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venerdì 30 gennaio 2026

DOMENICA IV DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 1 Febbraio 2026

 



 

 

Sof 2,3; 3,12-13; Sal 145 (149; 1Cor 1,26-31; Mt 5,1-12a

 

         

Nella prima lettura, il profeta Sofonia ci ricorda che il resto fedele di Israele sarà un popolo umile e povero capace di cercare il Signore. Nella seconda lettura san Paolo, invitando i Corinzi a considerare la vocazione cristiana, dice a loro, riferendosi alla croce di Cristo, che Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Infine, la lettura evangelica riporta il testo delle beatitudini che iniziano proclamando “beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. Due concetti dobbiamo chiarire: che significato hanno le beatitudini nel vangelo e, in particolare, chi sono questi “poveri in spirito” proclamati beati.

 

Il brano del vangelo odierno inizia così: “vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo...” In questo modo solenne viene introdotto il cosiddetto discorso della montagna che rappresenta il cuore del vangelo di san Matteo e il modello di vita del cristiano. Come Mosè sul Sinai ricevette da Dio la legge fondamentale del suo popolo, così Gesù sale sulla montagna per proclamare la nuova legge che dà compimento alla legge antica. Le beatitudini sono il sunto di questa nuova legge, vera carta costituzionale del nuovo popolo di Dio. Esse hanno trovato in Cristo la perfetta attuazione. Le beatitudini diventano allora l’identikit del discepolo di Gesù che cerca di seguire il suo Maestro. Più che le singole affermazioni del testo delle beatitudini interessa rilevare il movimento che orienta la vita secondo un itinerario che va da un presente di croce verso un futuro di gloria: “Beati... perché saranno consolati... avranno in eredità la terra... saranno saziati... troveranno misericordia... vedranno Dio... saranno chiamati figli di Dio”. Questo programma trova riscontro nella vita di Gesù, soprattutto nella sua passione, morte e risurrezione. In sintesi, possiamo affermare che le beatitudini ci collocano di fronte alla presenza di Dio affinché riusciamo a misurare la nostra vita non secondo i valori del mondo e le possibilità di successo ad essi collegate ma secondo i valori di Dio e i doni che da lui ci vengono gratuitamente elargiti e che hanno trovato nell’esistenza di Gesù perfetta realizzazione.

 

La “povertà in spirito” è la prima beatitudine del vangelo, animatrice di ogni altra beatitudine. “Beati i poveri in spirito - dice Gesù - perché di essi è il regno dei cieli”. Che s’intende qui per poveri? I poveri non sono persone particolarmente virtuose, ma semplicemente persone particolarmente bisognose. La loro beatitudine significa quindi risposta al loro bisogno da parte di Dio che è ricco di misericordia. La condizione di povertà, poi, pone l’uomo davanti a Dio nella condizione del bisognoso. La povertà così intesa apre l’uomo alla fiducia semplice e docile nel Signore. A questo punto, è lecito dire che la povertà può diventare addirittura un ideale di vita, perché apre degli spazi per Dio, strappa dalle sicurezze mondane e orienta verso altri traguardi, altre gioie. In poche parole, la povertà in spirito significa una disposizione interiore globale di abbandono, di disponibilità a Dio, alla sua volontà, alla sua provvidenza.

 

domenica 25 gennaio 2026

LA PAROLA DI DIO NON È UN LIBRO

 



La Parola di Dio non è un libro, la Parola di Dio è Gesù. Quando sentiamo l’espressione “Parola i Dio” non dobbiamo pensare alla Bibbia, ma a Gesù. Papa Francesco, parlando ai membri della Pontificia commissione biblica, ha espresso in maniera semplice questa fede: “La Parola di Dio precede ed eccede la Bibbia. È per questo che la nostra fede non ha al centro soltanto un libro, ma una storia di salvezza e soprattutto una Persona, Gesù Cristo, Parola di Dio fatta carne”.

