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lunedì 30 dicembre 2024

MARIA SS. MADRE DI DIO – 1 Gennaio 2025

 



 

Nm 6,22-27; Sal 66; Gal 4,4-7; Lc 2, 16-21

 

Il salmo responsoriale è un inno di ringraziamento corale per i doni divini e, in particolare, per il frutto della terra, segno dell’amore di Dio. La liturgia del primo giorno dell’anno riprende questo inno nella sua parte più universalistica in cui si parla di una presenza benedicente di Dio che abbraccia tutti i popoli della terra. La nostra vita, che oggi inizia una nuova tappa, è veramente benedetta da Dio nella misura in cui è illuminata dallo splendore del volto di Dio.

 

In questo primo giorno dell’anno si sovrappongono una serie di temi: l’inizio dell’anno, l’ottava del Natale, la solennità di Maria SS. Madre di Dio e la giornata della pace istituita da Paolo VI nel 1967. Possiamo aggiungere ancora, con il brano evangelico, la circoncisione, in cui “gli fu messo nome Gesù”, che significa “Iahvè salva”; in Luca, è a Maria che viene detto il nome scelto da Dio (1,31), mentre in Matteo viene detto a Giuseppe (Mt 1,21.25). Tutte queste tematiche possono trovare un logico collegamento tra loro nel tema della benedizione. Maria, la benedetta fra tutte le donne, ci ha donato Gesù, frutto benedetto del suo seno, primogenito fra molti fratelli. Infatti, anche noi siamo diventati, per opera dello Spirito, figli ed eredi, e, in questo modo, tutta la nostra vita è nel segno della benedizione divina di cui la pace è frutto prezioso. Le letture bibliche d’oggi riprendono queste tematiche e conferiscono loro motivazioni e contenuti dottrinali.

 

La prima lettura descrive come i sacerdoti d’Israele davano al popolo la benedizione al termine delle grandi feste liturgiche. Quest’antica benedizione sacerdotale, ancora oggi usata nella liturgia sinagogale, fa perno sul nome del Signore, richiamato per tre volte (alcuni Padri della Chiesa l’hanno interpretato in senso trinitario), e pone questo nome sui figli d’Israele. “Porre il nome” vuol dire stabilire una relazione con la persona. La benedizione è riconoscimento che ogni bene viene da Dio e dipende da una vita di comunione con lui. Segno manifesto delle benedizioni divine è la pace: Dio benedice il suo popolo e lo conduce alla pace. Il pieno compimento della benedizione si ha in Gesù Cristo, proclamato dall’antifona d’ingresso “Principe della pace”. San Paolo lo illustra a modo suo nella seconda lettura quando afferma che in Cristo abbiamo ricevuto “l’adozione a figli”; non siamo più schiavi, ma figli. Possiamo diventare consapevoli della nostra condizione filiale perché ci è stato donato lo Spirito, che plasma interiormente in ognuno di noi i lineamenti del Cristo, il Figlio primogenito. Questo mistero è stato possibile ed è reso visibile perché, “quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna”. In questo modo, la maternità di Maria accresce la propria realtà dandosi a vedere quale “madre del Cristo e di tutta la Chiesa” (orazione dopo la comunione). Maria è inoltre esemplare di accoglienza delle benedizioni divine donateci in Cristo: nel brano del vangelo essa appare come colei che serba e medita nell’interiorità del cuore tutti gli eventi che riguardano il Figlio, frutto benedetto del suo seno. Da madre si fa anche prima discepola fin da ora, custodendo nel cuore il mistero.

 

Col nuovo anno inizia un ulteriore tratto del cammino della nostra vita che siamo invitati a percorrere sotto il segno della benedizione di Dio. L’eucaristia che segue alla proclamazione della Parola al tempo stesso che ci pone in atteggiamento di riconoscenza per i doni ricevuti da Dio, di cui Cristo è il dono più prezioso, ci rassicura che ogni giorno di questo nuovo anno, ogni giorno della nostra vita sarà sempre un dono prezioso della grazia divina. A noi aspetta accoglierlo con gratitudine e renderlo fruttuoso nella vita quotidiana.

 

domenica 29 dicembre 2024

LA SOLUZIONE DELLA DIDASCALIA?

 



La linea opposta al formalismo è preoccupata di fornire i contenuti emarginando la forma. Anzi, sembra che il rito possa legittimarsi e svolgere sensatamente il suo compito soltanto quando è “compreso”. La tensione tra forma e contenuto si risolve in un tertium che svolge apparentemente una funzione mediatrice e che in realtà deborda sempre più fino a diventare una specie di password del rito: la spiegazione. Se al Concilio di Trento si era posto il problema dell’intelligibilità della liturgia, soprattutto a causa del divario creato da una lingua non più accessibile, e si era offerta la possibilità di spiegare frequentemente inter missarum sollemnia ciò che si legge nella celebrazione oltre che le grandi verità sull’Eucaristia, al Vaticano II, in un quadro teologico mutato, si riafferma la questione della funzione didattica della liturgia, ma in subordine rispetto alla destinazione al culto di Dio e si esorta a rinvenire il materiale “istruttivo” non in una spiegazione esterna ma nella stessa forza dei riti. Tale approccio non è di marca intellettualistica, ma esperienziale in quanto nell’azione liturgica si dà un vero e proprio dialogo tra Dio e il suo popolo, le realtà divine sono comunicate attraverso signa visibilia e la fede dei partecipanti è nutrita non da verità previe, ma dalla “materia” rituale (cfr. SC 33).

Fonte: Loris Della Pietra, “La manipolazione dell’esperienza liturgica nello squilibrio tra forma e contenuto”, in Loris Della Pietra (a cura di), La liturgia manomessa (“Caro salutis cardo”. Contributi 39), Edizioni Liturgiche, Roma – Abbazia di Santa Giustina, Padova 2024, pp. 115-116.

venerdì 27 dicembre 2024

DOMENICA DOPO NATALE: SANTA FAMIGLIA DI GESU’ MARIA E GIUSEPPE (C) 29 Dicembre 2024

 


 

 

1Sam 1,20-22.24-28; Sal 83; 1Gv 3,1-2.21-24; Lc 2,41-52

 

Tutte e tre le letture bibliche odierne parlano della nascita dell’uomo all’interno della famiglia, ma tutte e tre affermano che il bambino è più grande della famiglia in cui nasce. Ciò la prima lettura lo dice di Samuele, il vangelo lo afferma di Gesù, e la seconda lettura lo applica ad ogni uomo, ad ogni battezzato, vero figlio di Dio. Il destino dell’uomo che viene a questo mondo è un destino che sovrasta i limiti della famiglia in cui nasce perché la dimensione ultima della sua vita trascende le realtà di questo mondo. Questo vale anzitutto per Gesù.

