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domenica 22 aprile 2018

LA CRISI DEL RITO






Originariamente la liturgia era legata ai gesti, alle azioni, al vissuto rituale, caratteristiche che ha perso in parte con il tempo. Secondo alcuni studiosi, le argomentazioni scatenanti una fredda e intellettuale comprensione della religione e della liturgia vanno ricercate nella storia culturale e religiosa dell’Europa degli ultimi secoli. Ci sarebbe stato anzitutto una progressiva “razionalizzazione” della religione e un primato attribuito alla ragione a partire da Immanuel Kant (1724-1804) che definisce la ragione come una forza che lavora al di sopra e contro l’esperienza. Per l’illuminista Kant l’essenza della religione sta in una “fede razionale”, o meglio in una ragione che sappia controllare la fede.

Friedich Schleiermacher (1768-1834), trattando di combattere il razionalismo di Kant, esalta l’esperienza religiosa e quindi prende le parti del sentire religioso entro il culto e la liturgia. Ma Schleiermacher, uno dei massimi rappresentanti del romanticismo tedesco, sposta l’attenzione dall’esperienza vissuta alla “pura esperienza interiore” e questa la interpreta come semplice “sentimento”. In questo modo infligge un altro colpo alla religione e alla liturgia, in quanto, se tutto viene interiorizzato, di nuovo la liturgia viene danneggiata. La visione protestante più di quella cattolica ha interiorizzato le credenze e la fede, ma così facendo ha creato una nuova impasse in rapporto alla vita liturgica.

L’ultima causa che avrebbe condotto la liturgia cristiana a perdere il suo smalto originario legato ai gesti, alle azioni, al vissuto rituale sarebbe da attribuirsi alla crescente “testualizzazione”, nel senso che la vita religiosa si è sempre più fissata sui testi. Anche se i testi sacri possono essere un incentivo all’esperienza e alla liturgia, ipoteticamente possono divenire anche causa della mortificazione della liturgia e del rito. Ciò avviene quando il testo si sostituisce al rito. Si noti, tra l’altro, che il connubio tra parola e razionalità è evidente.

- Per saperne di più, si legga Aldo Natale Terrin, Liturgia come gioco, Morcelliana 2014.

venerdì 20 aprile 2018

DOMENICA IV DI PASQUA (B) – 22 Aprile 2018



At 4,8-12; Sal 117 (118); 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18

Il brano evangelico presenta Gesù come buon pastore che spontaneamente offre la vita per le pecore, a differenza di tutti gli altri, semplici mercenari che badano soltanto nel loro egoismo a sé stessi. Per questo, san Pietro afferma in pieno sinedrio, dopo aver guarito lo storpio nel nome di Gesù Cristo, che “non vi è sotto il cielo altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati” (prima lettura). Grazie a lui, aggiunge san Giovanni, siamo “chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente” (seconda lettura). Questa è la “buona notizia” che annuncia la Pasqua. Il contenuto di questa notizia lo possiamo esprimere con queste altre parole: Dio in Cristo viene incontro a noi per offrirci la sua amicizia, senza badare ai nostri meriti, alla nostra bontà o cattiveria. La morte di Gesù è un atto di amore e di libertà. Gesù è l’insuperabile manifestazione dell’assoluto amore di Dio per tutti gli uomini senza distinzioni, anche per quelli che non appartengono a “questo ovile”. La prospettiva universale dell’amore salvifico del Signore si estende a tutto il genere umano. Nell’Antico Testamento, Dio si esprime per bocca del profeta Osea con queste parole: “Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione” (Os 11,8). Il cuore di Dio non cessa di ripeterci queste parole attraverso il cuore trafitto del Figlio.

Nel brano evangelico odierno, Gesù non si paragona solamente a “un” buon pastore, ma è “il” buon Pastore. Intrattiene con le sue pecore relazioni di conoscenza reciproca, fondate sull’amore che il Padre ha per loro come per lui. Poiché gli appartengono, si prende cura di loro e le difende coraggiosamente da ogni pericolo. Ha dato la sua vita per loro, per far sì che non vi sia più che un solo gregge, così come non vi è che un solo Pastore. Questo insieme di tratti rinviano al mistero pasquale che ne svela pienamente il significato. L’immagine del buon pastore forse dice poco a noi, figli di una società industriale e democratica; per alcuni anzi potrebbe risultare offensivo l’essere paragonati ad un “gregge”. Dobbiamo quindi soffermarci sulla sostanza sempre attuale tramandata dall’immagine del buon pastore, che è il dono della vita. Gesù ha come fondamentale obiettivo non la difesa della propria vita, ma quella degli altri; per la nostra redenzione ha impegnato tutto se stesso. Di conseguenza “gregge” e “pecore” non evocano assolutamente una folla di discepoli senza personalità, che seguono il loro pastore e gli obbediscono passivamente belando. Ognuno di noi è chiamato a diventare partecipe della realtà di Cristo nella misura in cui la sua vita diventa veramente dedita, offerta, data per gli altri. C’è più gioia nel dare che nel ricevere!

