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domenica 28 maggio 2017

USO E ABUSO DEI DITTICI NELLE CHIESE ANTICHE


                                                                                                                                

Il termine “dittico” deriva dalle parole greche δίς (= due volte) e πτύσσειν (= piegare), con le quali originariamente era indicato qualsiasi oggetto piegato appunto in due parti. Nella tarda antichità la parola assunse un significato più ristretto e indicò un oggetto usato per la scrittura, consistente di due valve uguali e chiudibili. Il primitivo uso dei dittici risale al VI sec. a. C. Furono utilizzati per esercizi di scrittura a scuola, per abbozzi, disegni e minute nonché per la corrispondenza. Erano usati anche per protocolli e per la redazione di liste nelle quali dovevano facilmente intervenire dei cambiamenti. Dal IV sec. d. C. in poi i dittici acquistarono una grande importanza nella vita politica e sociale.

In conformità all’uso originario di dittici per le registrazioni documentate e per le liste di nomi, anche la Chiesa primitiva impiegava i dittici per gli atti ufficiali. Qui ci interessa l’uso che se ne faceva nella liturgia[1]. I termini con cui sono nominati nell’Occidente latino sono vari: tabellae, codices, e soprattutto dyptica. Si trattava generalmente di copie di tavolette congiunte a cerniera, in legno o anche in avorio e altri materiali, talvolta riccamente decorate, sulle quali venivano scritti i nomi degli offerenti, ma in seguito anche dei fondatori delle Chiese, dei vescovi che si erano avvicendati nella sede vescovile, così come il nome di altri vescovi della provincia o altri con cui si era in comunione, in particolare del papa, e anche il nome dell’imperatore, dei notabili, dei benefattori, dei fedeli vivi o defunti nonché dei santi di cui si voleva ottenere l’intercessione. Questo elenco di persone ricordava lo stretto legame di comunione che univa i membri della Chiesa militante, sofferente e trionfante. I nomi erano letti nel corso della celebrazione liturgica, in particolare durante la Messa. Nei primi tempi, la lettura ad alta voce dei dittici era fatta non dal celebrante ma dal diacono o da qualche altro chierico. Il posto primitivo per la lettura dei dittici era probabilmente all’offertorio; in seguito saranno letti nel corso della preghiera eucaristica al momento delle intercessioni.

I dittici andarono acquisendo una crescente sacralità, fino ad essere considerati talvolta equivalenti alle reliquie. Essere incluso nei dittici ovvero cancellato da essi, fu equivalente a venire considerato in comunione con la Chiesa (e quindi degno di preghiere) oppure estromesso dalla medesima come eretico, scismatico o macchiato di qualche delitto: abbiamo testimonianze in merito di Cipriano, Giovanni Crisostomo, Agostino, e altri[2].

Ecco quindi che avere il nomen in sacris dypticis scriptum era segno di comunione con le persone nominate e giudizio sulla loro ortodossia e santità. Perciò a volte i dittici si chiamavano liber vitae (con allusione a Fil 4,3; Ap 13,8; 21,27) o anche sacrus catalogus, sacrum album, sacrae tabulae, mysticae tabulae, ecc. Tra i secoli V e VI, Lo Pseudo-Dionigi l’Areopagita può affermare: “Sacrarum porro tabularum quae post pacen adhibetur recitatio, depraedicat eos qui sancte vixerunt, atque ad probae vitae perfectionem constanter pervenerunt[3]. Quando si entrava in comunione con i vescovi di un’altra sede vescovile si realizzava l’atto del nomen in dyptica recipere. Al contrario, cancellare il nome nei dittici era un segno di condanna.

Durante le lotte cristologiche dei secoli V e VI, l’inclusione o l’esclusione dei nomi nei dittici diede occasione a non poche controversie e abusi. Tra il secolo VIII e il secolo IX, le Chiese sostituirono un po’ alla volta la lettura dei dittici con brevi commemorazioni, che furono inserite nei testi fissi delle preghiere eucaristiche.

Anche se nell’uso e nell’abuso dei dittici Occidente e Oriente si intrecciano, vorrei organizzare queste brevi riflessioni distinguendo le due aree geografiche nonché ecclesiali. Mi soffermo su alcuni casi più significativi, senza pretendere di essere esauriente.

