La liturgia è “l’esercizio della funzione (munus) sacerdotale di Cristo” (SC 7); è anche opera della Chiesa, in cui “ciascuno, svolge il proprio ufficio (munus)” (SC 28). I pastori “esercitano in essa la funzione (munus) di dispensatori dei misteri di Dio” (SC 19). Partecipando alla liturgia il Signore “fa di noi stessi un’offerta (munus) eterna a lui” (SC 12). “Munus” può esprimere bene il mistero liturgico nella sua globalità.
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lunedì 9 aprile 2018
giovedì 1 marzo 2018
LETTERA "PLACUIT DEO"
Della Lettera della Congregazione
per la Dottrina della fede: “Placuit Deo”
su alcuni aspetti della salvezza cristiana (firmata il 22 febbraio 2018, festa
della Cattedra di san Pietro), proponiamo i nn. 13 e 14 che illustrano il ruolo
che può avere la liturgia nel conservare il vero sensus fidei nelle attuali circostanze culturali (omettiamo le note).
13. Sia la visione individualistica
sia quella meramente interiore della salvezza contraddicono anche l’economia
sacramentale tramite la quale Dio ha voluto salvare la persona umana. La
partecipazione, nella Chiesa, al nuovo ordine di rapporti inaugurati da Gesù
avviene tramite i sacramenti, tra i quali il Battesimo è la porta, e
l’Eucaristia la sorgente e il culmine. Si vede così, da una parte,
l’inconsistenza delle pretese di auto-salvezza, che contano sulle sole forze
umane. La fede confessa, al contrario, che siamo salvati tramite il Battesimo,
il quale ci imprime il carattere indelebile dell’appartenenza a Cristo e alla
Chiesa, da cui deriva la trasformazione del nostro modo concreto di vivere i
rapporti con Dio, con gli uomini e con il creato (cf. Mt 28,19). Così, purificati
dal peccato originale e da ogni peccato, siamo chiamati ad una nuova esistenza
conforme a Cristo (cf. Rom 6,4). Con la grazia dei sette sacramenti, i credenti
continuamente crescono e si rigenerano, soprattutto quando il cammino si fa più
faticoso e non mancano le cadute. Quando essi, peccando, abbandonano il loro
amore per Cristo, possono essere reintrodotti, mediante il sacramento della
Penitenza, all’ordine di rapporti inaugurato da Gesù, per camminare come ha
camminato Lui (cf. 1 Gv 2,6). In questo modo guardiamo con speranza l’ultimo
giudizio, in cui ogni persona sarà giudicata sulla concretezza del suo amore
(cf. Rom 13,8-10), specialmente verso i più deboli (cf. Mt 25,31-46).
14. L’economia salvifica
sacramentale si oppone anche alle tendenze che propongono una salvezza
meramente interiore. Lo gnosticismo, infatti, si associa ad uno sguardo
negativo sull’ordine creaturale, compreso come limitazione della libertà
assoluta dello spirito umano. Di conseguenza, la salvezza è vista come
liberazione dal corpo e dalle relazioni concrete in cui vive la persona. In
quanto siamo salvati, invece, «per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo»
(Eb 10,10; cf. Col 1,22), la vera salvezza, lungi dall’essere liberazione dal
corpo, include anche la sua santificazione (cf. Rom 12,1). Il corpo umano è
stato modellato da Dio, il quale ha inscritto in esso un linguaggio che invita
la persona umana a riconoscere i doni del Creatore e a vivere in comunione con
i fratelli. Il Salvatore ha ristabilito e rinnovato, con la sua Incarnazione e
il suo mistero pasquale, questo linguaggio originario e ce lo ha comunicato
nell’economia corporale dei sacramenti. Grazie ai sacramenti i cristiani
possono vivere in fedeltà alla carne di Cristo e, in conseguenza, in fedeltà
all’ordine concreto di rapporti che Egli ci ha donato. Quest’ordine di rapporti
richiede, in modo particolare, la cura dell’umanità sofferente di tutti gli
uomini, tramite le opere di misericordia corporali e spirituali.
