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venerdì 31 gennaio 2025

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – 2 Febbraio 2025

 



 

 

Ml 3,1-4: Sal 23 (24); Eb 2,14-18; Lc 2,22-40

 

La festa della Presentazione del Signore idealmente si colloca alla fine del ciclo natalizio e prelude a quello pasquale. Infatti, nella presentazione al tempio Cristo è offerto e si offre come vittima sacrificale al Padre, offerta che si consumerà sulla croce. Come ricorda la seconda lettura (Eb 2,14-18), Cristo è veramente sacerdote nell’offrire se stesso per i peccati del popolo. In questo mistero, Maria ha un ruolo importante: la Madre offre il Figlio e insieme è offerta al Padre dal Figlio. Secondo la legge di Mosè ogni primogenito ebreo è chiamato “santo”, cioè proprietà del Signore e a lui consacrato quale geloso possesso. Eventualmente può essere riscattato con un’offerta sacrificale (cf. Es 13,2.12.15; Lv 12,2-6.8; 5,11). Gesù è offerto a Dio, come primogenito, e riscattato con l’offerta dei poveri. La lettura evangelica, oltre a sottolineare l’osservanza della legge da parte di Giuseppe e Maria, indica la città santa di Gerusalemme come punto di partenza della salvezza portata da Gesù. I due vecchi, Simeone e Anna, che incontrano Gesù, rappresentano il popolo di Dio in attesa della salvezza promessa. Come si dice all’inizio della benedizione delle candele, Gesù “veniva incontro al suo popolo, che l’attendeva nella fede”. Perciò in Oriente, ma anche in Occidente, la festa è stata chiamata Hypapanté (= incontro).

 

Nel salmo responsoriale, in un crescendo di grande potenza sonora, le porte del tempio sono invitate a spalancarsi, sollevando i loro frontoni e i loro archi per accogliere il Re della Gloria che entra nel suo tempio. Il tempio è anche evocato nel brano del profeta Malachia, proposto come prima lettura: il profeta annuncia l’arrivo di un messaggero di Dio che entra nel tempio e attraverso un giudizio purificatorio, prepara un sacerdozio puro destinato a offrire a Dio l’oblazione pura e santa di Giuda e di Gerusalemme. La liturgia odierna vede in questo messaggero di Dio che entra nel tempio per purificarlo, la presentazione di Gesù al tempio di Gerusalemme e la purificazione di sua madre Maria in ossequio alla legge mosaica.

 

Ma Maria va al tempio soprattutto per associarsi all’offerta del Figlio. Maria e Giuseppe, presentando il Bambino, riconoscono che Gesù è “proprietà” di Dio ed entra nel piano dell’attuazione del disegno divino perché “è salvezza e luce per tutti i popoli”. Nel mistero della Presentazione Gesù comincia la sua missione nei riguardi del tempio e dell’intero popolo. Al pari dei profeti, Gesù professa per il tempio un profondo rispetto; vi si reca per le solennità come ad un luogo d’incontro con il Padre suo; ne approva le pratiche cultuali, pur condannandone lo sterile formalismo; con un gesto profetico, scaccia i mercanti dal tempio e afferma che esso è casa di preghiera. E tuttavia annuncia la rovina dello splendido edificio, di cui non rimarrà pietra su pietra. Gesù stabilisce un culto verso il Padre “in spirito e verità” (Gv 4,23), un culto non più legato al tempio o a qualsiasi altra località geografica o sacra. Si tratta del culto che Cristo compie nell’offerta della sua vita, adempimento efficace e definitivo di tutti i molteplici sacrifici e riti anticotestamentari.

 

domenica 26 gennaio 2025

LITURGIA DELLE ORE PER TUTTI

 



Arnaud Join-Lambert, Mistero pasquale e Liturgia delle Ore. Una proposta innovativa per tutti (Guide 38), Queriniana, Brescia 2024. 156 pp. (€ 18,00).

