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lunedì 31 dicembre 2018

MARIA SS. MADRE DI DIO – 1 Gennaio 2019






Nm 6,22-27; Sal 66 (67); Gal 4,4-7; Lc 2, 16-21



Il salmo responsoriale è un inno di ringraziamento corale per i doni divini e, in particolare, per il frutto della terra, segno dell’amore di Dio. La liturgia del primo giorno dell’anno riprende questo inno nella sua parte più universalistica in cui si parla di una presenza benedicente di Dio che abbraccia tutti i popoli della terra. La nostra vita, che oggi inizia una nuova tappa, è veramente benedetta da Dio nella misura in cui è illuminata dallo splendore del volto di Dio.



In questo primo giorno dell’anno si sovrappongono una serie di temi: l’inizio dell’anno, l’ottava del Natale, la solennità di Maria SS. Madre di Dio e la giornata della pace istituita da Paolo VI nel 1967. Possiamo aggiungere ancora, con il brano evangelico, la circoncisione, in cui “gli fu messo nome Gesù”, che significa “Iahvè salva”; in Luca, è a Maria che viene detto il nome scelto da Dio (1,31), mentre in Matteo viene detto a Giuseppe (Mt 1,21.25). Tutte queste tematiche possono trovare un logico collegamento tra loro nel tema della benedizione. Maria, la benedetta fra tutte le donne, ci ha donato Gesù, frutto benedetto del suo seno, primogenito fra molti fratelli. Infatti, anche noi siamo diventati, per opera dello Spirito, figli ed eredi, e, in questo modo, tutta la nostra vita è nel segno della benedizione divina di cui la pace è frutto prezioso. Le letture bibliche d’oggi riprendono queste tematiche e conferiscono loro motivazioni e contenuti dottrinali.



La prima lettura descrive come i sacerdoti d’Israele davano al popolo la benedizione al termine delle grandi feste liturgiche. Quest’antica benedizione sacerdotale, ancora oggi usata nella liturgia sinagogale, fa perno sul nome del Signore, richiamato per tre volte (alcuni Padri della Chiesa l’hanno interpretato in senso trinitario), e pone questo nome sui figli d’Israele. “Porre il nome” vuol dire stabilire una relazione con la persona. La benedizione è riconoscimento che ogni bene viene da Dio e dipende da una vita di comunione con lui. Segno manifesto delle benedizioni divine è la pace: Dio benedice il suo popolo e lo conduce alla pace. Il pieno compimento della benedizione si ha in Gesù Cristo, proclamato dall’antifona d’ingresso “Principe della pace”. San Paolo lo illustra a modo suo nella seconda lettura quando afferma che in Cristo abbiamo ricevuto “l’adozione a figli”; non siamo più schiavi, ma figli. Possiamo diventare consapevoli della nostra condizione filiale perché ci è stato donato lo Spirito, che plasma interiormente in ognuno di noi i lineamenti del Cristo, il Figlio primogenito. Questo mistero è stato possibile ed è reso visibile perché, “quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna”. In questo modo, la maternità di Maria accresce la propria realtà dandosi a vedere quale “madre del Cristo e di tutta la Chiesa” (orazione dopo la comunione). Maria è inoltre esemplare di accoglienza delle benedizioni divine donateci in Cristo: nel brano del vangelo essa appare come colei che serba e medita nell’interiorità del cuore tutti gli eventi che riguardano il Figlio, frutto benedetto del suo seno. Da madre si fa anche prima discepola fin da ora, custodendo nel cuore il mistero.



Col nuovo anno inizia un ulteriore tratto del cammino della nostra vita che siamo invitati a percorrere sotto il segno della benedizione di Dio. L’eucaristia che segue alla proclamazione della Parola al tempo stesso che ci pone in atteggiamento di riconoscenza per i doni ricevuti da Dio, di cui Cristo è il dono più prezioso, ci rassicura che ogni giorno di questo nuovo anno, ogni giorno della nostra vita sarà sempre un dono prezioso della grazia divina. A noi aspetta accoglierlo con gratitudine e renderlo fruttuoso nella vita quotidiana.


venerdì 28 dicembre 2018

SANTA FAMIGLIA DI GESU’ MARIA E GIUSEPPE (C) - 30 Dicembre 2018


Sacra Famiglia (Murillo)




