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domenica 27 maggio 2018

ARCHITETTURA DI PROSSIMITA



Monastero di Bose
Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto – Cei
Consiglio Nazionale Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori


XVI CONVEGNO LITURGICO INTERNAZIONALE
ARCHITETTURA DI PROSSIMITÀ


Idee di cattedrale, esperienze di comunità


BOSE, 31 maggio- 2 giugno 2018

venerdì 25 maggio 2018

SANTISSIMA TRINITA’ (B) – 27 Maggio 2018






Dt 4,32-34.39-40; Sal 32 (33); Rm 8,14-17; Mt 28,16-20



La celebrazione della solennità della Santissima Trinità alla fine dell’itinerario che abbiamo percorso da Natale al Calvario e dalla Tomba vuota alla venuta dello Spirito è un invito a contemplare le radici di tutto quanto abbiamo commemorato nel decorso dell’anno liturgico. Si tratta di una storia di salvezza il cui protagonista è Dio Uno e Trino. Alla luce del mistero trinitario tutto acquista il suo senso. Tutto discende dal Padre, per Gesù Cristo, suo Figlio fatto uomo, grazie all’azione dello Spirito Santo e alla sua presenza nei nostri cuori. Tutto risale al Padre per il suo Figlio, nello Spirito. È’ questo il doppio movimento, discendente e ascendente, del mistero della salvezza.



Noi sappiamo qualcosa di Dio perché egli si è manifestato nella storia come creatore e salvatore. Le letture bibliche di questa celebrazione ci invitano ad approfondire, in una prospettiva di fede, i modi in cui Dio si rivela e si fa presente nella storia della salvezza e nella nostra vita di ogni giorno. La prima lettura propone un brano del discorso tenuto da Mosè al popolo d’Israele uscito dall’Egitto e vicino ormai alle soglie della terra promessa. Mosè invita i suoi ascoltatori a prendere coscienza della benevola vicinanza che Dio ha mostrato con loro. Egli è il Santo al quale l’essere umano non può accostarsi. Eppure ha parlato ai figli di Israele ed essi hanno udito la sua voce e sono rimasti vivi. Poi Mosè trae la conseguenza di tutto ciò: la fedeltà a Dio unico Signore è la garanzia della libertà e della felicità. Questa pagina della Scrittura ricorda ciò che non bisogna mai dimenticare: Dio non si dimostra, si mostra. Nel Nuovo Testamento segno di questa presenza di Dio è Gesù, il quale ci rassicura nel brano evangelico d’oggi: “io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.



Dio non è il gendarme della nostra vita, ma il Padre che attraverso il suo Spirito ci rende sempre più figli ed eredi sul modello di suo Figlio unigenito Gesù. Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo ci esorta ad aprire il nostro cuore a questo Spirito. Trasformati dall’amore dello Spirito, i nostri rapporti devono essere filiali verso il Padre e fraterni verso il Cristo.



Nel brano evangelico, Gesù ci invita a passare dalla comunione interpersonale con Dio alla testimonianza di questa esperienza. Infatti, congedandosi degli apostoli, Gesù afferma solennemente: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che ci ho comandato”. 



Alla luce del mistero trinitario, Dio ci si manifesta come un Dio che esce da se stesso, ama il mondo e l’uomo; si comunica e dialoga con lui. Un Dio quindi vicino, che viene al nostro incontro per mezzo di suo Figlio. Un Dio che addirittura ci fa partecipi della sua vita. Un Dio di cui possiamo ben dire: “grande è il suo amore per noi” (antifona d’ingresso).

domenica 20 maggio 2018

SPIRITUALITÀ E BIBBIA





Gianfranco Ravasi, Spiritualità e Bibbia (Giornale di teologia 404), Queriniana, Brescia 2018. 260 pp. 17 €.


L’itinerario qui proposto percorre sostanzialmente due traiettorie.

Dopo aver offerto la chiave simbolica per entrare nell’orizzonte spirituale delle sacre Scritture, ricco di iridescenze tematiche, Ravasi procede innanzitutto ad uno spoglio integrale dei due Testamenti nel loro ordine canonico. Qui si rendono necessarie alcune soste specifiche affrontando testi capitali come i profeti, i salmi, Giobbe, il Cantico, le beatitudini – veri e propri sentieri d’altura della spiritualità biblica.

L’altro percorso seguito è più panoramico: Ravasi delinea una mappa sintetica della spiritualità delle Scritture, così da comporre un messaggio teologico unitario, basato sulla categoria di “conoscenza” nella sua vasta molteplicità semantica biblica.

