Translate

venerdì 19 luglio 2019

DOMENICA XVI DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 21 Luglio 2019





Gen 18,1-10°; Sal 14 (15); Col 1,24-28; Lc 10,38-42



Le tre letture odierne ci invitano a passare dall’ospitalità che il Signore concede a noi, all’ospitalità che noi siamo chiamati ad offrire a Dio.


Il racconto proposto dal vangelo d’oggi è assai noto a tutti. Ci si potrebbe soffermare subito su Marta e Maria, spesso viste arbitrariamente come simboli contrapposti di una vita data all’attività, al servizio, alle opere, come quella di Marta, e di una vita data invece alla preghiera, alla contemplazione, come quella di Maria. E’ però più opportuno dare uno sguardo anche alle altre letture bibliche, in particolare alla prima. Vediamo infatti che sia la prima lettura che il racconto evangelico parlano dell’ospitalità: quella offerta da Abramo a tre personaggi misteriosi arrivati a casa sua, e quella offerta dalle sorelle Marta e Maria a Gesù. Possiamo quindi affermare che il tema centrale di questa domenica è l’ospitalità: sia Abramo che le sorelle di Lazzaro vengono presentati come modelli di accoglienza dell’ospite. Nei due episodi quest’ospite è Dio stesso. Possiamo perciò circoscrivere l’argomento e dire che si tratta di dare ospitalità a Dio. Non di rado la nostra vita appare frammentata, vuota, in balia degli eventi. Dio può dare senso e armonia alla nostra esistenza. E’ necessario però mettersi in atteggiamento di ascolto della sua parola, come Maria. 


Le due sorelle rappresentano due modi diversi, non in contrasto ma complementari, di accogliere il Signore. Non si tratta di proclamare la superiorità della contemplazione sull’azione ma di richiamare sia Marta che Maria all’esigenza dell’ascolto della parola di Dio che deve precedere, alimentare e sostenere ogni scelta religiosa e umana del discepolo di Gesù. Perciò Maria è raffigurata nell’atteggiamento del discepolo davanti al maestro, “ai piedi del Signore” mentre ascolta la sua parola. Abbiamo bisogno di nutrire in noi un atteggiamento di ascolto della parola di Dio, sia che la nostra vita sia come quella di Marta, indaffarata in un lavoro che assorbe, o come quella di Maria, soli nell’interno di una casa quotidiana e solitaria. Nella seconda lettura, Paolo, che ha ricevuto da Dio la missione di “portare a compimento la sua parola”, ci ricorda che l’ascolto di cui parliamo porta all’impegno nel quotidiano. Anche il canto al vangelo parla di “coloro che custodiscono la parola di Dio” e “producono frutto con perseveranza” (cf. Lc 8,15). E nella colletta alternativa l’assemblea chiede di poter ascoltare la parola del Figlio per poi accogliere e servire il Figlio stesso nei fratelli. Non ha senso la contrapposizione tra ascoltare e darsi da fare, tra contemplare e agire. Si tratta di due momenti che si compenetrano a vicenda. L’ascolto della Parola offre le motivazioni profonde che danno senso al servizio. Ecco quindi che ci viene offerta una linea per dare unità alla vita: l’ascolto. Tutti abbiamo bisogno di ascoltare la parola del Signore, che è capace di avvolgere di luce nuova il nostro lavoro, il nostro riposo, le nostre preoccupazioni, le nostre lotte quotidiane. 