1Sam 1,20-22.24-28; Sal 83; 1Gv 3,1-2.21-24; Lc 2,41-52




Tutte e tre le letture bibliche odierne parlano della nascita dell’uomo all’interno della famiglia, ma tutte e tre affermano che il bambino è più grande della famiglia in cui nasce. Ciò la prima lettura lo dice di Samuele, il vangelo lo afferma di Gesù, e la seconda lettura lo applica ad ogni uomo, ad ogni battezzato, vero figlio di Dio. Il destino dell’uomo che viene a questo mondo è un destino che sovrasta i limiti della famiglia in cui nasce perché la dimensione ultima della sua vita trascende le realtà di questo mondo. Questo vale anzitutto per Gesù.



Il vangelo ci racconta che Maria e Giuseppe si recano a Gerusalemme per la ricorrenza della Pasqua ebraica. Gesù, ormai dodicenne, accompagna i suoi genitori in questo pio pellegrinaggio. Ed ecco che al ritorno il bambino rimane a Gerusalemme senza che i genitori se ne accorgano. Dopo tre giorni di angosciose ricerche, nel ritrovarlo seduto in mezzo ai dottori nel tempio, Maria non può far a meno di rimproverare affettuosamente suo figlio, come farebbe ogni mamma: “perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. Gesù risponde: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. E’ la prima autorivelazione del suo destino. Il brano evangelico aggiunge che Maria e Giuseppe non compresero queste parole. Dice però che Maria “custodiva tutte queste cose nel suo cuore”. La breve parentesi dell’autorivelazione di Gesù nel tempio di Gerusalemme prelude a quella della sua pasqua di morte e risurrezione. I tre giorni di angosciosa ricerca da parte di Maria e Giuseppe anticipano i tre giorni del suo dramma finale.



L’odierna festa della Sacra Famiglia ci invita a riflettere sul mistero del figlio, d’ogni figlio, d’ogni uomo. “Eredità del Signore sono i figli” (Sal 127,3a). Perciò su ogni uomo che viene a questo mondo, Dio ha un suo progetto. La persona è chiamata ad uscire dall’ambito della famiglia e trovare nella obbedienza a Dio la dimensione ultima della sua vita al di là di ogni tentazione di possesso personale dei propri genitori. Gesù affermerà più volte di avere Dio per Padre (cf. Lc 10,22; 22,29; Gv 20,17) rivendicando per sé un rapporto che oltrepassa quello paterno e anche quello materno. Le ultime parole del vangelo d’oggi ci fanno capire però che il progetto di Dio su di noi si realizza attraverso il passaggio di crescita e di maturazione in seno alla famiglia: “Scese dunque con loro e venne a Nazaret e stava loro sottomesso…” Gesù vive e cresce in una famiglia dove Maria e Giuseppe offrono l’insegnamento della loro saggezza rimanendo sempre aperti al progetto di Dio sul loro figlio. La famiglia in cui la persona umana nasce e cresce è essenziale; ma la persona dovrà uscire dall’ambito familiare e trovare nell’obbedienza a Dio la dimensione ultima della sua vita. La famiglia svolge il proprio compito quando non ostacola, ma si pone al servizio del pieno sviluppo umano e spirituale della persona.




mercoledì 26 dicembre 2018

IL “TE DEUM”






Daniel-Alberto Escobar Portillo, Te Deum laudamus. La formulaciόn y celebraciόn de la gloria de Dios a través de una forma hίmnica (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” “Subsidia” 189), CLV – Edizioni Liturgiche, Roma 2018. 307 pp. (€ 35,00).



L’opera parte dalla ricerca dei fondamenti biblico-teologici, liturgico-culturali ed ermeneutici-musicali della presenza del Te Deum nella vita della Chiesa. In seguito, è esaminata la sua configurazione letteraria per poi, più avanti, affrontare da una prospettiva diacronica e sincronica il suo posto nella celebrazione liturgica e fuori di essa. La comprensione della forma musicale, presa come chiave interpretativa del Te Deum, corrobora la sua chiara matrice pasquale e apre un orizzonte metodologico in cui non si può evitare la complementarietà necessaria tra le fonti più primitive, sia di indole testuale, come anche liturgica e musicale.

domenica 23 dicembre 2018

NATALE DEL SIGNORE – 25 Dicembre 2018




Messa della notte



Is 9,1-3.5-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14



 “Oggi è nato per noi il Salvatore”. E’ un annuncio che si ripete più volte in questa santissima notte (antifona d’ingresso, canto al vangelo, lettura evangelica, antifona alla comunione).