 

Il vangelo ci racconta che Maria e Giuseppe si recano a Gerusalemme per la ricorrenza della Pasqua ebraica. Gesù, ormai dodicenne, accompagna i suoi genitori in questo pio pellegrinaggio. Ed ecco che al ritorno il bambino rimane a Gerusalemme senza che i genitori se ne accorgano. Dopo tre giorni di angosciose ricerche, nel ritrovarlo seduto in mezzo ai dottori nel tempio, Maria non può far a meno di rimproverare affettuosamente suo figlio, come farebbe ogni mamma: “perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. Gesù risponde: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. È la prima autorivelazione del suo destino. Il brano evangelico aggiunge che Maria e Giuseppe non compresero queste parole. Dice però che Maria “custodiva tutte queste cose nel suo cuore”. La breve parentesi dell’autorivelazione di Gesù nel tempio di Gerusalemme prelude a quella della sua Pasqua di morte e risurrezione. I tre giorni di angosciosa ricerca da parte di Maria e Giuseppe anticipano i tre giorni del suo dramma finale.

 

L’odierna festa della Sacra Famiglia ci invita a riflettere sul mistero del figlio, d’ogni figlio, d’ogni uomo. “Eredità del Signore sono i figli” (Sal 127,3a). Perciò su ogni uomo che viene a questo mondo, Dio ha un suo progetto. La persona è chiamata ad uscire dall’ambito della famiglia e trovare nella obbedienza a Dio la dimensione ultima della sua vita al di là di ogni tentazione di possesso personale dei propri genitori. Gesù affermerà più volte di avere Dio per Padre (cf. Lc 10,22; 22,29; Gv 20,17) rivendicando per sé un rapporto che oltrepassa quello paterno e anche quello materno. Le ultime parole del vangelo d’oggi ci fanno capire però che il progetto di Dio su di noi si realizza attraverso il passaggio di crescita e di maturazione in seno alla famiglia: “Scese, dunque, con loro e venne a Nazaret e stava loro sottomesso…” Gesù vive e cresce in una famiglia dove Maria e Giuseppe offrono l’insegnamento della loro saggezza rimanendo sempre aperti al progetto di Dio sul loro figlio. La famiglia in cui la persona umana nasce e cresce è essenziale, ma la persona dovrà uscire dall’ambito familiare e trovare nell’obbedienza a Dio la dimensione ultima della sua vita. La famiglia svolge il proprio compito quando non ostacola, ma si pone al servizio del pieno sviluppo umano e spirituale della persona.

 

Oggi si è passati dalla famiglia con un “ruolo normativo” in cui si trasmettevano principi morali e norme sociali, alla famiglia “affettiva” orientata a soddisfare i bisogni individuali dei figli, a evitargli sofferenze e frustrazioni. Stiamo assistendo ad un’educazione in cui lo stile affettivo tende a predominare su quello normativo al punto di metterlo in secondo piano.


Sarebbe esagerato ed anacronistico rimpiangere la figura autoritaria dei genitori che impartivano divieti ed obblighi, così come risulterebbe eccessivo da parte della famiglia considerare come primario l’aspetto affettivo e delegare alla scuola il compito di insegnare le regole. Una fede matura e vissuta coerentemente può essere il modo più adatto di trasmettere ai figli quei valori che presto o tardi li aiuteranno a crearsi una visione adeguata e cristiana della vita.

 

lunedì 23 dicembre 2024

NATALE DEL SIGNORE – 25 Dicembre 2024

 



Messa nella notte

 

Is 9,1-3.5-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14

 

A Natale celebriamo il meraviglioso progetto che Dio ha tracciato per la storia e per l’intero cosmo. Questo bambino nato a Betlemme è il nostro Salvatore: “Oggi è nato per noi il Salvatore”. È un annuncio che si ripete più volte in questa santissima notte.

 

Gesù “è nato per noi”. È logico quindi che ci domandiamo cosa arreca a noi questa nascita. La risposta la troviamo nelle parole con cui si chiude il vangelo di questa notte: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama”, e cioè pace a tutti gli uomini perché Dio ha liberamente deciso di amarli. La prima lettura ci ricorda che tutta la storia dell’umanità è un faticoso cammino nelle tenebre e nell’oppressione alla ricerca di luce, di verità, di speranza e di pace. Gesù, il “Principe della pace”, di cui parla il profeta Isaia, è la risposta definitiva di Dio alle attese dell’umanità. “Egli - dice san Paolo nella seconda lettura - ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga”.

 

Nel mistero della nascita di Gesù, gli spiriti celesti al tempo stesso che annunziano “sulla terra pace agli uomini”, proclamano “gloria a Dio nel più alto dei cieli”. Che cos’è la gloria di Dio? È Dio stesso in quanto si rivela nella sua maestà, nella sua potenza, nello splendore della sua santità. Dio manifesta la sua gloria con i suoi interventi meravigliosi nella storia. Ma, secondo san Giovanni, la gloria nascosta di Dio è apparsa nel Cristo fra gli uomini (cf. Gv 1,14; 11,4-40) ed è riconoscibile solo attraverso la fede (cf. Gv 2,11). In altre parole, la gloria di Dio è Dio stesso in quanto manifesta il suo amore, un amore che si riflette sul volto di Cristo e da lui arriva a noi. La “pace sulla terra” quindi è la manifestazione storica della gloria di Dio, la manifestazione della volontà salvifica di Dio in Cristo per noi. Possiamo quindi affermare anche che quando gli uomini e le donne di questo mondo siamo nella pace, viviamo in pace, Dio è glorificato in noi: la gloria di Dio è l’uomo redento, l’uomo che ha accolto Gesù come Salvatore. Gesù, “Principe della pace”, appare nella storia dell’umanità come segno di riconciliazione con Dio e con gli uomini. Con lui “la pace vera è scesa per noi dal cielo” (antifona d’ingresso). Con Cristo inizia il tempo della nuova ed eterna alleanza tra l’uomo e Dio, un tempo - ormai definitivo - di pace, d’intimità e familiarità di tutti noi con Dio.

 

La salvezza di Dio ci viene offerta in forma umana, nella povertà e debolezza, nel “segno” di un bambino, che assume la nostra debolezza: “la nostra debolezza è assunta dal Verbo” (prefazio III del Natale). Perciò la tradizione cristiana ha fatto del Natale una festa di profonda solidarietà umana. Il Natale è un invito a riscoprire i veri valori che danno spessore alla nostra esistenza: il senso della vita, il gusto di ciò che è essenziale, il sapore delle cose semplici, lo stupore della vera libertà, la voglia di costruire la propria esistenza nel servizio agli altri e nell’impegno quotidiano per la realizzazione di un mondo riconciliato. Il buon Natale che ci scambiamo vicendevolmente dev’essere anzitutto un augurio di pace e di serenità intensa e profonda, che ci renda capaci di avvicinarci agli altri per farli partecipi della nostra pace, più felici e più fratelli e sorelle, più inseriti nella grande famiglia umana e cristiana.