 

I dittici in Occidente

L’uso di ricordare i nomi degli offerenti nonché quelli dei defunti nel corso della celebrazione eucaristica è molto antico. Nel secolo II/III abbiamo delle testimonianze più o meno chiare negli scritti di Tertulliano e di san Cipriano. Nel secolo IV/V abbiamo diverse testimonianze di sant’Agostino, dalle quale si ricava che “… mai si debbono trascurare le suppliche per le anime dei defunti. Cosa che la Chiesa, in una comune commemorazione, ha fatto da sempre per tutti coloro che sono morti nella comunione cristiana e cattolica, anche senza dirne i nomi…”[4] Nel libro delle Confessioni, Agostino racconta la morte ad Ostia si sua madre Monica. E alla fine di questo commovente racconto, il santo afferma rivolgendosi in preghiera al Signore: “quanti leggono queste parole si ricordino davanti al tuo altare di Monica, tua serva, e di Patrizio, già suo marito, mediante la cui carne mi introducesti in questa vita”[5]. Dei defunti quindi si fa memoria e si prega per loro. Non così dei martiri, che sono nominati ma non si prega per loro: “… E per questo si ha la disciplina ecclesiastica, che i fedeli conoscono, per cui i martiri sono nominati all’altare di Dio in un momento nel quale non si debba pregare in loro favore; si prega, invece, in suffragio degli altri defunti, dei quali si fa memoria…”[6] Durante la celebrazione dei divini misteri, oltre ai nomi dei martiri, vengano menzionati anche quelli delle sacre vergini defunte[7].

All’inizio del secolo V, Innocenzo I nella sua lettera a Decenzio, vescovo di Gubbio, ordina che i nomi degli offerenti siano letti non nell’offertorio ma nel corso della preghiera eucaristica o canone romano: “De nominibus vero recitandis, antequam precem sacerdos faciat atque eorum oblationes, quorum nomina recitanda sunt, sua oratione commendat, quam superfluum sit, et ipse per tuam prudentiam recognoscis, ut cuius hostiam, nec dum Deo offeras, eius ante nomen insinues, quamvis illi incognitum nihil sit. Prima ergo oblationes sunt commendandae ac tunc eorum nomina, quorum sunt edicenda, ut inter sacra mysteria nominentur, non inter alia, quae ante praemittimus, ut ipsis mysteriis viam futuri precibus aperiamus[8]. Non è facile dire con precisione come si faceva questa raccomandazione degli offerenti nella liturgia che celebrava papa Innocenzo, dato che non abbiamo nessun testo completo del canone romano anteriore a Gregorio Magno e ciò che ci ha trasmesso sant’Ambrogio nel De Sacramentis inizia al Quam oblationem. In ogni modo, secondo Paul Cagin, a cui fanno seguito Bernard Capelle, Robert Cabié e altri ancora, il testo della lettera dimostrerebbe che nel 416 circa i dittici erano letti nel corso di una sorta di Memento, come si trova in seguito nel canone postgregoriano, e non prima del canone come si faceva nella liturgia gallicana e proponeva il vescovo Decenzio[9]. Ecco dunque che da parecchi anni i dittici erano già stati introdotti a Roma nel canone della messa.

Naturalmente, la lettura dei nomi in pubblico poteva lusingare la vanità degli offerenti in modo particolare se altolocati, o anche prestarsi a giudizi malevoli. Ciò risulta da un’osservazione un po’ brusca di san Girolamo, il quale riferendosi probabilmente all’uso occidentale, afferma nel suo Commento al profeta Ezechiele, scritto nell’anno 411: “… ut de multis parva pauperibus tribuant, et in suis sceleribus glorientur. Publiceque diaconus in Ecclesiis recitet offerentium nomina: tantum offert illa, tantum ille pollicitus est, placentque sibi ad plausum populi, torquente eos conscientia[10].

Nel sec. VI nominare il papa nella preghiera di intercessione del canone va assumendo sempre più il carattere di regola fissa nelle Chiese occidentali. Nel 500 riscontriamo tale uso a Milano e a Ravenna. Nel 519 ne riferiscono due vescovi dell’Epiro. Nel 529 questa usanza viene prescritta, su domanda di san Cesareo di Arles, dal Concilio di Vaison per il relativo territorio[11].

Nella complessa questione dei “Tre Capitoli”, alcune chiese occidentali cancellarono il nome di papa Pelagio I dai dittici. L’imperatore Giustiniano, sperando di ottenere il favore dei monofisiti, con un editto del 545 giudicò eretici tutti gli scritti di Teodoro di Mopsuestia (+ 428), alcuni di Teodoreto di Ciro (+ 458) nonché una lettera del teologo, scrittore e vescovo siro Iba di Edessa (+ 457). Questi scritti, raccolti appunto in “Tre Capitoli”, venivano considerati di tendenza nestoriana. Papa Vigilio (537-555) si oppose al provvedimento imperiale, però poi mutò opinione col protrarsi delle pressioni dell’imperatore. Il suo successore Pelagio I (556-561), che era stato sempre contrario alla condanna dei “Tre Capitoli”, cambiò improvvisamente atteggiamento quando Giustiniano gli fece capire che avrebbe appoggiato la sua candidatura al soglio pontificio. Pelagio fu costretto a condannare i Tre Capitoli e ad approvare il concilio di Costantinopoli.