Cosa significa? Significa che la Bibbia va capita nella cornice della Rivelazione divina […] Per il cristianesimo Dio non ci ha dato una legge o delle norme: Dio ci ha dato sé stesso perché desidera farsi conoscere e vuole entrare in comunione con noi. Ecco, la Bibbia fa parte di questa rivelazione, ma non la esaurisce. Che vuol dire allora che “La Parola di Dio precede ed eccede la Bibbia?” Nel senso che esistono: una rivelazione naturale e cosmica che Dio offre agli uomini nelle cose create (il tramonto, le montagne, il mare, gli abissi, gli animali, i pianeti, il vento, il sole che scalda, la pioggia che bagna, tutta la meraviglia del creato sono Parola di Dio); una rivelazione di Dio nella storia, la quale segna le sorti di un dialogo tra Dio e gli uomini, fatta di tradizione orale, e tutta la Tradizione della Chiesa; infine, il punto più importante, la Parola di Dio è Gesù, una persona viva, incarnato, morto e risorto per me.

In questo c’è una grandissima differenza con gli ebrei, i musulmani e le altre religioni. Come spiega il teologo Henri Marie De Lubac: “Mani e Maometto hanno scritto dei libri, Gesù, invece, non ha scritto niente; Mosè e gli altri profeti hanno scritto di lui […] Il cristianesimo, propriamente parlando, non è affatto una religione del Libro: è la religione della Parola – ma non unicamente né principalmente della Parola sotto la sua forma scritta. Esso è la religione del Verbo, non di un verbo scritto e muto, ma di un Verbo incarnato e vivo. La Parola di Dio adesso è qui tra noi, in maniera tale che la si vede e la si tocca: Parola viva ed efficace, unica e personale, che unifica e sublima tutte le parole che le rendono testimonianza”.

 

Fonte: Nicola Commisso, Manco le basi. Piccolo manuale di introduzione alla fede cattolica. Prefazione di Costanza Mariano, Il Timone, Milano 2025, pp. 179-181.

venerdì 23 gennaio 2026

DOMENICA III DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 25 Gennaio 2026 Domenica della Parola

 



 

 

Is 8,23b-9,3; Sal 26 (27); 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23

  

Il simbolismo della luce, che abbiamo già trovato nella domenica precedente nonché nella liturgia natalizia e ritroveremo in quella pasquale, esprime, nella Bibbia, la realtà della salvezza donata dal Signore per mezzo di Cristo. San Matteo, nel brano evangelico d’oggi, racconta gli inizi del ministero pubblico di Gesù che comincia dalla Galilea, dopo l’arresto di Giovanni. Gesù sceglie come punto di partenza della sua predicazione una regione religiosamente sottosviluppata, dove la religione d’Israele era a stretto contatto col paganesimo. Nel secolo VIII a. C. gli abitanti di Galilea erano stati deportati in esilio, “immersi nelle tenebre della schiavitù”. Ricordiamo che uno degli argomenti che verranno portati contro la messianicità di Gesù è appunto questo: “Il Cristo viene forse dalla Galilea?” (Gv 7,41). In questa scelta fatta da Gesù per iniziare l’annuncio del Regno di Dio e l’invito alla conversione, l’evangelista Matteo vede il compimento delle parole del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “...il popolo che cammina nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. La Galilea, terra di tenebra da dove la predicazione di Gesù inizia a irradiarsi come luce, è il simbolo del buio che avvolge la vita dell’uomo che non è stato illuminato dalla luce del Vangelo di Gesù.

 

La lieta novella che Gesù reca all’uomo è un messaggio di liberazione morale e fisica, perché rinnova l’uomo. Gesù predica il vangelo del Regno e guarisce ogni malattia e infermità mettendo l’uomo in grado di individuare e percorrere la strada che lo può realizzare, che è capace di dare senso alla propria vita, come i fratelli Simone e Andrea e Giacomo e Giovanni che, lasciata ogni cosa, seguono Gesù e trovano in lui il senso della loro esistenza. San Matteo sottolinea che i primi discepoli sono fratelli nel sangue per indicare l’effetto della conversione che conduce oltre, verso la fraternità in Cristo, la sola capace di non divenire mai esclusiva, ma comprensiva di ogni uomo. Convertirsi al Regno di Dio significa quindi scoprire anche i profondi rapporti che ci uniscono gli uni gli altri. Fare di Cristo il centro della vita vuol dire spezzare ogni barriera e ogni divisione. Perciò nella comunità di coloro che sono stati illuminati dal Vangelo di Gesù non hanno senso le discordie, le divisioni. È quanto ricorda san Paolo nella seconda lettura quando esorta i fratelli della comunità di Corinto ad essere “in perfetta unione di pensiero e di sentire”. Se Cristo non può essere diviso, nemmeno la comunità di Cristo, che è vero “corpo di Cristo”, può essere divisa. Le divisioni nella Chiesa sono lacerazioni di Cristo.