 

 

 

Messa dell’aurora

 

Is 69,11-12; Sal 96; Tt 3,4-7; Lc 2,15-20

 

La Chiesa celebra la manifestazione di Cristo nella carne come una luce soprannaturale, che si è levata per il giusto e ha recato gioia ai retti di cuore. Tutta la storia dell’umanità è un faticoso cammino nelle tenebre alla ricerca di luce, di verità e di speranza. Il Natale è una festa di luce che rischiara la notte delle nostre tenebre, paure e disperazioni.

 

Alla luce della prima lettura, tratta dal profeta Isaia, il mistero del Natale appare come la manifestazione dell’amore di Dio che salva. Anche la lettura apostolica parla del manifestarsi della bontà di Dio, salvatore nostro. San Paolo, rivolgendosi al suo discepolo Tito, afferma che la prova massima della sua bontà e del suo amore Dio ce la fornisce donandoci il suo proprio Figlio. Egli ha congiunto il nostro limite alla sua infinità, ci ha restituito la possibilità di esistere nella speranza. Il Natale celebra il dono dell’amore divino nel Cristo, rivelazione del Padre e salvezza del mondo. Questo dono, fatto a tutti, apre il cuore dell’uomo alla speranza.

 

Nel brano evangelico vediamo che i primi destinatari di questa rivelazione sono alcuni umili pastori che pascolano il loro gregge nelle vicinanze di Betlemme. È significativo che l’annuncio della nascita di Gesù sia dato a poveri pastori, e non ai potenti di Gerusalemme o ai sacerdoti del tempio. Vediamo poi che la risposta dei pastori alle parole dell’angelo è stata coerente e immediata: “Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere...” E san Luca aggiunge: “E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro”. I pastori quindi, obbedendo alla rivelazione ricevuta, si recano a Betlemme e vedono il Bambino. In questo modo, conosciuto l’avvenimento, riferiscono, e cioè annunciano agli altri quanto essi hanno udito e visto nel loro incontro con Gesù. Il vangelo non nominerà più i testimoni di questa prima rivelazione. Secondo san Luca, dobbiamo a Maria, la Madre di Gesù, se si è conservato il ricordo di queste circostanze: “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Solo colui che è attento ascoltatore della Parola può essere portatore di quell’annuncio che suscita la meraviglia della fede.

 

L’eucaristia rievoca e ripresenta la morte e la risurrezione del Cristo, ma, con il mistero della Pasqua, e in ordine ad esso, ricorda e rinnova, in certo modo, tutta la storia della salvezza, di cui l’incarnazione e la nascita di Gesù sono gli inizi. Il Natale del Signore segna l’inizio di quel cammino salvifico che porta Gesù a farsi in tutti simile agli uomini, fuorché nel peccato, fino alla morte di croce: è il cammino che, da una parte, prepara la Pasqua e ad essa conduce e, dall’altra, riceve significato salvifico proprio dalla Pasqua.

 

L’orazione dopo la comunione ci indica l’atteggiamento con cui dobbiamo celebrare il Natale: “conoscere con la fede le profondità del mistero, e viverlo con amore intenso e generoso”.

 



Messa del giorno

 

Is 52,7-10; Sal 97; Eb 1,1-6: Gv 1,1-18

 

Nel Natale di Cristo, la Chiesa con le parole profetiche del salmo responsoriale ci invita a lodare il Signore che ha compiuto prodigi e ha manifestato la sua salvezza e il suo amore per la casa d’Israele. Nel bambino di Betlemme questa salvezza si è manifestata, non solo ad Israele, ma a tutti gli uomini della terra che possono ormai contemplarla e accoglierla. L’ingresso del Salvatore nel mondo e nella storia provoca un sussulto di felicità in tutti e in tutto. La gioia del Natale però sarebbe superficiale se non fosse fondata sulla contemplazione del mistero natalizio alla luce della fede. Ecco perché in questa messa del giorno siamo invitati a contemplare, guidati dalla parola di Dio, le profondità di questo mistero.

 

La lettura evangelica è presa dal mirabile inno che fa di prologo al vangelo di Giovanni, vera e profonda meditazione sul mistero del Natale. San Giovanni annuncia che il Verbo di Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi; ma al tempo stesso annuncia che tutti coloro che accolgono questo bambino, il Figlio di Dio fatto carne, ricevono anch’essi il potere di diventare figli di Dio. In Cristo ci viene offerta la possibilità di una nuova origine, non più fondata sul sangue e sulla carne, ma su Dio stesso. Le parole iniziali del vangelo di Giovanni “in principio” evocano idealmente quelle parallele di Gen 1,1 riguardanti la creazione, tema a cui fa riferimento anche la colletta quando dice: “O Dio, che, in modo mirabile ci hai creati a tua immagine, e in modo più mirabile ci hai rinnovati e redenti”. Il mistero del Natale riguarda quindi anche noi. Il mistero di un Dio fatto uomo ci immerge nel mistero di noi, uomini e donne, che diventiamo figli di Dio. Si tratta di quel “misterioso scambio” di cui parla il prefazio della messa: il Verbo di Dio assume la nostra natura umana nella sua debolezza e fragilità, e noi, uniti a lui in comunione mirabile, condividiamo la sua vita immortale. La stessa dottrina esprime san Paolo in un brano che viene proposto oggi alla nostra attenzione nella Liturgia delle Ore: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Primi vespri, lettura breve - Gal 4,4-5). Nel Natale noi contempliamo gli inizi della nostra salvezza. La prima lettura, tratta da Isaia, annuncia profeticamente questo evento quando dice: “tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio”, parole riprese dal ritornello del salmo responsoriale, come ormai realizzate e riproposte dall’antifona alla comunione.

 

San Leone Magno, contemplando il mistero dell’Incarnazione, esclama: “Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all’abiezione di un tempo con una condotta indegna” (Liturgia delle Ore: Ufficio delle letture, seconda lettura). Questa stessa esortazione è implicita nel testo del prologo di san Giovanni quando si dice che a colui che accoglie il Figlio di Dio fatto carne, viene dato potere di “diventare” figlio di Dio: la nostra identità di figli di Dio è inserita dentro un processo dinamico che si apre ad una crescita progressiva e senza sosta che ci conduce verso gli spazi della vita divina. Come dice la Costituzione Gaudium et Spes del Vaticano II, “solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo (n. 22). L’umanesimo cristiano radica nel divino e nell’eterno la nostra povera condizione mortale.