Gesù “è nato per noi”. E’ logico quindi che ci domandiamo cosa arreca a noi questa nascita. La risposta la troviamo nelle parole con cui si chiude il vangelo di questa notte: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”, e cioè pace a tutti gli uomini perché Dio ha liberamente deciso di amarli. La prima lettura ci ricorda che tutta la storia dell’umanità è un faticoso cammino nelle tenebre e nell’oppressione alla ricerca di luce, di verità, di speranza e di pace. Gesù, il “Principe della pace”, di cui parla il profeta Isaia, è la risposta definitiva di Dio alle attese dell’umanità. “Egli - dice san Paolo nella seconda lettura - ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga”.



Nel mistero della nascita di Gesù, gli spiriti celesti al tempo stesso che annunziano “sulla terra pace agli uomini”, proclamano “gloria a Dio nel più alto dei cieli”. Che cos’è la gloria di Dio? E’ Dio stesso in quanto si rivela nella sua maestà, nella sua potenza, nello splendore della sua santità. Dio manifesta la sua gloria con i suoi interventi meravigliosi nella storia. Ma, secondo san Giovanni, la gloria nascosta di Dio è apparsa nel Cristo fra gli uomini (cf. Gv 1,14; 11,4-40) ed è riconoscibile solo attraverso la fede (cf. Gv 2,11). In altre parole, la gloria di Dio è Dio stesso in quanto manifesta il suo amore, un amore che si riflette sul volto di Cristo e da lui arriva a noi. La “pace sulla terra” quindi è la manifestazione storica della gloria di Dio, la manifestazione della volontà salvifica di Dio in Cristo per noi. Possiamo quindi affermare anche che quando gli uomini siamo nella pace, viviamo in pace, Dio è glorificato in noi: la gloria di Dio è l’uomo redento, l’uomo che ha accolto Gesù come Salvatore. Gesù, “Principe della pace”, appare nella storia dell’umanità come segno di riconciliazione con Dio e con gli uomini. Con lui “la vera pace è scesa a noi dal cielo” (antifona d’ingresso). Con Cristo inizia il tempo della nuova ed eterna alleanza tra l’uomo e Dio, un tempo - ormai definitivo - di pace, d’intimità e familiarità dell’uomo con Dio.



La salvezza di Dio ci viene offerta in forma umana, nella povertà e debolezza, nel “segno” di un bambino, che assume la nostra debolezza: “la nostra debolezza è assunta dal Verbo” (prefazio III del Natale). Perciò la tradizione cristiana ha fatto del Natale una festa di profonda solidarietà umana. Il Natale è un invito a riscoprire i veri valori che danno spessore alla nostra esistenza: il senso della vita, il gusto di ciò che è essenziale, il sapore delle cose semplici, lo stupore della vera libertà, la voglia di costruire la propria esistenza nel servizio agli altri e nell’impegno quotidiano per la realizzazione di un mondo riconciliato. Il buon Natale che ci scambiamo vicendevolmente dev’essere anzitutto un augurio di pace e di serenità intensa e profonda, che ci renda capaci di avvicinarci agli altri per farli partecipi della nostra pace, più felici e più fratelli, più inseriti nella grande famiglia umana e cristiana.





Messa dell’aurora




Is 69,11-12; Sal 96; Tt 3,4-7; Lc 2,15-20




Alla luce della prima lettura, tratta dal profeta Isaia, il mistero del Natale appare come la manifestazione dell’amore di Dio che salva. Anche la lettura apostolica parla del manifestarsi della bontà di Dio, salvatore nostro. San Paolo, rivolgendosi al suo discepolo Tito, afferma che la prova massima della sua bontà e del suo amore Dio ce la fornisce donandoci il suo proprio Figlio. Egli ha congiunto il nostro limite alla sua infinità, ci ha restituito la possibilità di esistere nella speranza. Il Natale celebra il dono dell’amore divino nel Cristo, rivelazione del Padre e salvezza del mondo. Questo dono, fatto a tutti, apre il cuore dell’uomo alla speranza. 