mercoledì 17 luglio 2019

IL RITORNO DELL’ALTARE






Sugli adeguamenti della riforma conciliare 

di Giuliano Zanchi




La nuova coscienza dello spazio liturgico

Considerate dalla distanza di questi cinquant’anni ormai trascorsi dalla riforma conciliare, le trasformazioni che hanno toccato lo spazio liturgico fanno sensazione. Il coraggio che esse hanno richiesto ha del miracoloso. Nemmeno troppo tempo dopo, forse non avrebbero trovato il clima per l’audacia di cui sono il frutto. Oggi certo non si oserebbe. Ma allo Spirito bastano spiragli temporanei. Brecce momentanee attraverso le quali effondersi senza risparmio. La riforma liturgica è certamente frutto di un tale momento di grazia. La osserviamo oggi con sentimenti alterni. Spesso anche polarizzati. Qualcuno rimpiange le cipolle di una volta. I più sanno di essere ancora in cammino, ma certamente nella direzione giusta. Abbiamo spesso cercato strade brevi per trovarci ogni volta sugli stessi passi. Ma con qualche lezione d’orientamento in più. Personalmente — come ho sostenuto qualche tempo fa nel corso di un convegno tenutosi a Bose — ho la convinzione che solo adesso, dopo tutto questo tempo di esperimenti e dibattiti, cominciamo a comprendere le vere poste in gioco della riforma liturgica, persino grazie al mormorio dei suoi denigratori; ma soprattutto guidati dall’aver compreso le conseguenze di un’impazienza che corre sempre tenendo per mano la superficialità.



Il ritorno sulle scene dell’altare e dell’ambone, presi come elementi salienti della rinnovata geografia spirituale, fa parte di quel miracolo di cui non abbiamo ancora smesso di metabolizzare la portata. Tanto più clamoroso quanto più si ripensa alle loro metamorfosi medievali e tridentine. L’ambone si era nella sostanza eclissato a favore del pulpito. Quanto all’altare si era trasformato in un gigantesco reliquiario. Senza che né l’uno né l’altro si sottraessero all’esercizio della grande creatività artistica di cui tutti abbiamo memoria. Ma per servire sostanzialmente una Parola indotta a ridursi nella dottrina e un sacramento portato a rasentare la presenza magica. Erano le rispettive concezioni della Rivelazione, del Sacramento e della Chiesa a essersi talmente polarizzate su punti di merito indotti dalla contesa confessionale, da tradursi anche nel rito e nelle sue estetiche con la fermezza della loro unilateralità. La teologia conciliare ha potuto agire per impulso di concezioni teologiche riacquisite nella loro ampiezza sistematica. Mi sembra sufficiente citarne i due nodi salienti. Una ritrovata consapevolezza della storicità della rivelazione e del suo epicentro cristologico; una nuova coscienza del peso sacramentale della chiesa intera e della sua essenziale natura spirituale. Nello spazio di una tale ampiezza ha potuto riprendere respiro una liturgia pensata come inscindibile congiunzione fra una comune azione del popolo, titolato per via del battesimo a un comune ministero sacerdotale, e la viva presenza di Cristo, che chiama a raccolta la sua chiesa e sta in mezzo a essa. Le implicazioni di queste variabili sono profonde su molti aspetti. Esse hanno perlomeno significato la necessità di dare luogo alla grazia mediante azioni e spazi compatibili alla ritrovata densità simbolica del rito e al riconquistato peso spirituale della liturgia. 


Dopo tanti anni e anche dopo tanti errori, forse oggi ricominciamo a intuire gli effetti differenziali che un altare introduce negli spazi liturgici. Magari per ora lo percepiamo più in negativo. Sentiamo l’irrilevanza e la malinconia emanata dagli altari di nessuna o di cattiva qualità. Ma da questa mancanza possiamo percepirne la sostanza dal vuoto che essa lascia quando non c’è. L’altare infatti è un simbolo forte e primordiale. Conserva quella funzione, arcaica e antropologica, che ne fa un centro di gravità permanente che detta le direttrici dello spazio a partire da una traccia materiale del trascendente. Possiede quella consistenza simbolica che si mostra veramente adeguata quando sa esercitare il suo magnetismo anche quando su di esso non si fa nulla.


