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lunedì 9 aprile 2018

IL CULTO GRADITO A DIO






104. Potremmo pensare che diamo gloria a Dio solo con il culto e la preghiera, o unicamente osservando alcune norme etiche – è vero che il primato spetta alla relazione con Dio –, e dimentichiamo che il criterio per valutare la nostra vita è anzitutto ciò che abbiamo fatto agli altri. La preghiera è preziosa se alimenta una donazione quotidiana d’amore. Il nostro culto è gradito a Dio quando vi portiamo i propositi di vivere con generosità e quando lasciamo che il dono di Dio che in esso riceviamo si manifesti nella dedizione ai fratelli.


(Esortazione apostolica Gaudete et exsultate di papa Francesco sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo)

giovedì 1 marzo 2018

LETTERA "PLACUIT DEO"


Della Lettera della Congregazione per la Dottrina della fede: “Placuit Deo” su alcuni aspetti della salvezza cristiana (firmata il 22 febbraio 2018, festa della Cattedra di san Pietro), proponiamo i nn. 13 e 14 che illustrano il ruolo che può avere la liturgia nel conservare il vero sensus fidei nelle attuali circostanze culturali (omettiamo le note). 

13. Sia la visione individualistica sia quella meramente interiore della salvezza contraddicono anche l’economia sacramentale tramite la quale Dio ha voluto salvare la persona umana. La partecipazione, nella Chiesa, al nuovo ordine di rapporti inaugurati da Gesù avviene tramite i sacramenti, tra i quali il Battesimo è la porta, e l’Eucaristia la sorgente e il culmine. Si vede così, da una parte, l’inconsistenza delle pretese di auto-salvezza, che contano sulle sole forze umane. La fede confessa, al contrario, che siamo salvati tramite il Battesimo, il quale ci imprime il carattere indelebile dell’appartenenza a Cristo e alla Chiesa, da cui deriva la trasformazione del nostro modo concreto di vivere i rapporti con Dio, con gli uomini e con il creato (cf. Mt 28,19). Così, purificati dal peccato originale e da ogni peccato, siamo chiamati ad una nuova esistenza conforme a Cristo (cf. Rom 6,4). Con la grazia dei sette sacramenti, i credenti continuamente crescono e si rigenerano, soprattutto quando il cammino si fa più faticoso e non mancano le cadute. Quando essi, peccando, abbandonano il loro amore per Cristo, possono essere reintrodotti, mediante il sacramento della Penitenza, all’ordine di rapporti inaugurato da Gesù, per camminare come ha camminato Lui (cf. 1 Gv 2,6). In questo modo guardiamo con speranza l’ultimo giudizio, in cui ogni persona sarà giudicata sulla concretezza del suo amore (cf. Rom 13,8-10), specialmente verso i più deboli (cf. Mt 25,31-46).
14. L’economia salvifica sacramentale si oppone anche alle tendenze che propongono una salvezza meramente interiore. Lo gnosticismo, infatti, si associa ad uno sguardo negativo sull’ordine creaturale, compreso come limitazione della libertà assoluta dello spirito umano. Di conseguenza, la salvezza è vista come liberazione dal corpo e dalle relazioni concrete in cui vive la persona. In quanto siamo salvati, invece, «per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo» (Eb 10,10; cf. Col 1,22), la vera salvezza, lungi dall’essere liberazione dal corpo, include anche la sua santificazione (cf. Rom 12,1). Il corpo umano è stato modellato da Dio, il quale ha inscritto in esso un linguaggio che invita la persona umana a riconoscere i doni del Creatore e a vivere in comunione con i fratelli. Il Salvatore ha ristabilito e rinnovato, con la sua Incarnazione e il suo mistero pasquale, questo linguaggio originario e ce lo ha comunicato nell’economia corporale dei sacramenti. Grazie ai sacramenti i cristiani possono vivere in fedeltà alla carne di Cristo e, in conseguenza, in fedeltà all’ordine concreto di rapporti che Egli ci ha donato. Quest’ordine di rapporti richiede, in modo particolare, la cura dell’umanità sofferente di tutti gli uomini, tramite le opere di misericordia corporali e spirituali.


