Cristo, essendo solidale con l’umanità in senso
reale e non metaforico, diviene il perfetto mediatore: egli è come un ponte che
ha una base nei cieli, ove Cristo è assiso come Figlio di Dio, e un altro
fondamento sulla terra, ove Cristo è fratello degli uomini e delle donne,
sofferente come loro e votato come loro alla morte. Proprio questa unità di
divino e di umano, fa sì che il suo sacrificio sia incastonato nella storia ma
sia anche un atto eterno. Il nostro oratore usa a più riprese (Eb 7,27;
9,12.26.28; 10,10) l’espressione greca ephápax, “una volta per sempre”,
per indicare l’intreccio di tempo e di eterno che si consuma sulla croce del
Golgota. Il sacrificio di Cristo accade un volta sola, in una data e in un luogo
preciso, ma non si esaurisce là.
All’interno di quell’evento, infatti, c’è il seme
del divino e quindi di un’eternità che pervade tutti i secoli, sostiene tutte
le celebrazioni cristiane, si irradia nella distesa del tempo e dello spazio,
alimenta la vita di tutti i credenti, salva le generazioni umane. Un unico sacrificio,
ma una presenza ininterrotta; un unico sacrificio che si effonde nella
molteplicità dei riti; un'unica alleanza che però coinvolge l’intera umanità. “Con
un’unica offerta Cristo ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati”
(Eb 10,14).
Fonte: Gianfranco Ravasi, Ero un blasfemo, un persecutore e un violento.
Biografia di Paolo (Scienza e Idee 370), Raffaello Cortina Editore, Milano
2024, p. 129.