In seguito, Pelagio I si trovò a dover contrastare e appianare l’opposizione dell’episcopato occidentale, ostile alle dottrine imposte dall’Oriente. I metropoliti di Aquilea e Milano disdissero la comunione ecclesiale con lui. Nella Toscana (Tuscia Annonaria) parecchi vescovi si rifiutarono di fare menzione del nome del nuovo papa nella celebrazione eucaristica. Il defensor romano inviato da papa Pelagio ne risentì, ma otto vescovi gli consegnarono una relazione in cui spiegavano la posizione assunta: non intendevano interrompere la comunione col vescovo di Roma, ma chiedevano garanzie in merito all’ortodossia di Pelagio. Il papa rispose con una lettera dal tono particolarmente benevolo indirizzata ai dilectissimis fratribus, ma in cui esigeva dai vescovi della Toscana che fosse fatto il suo nome nei dittici della messa: “quomodo vos ab universi orbis communione separatos esse non creditis, si mei inter sacra mysteria secundum consuetudinem nominis memoriam reticetis?”. Solo nel seguito della lettera, il papa, per evitare ogni sospetto sulla sua fede, formulava la professione di fede nei quattro concili ecumenici, tacendo del concilio di Costantinopoli del 553[12]. Lo scisma prodottosi nell’Italia settentrionale riuscì a ridimensionarlo solo il successore di Pelagio, Giovanni III (561-574).

Ancora nel secolo IX i dittici erano d’uso comune in Occidente. Il pontificato di papa Nicolò I (858-867) è stato un periodo di affermazione del primato papale sulle Chiese e sulle monarchie carolingie. Nel suo pontificato, Nicolò I ha agito con energia e fermezza. Nei suoi rapporti con i vescovi metropoliti, spesso in omaggio ai principi ha sacrificato la giustizia della causa[13]. Non c’è da meravigliarsi che si sia procurato dei nemici. Il suo successore Adriano II (867-872) ha dovuto ingiungere ai vescovi radunati nel sinodo di Troyes del 867 di rimettere il nome del suo predecessore nei dittici[14].

 

I Dittici in Oriente

Sull’uso e abuso dei dittici in Oriente, in particolare a Costantinopoli, ricordo alcuni dei fatti più rilevanti seguendo anche qui un ordine cronologico.

Sono note le vicende di san Giovanni Crisostomo, diventato vescovo di Costantinopoli nel 398[15]. Lo zelo coraggioso, la moralità severa, l’avversione al lusso procurarono a Giovanni molti nemici, specie negli alti ranghi della società compreso l’alto clero. E ostile gli diventò anche la corte, ove l’imperatrice Eudossia, che aveva nelle mani le redini del governo, mal sopportava le poco velate allusioni del patriarca alla lussuria e alla depravazione, allusioni che diventavano sempre più aspre. Ma implacabile fu soprattutto Teofilo, il patriarca di Alessandria, che fu al centro di tutti gli intrighi contro il Crisostomo. Un Sinodo di trentasei vescovi convocato dall’imperatore Arcadio e presieduto da Teofilo, il cosiddetto “Sinodo della Quercia”, dal luogo presso Calcedonia dove si riunì alla fine di settembre del 403, depose Giovanni. Il suo nome fu cancellato dai dittici, malgrado l’energica protesta del papa Innocenzo I, e Arcadio lo condannò all’esilio in Armenia. Le energiche proteste del popolo, ottennero il suo richiamo; ma su pressione dell’imperatrice, Giovanni fu nuovamente esiliato nel Ponto fino alla sua morte nel 407[16].

