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domenica 22 dicembre 2019

I SACRAMENTI ALLA PROVA DEL GENERE



Andrea Grillo – Donata Horak, Le istituzioni ecclesiali alla prova del genere. Liturgia, sacramenti e diritto (Exousia), San Paolo, Cinisello Balsamo 2109. 221 pp. (€ 22,00).

La recezione del dono di grazia (iniziazione), la cura della crisi (guarigione) e la vocazione al servizio (ordine e matrimonio) possono essere narrate e celebrate in modo più pieno e profondo quando l’attenzione all’uguaglianza e la valorizzazione della differenza non assumono le forme della generica riduzione al modello maschile. Si è potuto osservare che nei tre diversi ambiti le dinamiche si sono sviluppate in modo assai differenziato e che soprattutto dove la società percepiva l’esposizione maggiore (ossia nei sacramenti in cui è in gioco la salvezza altrui), il controllo culturale e sociale si è imposto con maggiore forza, imponendo modelli, ruoli e funzioni rigorosamente distinte, con una privatizzazione del femminile che ha inciso sul modo di annunciare la salvezza nel matrimonio e nel ministero della Chiesa. Ci sembra che debba essere capovolto il luogo comune che si è imposto anche dopo il concilio Vaticano II, per cui sarebbe la rivendicazione di una prospettiva di genere a introdurre un’alterazione antropologica e sociologica della tradizione ecclesiale. È vero il contrario: la pretesa di non ascoltare i segni dei tempi e di perpetuare i modelli, le relazioni ecclesiali e i rapporti di forza così come si sono imposti nel passato costituisce una resistenza al vangelo e a quello che lo Spirito sta dicendo alla Chiesa. Sotto questo punto di vista, una prospettiva di genere può restituire alla Parola e al Sacramento la loro autorità più autentica.

(Dalle Conclusioni del volume, pp. 197-198)  

venerdì 20 dicembre 2019

DOMENICA IV DI AVVENTO (A) – 22.12. 2019 – Disponiamoci ad accogliere il Signore che viene




Salmo responsoriale: (Sal 23) - “Ecco, viene il Signore, re della gloria


La seconda parte del salmo 23 ha il tono di una solenne marcia che accompagna la processione con l’arca dell’alleanza. La Chiesa scorge in questo testo un annuncio profetico del mistero dell’incarnazione e celebra in esso l’ingresso del Figlio di Dio nel mondo per stabilire la nuova ed eterna alleanza tra Dio e l’umanità. In questa ultima domenica di Avvento, che precede immediatamente il Natale, il salmo, in particolare il ritornello, annuncia a tutti noi che il Signore, re della gloria, viene. E’ un annuncio solenne che contiene al tempo stesso un invito a disporsi ad accogliere la venuta del Cristo.

I testi di questa domenica mettono in luce le figure di Maria e di Giuseppe, e anche quella di san Paolo, modelli tutti e tre di accoglienza della Parola di Dio e di obbedienza ad essa. La prima lettura (Is 7,10-14) riporta il messaggio del profeta Isaia al re Acaz, chiedendogli di non elemosinare aiuto dall’Assiria, ma di fidarsi solo dell’aiuto di Dio. Acaz, però, non se la sente di fidarsi solo di Dio, vorrebbe rifiutare ogni segno divino; le sue parole apparentemente rispettose del volere divino (“Non voglio tentare il Signore”) sono frutto piuttosto della protervia di chi non vuole essere costretto a fidarsi dell’invisibile, di chi vuole a tutti i costi misurare e controllare le sue sicurezze. Nel racconto del brano evangelico di Matteo (Mt 1,18-24) la figura centrale è Giuseppe. Al contrario del re Acaz, di cui parla il brano di Isaia, Giuseppe accetta il “segno” del bambino nato da una vergine e, fiducioso nella parola di Dio trasmessagli per mezzo dell’angelo, impegna tutta la sua vita per questo bambino e sua madre. Il testo evangelico conclude con queste parole: “fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa”. Giuseppe quindi accoglie il messaggio e ubbidisce.