Nell’assemblea eucaristica, convocata e riunita dal buon Pastore che la presiede, Egli nutre con il suo corpo e il suo sangue coloro che hanno ascoltato la sua voce.




domenica 15 aprile 2018

“NON METTERCI ALLA PROVA”








Nella preghiera del Padre Nostro c’è una petizione che costituisce un motivo di disagio pastorale. Ci riferiamo all’espressione: “E non c’indurre in tentazione”. Dio risulta così di essere l’artefice di un’operazione addirittura dannosa per l’orante. Per questo motivo esegeti e responsabili ecclesiali, fra cui anche papa Francesco di recente, hanno chiesto di modificare la formulazione usata da secoli nella preghiera liturgica. Pietro Bovati (“Non metterci alla prova”. A proposito di una difficile richiesta del Padre Nostro, in “La Civiltà Cattolica” 4023, 3/17 febbraio 2018, pp. 215-227) prova a fornire un apporto innovativo: da un lato, attenendosi strettamente alla lettera del testo evangelico (in greco); e, dall’altro, approfondendo il senso di questa difficile petizione. La chiave, più che nel verbo (“indurre”), sembra essere nel senso proprio della parola che in italiano abbiamo tradotto con “tentazione”. Dell’articolo, offro parte della fine (pp.225-227):

[…]
Le diverse petizioni della seconda parte del Padre Nostro espongono al Padre diverse condizioni di bisogno e miseria della comunità in preghiera, non però supponendo che Dio non sia al corrente o non voglia soccorrere, bensì con l’intento di rinnovare la memoria degli aspetti e delle circostanze in cui il Padre esprime la sua benevola azione compassionevole. Ora, uno dei luoghi difficili dell‘umana esistenza è l’esperienza del dolore, provocato dall’assenza di qualche bene importante o addirittura indispensabile. È giusto ed è doveroso che l’orante non soltanto presenti al suo Dio le sofferenze, ma esprima anche quanto esse lo privino dello slancio di fede e di speranza. Se chiedere nella preghiera di essere esposti alla bufera del male sarebbe ovviamente un atto di orgogliosa presunzione, anche pensare di essere capaci da soli di superare le difficoltà non è atto di minore superbia. Al contrario, invocare dal Padre, a ragione di un’umile consapevolezza della propria fragilità, di essere risparmiati dal fuoco della prova è un atto che Dio approva ed esaudisce. Chi sta pregando con il Padre Nostro domanda al Padre di non essere immerso nella fornace del dolore, perché riconosce che essa diverrebbe per lui una “tentazione”, una pericolosa occasione di sfiducia nella Provvidenza, oltre che una mancata opportunità di lode per il Creatore della vita.

Chi avverte come Gesù nell’orto del Getsemani, l’approssimarsi della terrificante minaccia della morte, chi prova dunque nel cuore angoscia grande (Mt 26,38), è chiamato a entrare in preghiera, e a ripetere con il Cristo: “Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice!” (Mt 26,39), perché solo chiedendo di non fare esperienza della morte l’orante riconosce che la vita è un bene da desiderare, e perché solo chiedendo di vivere, il credente accoglierà la volontà di Dio, quale sicuro esaudimento della sua richiesta (Eb 5,7).

Il momento drammatico della prova si presenta alla coscienza in alcune particolari circostanze: quando la minaccia si avvicina, quando assume contorni spaventosi. Può trattarsi di una catastrofe naturale, di un dissesto economico, di una malattia grave, o di una inimicizia foriera di molteplici e indicibili sofferenze. Se ben consideriamo le nostre preghiere spontanee, se ci domandiamo insomma che cosa chiediamo a Dio quando apriamo a lui il nostro cuore, dobbiamo constatare che ogni volta gli domandiamo di non entrare nella prova. Anzi, come ci invita a dire Gesù nell’ultima petizione (secondo il testo di Matteo), la preghiera al Padre chiede di essere “liberati dal male”, intendendo con ciò di essere fatti uscire da qualsiasi realtà perniciosa che si oppone alla vita, e quindi a Dio stesso.

