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sabato 3 marzo 2018

DOMENICA III DI QUARESIMA ( B ) – 4 Marzo 2018





Es 20,1-17; Sal 18 (19); 1Cor 1,22-25; Gv 2,13-25



La liturgia odierna ci invita a rileggere, in chiave cristiana e pasquale, la pagina biblica dei dieci comandamenti o “dieci parole”, la cui promulgazione è riportata dalla prima lettura. Notiamo che il racconto non inizia con un comandamento ma col ricordo dell’opera divina di salvezza: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile”. Il comportamento etico dell’uomo viene proposto dalla Bibbia come risposta a Dio che si manifesta nella storia come liberatore e salvatore. D’altra parte, l’opera divina di salvezza ha il suo momento culminante nell’incarnazione, morte e risurrezione del Figlio Gesù Cristo, che ci ha liberati dalla schiavitù del peccato. Cristo è quindi colui che dà senso e qualità etica all’agire cristiano. Ciò viene confermato da san Paolo che nella seconda lettura afferma che la legge, o meglio la volontà salvifica di Dio non si manifesta né attraverso l’osservanza legale né attraverso la ricerca della ragione, ma in Cristo crocifisso: la croce, che testimonia l’amore folle di Dio per tutti gli uomini senza distinzione, contesta energicamente le idee correnti sul potere e sulla saggezza. La croce di Cristo, oltre che essere il frutto di una storia di iniquità e di peccato, è anche e soprattutto la storia di un amore assoluto che risplende proprio là dove si consuma l’odio.

Nel contesto delle due prime letture, il cui contenuto abbiamo succintamente illustrato, possiamo capire meglio il messaggio del brano evangelico di questa domenica. Apparentemente il racconto evangelico parla di tutt’altro argomento: Gesù scaccia i venditori e cambiamonete dal tempio. Possiamo interpretare questo gesto alla luce del messaggio dei profeti che avevano annunciato una futura purificazione del tempio (cf. Zc 14,21; Ml 3,1). Col suo modo di agire, provocato dallo zelo per la casa del Signore (cf. Sal 69,10), Gesù fa capire che il giorno annunciato dai profeti è venuto. Il gesto di Gesù che scaccia dal tempio i mercanti e i cambiamonete è quindi un gesto profetico che rivela l’identità di Gesù e il ruolo provvisorio del tempio e, in generale, il superamento delle istituzioni dell’Antico Testamento: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Con queste parole, Cristo dichiara superata la legge antica, di cui il tempio è simbolo centrale, e colloca se stesso come punto di riferimento dei nuovi rapporti dell’uomo con Dio. Cristo è egli stesso la nuova legge, colui che ha sancito l’alleanza definitiva tra Dio e gli uomini versando il proprio sangue sulla croce; il corpo di Cristo morto e risorto è il centro del nuovo culto e il tempio della nuova alleanza, in quanto è il luogo della presenza definitiva di Dio in mezzo a gli uomini. Liberati in virtù di Cristo, possiamo vivere ormai una comunione profonda con Dio e con i fratelli. Tutto ciò è frutto della passione, morte e risurrezione di Gesù. È il segno che Gesù offre all’incredulità manifestata dai suoi interlocutori.

Gesù divenuto il nuovo tempio, inaugura un nuovo culto, il cui culmine è l’eucaristia, il suo corpo donato e il suo sangue versato per la nostra salvezza.

giovedì 1 marzo 2018

Baluardo o cavallo di troia?


Baluardo o cavallo di troia? Una recensione del volume dedicato alla “comunione sulla mano”, introdotto dal card. Sarah (di Claudio U. Cortoni)