Liturgia delle ore, Ufficio divino, Breviario sono espressioni che si riferiscono tutte alla stessa pratica, quella della preghiera quotidiana della chiesa, composta principalmente dalla recita dei salmi. Non si tratta di una prerogativa del clero o dei monaci: il concilio Vaticano II ha voluto estendere la pratica – in linea di principio – a tutta quanta la comunità ecclesiale.

Join-Lambert, liturgista e pastoralista di fama internazionale, individua proprio il mistero pasquale come chiave per intendere il significato profondo di questa preghiera, con l’obiettivo di contribuire al suo rinnovamento.

In una prima sezione a carattere storico, egli rintraccia le origini antiche di questa prassi, fino alla riforma del XX secolo. Poi si concentra sugli aspetti teologici e pratici, esaminando il perché, il chi, il quando, il come e il dove della liturgia delle ore. Infine, in una terza sezione, fa emergere prospettive e proposte innovative per renderla una vera e propria esperienza spirituale, integrata nella vita quotidiana.

E così Join-Lambert ci mette in grado di osare, con creatività, un rilancio: rifondare la pratica della liturgia delle ore come fonte di rinnovamento per ogni battezzato che voglia vivere da discepolo di Cristo.

(Quarta di copertina)   

venerdì 24 gennaio 2025

DOMENICA III DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 26 Gennaio 2025 DOMENICA DELLA PAROLA

 

 

 

 

Ne 8,2-4a.5-6.8-10; Sal 18 (19); 1Cor 12,12-30; Lc 1,1-4; 4,14-21

 

Il Sal 18 è un meraviglioso inno che celebra la Sapienza di Dio, il quale ordina e regge l’universo e dirige e vivifica lo spirito e il cuore dell’uomo. La seconda parte dell’inno, da cui è tratto l’odierno salmo responsoriale, è un testo didattico sulla legge. L’autore tesse l’elogio della legge divina: essa è pura, radiosa ed eterna; rinfranca l’anima e dona saggezza ai semplici. La legge fondamentale dell’alleanza, cioè il Decalogo, nella Bibbia è detta semplicemente “le dieci parole” (Es 34,28; Dt 4,13; 10,4). All’uomo che cerca il perché del mondo, della vita, Dio offre la sua Parola., che è Parola viva, sicura, indirizzo per la nostra esistenza; Parola divenuta persona, uno di noi, Gesù il nostro Salvatore. In Cristo Gesù la legge è stata adempiuta una volta per tutte (cf. Mt 5,17). Perciò per il cristiano l’osservanza della legge si risolve in un rapporto personale d’amore con Cristo.

 

Nelle tre letture odierne, ritorna ripetutamente il tema della legge/parola di Dio. È una legge fatta di precetti, quella presentata da Esdra ai rimpatriati dall’esilio babilonese (prima lettura). È una legge interiore, come la vita dentro il corpo, che muove le membra a svolgere ciascuna una missione, quella presentata da san Paolo ai cristiani di Corinto (seconda lettura). E applicando a noi le parole di Gesù pronunciate nella sinagoga di Nazaret (vangelo), questa legge interiore è lo Spirito Santo che è sopra di noi e ci spinge e ci guida ad agire in una maniera liberante, significativa per noi e per gli altri. Le tre letture bibliche ci danno l’idea di una legge/parola, che viene via via interiorizzandosi, fino a diventare uno spirito che si compenetra col nostro spirito secondo le parole di Gesù: “Lo Spirito del Signore è sopra di me”.