Non si tratta dunque di pregare il Padre esclusivamente di essere in grado di superare le tentazioni e vincere le seduzioni del Maligno – cosa questa senz’altro necessaria –, ma anche di supplicare il Dio buono che conceda il suo aiuto a chi è piccolo e fragile, a chi sa che “lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Mt 26,41), così da attraversare la notte senza perdersi. Pensiamo a tutti coloro che si rivolgevano a Gesù chiedendo la guarigione; pensiamo anche alle molteplici richieste che ripetiamo quotidianamente, riprendendo le formula dei Salmi o delle orazioni liturgiche; pensiamo infine a quante invocazioni nascono nel nostro cuore quando percepiamo un pericolo, o siamo colpiti dall’ansia per il futuro, o siamo già toccati da qualche sintomo di male. Ebbene, questa variegata forma di richieste al Signore è tutta riassunta e come condensata in un’unica petizione, quella che dice: “Non metterci alla prova”.

Essa è generica ed espressa in forma negativa, perché, pur chiedendo soccorso, non detta le modalità precise dell’aiuto impetrato; chi prega con il Padre Nostro, confessando la sua debolezza e le sue paure, e indirettamente riconoscendo anche la scarsa qualità del suo credere, si affida al misericordioso volere del Padre, che saprà condurre i suoi figli là dove scaturirà il meglio per loro. L’orante si affida dunque a un disegno che solo Dio conosce, lodando così la sapiente bontà del Padre; si affida invocando, per esprimere il suo amore per la vita; si affida fiducioso, sapendo già di essere esaudito persino al di là di ciò che il suo cuore desidera.
[…]    

venerdì 13 aprile 2018

DOMENICA III DI PASQUA (B) – 15 Aprile 2018




At 3,13-15.17-19; Sal 4; 1Gv 2,1-5°; Lc 24,35-48


Il filo conduttore delle letture bibliche di questa terza domenica di Pasqua è l’invito a convertirsi per avere il perdono dei peccati. Giovanni Battista, i Precursore, iniziò la sua predicazione con l’invito alla conversione. Così pure Gesù diede inizio alla sua vita pubblica invitando tutti a convertirsi. Lo stesso fanno il Signore risorto e la prima comunità cristiana: intraprendono la loro attività col medesimo annuncio. Infatti, il tema della conversione risuona nelle tre letture di questa domenica: Gesù risorto appare ai discepoli, li istruisce e li manda a predicare a tutti i popoli “la conversione e il perdono dei peccati”; san Pietro, dopo aver guarito lo storpio presso la porta del tempio di Gerusalemme, alla folla che si è radunata attorno a lui annuncia Cristo morto e risuscitato ed esorta tutti a convertirsi e cambiare vita; infine, san Giovanni dopo aver presentato Cristo come nostro “Paraclito (avvocato) presso il Padre” e come “vittima di espiazione per i nostri peccati”, esorta ad “osservare i suoi comandamenti”. Il dono della salvezza si attua attraverso un duplice movimento. Il primo è quello di Dio che si mette in cammino verso noi peccatori attraverso il Figlio. All’azione di Dio che ci giustifica attraverso il Figlio subentra la risposta dell’uomo che si impegna nella conoscenza di Dio. Nella Bibbia si tratta sempre di una conoscenza non astratta o meramente speculativa, ma affettiva, volitiva ed effettiva. Non per nulla il suo criterio di autenticità è l’osservanza dei comandamenti.

