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venerdì 1 febbraio 2019

DOMENICA IV DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 3 Febbraio 2019



 




Ger 1,4-5.17-19; Sal 70 (71); 1Cor 12,31-13,13; Lc 4,21-30 






La lettura evangelica propone alla nostra attenzione un noto episodio della vita di Gesù che viene raccontato con leggere varianti dai tre evangelisti sinottici, Matteo, Marco e Luca. Proprio a Nazaret, dove ha passato gran parte della sua vita, Gesù trova l’ostilità dei suoi compaesani e viene apertamente contestato. E’ vero, anche i nazaretani che ascoltano Gesù sono colpiti dalla novità e autorevolezza del suo insegnamento. Ciò nonostante, malgrado lo stupore della gente, Gesù viene rifiutato dai suoi compaesani. Di fronte a questa reazione, il Signore non trova altra spiegazione se non quella che la sapienza popolare ha condensato nel proverbio: “Nessun profeta è bene accetto nella sua patria”. Gesù è consapevole quindi di dover percorrere la sorte dei profeti, che nella tradizione biblica sono contestati e rifiutati da coloro ai quali sono stati inviati. Come ci ricorda il brano della prima lettura, i profeti chiamati ad annunciare la parola di Dio non vengono ascoltati perché scomodi, provocatori, perché puntualmente mettono a nudo il cuore indurito del popolo. Tuttavia, Gesù, malgrado lo scandalo provocato dalla sua persona, continua a predicare la buona novella, non si lascia condizionare dall’insuccesso e dal rifiuto dei suoi concittadini.



Volendo trarre da questo episodio un insegnamento per nostra la vita, notiamo che il motivo della freddezza dei nazaretani nei confronti di Gesù è il fatto che egli non sembrava essere che uno di loro, uno qualunque, uno venuto su con loro. Egli formava parte di una famiglia di poco conto. Anche se compiva prodigi, impartiva insegnamenti superiori, per loro era sempre il “figlio di Giuseppe”, un uomo semplice del paese. Come può essere il profeta di Dio? Come può far passare dalle sue mani la potenza dell’Altissimo? Inoltre, i cittadini di Nazaret si erano costruita un’idea del Messia, legata probabilmente a sogni di restaurazione temporale, che non combaciava con quella offerta da Gesù. La sua improvvisa affermazione invece di riempirli di entusiasmo viene a ferire la loro gelosia, e insieme il loro orgoglio religioso. In definitiva, essi non vogliono mettere in discussione i loro schemi mentali. Nei nazaretani c’è la curiosità, ma non la fede. Anche noi sperimentiamo talvolta come la parola del Signore fatica ad entrare nel nostro cuore reso autosufficiente da pregiudizi e posizioni preconcette. Infatti uno dei motivi per cui la parola di Dio può essere inefficace in noi è la durezza del nostro cuore, l’attaccamento incondizionato ai propri schemi mentali, alla propria visione delle cose, al proprio modo di affrontare la vita. Insomma, la parola di Dio si scontra, non di rado, con il nostro egoismo. L’orgoglio ci impedisce di metterci in discussione e quindi di accogliere il messaggio che ci chiama a cambiare condotta e a rinnovarci.



Di fronte alla tentazione della superbia e dell’autosufficienza, che offuscano la mente umana e le impediscono di conoscere “i misteri del regno dei cieli”, risuona il messaggio di san Paolo (seconda lettura): senza la carità, senza l’amore per Dio e per gli uomini, ogni umana conquista non è che polvere che il vento del tempo disperde nel nulla (cf. anche l’orazione colletta alternativa).