Accanto alla figura di Giuseppe sta quella di Maria, la Madre di Gesù. Diversamente di quanto ha fatto san Luca, nei racconti della nascita e infanzia di Gesù san Matteo non ci ha trasmesso alcuna parola di Maria. L’evangelista Matteo presenta una Maria silenziosa, ma docile strumento del disegno di Dio: ciò che avviene in lei è adempimento di “ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta”.

San Paolo nell’introduzione alla lettera ai Romani (Rm 1,1-7), proposta come seconda lettura, parla della sua vocazione. Dio lo ha chiamato a divenire apostolo, un inspiegabile e incomprensibile atto di grazia. In quanto tale, il ministero di apostolo è legato all’obbedienza di fede. Paolo si definisce apostolo e servo di Cristo Gesù.

Siamo chiamati a realizzare la nostra vita entrando liberamente e gioiosamente nell’orbita del disegno di Dio. Bisogna fidarsi di Dio. La nascita di Gesù che ci apprestiamo a celebrare è un segno della fedeltà di Dio. Disponiamoci ad accogliere, nell’obbedienza della fede, ad esempio di Giuseppe e Maria, il Signore che viene a salvarci.

L’orazione sulle offerte fa un suggestivo accostamento tra il mistero dell’incarnazione e il mistero eucaristico. Lo Spirito Santo che “ha riempito con la sua potenza il grembo della Vergine Maria”, è lo stesso che consacra i doni del pane e del vino per la celebrazione del sacrificio eucaristico. Lo Spirito è poi colui che ci prepara ad accogliere il Signore che viene.


domenica 15 dicembre 2019

“HOC FACITE” “HOC EST”




[…]

Hoc facite: indica la consegna della sequenza rituale, dalla cui ripetizione deriva la possibilità di rileggere storicamente e attualmente la comunione con il Signore.

Hoc est: il pane, all’interno di questo processo di scambio, di dono e di abbandono, si rivela corpo; il calice del vino, in questo stesso processo rituale, si rivela calice del sangue della alleanza.

[…]

I testi della tradizione neotestamentaria permettono di riconoscere, se letti senza pregiudizi, una più corretta correlazione tra l’hoc est e l’hoc facite.

Il rito eucaristico non consiste nel «dire “Questo è”» - questa è infatti la spiegazione del rito, non il rito -, ma consiste nel fare la memoria-imitazione di tutta la sequenza di azioni, che si deve descrivere come comunione col corpo nel pane e col sangue nel vino. Non la sostanza, ma la circostanza è decisiva. Non l’essere, ma il divenire è il tema. È il “fare questo” che permette di dire “questo è”, non viceversa.


Andrea Grillo, Eucaristia. Azione rituale. Forme storiche. Essenza sistematica (Nuovo Corso di Teologia Sistematica 8), Queriniana, Brescia 2019, p. 327.


sabato 14 dicembre 2019

DOMENICA III DI AVVENTO ( A ) 15.12.2019 - Riconoscere Gesù come Salvatore




Salmo responsoriale: (Sal 145) - “Vieni, Signore, a salvarci”.


Il brano evangelico  (Mt 11,2-11) d’oggi esordisce con queste parole: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?”. E’ la domanda che i discepoli di san Giovanni Battista rivolgono a Gesù. E’ una domanda che ha una sua attualità. L’interrogativo ci deve tenere costantemente aperti a una nuova visuale delle cose che ci permetta di riconoscere l’azione sempre nuova di Dio nella storia. Chi è per noi Gesù? Abbiamo riconosciuto in lui il nostro Salvatore? Gesù alla domanda dei discepoli di Giovanni risponde elencando le opere che egli compie, opere che documentano attraverso una libera citazione del profeta Isaia 35,1-6.8.10 (brano riproposto come prima lettura) che egli è il Messia inviato da Dio. In lui si compiono tutte le promesse. L’uomo che è in attesa di salvezza, ha in Gesù una risposta definitiva. In lui la salvezza di Dio ha fatto irruzione nella nostra vita.

