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venerdì 2 gennaio 2026

II DOMENICA DOPO NATALE – 04.01.2026

 



 

Sir 24,1-4.12-16; Sal 247; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18

 

 

In questa seconda domenica di Natale, ci viene riproposto il sublime testo del prologo del Vangelo di san Giovanni, che abbiamo già ascoltato nella messa del giorno di Natale. È un testo che ci invita a guardare la nostra storia con gli occhi di Dio. Lasciando quindi in disparte il pensiero delle vicende quotidiane che ci preoccupano e talvolta ci opprimono, inoltriamoci in questa storia sublime e affascinante. È la storia dell’incontro tra Dio e l’uomo, tra Dio e ciascuno di noi. Ecco perché all’inizio di tutto c’è la Parola, che esiste da sempre vicina al Padre.

 

È una Parola che strappa il silenzio del nulla e chiama all’esistenza. Solo una parola di amore può fare una cosa simile. Infatti, Dio ama l’umanità di un amore tanto smisurato da sembrare folle. Dio, pur bastando a se stesso e non avendo quindi bisogno di nulla e di nessuno, non vuole restare nella sua perfetta solitudine. Dio trabocca d’amore perché è comunione d’amore (ce lo ricorda lo stesso san Giovanni nella sua prima Lettera). Perciò Dio crea perché vuole farci partecipi della sua gioia.

 

È una Parola che offre un’alleanza, una Parola che ci mostra un Dio disposto a legarsi alla nostra umanità per sempre. E per questo ci traccia la strada della felicità, perché sfuggiamo alle insidie del male. È una Parola che non si lascia sconfiggere dalla cattiveria e dall’ingratitudine di noi esseri umani e per questo non si stanca di annunciare, con la voce dei profeti, un progetto sublime che sorpassa qualsiasi immaginazione.

 

Questa Parola si è fatta carne, è diventata una creatura umana, come noi, uomo legato alla terra, debole e caduco, come siamo noi. Non c’è altro modo per rivelare l’Amore se non condividendo fino in fondo la nostra condizione, assumendone la relatività e la impermanenza. Non c’era altra strada per strapparci alla grettezza dell’egoismo, alla durezza del cuore, alla prigionia del peccato. Questa Parola si è fatta carne e ha corso tutti i rischi che comporta una simile scelta: anche quello di essere ignorata, rifiutata, calpestata, condannata… Sì, anche il rischio di essere fatta tacere per sempre, con la morte. Però questa storia non è segnata solo dal rifiuto, è segnata anche dall’accoglienza.

 

Questa Parola fatta carne è stata offerta alla nostra libertà. Possiamo accoglierla o allontanarla, farle posto o cacciarla, ascoltarla o tapparci le orecchie. Se l’accogliamo, se le apriamo il cuore e la mente, se la facciamo scendere nel profondo della nostra esistenza, riceviamo qualcosa di inaudito, che ci trasfigura per sempre. Diventiamo figli di Dio, l’oggetto della sua tenerezza, un raggio della sua luce, un frammento della sua bellezza. Gesù è venuto proprio per questo. È questo il mistero che celebriamo nel Natale.  

 

 

 

 


giovedì 1 gennaio 2026

“IL VOSTRO CULTO SPIRITUALE” (Rm 11,34 – 12,1)

 



 

Cari fratelli di Roma,

è mai possibile che l’uomo conosca il pensiero di Dio? Forse qualcuno potrebbe dargli un consiglio? Come si fa a pensare che sia io a dare qualcosa a lui e che egli ne resti obbligato a ricambiarmi? Tutto è suo, infatti; da lui tutte le cose provengono e a lui sono destinate e a lui io voglio sempre render gloria. Così sia. Amen. Poiché viviamo all’ombra della bontà di Dio, vi raccomando, offrite a Dio il vostro corpo. Le cose che fate con le vostre membra siano queste il vostro sacrificio, la vostra vita santa, che piace a Dio. È questo il vostro culto vero che sgorga dal vostro spirito.

