I discepoli di Gesù, scrive
Minucio Felice nell’Ottavio, non hanno “né templi né altari ma assemblee
e mense”. Agli occhi del cristianesimo antico un ‘altare’ è proprio l’elemento
emblematico di una religione idolatrica e sacrificale. La logica dello scambio
simbolico, che fonda il senso originario del sacrificio, può sempre
trasformarsi in un sistema della contropartita. Gesù, in corrispondenza alla
sua morte e in occasione di una cena, ha compiuto qualcosa che ha cambiato
completamente di segno quella vecchia logica sacrificale.
Il sacrifico non è più quello
che l’uomo deve accettare di perdere per rimanere nel gradimento divino, ma
tutto quello che Dio accetta di impegnare pur di mantenere viva la sua amicizia
con l’uomo.
La libertà religiosa dopo
Costantino e le contestuali campagne edilizie che ‘istituzionalizzano’, pur con
le sue varianti, la forma basilicale dell’edificio di culto cristiano assestano
la mensa cristiana in una sua forma tipica, che progressivamente non si ha più
paura a chiamare nuovamente ‘altare’. L’altare cristiano è luogo di quel
sacrificio pasquale che lo stesso Cristo ha simbolizzato ritualmente nella
grammatica del pasto liturgico. La vecchia ara del sacrificio e la mensa del
pasto rituale sono perfettamente congiunti in una nuova concezione teologica.
L’altare è Cristo. Su di esso
si rinnova un sacrificio trasmutato in convivio, segno di una dedizione
disposta a perdere pur di salvare.
Fonte: Giuliano Zanchi, Dare
luogo alla grazia. Sugli spazi della liturgia, Vita e Pensiero, Milano 2025,
sintesi delle pp. 79-85.
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