La conversione è uno specifico tema pasquale. Infatti, la Pasqua è un nuovo inizio, non solo per Cristo, che dalla morte passa alla vita, ma per tutti coloro che credono in lui. La missione che Gesù affida agli apostoli riguarda tutte le nazioni, anche se debbono iniziare da Gerusalemme. La gloria del Risorto è destinata a riverberarsi su tutti gli uomini come una forza di rinnovamento. Lo stesso Gesù ricorda ai discepoli che la sua morte rientra nel disegno di Dio che lo ha risuscitato dai morti e lo ha costituito fonte di salvezza dell’uomo mediante il perdono dei peccati. Gesù nel mistero della sua Pasqua è come un nuovo Mosè che attraverso la morte-risurrezione libera e salva i credenti in lui donando loro accesso alla libertà e alla vita, guidandoli verso una vita nuova e definitiva. La missione della Chiesa ha quindi la sua sorgente nel Cristo risorto, il suo contenuto nella predicazione della conversione per il perdono dei peccati, e come orizzonte l’umanità intera. La Pasqua ci parla quindi di una conversione che ha come traguardo la pienezza di una vita rinnovata nell’amore del Signore. Cristo nella gloria è in permanenza la risurrezione e la vita, per la potenza sempre attuale e sempre attiva dello Spirito e della Gloria del Padre: egli è l’eterna Pasqua.


lunedì 9 aprile 2018

IL CULTO GRADITO A DIO






104. Potremmo pensare che diamo gloria a Dio solo con il culto e la preghiera, o unicamente osservando alcune norme etiche – è vero che il primato spetta alla relazione con Dio –, e dimentichiamo che il criterio per valutare la nostra vita è anzitutto ciò che abbiamo fatto agli altri. La preghiera è preziosa se alimenta una donazione quotidiana d’amore. Il nostro culto è gradito a Dio quando vi portiamo i propositi di vivere con generosità e quando lasciamo che il dono di Dio che in esso riceviamo si manifesti nella dedizione ai fratelli.


(Esortazione apostolica Gaudete et exsultate di papa Francesco sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo)

domenica 8 aprile 2018

LA PREDICAZIONE NEI PADRI DELLA CHIESA






Mario Sodi – Rocco Ronzani (edd.), La predicazione nei Padri della Chiesa. Una tradizione sempre attuale (Veritatem inquirere 3), Lateran University Press 2017. 272 pp. 27,00 €.

L’opera offre 24 profili di grandi Padri e Scrittori ecclesiastici che hanno lasciato un segno profondo nella tradizione cristiana con gli scritti che sono giunti fino a noi.

Nell’alveo della tradizione secolare si innesta l’evento del Concilio Vaticano II con la successiva riforma liturgica: è da questo evento che anche la predicazione soprattutto l’omiletica ha ripreso una configurazione secondo i parametri essenziali che provengono dall’esperienza del primo millennio.

La retorica di cui i Padri e gli Scrittori ecclesiastici sono maestri costituisce un elemento prezioso per attivare nell’oggi del perenne annuncio del Vangelo quelle forme che permettono di facilitare e realizzare l’incontro tra Dio e il suo popolo.

La selezione presenta valori e limiti. Valori, per l’opportunità di un confronto approfondito a partire dal versante specifico della omelia-predicazione; limiti, perché la tradizione offre una serie incredibile di documenti che qui non sono presi in considerazione ma che offrono, comunque, una ricchezza che alimenta la spiritualità e la cultura.

venerdì 6 aprile 2018

DOMENICA II DI PASQUA (B) – 8 Aprile 2018 o della Divina Misericordia






At 4,32-35; Sal 117 (118); 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

Il tema centrale delle letture bibliche d’oggi è il rapporto tra fede e amore. La fede nel Signore risorto matura e si manifesta nell’amore fraterno.

Il personaggio centrale del racconto evangelico di questa domenica è l’apostolo san Tommaso, invitato da Gesù risorto a superare la soglia dell’incredulità per arrivare alla fede. Tutti noi abbiamo i nostri dubbi. Nessuna meraviglia che ne abbiano avuto anche i discepoli di Gesù. Il caso di Tommaso, nella sua singolarità e temerità, esprime l’esperienza dell’intera comunità apostolica. Tommaso non si lascia convincere dalla visione che gli altri discepoli hanno avuto. Per “credere” egli vuole “vedere” nelle mani del Signore risorto il segno dei chiodi e mettervi il dito, e vuole mettere la mano nel suo fianco. Nel brano evangelico ci viene raccontato come l’apostolo passa dallo scetticismo alla professione di fede. L’incredulità di Tommaso ci ha regalato la professione di fede più bella di tutto il vangelo: “Mio Signore e mio Dio!”. La confessione di Tommaso non esprime soltanto il riconoscimento ma l’appartenenza, lo slancio e l’amore. Non dice “Signore Dio”, ma “Il mio Signore e il mio Dio”. Nel tempo di Gesù visione e fede erano abbinate, ma ora, nel tempo della Chiesa, la visione non deve più essere pretesa: basta la testimonianza apostolica.