 

Nelle più diverse esperienze religiose, la pratica del sacrificio sembra una costante, o nella semplice forma dell’offerta di un alimento, o in quella dell’immolazione sull’altare, in onore della divinità, di un animale. Che l’apostolo Paolo abbia preso le distanze da questa prassi è facile comprenderlo. Anche se è interessante osservare come a volte riaffiori, tra i suoi pensieri, l’immaginario collettivo dei sacrifici cui egli aveva assistito nel tempio di Gerusalemme e in cui continuamente si imbatteva lungo le strade delle città dell’impero.

Gli antichi profeti di Israele denunciavano, nella loro predicazione, l’ipocrisia di coloro che si esibivano nell’offerta di sacrifici ricchi e costosi, e nel contempo commettevano ingiustizie e disprezzavano i poveri. Offrire sacrifici per ottenere il perdono dei peccati, senza la volontà di convertirsi, è cosa ignobile. Paolo va ancora oltre questo fondamentale richiamo alla coerenza della vita col rito. Egli ne demolisce la logica sottostante: offrire a Dio un dono con il pensiero che egli dovrà ricambiarcelo significa non avere alcun vero senso di Dio. Egli è il creatore del cielo e della terra, a lui tutto appartiene; nulla esiste, né alcunché persiste nell’esistenza, se non in forza della sua volontà creatrice. Ciò invece che deve determinare l’atteggiamento dell’uomo di fronte a Dio è l’intenzione fondamentale, profonda, di dedicare la propria esistenza, che da lui trae origine e in lui trova il suo senso, alla ricerca di Dio e dei sentieri sui quali camminare nello scorrere della vita; fare ogni cosa per lui, vivere per lui, è pensiero costante dell’apostolo.

Paolo non ha nessun entusiasmo per cerimonie, riti e liturgie, paludamenti sacri e templi, ma neppure simpatizza con le tante forme di spiritualismo correnti nell’ambiente greco-romano. Invece di deporre sugli altari pecore e capri, si offra a Dio il proprio corpo, bocca, mani, piedi, tutto ciò che concretamente si sta facendo, di momento in momento, nella ferma volontà che tutto sia compiuto in modo di essere degno di Dio. È un culto spirituale, ma non nel senso che ai riti esteriori si debbano sostituire solo intenzioni e buoni sentimenti. Il suo modo di sentire non ha nulla a che fare con quel certo spiritualismo di maniera che dissolve il valore reale delle cose che concretamente si fanno. Se compiute nell’amore, in solidarietà con gli altri e nella generosità del donare, in esse si incarna l’intenzione del credente di vivere per Dio. In quanto al suo ministero, tutto concentrato nella predicazione, tanto da non essersi dedicato neppure a battezzare coloro che introduceva nella fede, è ben comprensibile che egli mai si presenti come fosse un sacerdote. Era questo, del resto, un atteggiamento comune a tutti gli apostoli. Profondamente convinto, però, che la vita vissuta in Cristo, nella fede, è tutta un’offerta al Padre, degna di Dio ben più dei sacrifici rituali, egli non manca, in alcuni momenti, di immaginarsi come un sacerdote: la vita delle sue comunità, vissuta nella fede, è l’offerta, gradita a Dio, che egli presenta ogni giorno al Padre sull’altare dell’esistenza. Ripensando alla sua vita e prevedendo che prima o poi sarebbe stato mandato a morte, egli immagina la vita delle sue comunità come la vittima di un sacrificio, sulla quale, a compimento di una vita consumata al servizio del Signore, egli avrebbe versato il suo sangue, al posto del latte e del vino, che sii usava versare nei riti di libagione.