Pubblicato il 1 marzo 2018 nel blog: Come se non

La Prefazione che il card. Sarah ha scritto intorno al tema della “comunione sulla mano”, con i contenuti sopra le righe che abbiamo segnalato nel post precedente ( qui), ha forse distratto da un elemento decisivo: si trattava di un testo che è stato pubblicato nelle prime pagine di un volume, scritto da F. Bortoli, e interamente dedicato ad un esame storico della prassi di “distribuzione della comunione sulla mano”. Appare assai importante conoscere bene il contenuto del volume, per valutare anche da questo punto di vista il testo che cardinale ha voluto scrivere per introdurlo.  Siamo perciò contenti di ricevere questa articolata recensione del volume, scritta con cura dal prof. Claudio U. Cortoni, e che rivela la debolezza argomentativa e la fragilità documentaria del testo di Bortoli. Si tratta di una tesi di dottorato, scritta in ambito giuridico, che pretende di “dettare legge” in ambito teologico e spirituale, sul quale, come appare evidente, non dimostra di avere alcuna specifica competenza. Tanto più grave sembra che ad un lavoro tanto fragile e discutibile, il Prefetto Sarah abbia voluto far premettere il proprio testo. Così, con l’intento di dare autorevolezza ad un volume tanto precario, ha ottenuto l’effetto opposto. per valutare questo infortunio teologico e dottrinale, la recensione di Cortoni ci dà argomenti numerosi e convincenti.
 L’eucaristia: un sacramento da venerare?
La tesi della comunione in bocca alla prova della storia
di Claudio U. Cortoni
“La storia è maestra di verità, insegna a riconoscere la relatività di ciò che è effettivamente relativo”. Interessante e davvero educativo quanto Yves Congar scrive della ricerca storica, applicata ovviamente alla rilettura della tradizione attraverso le fonti e riconoscendo un implicito valore teologico al ressourcement. Il ritorno alle fonti, infatti, non solo può gettare nuova luce sul passato, ma può anche illuminare il presente: chi potrebbe in effetti pensare di affrontare la storia dell’interpretazione dell’eucaristia ignorando il nome di Henri de Lubac, o l’invito di Karl Rahner ad approfittare delle nuove edizioni patristiche e medievali, per porre qualche interrogativo illuminante alla storia del dogma della presenza reale nelle specie eucaristizzate? E questo per non ridurre il tutto alla sola devozione eucaristica.
La bibliografia trascurata
Eppure Federico Bortoli nel capitolo iniziale della sua tesi dottorale, La distribuzione della Comunione sulla mano, (Firenze, Cantagalli, 2018) che reca il sottotitolo Profili storici, giuridici e pastorali, nel passaggio più opportuno, quello dedicato agli approfondimenti dottrinali sull’eucaristia, non solo ignora Henri de Lubac, ma omette anche gli studi più recenti di Enrico Mazza, e di altri ancora che si sono dedicati allo studio dell’interpretazione dell’eucaristia dall’epoca patristica al medioevo; ma non solo, è rimasto inascoltato anche il richiamo di K. Rahner ad approfittare delle fonti patristiche e medievali in edizione critica, che offrono introduzioni appropriate al testo e al contesto storico-teologico nel quale videro la luce, continuando invece a citare, per la maggior parte degli autori, l’edizione della Patrologia Latina. Perché allora insistere sul profilo storico?
La storia, come scrive Y. Congar, ha la proprietà di riconoscere la relatività di quanto è davvero relativo, anche nella dottrina, se non fosse che questo termine è caduto in disgrazia negli ultimi decenni, senza pensare che tutto ciò che ha una vita, una storia, va rapportato al suo contesto, ai suoi interlocutori, senza nulla togliere alla verità di cui un pronunciamento dottrinale è portatore. Si invoca la storia, ma per confermare quanto si crede tradizione della chiesa, senza entrare minimamente nella più complessa dinamica istituzionale, dottrinale e pastorale, che davvero ha dato forma a più tradizioni nell’unica chiesa, senza che queste ne mettessero a repentaglio l’unità.
Le differenze e la comunione
Non sono mie parole, ma riecheggiano negli scritti di Raterio da Verona, Anselmo d’Aosta, Anselmo di Havelberg, i quali credevano che la differenza nella celebrazione dei riti, compresa la celebrazione eucaristica, non fosse causa di divisione tra le chiese, e per chiese non si intendeva solo le Tradizioni orientali e quella occidentale, ma all’interno della stessa chiesa latina, se rimaneva intatta la memoria della dispensatio Christi mediante l’opera dell’unico Spirito, poiché il sacramentum fidei fides est.
Ciò non si fermava al rito, ma si spingeva fino all’ordo che la chiesa poteva assumere nella sua composizione in consonanza con il mutare delle consuetudini degli uomini, come scrive Adalberone di Laon («Mutantur mores hominum, mutatur et ordo»), senza alcuna paura di cadere in un qualsivoglia forma di relativismo, ma per favorire una chiesa davvero contemporanea all’uomo del suo tempo. Ovviamente la chiesa in Francia, quella in Germania e in Italia avrebbero declinato questi principi generali in forme diverse e spesso inattese, perché in risposta a contesti socio-culturali differenti, dai quali dipendeva l’organizzazione della società civile, e dunque anche di quella grande porzione del popolo di Dio che sono i laici, i destinatari dei sacramenti, intesi quasi esclusivamente in chiave escatologica. Dunque la tanto aspirata unità attraverso l’uniformità inseguita prima dai carolingi (sec. VIII-IX), poi dalla chiesa della rinascita ottoniana (sec. X-XI) e infine dalla Chiesa romana (sec. XII-XIII), doveva fare i conti anche con quanto scrivono i pastori delle proprie diocesi, e viceversa.
