Dosare la luce nella
celebrazione liturgica non è la stessa cosa che illuminare una chiesa.
L’assemblea, protagonista della celebrazione, deve essere illuminata con la
sapienza della penombra. Nella giusta penombra le vicinanze si saldano con meno
remore. L’assemblea trova unità con maggiore naturalezza, il corpo a corpo non
ha più nulla di insidioso. Invece un’illuminazione piena e indifferenziata
irrigidisce i corpi, disorienta lo sguardo e disperde lo spirito.
Se una luce deve sopravanzare,
se un punto focale deve acquisire risalto, questo è solo l’altare. L’altare
nella liturgia cristiana è la forma per eccellenza della presenza. In quel
punto, la chiarezza sull’immagine cristiana di Dio è massima, precisamente nel
rimemorare il morire e il risorgere, il sacrificio e il dono, il prendere e il
condividere. Persino l’ambone, respingendo tiepide allegorie sulla parola come
luce, se restasse in una discreta penombra, lasciando relativamente
indistinguibile il volto del lettore, aprirebbe alla voce lo spiraglio di una
potenza timbrica che noi abbiamo tutto l’interesse di recuperare. Colui che
proclama la parola deve ovviamente vedere e deve poter essere visto, ma mai con
una presenza eccessivamente esaltata, come fosse un attore sotto i riflettori.
Finalmente, dove si può, si
deve far valere il protagonismo della luce naturale. Non solo la luce delle
candele, ma anche la luce che la sapienza costruttiva dell’architettura riesce
a convogliare dall’esterno fin dentro lo spazio liturgico.
Fonte: Giuliano Zanchi, Dare
luogo alla grazia. Sugli spazi della liturgia, Vita e Pensiero, Milano
2025, sintesi delle pp. 109-124.