giovedì 24 agosto 2017
PAPA FRANCESCO "LA RIFORMA LITURGICA E' IRREVERSIBILE"
Udienza ai partecipanti alla 68esima Settimana Liturgica Nazionale, per i 70 anni della fondazione del CAL: «C'è da lavorare nella direzione del Concilio superando letture infondate e superficiali, ricezioni parziali e prassi che la sfigurano». «La Chiesa è viva se non insegue poteri mondani»
Di SALVATORE CERNUZIO
«La riforma liturgica è
irreversibile». Con sicurezza e con «l’autorità magisteriale» frutto del cammino
sgorgato dal momento storico che fu il Vaticano II, Papa Francesco lo afferma
nel suo discorso ai partecipanti alla 68esima
Settimana Liturgica Nazionale, riuniti a Roma nella ricorrenza dei
70 anni di fondazione del Centro di Azione Liturgica.
Concilio e riforma «sono
due eventi direttamente legati», «non fioriti improvvisamente ma a lungo
preparati», sottolinea il Papa rammentando tutte le tappe, «sostanziali e
non superficiali», ripercorse in questo arco di tempo nella storia della
Chiesa. A partire dalle risposte date dai suoi predecessori
«ai disagi percepiti nella preghiera ecclesiale» che diedero
vita al cosiddetto «movimento liturgico». «Quando si avverte un bisogno, anche
se non è immediata la soluzione, c’è la necessità di mettersi in moto», dice
Bergoglio.
Ecco allora che san
Pio X «dispose un riordino della musica sacra e il ripristino
celebrativo della domenica, ed istituì una commissione per la riforma generale
della liturgia». E Pio XII abbracciò
il progetto riformatore con l’enciclica Mediator
Dei, prendendo anche «decisioni concrete circa la versione del
Salterio, l’attenuazione del digiuno eucaristico, l’uso della lingua viva nel
Rituale, l’importante riforma della Veglia Pasquale e della Settimana
Santa».
Poi arrivò la Sacrosanctum
Concilium, «buon frutto dall’albero della Chiesa» le cui linee
di riforma generale «rispondevano a bisogni reali e
alla concreta speranza di un rinnovamento: si desiderava una liturgia viva per
una Chiesa tutta vivificata dai misteri celebrati».
Si trattava, sottolinea Francesco richiamando
le parole di Paolo VI nello spiegare i primi passi della riforma annunciata,
«di esprimere in maniera rinnovata la perenne vitalità
della Chiesa in preghiera, avendo premura “affinché i fedeli non assistano come
estranei e muti spettatori a questo mistero di fede, ma,
comprendendolo bene per mezzo dei riti e delle preghiere, partecipino
all’azione sacra consapevolmente, piamente, attivamente”».
Proprio nei libri liturgici promulgati dal
Beato Montini trovò forma la direzione tracciata dal Concilio, «secondo il
principio del rispetto della sana tradizione e del legittimo progresso», che fu
ben accolta dagli stessi vescovi presenti all’assise e ormai da quasi 50 anni
«universalmente in uso» nel Rito Romano. Tuttavia, osserva il Pontefice, «l’applicazione pratica è ancora in atto», poiché «non basta
riformare i libri liturgici per rinnovare la mentalità».
Il processo innestato dai
libri riformati dai decreti conciliare richiede ancora «tempo, ricezione
fedele, obbedienza pratica, sapiente attuazione celebrativa da parte, prima,
dei ministri ordinati, ma anche degli altri ministri, dei cantori e di tutti
coloro che partecipano alla liturgia», spiega Francesco.
«L’educazione liturgica di Pastori e fedeli» è dunque una «sfida» da affrontare
«sempre di nuovo».
Il lavoro è tanto: bisogna riscoprire «i motivi delle decisioni compiute con la riforma
liturgica, superando letture infondate e superficiali, ricezioni parziali e
prassi che la sfigurano», afferma il Papa. «Non si tratta - aggiunge
- di ripensare la riforma rivedendone le scelte, quanto di conoscerne meglio le
ragioni sottese, anche tramite la documentazione storica, come di
interiorizzarne i principi ispiratori e di osservare la disciplina che la
regola». Perché «la riforma liturgica è
irreversibile».
Papa Francesco si sofferma quindi sul tema
che ha animato i lavori del CAL, “Una Liturgia viva
per una Chiesa viva”. «La liturgia è
“viva”», evidenzia Bergoglio, in ragione
della «presenza reale del mistero di Cristo». Senza quella «non vi è nessuna
vitalità liturgica». «Come senza battito cardiaco non c’è vita
umana, così senza il cuore pulsante di Cristo non esiste azione
liturgica».