 La storia e la dottrina
 In questo senso la storia è maestra di verità, rimettendo al suo posto ogni tessera del mosaico dottrinale in più ampio contesto, che è quello di una chiesa che non teme di incarnarsi nel suo tempo. Tutto ciò rispetto al capitolo che avrebbe dovuto fondare storicamente la posizione di Bortoli sulla distribuzione dell’eucarestia, sulla mano o in bocca, avrebbe dovuto indirizzare lo studio verso una contestualizzazione delle fonti portate a prova della propria posizione, e non accostate solo per temi affini, ma criticamente valutate e rilette alla luce dei dati storico-teologici.
Pur rimanendo veri i passi estrapolati dai Padri e dalle assemblee sinodali sulla convenienza di far comunicare i laici assumendo il pane eucaristizzato direttamente in bocca, manca una qualsiasi domanda sul senso teologico assunto dai riti di comunione alla fine del Tardo Antico e lungo il Medioevo, come pure manca una seria riflessione sui diversi modelli ecclesiologici che si sono succeduti in più di mille anni, da corpo mistico a corpo ecclesiale, il cui effetto fu quello di “clericalizzare i chierici” e di escludere i laici dagli spazi del sacro, inserendo indebitamente nel rito segni di devozione appartenenti al mondo feudale, per sottolineare la venerazione al sacramento eucaristico ma ancora di più per il ministro, un processo che conobbe un’accelerazione con il pontificato di Innocenzo III, ma già conosciuto da Amalario di Metz, che sull’atteggiamento tenuto dal comunicante preferisce ad una stilizzazione liturgica una devozione intima.
 Assenze troppo gravi
 È assente un’indagine previa sul linguaggio cristologico trinitario, debitore della teologia di Calcedonia, che fonda il fisicismo eucaristico di Pascasio e una problematicizzazione della posizione di Ratramno, su cui si fonda tutta la riflessione sul sacramento in genere dei secoli successivi, e una visione complessiva sui tre modi di riferirsi al corpo di Cristo, il corpo storico (corpus Christi historici), corpo sacramentale (corpus in mysterio), e corpo mistico, la chiesa (corpus mysticum), condivisa tanto da Ratramno che da Pascasio, per non cadere in quello che il medievista Ovidio Capitani ed il liturgista Enrico Mazza definiscono fisicismo ingenuo. Infatti sia per Pascasio che per Ratramno, i fedeli, assumendo il corpo e il sangue di Cristo, comunicavano al corpo di Cristo e alla Sua chiesa.
Nella breve esposizione storica che avrebbe dovuto ripercorre lo sviluppo medievale della questione, Bortoli si sofferma sui protagonisti delle due controversie eucaristiche fino a Innocenzo III, ignorando quegli scrittori ecclesiastici, le cui opere gli avrebbero offerto un’ampia visuale sul problema liturgico-disciplinare del sacramento dell’eucaristia, come Guglielmo Durando ed Egidio Romano, entrambi versati tanto in questioni liturgico-sacramentali che in diritto. Questo gli avrebbe permesso di arricchire il profilo giuridico della tesi, che non può essere limitato alla citazione di alcuni sinodi, e alla loro ricezioni in pochi Concili generali della Chiesa latina, o al solo magistero del sec. XX-XXI. Manca in effetti a questo riguardo un panorama generale sulla ricezione delle decisioni sinodali dal VII al X sec. recepite nel Decretum Gratiani, una questione già indicata dallo storico e giurista francese Jean Gaudemet.
 Riformatori giudicati in contumacia
 Il problema si fa più serio quando Bortoli viene a trattare le posizioni in materia di eucaristia in un periodo complesso come quello delle Riforme, citando John Wycliff, in realtà al termine della sezione sulle posizioni sostenute nel Medioevo, senza menzionare il fatto che egli recupera Berengario di Tours nel tentativo di rileggere la dottrina eucaristica nel Decretum Gratiani e nel magistero di Innocenzo III, una questione studiata dalla storiografia più recente, e che probabilmente avrebbe portato ad una riflessione più accurata sull’intreccio tra il discorso sacramentale e quello canonico disciplinare. In tutto questo si parla di presenza reale senza darne una ragione storico dottrinale, e soprattutto senza inserirla nel più complesso confronto tra il magistero e l’avvento di quella lunga stagione che può essere identificata come “medioevo ereticale”, che si muove lungo due direttrici: crisi cristologico-trinitaria, innescata dalla dottrina catara; e crisi ecclesiologica-ministeriale, dovuta ai movimenti nati sulla spinta di un ritorno all’antica forma della chiesa, come descritta nei libri degli Atti, fatta propria dalla Chiesa valdese, ma con una lunga storia alle spalle come quella dei Petrobrusiani, i quali negavano la possibilità di ripetere la cena del Signore, perché storicamente consumata dal Cristo, che ora siede alla destra del Padre, di cui nessun ministro può dirsi a ragione vicario. In questo caso dovremmo guardare alle anomalie per comprendere la norma, che spesso ci sfugge perché siamo concentrati solo sulle norme disciplinari a rimedio degli abusi.