 

Fonte: Severino Dianich, Le perle di Paolo. Un viaggio nelle pagine più belle dell’apostolo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2025, pp. 97-99 (senza le note)

 

martedì 30 dicembre 2025

MARIA SS. MADRE DI DIO – 1 Gennaio 2026

 



 

Nm 6,22-27; Sal 66; Gal 4,4-7; Lc 2, 16-21

 

Il Sal 66 esprime la gioia del contadino palestinese che, da una terra avara, ha ottenuto il dono delle messi, segno sperimentabile della benedizione divina. Il salmo diventa poi un inno di ringraziamento corale per i doni divini in genere. La liturgia del primo giorno dell’anno riprende questo inno nella sua parte più universalistica in cui si parla di una presenza benedicente di Dio che abbraccia tutti i popoli della terra: “…perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti”. La nostra vita, che oggi inizia una nuova tappa, è veramente benedetta da Dio nella misura in cui è illuminata dallo splendore del volto di Dio.

 

Il primo giorno dell’anno è carico di diversi significati: l’inizio dell’anno, l’ottava del Natale, la solennità di Maria SS. Madre di Dio e la giornata mondiale della pace. Nello sfondo di queste varie tematiche, la celebrazione della divina maternità di Maria appare più luminosa ed esaltante, dalle risonanze cosmiche. Generando il Salvatore, Maria si pone al centro della storia dell’umanità, tracciando per tutti noi gli itinerari non soltanto della nostra crescita spirituale, ma anche semplicemente umana. La benedetta fra tutte le donne, ci ha donato Gesù, frutto benedetto del suo seno, primogenito fra molti fratelli, Cristo “nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva” (Ef 2,14). In questo modo, anche noi siamo diventati, per opera dello Spirito, figli ed eredi, e la nostra vita è nel segno della benedizione divina di cui la pace è frutto prezioso.

 

La prima lettura riporta la formula di benedizione che il sommo sacerdote doveva pronunciare su Israele al termine delle grandi feste liturgiche e, particolarmente, della festa del nuovo anno. Quest’antica benedizione sacerdotale fa perno sul nome del Signore, richiamato per tre volte, e pone questo nome sugli Israeliti. “Porre il nome” vuol dire stabilire una relazione con la persona. La benedizione è il riconoscimento che ogni bene viene da Dio e dipende da una vita di comunione con lui. Segno manifestativo delle benedizioni divine è la pace: Dio benedice il suo popolo e lo conduce alla pace. Il pieno compimento della benedizione si ha in Gesù Cristo. Egli è la stessa benedizione: è il grande dono del Padre agli uomini, da cui vengono tutti gli altri doni. San Paolo lo illustra a modo suo nella seconda lettura quando afferma che in Cristo abbiamo ricevuto “l’adozione a figli”; non siamo quindi più schiavi, ma figli. Possiamo diventare consapevoli della nostra condizione filiale perché ci è stato donato lo Spirito Santo, che plasma interiormente in ognuno di noi i lineamenti del Cristo, il Figlio primogenito. Questo mistero è stato possibile ed è reso visibile perché, “quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna”. In questo modo, la maternità di Maria accresce la propria realtà dandosi a vedere quale “madre del Cristo e di tutta la Chiesa” (orazione dopo la comunione). Maria viene poi proposta come esemplare di accoglienza delle benedizioni divine donateci in Cristo: nel brano del vangelo essa appare come colei che serba e medita nell’interiorità del cuore tutti gli eventi che riguardano il figlio. Da madre si fa anche prima discepola fin da ora, custodendo nel cuore il mistero del figlio.

 

Nel primo giorno dell’anno è naturale spingere lo sguardo in avanti, verso quel che ci aspetta, con le attese che ogni inizio porta con sé. L’eucaristia del primo giorno dell’anno al tempo stesso che ci pone in atteggiamento di riconoscenza per i doni ricevuti da Dio, di cui Cristo è il dono più prezioso, ci rassicura che ogni giorno del nuovo anno, ogni giorno della nostra vita sarà sempre un dono prezioso della grazia divina.

