se la domanda fosse formulata all’interno di un quiz televisivo, sarebbe certamente: no. Com’è noto, in documenti recenti – compreso il testo dell’Esortazione apostolica Sacramentum caritatis (22.02.2007), n. 29 – si afferma esplicitamente il divieto di “benedizione delle coppie di fatto”. Qui la norma pastorale appare giustificata da un comprensibile effetto di “confusione” e di “sovrapposizione” tra sacramento del matrimonio e altre condizioni di vita familiare non riconducibili immediatamente alla logica sacramentale. Fin qui non pare esservi problema. Ma se guardiamo alla “benedizione” nella sua verità di atto non sacramentale ma liturgico, come riconoscimento ecclesiale della presenza del bene, ecco che non possiamo non notare una pericolosa confusione in cui rischiamo di cadere. Se inavvertitamente noi appiattissimo tutta l’attività ecclesiale sulla sua più alta ufficialità, finiremo per perdere ogni possibilità di annunciare il Vangelo non solo al centro, ma anche al margine e alla periferia dell’ecclesia. La benedizione, di per sé, ha proprio la funzione di “parlare anche alle periferie”, non pretende nulla da colui che la richiede e tutto riconosce come scintilla del bene. Riconosce il bene dei cieli per la pioggia, delle stalle per il latte, dei campi per le messi. Poter “benedire i conviventi” non è solo un errore rispetto alle nozze, ma è anche una risorsa per parlare anche a chi non si sposa ecclesialmente. Per poter riconoscere questa possibilità bisogna, tuttavia, uscire da mentalità massimaliste, per le quali vale solo il bene massimo e pieno, mentre porzioni di bene, anche minime, vengono trascurate. Ciò deriva dalla riduzione della Chiesa ad agenzia etica e dalla lenta trasformazione del prete in pubblico ufficiale. È il “bene possibile” di cui parla, finalmente di nuovo, Amoris laetitia (09.03.2016), n.308: la Chiesa è anche sempre “comunità di sequela accogliente” e il prete non è solo re, ma anche sacerdote e profeta. Le coppie di fatto non possono essere benedette con la benedizione degli sposi, certo: questo resta vero e inaggirabile; ma una benedizione può riconoscere quel poco o quel tanto di bene che – come coppie – esse realizzano nella loro vita, in quella dei loro figli, dei loro vicini, dei loro parenti. Se non sarà il parroco o il vescovo a benedire “anche” i conviventi – ossia a riconoscere quel tanto o poco di bene che essi comunque realizzano, sia pure parzialmente, lavorando uno per l’altro, amandosi teneramente, educando i figli nella verità, ospitando il povero o consolando l’afflitto – da chi altro potremo no dico pretenderlo, ma almeno sperarlo?



Fonte: Andrea Grillo, Tempo graziato. La liturgia come festa, Messaggero, Padova 2018, pp. 104-106