Sotto questo profilo merita attenzione la questione della posizione dell’altare. Per ragioni di riequilibrio dopo il concilio una propensione alquanto ingenua ha insistito molto nel tradurre il principio dell’altare/mensa e dell’assemblea/comunione facendo dell’altare il centro geometrico dell’assemblea. Una tale soluzione nascondeva una concezione narcisistica della comunità che ha raccomandato presto il suo abbandono. Essa faceva dell’altare una sorta di ombelico mistico per una comunione pensata in fondo in chiave puramente orizzontale. Ma l’altare non è semplicemente una funzione dell’assemblea che si raduna, e l’assemblea cristiana non si riduce affatto a un gruppo scelto di umani che si autoconvocano. La comunione dei credenti si scopre tale solo quando si trova raccolta dall’iniziativa trascendente che la convoca. Essa si raduna proprio per richiamo in direzione di un esodo dalla propria potenziale chiusura. Quegli altari messi al centro dell’assemblea, diffusi o no che siano stati, erano riflesso molto trasparente dell’ideologia vagamente egualitaria che ispirava certe immaginazioni ecclesiali. La reazione a queste ingenuità ha incoraggiato molti in seguito a mettere in discussione la stessa legittimità dell’altare rivolto al popolo indiziandolo di infedeltà nei confronti della tradizione. Le ideologie come sempre si fronteggiano e si alimentano a vicenda. Superarle significa, in questo caso, impadronirsi adeguatamente della duplice funzione di orientamento dell’altare alla cui complessità occorre dare la giusta soluzione spaziale. L’altare per un verso tiene il posto della centralità di Cristo che raccoglie la comunità attorno al suo dono/sacrificio. Esso in questo senso fa centro nel cuore della comunione. Questa centralità tuttavia non deve necessariamente significare equidistanza geometrica da ogni punto visibile. L’altare non è l’ombelico dell’assemblea. Su di esso infatti resta iscritta anche la tensione escatologica verso cui Cristo nella cena originaria rimanda il senso del suo dono/sacrificio. L’altare perciò raccoglie e orienta. Simultaneamente. Per poterlo fare deve stare nella posizione più equilibrata possibile. Troppo prossimo diventa figura di un’autocostruzione immanente senza proiezione verso il futuro. Troppo lontano, il suo rimando verso un oltre è solo indisponibilità simbolica della mèta. La presenza dell’altare, figura di Cristo, deve trovarsi in posizione sufficientemente prossima da esercitare richiamo ma abbastanza distanziato da proiettare simbolicamente verso altrove. Magari rialzato. Per accentuare con una giusta emergenza il senso di richiamo eminente e di rilancio escatologico che si realizza nella liturgia cristiana. 


Provando a formulare una immaginazione complessiva ribadisco la convinzione che la comunità celebrante non è un cerchio che si concentra sul suo ombelico. Ma nemmeno un esercito di militari che segue la nuca del suo generale. Non dovrebbe avere la forma del plotone che marcia uniforme come un muro. Ma una compagine umana che resta aperta, per indirizzarsi verso qualcosa e qualcuno che non le coincide ma la chiama. Essa guarda un bell’altare, semplice e solido, nudo e severo, magnetico anche nella solitudine, figura di Cristo che chiama e raccoglie, del suo sacrificio e della sua cena, rialzato per far guardare in alto, non troppo lontano per non essere sfuggente. Immagino che chi presiede salga all’altare solo quando lo richiede il rito, per non dominarlo tutto il tempo come una sua estensione personale. L’altare non può essere requisito da nessuno. Non deve nemmeno essere il crocevia di un transito permanente. È una presenza che va lasciata alla sua dignità. Per essere cercato, guardato, contemplato. Perché chi guarda all’altare possa nutrirsi abbastanza per oggi ma anche avere un’attesa che arrivi a domani.






Fonte: L’Osservatore Romano (16.07.2019)

domenica 14 luglio 2019

COS’È IL SACRAMENTO?






Mario Florio, Sacramento (Le Parole della Fede), Cittadella, Assisi 2019. 145 pp. (€ 12,50).



Il sacramento costituisce il punto cruciale della comunicazione tra Dio e l’uomo in Gesù Cristo. Ma che cos’è il sacramento? La teologia si è più volte incaricata di delineare un quadro teorico di comprensione di questa realtà. In relazione a questa operazione, il Movimento liturgico ha riportato al centro la peculiarità dell’azione liturgica. L’itinerario proposto vuole mostrare una nuova approssimazione al sacramento tenendo conto di alcune costanti tipiche dell’esperienza umana nel suo dirsi all’interno dello spazio liturgico ed ecclesiale.

(Quarta di copertina)



Dopo una Introduzione di cinque pagine, il volume è diviso in quattro capitoli: Nelle Sante Scritture; Nella tradizione della Chiesa; Dire il sacramento oggi; Per una sintesi.