 Presenza reale e comunione in bocca
 Nell’elaborazione storica del Bortoli, il ricorso al dogma della presenza reale rappresenta senza dubbio il più problematico sostegno alla consuetudine di ricevere l’eucaristia direttamente in bocca e non sulla mano. Dico questo perché viene tralasciato ogni debito richiamo allo sfondo escatologico e soteriologico, che comunque animava il credente delineato lungo la storia medievale, ed è invece appena accennato lo sfondo ecclesiologico, pur presente nell’interpretazione teologica dei riti di comunione. Emerge invece in maniera chiara la preoccupazione che il modo di ricevere la comunione sia adeguato alla venerazione che spetta a tale sacramento. Ma l’autore si è chiesto se esista davvero nella chiesa la prassi di venerare un sacramento?
Ovviamente la risposta viene proponendo l’istituzione della festa del Corpus Domini, ma anche qui Bortoli dimentica di fare un’analisi accurata delle due Bolle esistenti edite, ormai da lungo tempo, dallo storico Ezio Franceschini, che rimandano alla prassi penitenziale legata ai riti di comunione, senza preoccuparsi poi degli sviluppi successivi della festa nel Trecento, che ha dato vita alla prassi che oggi conosciamo. Nelle Bolle di istituzione della festa del Corpus Domini il centro non è il modo di assumere l’eucaristia, ma come l’assumiamo nel senso della disposizione interiore, che richiama l’aspetto escatologico del Giudizio e della salvezza procurata da Cristo.
 Il ruolo della “impurità della donna”
 Per concludere, proprio sulla comunione in bocca o sulla mano, una critica va portata al richiamo che viene fatto ad alcuni testi patristici, come la Traditio Apostolica, di cui l’autore sembra ignorare il lavoro di critica testuale fatto in questi ultimi anni, il richiamo fatto a diversi sinodi, da quelli del sec. VII celebrati nelle Gallie (Merovingi) a quello di Cordoba dell’839, senza minimamente aver contestualizzato alcune pratiche nate in seno all’evangelizzazione di quei territori, e ad una questione ancora più spinosa, rappresentata dall’impurità rituale della donna, oggetto di decisioni sinodali sin dal sec. V. Ovviamente è noto come i sinodi della chiesa dell’Africa latina abbiano influito poi su quelli celebrati in Gallia al tempo dei Merovingi, e come questo abbia influito anche sulla benedizione delle nozze, che prevedeva ad es. una giusta distanza dal ministro e la spoliazione degli arredi sacri dell’altare, perché non venissero profanati da un’unione che avrebbe previsto la consumazione. Mi chiedo se, come per il matrimonio oggi non è più così, allo stesso modo anche altri usi entrati nella ritualità della chiesa per una visione negativa della donna e poi estesa a tutto il laicato, costituiscano “tradizione” o debbano essere trattati come ogni consuetudine, che ha la possibilità di essere rivista? Lo studio storico che dovrebbe rendere chiara anche una certa prassi pastorale e disciplinare, dovrebbe aprire a nuova considerazioni, come ci suggerisce dall’XI sec. Adalberone di Laon: «Mutantur mores hominum, mutatur et ordo». Non credo che questo possa influire negativamente sulla realtà dell’eucaristia, come presenza del Signore nel pellegrinaggio dell’uomo e della donna verso il Regno.
 Un baluardo o un cavallo di troia?
Mi sono soffermato molto sulla premessa storica di Bortoli perché particolarmente elogiata dal Card. Robert Sarah nella prefazione al volume. Delle sue molte parole ed indicazioni, quasi tutte attente più agli abusi che alla possibilità di riaccostare i credenti alla comunione sacramentale con una rinnovata coscienza ecclesiologica e soteriologica, un’affermazione in particolare mi ha colpito, ossia quella che vede nella parola “transustanziazione un bastione inespugnabile contro le eresie”, a cui segue un’invettiva contro il pensiero filosofico applicato alle realtà di fede. Ovviamente apprezzo da parte del Card. Sarah l’aggiornamento fatto della lettera con la quale Gregorio IX, scrivendo ai teologici di Parigi nel 1228, li metteva in guardia circa i rischi di sottoporre le realtà della fede al vaglio di una filosofia profana, più adatta ad investigare le realtà naturali; mi dispiace però che tra quei teologici si possano annoverare Pietro Lombardo, già difeso e accolto da Innocenzo III, e tanti altri che ben conosciamo. Ma che la transustanziazione possa essere un baluardo contro le eresie non credo, dato che la definizione di sacramento in genere che abbiamo è una rielaborazione berengariana della tradizione agostiniana tardo carolingia, riprese e perfezionata da Pietro Lombardo, uno di quei maestri di Parigi il cui metodo era fortemente riprovato da Gregorio IX; e dato che la parola realtà poi applicata alla presenza del Cristo nelle specie eucaristiche, è una novità senza precedenti, tanto che la parola non esisteva, ed è stata la filosofia profana da averla fornita a Ugo di Langres nella disputa con Berengario, quando per la prima volta pensò di ricorrere alla distinzione “res et sacramentum”.