Da parte sua, san Giacomo, nella seconda lettura (Gc 5,7-10), ci invita a perseverare in un atteggiamento di pazienza. E’ vero - lo abbiamo detto - la salvezza di Dio si è manifestata nel suo Figlio fatto uomo, egli è il Salvatore promesso. I frutti pieni della sua venuta però li dobbiamo raccogliere giorno dopo giorno nell’operosità paziente e incessante. Per san Giacomo, il mistero della nostra salvezza è simile al ciclo della natura nel suo rinnovarsi incessante, che alla fine non delude l’attesa paziente e testarda del contadino. Abbiamo bisogno di tempo affinché il regno di Dio cresca e maturi nella storia, in ciascun di noi. La pazienza esige disponibilità e cooperazione alla crescita. Il domani di salvezza definitiva che attendiamo è anche nelle nostri mani.

La salvezza di Dio è vicina a noi, anzi è in mezzo a noi, e ciò dev’essere motivo di gioia. Non è la gioia di chi non trova ostacoli da affrontare; è la gioia di chi accetta il piano di Dio su di lui e si sente al suo posto, sa che la sua vita è al sicuro e può compiere le sue scelte con piena libertà interiore. Nei momenti di smarrimento o di sofferenza, nei momenti di stanchezza, quando le certezze svaniscono, la fede ci assicura che Dio viene a salvarci, che la nostra attesa non è vana. Se abbiamo riconosciuto Gesù come nostro Salvatore, il nostro cuore non ha nulla da temere.      

Gesù è vicino a noi come Salvatore soprattutto nell’eucaristia. L’antifona di comunione lo afferma riproponendo le parole di Is 35,4 della prima lettura: “Coraggio, non abbiate timore; ecco, il nostro Dio viene a salvarci”. E l’orazione sulle offerte precisa che il sacrificio eucaristico rende “efficace in noi l’opera della salvezza”.

domenica 8 dicembre 2019

LITURGIA E CULTURA




Sono usciti gli Atti dell’XI Congresso di Liturgia “Liturgia e Cultura”, tenutosi a Roma dal 9 all’11 maggio 2018 presso il Pontificio Ateneo sant’Anselmo – Pontificio Istituto Liturgico. Il testo è a cura di Francesco Bonomo, Stefan Geiger, Dominik Jurczak, Fergus Ryan.
Nella celebrazione liturgica si realizza in pienezza l’esperienza della fede, è il locus theologicus da cui osservare l’apporto culturale, in base al quale esercitare un discernimento e nel quale accogliere prudentemente quell’universo organico e sistemico che è il punto di riferimento centrale della vita dei fedeli aderenti alla Chiesa, in un luogo e in un tempo, perché in quel luogo e in quel tempo si forma la comunità cristiana come populo congregato. Se nella liturgia si percepiscono conflitti per cui ritus et preces si distaccano dal contesto culturale in cui sono realizzati, significa che un passaggio del linguaggio non ha funzionato perché in uno dei due canali, mittente e destinatario, si è creata una frattura, una discrepanza o un’alienazione che pregiudica l’intero atto di culto. La liturgia deve raccogliere la sfida di essere culturalmente in grado di trasmettere il suo messaggio e di essere efficace. Al termine dei lavori dell’XI Congresso di Liturgia e presentando il volume degli Atti abbiamo notato il fiorire di numerose riflessioni capaci di portare ancora la navigazione al largo. Tentare di riprendere la questione anche per mezzo delle moderne scoperte delle scienze umane e dei dati a disposizione non fa altro che orientare nuovamente la bussola sull’impegno della ricerca.





venerdì 6 dicembre 2019

IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA B.V. MARIA – 8 Dicembre 2019




Salmo responsoriale: (Sal 97) - Rit “Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie”

Gn 3,9-15.20; Sal 97 (98); Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26-38

Il Sal 97 è un canto “nuovo” innalzato al Signore per le meraviglie che ha operato e continua ad operare nella creazione e nella storia. Tra queste meraviglie, la Chiesa contempla oggi Maria Immacolata, il capolavoro di Dio. La stessa Madre di Gesù ha ripreso il v. 3 di questo salmo nel suo Magnificat per celebrare l’opera di salvezza che Dio ha realizzato in lei. In Maria preservata immune da ogni macchia di colpa originale, in previsione della morte di Cristo (cf. la colletta), noi contempliamo compiuto in modo meraviglioso il disegno amoroso che Dio ha su tutti noi. In Maria immacolata infatti celebriamo l’alba della redenzione, l’inizio della nuova umanità o, come dice il prefazio della messa, “l’inizio della Chiesa, sposa di Cristo senza macchia e senza ruga, splendente di bellezza”. Il ritornello del salmo responsoriale sintetizza molto bene i sentimenti della Chiesa in questa solennità dell’Immacolata Concezione di Maria.