 

venerdì 26 dicembre 2025

SANTA FAMIGLIA DI GESU’ MARIA E GIUSEPPE (A) – Festa 28 Dicembre 2025

 



 

Sir 3,2-6.12-14; Sal 127; opp. Col 3,12-21; Mt 2,13-15.19-23

 

 

La parola che potrebbe sintetizzare l’insegnamento dei testi della Scrittura che abbiamo ascoltato è una parola che non è oggi di moda: “obbedienza”. La prima lettura è un brano del libro del Siracide che, rielaborando motivi di saggezza popolare, parla dei rapporti tra genitori e figli. Sulla stessa linea si muove l’esortazione di san Paolo ai Colossesi, da cui è tratta la seconda lettura: i figli devono onorare, obbedire i propri genitori, ed essi non devono esasperare i loro figli. C’è quindi anche un’obbedienza dei genitori che è obbedienza a Dio per il bene dei figli. Così vediamo nel racconto evangelico della fuga in Egitto che san Giuseppe fa quello che gli comanda Dio per mezzo dell’angelo e lo compie per la salvezza del bambino, perché ha paura di ciò che potrebbe capitargli di male. Nelle sue scelte, quindi, san Giuseppe è del tutto subordinato al bene del bambin Gesù di cui è padre putativo. Questi testi ci ricordano che paternità, maternità, figliolanza hanno tutte origine da Dio. Quando i rapporti familiari sono vissuti nell’ascolto della volontà di Dio, della sua parola, i vari ruoli familiari vengono liberati dai meccanismi dell’egoismo per lasciare spazio al vero amore. La famiglia cristiana dovrebbe essere un vangelo vivente, una buona notizia capace di trasmette un forte messaggio di speranza all’umanità.

 

La nostra cultura sembra oggi molto cambiata e ci appare più complessa rispetto alla visione dei rapporti familiari che emerge da questi antichi testi. C’è però nel messaggio biblico sull’obbedienza un aspetto di grande e perenne attualità. È stato notato, infatti, che nella lingua ebraica non esiste la parola “obbedire”. Per esprimere questa nozione si usa spesso il semplice verbo “ascoltare”. Obbedire nella Bibbia vuol dire quindi anzitutto dare ascolto. Solo chi dà ascolto all’altro è capace di capirlo, rispettarlo, aiutarlo, ed è quindi capace di crescere e costruire insieme con l’altro una vita armoniosa. Non si tratta di un ascolto semplicemente formale, ma di una vera accoglienza dell’altro nella propria vita. Dare ascolto a chi mi è vicino, ma soprattutto dare ascolto a Dio nel cui disegno posso in qualche modo capire il mistero dell’altro, di colui che come me è un figlio di Dio, amato e redento dal sangue di Cristo. Attraverso una comprensione sempre più piena dell’amore di Dio per noi, diventerà sempre più chiara la percezione della sua volontà di amore su di noi. 

 

Nella Sacra Famiglia la Chiesa ci propone un esemplare di vita familiare, anzi di vita in comune, non modellato sui criteri del benessere economico o del prestigio sociale ma sui valori che scaturiscono dalla fede in Dio. Il modello proposto, poi, trascende i limiti della famiglia come istituzione umana per proiettarsi sui rapporti interpersonali che intercorrono tra gli esseri umani nella vita sociale, nella Chiesa, in ogni singola comunità. La casa di Nazaret è una scuola di vita in comune valida per tutti i tempi e per tutte le culture.