Tra i segni visibili di questo invisibile
Mistero vi è «l’altare», segno «di
Cristo pietra viva», sottolinea il Pontefice. Perciò «l’altare, centro verso cui nelle nostre chiese converge l’attenzione,
viene dedicato, unto con il crisma, incensato, baciato, venerato: verso
l’altare si orienta lo sguardo degli oranti, sacerdote e fedeli, convocati per
la santa assemblea intorno ad esso; sopra l’altare viene posta l’offerta della
Chiesa che lo Spirito consacra sacramento del sacrificio di Cristo».
La liturgia,
inoltre, aggiunge Papa Francesco, «è vita per l’intero
popolo della Chiesa» perché per sua stessa natura essa è «popolare e non
clericale». È, cioè, «un’azione per il popolo, ma anche del popolo»,
«l’azione che Dio stesso compie in favore del suo popolo, ma anche l’azione del popolo che ascolta Dio che parla e reagisce
lodandolo, invocandolo, accogliendo l’inesauribile sorgente di vita
e di misericordia che fluisce dai santi segni».
Questa Chiesa orante «raccoglie tutti coloro
che hanno il cuore in ascolto del Vangelo, senza scartare nessuno». Sono convocati «piccoli e grandi, ricchi e poveri, fanciulli e
anziani, sani e malati, giusti e peccatori», e non vi è alcun ostacolo di «età,
razza, lingua e nazione». «La portata
“popolare” della liturgia ci ricorda che essa è inclusiva e non esclusiva,
fautrice di comunione con tutti senza tuttavia omologare, poiché chiama
ciascuno, con la sua vocazione e originalità, a contribuire nell’edificare il
corpo di Cristo», annota il Papa. «L’Eucaristia non è
un sacramento “per me”, è il sacramento di molti che formano un solo corpo,
il santo popolo fedele di Dio». Non va dimenticata, allora, la «pietas» di tutto il popolo di Dio espressa nella
liturgia che si prolunga in «pii esercizi e devozioni» che - raccomanda il Papa
- bisogna «valorizzare e incoraggiare in armonia con la liturgia».
Non va dimenticato anche che «la
liturgia è vita e non un’idea da capire»: essa «porta a vivere
un’esperienza iniziatica, ossia trasformativa del modo di pensare e di
comportarsi, e non ad arricchire il proprio bagaglio di idee su Dio». Le «riflessioni spirituali» sono perciò ben altra cosa: «C’è una
bella differenza tra dire che esiste Dio e sentire che Dio ci ama, così come
siamo, adesso e qui. Nella preghiera liturgica sperimentiamo la
comunione significata non da un pensiero astratto ma da un’azione che ha per
agenti Dio e noi, Cristo e la Chiesa», chiarisce Bergoglio.
Riti e preghiere diventano
pertanto «una scuola di vita cristiana» «per quello che sono e non per le
spiegazioni che ne diamo». «La Chiesa - aggiunge Papa
Francesco - è davvero viva se, formando un solo essere vivente con Cristo, è
portatrice di vita, è materna, è missionaria, esce
incontro al prossimo, sollecita di servire senza inseguire poteri
mondani che la rendono sterile».
Il Vescovo di Roma allarga infine lo sguardo
e rimarca che «la ricchezza della Chiesa in preghiera
in quanto “cattolica” va oltre il Rito Romano, che, pur essendo il più esteso,
non è il solo». «L’armonia delle tradizioni rituali, d’Oriente e
d’Occidente, per il soffio del medesimo Spirito dà voce all’unica Chiesa orante
per Cristo, con Cristo e in Cristo, a gloria del Padre e per la salvezza del
mondo».
Di qui un incoraggiamento ai responsabili del
Centro di Azione Liturgica a proseguire il proprio lavoro di «servire la
preghiera del popolo santo di Dio» tenendo fede all’ispirazione originale,
insieme al mandato di «aiutare i ministri ordinati,
come gli altri ministri, i cantori, gli artisti, i musicisti, a cooperare
affinché la liturgia sia “fonte e culmine della vitalità della Chiesa”».