 

Riassumendo, possiamo affermare che negli inizi della sua predicazione Gesù annuncia la liberazione dall’oppressione in cui si trovano gli uomini che vivono nelle tenebre e nella schiavitù del peccato, perché essi, “illuminati” dalla luce che è Cristo, possano ritrovare il senso della loro esistenza nella comunione e solidarietà reciproca. Questo messaggio trova una sua realizzazione vera e paradigmatica nella partecipazione all’eucaristia, in cui per opera dello Spirito “diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito” (preghiera eucaristica III).

domenica 18 gennaio 2026

TRADIZIONE

 



La rivelazione, che è data una volta per sempre (cf. DV 4), è intrecciata con le sue condizioni culturali e quindi richiede di essere riscoperta, ripensata e riformulata in ogni nuova situazione. La non presa in carico della storicità della tradizione genera una paralisi della stessa, dato che viene sradicata dalla vita dei credenti e dalle sfide del presente.

Non è possibile identificare il vangelo con un solo contesto culturale, considerato come una sua sintesi insuperabile. L’intreccio tra il vangelo e i beneficiari e trasmettitori mostra perciò che non si può definire la rivelazione in se stessa, “oggettivamente”, e al di fuori della sua ricezione storica. Essa non prende il posto dell’esperienza di fede dei credenti. Il rischio altrimenti è quello di puntare all’applicazione di un insieme di dottrine, così da far rientrare l’esperienza credente dentro un sistema già preconfezionato. Il concetto della pastoralità della dottrina con cui Giovanni XXIII ha inaugurato il Vaticano II esprime bene questo collegamento tra la sostanza viva del vangelo e le culture che lo fanno proprio.

Nei decenni successivi al Vaticano II, tuttavia, si sono succeduti una serie di pronunciamenti magisteriali – ricapitolati infine nel motu proprio di Giovanni Paolo II Ad tuendam fidem (1998) – che hanno modificato l’architettura del magistero, inserendo un secondo livello di magistero tra quello infallibile e autentico. Il canone che recepisce questa “aggiunta” così recita: “Si devono pure fermamene accogliere e ritenere anche tutte e singole le cose che vengono proposte definitivamente dal magistero della Chiesa circa la fede e i costumi, quelle cioè che sono richieste per custodire santamente ed esporre fedelmente lo stesso deposito della fede; si oppone dunque alla dottrina della Chiesa cattolica chi rifiuta le medesime proposizioni da tenersi definitivamente” (can. 750 § 2).

Con questo secondo livello di magistero (che per comodità possiamo chiamare “definitivo”), si crea un nuovo sistema di dogma, non più legato in modo esclusivo alla rivelazione. La Nota dottrinale illustrativa, emanata poche settimane dopo il motu proprio, nel voler spiegare questo magistero, non solo elenca alcuni casi specifici (tra cui l’infallibilità del papa e la dottrina sull’ordinazione sacerdotale da riservarsi solo a persone di sesso maschile), ma canonizza anche alcuni dispositivi teorici (legge naturale, necessità di ragione, connessione storica di alcune dottrine), che sorreggerebbero tali esempi, quasi a voler blindare il pensiero teologico entro una previa griglia interpretativa immune da contaminazioni storiche e da cambiamenti futuri.

 

Fonte: Sintesi di: Giuseppe Guglielmi, Tradizione, in Andrea Grillo – Luigi Mariano Guzzo (edd.), “Intra omnes. Dal popolo di Dio al conclave”, Queriniana, Brescia 2025, pp. 151-156. Si raccomanda leggere l’intero articolo.

 

venerdì 16 gennaio 2026

DOMENICA II DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 18 Gennaio 2026

 

 


 


 

Is 49,3.5-6; Sal 39 (40); 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34

 

In questa domenica, che viene dopo le feste natalizie, siamo invitati a contemplare Gesù, all’inizio della sua missione, quale fedele esecutore della volontà del Padre.