giovedì 24 agosto 2017

PAPA FRANCESCO "LA RIFORMA LITURGICA E' IRREVERSIBILE"



Udienza ai partecipanti alla 68esima Settimana Liturgica Nazionale, per i 70 anni della fondazione del CAL: «C'è da lavorare nella direzione del Concilio superando letture infondate e superficiali, ricezioni parziali e prassi che la sfigurano». «La Chiesa è viva se non insegue poteri mondani»


Di SALVATORE CERNUZIO

«La riforma liturgica è irreversibile». Con sicurezza e con «l’autorità magisteriale» frutto del cammino sgorgato dal momento storico che fu il Vaticano II, Papa Francesco lo afferma nel suo discorso ai partecipanti alla 68esima Settimana Liturgica Nazionale, riuniti a Roma nella ricorrenza dei 70 anni di fondazione del Centro di Azione Liturgica

Concilio e riforma «sono due eventi direttamente legati», «non fioriti improvvisamente ma a lungo preparati», sottolinea il Papa rammentando tutte le tappe, «sostanziali e non superficiali», ripercorse in questo arco di tempo nella storia della Chiesa. A partire dalle risposte date dai suoi predecessori «ai disagi percepiti nella preghiera ecclesiale» che diedero vita al cosiddetto «movimento liturgico». «Quando si avverte un bisogno, anche se non è immediata la soluzione, c’è la necessità di mettersi in moto», dice Bergoglio.  

Ecco allora che san Pio X «dispose un riordino della musica sacra e il ripristino celebrativo della domenica, ed istituì una commissione per la riforma generale della liturgia». E Pio XII abbracciò il progetto riformatore con l’enciclica Mediator Dei, prendendo anche «decisioni concrete circa la versione del Salterio, l’attenuazione del digiuno eucaristico, l’uso della lingua viva nel Rituale, l’importante riforma della Veglia Pasquale e della Settimana Santa».  

Poi arrivò la Sacrosanctum Concilium, «buon frutto dall’albero della Chiesa» le cui linee di riforma generale «rispondevano a bisogni reali e alla concreta speranza di un rinnovamento: si desiderava una liturgia viva per una Chiesa tutta vivificata dai misteri celebrati».   

Si trattava, sottolinea Francesco richiamando le parole di Paolo VI nello spiegare i primi passi della riforma annunciata, «di esprimere in maniera rinnovata la perenne vitalità della Chiesa in preghiera, avendo premura “affinché i fedeli non assistano come estranei e muti spettatori a questo mistero di fede, ma, comprendendolo bene per mezzo dei riti e delle preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente, attivamente”».  

Proprio nei libri liturgici promulgati dal Beato Montini trovò forma la direzione tracciata dal Concilio, «secondo il principio del rispetto della sana tradizione e del legittimo progresso», che fu ben accolta dagli stessi vescovi presenti all’assise e ormai da quasi 50 anni «universalmente in uso» nel Rito Romano. Tuttavia, osserva il Pontefice, «l’applicazione pratica è ancora in atto», poiché «non basta riformare i libri liturgici per rinnovare la mentalità».  

Il processo innestato dai libri riformati dai decreti conciliare richiede ancora «tempo, ricezione fedele, obbedienza pratica, sapiente attuazione celebrativa da parte, prima, dei ministri ordinati, ma anche degli altri ministri, dei cantori e di tutti coloro che partecipano alla liturgia», spiega Francesco. «L’educazione liturgica di Pastori e fedeli» è dunque una «sfida» da affrontare «sempre di nuovo».  

Il lavoro è tanto: bisogna riscoprire «i motivi delle decisioni compiute con la riforma liturgica, superando letture infondate e superficiali, ricezioni parziali e prassi che la sfigurano», afferma il Papa. «Non si tratta - aggiunge - di ripensare la riforma rivedendone le scelte, quanto di conoscerne meglio le ragioni sottese, anche tramite la documentazione storica, come di interiorizzarne i principi ispiratori e di osservare la disciplina che la regola». Perché «la riforma liturgica è irreversibile».   

