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giovedì 1 gennaio 2026

“IL VOSTRO CULTO SPIRITUALE” (Rm 11,34 – 12,1)

 



 

Cari fratelli di Roma,

è mai possibile che l’uomo conosca il pensiero di Dio? Forse qualcuno potrebbe dargli un consiglio? Come si fa a pensare che sia io a dare qualcosa a lui e che egli ne resti obbligato a ricambiarmi? Tutto è suo, infatti; da lui tutte le cose provengono e a lui sono destinate e a lui io voglio sempre render gloria. Così sia. Amen. Poiché viviamo all’ombra della bontà di Dio, vi raccomando, offrite a Dio il vostro corpo. Le cose che fate con le vostre membra siano queste il vostro sacrificio, la vostra vita santa, che piace a Dio. È questo il vostro culto vero che sgorga dal vostro spirito.

 

Nelle più diverse esperienze religiose, la pratica del sacrificio sembra una costante, o nella semplice forma dell’offerta di un alimento, o in quella dell’immolazione sull’altare, in onore della divinità, di un animale. Che l’apostolo Paolo abbia preso le distanze da questa prassi è facile comprenderlo. Anche se è interessante osservare come a volte riaffiori, tra i suoi pensieri, l’immaginario collettivo dei sacrifici cui egli aveva assistito nel tempio di Gerusalemme e in cui continuamente si imbatteva lungo le strade delle città dell’impero.

Gli antichi profeti di Israele denunciavano, nella loro predicazione, l’ipocrisia di coloro che si esibivano nell’offerta di sacrifici ricchi e costosi, e nel contempo commettevano ingiustizie e disprezzavano i poveri. Offrire sacrifici per ottenere il perdono dei peccati, senza la volontà di convertirsi, è cosa ignobile. Paolo va ancora oltre questo fondamentale richiamo alla coerenza della vita col rito. Egli ne demolisce la logica sottostante: offrire a Dio un dono con il pensiero che egli dovrà ricambiarcelo significa non avere alcun vero senso di Dio. Egli è il creatore del cielo e della terra, a lui tutto appartiene; nulla esiste, né alcunché persiste nell’esistenza, se non in forza della sua volontà creatrice. Ciò invece che deve determinare l’atteggiamento dell’uomo di fronte a Dio è l’intenzione fondamentale, profonda, di dedicare la propria esistenza, che da lui trae origine e in lui trova il suo senso, alla ricerca di Dio e dei sentieri sui quali camminare nello scorrere della vita; fare ogni cosa per lui, vivere per lui, è pensiero costante dell’apostolo.

Paolo non ha nessun entusiasmo per cerimonie, riti e liturgie, paludamenti sacri e templi, ma neppure simpatizza con le tante forme di spiritualismo correnti nell’ambiente greco-romano. Invece di deporre sugli altari pecore e capri, si offra a Dio il proprio corpo, bocca, mani, piedi, tutto ciò che concretamente si sta facendo, di momento in momento, nella ferma volontà che tutto sia compiuto in modo di essere degno di Dio. È un culto spirituale, ma non nel senso che ai riti esteriori si debbano sostituire solo intenzioni e buoni sentimenti. Il suo modo di sentire non ha nulla a che fare con quel certo spiritualismo di maniera che dissolve il valore reale delle cose che concretamente si fanno. Se compiute nell’amore, in solidarietà con gli altri e nella generosità del donare, in esse si incarna l’intenzione del credente di vivere per Dio. In quanto al suo ministero, tutto concentrato nella predicazione, tanto da non essersi dedicato neppure a battezzare coloro che introduceva nella fede, è ben comprensibile che egli mai si presenti come fosse un sacerdote. Era questo, del resto, un atteggiamento comune a tutti gli apostoli. Profondamente convinto, però, che la vita vissuta in Cristo, nella fede, è tutta un’offerta al Padre, degna di Dio ben più dei sacrifici rituali, egli non manca, in alcuni momenti, di immaginarsi come un sacerdote: la vita delle sue comunità, vissuta nella fede, è l’offerta, gradita a Dio, che egli presenta ogni giorno al Padre sull’altare dell’esistenza. Ripensando alla sua vita e prevedendo che prima o poi sarebbe stato mandato a morte, egli immagina la vita delle sue comunità come la vittima di un sacrificio, sulla quale, a compimento di una vita consumata al servizio del Signore, egli avrebbe versato il suo sangue, al posto del latte e del vino, che sii usava versare nei riti di libagione.

 

Fonte: Severino Dianich, Le perle di Paolo. Un viaggio nelle pagine più belle dell’apostolo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2025, pp. 97-99 (senza le note)