Nel brano evangelico vediamo che i primi destinatari di questa rivelazione sono alcuni umili pastori che pascolano il loro gregge nelle vicinanze di Betlemme. E’ significativo che l’annuncio della nascita di Gesù sia dato a poveri pastori, e non ai potenti di Gerusalemme o ai sacerdoti del tempio. Vediamo poi che la risposta dei pastori alle parole dell’angelo è stata coerente e immediata: “Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere...” E san Luca aggiunge: “E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro”. I pastori quindi, obbedendo alla rivelazione ricevuta, si recano a Betlemme e vedono il Bambino. In questo modo, conosciuto l’avvenimento, riferiscono, e cioè annunciano agli altri quanto essi hanno udito e visto nel loro incontro con Gesù. Il vangelo non nominerà più i testimoni di questa prima rivelazione. Secondo san Luca, dobbiamo a Maria, la Madre di Gesù, se si è conservato il ricordo di queste circostanze: “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Solo colui che è attento ascoltatore della Parola può essere portatore di quell’annuncio che suscita la meraviglia della fede.  



L’eucaristia rievoca e ripresenta la morte e la risurrezione del Cristo, ma, con il mistero della Pasqua, e in ordine ad esso, ricorda e rinnova, in certo modo, tutta la storia della salvezza, di cui l’incarnazione e la nascita di Gesù sono gli inizi. Il Natale del Signore segna l’inizio di quel cammino salvifico che porta Gesù a farsi in tutti simile agli uomini, fuorché nel peccato, fino alla morte di croce: è il cammino che, da una parte, prepara la Pasqua e ad essa conduce e, dall’altra, riceve significato salvifico proprio dalla Pasqua.



L’orazione dopo la comunione ci indica l’atteggiamento con cui dobbiamo celebrare il Natale: “conoscere con la fede le profondità del mistero, e viverlo con amore intenso e generoso”.





Messa del giorno




Is 52,7-10; Sal 97; Eb 1,1-6: Gv 1,1-18



La gioia del Natale sarebbe superficiale se non fosse fondata sulla contemplazione del mistero natalizio alla luce della fede. Ecco perché in questa messa del giorno siamo invitati a contemplare, guidati dalla parola di Dio, le profondità di questo mistero.



La lettura evangelica è presa dal mirabile inno che fa di prologo al vangelo di Giovanni, vera e profonda meditazione sul mistero del Natale. San Giovanni annuncia che il Verbo di Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi; ma al tempo stesso annuncia che tutti coloro che accolgono questo bambino, il Figlio di Dio fatto carne, ricevono anch’essi il potere di diventare figli di Dio. In Cristo ci viene offerta la possibilità di una nuova origine, non più fondata sul sangue e sulla carne, ma su Dio stesso. Le parole iniziali del vangelo di Giovanni “in principio” evocano idealmente quelle parallele di Gen 1,1 riguardanti la creazione, tema a cui fa riferimento anche la colletta quando dice: “O Dio, che, in modo mirabile ci hai creati a tua immagine, e in modo più mirabile ci hai rinnovati e redenti”. Il mistero del Natale riguarda quindi anche noi. Il mistero di un Dio fatto uomo ci immerge nel mistero dell’uomo che diventa figlio di Dio. Si tratta di quel “misterioso scambio” di cui parla il prefazio della messa: il Verbo di Dio assume la nostra natura umana nella sua debolezza e fragilità, e noi, uniti a lui in comunione mirabile, condividiamo la sua vita immortale. La stessa dottrina esprime san Paolo in un brano che viene proposto oggi alla nostra attenzione nella Liturgia delle Ore: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Primi vespri, lettura breve - Gal 4,4-5). Nel Natale noi contempliamo gli inizi della nostra salvezza. La prima lettura, tratta da Isaia, annuncia profeticamente questo evento quando dice: “tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio”, parole riprese dal ritornello del salmo responsoriale, come ormai realizzate e riproposte dall’antifona alla comunione.