Papa Francesco si sofferma quindi sul tema che ha animato i lavori del CAL, “Una Liturgia viva per una Chiesa viva”«La liturgia è “viva”», evidenzia Bergoglio, in ragione della «presenza reale del mistero di Cristo». Senza quella «non vi è nessuna vitalità liturgica». «Come senza battito cardiaco non c’è vita umana, così senza il cuore pulsante di Cristo non esiste azione liturgica».  

Tra i segni visibili di questo invisibile Mistero vi è «l’altare», segno «di Cristo pietra viva», sottolinea il Pontefice. Perciò «l’altare, centro verso cui nelle nostre chiese converge l’attenzione, viene dedicato, unto con il crisma, incensato, baciato, venerato: verso l’altare si orienta lo sguardo degli oranti, sacerdote e fedeli, convocati per la santa assemblea intorno ad esso; sopra l’altare viene posta l’offerta della Chiesa che lo Spirito consacra sacramento del sacrificio di Cristo». 

La liturgia, inoltre, aggiunge Papa Francesco, «è vita per l’intero popolo della Chiesa» perché per sua stessa natura essa è «popolare e non clericale». È, cioè, «un’azione per il popolo, ma anche del popolo», «l’azione che Dio stesso compie in favore del suo popolo, ma anche l’azione del popolo che ascolta Dio che parla e reagisce lodandolo, invocandolo, accogliendo l’inesauribile sorgente di vita e di misericordia che fluisce dai santi segni».  

Questa Chiesa orante «raccoglie tutti coloro che hanno il cuore in ascolto del Vangelo, senza scartare nessuno». Sono convocati «piccoli e grandi, ricchi e poveri, fanciulli e anziani, sani e malati, giusti e peccatori», e non vi è alcun ostacolo di «età, razza, lingua e nazione». «La portata “popolare” della liturgia ci ricorda che essa è inclusiva e non esclusiva, fautrice di comunione con tutti senza tuttavia omologare, poiché chiama ciascuno, con la sua vocazione e originalità, a contribuire nell’edificare il corpo di Cristo», annota il Papa. «L’Eucaristia non è un sacramento “per me”, è il sacramento di molti che formano un solo corpo, il santo popolo fedele di Dio». Non va dimenticata, allora, la «pietas» di tutto il popolo di Dio espressa nella liturgia che si prolunga in «pii esercizi e devozioni» che - raccomanda il Papa - bisogna «valorizzare e incoraggiare in armonia con la liturgia». 

Non va dimenticato anche che «la liturgia è vita e non un’idea da capire»: essa «porta a vivere un’esperienza iniziatica, ossia trasformativa del modo di pensare e di comportarsi, e non ad arricchire il proprio bagaglio di idee su Dio». Le «riflessioni spirituali» sono perciò ben altra cosa: «C’è una bella differenza tra dire che esiste Dio e sentire che Dio ci ama, così come siamo, adesso e qui. Nella preghiera liturgica sperimentiamo la comunione significata non da un pensiero astratto ma da un’azione che ha per agenti Dio e noi, Cristo e la Chiesa», chiarisce Bergoglio.  

Riti e preghiere diventano pertanto «una scuola di vita cristiana» «per quello che sono e non per le spiegazioni che ne diamo». «La Chiesa - aggiunge Papa Francesco - è davvero viva se, formando un solo essere vivente con Cristo, è portatrice di vita, è materna, è missionaria, esce incontro al prossimo, sollecita di servire senza inseguire poteri mondani che la rendono sterile».  

Il Vescovo di Roma allarga infine lo sguardo e rimarca che «la ricchezza della Chiesa in preghiera in quanto “cattolica” va oltre il Rito Romano, che, pur essendo il più esteso, non è il solo». «L’armonia delle tradizioni rituali, d’Oriente e d’Occidente, per il soffio del medesimo Spirito dà voce all’unica Chiesa orante per Cristo, con Cristo e in Cristo, a gloria del Padre e per la salvezza del mondo».  

