Cari fratelli di Roma,
è mai possibile che l’uomo
conosca il pensiero di Dio? Forse qualcuno potrebbe dargli un consiglio? Come
si fa a pensare che sia io a dare qualcosa a lui e che egli ne resti obbligato
a ricambiarmi? Tutto è suo, infatti; da lui tutte le cose provengono e a lui
sono destinate e a lui io voglio sempre render gloria. Così sia. Amen. Poiché
viviamo all’ombra della bontà di Dio, vi raccomando, offrite a Dio il vostro
corpo. Le cose che fate con le vostre membra siano queste il vostro sacrificio,
la vostra vita santa, che piace a Dio. È questo il vostro culto vero che sgorga
dal vostro spirito.
Nelle più diverse esperienze
religiose, la pratica del sacrificio sembra una costante, o nella semplice
forma dell’offerta di un alimento, o in quella dell’immolazione sull’altare, in
onore della divinità, di un animale. Che l’apostolo Paolo abbia preso le
distanze da questa prassi è facile comprenderlo. Anche se è interessante
osservare come a volte riaffiori, tra i suoi pensieri, l’immaginario collettivo
dei sacrifici cui egli aveva assistito nel tempio di Gerusalemme e in cui
continuamente si imbatteva lungo le strade delle città dell’impero.
Gli antichi profeti di Israele
denunciavano, nella loro predicazione, l’ipocrisia di coloro che si esibivano
nell’offerta di sacrifici ricchi e costosi, e nel contempo commettevano
ingiustizie e disprezzavano i poveri. Offrire sacrifici per ottenere il perdono
dei peccati, senza la volontà di convertirsi, è cosa ignobile. Paolo va ancora
oltre questo fondamentale richiamo alla coerenza della vita col rito. Egli ne
demolisce la logica sottostante: offrire a Dio un dono con il pensiero che egli
dovrà ricambiarcelo significa non avere alcun vero senso di Dio. Egli è il
creatore del cielo e della terra, a lui tutto appartiene; nulla esiste, né
alcunché persiste nell’esistenza, se non in forza della sua volontà creatrice.
Ciò invece che deve determinare l’atteggiamento dell’uomo di fronte a Dio è
l’intenzione fondamentale, profonda, di dedicare la propria esistenza, che da
lui trae origine e in lui trova il suo senso, alla ricerca di Dio e dei
sentieri sui quali camminare nello scorrere della vita; fare ogni cosa per lui,
vivere per lui, è pensiero costante dell’apostolo.
Paolo non ha nessun entusiasmo
per cerimonie, riti e liturgie, paludamenti sacri e templi, ma neppure
simpatizza con le tante forme di spiritualismo correnti nell’ambiente
greco-romano. Invece di deporre sugli altari pecore e capri, si offra a Dio il
proprio corpo, bocca, mani, piedi, tutto ciò che concretamente si sta facendo,
di momento in momento, nella ferma volontà che tutto sia compiuto in modo di
essere degno di Dio. È un culto spirituale, ma non nel senso che ai riti
esteriori si debbano sostituire solo intenzioni e buoni sentimenti. Il suo modo
di sentire non ha nulla a che fare con quel certo spiritualismo di maniera che
dissolve il valore reale delle cose che concretamente si fanno. Se compiute
nell’amore, in solidarietà con gli altri e nella generosità del donare, in esse
si incarna l’intenzione del credente di vivere per Dio. In quanto al suo
ministero, tutto concentrato nella predicazione, tanto da non essersi dedicato
neppure a battezzare coloro che introduceva nella fede, è ben comprensibile che
egli mai si presenti come fosse un sacerdote. Era questo, del resto, un
atteggiamento comune a tutti gli apostoli. Profondamente convinto, però, che la
vita vissuta in Cristo, nella fede, è tutta un’offerta al Padre, degna di Dio
ben più dei sacrifici rituali, egli non manca, in alcuni momenti, di
immaginarsi come un sacerdote: la vita delle sue comunità, vissuta nella fede,
è l’offerta, gradita a Dio, che egli presenta ogni giorno al Padre sull’altare
dell’esistenza. Ripensando alla sua vita e prevedendo che prima o poi sarebbe
stato mandato a morte, egli immagina la vita delle sue comunità come la vittima
di un sacrificio, sulla quale, a compimento di una vita consumata al servizio
del Signore, egli avrebbe versato il suo sangue, al posto del latte e del vino,
che sii usava versare nei riti di libagione.
Fonte: Severino Dianich, Le
perle di Paolo. Un viaggio nelle pagine più belle dell’apostolo, San Paolo,
Cinisello Balsamo 2025, pp. 97-99 (senza le note)