San Leone Magno, contemplando il mistero dell’Incarnazione, esclama: “Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all’abiezione di un tempo con una condotta indegna” (Liturgia delle Ore: Ufficio delle letture, seconda lettura). Questa stessa esortazione è implicita nel testo del prologo di san Giovanni quando si dice che a colui che accoglie il Figlio di Dio fatto carne, viene dato potere di “diventare” figlio di Dio: la nostra identità di figli di Dio è inserita dentro un processo dinamico che si apre ad una crescita progressiva e senza sosta che ci conduce verso gli spazi della vita divina. Come dice la Costituzione Gaudium et Spes del Vaticano II, “solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo (n. 22). L’umanesimo cristiano radica nel divino e nell’eterno la nostra povera condizione mortale.



L’eucaristia che oggi celebriamo è per eccellenza il sacrificio della nuova alleanza, il rito della nuova umanità, che ci introduce progressivamente alla partecipazione della vita divina.  

 



venerdì 21 dicembre 2018

DOMENICA IV DI AVVENTO (C) – 23 Dicembre 2018








Mi 5,1-4a; Sal 79; Eb 10,5-10; Lc 1,39-45





Il Sal 79, che fu una supplica d’Israele per implorare l’intervento di Dio liberatore, è diventato preghiera e supplica della Chiesa soprattutto nel Tempo di Avvento, vicini ormai al Natale. Nell’attesa dell’imminente manifestazione del Cristo, la nostra preghiera diventa pressante: “Signore, fa splendere il tuo volto e noi saremo salvi” (ritornello del salmo responsoriale).



La quarta e ultima domenica di Avvento svolge il ruolo di una sorta di vigilia del Natale e quindi l’attenzione dei testi liturgici è volta a coloro che, in ogni nascita, sono i protagonisti: la madre e il suo figlio. Il Messia annunciato, “colui che deve essere il dominatore in Israele” (prima lettura), giunge tramite la piena disponibilità di Maria al piano di Dio (cf. vangelo). Egli viene per adempiere la volontà salvifica del Padre, per salvare cioè l’uomo mediante l’offerta non di olocausti né sacrifici ma del proprio corpo (cf. seconda lettura). 



La venuta del Figlio di Dio richiede una preparazione, una disposizione all’accoglienza. Questa preparazione si compie lungo tutto l’Antico Testamento, e trova espressione particolare nelle parole dei profeti e nelle speranze e preghiere del popolo d’Israele. Ma questa preparazione ha un suo particolare compimento nella fede obbediente di Maria. Elisabetta proclama Maria beata perché “ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”. Troviamo nel vangelo di san Luca un altro passaggio dove viene lodata da Gesù stesso la fede obbediente di Maria. L’evangelista ci tramanda le parole di una donna che si trova tra la folla che segue e ascolta Gesù: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!”. A queste parole Gesù risponde: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!” (Lc 11,27-28). Qui sta la vera grandezza di Maria, nella sua totale disponibilità all’ascolto e nell’accoglienza fattiva della parola di Dio. Maria, che ha incarnato l’attesa e la fede di Israele nelle promesse di Dio, diventa prototipo della Chiesa nel suo cammino incontro al Cristo.



Possiamo quindi affermare che il testo evangelico è anzitutto celebrazione dell’accoglienza. Elisabetta riconosce in Maria colei che ha accolto la parola di Dio credendo al suo compimento. Maria canta Dio come Colui che l’ha accolta nella sua piccolezza rivolgendole uno sguardo di amore e di elezione. Nella visitazione, poi, Maria ed Elisabetta si accolgono reciprocamente riconoscendo ciascuna l’azione che Dio ha compiuto nell’altra: Elisabetta, la sterile, è rimasta incinta, e Maria, la vergine, ha concepito per opera dello Spirito Santo. Il mistero del Natale è un mistero di accoglienza: accoglienza di Dio che viene a noi, e accoglienza vicendevole riconoscendo in noi e negli altri la presenza di Dio con i suoi doni.

mercoledì 19 dicembre 2018

“OSPITALITA’ EUCARISTICA”






di Andrea Grillo


docente di Teologia dei sacramenti e Filosofia della Religione presso il

Pontificio Ateneo S. Anselmo




Anche in liturgia, nel cuore della intimità ecclesiale, rischiamo sempre di pensare, e di sentirci dire, come nel film Totò a colori: «Si ricordi che lei qui è un ospite». Come se ci fosse qualcuno che potesse vantare un «diritto originario di cittadinanza» nella eucaristia. Ma, al di là delle battute, la terminologia della “ospitalità eucaristica” pare giustificata da un fatto molto positivo, ossia dal superamento delle “scomuniche” tra Chiese, che prende la figura dell’“ospitalità” del “fratello separato” all’interno di una celebrazione cattolica. Il fenomeno è un cammino inevitabilmente lento e complesso, che deve superare storiche ostilità e incomprensioni e che fatica, ad esempio, a concepire la reciprocità: ossia noi possiamo ospitare, ma non possiamo essere ospitati.