La prima lettura parla profeticamente di un misterioso “servo”, scelto da Dio dal seno materno per salvare Israele, anzi la missione di questo servo del Signore, chiamato “luce delle nazioni”, ha il compito di portare la salvezza “fino all’estremità della terra”. I cristiani dei tempi apostolici non hanno faticato e riconoscere nella vita di Gesù Cristo e nella missione della Chiesa le caratteristiche del “Servo del Signore” donato per la salvezza dell’umanità. Le attese di Israele trovano in Cristo il loro compimento. Nella lingua aramaica (parlata da Gesù e da Giovanni Battista) la parola talya significa “servo” e “agnello”. Con questa parola usata da Isaia, nel vangelo d’oggi vediamo che Giovanni Battista indica Gesù, annunciando che egli è il “servo di Dio”, che libera il mondo dal peccato: Gesù è “l’agnello [servo] di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”, strumento perfettamente docile nelle mani del Padre per compiere la salvezza del mondo. Attraverso la testimonianza del Battista viene consolidata la nostra fede in Gesù che è stato consacrato dallo Spirito Santo come Messia e nel quale siamo invitati a porre ogni fiducia e speranza perché non c’è altra salvezza se non quella che lui ci offre.

Credere in Gesù non significa fare un’esperienza personale puramente interiore e intimista. La Chiesa chiama Giovanni Battista “testimone della luce” (Secondi vespri, Ant. al Magn.). Come Giovanni Battista, tutti i seguaci di Gesù siamo chiamati ad essere decisamente e senza ambiguità testimoni di Cristo “luce delle nazioni” davanti al mondo. La testimonianza di Giovanni è frutto del vedere e del conoscere: ciascuno di noi dà di Cristo una testimonianza proporzionata alla vita di fede e di relazione che intrattiene con lui. Per san Paolo, di cui abbiamo letto il brano iniziale della prima lettera ai Corinzi, l’esperienza che egli ha avuto della fede è stata contemporaneamente consapevolezza della chiamata ad “essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio”. Queste parole riassumono l’esperienza della vocazione di Paolo e riflettono la coscienza che egli ha della propria missione. San Paolo si considera chiamato da Dio con il compito di far conoscere Gesù Cristo. Come in Giovanni Battista e come in Paolo, la testimonianza non si esaurisce nell’annuncio, ma comporta una vita coerente con quanto si crede e si annuncia. L’opera della salvezza attuata da Gesù continua ora attraverso l’impegno e la testimonianza di noi tutti.

Quando ci avviciniamo alla comunione eucaristica, ci viene presentata l’ostia santa con le parole di Giovanni Battista: “...Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Un agnello è facile da prendere, non c’è bisogno di andare a caccia per catturarlo; poiché piccolo e fragile non pone grande resistenza; da sempre il suo aspetto candido evoca l’immagine della purezza, dell’innocenza; ma, allo stesso tempo, la sua carne tenera e gustosa è un cibo prelibato. Ed è proprio così che Dio ha scelto di presentarsi al mondo degli uomini consegnandosi per sempre nelle loro mani.

L’eucaristia ci rende partecipi della salvezza portata a termine da Gesù nel sacrificio della croce, di cui la comunione e partecipazione sacramentale. Al tempo stesso, nella partecipazione all’eucaristia prendiamo coscienza di essere coinvolti con Cristo nella salvezza del mondo.

 

domenica 11 gennaio 2026

IL PRESBITERIO

 