Questi due movimenti, accompagnati da una costellazione di temi aggregati – come lo Spirito santo, la povertà, la lectio divina o la spiritualità della sofferenza – delineano alla fine non solo una guida alla mistica, ma anche un’essenziale sintesi della teologia biblica. Lì fin dall’origine lo spirituale è esperienza affettiva ma non irrazionale, interiore ma non astratta: è esperienza incorporea, ma anche “carnale”, è mistero ma anche epifania, è silenzio ma non afasia.

(Quarta di copertina)

sabato 19 maggio 2018

DOMENICA DI PENTECOSTE (B) Messa del giorno (20 Maggio 2018)






At 2,1-11; Sal 103 (104); Gal 5,16-25; Gv 15,26-27; 16,12-15



La prima lettura narra l’evento di cui facciamo oggi memoria: alla sera della festa ebraica di pentecoste, cinquanta giorni dopo pasqua, gli apostoli con Maria e gli altri discepoli di Gesù erano raccolti in preghiera nel cenacolo a Gerusalemme. All’improvviso apparve lo Spirito Santo in forma di lingue di fuoco che si posarono su ciascuno di loro. In questo modo si adempiva la promessa che Gesù aveva fatto prima di salire in cielo, di cui parla anche il vangelo d’oggi.

Per gli Ebrei la festa della pentecoste era inizialmente una gioiosa festa contadina chiamata “festa della mietitura” o “festa dei primi frutti”. Si celebrava il cinquantesimo giorno dopo la pasqua e indicava l’inizio della mietitura del grano. Lo scopo primitivo di questa festa era quindi il ringraziamento a Dio per i frutti della terra. Però col passar delle generazioni, gli Ebrei diedero alla festa un significato nuovo. Nel giorno di pentecoste s’iniziò a commemorare il dono della Legge di Dio sul Sinai. Gli Ebrei passavano la vigilia della festa leggendo la Legge che Dio stesso aveva consegnato per loro a Mosè.

La Pentecoste cristiana ricorda un altro dono, non una legge scritta ma lo Spirito Santo, che è l’amore del Padre e del Figlio. Nel secondo discorso d’addio, riportato dal vangelo d’oggi, Gesù promette agli apostoli l’invio dello “Spirito della verità”, espressione ripetuta ben due volte. “Della verità”, cioè in stretto rapporto con la verità rivelata da Gesù Cristo. Lo Spirito è il dono di comprensione piena di tutta la verità rivelata da Gesù, interpretandola in riferimento agli eventi che man mano accadranno fino alla fine dei tempi. Dice Gesù agli apostoli: “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”, ci permetterà cioè di comprendere in profondità le parole e i gesti del Signore.

Lo Spirito aiuta ad introdursi sempre più nell’intimo della verità portata da Cristo; e questa penetrazione non si risolve in un puro fatto conoscitivo, ma si attua in un profondo rapporto di vita, quale risultato dell’aver accolto la parola di Cristo come fermento lievitante di tutta la propria esistenza. Lo Spirito quindi non è concorrente rispetto al ruolo di Gesù, ma rappresenta il vertice e il compimento della sua missione.

Della vita nuova che scaturisce dal dono dello Spirito ci dà una descrizione essenziale san Paolo nella seconda lettura. Tutti noi che abbiamo ricevuto lo Spirito, dobbiamo camminare  “secondo lo Spirito”. Lo Spirito è fonte e garanzia di libertà per quelli che si lasciano guidare dal suo impulso interiore. Siccome tutta la volontà di Dio è concentrata nel precetto dell’amore, per quelli che seguono l’impulso interiore dello Spirito non c’è bisogno del controllo esterno della legge, perché ne attuano spontaneamente tutte le esigenze. Perciò abbiamo cantato: “Vieni Santo Spirito, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore” (canto al vangelo). La pentecoste ebraica ricordava il dono della Legge sul Sinai. La pentecoste cristiana celebra il dono dello Spirito, che effonde nei nostri cuori l’amore di Dio, la nuova legge interiore che deve guidare la vita del cristiano. Nella pentecoste cristiana il cenacolo appare come il nuovo Sinai e il dono della Legge, che inaugurò a suo tempo il periodo dell’antica alleanza, è sostituito ora con il dono dello Spirito, che inaugura invece l’era della nuova alleanza.

mercoledì 16 maggio 2018

Ecco il verbale segreto dell’incontro fra Paolo VI e Lefebvre






Pubblicata nel libro di padre Sapienza la trascrizione del colloquio dell’11 settembre 1976 tra il vescovo tradizionalista e Montini. Documento utile per leggere certe dinamiche interne alla Chiesa di oggi. Vedere qui

domenica 13 maggio 2018

ABITI LITURGICI DI FORMA BAROCCA?