Ovviamente la terminologia è il frutto di tanti scontri, di tante incomprensioni, di tante rotture. Il termine, allo stesso tempo, afferma e nega: afferma un rapporto di “comunanza di mensa” in assenza di “comunione ecclesiale”. Vorrei brevemente illustrare la questione sotto tre punti di vista.



Aspetto antropologico



I cattolici si sono abituati a ragionare così: finché non vi è comunione ecclesiale, non può esservi comunione sacramentale. Sembra una posizione di buon senso, che segue una logica elementare: se non c’è accordo sulle parole, sulle verità, sui poteri, sulle simboliche, come si può fare la comunione allo stesso pane e allo stesso calice? Questo vale per la dottrina teologica classica. Ma la antropologia, che conosce bene anche questa logica - infatti non facciamo così solo in Chiesa, ma anche con gli amici o in famiglia - ne conosce anche un’altra, molto diversa e per certi versi capovolta. Sappiamo bene, infatti, che è proprio l’atto del “pasto comune” a rendere possibile una comunione di vita.

Dice un antico adagio: «communitas victus, communitas vitae», comunione di mensa è comunione di vita. In altri termini, le difficoltà dottrinali e disciplinari non sono soltanto un ostacolo alla comunione fraterna. Possono essere anche risolte sulla base di una esperienza di pasto comune, che anticipa profeticamente e accompagna escatologicamente il divenire dei soggetti.

In uno dei suoi primi discorsi pubblici da Presidente, il presidente Barack Obama raccontò di quel gesuita, membro della commissione americana che negli anni Cinquanta doveva superare l’Apartheid e creare comunione tra bianchi e neri nella società USA. Quel prete, con acume, scoprì che i membri bianchi e neri della commissione, sotto le contrapposizioni apparentemente inconciliabili, erano accomunati da una passione comune: la pesca.

Una uscita al lago, con una esperienza di pesca comune, fu l’inizio dell’accordo tra loro. Un atto comune ha preceduto il comune riconoscimento della verità.



Aspetto ecclesiologico



La questione oggi ha acquisito un’ulteriore coloritura, da quando i vescovi tedeschi hanno lanciato l’idea di allargare la ospitalità eucaristica per le coppie miste, formate da un marito protestante e una moglie cattolica o viceversa, il cui destino sembra poter condividere tutta la vita, in tutti i suoi aspetti, meno che l’eucaristia - santa cena. I vescovi tedeschi, a maggioranza, hanno visto che qui la Chiesa entra in una sorta di contraddizione. Da un lato nega la comunione, perché le Chiese di appartenenza non sono in comunione.

D’altra parte riconosce che la comunione nuziale è, per certi versi, più avanzata e più esplicita della stessa comunione eucaristica. Proprio qui, a me pare, la ospitalità eucaristica dovrebbe essere intesa non come una benevola concessione che le singole Chiese possono fare a membri esterni di partecipare alla pienezza dei propri riti, bensì come profezia ecclesiale che riconosce, in coppie miste, la presenza di una chiesa unita e capace di comunione, anticipata dalla vita domestica, che sta in anticipo rispetto alla coscienza istituzionale. Ciò che le Chiese non riescono a riconoscere come comunione, un uomo e una donna possono viverlo appieno, nonostante la loro appartenenza ecclesiale differente. Qui, forse, la relazione tra il sacramento dell’eucaristia e il sacramento del matrimonio deve essere pensata in modo meno rigido e unilaterale e la “differenza ecclesiale” può essere compresa non come difficoltà e ostacolo, ma come ricchezza e stimolo.