Tommaso ritrovando la comunità dei fratelli, in essa ritrova Cristo. Anche se tutto si gioca nel rapporto personale tra il Signore risorto e il suo discepolo, questo rapporto si stabilisce solo nel momento in cui l’apostolo titubante è presente nel gruppo dei discepoli. La comunione con gli altri offre il contesto  adeguato nel quale la presenza del Signore viene percepita. Si può leggere così il brano della prima lettura che presenta la vita della primitiva comunità cristiana di Gerusalemme come lo sfondo vitale che conferisce forza alla testimonianza dei discepoli. Gli uomini d’oggi, come una volta san Tommaso, vogliono vedere e toccare; ma la loro fede è legata alla visibilità della nostra testimonianza, della nostra vita trasformata come quella dei primi cristiani di cui parla il brano degli Atti degli Apostoli: questi cristiani – si dice - erano “un cuore solo e un’anima sola”. Dopo la risurrezione, Gesù è presente nella comunità dei credenti e si rende visibile al mondo attraverso i gesti di carità fraterna di coloro che credono in lui. L’amore non è fatto di parole. San Giovanni nella seconda lettura lo dice con una espressione misteriosa quando afferma che il Figlio di Dio “è venuto con acqua e sangue”, e cioè alle parole di verità ha fatto seguire la testimonianza della vita, fino al dono totale di sé versando il proprio sangue per la nostra salvezza. Il raccordo tra fede e amore rende credibile il cristianesimo. La risurrezione si realizza ed è testimoniata là dove si porta la pace, si libera dal male, si dona speranza, vita, un futuro più sereno, là dove l’amore si traduce in fatti.






lunedì 2 aprile 2018

Una Settimana santa “da museo” e la degenerazione della Commissione Ecclesia Dei









Pubblicato il 2 aprile 2018 nel blog: Come se non

  

Si è appena concluso il Triduo Pasquale, frutto della mirabile riforma della Settimana Santa, su cui il compianto P. Regan ha scritto pagine indimenticabili (cfr. qui ), quando in rete mi imbatto in queste parole:

“PCED permission for pre-1955 Holy Week”.

Cosi recita il titolo di un post di “rorate-coeli” (qui), noto blog tradizionalista americano. Un chiarimento è subito d’obbligo, perché il linguaggio del titolo è cifrato. Provo a darne una versione italiana più ampia: “La Commissione Pontificia Ecclesia Dei (= PCED) ha autorizzato la celebrazione della Settimana Santa secondo il rito anteriore alla riforma di Pio XII, che è del 1955”. La notizia arriva dagli USA ed è stato Massimo Faggioli a segnalarla tempestivamente ieri, su Fb. Anche il blog praytell aveva dedicato al tema un gustoso post nei giorni scorsi (qui). In sostanza, si tratterebbe di una ulteriore radicalizzazione della contestazione alla Riforma liturgica conciliare, che coinvolge anche le sue “pericolose premesse” sotto il pontificato di Pio XII, il quale, come è noto, ha lavorato sulla Settimana Santa in modo assai accurato e fecondo. Ora accade che queste “autorizzazioni” avvengano però al di fuori della “competenza” che il MP Summorum Pontificum (= SP) attribuisce alla PCED, essendo la possibile eccezione al Messale di Paolo VI riservata soltanto in rapporto al Messale di Giovanni XXIII, del 1962. In questo caso la Commissione Ecclesia Dei amplierebbe arbitrariamente la normativa chiara di SP, creando una situazione di questo genere: si può celebrare secondo il messale del 62 in deroga al 69, ma in questo caso si può celebrare in deroga al messale del 62 secondo gli Ordines della Settimana Santa anteriori alla riforma del 1955. Si tratterebbe dunque di una contestazione del rito del 1962 – quella che un precedente Presidente della PCED chiamava la “grande riforma di Giovanni XXIII -  rispetto a cui viene autorizzato l’uso di un ordo precedente.

Prima di esprimere una precisa valutazione di questo atto formale della PCED, vorrei far notare una cosa molto gustosa, ma non priva di correlazioni con quanto abbiamo esaminato finora.