Di qui un incoraggiamento ai responsabili del Centro di Azione Liturgica a proseguire il proprio lavoro di «servire la preghiera del popolo santo di Dio» tenendo fede all’ispirazione originale, insieme al mandato di «aiutare i ministri ordinati, come gli altri ministri, i cantori, gli artisti, i musicisti, a cooperare affinché la liturgia sia “fonte e culmine della vitalità della Chiesa”»


Fonte: http://www.lastampa.it/2017/08/24/vaticaninsider/ita/vaticano/ilpapala-riforma-liturgica-irreversibile-5fhcOykrmwpUmpz2u5bt2L/pagina.html

Il testo del discorso sull'Osservatore Romano: 
http://www.osservatoreromano.va/vaticanresources/pdf/QUO_2017_193_2508.pdf

lunedì 29 agosto 2016

Le temps est-il supérieur à l’espace ?


 

 

di Ghislain Lafont

Pubblicato il 28 agosto 2016 nel blog: Des moines et des hommes

 

Dans la dernière partie de Evangelii Gaudium, spécifiquement dans un ensemble de paragraphes consacrés à la paix (217-237), le pape François a proposé quatre principes dont la mise en œuvre constituerait un « authentique chemin vers la paix dans chaque nation et dans le monde entier ».

 

Les mots utilisés sont extrêmement généraux : temps/espace, unité/conflit, réalité/idée, tout/partie, le premier terme de chaque binôme étant proclamé supérieur au second. Il faudrait donc garder le regard fixé sur les quatre premiers termes, temps, unité, réalité, tout, et veiller à leur subordonner les seconds.

 

Il n’y a pas besoin d’être grand clerc dans l’histoire de la pensée humaine pour reconnaître que ces mots, avec quelques autres semblables, existent depuis toujours dans l’esprit des hommes en quête de compréhension et de direction pour la conduite de leur existence éprouvée et éphémère. Ici comme souvent, ces mots se présentent en couples qui sont et demeurent antagonistes : on ne peut pas supprimer un de leurs termes au profit de l’autre, ni identifier l’un à l’autre, ce qui serait effacer les deux. Il faut donc jouer avec l’identité et la différence. Toutes les sagesses jonglent ainsi avec ces notions, les organisent, les utilisent afin d’aider à un parcours plutôt heureux de la vie.

 

C’est ainsi que les principes proposé par François ont évoqué en moi les deux grands présocratiques : Parménide, Héraclite. Le premier et le troisième [« le temps est supérieur à l’espace » ; « la réalité est supérieure à l’idée »] nous rangent du côté d’Héraclite : dans la réalité, notre expérience est bien que « tout coule » et qu’ « on ne se baigne jamais dans le même fleuve ». Il est d’autre part sûr que, si déliées soient-elles, nos idées et nos paroles (nos logoi) n’épuisent pas le réel qu’elles scrutent. Etrangement, avec le second principe [« l’unité prévaut sur le conflit »] et le quatrième [« le tout est supérieur à la partie »], Héraclite recule, lui pour qui « au commencement était la guerre » et Parménide se réinstalle dans une paix et une globalité depuis toujours inébranlables, lui qui rejette décidément l’idée même d’un devenir comme aussi celle de la précarité d’un logos.

 

Ce rapprochement spontané des principes de François avec ceux des grands présocratiques donnent à penser qu’il n’y a rien en eux de définitif, d’autant moins qu’ils sont en position dialectique. Il faut donc les prendre comme des suggestions intellectuellement fondées et pratiquement utiles pour le discernement aujourd’hui des situations et les prises de décision constructives. Finalement, dans leur « magistère », les évêques et les papes ont toujours agi ainsi.

 

Cela dit, l’originalité du pape François me semble se situer du côté « héraclitéen » de ses propositions. Pour des raisons qu’il serait trop long de présenter à nouveau ici et qui tiennent à des conjonctures de civilisation, la pensée chrétienne s’est volontiers développée à l’enseigne de l’éternel, de l’identique, du raisonnable, de ce qui, au nom de la réalité immuable de Dieu et du caractère terminal de la Résurrection du Christ, ne change pas ou ne change plus.