Aspetto cultuale/culturale



La ospitalità, infine, non è un caso estremo dell’eucaristia, ma il caso serio e ordinario della sua verità. Ci siamo abituati a pensare alla comunione come al rapporto con pane e vino “convertiti” in corpo e sangue. Ma questo, per tutta la tradizione teologica, è solo l’effetto intermedio dell’eucaristia. Il dono di grazia è l’unità della Chiesa, la comunione delle pietre vive. Per questo, già da un secolo, fin da Pio X, si è riscoperta la natura non solo di premio, ma di farmaco della comunione eucaristica. L’eucaristia non è solo culmine di una identità già acquisita, ma anche fonte di una identità da costruire, da strutturare, che trova alimento in questa “pratica di comunione sacramentale” per pellegrini in cerca della pienezza.

Questa consapevolezza teologica deve diventare, allo stesso tempo, modo di celebrare e modo di vivere l’eucaristia. 

Circa il modo di celebrare, è evidente che l’ospitalità eucaristica è la forma comune della esperienza cristiana e cattolica. Tutti, e sottolineo tutti, sono ospiti. Chi presiede, chi proclama, chi canta, chi serve, chi risponde. Tutti sono ospiti perché tutti compiono una sola azione il cui titolare non è altro che Cristo e la sua Chiesa, di cui nessuno è esclusivo rappresentante. Questa “articolazione ministeriale” è finalizzata a quel fine che Sant’Agostino definiva in modo così sorprendente: «Estote quod videtis, accipite quod estis»: siate quel che vedete, ricevete quel che siete. Corpo di Cristo non è solo un ricevere, ma un essere.

La Chiesa corpo di Cristo è il fine dell’eucaristia celebrata.

Ma se cambia il modo di celebrare, cambia anche il modo di vivere. Essere Chiesa non è anzitutto gelosa custodia di un deposito, su cui fare selezione. Ma è vita in uscita e in periferia. Queste parole, che di solito attribuiamo alla originalità di papa Francesco, sono in realtà scritte nella tradizione eucaristica, che ci chiede di diventare soggetti accoglienti e ospitali.

Quello che ricevi nel sacramento devi farlo diventare il tuo stile di vita: una cultura della ospitalità e della accoglienza non è il caso limite di una coscienza ecclesiale, ma la norma piantata al centro della celebrazione eucaristica. Che riconcilia i diversi e abbatte i muri. A questo diciamo amen e su questo decidiamo la nostra sequela di Cristo.



FONTE: Blog AlzogliOcchiversoilCielo

https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.com/2018/12/andrea-grillo-ospitalita-eucaristica.html?spref=fb&fbclid=IwAR3e070h7AvMfsg6x38FDB_WYS-gke6x_fwMH4YdM_jSxLu_thYYUrUITFU

domenica 16 dicembre 2018

FALSO NATALE





L’ultima fatica di Errico Buonanno, apparsa nelle librerie all’inizio di questo mese di dicembre, è un volumetto di 173 pagine dal titolo Falso Natale. Bufale, storie e leggende della festa più importante dell’anno (UTET). L’autore afferma che il suo libro “è un invito a riscoprire il Natale”. E credo che quest’opera, letta con intelligente discernimento, può essere un aiuto a riscoprire il vero Natale.


Falso Natale affronta uno dopo l’altro gli elementi della tradizione natalizia e ne ricostruisce l’avventurosa e curiosissima storia. Ci ricorda: che la scelta della data del 25 dicembre non è fondata storicamente come data della nascita di Gesù; che nei Vangeli non c’è nessuna grotta; che il bue e l’asinello sono frutto di un errore di traduzione dall’ebraico al greco; che i magi non erano tre e non erano re; che dietro la Befana bitorzoluta si nasconde addirittura la fulgida dea Diana; che Babbo Natale magari non è stato inventato dalla Coca Cola, ma reinventato sì; che il Natale non è una smania consumistica; ecc.


Enrico Buonanno ci spiega che ogni tradizione culturale o religiosa non nasce mai dal nulla, né rimane incorrotta e intatta per sempre, ma si sedimenta e modifica nei decenni e nei secoli, grazie a continue rielaborazioni, riscritture, contaminazioni e pure causalità.


Dopo la lettura di questo piccolo libro, tanto ironico quanto rispettoso, il mio invito al lettore è celebrare il Natale con i testi e i riti della Liturgia della Chiesa, dove si trova il Vero Natale.