Di per sé la soluzione introdotta da Benedetto XVI con SP, ossia il parallelismo opzionale di diverse forme dello stesso rito romano, aveva avuto due precedenti illustri. Uno più noto, proposto da Mons. Lefevbre, al momento della Riforma Liturgica, perché essa restasse “opzionale” e si potesse continuare a celebrare anche con le forme precedenti. Ma il secondo, e più antico, veniva dal Card. Giuseppe Siri, e fu avanzato nel 1951, proprio all’indomani della prima esperienza di “Veglia pasquale notturna”. In quel caso, dopo aver esposto le proprie critiche al provvedimento di passare dalla veglia “in mane” alla veglia “in nocte”, Siri proponeva a Pio XII di introdurre la riforma come una “possibilità” opzionale, che lasciasse liberi i singoli vescovi e parroci di regolarsi diversamente.

Curiosamente oggi, 70 anni dopo, con ruoli capovolti, da Roma viene una decisione – sia pure ad experimentum e ad tempus, come risulta dalla fonte non ufficiale – di autorizzare l’utilizzo di un rito che nel 1955 era stato autorevolmente e universalmente riformato. Essere immuni dalle riforma – del Concilio o di Pio XII – sembra essere diventato un valore, di cui Ecclesia Dei si fa scrupolosa custode.

Ora, se una cosa è chiara, è che alla luce dello sviluppo storico, liturgico ed ecclesiale sopravvenuto, solo l’Ordo del 1969 garantisce la pienezza di esperienza liturgica, teologica, spirituale ed ecclesiale della Settimana Santa. Già la riforma di Pio XII, che pure intuisce alcuni importanti recuperi storici, resta a metà del guado. Ma addirittura il rito anteriore a Pio XII – quello che diremmo “tridentino puro” – appare, oggi, del tutto improponibile, se non per alimentare una Chiesa ridotta a museo diocesano o a coltivazione di attaccamenti nostalgici al limite della patologia sociale prima che personale.

In tutto questo, come è evidente, la attenzione deve concentrarsi sulla PCED, a proposito della quale si deve osservare quanto segue:

- constatiamo che ha voluto assumere una decisione che travalica le sue competenze e dobbiamo chiederci: a quali controlli è sottoposta o può essere sottoposta? Il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede – che ne è Presidente – ne è informato? E perché mai una commissione che è nata dalla costatazione di una “afflizione” della Chiesa (Ecclesia Dei adflicta…recita l’incipit del testo istitutivo) è diventata una commissione non di “afflitti”, ma di “affezionati”, che non sono più di freno e di filtro, ma appaiono essere di sponda e di incentivo ad ogni “nostalgia liturgica”? Perché mai i criteri di “assunzione” nella Commissione sembrano essere diventati – o forse sono stati fin dall’origine – una certa simpatia verso quelle “forme” che “affliggevano” la Chiesa? Potrebbe mai una commissione di controllo essere costituita soltanto da coloro che dovrebbero essere controllati? Quis custodiet custodes?

- ma osserviamo anche un ulteriore questione, ossia che la Commissione non riesce a riconoscere il dato prezioso per cui la “forma liturgica” e il “contenuto teologico” sono strettamente connessi e non si possono separare. E’ quasi costretta a operare “come se” le diverse forme liturgiche del medesimo rito fossero indifferenti rispetto al “contenuto dogmatico ed ecclesiologico” che mediano. Deve quasi necessariamente professare una “logica preconciliare” di comprensione della liturgia per svolgere il proprio ministero, che fino a prova contraria deve essere “al servizio” e non “contro” la riforma liturgica.

- infine essa non sembra avvertire che, per il fatto di aver autorizzato una tale prassi difforme anche rispetto al messale del 1962, contribuisce a rendere vane e vuote le affermazioni fondamentali e comuni  a tutta la Chiesa che il giorno della epifania vengono universalmente proclamate e che riconoscono il “triduo pasquale” come il centro di tutto l’anno liturgico. Se si autorizza la celebrazione secondo un “ordo” che non ha (ancora) il triduo pasquale – ma ha piuttosto un triduo della passione e un triduo della resurrezione giustapposti – si introduce un elemento di profonda crisi nella comunione ecclesiale. Si rischia di continuare ad affermare la autonomia della Passione dalla Risurrezione, come fece il Card. Ottaviani durante il Concilio, quando affermò: “che la pasqua sia accidentale alla salvezza lo mostrano le parole di Gesù in croce al buon ladrone: ‘oggi sarai con me in paradiso’”. Se si autorizza a celebrare un triduo che è ancora parte del “tempo di quaresima”, e non è ancora Pasqua, si lede il livello più profondo della comunione ecclesiale nel suo stesso centro. Come può una Commissione pontificia non vedere questo enorme errore in ciò che permette di sperimentare? Come fa a non accorgersi dello svarione spirituale, ecclesiale e liturgico che autorizza? 