 

Or le mot espace est symbolique de cette identité. Il connote l’étendue, la consistance, la cohérence, la permanence, le solide et il suggère, pour ce qui est au-delà (le métaphysique), la même qualité, celle que semblent dire le mot être et celui, corrélatif, de perfection.

 

En commençant ses principes avec la supériorité du temps, François met en avant une autre symbolique : celle des successions, des aventures, des ruptures et des recompositions, de la mort et de la vie, de la durée souvent répétitive certes, mais toujours à nouveau traversée d’un inattendu qui change tout. Il illustre lui-même ses propositions avec l’image du polyèdre qu’il oppose à celui (parménidien s’il en fût !) du cercle : le polyèdre dit des éléments divers qui, gardant leur originalité, confluent ; qui s’articulent sans s’annuler. L’image, présentée en EG 236, semble pertinente au Pape puisqu’il la reprend, de concert avec le rappel du premier principe proposé de la supériorité du temps (AL 3-4), pour caractériser l’ensemble du Synode sur la famille.

 

A ce point, je voudrais faire deux réflexions. La première est que l’Ecriture sainte est construite sur le temps avant de considérer l’espace.

 

Lorsque les scribes ont rassemblé en un volume l’ensemble des textes dont ils disposaient, ils ont écrit : « au commencement » (Gen. 1, 1), et le dernier des prophètes édités fait entrevoir la fin : « le jour du Seigneur, grand et redoutable » (Mal. 3,23). Ensuite seulement, ils ont publié les écrits de sagesse. Le Nouveau Testament n’a pas modifié l’ordre, lui qui se termine avec la prière « Viens Seigneur Jésus ». En d’autres termes, les auteurs de la Bible ont subordonné la sagesse à la prophétie. La théologie n’a-t-elle pas eu tendance à faire l’inverse ? Même si elle a eu ses raisons de le faire, on pourrait se réjouir d’avoir aujourd’hui à restituer l’ordre primitif, – ce qui ne veut pas dire gommer la sagesse, mais la situer à l’intérieur de la prophétie et non au-dessus.

 

La seconde réflexion est que le Pape François n’a pas fait que proposer ces principes. En tête de la vie et de la réflexion de l’Eglise, il a invité à mettre la miséricorde, c’est-à-dire la figure de Dieu comme Amour en excès. Il l’a fait dans une prise de conscience sans concession des périls encourus par le monde et des causes de la dramatique situation présente.

 

Il a proposé (et signifié par des actes symboliques) une vision synodale de l’Eglise comme pyramide renversée dont la pointe est en dessous, – position qui donne à cette dernière toute sa fécondité. Il a indiqué la dynamique d’écoute, d’échanges, de recherches, de discernement à tous les niveaux qui doit permettre à l’Eglise de dire et de faire une parole efficace et crédible. Tout cela, me semble-t-il, doit être accueilli avec bienveillance et jugé à l’aune non pas des acquis d’hier, mais d’une cohérence profonde avec l’intention innovante du Concile Vatican II, qui attendait peut-être ce genre de message  pour développer ses potentialités dans l’Eglise certes, mais aussi pour le monde des hommes qui les attend sans le savoir.

 

 

Fonte: Blog Munera di Andrea Grillo

venerdì 15 aprile 2016

ALLA SCOPERTA DI "AMORIS LAETITIA": COME CAMBIA LA PASTORALE E IL DIRITTO CANONICO

di ANDREA GRILLO

Una singolare ed efficace intuizione teologica alimenta la impostazione di AL: attraverso una accurata riflessione sulla delicatezza del rapporto tra “legge generale” e “caso particolare”, si riscopre la centralità del “discernimento”, che richiede l’arte…


http://www.cittadellaeditrice.com/munera/alla-scoperta-di-amoris-laetitia-2-come-cambia-la-pastorale-e-il-diritto-canonico/

venerdì 8 aprile 2016

LA MERAVIGLIOSA COMPLICATEZZA DEL BENE POSSIBILE E LA "DOLCE LUNGHEZZA" DI AMORIS LAETITIA

di ANDREA GRILLO

Nella Esortazione Apostolica “Amoris Laetitia” leggiamo l’inizio autorevole di uno sguardo diverso sulle forme dell’amore umano. La “dolce lunghezza” di un documento che apre un’epoca nuova, alla luce della Parola di Dio e della... altro »