 

mercoledì 24 dicembre 2025

UNA RIFLESSIONE ACCANTO AL PRESEPE (Lc 2,1-20)

 



L’evento è molto semplice e possiamo dire che si svolge più o meno così: una decisione politica a livello dell’impero romano rende possibile la nascita di Gesù nella città di Davide; questo è il senso generale dell’introduzione. Quando viene al mondo, Gesù è praticamente ignorato dai ricchi, ma riverito e accolto dai poveri, questa nascita apre il cielo sulla terra, porta gioia e pace. Possiamo dire che qui c‘è già tutto il futuro di Gesù. Egli opera nel contesto del mondo intero, la sua salvezza riguarda l’universo; opera però attraverso strumenti semplicissimi: il cielo si muove a cantare la gloria di questi fatti, ma sulla terra pochi si accorgono, i più semplici, i più umili, anche se comunque un inizio di riconoscimento del Signore c’è. Come si può vedere, il brano è molto ricco, molto intenso, pieno di contrasti ed è certamente uno dei brani più belli proprio perché unisce cielo e terra, grandiosità e piccolezza, rifiuto e accoglienza; in qualche modo, è tutta la vita di Gesù, con la sua grandiosità e la sua insignificanza, ad essere posta qui sotto gli occhi di colui che contempla; è come un’introduzione alla vita di Gesù. Non a caso, infatti, le icone hanno rappresentato la mangiatoia come una tomba, e Gesù vi appare come colui che sarà messo nel sepolcro.

 

Fonte: Carlo Maria Martini, Il Vangelo del Natale. Una riflessione accanto al presepe, Con una guida pratica alla lectio divina, TS Edizioni, Milano 2025, p. 29.

lunedì 22 dicembre 2025

NATALE

 






NATALE DEL SIGNORE – 25 Dicembre 2025

Messa della notte

 

Is 9,1-6; Sal 95; Tit 2,11-14; Lc 2,1-14

 

Il progetto di salvezza che Dio ha da tutta l’eternità sull’uomo e sul mondo trova nella nascita di Gesù il momento culminante della sua attuazione. La Chiesa, riprendendo il Sal 95 nella sua liturgia natalizia (lo troviamo come salmo responsoriale anche nei giorni 29, 30, 31 dicembre), vede in esso una profezia dell’incarnazione del Verbo e della vocazione di tutti i popoli della terra dall’idolatria alla fede in lui, venuto per salvare tutte le nazioni. Tutta la creazione è invitata a partecipare alla danza di gioia, perché il Signore governerà tutte le genti del mondo con giustizia. Il bambino nato a Betlemme è quindi il nostro Salvatore: “Oggi è nato per noi il Salvatore”. È un annuncio che si ripete più volte in questa santissima notte di Natale (antifona d’ingresso, canto al vangelo, lettura evangelica, antifona alla comunione).

 

Il tema predominante nei testi di questa notte è la luce (colletta, prima lettura, vangelo, orazione sulle offerte). La prima lettura ci ricorda che, come è stato per l’antico popolo d’Israele, così pure è per tutta la storia dell’umanità che cammina nelle tenebre e nell’oppressione alla ricerca di luce, di verità, di speranza e di  pace. Gesù, il “Principe della pace”, di cui parla il profeta Isaia, è la risposta definitiva di Dio alle attese dell’umanità. Anche per noi è offerta la visione della grande luce che fa fiorire la gioia. In Gesù - dice san Paolo nella seconda lettura – “è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini”.

 

Questo messaggio di salvezza viene comunicato non ai potenti della terra, ma a un gruppo di umili pastorali, rozzi, affaticati dalle lunghe e gelide notti di Palestina. ai quali l’angelo del Signore dice: “oggi, nella città di Davide, è nato per voi un salvatore, che è Cristo Signore”. Poi, con l’angelo, appare una moltitudine di spiriti celesti che al tempo stesso che annunciano “sulla terra pace agli uomini”, proclamano “gloria a Dio nel più alto dei cieli”. La gloria di Dio è Dio stesso in quanto si rivela nella sua maestà, nella sua potenza, nello splendore della sua santità. La “pace in terra” quindi è la manifestazione storica della gloria di Dio, la manifestazione della volontà salvifica di Dio in Cristo per noi. Possiamo quindi affermare anche che quando gli uomini siamo nella pace, viviamo in pace, Dio è glorificato in noi: la gloria di Dio è l’uomo redento, l’uomo che ha accolto Gesù come Salvatore. Gesù, “Principe della pace”, appare nella storia dell’umanità come segno di riconciliazione con Dio e con gli uomini. Con lui “la vera pace è scesa a noi dal cielo” (antifona d’ingresso). Incarnazione e mistero pasquale sono misteri indissolubili e mentre si celebra uno, non si può non associarlo all’altro: “Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità” (seconda lettura).