LETTERA "PLACUIT DEO"


Della Lettera della Congregazione per la Dottrina della fede: “Placuit Deo” su alcuni aspetti della salvezza cristiana (firmata il 22 febbraio 2018, festa della Cattedra di san Pietro), proponiamo i nn. 13 e 14 che illustrano il ruolo che può avere la liturgia nel conservare il vero sensus fidei nelle attuali circostanze culturali (omettiamo le note). 

13. Sia la visione individualistica sia quella meramente interiore della salvezza contraddicono anche l’economia sacramentale tramite la quale Dio ha voluto salvare la persona umana. La partecipazione, nella Chiesa, al nuovo ordine di rapporti inaugurati da Gesù avviene tramite i sacramenti, tra i quali il Battesimo è la porta, e l’Eucaristia la sorgente e il culmine. Si vede così, da una parte, l’inconsistenza delle pretese di auto-salvezza, che contano sulle sole forze umane. La fede confessa, al contrario, che siamo salvati tramite il Battesimo, il quale ci imprime il carattere indelebile dell’appartenenza a Cristo e alla Chiesa, da cui deriva la trasformazione del nostro modo concreto di vivere i rapporti con Dio, con gli uomini e con il creato (cf. Mt 28,19). Così, purificati dal peccato originale e da ogni peccato, siamo chiamati ad una nuova esistenza conforme a Cristo (cf. Rom 6,4). Con la grazia dei sette sacramenti, i credenti continuamente crescono e si rigenerano, soprattutto quando il cammino si fa più faticoso e non mancano le cadute. Quando essi, peccando, abbandonano il loro amore per Cristo, possono essere reintrodotti, mediante il sacramento della Penitenza, all’ordine di rapporti inaugurato da Gesù, per camminare come ha camminato Lui (cf. 1 Gv 2,6). In questo modo guardiamo con speranza l’ultimo giudizio, in cui ogni persona sarà giudicata sulla concretezza del suo amore (cf. Rom 13,8-10), specialmente verso i più deboli (cf. Mt 25,31-46).
14. L’economia salvifica sacramentale si oppone anche alle tendenze che propongono una salvezza meramente interiore. Lo gnosticismo, infatti, si associa ad uno sguardo negativo sull’ordine creaturale, compreso come limitazione della libertà assoluta dello spirito umano. Di conseguenza, la salvezza è vista come liberazione dal corpo e dalle relazioni concrete in cui vive la persona. In quanto siamo salvati, invece, «per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo» (Eb 10,10; cf. Col 1,22), la vera salvezza, lungi dall’essere liberazione dal corpo, include anche la sua santificazione (cf. Rom 12,1). Il corpo umano è stato modellato da Dio, il quale ha inscritto in esso un linguaggio che invita la persona umana a riconoscere i doni del Creatore e a vivere in comunione con i fratelli. Il Salvatore ha ristabilito e rinnovato, con la sua Incarnazione e il suo mistero pasquale, questo linguaggio originario e ce lo ha comunicato nell’economia corporale dei sacramenti. Grazie ai sacramenti i cristiani possono vivere in fedeltà alla carne di Cristo e, in conseguenza, in fedeltà all’ordine concreto di rapporti che Egli ci ha donato. Quest’ordine di rapporti richiede, in modo particolare, la cura dell’umanità sofferente di tutti gli uomini, tramite le opere di misericordia corporali e spirituali.


