Come afferma il Vaticano II,
nell’eucaristia “l’unità della chiesa viene sia significata sia prodotta” [unitas
ecclesiae et sigificatur et efficitur] (Unitatis redintegratio 2). Possiamo
affermare che a livello di segno, il rito della celebrazione eucaristica
anteriore alla riforma del Vaticano II esprime una visione di chiesa diversa
di quella che esprime l’eucaristia celebrata col rito riformato e promulgato da
Paolo VI. Da una ecclesiologia “clericale” (Trento) si è passato ad una
ecclesiologia del “popolo di Dio” (Vaticano II).
Noto che il Catechismo della
Chiesa Cattolica (n. 1329), tra i nomi dati all'Eucaristia, cita
quello di "Assemblea eucaristica [sinassi],
in quanto l'Eucaristia viene celebrata nell'assemblea dei fedeli, espressione
visibile della Chiesa". Il servizio dei ministri non va inteso
separatamente o al di sopra di quello di tutta l'assemblea, ma va inteso in una
visione unitaria e globale: nella Chiesa riunita che celebra, ciascuno
interviene secondo ruoli diversi (cfr. 1 Cor 12,4-11.28-30; Rm 12,6-8). Il
ministero ordinato, nella comunità e davanti alla comunità, non esiste come
struttura parallela rispetto alla ministerialità di alcuni e alla
partecipazione di tutti. È giusto, anzi necessario, distinguere le rispettive
competenze, ma allo stesso tempo va sottolineata l'unità dell'azione rituale.
Se si accetta l’ecclesiologia
del Vaticano II, coerentemente si dovrebbe accettare il Messale di Paolo VI. La
Fraternità Sacerdotale San Pio X (i Lefebvriani) e coerente quando rifiuta il
Messale di Paolo VI dato che rifiuta anche l’ecclesiologia del Vaticano II. Non
sono coerenti invece coloro che pur accettando il Vaticano II celebrano col
Messale tridentino. IL PROBLEMMA E’ ECCLESIOLOGICO!

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