 

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (n.108) afferma, citando san Bernardo di Chiaravalle, che “il cristianesimo è la religione della parola di Dio, non di una parola scritta e muta, ma del Verbo incarnato e vivente”. Il Dio della Bibbia, a differenza degli idoli dei pagani, non è un dio muto. È un Dio vivente, che parla all’uomo in molteplici modi. È soprattutto in Cristo che la parola di Dio prende corpo e si rivolge all’uomo, e da scrittura o semplice parola diventa persona. Tutte le parole della Bibbia ci parlano di Cristo, come profezia o come evento. Ha detto bene il grande Dottore della Scrittura, san Girolamo, che “ignorare le Scritture è ignorare Cristo”. Abbiamo sentito le parole di Gesù nella sinagoga, che dopo aver letto un brano del profeta Isaia, si rivolge ai presenti con questa solenne affermazione: “Oggi è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Con altrettanta chiarezza, Gesù, la sera della sua risurrezione appare agli apostoli e dice: “bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi” (Lc 24,44). In Cristo tutte le promesse di Dio diventano “sì” (cf. 2Cor 1,20).

 

Nella parola di Dio che viene proclamata ogni domenica nell’assemblea eucaristica è Cristo stesso che parla a noi, ci si rivela e ci interpella. Egli continua ad annunziare la buona novella della salvezza. Per questo l’ascolto e l’accoglienza della Parola diventa sempre esperienza gioiosa dell’oggi della salvezza. Forse la nostra cultura ha perso un po’ il senso e il valore della parola e, quindi, anche della parola di Dio. Forse anche noi la pensiamo come l’imperatore Marco Aurelio che diceva: “il linguaggio serve per nascondere il pensiero degli uomini”. Non di rado le nostre parole sono parole vuote, finte, incoerenti con la vita. La parola di Gesù invece è, come egli stesso ha detto, “spirito e vita” (Gv 6,63).

 

domenica 19 gennaio 2025

ORDO ROMANUS PRIMUS

 



Giovanni Zaccaria (a cura di), Ordo romanus primus, Introduzione, testo latino-italiano, Glossario, Concordanza verbale, Bibliografia (Veritatem inquirere 17), EDUSC, Roma 2024. 200 pp. (€ 25,00).

Sono lieto di presentare quest’ottima edizione del Ordo romanus primus con le stesse parole della quarta pagina di copertina.

L’Ordo romanus I è il più antico testimone completo giunto fino a noi della celebrazione eucaristica papale a Roma. Si tratta di un testo risalente alla seconda metà del VII secolo e che è stato tramandato tramite manoscritti romani e gallicani.

Il presente volume avvia allo studio di questa fonte attraverso diverse prospettive: i saggi introduttivi permettono al lettore di districarsi in mezzo alle complesse vicende della Roma dell’epoca (K. Ginter) e a quelle che hanno dato origine agli ordines e, dunque, al testo stesso (F. Bonomo), per poi entrare nello specifico della descrizione della celebrazione (L. Żak) e di alcuni degli elementi teologici che emergono dalla lettura dell’Ordo (G. Zaccaria).

Il cuore del volume è costituito dalla traduzione all’italiano con il testo originale a fronte, che permette anche a chi non ha familiarità con la lingua latina di accostarsi a questo importante documento liturgico.

Infine una concordanza verbale (A. Toniolo) permette a chi si dedica agli studi di teologia liturgica e non solo, di accedere al testo da un punto di vista differente ma altrettanto importante.

venerdì 17 gennaio 2025

DOMENICA II DEL TEMPO ORDINARIO( C ) – 19 Gennaio 2025

 



 

 Is 62,1-5; Sal 95 (96); 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-11

 

In questa domenica ci viene proposta la scena semplice e toccante del miracolo delle nozze di Cana. Gesù si trova con sua madre Maria ed i suoi discepoli ad una festa di nozze nella cittadina di Cana di Galilea. Venendo a mancare il vino, Gesù cambia sei giare d’acqua in vino. Ciò che sembra interessare particolarmente a san Giovanni, che racconta il fatto, è che con questo primo miracolo Gesù ha manifestato la sua gloria ed i discepoli hanno creduto in lui. Questo prodigio, come i restanti miracoli compiuti da Gesù, sono chiamati da san Giovanni “segni”, in quanto mostrano che Gesù è il Figlio di Dio, il Messia, il Salvatore atteso.