Se un organo, che è nato nel 1988 per risolvere la “questione lefebvriana” e che nel 2007 ha acquisito maggiori competenze dopo SP, oggi arriva a travalicare le proprie competenze e addirittura ad incentivare comportamenti devianti all’interno della comunione ecclesiale, finisce col creare più problemi di quelli che risolve; allora si dovrà concludere che una parte non secondaria di questi problemi sia oggi rappresentato non dalle singole questioni sollevate, ma dalla Commissione stessa. Va detto chiaramente e con molta onestà: una parte non piccola del problema liturgico di oggi è rappresentato dalla inadeguatezza teologica e dalla incompetenza liturgica della Commissione Ecclesia Dei, che risulta incapace di tutelare e di promuovere la continuità della tradizione liturgica successiva al Concilio Vaticano II ed anzi la mina esplicitamente.

Ciò corrisponde, in modo piuttosto singolare, ad una parallela e sofferta gestione della Congregazione del Culto – cui peraltro è sottratta questa delicata “materia liturgica”, sottoposta invece alla giurisdizione della Congregazione della Dottrina della fede. Intorno alla liturgia vi è troppa confusione – certo non attribuibile all’attuale pontificato – e a farne le spese è proprio quel “magnum principium”, quel lineare orientamento alla “partecipazione attiva” del popolo al rito cristiano, che è frutto preziosissimo del Concilio Vaticano II e rispetto al quale spesso si preferisce sostenere o la tutela di “musei pasquali” come questo o la paralisi devota di una assistenza silenziosa al culto. In tal senso la “collaborazione” tra Commissione Ecclesia Dei e settori non secondari della Congregazione del Culto rischia di minare in radice il cammino della Riforma Liturgica, dal centro verso la periferia.

Occorre una svolta seria e serena, che riconosca efficacemente che cosa è centrale e che cosa deve essere lasciato cadere, mettendo energicamente da parte stili curiali poco degni non dico di un “Chiesa in uscita”, ma quanto meno di una Chiesa minimamente interessata al fatto che esista qualcosa al di fuori di sé medesima, del suo piccolo mondo antico fatto di attaccamenti nostalgici e di risentimenti antimoderni.


domenica 1 aprile 2018

CROCE E RESURREZIONE






Gabriella Caramore e Maurizio Ciampa, Croce e Resurrezione (Icone), il Mulino, Bologna 2018. 165 pp. 12 €.

Sessantacinque anni separano la Salita al Calvario di Pieter Bruegel il Vecchio dalla Cena di Emmaus di Rembrandt. Del 1564 il primo, del 1629 il secondo. Diversa la geometria della rappresentazione, diversi il dinamismo cromatico e la strategia della luce.

Perché abbiamo voluto accostare opere così distanti?

In modi certamente diversi, Bruegel e Rembrandt portano dentro la spirale della modernità il racconto della Croce e della Resurrezione di Gesù, e ne custodiscono il paradosso e lo scandalo, ne conservano memoria, facendone risaltare la fibra essenziale.

Una forte carica interrogativa, che tocca e scuote i fondamenti dell’esperienza cristiana, avvicina le due opere.

Congiungerà il suo Golgota il Cristo smarrito della Salita al Calvario? Quale strada può percorrere per vincere l’indifferenza da cui è circondato? Questa è la domanda che troviamo in Bruegel. Ed è radicale, perché si porta appresso il fardello pesante di un dubbio sull’efficacia del simbolo cristiano.

[…]

Se poi guardiamo alla Cena di Emmaus i Rembrandt, a quel buio sfibrato che avvolge anche il Cristo, e a quella luce che emerge dall’ombra come un enigma, l’evento della resurrezione, narrato parcamente nei Vangeli, ma rivestito di significati immaginifici e consolatori nella storia della cristianità, sembra spalancare una interrogazione nuova: che cosa il credente può ancora credere? Che significato può avere il racconto della resurrezione in tempi, come i nostri, di radicale scetticismo e di dubbiosa ricerca? Quale narrazione di quell’evento può aiutarci a darne una lettura che non strida con l’esigenza contemporanea di uscire dal linguaggio del mito?

[…]

(Dall’Introduzione all’opera, pp. 7-9)