Come ogni abito, anche le vesti per la liturgia sono sempre in relazione con l’immagine che colui che le indossa ha di sé o che vuole dare di sé come presbitero e, di conseguenza, l’immagine di Chiesa che con le vesti liturgiche si intende rappresentare ed esprimere. Di sua natura l’abito è sempre frutto di un immaginario e, al tempo stesso, genera un immaginario, per questo il presbitero che sceglie di indossare abiti liturgici di forma e foggia barocca, proietta un immaginario barocco su sé stesso e sull’intera liturgia che presiede. Anche inconsapevolmente, realizza un’immagine di Chiesa e di ministero ordinato che non corrisponde all’oggi tanto della Chiesa quanto del mondo nel quale essa vive e con il quale si realizza. Si attua e, in certi casi si persegue una forma di anacronismo che crea distanza spirituale e culturale tra la rappresentazione che nella liturgia si dà della Chiesa e l’oggi della storia. Una consapevole non accettazione del presente è sempre una fuga dalla realtà.

Questo spirito è bene espresso nell’accenno che la costituzione del Vaticano II sulla liturgia riserva alle vesti liturgiche: “Nel promuovere e favorire un’autentica arte sacra, gli Ordinari facciano in modo di ricercare piuttosto una nobile bellezza che una mera sontuosità. E ciò valga anche per le vesti e gli ornamenti sacri” (SC 124).

Fonte: Goffredo Boselli, Sorgenti di vita. Liturgia e ricerca spirituale, San Paolo, Cinisello Balsamo 2017, pp. 85-86.

venerdì 11 maggio 2018

ASCENSIONE DEL SIGNORE (B) – 13 Maggio 2018







At 1,1-11; Sal 46 (47); Ef 4,1-13; Mc 16,15-20





Il racconto dell’evento dell’ascensione del Signore è affidato alla prima lettura, costituita dai versetti iniziali degli Atti degli Apostoli. Tuttavia la preoccupazione maggiore dei brani della Scrittura che vengono proposti oggi alla nostra attenzione è di dare indicazioni sul senso del tempo che noi stiamo vivendo tra l’ascensione del Signore e il suo ritorno alla fine dei tempi. Collocando all’inizio degli Atti degli Apostoli, come alla fine del suo Vangelo, un riferimento all’ascensione del Signore, san Luca lascia immediatamente intendere che la missione della Chiesa continua quella di Gesù. Ecco quindi che il messaggio dell’ascensione può essere colto secondo due dimensioni complementari: da una parte l’ascensione è il punto di arrivo della vita di Gesù; dall’altra è il punto di partenza della vita della Chiesa. La festa dell’ascensione del Signore è la celebrazione della partenza-assenza di Cristo a beneficio della presenza-responsabilità della Chiesa. Nei brani della Scrittura che ascoltiamo oggi, predomina questa seconda prospettiva. Nella lettura evangelica, il fatto dell’ascensione appare come lo spartiacque tra Gesù e la Chiesa, ma nel tempo stesso come l’evento che fonda la continuità tra le rispettive missioni. La seconda lettura, tratta dalla lettera agli Efesini, dice la stessa cosa quando afferma che Cristo “asceso in alto […] ha distribuito doni agli uomini”, e cioè ha comunicato al mondo quella ricchezza di vita che ha conquistato per sé. Con la fine della sua presenza nel nostro mondo e la sua conseguente glorificazione presso il Padre, Cristo inizia una nuova presenza al mondo tramite la missione e la testimonianza affidate ai suoi discepoli.

Se il fatto della piena glorificazione di Cristo apre il nostro cuore alla speranza, la certezza della sua presenza ci dona il coraggio dell’impegno. Non basta stare a guardare verso il cielo, in attesa degli eventi; il comando del Signore ai discepoli è chiaro: “di me sarete testimoni […] fino ai confini della terra”. La speranza cristiana non legittima alcuna fuga dal mondo, dalla storia. Viceversa è connaturale alla nostra speranza offrire dal di dentro della città terrena una concreta testimonianza della città celeste. Per Cristo l’ascensione è un traguardo raggiunto, per noi ancora un cammino da fare. La vita del Signore è stata un’esistenza pienamente disponibile al servizio degli uomini. E’ percorrendo la stessa strada di Cristo che noi raggiungeremo lo stesso suo traguardo. E’ soltanto attraverso la testimonianza di un amore fattivo che possiamo raggiungere la giusta statura e la piena maturità così da essere degni di partecipare all’esaltazione di Cristo alla destra del Padre.

Nell’eucaristia la Chiesa pellegrina sulla terra riaccende continuamente la speranza della patria eterna (cf. orazione dopo la comunione).