Nelle vicende del Crisostomo ebbe un ruolo importante anche Acacio di Berea, l’odierna Aleppo in Siria. All’inizio dell’episcopato di Giovanni Crisostomo, nel 398, Acacio giunse a Costantinopoli, dove si sentì trattato con meno rispetto di quello che sperava, se ne risentì grandemente e divenne un nemico accanito e irriducibile di Giovanni non perdendo occasione per attaccarlo. Presente nel Sinodo della Quercia, si mostrò fieramente avversario del Crisostomo. Non solo, ma in ogni sinodo convenuto per riabilitarlo, si dimostrò suo infaticabile denigratore. Sembra che la sua inimicizia restò tale anche dopo la morte del suo antagonista, al punto che nel 421 scrisse ad Attico di Costantinopoli lagnandosi del fatto che Teodoto di Antiochia aveva inserito il nome di Giovanni Crisostomo nei dittici. Attico succedette nel 406 al deposto Giovanni Crisostomo, dopo aver testimoniato contro di lui nel Sinodo della Quercia. La deposizione di Giovanni, disapprovata da Innocenzo I, provocò una forte tensione fra Roma e Costantinopoli durata fino a quando Attico ripristinò nei dittici il nome del deposto. Infatti, il Papa separò dalla sua comunione Teofilo e gli altri vescovi orientali e mise come condizione per la riconciliazione la riabilitazione di Giovanni, ossia la reposizione del suo nome nei dittici[17].

Qualche parola sul cosiddetto Latrocinium Ephesinum. Il cinque legati pontifici al Concilio di Calcedonia del 451, dichiararono espunti dai dittici i nomi di Dioscoro vescovo di Alessandria, Giovenale vescovo di Gerusalemme ed Eustazio vescovo di Beirut. Questi tre vescovi erano stati i promotori qualche anno prima del Latrocinium Ephesinum. Papa Leone Magno per fugare ogni dubbio del patriarca di Costantinopoli Anatolio, che presiedeva il Concilio, confermò in una lettera al patriarca il giudizio espresso dai suoi legati[18].

Alla fine del V secolo, emersero con rinnovata asprezza le controversie cristologiche, mai spente in Oriente. Nel 482 l’imperatore Zenone, d’accordo col patriarca di Costantinopoli Acacio, promulgò l’Henotikon, la cui dottrina si rifaceva a Nicea e Costantinopoli ma trascurava Calcedonia. L’Henotikon non fu accettato da Roma. Lo scisma acaciano durò trentaquattro anni ed ebbe fine con l’ascesa al trono imperiale di Giustino I[19].

L’imperatore Giustino I (518-527), nella cerimonia di incoronazione professò la sua ortodossia e contrariamente a quello che era stato l’atteggiamento dei suoi antecessori, perseguitò i monofisiti e riprese i rapporti con Roma, anche per influenza del nipote Giustiniano, da lui associato al trono poco prima di morire. A furore di popolo, furono iscritti nei dittici i nomi di Papa Leone Magno e di altri vescovi che erano stati perseguitati per la loro fedeltà all’ortodossia. Inoltre per la prima volta si iscrissero nei dittici non solo il nome delle persone, ma anche quelli dei Concili (i primi quattro ecumenici). Invece il nome di Acacio, patriarca di Costantinopoli (471-489), come quelli degli imperatori Zenone (474-491) e Anastasio (491-518), furono eliminati dai sacri dittici. Ecco quindi che, dopo un periodo di tensione con Roma, nel VI secolo si recitava il nome del papa nei dittici, e dal tempo di Giustiniano al primo posto[20].

 

Conclusione

Mario Righetti colloca i dittici nella serie dei “libri liturgici di lettura”[21]. In ogni modo, se non si tratta di un libro liturgico vero e proprio, i dittici hanno avuto nella Chiesa antica un ruolo importante nel bene come nel male. La lettura dei nomi nel corso della celebrazione eucaristica è stata certamente segno di comunione ecclesiale. Anzi l’iscrizione nei dittici dei vescovi che si erano distinti in vita per la loro santità equivaleva ad una sorta di canonizzazione. Di qui proviene, secondo il Du Cange, il verbo canonizare (introdurre nel canone)[22]. E quindi essere esclusi dai dittici è stato segno di una sorta di scomunica. Non sempre però l’inclusione o l’esclusione dal liber vitae è stata fatta secondo i criteri dettati dall’ortodossia. D’altra parte, come ci ricorda san Girolamo, la lettura dei nomi in pubblico poteva lusingare la vanità degli offerenti, in modo particolare se altolocati. Abbiamo visto che l’ambiguità con cui Pelagio I affrontò la complessa questione dei “Tre Capitoli”, fu strumentalizzata da alcuni vescovi del centro-nord della penisola italiana, ostili alle dottrine imposte dall’Oriente, creando una situazione di forte tensione con il vescovo di Roma cancellato dai dittici.