Fonte: http://www.lastampa.it/2017/08/24/vaticaninsider/ita/vaticano/ilpapala-riforma-liturgica-irreversibile-5fhcOykrmwpUmpz2u5bt2L/pagina.html
Il testo del discorso sull'Osservatore Romano:
http://www.osservatoreromano.va/vaticanresources/pdf/QUO_2017_193_2508.pdf
Il testo del discorso sull'Osservatore Romano:
http://www.osservatoreromano.va/vaticanresources/pdf/QUO_2017_193_2508.pdf
lunedì 29 agosto 2016
Le temps est-il supérieur à l’espace ?
di Ghislain Lafont
Pubblicato il 28
agosto 2016 nel blog: Des
moines et des hommes
Dans la dernière partie de Evangelii Gaudium,
spécifiquement dans un ensemble de paragraphes consacrés à la paix (217-237),
le pape François a proposé quatre principes dont la mise en œuvre constituerait
un « authentique chemin vers la paix dans chaque nation et dans le monde
entier ».
Les mots utilisés sont extrêmement généraux : temps/espace,
unité/conflit, réalité/idée, tout/partie, le premier terme de chaque binôme
étant proclamé supérieur au second. Il faudrait donc garder le regard fixé sur
les quatre premiers termes, temps, unité, réalité, tout, et veiller à leur
subordonner les seconds.
Il n’y a pas besoin d’être grand clerc dans l’histoire de la
pensée humaine pour reconnaître que ces mots, avec quelques autres semblables,
existent depuis toujours dans l’esprit des hommes en quête de compréhension et
de direction pour la conduite de leur existence éprouvée et éphémère. Ici comme
souvent, ces mots se présentent en couples qui sont et demeurent
antagonistes : on ne peut pas supprimer un de leurs termes au profit de
l’autre, ni identifier l’un à l’autre, ce qui serait effacer les deux. Il faut
donc jouer avec l’identité et la différence. Toutes les sagesses jonglent ainsi
avec ces notions, les organisent, les utilisent afin d’aider à un parcours
plutôt heureux de la vie.
C’est ainsi que les principes proposé par François ont évoqué en
moi les deux grands présocratiques : Parménide, Héraclite. Le premier et le
troisième [« le temps est supérieur à l’espace » ; « la réalité est supérieure
à l’idée »] nous rangent du côté d’Héraclite : dans la réalité, notre
expérience est bien que « tout coule » et qu’ « on ne se baigne jamais dans le
même fleuve ». Il est d’autre part sûr que, si déliées soient-elles, nos idées
et nos paroles (nos logoi) n’épuisent pas le réel qu’elles scrutent.
Etrangement, avec le second principe [« l’unité prévaut sur le conflit »] et le
quatrième [« le tout est supérieur à la partie »], Héraclite recule, lui pour
qui « au commencement était la guerre » et Parménide se réinstalle dans une
paix et une globalité depuis toujours inébranlables, lui qui rejette décidément
l’idée même d’un devenir comme aussi celle de la précarité d’un logos.
Ce rapprochement spontané des principes de François avec ceux
des grands présocratiques donnent à penser qu’il n’y a rien en eux de
définitif, d’autant moins qu’ils sont en position dialectique. Il faut donc les
prendre comme des suggestions intellectuellement fondées et pratiquement utiles
pour le discernement aujourd’hui des situations et les prises de décision
constructives. Finalement, dans leur « magistère », les évêques et
les papes ont toujours agi ainsi.
Cela dit, l’originalité du pape François me semble se situer du
côté « héraclitéen » de ses propositions. Pour des raisons qu’il
serait trop long de présenter à nouveau ici et qui tiennent à des conjonctures
de civilisation, la pensée chrétienne s’est volontiers développée à l’enseigne
de l’éternel, de l’identique, du raisonnable, de ce qui, au nom de la réalité
immuable de Dieu et du caractère terminal de la Résurrection du Christ, ne
change pas ou ne change plus.
Or le mot espace est symbolique de cette identité. Il
connote l’étendue, la consistance, la cohérence, la permanence, le solide et il
suggère, pour ce qui est au-delà (le métaphysique), la même qualité,
celle que semblent dire le mot être et celui, corrélatif, de
perfection.
