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domenica 8 febbraio 2026

LA LUCE NELLA CELEBRAZIONE LITURGICA

 



Dosare la luce nella celebrazione liturgica non è la stessa cosa che illuminare una chiesa. L’assemblea, protagonista della celebrazione, deve essere illuminata con la sapienza della penombra. Nella giusta penombra le vicinanze si saldano con meno remore. L’assemblea trova unità con maggiore naturalezza, il corpo a corpo non ha più nulla di insidioso. Invece un’illuminazione piena e indifferenziata irrigidisce i corpi, disorienta lo sguardo e disperde lo spirito.

Se una luce deve sopravanzare, se un punto focale deve acquisire risalto, questo è solo l’altare. L’altare nella liturgia cristiana è la forma per eccellenza della presenza. In quel punto, la chiarezza sull’immagine cristiana di Dio è massima, precisamente nel rimemorare il morire e il risorgere, il sacrificio e il dono, il prendere e il condividere. Persino l’ambone, respingendo tiepide allegorie sulla parola come luce, se restasse in una discreta penombra, lasciando relativamente indistinguibile il volto del lettore, aprirebbe alla voce lo spiraglio di una potenza timbrica che noi abbiamo tutto l’interesse di recuperare. Colui che proclama la parola deve ovviamente vedere e deve poter essere visto, ma mai con una presenza eccessivamente esaltata, come fosse un attore sotto i riflettori.

Finalmente, dove si può, si deve far valere il protagonismo della luce naturale. Non solo la luce delle candele, ma anche la luce che la sapienza costruttiva dell’architettura riesce a convogliare dall’esterno fin dentro lo spazio liturgico.

 

Fonte: Giuliano Zanchi, Dare luogo alla grazia. Sugli spazi della liturgia, Vita e Pensiero, Milano 2025, sintesi delle pp. 109-124.