 

La presenza di Maria non è una presenza di contorno, ma determinante e attiva. E’ Lei infatti a provocare l’intervento di Gesù. Alle parole di Maria “Non hanno più vino”, Gesù risponde: “Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora”. Ma quale ora? Con Gesù giunge l’ “ora” attesa annunciata dai profeti: in lui Dio manifesta la sua gloria afferma san Giovanni, facendo eco alle parole del profeta Isaia che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “Allora le genti vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria”. Secondo il vangelo di Giovanni, la gloria nascosta di Dio è apparsa nel Cristo fra gli uomini (cf. Gv 1,14; 11,4.40) ed è riconoscibile attraverso la fede (cf. Gv 2,11). Il dono della fede fa sì che i discepoli intravedano nel miracolo o “segno” operato da Gesù a Cana la presenza di Dio che salva. Il gesto compiuto da Gesù alle nozze di Cana è quindi una “epifania” messianica, cioè una manifestazione di ciò che egli è e della sua missione salvifica.

 

Nell’Antico Testamento la felicità promessa da Dio ai suoi fedeli è espressa sovente sotto la forma di una grande abbondanza di vino, come si vede negli oracoli di consolazione dei profeti d’Israele. Gesù, col miracolo dell’acqua cambiata in vino mostra che è cominciata l’era messianica in cui Dio comunica in abbondanza i suoi beni. Il momento culminante di quest’era sarà costituito dalla morte e risurrezione di Cristo, cioè dal mistero della sua pasqua. A questa fase culminante della sua opera si riferisce Gesù quando dice a Maria sua madre: “Non è ancora giunta la mia ora” (cf. Gv 7,30; 8,20; 12,23.27; 13,1; 17,1). In ogni caso, il vino nuovo che egli fornisce miracolosamente a Cana è già segno del dono completo della redenzione offerto sulla croce e perennemente presente nel sacrificio dell’altare: il vino distribuito in abbondanza è segno del sangue che sgorga dal costato di Gesù in croce, sangue della nuova ed eterna alleanza, versato per noi e per tutti in remissione dei peccati.

 

La salvezza attesa dai profeti e compiuta da Cristo è sempre presente in mezzo a noi nei segni del pane e del vino dell’Eucaristia che celebriamo in obbedienza alle parole del Salvatore: “Fate questo in memoria di me”. Ci possiamo domandare se per noi la partecipazione alla santa Messa è veramente un incontro di fede con il nostro Salvatore, un momento in cui riscopriamo il senso della nostra vita cristiana come vita di comunione con Dio e con i fratelli e sorelle, un momento di gioia e di grazia.

 

domenica 12 gennaio 2025

IL CULTO DONO E COMPITO

 



Andrea Grillo (ed.), Il dono e il compito del culto. Il sacramento come officium (Giornale di Teologia 462), Prefazione di Alceste Catella, Queriniana, Brescia 2024. 278 pp. (€ 22,00).

Questo libro conduce a riscoprire una antica concezione del sacramento come officium, ossia come “compito” per i credenti, conferendole al tempo stesso uno statuto più chiaro e convincente.

Prima parte: Il “genere” del sacramento per istruire la questione.

Seconda parte: Verifiche del modello in tre aree storiche e disciplinari: Dio assume le nostre buone operazioni di Zeno Carra; Tre luoghi simbolici del sacramento: l’officium, il sanctificare e il signare di Claudio U. Cortoni; Alcune pratiche rituali con esito sistematico diverso di Marco Gallo.

Terza parte: Distinzioni sistematiche, esperienza rituale della fede e prospettive pastorali.