Quello che ci siamo tutti abituati a chiamare “presbiterio”, che resta ancora nella prevalenza dei casi un’area plenaria nella quale la gran parte degli elementi liturgici finisce per convivere dentro un indifferenziato accumulo di funzioni, e oggi anche dentro una disinvolta circolazione di figure (anche in questo caso con l’ingenua intenzione di realizzare le condizioni di un’assemblea interamente celebrante). Il presbiterio, quindi, si presenta quasi sempre come un trafficato crocevia di funzioni e ruoli, in cui sede, altare, ambone, tabernacolo vengono indifferentemente affollati da celebranti, concelebranti, lettori, ministranti, spesso anche cantori, in un andirivieni che tendenzialmente azzera le differenze qualitative di spazio e di tempo che la liturgia chiede da predisporre. Insomma, presenza e movimento dall’inizio alla fine, soprattutto attorno all’altare, specie quando la sede del celebrante lo affianca di pochissimo, se non quando addirittura qualcuno ancora presiede dall’altare. Ecco, questo significa far morire i luoghi sotto il dominio delle funzioni. L’insieme delle funzioni che si realizzano nei vari ministeri, compresi quelli dei piccoli ministranti, non dovrebbe stare permanentemente insediato, dall’inizio alla fine, sul presbiterio. Tutti dovrebbero stare nei pressi dell’assemblea e muoversi verso i vari luoghi liturgici solo nel momento in cui sia richiesto, “presidente” compreso, per avere davanti agli occhi il puro segno dell’altare che li orienta, non il continuo agitarsi degli addetti ai lavori. In molti casi ancora oggi chi presiede l’eucaristia compare all’altare da dietro, come per uno strano privilegio di casta, che annulla totalmente le prossemiche e le simboliche in gioco, mentre anche il prete dovrebbe stare come tutti nei pressi dell’altare, per salirvi solo quando il suo ministero lo chiama alla preghiera eucaristica. Tranne che in quel momento, l’altare dovrebbe stare sempre solo, vuoto, libero, congedando – ma quando accadrà? – il modello di un presbiterio che contiene tutto il necessario per agire come la rappresentazione di una pièce che avviene su un palco di fronte al pubblico pagante.

 

Fonte: Giuliano Zanchi, Dare luogo alla grazia. Sugli spazi della liturgia, Vita e Pensiero, Milano 2025, pp. 94-95.  

La proposta di Zanchi è in linea con una visione sinodale della celebrazione liturgica (M. A.)

venerdì 9 gennaio 2026

DOMENICA III DOPO NATALE: BATTESIMO DEL SIGNORE ( A ) 11 Gennaio 2026

 



 

 

Is 42,1-4.6-7; Sal 28; At 10,34-38; Mt 3,13-17

 

La festa del Battesimo del Signore fa da ponte tra le feste natalizie e le domeniche del Tempo ordinario, ormai iniziato. Il battesimo per Gesù rappresenta la fine della vita nascosta di Nazaret e l’inizio della sua attività pubblica mediante l’investimento ufficiale del Padre che lo presenta alle folle come Figlio prediletto su cui si posa lo Spirito Santo. È una festa che ci invita quindi ad approfondire l’identità di Gesù e la sua missione.

 

Il battesimo di Giovanni era una confessione dei propri peccati e il tentativo di deporre una vecchia vita mal spesa per riceverne una nuova. Gesù non poteva confessare peccato alcuno; però sottomettendosi al rito del battesimo di Giovanni egli intende manifestare la sua disponibilità ad ascoltare la voce di Dio, la sua solidarietà con i peccatori e l’impegno per la loro conversione, e l’accettazione della vita come dedizione agli altri. La lettura evangelica narra l’evento: alle perplessità di Giovanni, Gesù risponde dicendo che occorre che “adempiamo ogni giustizia”. Con queste parole, Gesù afferma che c’è una giustizia da compiere, e cioè una volontà divina cui obbedire. Gesù afferma quindi la sua disponibilità a dedicarsi totalmente all’adempimento del volere salvifico divino, che d’ora in poi sarà la matrice di ogni sua azione fino al momento del battesimo di sangue sulla croce. A questa disponibilità di Gesù, il Padre risponde proclamandolo: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”. Queste parole richiamano le parole d’Isaia che abbiamo letto nella prima lettura. Il Padre si compiace nel suo Figlio, lo guarda con benevolenza e con gioia. Segno di questa benevolenza è la presenza dello Spirito Santo che si posa su Gesù.

 

Alla domanda iniziale sull’identità di Gesù, possiamo rispondere con le stesse parole di san Pietro, riportate dalla seconda lettura: Gesù è un uomo consacrato “in Spirito Santo e potenza”, e cioè nella potenza dello Spirito, che ha percorso tutta la Palestina “beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo”. La sua azione è stata vittoriosa, “perché Dio era con lui”.