Opera erudita con un linguaggio talvolta di non facile comprensione.

venerdì 12 luglio 2019

DOMENICA XV DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 14 Luglio 2019





Dt 30,10-14; Sal 18 (19); Col 1,15-20; Lc 10,25-37



Il Sal 18 celebra la Sapienza di Dio, che ordina e regge l’universo e dirige e vivifica lo spirito e il cuore dell’uomo. La seconda parte dell’inno, da cui è tratto l’odierno salmo responsoriale, è un testo didattico sulla legge. L’autore tesse l’elogio della legge divina: essa è pura, radiosa ed eterna; rinfranca l’anima e dona saggezza ai semplici. La legge fondamentale dell’alleanza, cioè il Decalogo, è detta semplicemente nella Bibbia “le dieci parole” (Es 34,28; Dt 4,13; 10,4). All’uomo che cerca il perché del mondo, della vita, Dio offre la sua Parola. E’ Parola viva, sicura, indirizzo per la nostra esistenza; Parola divenuta persona, uno di noi, Gesù il nostro Salvatore. In Cristo Gesù la legge è stata adempiuta una volta per tutte (cf. Mt 5,17). Perciò per il cristiano l’osservanza della legge si risolve in un rapporto personale d’amore con Cristo e con i fratelli. 


Il tema del comandamento dell’amore vicendevole di cui parla il brano evangelico ci viene proposto più volte lungo l’anno liturgico. Si tratta della legge fondamentale del credente, quella legge di cui Mosè tesse le lodi nella la prima lettura. Alla domanda del dottore della legge su che cosa debba egli fare per ereditare la vita eterna, Gesù non risponde ma rimanda l’interlocutore a ciò che sta scritto nella Legge di Mosè e che lo stesso dottore della legge riassume bene così: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Partendo dall’amore di sé e da quello di Dio, diventa autentico l’amore per l’altro. Diversamente, c’è il pericolo di amare il prossimo, presentandogli il conto. La novità però dell’insegnamento di Gesù sta nella risposta alla seconda domanda formulata dallo scriba: “chi è il mio prossimo?”, questione dibattuta dal rabbinismo. A questa domanda Gesù risponde con la splendida parabola del Samaritano. Con questa parabola Gesù invita a superare ogni diatriba teorica ed evasiva sul contenuto reale da dare al termine “prossimo”: ogni uomo che si trova in bisogno, sia esso amico o nemico, è “prossimo” a tutti gli altri uomini che, in qualsiasi maniera, vengono in contatto con lui.  


Cosa fa il Samaritano? Prima di tutto si ferma perché si muove a compassione, che qui è vero amore. Per chi ha sempre troppo da fare, preso dai propri interessi, fermarsi per interessi altrui significa accorgersi che esiste un altro, che soffre e che è nel bisogno. In secondo luogo, si fa vicino all’uomo sofferente, non solo fisicamente ma anche con una vicinanza affettiva: se i cuori sono distanti, la vicinanza fisica non serve. In terzo luogo, si prodiga nei primi aiuti, cioè si rimbocca le maniche e offre un aiuto concreto. Finalmente, il buon Samaritano si assicura che il suo assistito possa ricuperarsi pienamente dalla disavventura. Non si accontenta di fare una buona azione, ma si preoccupa dell’individuo incontrato per caso affinché questi possa ritornare alla vita normale. 


Nella seconda lettura si parla di Cristo “immagine del Dio invisibile”, espressione perfetta del volto del Padre, e perciò anche del suo amore infinito. Nel malcapitato i Padri vedono l’umanità peccatrice e nel buon Samaritano vedono il Cristo, che su tale umanità si china per prendersene cura. In Cristo Dio si è fatto “vicino” (cf Rm 10,5-10) e in lui e con lui è possibile amare il prossimo. Nell’eucaristia “l’agape di Dio viene a noi corporalmente per continuare il suo operare in noi e attraverso di noi. Solo a partire da questo fondamento cristologico-sacramentale si può capire correttamente l’insegnamento di Gesù sull’amore” (Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 14).


domenica 7 luglio 2019

LA LITURGIA COME EVENTO LUDICO





“… Non appena si trasgrediscono le regole, il mondo del gioco immediatamente crolla. Tutto ciò appare pazzesco o incomprensibile solo a chi non ha mai visto con quale serietà i bambini stabiliscono le regole dei loro giochi, ad esempio come tutti debbano tenere le mani così e così…, il significato di un certo bastoncino o di quell’albero (e solo di quello) in un particolare gioco.