“AMORIS LAETITIA”. UNA PRIMA REAZIONE


 
Questo post non è propriamente un commento all’Esortazione Amoris laetitia. E’ una prima e breve reazione dopo aver ascoltato gli interventi nella Sala Stampa della Santa Sede in cui è stato presentata l’Esortazione oggi dalle ore 11.30 alle ore 13.00. Ho apprezzato  soprattutto il lungo intervento del card. Christoph Schönborn.

L’Esortazione AL è giustamente chiamata postsinodale perché è in continuità di stile e di contenuto con il Sinodo sulla famiglia nelle sue due tappe celebrate negli anni  2014 e 2015. La Relatio finalis del Sinodo è citata ben 84 volte.

Tra i punti salienti del documento, cito: lo sguardo positivo sulla famiglia; la sollecitudine per le diverse situazioni in cui essa si trova; il grande rilievo dato alla preparazione al matrimonio; il valore che può rappresentare in certi casi il matrimonio civile come inizio di un cammino verso il matrimonio sacramentale; il principio della gradualità nell’accompagnamento delle famiglie in difficoltà…

Catalogare le famiglie in “regolari” e “irregolari” è uno schema troppo semplice che non fa giustizia alle numerose e diverse situazioni. Il Papa parla di tutte le diverse situazioni senza catalogarle. Ciò non impedisce di presentare l’ideale cristiano di famiglia in tutto il suo splendore.

Il principio pastorale di discernere e accompagnare, presente già nei documenti sinodali, non vale solo per i matrimoni e famiglie così detti irregolari, ma va applicato a tutte le  famiglie perché tutte sono in cammino verso più alti traguardi.

Bisogna fare un doveroso atto di autocritica. Non di rado si è presentato un ideale di matrimonio e di famiglia troppo astratto, che ha contribuito a creare le situazioni che oggi lamentiamo. Bisognerebbe invece saper esporre le ragioni e le motivazione che fanno amare il matrimonio e la famiglia cristiana.

Seguendo le orme del Sinodo, AL dà somma importanza alla formazione al matrimonio, da continuare magari anche dopo la celebrazione del sacramento.

Nella pastorale famigliare bisogna evitare i due estremi del rigorismo e del lassismo. Occorre invece formare la coscienza, non sostituirla. Avere più fiducia nella coscienza dei fedeli.

Una delle chiavi di lettura del documento è l’importanza data al discernimento personale, necessario per attuare poi in seguito un discernimento pastorale.

Il cap. 4 di AL è un bellissimo inno all’amore nel matrimonio, in cui il Papa fa un commento al cosiddetto inno alla carità di san Paolo (1 Cor 13,4-7). E' un capitolo che possiamo chiamare originale in rapporto ai documenti sinodali.

Il cap. 8 di AL parla delle ferite dell’amore in seno al matrimonio e alla famiglia. Il titolo del capitolo indica in poche parole la terapia pastorale da seguire: “accompagnare, discernere e integrare la fragilità”. Per quanto riguarda i divorziati risposati civilmente, è fondamentale quanto si afferma al n. 300. La varietà delle situazioni concrete sono tante… E’ comprensibile quindi che non si debba aspettare da AL una nuova normativa generale di tipo canonico. Il documento ripete praticamente quanto affermava la Relatio finalis del Sinodo nei numeri 84, 85 e 86. Si tratta di accompagnare, discernere e integrare. La domanda che molti si faranno è se l’integrazione può arrivare in certi casi all’ammissione dei divorziati risposati alla comunione eucaristica. Al riguardo occorre leggere attentamente quanto si dice sulle “norme e il discernimento” al n. 305, nota 351: “In certi casi [l’aiuto della Chiesa] potrebbe  essere anche l’aiuto dei sacramenti…”