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domenica 26 aprile 2026

DALLA MENSA A L’ALTARE

 



I discepoli di Gesù, scrive Minucio Felice nell’Ottavio, non hanno “né templi né altari ma assemblee e mense”. Agli occhi del cristianesimo antico un ‘altare’ è proprio l’elemento emblematico di una religione idolatrica e sacrificale. La logica dello scambio simbolico, che fonda il senso originario del sacrificio, può sempre trasformarsi in un sistema della contropartita. Gesù, in corrispondenza alla sua morte e in occasione di una cena, ha compiuto qualcosa che ha cambiato completamente di segno quella vecchia logica sacrificale.

Il sacrifico non è più quello che l’uomo deve accettare di perdere per rimanere nel gradimento divino, ma tutto quello che Dio accetta di impegnare pur di mantenere viva la sua amicizia con l’uomo.

La libertà religiosa dopo Costantino e le contestuali campagne edilizie che ‘istituzionalizzano’, pur con le sue varianti, la forma basilicale dell’edificio di culto cristiano assestano la mensa cristiana in una sua forma tipica, che progressivamente non si ha più paura a chiamare nuovamente ‘altare’. L’altare cristiano è luogo di quel sacrificio pasquale che lo stesso Cristo ha simbolizzato ritualmente nella grammatica del pasto liturgico. La vecchia ara del sacrificio e la mensa del pasto rituale sono perfettamente congiunti in una nuova concezione teologica.

L’altare è Cristo. Su di esso si rinnova un sacrificio trasmutato in convivio, segno di una dedizione disposta a perdere pur di salvare.

 

Fonte: Giuliano Zanchi, Dare luogo alla grazia. Sugli spazi della liturgia, Vita e Pensiero, Milano 2025, sintesi delle pp. 79-85.