Lo stesso fa la liturgia imponendo severissime leggi che devono regolare il santo gioco che l’uomo gioca dinanzi a Dio. Può comprendere la liturgia chi non si scandalizza di ciò e sa – di contro ad ogni pragmatismo utilitaristico anche di tipo catechetico o morale – che agire liturgicamente significa davvero “diventare come bambini” (Mt 18,3), fedeli alla parola di colui che da Verbo si è fatto bambino…”



Fonte: Silvano Zucal, La liturgia come evento ludico in Romano Guardini, in Juan Rego (ed.), Incontri con Romano Guardini. A cento anni da “Lo Spirito della Liturgia”, EDUSC, Roma 2019, p. 119.


sabato 6 luglio 2019

DOMENICA XIV DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 7 Luglio 2019






Is 66,10-14c; Sal 65 (66); Gal 6,14-18; Lc 10,1-12.17-20



Le tre letture parlano della salvezza, della realtà nuova che Dio ha operato in noi. Nel vangelo vediamo che Gesù invia i suoi settantadue discepoli (tanti quanti sono le nazioni pagane secondo Gn 10) in missione di “pace”, a “curare i malati” e ad annunciare: “E’ vicino a voi il regno di Dio”. Che cos’è il regno di Dio? Per rispondere a questa domanda, iniziamo dalla prima lettura, la quale riporta un brano profetico pronunciato in un momento difficile per la storia d’Israele: dopo l’esilio di Babilonia, la situazione di coloro che sono ritornati a Gerusalemme è disperata; praticamente c’è penuria di tutto. E’ il momento impegnativo della ricostruzione. In questo contesto, il profeta annuncia un futuro di gioia e di benessere. Quale rapporto ha tutto ciò col regno di Dio? Quando la Bibbia parla del regno di Dio usa un concetto molto generale. Esso comprende anche l’appagamento di quei desideri umani che sorgono nei cuori degli uomini e nutrono le speranze dei popoli specie nei momenti di prova. Così si oppongono al regno di Dio la malattia, la morte, la povertà opprimente, la fatica, l’oppressione politica e sociale, la guerra. Possiamo quindi affermare che quando il profeta consola i rimpatriati da Babilonia e annuncia un futuro migliore, la prospettiva di fondo è quella del regno di Dio, quella situazione ideale di salvezza che l’uomo spera di poter raggiungere. Ciò che è tipicamente cristiano del regno di Dio è che il raggiungimento di un tale traguardo non è sperato solo in quanto frutto dell’opera umana, ma come dono che Dio ha promesso definitivamente per mezzo di Cristo.



Nel brano della seconda lettura, san Paolo annunzia al centro del suo vangelo la croce di Cristo, sorgente dell’essere “nuova creatura”. Il regno di Dio, di cui stiamo parlando, si realizza anche attraverso la via della croce. La croce assume in sé tutta la violenza dell’uomo, anzi essa è il risultato tenebroso dell’azione stessa di satana; ma nello stesso tempo la croce afferma la vittoria definitiva dell’amore di Dio sulle tenebre del peccato e della morte. E’ solo la conformità esistenziale alla croce, che ci unisce intimamente al Cristo glorioso.



Il messaggio di questa domenica lo si può riassumere in tre immagini: la gioia che scende su Gerusalemme, di cui parla il profeta, e anche la gioia che, secondo il vangelo, riempie il cuore dei settantadue discepoli al ritorno della missione; la cura dei malati come segno del regno di Dio che è vicino; la croce che ci rende partecipi della passione di Cristo e non veniamo meno perché sappiamo di essere partecipi anche della sua forza e della sua risurrezione. Tre immagini della salvezza, della realtà nuova, della nuova creatura, del regno di Dio.


martedì 2 luglio 2019

La riscoperta della creatività in liturgia: in dialogo con M. Augé










Pubblicato il 1 luglio 2019 nel blog: Come se non



Dopo il primo scambio di osservazioni  intorno agli abusi, M. Augé ha replicato con un suo nuovo testo ( qui) nel quale precisa ancora meglio in quale senso si trovi su una posizione diversa da quella da me espressa nell’articolo su RPL da cui è scaturita la discussione. Mi pare che per M. Augé rimanga una sorta di “veto” sulla creatività, che egli teme scivoli sul versante di un pericoloso soggettivismo. Non essere creativi sembra la garanzia della oggettività liturgica.