 

La nascita di Gesù da Maria a Betlemme segna l’inizio della nostra era indicando in questo modo che ciò che in quella notte accadde è stato fondamentale per la storia degli uomini. La nostra storia, la nostra vita, le sorti dell’umanità dipendono da questo fatto e trovano in esso ispirazione e senso. La storia dell’uomo ha senso perché Cristo ne è parte integrante, perché egli ne è anzi il personaggio centrale. Sulla scia di Gesù noi camminiamo per le strade del mondo certi di non andare allo sbaraglio, ma di avere un traguardo di salvezza. Tutti i nostri limiti, tutte le nostre sofferenze, tutte le nostre paure, tutte le nostre miserie sono state redente dal momento che Dio stesso le ha assunte nell’umanità di Gesù.

 

 

 

NATALE DEL SIGNORE – 25 Dicembre 2025

Messa dell’aurora

 

 Is 62,11-12; Sal 96; Tit 3,4-7; Lc 2,15-20

 

Come nella messa di mezzanotte, anche in quella dell’aurora riappare il tema della luce (antifona d’inizio, colletta, salmo responsoriale) abbinato a quello della gioia (salmo responsoriale, antifona alla comunione, preghiera dopo la comunione). Il Sal 96 presenta il regno di Dio come un’apparizione sconvolgente, nella quale saranno travolte le potenze del male che dominano il mondo. I versetti del salmo ripresi dall’odierna liturgia fanno riferimento in modo particolare ai temi della luce e della gioia, che sono temi squisitamente natalizi: Jhwh, re della luce, appare nella cornice di una gloriosa teofania a cui assiste tutta la sfilata delle creature e tutta l’umanità. Con questo testo la Chiesa celebra la manifestazione di Cristo nella carne come una luce soprannaturale, che si è levata per il giusto e ha recato gioia ai retti di cuore.    

 

Nella prima lettura, ci viene proposto un breve oracolo del Terzo Isaia. Al popolo ebreo umiliato dall’esilio, il profeta annuncia la liberazione: “Arriva il tuo Salvatore”. Il popolo liberato acquista una fisionomia diversa: diventa “popolo santo”, “redento dal Signore”, “ricercato” e “non abbandonato”. Alla luce di questo oracolo, il mistero del Natale appare come la manifestazione dell’amore di Dio che salva. Anche la lettura apostolica parla della manifestazione della bontà di Dio, Salvatore nostro, che effonde la sua misericordia: san Paolo, rivolgendosi al suo discepolo Tito, afferma che la prova massima della sua bontà e del suo amore Dio ce lo ha fornito donandoci il suo proprio Figlio. Il Natale celebra il dono dell’amore divino nel Cristo, rivelazione del Padre e salvezza del mondo.

 

Nella lettura evangelica continua la narrazione dell’annunciazione ai pastori, aperta nella messa della notte. Il brano odierno mette in evidenza la risposta dei pastori alle parole dell’angelo, una risposta coerente e immediata: “Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere...” San Luca aggiunge: “E dopo averlo visto riferirono ciò che del bambino era stato detto loro”. L’evangelista parla anche di Maria, la madre di Gesù, la quale raccoglie queste parole (così letteralmente) e le medita nel suo cuore, cioè cerca di penetrarne il senso. Fin d’ora Maria è il tipo di ogni vero uditore della parola di Dio. I pastori se ne sono andati “glorificando e lodando Dio”. Il loro andare diventerà, nel corso del Vangelo e degli Atti degli Apostoli, paradigma della diffusione della Buona Novella tra le genti.