 

Il battesimo cristiano attraverso il segno dell’acqua versata manifesta e realizza la nostra personale immersione nella vita di Cristo per poter vivere come lui è vissuto, con la forza dello Spirito Santo. Così come per Gesù il battesimo è stato il momento decisivo della sua vocazione, in cui egli ha espresso la sua decisione di realizzare la missione affidatagli dal Padre, così anche per noi il battesimo rappresenta il punto di partenza di una vita donata a Cristo e al suo vangelo.




 

martedì 6 gennaio 2026

LA VITA POST-MORTEM

 



 

Colpisce che il post-mortem sia una credenza già nella fase iniziale della evoluzione mentale. I riti di sopravvivenza sono presenti in forma liturgica nell’Africa primitiva, nei villaggi della Nuova Guinea, che non conoscevano ancora il rapporto con la cultura civilizzata bianca, psichicamente più sviluppata.

Il bisogno della vita post-mortem si pone nello stesso momento in cui c’è la consapevolezza della fine, considerata però come un altro modo di continuare a vivere. La morte, come fine di tutto, è piuttosto tardiva nella storia dell’antropologia.

La coscienza di sé e del mondo si accompagna alla convinzione (certezza) di una vita che continua e che è sempre legata al villaggio, continua quindi all’interno di una società. L’idea del funerale è il segno della partenza di chi ora va a vivere sulla montagna, poi in cielo, e raggiunge un livello di maggior potere, tanto da poter aiutare il villaggio.

Queste concezioni mettono in rilievo che il concetto di continuare ad esserci è lontano dall’immortalità, ma resta un elemento primario, istintivo, biologico.

 

Fonte: Vittorino Andreoli, Mistero. Una risposta, non una domanda, Fondazione Terra Santa, Milano 2025, p. 213.

domenica 4 gennaio 2026

EPIFANIA DEL SIGNORE – 6 Gennaio 2026

 



 

Is 60,1-6; Sal 71; Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12

 

 

Gesù è nato in un piccolo paese, la Palestina sottomessa al potere dell’Impero Romano. La sua nascita è annunciata ad un gruppo di pastori che rappresentano gli umili, gli ultimi di quell’umile e insignificante paese: “Oggi è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore” è l’annuncio dell’angelo ai pastori. Apparentemente il mistero della notte del Natale finisce qui entro i limiti di questo piccolo popolo e di questi pochi pastori a cui l’evento è annunciato. Invece ecco che oggi questo annuncio acquista delle dimensioni universali, che vanno oltre i limiti del popolo palestinese: “Alcuni Magi vengono dall’oriente” ad adorare questo neonato e gli offrono in dono “oro, incenso e mirra”: l’oro, metallo prezioso per eccellenza, simbolo della regalità di Cristo; l’incenso, un profumo da bruciare usato nei riti religiosi, simbolo della sua divinità; la mirra, adoperata tra l’altro per scopi medicinali, simbolo dell’umanità di Gesù.

 

Vediamo quindi che gli umili di Israele e i lontani dell’oriente accolgono il Salvatore. I pastori dopo aver visto il bambino, dice san Matteo, annunciano agli altri ciò che è stato detto loro e hanno visto. I Magi ritornano alla loro terra e la tradizione ci dice che diventeranno i primi evangelizzatori del lontano oriente. Invece, abbiamo sentito che i capi dei sacerdoti e gli scribi, interrogati da Erode, sanno che il Messia deve nascere a Betlemme, ma rimangono indifferenti all’evento. Sanno e possono informarsi con sicurezza dove deve nascere il Messia, ma si tratta di una conoscenza astratta, che non tocca la vita.

 

Quando Gesù rimane nell’orizzonte del puro sapere, non è riconosciuto come Salvatore. Per avvertire efficacemente la presenza salvifica di Cristo, bisogna che il nostro cuore sia sempre disponibile e in attesa. Allora le tracce del Signore si rivelano e ci conducono fino a lui. Diversamente sembrano opache e lasciano nel distacco. Il Verbo di Dio che appare “nella nostra carne mortale” fissa e attrae chi ha gli occhi della fede, e la fede è esattamente disponibilità e attenzione, desiderio e domanda. I Magi si sono messi in cammino, hanno interrogato, cercato, hanno osservato i segni del cielo, si sono informati sulle Scritture e hanno trovato.