 

L’eucaristia che oggi celebriamo è per eccellenza il sacrificio della nuova alleanza, il rito della nuova umanità, che ci introduce progressivamente alla partecipazione della vita divina.  

 

 

domenica 22 dicembre 2024

DISTRUGGERE IL SACRO?

 



Non è il Tempio il luogo principale dove Cristo predica, agisce, dona ciò che di più prezioso ha, bensì è la strada, la piazza, le case delle persone semplici ma anche quelle sei farisei. È fuori dalla città di Gerusalemme, e non sul sagrato del Tempio, che viene crocifisso.

Cosa significa tutto questo? Che dobbiamo distruggere il Tempio e il Sacro? Qualcuno ha pensato esattamente questo. E la grande crisi che stiamo attraversando è dovuta anche a questa ingenuità. È invece esattamente il contrario di tutto ciò. È proprio il Sacro e il Tempio che ci allenano a riconoscere Dio, perché la categoria del sacro è la categoria della giusta distanza, di ciò che rende un quadro di Rembrandt un capolavoro o una poltiglia di colori. L’abolizione di quella distanza è l’abolizione dell’occasione che noi abbiamo di accorgerci di quella bellezza. Ecco perché l’abolizione del Sacro è la cosa peggiore che noi possiamo fare. E lo scollamento liturgico che viviamo nelle nostre comunità è sintomo di questo grande fraintendimento.

È la bellezza della liturgia che mi può aiutare a riconoscere Cristo anche nel volto dei poveri, o nella bellezza del creato, o nelle ombre di un dolore come nello splendore di una gioia. Ma se la liturgia diventa solo ritualismo consegnato alla mercé di chi celebra, allora essa non è più sacro ma narcisismo.

Fonte: Cfr. Luigi Maria Epicoco, Solo i malati guariscono. L’umano del (non) credente, San Paolo Cinisello Balsamo 2024, pp. 37-39.

 

venerdì 20 dicembre 2024

DOMENICA IV DI AVVENTO (C) – 22 Dicembre 2024

 



 

 

Mi 5,1-4a; Sal 79; Eb 10,5-10; Lc 1,39-45

 

 

Il Sal 79, che fu una supplica d’Israele per implorare l’intervento di Dio liberatore, è diventato preghiera e supplica della Chiesa soprattutto nel Tempo di Avvento, vicini ormai al Natale. Nell’attesa dell’imminente manifestazione del Cristo, la nostra preghiera diventa pressante: “Signore, fa splendere il tuo volto e noi saremo salvi” (ritornello del salmo responsoriale).

 

La quarta e ultima domenica di Avvento svolge il ruolo di una sorta di vigilia del Natale e quindi l’attenzione dei testi liturgici è volta a coloro che, in ogni nascita, sono i protagonisti: la madre e il suo figlio. Il Messia annunciato, “colui che deve essere il dominatore in Israele” (prima lettura), giunge tramite la piena disponibilità di Maria al piano di Dio (cf. vangelo). Egli viene per adempiere la volontà salvifica del Padre, per salvare cioè l’uomo mediante l’offerta non di olocausti né sacrifici ma del proprio corpo (cf. seconda lettura). 

 

La venuta del Figlio di Dio richiede una preparazione, una disposizione all’accoglienza. Questa preparazione si compie lungo tutto l’Antico Testamento, e trova espressione particolare nelle parole dei profeti e nelle speranze e preghiere del popolo d’Israele. Ma questa preparazione ha un suo particolare compimento nella fede obbediente di Maria. Elisabetta proclama Maria beata perché “ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”. Troviamo nel vangelo di san Luca un altro passaggio dove viene lodata da Gesù stesso la fede obbediente di Maria. L’evangelista ci tramanda le parole di una donna che si trova tra la folla che segue e ascolta Gesù: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!”. A queste parole Gesù risponde: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!” (Lc 11,27-28). Qui sta la vera grandezza di Maria, nella sua totale disponibilità all’ascolto e nell’accoglienza fattiva della parola di Dio. Maria, che ha incarnato l’attesa e la fede di Israele nelle promesse di Dio, diventa prototipo della Chiesa nel suo cammino incontro al Cristo.

 

Possiamo quindi affermare che il testo evangelico è anzitutto celebrazione dell’accoglienza. Elisabetta riconosce in Maria colei che ha accolto la parola di Dio credendo al suo compimento. Maria canta Dio come Colui che l’ha accolta nella sua piccolezza rivolgendole uno sguardo di amore e di elezione. Nella visitazione, poi, Maria ed Elisabetta si accolgono reciprocamente riconoscendo ciascuna l’azione che Dio ha compiuto nell’altra: Elisabetta, la sterile, è rimasta incinta, e Maria, la vergine, ha concepito per opera dello Spirito Santo. Il mistero del Natale è un mistero di accoglienza: accoglienza di Dio che viene a noi, e accoglienza vicendevole riconoscendo in noi e negli altri la presenza di Dio con i suoi doni.

domenica 15 dicembre 2024

I PRIMI PASSI DELLA RIFORMA LITURGICA

 



Piero Marini, I primi passi della riforma liturgica del Concilio Vaticano II. Il Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia: 10 ottobre 1963 – 7 marzo 1965  (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” “Subsidia” 214), CLV – Edizioni Liturgiche, Roma 2024. 28 pp. (€ 55,00).

Il volume è un vero e proprio diario che l’Autore, avendo prestato la sua opera per 22 anni, dal 1965 al 1987, nei vari Organismi della Santa Sede che hanno diretto l’attuazione della riforma liturgica stabilita dal Concilio Vaticano II, ha scritto dal suo privilegiato punto di osservazione. Dal resto sono molti a ritenere che Mons. Piero Marini abbia “contribuito in maniera decisiva a realizzare nella Chiesa universale gli scopi della riforma liturgica del Concilio Vaticano II. Inoltre, come Maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie ha dimostrato che è possibile trasporre fedelmente – nella tradizione della Chiesa e in modo creativo secondo la situazione – il libro liturgico nella celebrazione concreta della liturgia. Secondo il mandato del Concilio egli ha realizzato con una vivacità eccezionale l’inculturazione della fede e della liturgia nell’organizzare la celebrazione della Messa papale in tutti i continenti. Attraverso la sua fondamentale riflessione e la sua apertura alle esigenze contemporanee egli ha aperto cammini nuovi per affermare la presenza della liturgia nei media” (Motivazione con cui, il 14 novembre 2009, l’Università di Friburgo gli ha conferito la Laurea Honoris Causa in Teologia).

La pubblicazione è impreziosita da due ampie Appendici, nelle quali sono raccolti vari documenti ed elenchi di persone e cose finora inediti o pubblicati in maniera sparsa, che costituiscono la parte più voluminosa della ricerca ora a disposizione degli studiosi di liturgia.