 

La salvezza di Dio ci viene offerta in forma umana, nella povertà e debolezza, nel “segno” di un bambino, che assume la nostra debolezza: “la nostra debolezza è assunta dal Verbo” (prefazio III del Natale). Perciò la tradizione cristiana ha fatto del Natale una festa di profonda solidarietà umana.

 

Anche l’eucaristia del Natale rievoca e ripresenta la morte e la risurrezione del Cristo, ma, con il mistero della Pasqua, e in ordine ad esso, ricorda e rinnova, in certo modo, tutta la storia della salvezza, di cui l’incarnazione e la nascita di Gesù sono gli inizi. Il Natale del Signore segna l’inizio di quel cammino salvifico che porta Gesù a farsi in tutto simile agli uomini, fuorché nel peccato, fino alla morte di croce: è il cammino che, da una parte, prepara la Pasqua e ad essa conduce e, dall’altra, riceve significato salvifico proprio dalla Pasqua.

 

 

 

NATALE DEL SIGNORE – 25 Dicembre 2025

Messa del giorno

 

 

Is 52,7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1,1-18

 

 Nel Natale di Cristo, la Chiesa ci invita a lodare con le parole profetiche del salmo 97 il Signore che ha compiuto prodigi e ha manifestato la sua salvezza e il suo amore per la casa d’Israele. Nel bambino di Betlemme questa salvezza si è manifestata, non solo ad Israele, ma a tutti gli uomini e donne della terra che possono ormai contemplarla e accoglierla. L’ingresso del Salvatore nel mondo e nella storia provoca un sussulto di felicità in tutti e in tutto. La gioia del Natale però sarebbe superficiale se non fosse fondata sulla contemplazione del mistero natalizio alla luce della fede. Ecco perché in questa messa del giorno siamo invitati a contemplare, guidati dalla parola di Dio, le profondità di questo mistero.

 

La prima lettura riporta un brano del Secondo Isaia, l’anonimo annunziatore del ritorno di Israele dall’esilio di Babilonia. Il profeta parla di un messaggero che annunzia pace, felicità, salvezza. Questa missione, nel Nuovo Testamento, Gesù l’attribuirà a se stesso (cf. Lc 4,43). La seconda lettura conferma che Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio. La lettura evangelica è presa dal grandioso prologo al vangelo di Giovanni. Vale la pena di concentrare la nostra attenzione su questo sublime brano. Giovanni annunzia che il Verbo di Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi; ma al tempo stesso annunzia che tutti coloro che accolgono questo bambino, il Figlio di Dio fatto carne, ricevono anch’essi il potere di diventare figli di Dio. In Cristo ci viene offerta la possibilità di una nuova origine, non più fondata sul sangue e sulla carne, ma su Dio stesso. Il mistero del Natale riguarda quindi anche noi. Il mistero di un Dio fatto uomo ci immerge nel mistero dell’uomo che diventa figlio di Dio. Si tratta di quel “misterioso scambio” di cui parla il III prefazio di Natale: il Verbo di Dio assume la nostra natura umana nella sua debolezza e fragilità, e noi, uniti a lui in comunione mirabile, condividiamo la sua vita immortale (cf. anche la preghiera dopo la comunione). La stessa dottrina esprime san Paolo in un brano che viene proposto oggi alla nostra attenzione: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Primi vespri, lettura breve - Gal 4,4-5). Nel Natale noi contempliamo gli inizi della nostra salvezza. L’antifona alla comunione annuncia profeticamente questo evento quando dice: “tutti i confini della terra hanno veduto la salvezza del nostro Dio” (cf. Sal 97,3).