 

L’Epifania è una festa di luce, una luce che guida tutti i popoli a Cristo. Di fronte a Cristo che viene, ciò che conta non è la razza, la cultura o la prudenza umana, ma la disponibilità del cuore ad accoglierlo e annunciarlo agli altri. L’Epifania diventa la logica e naturale conclusione del Natale e proietta tutti noi, come i pastori e come i Magi, sulle strade del mondo per annunciare a tutti gli uomini le meraviglie di Dio.

 

venerdì 2 gennaio 2026

II DOMENICA DOPO NATALE – 04.01.2026

 



 

Sir 24,1-4.12-16; Sal 247; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18

 

 

In questa seconda domenica di Natale, ci viene riproposto il sublime testo del prologo del Vangelo di san Giovanni, che abbiamo già ascoltato nella messa del giorno di Natale. È un testo che ci invita a guardare la nostra storia con gli occhi di Dio. Lasciando quindi in disparte il pensiero delle vicende quotidiane che ci preoccupano e talvolta ci opprimono, inoltriamoci in questa storia sublime e affascinante. È la storia dell’incontro tra Dio e l’uomo, tra Dio e ciascuno di noi. Ecco perché all’inizio di tutto c’è la Parola, che esiste da sempre vicina al Padre.

 

È una Parola che strappa il silenzio del nulla e chiama all’esistenza. Solo una parola di amore può fare una cosa simile. Infatti, Dio ama l’umanità di un amore tanto smisurato da sembrare folle. Dio, pur bastando a se stesso e non avendo quindi bisogno di nulla e di nessuno, non vuole restare nella sua perfetta solitudine. Dio trabocca d’amore perché è comunione d’amore (ce lo ricorda lo stesso san Giovanni nella sua prima Lettera). Perciò Dio crea perché vuole farci partecipi della sua gioia.

 

È una Parola che offre un’alleanza, una Parola che ci mostra un Dio disposto a legarsi alla nostra umanità per sempre. E per questo ci traccia la strada della felicità, perché sfuggiamo alle insidie del male. È una Parola che non si lascia sconfiggere dalla cattiveria e dall’ingratitudine di noi esseri umani e per questo non si stanca di annunciare, con la voce dei profeti, un progetto sublime che sorpassa qualsiasi immaginazione.

 

Questa Parola si è fatta carne, è diventata una creatura umana, come noi, uomo legato alla terra, debole e caduco, come siamo noi. Non c’è altro modo per rivelare l’Amore se non condividendo fino in fondo la nostra condizione, assumendone la relatività e la impermanenza. Non c’era altra strada per strapparci alla grettezza dell’egoismo, alla durezza del cuore, alla prigionia del peccato. Questa Parola si è fatta carne e ha corso tutti i rischi che comporta una simile scelta: anche quello di essere ignorata, rifiutata, calpestata, condannata… Sì, anche il rischio di essere fatta tacere per sempre, con la morte. Però questa storia non è segnata solo dal rifiuto, è segnata anche dall’accoglienza.

 

Questa Parola fatta carne è stata offerta alla nostra libertà. Possiamo accoglierla o allontanarla, farle posto o cacciarla, ascoltarla o tapparci le orecchie. Se l’accogliamo, se le apriamo il cuore e la mente, se la facciamo scendere nel profondo della nostra esistenza, riceviamo qualcosa di inaudito, che ci trasfigura per sempre. Diventiamo figli di Dio, l’oggetto della sua tenerezza, un raggio della sua luce, un frammento della sua bellezza. Gesù è venuto proprio per questo. È questo il mistero che celebriamo nel Natale.  

 

 

 

 


giovedì 1 gennaio 2026

“IL VOSTRO CULTO SPIRITUALE” (Rm 11,34 – 12,1)

 



 

Cari fratelli di Roma,

è mai possibile che l’uomo conosca il pensiero di Dio? Forse qualcuno potrebbe dargli un consiglio? Come si fa a pensare che sia io a dare qualcosa a lui e che egli ne resti obbligato a ricambiarmi? Tutto è suo, infatti; da lui tutte le cose provengono e a lui sono destinate e a lui io voglio sempre render gloria. Così sia. Amen. Poiché viviamo all’ombra della bontà di Dio, vi raccomando, offrite a Dio il vostro corpo. Le cose che fate con le vostre membra siano queste il vostro sacrificio, la vostra vita santa, che piace a Dio. È questo il vostro culto vero che sgorga dal vostro spirito.