Fonte: Quarta di copertina.  

venerdì 13 dicembre 2024

DOMENICA III DI AVVENTO (C) – 15 Dicembre 2024

 



 

 

Sof 3,14-17; Is 12,2-6; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18

 

Il tema centrale e tradizionale della terza domenica di Avvento è la gioia “perché il Signore è vicino” (seconda lettura), anzi è in mezzo a noi come “salvatore potente” (prima lettura). Infatti, è lui che battezza “in Spirito Santo e fuoco” (vangelo); il “fuoco” nella prospettiva di Luca è il simbolo dello Spirito Santo che Gesù comunica ai discepoli a pentecoste. Se il messaggio della seconda domenica di Avvento era un pressante invito alla conversione per far fruttificare in noi il dono della salvezza, oggi siamo invitati alla gioia, frutto del dono della salvezza. Domenica scorsa, il personaggio centrale era Giovanni Battista che invitava a preparare le vie del Signore. Oggi il personaggio centrale è Gesù, datore dello Spirito.

 

L’Avvento, proiettandoci verso il mistero della presenza salvatrice del Cristo, non può non essere caratterizzato dalla gioia. Quando però fin dal Medioevo l’Avvento aveva assunto un aspetto fortemente penitenziale, questa domenica interrompeva la penitenza e diventava una festa gioiosa, quasi anticipo del Natale ormai vicino. Il senso festivo e gioioso veniva sottolineato da alcuni segni esteriori, quali ad esempio il fatto di indossare per la celebrazione eucaristica i paramenti colore rosa. Ciò è ancora possibile, ma certamente molto meno significativo in quanto l’Avvento ha perso quel forte aspetto penitenziale che lo assimilava alla Quaresima. In ogni modo, la liturgia odierna è contrassegnata da un forte richiamo alla gioia, che viene vista come espressione immediata della fede che riconosce la vicinanza del Signore.

 

 La gioia cristiana, di cui parliamo, non è vuota, senza senso, ma è fondata sulla presenza di Dio che salva. In questo contesto, possiamo affermare che l’eucaristia è la gioia del nostro pellegrinaggio. Si tratta di una gioia anzitutto interiore, profonda, che si colloca nella sfera della salvezza, nella ricerca sincera di Dio, nella persuasione ferma di averlo come propria eredità, nella certezza incrollabile di poter contare su di lui in ogni evenienza. Questa gioia è misteriosa, perché può coesistere anche col dolore fisico e morale, con l’umiliazione, la tentazione, la solitudine. Paradosso cristiano, espresso in modo sublime da san Francesco d’Assisi quando dice: “E’ tanto il bene che m’aspetto che ogni pena m’è diletto”. L’uomo può essere ricco, pieno di salute e, nonostante tutto, sentire il cuore profondamente insoddisfatto. Se non si è ricchi dentro, ricchi di fede e di speranza, difficilmente si può avere l’esperienza della gioia cristiana. La spiritualità cristiana della gioia però non deve attenuare in noi la partecipazione cordiale ai beni di questo mondo e alla sua condivisione gioiosa con gli uomini, nostri fratelli. Anzi nella condivisione fraterna e gioiosa dei beni di questo mondo si esprimono i frutti della salvezza portata da Cristo, e trovano compimento le parole profetiche: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio” (canto al vangelo – Is 61,1).

 

domenica 8 dicembre 2024

LA BIBBIA

 



La Bibbia non è un libro di matematiche.

La Bibbia è uno scrigno di esperienze, di volti, di storie.

La Bibbia non è un romanzo, parla di me e di te, perché affronta ciò che ci fa uomini in ogni spazio e in ogni tempo.

La Bibbia non è un libro di ricette, è più un dito puntato verso una direzione.

In questo senso, è Parola di Dio, cioè Dio ha assunto quelle storie, quelle esperienze, quelle parole come contenitori in cui riversare la Sua Parola.

Ma la chiave di lettura di tutta la Bibbia non sta in un’idea portante.

La chiave di lettura di tutte quelle pagine è Gesù Cristo.

È Lui l’unico accesso vero a quelle parole.

Tutto parla di Lui e in vista di Lui.

Fonte: Luigi Maria Epicoco, Solo i malati guariscono. L’umano del (non) credente, San Paolo Cinisello Balsamo 2024, pp. 39-40.

venerdì 6 dicembre 2024

IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA B.V. MARIA – 8 Dicembre 2024

 



 

 

Gn 3,9-15.20; Sal 97; Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26

 

La Chiesa celebra l’Immacolata Concezione della vergine Maria nel Tempo di Avvento, in cui la liturgia fa memoria del progetto della salvezza secondo il quale Dio, nella sua misericordia, chiamò i Patriarchi e strinse con loro un’alleanza d’amore; diede la legge di Mosè; suscitò i Profeti; elesse Davide, dalla cui stirpe doveva nascere il Salvatore del mondo: di questa stirpe Maria è figlia eletta, quasi il punto di arrivo. Il peccato originale ha impreso nello spirito di noi tutti qualcosa di oscuro e ribelle che ci spinge a rifiutare il dialogo con Dio e a fare di noi stessi il centro di ogni progetto di vita. Solo la salvezza divina può operare il cambiamento radicale di questo atteggiamento. Maria è stata preservata di questa macchia perché, “piena di grazia”, diventasse Madre del Salvatore.        

 

Nel brano del vangelo, abbiamo ascoltato le parole dell’angelo: “Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te”. Comprendiamo molto bene il turbamento di Maria: in quel momento percepisce la bontà di Dio che si riversa su di lei e si sente confusa, come davanti a un dono che giudica troppo prezioso e inatteso per lei. Era quel progetto che Dio rivelava in poche frasi: “Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo…” Un progetto che sconcerta Maria: come può avere un figlio se non è andata ancora ad abitare in casa di Giuseppe? Maria non rinuncia ad esprimere il suo smarrimento, il suo bisogno del tutto umano di capire. E quale risposta riceve? “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra”. In definitiva viene detto: Fidati Maria. Lascia fare a Dio.

 

E la grandezza di Maria sta proprio in questo, nell’accogliere il disegno di Dio con generosità, anche se non riesce a capire le strade che egli ha scelto per manifestare il suo amore agli uomini… Ecco, questo è l’essenziale. E in questa vicenda noi tocchiamo con mano la bontà di Dio che non ci ha abbandonato alla nostra storia di infedeltà e fragilità. Ma anche la risposta libera e generosa che ha trovato in una donna, che ha acconsentito a diventare madre del Salvatore.