domenica 25 febbraio 2018

UNA STRAORDINARIA DIVISIONE






Il Prof. Massimo Faggioli, che abbiamo citato più volte in questo blog, ha pubblicato ieri su La Croix International (24.02.2018) un breve articolo che pur riguardando anzitutto la situazione della liturgia nella Chiesa Cattolica degli Stati Uniti di America, è d’interesse per tutti noi (Extraordinary divisions. Why liturgy is so important to communion). Ecco, in sintesi, la sostanza dello scritto.

L’uso della “forma straordinaria” del rito romano è diventato negli USA la “forma ordinaria” della celebrazione per un considerevole gruppo di cattolici romani. Si è creato in questo modo una pericolosa polarizzazione. Secondo il Prof. Faggioli, troviamo due posizione contrapposte. Da una parte, coloro che augurano una ulteriore evoluzione della riforma liturgica: più inculturazione della liturgia; traduzione dinamica dei testi liturgici contrariamente a quanto prescrive Liturgiam authenticam (2001); decentralizzazione in ciò che riguarda l’ordinamento della liturgia. D’altra parte, ci sono coloro che pensano e dicono che la riforma liturgica del Vaticano II ha bisogno di essere ulteriormente riformata e hanno accolto con entusiasmo il motu proprio Summorum Pontificum (2007).

Alcuni teologi e liturgisti credono che ormai l’instaurazione di un certo “biritualismo” nella liturgia romana è un dato di fatto. L’innovazione che ha introdotto questa radicale discontinuità nella vita della Chiesa, è stata presentata all’insegna della continuità con la Chiesa del passato, un paradosso che non incomoda più i tradizionalisti.

Le discussioni tra i seguaci della riforma del Vaticano II ed i seguaci della forma straordinaria hanno ferito profondamente lo spirito di comunione tra i cattolici. Infatti, come diceva Congar, “la liturgia è il principale strumento della tradizione della Chiesa”, anzi è essa tessa la tradizione.

La polarizzazione del cattolicesimo americano è una malattia che inizia con le differenze politiche e conduce e coinvolge anche le differenze teologiche. Cerchiamo di non ammalarci anche noi.

sabato 24 febbraio 2018

DOMENICA II DI QUARESIMA ( B ) – 25 Febbraio 2018








Gen 22,1-2.9a.10-13.15-18; Sal 115 (116); Rm 8,31b-34; Mc 9,2-10





La seconda domenica di Quaresima sta sotto il segno dell’obbedienza nella fede. Ci introduce nel tema la prima lettura, che esalta l’obbedienza estrema della fede di Abramo.

Dio promette ad Abram una terra e una discendenza numerosa, però egli dovrà iniziare un cammino di obbedienza: Vattene dal tuo paese verso il paese che io ti indicherò. Dopo qualche tempo, Dio stesso gli cambierà il nome per indicare che Dio conferisce ad Abram una nuova personalità: non si chiamerà più Abram, ma Abramo, che significa “padre di una moltitudine di popoli”. Abramo si è fidato di Dio ed è partito per una terra sconosciuta. Ma dove l’obbedienza di Abramo appare in tutta la sua grandezza è quando si dispone, in obbedienza al comando di Dio, a rinunciare al suo unico figlio Isacco. Il sacrificio del proprio figlio è profezia del sacrificio di Cristo per la salvezza del mondo. Abramo non si ribella a Dio, non si mette a discutere, non dubita, si fida di Lui. Quando poi sta per immolare il proprio figlio Isacco, la sua mano è fermata dall’angelo e sente la voce di Dio che gli dice: Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato il tuo unico figlio. Abramo chiamò quel luogo “Il Signore provvede”. Anche Cristo, obbediente al disegno del Padre, si offre sulla croce fiducioso che Dio provvede.