 

Nelle più diverse esperienze religiose, la pratica del sacrificio sembra una costante, o nella semplice forma dell’offerta di un alimento, o in quella dell’immolazione sull’altare, in onore della divinità, di un animale. Che l’apostolo Paolo abbia preso le distanze da questa prassi è facile comprenderlo. Anche se è interessante osservare come a volte riaffiori, tra i suoi pensieri, l’immaginario collettivo dei sacrifici cui egli aveva assistito nel tempio di Gerusalemme e in cui continuamente si imbatteva lungo le strade delle città dell’impero.

Gli antichi profeti di Israele denunciavano, nella loro predicazione, l’ipocrisia di coloro che si esibivano nell’offerta di sacrifici ricchi e costosi, e nel contempo commettevano ingiustizie e disprezzavano i poveri. Offrire sacrifici per ottenere il perdono dei peccati, senza la volontà di convertirsi, è cosa ignobile. Paolo va ancora oltre questo fondamentale richiamo alla coerenza della vita col rito. Egli ne demolisce la logica sottostante: offrire a Dio un dono con il pensiero che egli dovrà ricambiarcelo significa non avere alcun vero senso di Dio. Egli è il creatore del cielo e della terra, a lui tutto appartiene; nulla esiste, né alcunché persiste nell’esistenza, se non in forza della sua volontà creatrice. Ciò invece che deve determinare l’atteggiamento dell’uomo di fronte a Dio è l’intenzione fondamentale, profonda, di dedicare la propria esistenza, che da lui trae origine e in lui trova il suo senso, alla ricerca di Dio e dei sentieri sui quali camminare nello scorrere della vita; fare ogni cosa per lui, vivere per lui, è pensiero costante dell’apostolo.

Paolo non ha nessun entusiasmo per cerimonie, riti e liturgie, paludamenti sacri e templi, ma neppure simpatizza con le tante forme di spiritualismo correnti nell’ambiente greco-romano. Invece di deporre sugli altari pecore e capri, si offra a Dio il proprio corpo, bocca, mani, piedi, tutto ciò che concretamente si sta facendo, di momento in momento, nella ferma volontà che tutto sia compiuto in modo di essere degno di Dio. È un culto spirituale, ma non nel senso che ai riti esteriori si debbano sostituire solo intenzioni e buoni sentimenti. Il suo modo di sentire non ha nulla a che fare con quel certo spiritualismo di maniera che dissolve il valore reale delle cose che concretamente si fanno. Se compiute nell’amore, in solidarietà con gli altri e nella generosità del donare, in esse si incarna l’intenzione del credente di vivere per Dio. In quanto al suo ministero, tutto concentrato nella predicazione, tanto da non essersi dedicato neppure a battezzare coloro che introduceva nella fede, è ben comprensibile che egli mai si presenti come fosse un sacerdote. Era questo, del resto, un atteggiamento comune a tutti gli apostoli. Profondamente convinto, però, che la vita vissuta in Cristo, nella fede, è tutta un’offerta al Padre, degna di Dio ben più dei sacrifici rituali, egli non manca, in alcuni momenti, di immaginarsi come un sacerdote: la vita delle sue comunità, vissuta nella fede, è l’offerta, gradita a Dio, che egli presenta ogni giorno al Padre sull’altare dell’esistenza. Ripensando alla sua vita e prevedendo che prima o poi sarebbe stato mandato a morte, egli immagina la vita delle sue comunità come la vittima di un sacrificio, sulla quale, a compimento di una vita consumata al servizio del Signore, egli avrebbe versato il suo sangue, al posto del latte e del vino, che sii usava versare nei riti di libagione.

 

Fonte: Severino Dianich, Le perle di Paolo. Un viaggio nelle pagine più belle dell’apostolo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2025, pp. 97-99 (senza le note)