 

In fondo è proprio quello che celebriamo con la festa dell’Immacolata: un Dio che ci precede sempre, che fa grazia, che offre il suo amore prima ancora che noi possiamo riconoscerlo e ricambiarlo. Dio non usa improvvisare: così aveva preparato Maria, l’aveva preservata da ogni contatto con il peccato delle origini. Un privilegio? Certo. Ma che non l’ha esonerata dalla fede, dalla fatica di aderire, giorno dopo giorno, a un progetto troppo bello e troppo grande per essere compreso e previsto.

         

Anche noi, come ci ricorda san Paolo nella seconda lettura, pur sottomessi all’eredità oscura del peccato originale, siamo stati scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati di fronte a Dio nella carità. Anche noi siamo chiamati a pronunciare il nostro “sì” al progetto che Dio ha su ciascuno di noi. Ciascuno di noi è chiamato a cooperare, come Maria, al grande disegno che Dio ha sull’umanità.

 

domenica 1 dicembre 2024

PRENDERE LA PAROLA

 



Chino Biscontin – Roberto Laurita, Prendere la parola. Omelie e molto altro: una sfida per tutti (Guide per la prassi ecclesiale 37), Queriniana, Brescia 2024.171 pp. (€ 15,00).

 

Cosa significa “prendere la parola”? Non solo nell’omelia, durante la messa, ma anche nelle celebrazioni “in attesa di un prete” (ADAP), animate da diaconi, religiosi e religiose, da laici e laiche. E poi nelle altre azioni liturgiche, nella catechesi, nei gruppi di ascolto della Parola, nei diversi frangenti della vita di una comunità parrocchiale…

In modo chiaro ed estremamente concreto, i due autori, grazie alla loro competenza e alla loro esperienza, offrono una risposta. Perché prendere la parola in ambito ecclesiale non è solo esporre una teologia o saper applicare una tecnica oratoria. E’ tentare di raggiungere il cuore di un’esperienza e di un servizio preziosi: è comunicare la fede, destarla, accompagnarla, intenderne gli interrogativi profondi, sanarne l’astrattezza o le debolezze, all’insegna di una spiritualità nutrita di sapienza e di audacia.

(Quarta di copertina)

 

 

venerdì 29 novembre 2024

DOMENICA I DI AVVENTO (C) – 1 Dicembre 2024

 


 

 

Ger 33,14-16; Sal 24; 1Ts 3,12-4,2; Lc 21,25-28.34-36

 

L’anno liturgico inizia con l’invito a dare uno sguardo al compimento della nostra salvezza, che – in adempimento alle promesse divine, di cui ci parla Geremia nella prima lettura – ha avuto nella storia come momento culminante la prima venuta del Figlio di Dio “nell’umiltà della nostra natura umana” (prefazio dell’Avvento I) e avrà come meta e traguardo ultimo e definitivo il ritorno del Figlio dell’uomo, che alla fine dei tempi verrà “con grande potenza e gloria”, come dice la lettura evangelica. In questa cornice, la parola di Dio ci esorta ad attendere vigilanti, ma senza turbamento, il ritorno glorioso del Cristo, giudice e salvatore, e al tempo stesso ci sprona a prepararci a questa venuta con la testimonianza della propria vita di fede e soprattutto con una intensa vita di carità (cf. la seconda lettura).

 

Le immagini e le parole misteriose con cui Gesù descrive il suo ritorno glorioso alla fine della storia sono da interpretare in modo adeguato. Dietro questa descrizione del futuro, che può apparire a prima vista fosca e terrorizzante, bisogna leggere l’attesa di eventi storici che segneranno per sempre la sconfitta definitiva del male e il trionfo ultimo del bene. In questa luce, il ritorno glorioso del Cristo alla fine dei tempi, è da considerarsi un evento non tanto temuto quanto piuttosto atteso, anzi addirittura invocato con speranza dagli oppressi, vittime della malvagità degli uomini, e dall’intero popolo di Dio pellegrinante sulla terra. Caratteristico del racconto di san Luca è appunto la speranza nel compimento della salvezza: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”. Speranza di cui parla anche l’antifona d’ingresso della messa facendo proprie le parole del Sal 24, adoperato inoltre come salmo responsoriale: “A te, Signore, innalzo l’anima mia, Dio mio, in te confido…” La nostra speranza poggia sulla fedeltà di Dio, che ha fatto “promesse di bene” (prima lettura).

 

Per noi cristiani il tempo è un continuo “avvento”, un ininterrotto venire di Dio. Il Signore viene in continuazione, in ogni uomo e in ogni tempo. Perciò siamo invitati a vegliare e pregare. La vigilanza orante ci rende capaci di discernere i segni e i modi della presenza del Signore. La storia umana non è da concepirsi come un succedersi più o meno caotico di fatti senza significato, ma come il compiersi graduale del “progetto” di salvezza che Dio ha sull’umanità. In questo progetto Dio ha voluto impegnare anche la nostra libertà e quindi la nostra cooperazione. La nostra vita non sfocia nel nulla, nella delusione, ma può avere, se lo vogliamo, una conclusione positiva. Nel brano della seconda lettura, per preparare questo futuro positivo, san Paolo ci stimola a crescere e sovrabbondare nell’amore fra noi e verso tutti per rendere saldi e irreprensibili i nostri cuori e irreprensibili nella santità, “davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi.”        

In questo impegno quotidiano ci è di aiuto l’eucaristia, “che a noi pellegrini sulla terra rivela il senso cristiano della vita”, ed è sostegno nel nostro cammino e guida ai beni eterni (orazione dopo la comunione), nonché “pane del nostro pellegrinaggio” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1392). 

domenica 24 novembre 2024

IL POPOLO SACERDOTALE DI DIO

 


Il popolo sacerdotale di Dio non è chiamato a dominare il mondo, ma a servirlo, come segno e strumento di riconciliazione, di unità; ad aver cura della casa comune e riunire tutti i popoli in una grande famiglia universale. E in questo nobile compito ha il suo ruolo necessario e imprescindibile la ritualità. Infatti, non c’è sacerdozio senza riti.

Caratteristica della modernità è una forte e crescente disaffezione verso il rito, la tradizione e il linguaggio simbolico, che va di pari passo con la crescita dell’individualismo Senza riti, la comunità si sgretola e pian piano scompare e il narcisismo si impone e si impadronisce delle persone.

È famosa l’affermazione dell’intellettuale africano del Senegal Léopold Senghor: “Gli occidentali dicono (con Renato Cartesio): penso, quindi sono; noi africani diciamo: danzo, quindi esisto”. Dobbiamo ricuperare il valore del rito, azione simbolica, come strumento de partecipazione e via attraverso cui entriamo nella profondità del mistero.