En commençant ses principes avec la supériorité du temps,
François met en avant une autre symbolique : celle des successions, des
aventures, des ruptures et des recompositions, de la mort et de la vie, de la
durée souvent répétitive certes, mais toujours à nouveau traversée d’un inattendu
qui change tout. Il illustre lui-même ses propositions avec l’image du polyèdre
qu’il oppose à celui (parménidien s’il en fût !) du cercle : le
polyèdre dit des éléments divers qui, gardant leur originalité,
confluent ; qui s’articulent sans s’annuler. L’image, présentée en EG 236,
semble pertinente au Pape puisqu’il la reprend, de concert avec le rappel du
premier principe proposé de la supériorité du temps (AL 3-4), pour caractériser
l’ensemble du Synode sur la famille.
A ce point, je voudrais faire deux réflexions. La première est
que l’Ecriture sainte est construite sur le temps avant de considérer l’espace.
Lorsque les scribes ont rassemblé en un volume l’ensemble des
textes dont ils disposaient, ils ont écrit :
« au commencement » (Gen. 1, 1), et le dernier des prophètes
édités fait entrevoir la fin : « le jour du Seigneur, grand et
redoutable » (Mal. 3,23). Ensuite seulement, ils ont publié les écrits de
sagesse. Le Nouveau Testament n’a pas modifié l’ordre, lui qui se termine avec
la prière « Viens Seigneur Jésus ». En d’autres termes, les auteurs
de la Bible ont subordonné la sagesse à la prophétie. La théologie n’a-t-elle
pas eu tendance à faire l’inverse ? Même si elle a eu ses raisons de le
faire, on pourrait se réjouir d’avoir aujourd’hui à restituer l’ordre primitif,
– ce qui ne veut pas dire gommer la sagesse, mais la situer à l’intérieur de la
prophétie et non au-dessus.
La seconde réflexion est que le Pape François n’a pas fait que
proposer ces principes. En tête de la vie et de la réflexion de l’Eglise, il a
invité à mettre la miséricorde, c’est-à-dire la figure de Dieu comme Amour en
excès. Il l’a fait dans une prise de conscience sans concession des périls
encourus par le monde et des causes de la dramatique situation présente.
Il a proposé (et signifié par des actes symboliques) une vision
synodale de l’Eglise comme pyramide renversée dont la pointe est en dessous, –
position qui donne à cette dernière toute sa fécondité. Il a indiqué la
dynamique d’écoute, d’échanges, de recherches, de discernement à tous les
niveaux qui doit permettre à l’Eglise de dire et de faire une parole efficace
et crédible. Tout cela, me semble-t-il, doit être accueilli avec bienveillance
et jugé à l’aune non pas des acquis d’hier, mais d’une cohérence profonde avec
l’intention innovante du Concile Vatican II, qui attendait peut-être ce genre
de message pour développer ses potentialités dans l’Eglise certes, mais
aussi pour le monde des hommes qui les attend sans le savoir.
Fonte: Blog Munera di
Andrea Grillo
venerdì 15 aprile 2016
ALLA SCOPERTA DI "AMORIS LAETITIA": COME CAMBIA LA PASTORALE E IL DIRITTO CANONICO
di ANDREA GRILLO
Una singolare ed efficace intuizione teologica alimenta la impostazione di AL: attraverso una accurata riflessione sulla delicatezza del rapporto tra “legge generale” e “caso particolare”, si riscopre la centralità del “discernimento”, che richiede l’arte…
http://www.cittadellaeditrice.com/munera/alla-scoperta-di-amoris-laetitia-2-come-cambia-la-pastorale-e-il-diritto-canonico/
Una singolare ed efficace intuizione teologica alimenta la impostazione di AL: attraverso una accurata riflessione sulla delicatezza del rapporto tra “legge generale” e “caso particolare”, si riscopre la centralità del “discernimento”, che richiede l’arte…
http://www.cittadellaeditrice.com/munera/alla-scoperta-di-amoris-laetitia-2-come-cambia-la-pastorale-e-il-diritto-canonico/
venerdì 8 aprile 2016
LA MERAVIGLIOSA COMPLICATEZZA DEL BENE POSSIBILE E LA "DOLCE LUNGHEZZA" DI AMORIS LAETITIA
di ANDREA GRILLO
Nella Esortazione Apostolica “Amoris Laetitia” leggiamo l’inizio autorevole di uno sguardo diverso sulle forme dell’amore umano. La “dolce lunghezza” di un documento che apre un’epoca nuova, alla luce della Parola di Dio e della... altro »
Nella Esortazione Apostolica “Amoris Laetitia” leggiamo l’inizio autorevole di uno sguardo diverso sulle forme dell’amore umano. La “dolce lunghezza” di un documento che apre un’epoca nuova, alla luce della Parola di Dio e della... altro »
“AMORIS LAETITIA”. UNA PRIMA REAZIONE
Questo
post non è propriamente un commento all’Esortazione Amoris laetitia. E’ una prima e breve reazione dopo aver ascoltato
gli interventi nella Sala Stampa della Santa Sede in cui è stato presentata l’Esortazione
oggi dalle ore 11.30 alle ore 13.00. Ho apprezzato soprattutto il lungo intervento del card.