Ho illustrato alcuni casi in cui i rancori personali hanno avuto un ruolo importante nell’esclusione dai dittici, come nelle vicende del grande vescovo e dottore della Chiesa san Giovanni Crisostomo, vicende in cui oltre ai rancori personali si sono mescolati anche inconfessabili interessi politici. Infatti, le tensioni tra le Chiese di Oriente e quelle di Occidente non sono state sempre provocate da divergenze dottrinali; la politica imperiale ha avuto non di rado la sua parte includendo o escludendo dalla lista dei vescovi nominati nei dittici quelli graditi o non graditi secondo i casi.

 

Matias Augé, in Costellazioni geo-ecclesiali da Costantino a Giustiniano: dalle Chiese ‘Principali’ alle Chiese Patriarcali. XLIII Incontro di Studiosi dell’Antichità Cristiana (Studia Ephemeridis Augustinianum 149), Roma 2017, 211-218.

l Mar Nero. Qui il 14 settembre 407prima in Armenia, poi sulle rive del ar Nero. Qui il 14 settembre prima in Armenia, poi sulle rive del Mar Nero. Qui il 14 settembre 407prima in Armenia, poi sulle rive del 407

 

 


[1] Cf. F. Cabrol, “Diptyques (Liturgie)”, in DACL IV,1, 1045-1094; F. Oppenheim, “Dittico”, in Enciclopedia Cattolica IV, Città del Vaticano 1950, 1759-1763
[2] Cf. Richard Delbrueck,  Dittici consolari tardoantichi, a cura di Marilena Abbatepaolo,  Edi-puglia, Bari,  2009, 565-584 e 571-573.
[3] Pseudo-Dionigi l’Areopagita, De Ecclesiastica Hierarchia 3, 9: PG 3, 438.
[4] Agostino, Sulla cura dovuta ai morti 4. Leggo le opere di Agostino nel sito http://www.augustinus.it/ di Città Nuova Editrice.
[5] Agostino, Le Confessioni 9,13.
[6] Agostino, Discorso 159,1; La Città di Dio 22, 10.
[7] Agostino, La Santa Verginità 45.
[8] Innocenzo I, Epist. 25, 2: PL 20, 553-554.
[9] Cf. R. Cabié, La lettre du pape Innocent Ier à Décentius de Gubbio (19 mars 416). Texte critique, traduction et commentaire (Bibliothèque de la RHE 58), Louvain 1973, 35-61.
[10] Girolamo, In Ezechielem, cap. 18: PL 25, 175. Nove anni dopo, lo stesso Girolamo, nel suo Commento a Geremia, deplora che il perdono dei peccati richiesto nella recita dei nomi degli offerenti, si converta in lode di colui che presenta l’offerta: “At nunc publice recitantur offerentium nomina et redemptio peccatorum mutatur in laudem” (In Jeremiam, 2, 11: PL 24, 755).
[11]Et hoc nobis justum visum, ut nomen domini papae, quicumque sedis apostolicae praefuerit, in nostris ecclesiis recitetur” (Concilium Vasense III, can. 4: Mansi Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, 8, 728).
[12] Cf.  Pelagio I, Ep. 5 Ad Episcopos Tusciae: PL 69, 398 C.
[13] Cf. P. Paschini – V. Monachino (edd.), I Papi nella storia, 1, Coletti, Roma 1961, 292-304.
[14] Il testo della lettera di Adriano II al sinodo di Troyes si trova in Mansi Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, 15, 821-822. Vedi anche M. Righetti, Storia Liturgica, vol. 1. Introduzione generale, edizione anastatica, Àncora, Milano 1998, 315.
[15] Si può consultare, tra l’altro, Niceforo Callisto Xanthopoulos, Historia Ecclesiastica 14, 26-27: PG 146, 1137-1149.
[16] Cf. P. Paschini – V. Monachino (edd.), I Papi nella storia, 1, cit., 70-73.
[17] Cf. Innocenzo I, Epist. 21 e 22: PL 20, 543-546.
[18] Cf. Leone Magno, Epist. 80: PL 54, 914-915.
[19] Cf. G. Filoramo, E. Lupieri, S. Pricoco, Storia del cristianesimo. L’antichità, Laterza 20042, 403.
[20] Su questi dati, cf. Hubert Jedin (ed.), Storia della Chiesa, vol. 3, Jaca Book, Milano 1978, 17-19; J.A. Jungmann, Missarum Sollemnia. Origini, liturgia, storia e teologia della Mesa romana, Edizione anastatica, Àncora,  Milano 2004, parte II, 121.
[21] Cf. M. Righetti, Storia Liturgica, vol. 1. Introduzione generale, cit., 314.
[22] Cf. Du Cange, Glossarium Mediae et Infimae Latinitatis, alla voce “canonizare”.