Attraverso la ripetizione, il rito ha un ruolo iniziatico. Il ripetersi degli stessi gesti e delle stesse formule in circostanze identiche e secondo un ritmo periodico, coloro che accedono al rito assumono pian piano i valori di un determinato gruppo.

I riti non si inventano, ma procedono da una tradizione, come succede con la lingua parlata.

venerdì 22 novembre 2024

DOMENICA XXXIV DEL TEMPO ORDINARIO (B) – 24 Novembre 2024 NOSTRO SIGNORE GESU’ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

 



 

Dn 7,13-14; Sal 92; Ap 1,5-8; Gv 18,33b-37

 

Celebriamo la solennità di Cristo Re dell’universo nell’ultima domenica dell’anno liturgico, quasi come sintesi di tutto ciò che abbiamo celebrato durante l’anno. Infatti, ogni domenica, “giorno del Signore”, proclama la sovrana signoria di Cristo. Alla fine di questo percorso annuale, l’ultima domenica intende celebrare in modo più organico ciò che costituisce il nocciolo di ogni celebrazione domenicale. Le letture bibliche odierne illustrano alcuni aspetti di questo mistero: Cristo centro della nostra vita e Signore della storia.

 

Tutti i poteri e regni di questo mondo sono destinati prima o poi a fallire, a scomparire. Il testo profetico della prima lettura invece, parlando del futuro regno messianico, lo descrive come un regno “eterno, che non finirà mai”. Il sovrano di questo regno messianico preannunciato dai profeti è Gesù. Nel brano evangelico, vediamo che per tre volte Gesù dice: “Il mio regno”, e per due volte si preoccupa di chiarire che questo regno è completamente al di fuori degli schemi mondani: “Il mio regno non è di questo mondo”, e cioè il regno di Cristo è diverso dei poteri mondani, si colloca su di un altro piano. Il regno di Gesù non si costruisce con la forza che si impone dall’esterno, ma con la forza interiore della verità che trasforma l’uomo dal di dentro. Infatti, il suo compito - lo dice egli stesso - è quello di “dare testimonianza alla verità”. Il fondamento della regalità di Cristo è quindi la testimonianza che egli rende alla verità. Sappiamo che Pilato non ha capito queste parole di Gesù. Cos’è la verità?

 

Nel vangelo di san Giovanni, che ci tramanda il passaggio in questione, la verità non è un concetto astratto o un principio filosofico, ma la rivelazione concreta di Dio e del suo amore; la verità è che Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio unigenito. Gesù ha reso testimonianza a questa verità, ha manifestato cioè questo amore di Dio con le sue parole e le sue opere, con la sua vita e, soprattutto, con la sua morte, che è la suprema sua testimonianza a favore della verità. Come dice san Giovanni nel brano dell’Apocalisse proposto come seconda lettura, egli ci ha amati e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue. La signoria di Cristo significa che Dio non permette che il mondo vada in rovina, anzi in lui lo ha portato definitivamente alla salvezza.

 

Dire regno di Cristo significa dire giustizia, pace, libertà, dignità umana, amore, liberazione dal peccato e da ogni forma di male (cfr. il prefazio). Nella misura in cui questi valori s’impadroniscono di noi e della storia, il regno di Dio si compie o, meglio, il regno di Dio accelera il suo compimento. Ecco, quindi, che il regno di Cristo cresce in noi nella misura in cui diamo spazio a questi valori, nella misura in cui ne siamo protagonisti nella storia.

 

 

domenica 17 novembre 2024

LA FORMA MANIFESTA IL MISTERO

 


 

La profondità spirituale dell’azione liturgica si manifesta nelle azioni che comportano nell’uomo delle interazioni tra sé, gli altri e l’Altro. Ogni azione immette in una relazione per la quale non sarà mai sufficiente il semplice conoscere, ma per la quale diviene essenziale il continuare a riconoscere Dio presente in quelle forme rituali. Le idee su Dio non hanno mai compiuto né soddisfatto il bisogno religioso degli uomini mentre la ritualità nel suo dato formale può essere la sorgente spirituale con la quale la Chiesa si sente raggiunta dalla misericordia del Padre. Non è sufficiente per i credenti sapere che Dio esiste, ma è necessario vivere l’esperienza della relazione con Dio per non ridurre la religione a una filosofia. In tal modo, grazie alla sua forma, la liturgia si svincola dal pensiero sulla religione e realizza, in moco monista e non riduzionista, la relazione tra l’umanità e il suo Signore. Dio, che nella Trinità trova la sua sostanza nella relazione, nel Figlio ha comunicato non parti di sé, ma se stesso attraverso pasti e sguardi, e inoltre ha toccato, mangiato, camminato e parlato (cfr. Gaudium et spes, n. 22). La forma è ciò che dà origine al contenuto e l’azione è ciò che dà fondamento alla relazione, solo l’azione unisce l’interiorità e l’esteriorità.

 

Fonte: Sebastiano Bertin, Actio. L’azione rituale crocevia tra Dio e l’uomo, Edizioni Liturgiche – Roma, Abbazia di Santa Giustina – Padova, 2024, p. 462

venerdì 15 novembre 2024

DOMENICA XXXIII DEL TEMPO ORDINARIO (B) – 17 Novembre 2024

 



 

Dn 12,1-3; Sal 15; Eb 10,11-14.18; Mc 13,24-32

 

Avviandoci ormai alla conclusione dell’anno liturgico, le letture bibliche di questa penultima domenica ci invitano a riflettere sulle ultime realtà, sulla fine della storia e del mondo, quando cioè si compirà in modo definitivo la salvezza che ora possediamo solo nella speranza. Il Catechismo della Chiesa Cattolica riassume la fede della Chiesa su questo punto con le seguenti parole: “Il giudizio finale avverrà al momento del ritorno glorioso di Cristo. Soltanto il Padre ne conosce l’ora e il giorno, egli solo decide circa la sua venuta. Per mezzo del suo Figlio Gesù pronunzierà allora la sua parola definitiva su tutta la storia” (n. 1040). Le letture bibliche odierne ci invitano ad approfondire alcuni aspetti di queste ultime realtà.

 

Il brano del libro di Daniele, proposto come prima lettura, è uno dei testi più caratteristici dell’Antico Testamento sul tema della retribuzione finale: la salvezza verrà data in modo pieno e definitivo a quanti hanno operato il bene. Il brano evangelico descrive il ritorno del Figlio dell’uomo alla fine dei tempi che verrà a “radunare i suoi eletti”. Siamo invitati a vegliare ed essere pronti (cf. canto al vangelo) perché “quanto a quel giorno o a quell'ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre”. Queste misteriose parole, con cui si conclude il brano evangelico odierno, danno una vigorosa lezione ai profeti di sventura intenti a determinare la fine del mondo. Chi ha fede e fiducia, non ha bisogno di fare questi calcoli.