La storia di Abramo illumina il racconto del brano evangelico d’oggi, in cui ci viene raccontato l’episodio della trasfigurazione. San Marco colloca questo racconto tra due predizione della passione. E’ per far capire ai discepoli che la sua morte e la sua risurrezione costituiscono un mistero unitario, il mistero della nostra salvezza. Il momento culminante del brano evangelico, il vertice del racconto della trasfigurazione sono le parole del Padre ascoltate dai tre discepoli presenti: “Questo è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo”.

Noi, come Abramo e come Gesù siamo invitati a percorrere un cammino di obbedienza nella certezza che Dio provvede. Anche se ci viene chiesto talvolta un cammino di sofferenza e di rinuncia, siamo invitati ad ascoltare la voce del Signore e ad aver fiducia in colui che ha “parole di vita eterna”.

Come sintesi di questo messaggio che la Parola di Dio oggi ci trasmette, possiamo ripetere nel nostro cuore più volte durante la giornata il versetto del salmo responsoriale di questa Messa: “Ho creduto anche quando dicevo: sono troppo infelice”. L’autore del salmo canta la sua totale fiducia nell’amore divino anche quando l’infelicità occupa l’orizzonte della sua vita. Ancora all’inizio della Quaresima, riaffermiamo la volontà di percorrere il nostro cammino battesimale fatto soprattutto di fede e di umile accettazione del progetto di Dio su di noi anche quando non riusciamo a comprendere sempre la logica dei percorsi che ci vengono proposti.

giovedì 22 febbraio 2018

LA COMUNIONE SULLA MANO PRESA DI MIRA






Federico Bortoli, La distribuzione della comunione sulla mano. Profili storici, giuridici e pastorali, Edizioni Cantagalli, Siena 2018 (Prefazione del card. Robert Sarah).

Ancora non ho potuto avere in mano il libro, piuttosto voluminoso, che recentemente F. Bortoli ha dedicato alla distribuzione della comunione sulla mano (ne parleremo più avanti quando abbia letto l’opera). Ho potuto leggere invece la prefazione al libro scritta dal card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino. Come di solito, il cardinale è giustamente molto attento a tutto ciò che riguarda la “sacralità” e il “decoro” della celebrazione liturgica. Il porporato però, come ha fatto in altre occasioni, propone che quanto prima la Chiesa rifletta sulla concessione (indulto?) di ricevere la comunione sulla mano. Un uso che egli giudica non consono con il rispetto che si merita l’Eucaristia e, che tra l’altro, favorisce la dispersione delle particelle del pane eucaristico…

Il card. Sarah ricorda che i veggenti di Fatima hanno ricevuto dall’angelo la comunione in bocca: “l’angelo diede la santa Ostia a Lucia e il sangue del calice a Giacinto e Francesco”. Si tratta probabilmente di uno sbaglio tipografico (al posto di “Giacinto”, si dovrebbe leggere “Giacinta”). Sarebbe bello poter commentare questo passaggio ed invitare a rivalutare la comunione al calice per i fedeli, che il Vaticano II raccomanda come “quella partecipazione più perfetta alla messa…” (SC 55).

Il porporato considera la comunione in bocca come il “modo corretto di ricevere l’Eucaristia”. Fino a prova contraria, i due modi (in mano o in bocca) sono corretti. Senza accorgersene, il cardinale contraddice se stesso che poco prima afferma: “che nessun sacerdote osi pretendere di imporre la propria autorità su questa questione”. Il principio dovrebbe essere valido sia nel caso di imporre la comunione in bocca sia nel caso di imporre la comunione sulla mano.

La lettura della prefazione del cardinale ci fa capire quale sia la tesi che Federico Bortoli difende nella sua opera. Ce ne occuperemo più avanti.

domenica 18 febbraio 2018

LA CROCE È UN SIMBOLO DEL SACRIFICIO?






Il simbolo della croce, per una tradizione maggioritaria del cattolicesimo, è stato sempre interpretato come il simbolo più alto del sacrificio. Il cammino religioso dell’Imitatio Christi che ha ispirato gran parte della cultura cattolico-cristiana scaturisce da questa identificazione del credente con il corpo del Cristo sofferente sulla croce.