 

Il grande padre della Chiesa romana, san Leone Magno, contemplando il mistero dell’Incarnazione, esclama: “Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all’abiezione di un tempo con una condotta indegna” (Ufficio delle letture, seconda lettura). Questa stessa esortazione è implicita nel testo del prologo di Giovanni quando si dice che a colui che accoglie il Figlio di Dio fatto carne, viene dato potere di “diventare” figlio di Dio: la nostra identità di figli di Dio è inserita dentro un processo dinamico che si apre ad una crescita progressiva e senza sosta e ci conduce verso gli spazi della vita divina.

 

L’eucaristia che oggi celebriamo è per eccellenza il sacrificio della nuova alleanza, il rito della nuova umanità, che ci introduce progressivamente alla partecipazione della vita divina. Celebrare in Natale significa celebrare l’umanità come luogo in cui il divino trova la sua massima manifestazione. 

 

 

venerdì 19 dicembre 2025

DOMENICA IV DI AVVENTO (A) – 21 Dicembre 2025

 



 

 

Is 7,10-14; Sal 23; Rm 1,1-7; Mt 1,18-24

 

Le letture bibliche di questa domenica mettono in luce le figure di Maria e di Giuseppe, e anche quella di san Paolo, modelli tutti e tre di accoglienza della Parola di Dio e di obbedienza ad essa. La prima lettura riporta il messaggio del profeta Isaia al re Acaz, chiedendogli di non elemosinare aiuto dall’Assiria, ma di fidarsi solo dell’aiuto di Dio. Acaz, però, non se la sente di fidarsi solo di Dio, vorrebbe rifiutare ogni segno divino; le sue parole apparentemente rispettose del volere divino (“Non voglio tentare il Signore”) sono frutto piuttosto della protervia di chi non vuole essere costretto a fidarsi dell’invisibile, di chi vuole a tutti i costi misurare e controllare le sue sicurezze. Nel racconto del brano evangelico di Matteo la figura centrale è Giuseppe. Al contrario del re Acaz, di cui parla il brano di Isaia, Giuseppe accetta il “segno” del bambino nato da una vergine e, fiducioso nella parola di Dio trasmessagli per mezzo dell’angelo, impegna tutta la sua vita per questo bambino e sua madre. Il testo evangelico conclude con queste parole: “fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa”. Giuseppe, quindi, accoglie il messaggio e ubbidisce.

 

Accanto alla figura di Giuseppe sta quella di Maria, la Madre di Gesù. Diversamente di quanto ha fatto san Luca, nei racconti della nascita e infanzia di Gesù, san Matteo non ci ha trasmesso alcuna parola di Maria. L’evangelista Matteo presenta una Maria silenziosa, ma docile strumento del disegno di Dio: ciò che avviene in lei è adempimento di “ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta”.

 

San Paolo nell’introduzione alla lettera ai Romani, proposta come seconda lettura, parla della sua vocazione. Dio lo ha chiamato a divenire apostolo, un inspiegabile e incomprensibile atto di grazia. In quanto tale, il ministero di apostolo è legato all’obbedienza di fede. Paolo si definisce apostolo e servo di Cristo Gesù. Vi è un intrinseco rapporto tra fede e obbedienza: la fede consiste nell’obbedire e l’obbedienza consiste nel credere.

 

Siamo chiamati a realizzare la nostra vita entrando liberamente e gioiosamente nell’orbita del disegno di Dio. Bisogna fidarsi di Dio. La nascita di Gesù che ci apprestiamo a celebrare è un segno della fedeltà di Dio. Disponiamoci ad accogliere, nell’obbedienza della fede, ad esempio di Giuseppe e Maria, il Signore che viene a salvarci.

 

L’orazione sulle offerte fa un suggestivo accostamento tra il mistero dell’incarnazione e il mistero eucaristico. Lo Spirito Santo che ha santificato con la sua potenza il grembo della Vergine Maria è lo stesso che consacra i doni del pane e del vino per la celebrazione del sacrificio eucaristico. Lo Spirito è poi colui che ci prepara ad accogliere il Signore che viene.