 

Ascoltando le parole con cui Gesù descrive la fine dei tempi, siamo talvolta presi dallo spavento. Notiamo però che il linguaggio usato dal Vangelo, chiamato linguaggio apocalittico, proprio della tradizione ebraica, in fondo è un linguaggio che viene adoperato per rivelare (apocalisse significa “rivelazione”) il senso della storia e il destino dell’uomo. Dio ha su di noi “progetti di pace e non di sventura” (antifona d’ingresso - Ger 29,11.12.14). La seconda lettura apre il cuore alla fiducia in Cristo, nostro giudice, il quale sta alla destra di Dio, ma ha offerto se stesso per il perdono dei nostri peccati. Il perdono acquistato con il sangue di Cristo è sempre più grande di tutte le nostre infedeltà. Ciò che all’esterno appare come catastrofe e rovina in verità è il compimento della salvezza. Questo mondo va verso una fine, verso quel “giorno del Signore” già invocato dai credenti di Israele, giorno di salvezza e di giudizio. E ciò avviene per un preciso disegno di Dio che è Signore della storia e del tempo.

 

Chi prende sul serio l’incertezza e caducità di ogni cosa terrena, si apre al dono della salvezza. Ma il pensiero della morte, della fine della nostra esistenza terrena non ci deve indurre ad un atteggiamento di disimpegno nei confronti della vita presente. Il servizio fedele e responsabile prepara “il frutto di un’eternità beata” (orazione sulle offerte). Il futuro quindi appartiene anche alle nostre mani, e ogni carenza di impegno diventa anche carenza di salvezza.

domenica 10 novembre 2024

“CORAM DOMINO”

 



 

Anzitutto bisogna ricordare che nella liturgia è all’opera Dio stesso che, nella sua iniziativa di salvezza, ci santifica mediante Cristo nello Spirito, ci raduna nella santa Chiesa e ci abilita nel medesimo Spirito alla lode filiale, al culto integrale nell’offerta del sacrificio perfetto che egli gradisce. Ecco, quindi, che tutto scaturisce dal Padre come salvezza e tutto ritorna a lui come lode o culto. Perciò l’azione liturgica è adorazione indivisa del Dio Uno nella Trinità delle persone divine, come risposta e accoglienza dell’azione unitaria e trinitaria di Dio, che opera la nostra santificazione. È dalla contemplazione dell’agire della SS.ma Trinità che scaturisce il vero volto della liturgia della Chiesa. Tra celebrazione liturgica e adorazione c’è un rapporto intrinseco (cf. Benedetto XVI, Esortazione apostolica Sacramentum caritatis, n. 66). L’adorazione al tempo stesso che prende le distanze da Dio in quanto ne riconosce la trascendenza, avvicina a lui perché ci rende consapevoli della sua presenza salvifica. A questo proposito, è utile ricordare il concetto biblico di “timore di Dio”. In rapporto all’atteggiamento religioso di timore che l’uomo greco aveva dinanzi ai suoi dèi, il rapporto con Dio dell’uomo biblico non è solo di timore ma anche di amore, come esprime bene il Sal 103,17: “L’amore del Signore è da sempre, per sempre su quelli che lo temono”. Il timore/amore di Dio è consapevolezza della sua presenza salvifica in mezzo a noi ed è quindi condizione necessaria affinché la celebrazione liturgica appaia “in conspectu Domini”, “coram Domino”.

 

 


venerdì 8 novembre 2024

DOMENICA XXXII DEL TEMPO ORDINARIO (B) – 10 Novembre 2024

 



 

 

1Re 17,10-16; Sal 145; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44

 

 

È donando dalla nostra povertà che noi diventiamo veramente ricchi davanti a Dio. In sintesi, è questo il messaggio che sembra emergere dalle letture bibliche. La prima lettura e il brano evangelico parlano della generosità di due povere vedove. La povera vedova di Zarepta, che aiuta il profeta Elia e la vedova lodata da Gesù perché i pochi spiccioli gettati nella cassetta delle offerte del Tempio rappresentano tutto quanto essa ha per vivere. Malgrado la loro povertà le due donne che la parola di Dio ci presenta trovano ancora qualcosa da dare: la prima accetta di dividere il poco che ha con uno straniero, mentre lei e suo figlio sono sulla soglia della morte; l’altra, in un atto di omaggio a Dio e di adorazione, dà il denaro di cui aveva bisogno per vivere. Ambedue si rivelano adorne delle qualità che devono caratterizzare la figura del discepolo di Cristo: disponibilità ad accogliere la parola di Dio, abbandono incondizionato al suo volere, prontezza a donare e a perdere anche la vita. L’offerta povera di queste donne è offerta amorosa e totale della vita.

 

Soffermiamoci brevemente sulla scena evangelica. Nel cortile del Tempio, al quale avevano accesso anche le donne, erano allineate tredici ceste, in cui venivano gettate le offerte. Ci sono molti ricchi che fanno laute offerte, di cui il sacerdote ripete ad alta voce l’entità, suscitando l’ammirazione dei presenti. E c’è una povera vedova che offre pochi spiccioli e non suscita nessun mormorio di ammirazione. Gesù però la scorge e richiama l’attenzione dei discepoli contrapponendo la condotta della vedova alla vanità, ambizioni e privilegi degli scribi, che erano i maestri della legge dell’Antico Testamento, e alla ostentazione vanitosa di tanti ricchi che gettavano molte monete nella cassetta delle offerte. Questi, dice Gesù, danno del loro superfluo, mentre invece la povera vedova dà tutto quanto possiede. A partire dalle azioni più semplici e quotidiane Gesù sa leggere l’intenzione profonda del cuore; egli giudica non secondo le apparenze ma in verità, poiché è capace di vedere in profondità ciò che tutti vedono, grazie ad uno sguardo diverso sulla realtà, uno sguardo secondo il sentire di Dio. A parte la sete di potere e di arrivismo che ovunque regna, bisognerebbe vedere fino a che punto noi cristiani siamo capaci di gesti generosi di ospitalità e di partecipazione alle sofferenze dei nostri simili. Dio non ci chiede il nostro denaro, ma chiede la nostra persona, e cioè la nostra disponibilità a donarsi per il bene degli altri.

 

In questo contesto, possiamo collocare l’esempio supremo di Cristo di cui parla la seconda lettura. Egli ci rende partecipi della sua vita divina offrendo se stesso: “Cristo si è offerto una volta per tutte per togliere i peccati di molti”. È donando noi stessi che ciascuno di noi partecipa veramente al dono della salvezza che Gesù ci offre. Il senso dell’eucaristia è questo: l’innesto sempre nuovo della nostra vita dentro all'unico e perfetto sacrificio di Cristo.