Si tratta di un episodio – il più alto – dell’obbedienza alla Legge di Dio che esige addirittura il sacrificio da parte di Dio stesso del proprio unico figlio? Questo simbolo – il simbolo di Cristo sulla croce – non è forse l’apoteosi della cultura colpevolizzante e sacrificale del mondo cristiano? Ma non sarebbe invece possibile leggere questo simbolo in una direzione opposta? Provare ad accostare il mistero tremendo della crocifissione da un’altra prospettiva? Non è possibile leggere la drammaticità di questa scena vedendovi il momento estremo del passaggio di Gesù al di là del fantasma sacrificale?

Nel Getsemani Gesù si mette a nudo nei confronti del proprio desiderio: sono disposto ad andare fino in fondo al mio compito? Di bere il calice amaro dell’assoluto abbandono? Sono capace di essere fedele sino alla fine alla Legge che mi abita? Un bivio si spalanca: nella fedeltà di Gesù al suo compito dobbiamo vedere il fantasma sacrificale a scena aperta o cogliere il momento più radicale del suo superamento?

Gesù crocifisso non è affatto il simbolo del carattere necessario del sacrificio, ma quello del suo definitivo abbandono, dell’attraversamento del fantasma sacrificale, del “sacrificio del sacrificio”. Se in questo fantasma il soggetto vive nell’obbedienza sacrificando la sua vita per ottenere il massimo risarcimento, nel gesto di Cristo in primo piano sono una donazione e una esposizione assolute che eccedono ogni forma di calcolo. Gesù, diversamente dell’uomo che, nella parabola dei talenti, nasconde il suo solo denaro sotto terra per paura di perderlo, non teme l’incontro – anche il più traumatico, quello della morte – con la perdita. Sulla croce egli porta a termine il suo destino, quello che egli ha scelto come suo compito fondamentale, la propria vocazione: liberare gli uomini dall’illusione idolatrica del sacrificio. Lo fa vincendo la paura che paralizza la vita e in questo modo libera la vita dalla paura. Slavoj Žižek coglie perfettamente questo punto quando scrive:

Il sacrificio di Cristo ci rende liberi non perché esso sia un pagamento per i nostri peccati, né perché sia un riscatto legalistico, ma perché mette in atto questa apertura. Quando abbiamo paura di qualcosa (la paura della morte è la paura ultima, che ci rende schiavi), un vero amico ci dirà qualcosa come: “Non aver paura, guarda, io farò proprio ciò che temi e lo farò gratuitamente – non perché devo, ma perché viene dal mio amore per te: io non ho paura” (La mostruosità di Cristo. Paradosso o dialettica?, Transeuropa, Massa 2010, pp. 95-96).

Quale è la differenza profonda tra “sacrificio” del Cristo crocifisso e di quello ascetico dell’uomo religioso descritto da Nietzsche? Questo secondo sacrificio è un modo per soddisfare la Legge attendendosi da essa i suoi – come abbiamo visto – molteplici benefici. È quello che possiamo trovare anche nella psicologia del terrorista: sacrificare la propria vita terrena (e quella di altri “infedeli”) per raggiungere – in quanto martire – il paradiso come luogo di un godimento senza limiti. Diversamente il sacrificio di Gesù non si compie in vista di altri fini, ma come risposta soggettiva a quella Legge che egli stesso enuncia nel suo celebre discorso della Montagna: la Legge dell’amore come nuova forma della Legge, come movimento che si apre radicalmente verso l’Altro, come donazione senza risparmio di se stessi. Nel dono di sé il desiderio non vive attendendosi qualcosa dall’Altro, non è subordinato al beneficio che tale dono potrà eventualmente procurare perché il valore di un dono è nell’atto stesso del donare e non in quello che esso ci consente di ottenere dall’Altro […]

Nell’esperienza cristiana della croce ogni economia del risarcimento salta: il creditore decide – in una mossa asimmetrica – di ricompensare i suoi debitori saldando per sempre il loro debito, lasciando liberi da ogni vincolo. Nessuna logica sacrificale si compie quanto piuttosto la sua sovversione: la croce non è il simbolo del sacrificio, ma è ciò che mette a morte il sacrificio, è ciò che rende per sempre vano il sacrificio, che libera il sacrificio dal peso cupo del sacrificio. Gesù non muore sulla croce perché ha la certezza di essere salvato dal Padre suo che è nei cieli, ma si salva perché decide di morire sulla croce, perché resta fedele al proprio desiderio. “Nessuno mi toglie (la vita): ma la do da me stesso” (Gv 10,18). In questo gesto egli libera l’uomo dalla paura della morte che è la paura che più di altre incentiva ogni pratica sacrificale.

Fonte: Massimo Recalcati, Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2017, pp. 139-144.