Christoph Schönborn.
L’Esortazione
AL è giustamente chiamata postsinodale perché è in continuità di stile e di
contenuto con il Sinodo sulla famiglia nelle sue due tappe celebrate negli anni
2014 e 2015. La Relatio finalis del Sinodo è citata ben 84 volte.
Tra
i punti salienti del documento, cito: lo sguardo positivo sulla famiglia; la
sollecitudine per le diverse situazioni in cui essa si trova; il grande rilievo
dato alla preparazione al matrimonio; il valore che può rappresentare in certi
casi il matrimonio civile come inizio di un cammino verso il matrimonio
sacramentale; il principio della gradualità nell’accompagnamento delle famiglie
in difficoltà…
Catalogare
le famiglie in “regolari” e “irregolari” è uno schema troppo semplice che non fa
giustizia alle numerose e diverse situazioni. Il Papa parla di tutte le diverse
situazioni senza catalogarle. Ciò non impedisce di presentare l’ideale
cristiano di famiglia in tutto il suo splendore.
Il
principio pastorale di discernere e accompagnare, presente già nei documenti
sinodali, non vale solo per i matrimoni e famiglie così detti irregolari, ma va
applicato a tutte le famiglie perché
tutte sono in cammino verso più alti traguardi.
Bisogna
fare un doveroso atto di autocritica. Non di rado si è presentato un ideale di
matrimonio e di famiglia troppo astratto, che ha contribuito a creare le
situazioni che oggi lamentiamo. Bisognerebbe invece saper esporre le ragioni e
le motivazione che fanno amare il matrimonio e la famiglia cristiana.
Seguendo
le orme del Sinodo, AL dà somma importanza alla formazione al matrimonio, da
continuare magari anche dopo la celebrazione del sacramento.
Nella
pastorale famigliare bisogna evitare i due estremi del rigorismo e del
lassismo. Occorre invece formare la coscienza, non sostituirla. Avere più
fiducia nella coscienza dei fedeli.
Una
delle chiavi di lettura del documento è l’importanza data al discernimento
personale, necessario per attuare poi in seguito un discernimento pastorale.
Il
cap. 4 di AL è un bellissimo inno all’amore nel matrimonio, in cui il Papa fa un commento
al cosiddetto inno alla carità di san Paolo (1 Cor 13,4-7). E' un capitolo che possiamo chiamare originale in rapporto ai documenti sinodali.
Il
cap. 8 di AL parla delle ferite dell’amore in seno al matrimonio e alla
famiglia. Il titolo del capitolo indica in poche parole la terapia pastorale da
seguire: “accompagnare, discernere e integrare la fragilità”. Per quanto
riguarda i divorziati risposati civilmente, è fondamentale quanto si afferma al
n. 300. La varietà delle situazioni concrete sono tante… E’ comprensibile
quindi che non si debba aspettare da AL una nuova normativa generale di tipo canonico.
Il documento ripete praticamente quanto affermava la Relatio finalis del Sinodo nei numeri 84, 85 e 86. Si tratta di
accompagnare, discernere e integrare. La domanda che molti si faranno è se l’integrazione
può arrivare in certi casi all’ammissione dei divorziati risposati alla
comunione eucaristica. Al riguardo occorre leggere attentamente quanto si dice sulle
“norme e il discernimento” al n. 305, nota 351: “In certi casi [l’aiuto della
Chiesa] potrebbe essere anche l’aiuto
dei sacramenti…”
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