Postfazione, di Giovanni Grandi.

venerdì 10 gennaio 2025

DOMENICA DOPO L’EPIFANIA: BATTESIMO DEL SIGNORE ( C ) 12 Gennaio 2025

 


 

Is 40,1-5.9-11; Sal 103 (104); Tt 2,11-14; 3,4-7; Lc 3,15-16.21-22

 

In questa domenica, che è ancora in qualche modo una eco del tempo di Natale - Epifania, celebriamo il battesimo di Gesù al Giordano, in cui egli si rivela alle folle come il “Figlio prediletto” di Dio, sul quale scende lo Spirito Santo, colui che battezza “in Spirito Santo e fuoco” (vangelo). Le altre due letture chiariscono ulteriormente la figura e missione del Messia: egli “viene con potenza” a liberare l’uomo dalla sua “schiavitù” (prima lettura), “con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo” (seconda lettura).

Luca, secondo una sua prospettiva frequente, colloca il battesimo di Gesù in un atto di preghiera. La differenza dalle parallele rappresentazioni di Marco e Matteo è tutta in questa “preghiera”. La teofania contemplata da Gesù dopo il suo battesimo costituisce l’epilogo naturale e il vertice della sua preghiera. I cieli si aprono come risposta alla preghiera di Gesù e lanciano un annuncio che definisce la realtà autentica dell’uomo–Gesù: egli è il Figlio di Dio. In lui, perciò, la presenza di Dio è perfetta; egli possiede in forma definitiva lo Spirito di Dio.   

 

Gesù col battesimo nel Giordano inizia la sua vita pubblica. Perciò il gesto del battesimo è, da parte di Gesù, l’accettazione e l’inaugurazione della sua missione di Servo sofferente. Accentando il battesimo dalle mani di Giovanni, Gesù si fa solidale con i peccatori, lui che è senza peccato; accetta cioè la sua missione di redentore dei nostri peccati, prende su di sé il peccato del mondo per portarlo via dal mondo. A questo atteggiamento di Gesù di totale disponibilità a compiere la volontà divina risponde la voce del Padre: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te io ho posto il mio compiacimento”, e lo Spirito Santo scende su di lui. Gesù diventa così la sorgente dello Spirito per tutta l’umanità.

 

La missione di Gesù è quindi tutta quanta in funzione della nostra salvezza. Ecco perché il battesimo con cui egli inizia la sua missione è anche da interpretarsi in funzione del nostro battesimo (cf. l’orazione colletta). Celebrare il battesimo di Gesù significa prendere coscienza del nostro battesimo, di ciò che questo sacramento significa per la nostra vita. Il battesimo di Gesù non è stato solo un momento, ma è stata espressione di tutta la sua vita, una vita di appartenenza al Padre e ai fratelli. Nel battesimo che noi abbiamo ricevuto nel nome di Cristo, figlio amato, anche noi siamo diventati figli di Dio e anche noi abbiamo ricevuto in dono lo Spirito Santo. La partecipazione sacramentale al mistero pasquale di Cristo operata dal battesimo rende attuale per noi l’intera vicenda salvifica di Gesù, come dono e come impegno. Il battesimo, infatti, ci inserisce nella vita e nella missione della Chiesa e, attraverso di essa, nella missione del Figlio e dello Spirito Santo. Il sacramento del battesimo non è soltanto un mezzo di salvezza per noi stessi, ma contemporaneamente una responsabilità in vista della salvezza di tutti. In questo modo pure noi, al seguito di Gesù, siamo chiamati ad accogliere la volontà del Padre e ad aprirci alla solidarietà con i fratelli, con gli uomini, con il mondo. Il battesimo che abbiamo ricevuto è in noi un continuo richiamo a vivere una vita al servizio della salvezza degli uomini nostri fratelli.

 

Il battesimo di Gesù al Giordano è simbolo di ciò che egli avrebbe compiuto nella realtà della vita, offrendosi come agnello di Dio sulla croce per i nostri peccati, mistero che si ripresenta sacramentalmente nella celebrazione eucaristica.