Ben prima dei funerali della
regina Elisabetta, seguiti in tutto il mondo da uno sproposito di persone, si
sapeva che certi eventi e certe istituzioni si nutrono di riti pomposi, e che
togliere solennità ai riti, persino a quelli profani significa togliere
credibilità all’evento o all'istituzione. Immaginate se il giorno della sua
incoronazione Carlo si mettesse in testa uno scolapasta, se al prossimo “red
carpet” le dive sfilassero in pigiama, se il vincitore del Nobel andasse a
ritirare il premio in tuta o se un prete dicesse Messa indossando un body da
ciclista e, al posto della stola, una sciarpa arcobaleno. Quest'ultimo esempio
non lo dovete più immaginare perché è accaduto davvero. Don Fabio Corazzina,
prete bresciano pacifista e impegnato nel sociale, ha ritenuto di esprimere la
sua vicinanza agli ultimi celebrando il Sacramento con i paramenti di un
cronoman. Il suo vescovo lo ha sgridato, soprattutto per aver reso pubblica la
prodezza su Facebook. Lungi da me l'intenzione di immischiarmi in beghe
religiose, però mi rifiuto di etichettare come reazionario il pensiero di chi
si è schierato col vescovo nel sostenere che la forma è anche sostanza. Nonostante
tutte le nostre arie, restiamo degli esseri semplici e suggestionabili, che
hanno bisogno di segnali esteriori con cui orientarsi. E non è un'opinione, ma
un dato di fatto, che più la politica e la religione si fanno piccole per avvicinarsi
alla gente, più la gente finisce per allontanarsi da esse.
Fonte: Massimo Gramellini (Il
Caffè), Corriere della Sera, 21.09.2022