Ciò che vorrei aggiungere, dal mio punto di vista, non vuole essere una prosecuzione della discussione, ma uno spostamento della questione, favorita da alcune precisazioni.

La prima precisazione riguarda quello che ho scritto sul rapporto tra “ritus” e “norma”. Io non oppongo affatto il rito alla norma, o la norma al rito. So bene che in alcuni casi il rito si adatta alla norma, e in altri è la norma ad adattarsi al rito. Sarebbe ingiusto e astratto pensare ad un primato dell’uno sull’altra o viceversa. Ma ciò che mi sta a cuore è difendere, nel modo più forte, il diritto di una “liturgia creativa”, non come scivolamento nel soggettivismo, ma come una esigenza intrinseca ad ogni atto rituale vero. Ciò che forse ci distrae è la figura tridentina e postridentina della “cerimonia”, che pretende una “mera applicazione” da parte di “sacerdoti-funzionari”. Questo immaginario è ancora molto forte. Ma ha subito di recente diverse profonde modificazioni. Perché mai non vi può essere solo una “preghiera eucaristica” ma ve ne sono tante diverse? E se nella storia abbiamo costruito tante altre “anafore” perché mai dovrebbe essere questa nostra generazione bloccata solo nel ripetere ciò che altri hanno creato?

Io penso che questa convinzione affondi le sue radici in una lettura non completa della tradizione. Prima il ML e poi la RL hanno riaperto in nostro rapporto con l’atto di culto. E la fedeltà alla tradizione passa ora non solo più per la obbedienza, ma per la celebrazione. Questa non è la nostra novità, ma è la ripresa di ciò che hanno fatto i cristiani per almeno un millennio, per poi disimparare e infine per arrivare a autocensurare ogni atto creativo, sotto la pressione di un “oggettività” che diventa “mera ripetizione del passato” e per questo appare problematica. Nella liturgia non può esservi solo “passato”.

Io credo che le ragionevoli posizioni di Matias possano, anche oggi, essere fraintese. Addirittura potrebbero essere utilizzate con molta facilità da quei settori ecclesiali, che agli inizi del nuovo millennio hanno scritto il “capolavoro della lotta agli abusi” che è stato “Redemptionis sacramentum”. Quel testo, come sappiamo bene, era stato progettato, agli inizi, per “vietare l’uso della espressione assemblea celebrante”. Poi nel testo finale del documento entrò, per fortuna, una versione “minore” di quella intenzione, che raccomandava di usare “con cautela” la espressione assemblea celebrante. Io penso che senza usare “senza cautela” assemblea celebrante, ma anzi facendola diventare la parola-chiave del nostro modo di celebrare, non riusciremo né a ridimensionare la “ossessione da abuso” né a promuovere davvero nuovi usi, diversi da una serie di individui “obbligati ad eseguire norme”, e davvero simili ad un popolo che si raduna per celebrare la salvezza in Cristo.

Ecco, io penso che un giusto concetto di “creatività”, che superi le paure della sua identificazione con il soggettivismo, sia una “condicio sine qua non” per una vera recezione della Riforma liturgica. Forse su questo con Matias restiamo su posizioni diverse. Lui ritiene che sia possibile celebrare in modo “puramente oggettivo”: per me questo è un ideale scaturito da un contesto storico segnato dal sospetto verso il soggetto, e che oggi deve essere gradualmente superato.



NOTA. Pubblico quest’ultimo testo del prof. Andrea Grillo, in cui egli conferma quanto ha affermato sulla “creatività” liturgica nei post precedenti. Credo che le posizioni di Grillo e le mie al riguardo siano abbastanza chiare. Certamente, avrei ancora delle precisazioni da chiedere e delle domande da fare. Ma è meglio per ora fermarsi qui. Più avanti nel tempo avremo occasioni per riprendere il dialogo, che con Andrea è sempre arricchente. M. Augé