Secondo ha interpretato la tradizione, Maria è figurata dal Protovangelo nella donna nemica e vittoriosa di Satana, evento che viene proposto come prima lettura  (Gn 3,9-13) assieme alla disobbedienza di Adamo ed Eva (Gn 3,14-15). La scelta di questo brano intende mettere in evidenza il peccato sul quale Maria è vittoriosa e suggerire l’idea di Maria come nuova Eva. Come Adamo ed Eva sono personaggi emblematici per esprimere l’umanità caduta nel peccato, così Gesù, nuovo Adamo, e sua madre, nuova Eva, diventano personaggi altrettanto emblematici che enunciano l’umanità rinnovata. “Il nodo della disobbedienza di Eva è stato sciolto dall’obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva aveva legato con la sua incredulità, la vergine Maria l’ha slegato con la sua fede” (S. Ireneo; Cost. Lumen Gentium, n. 56).
         
La lettura evangelica propone l’evento dell’Annunciazione: l’angelo proclama Maria “piena di grazia”, testo classico del Nuovo Testamento in cui la tradizione ha visto annunciata la verità dell’Immacolata Concezione di Maria. E’ senza dubbio la pagina più letta nella liturgia, più meditata dagli artisti, più riprodotta in tele e nelle sculture. I Padri della Chiesa hanno visto in questo evento la contropartita di ciò che è successo nella caduta del paradiso terrestre: Eva non ascolta il precetto di Dio, Maria invece ascolta il messaggio dell’angelo inviato da Dio; Eva disobbedisce alla parola di Dio, Maria invece pronuncia il suo “si” ubbidiente al piano di Dio su di lei: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”; Eva significa “madre di tutti i viventi”, Maria lo è in senso più profondo in quanto è madre dei redenti mediante la morte del Figlio suo, vincitore del male e della morte. Maria, generando il Cristo, ha posto nella terra il “seme” indistruttibile del bene, della giustizia e della speranza. Esso si radicherà e trasformerà l’umanità intera. E’ la stessa realtà che descrive il brano introduttivo alla lettera agli Efesini (seconda lettura) in cui l’Apostolo afferma che Dio, in Cristo “ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”. Questa singolare elezione trova un’applicazione particolarissima in Maria. L’Immacolata è il primo segno della vittoria pasquale di Cristo. Con lei, l’umanità ritrova la strada per percorrere una storia di santità, non più di peccato. L’Immacolata è quindi un segno di speranza. Ciò che è avvenuto in lei è anticipo e frutto al tempo stesso della vittoria di Cristo risorto sulla morte e sul peccato. L’eucaristia, ripresentazione sacramentale del mistero pasquale, “guarisce in noi le ferite di quella colpa da cui, per singolare privilegio”, Maria è stata preservata nella sua immacolata concezione (orazione dopo la comunione).


domenica 1 dicembre 2019

LA MESSA È UNA CELEBRAZIONE



Celebrare è essere coinvolti, essere protagonisti, partecipare attivamente a un fatto che si realizza, che si vive, che si compie in quel momento, in una comunità piccola o grande che sia, dove tutti si attivano per funzioni e compiti diversi.

 

La Messa, come ogni celebrazione, invia i suoi messaggi soprattutto con il suo essere celebrazione: gesti, segni, suoni, silenzi, canti, parole cariche, brevi, efficaci

 

La Messa, pur essendo una celebrazione come tutte le altre, ha una specificità che la rende diversa e che non bisogna assolutamente dimenticare: essa non nasce da noi, non è una nostra invenzione. A essa siamo convocati dal Signore Gesù che ci chiama al fate questo in memoria di me, secondo le modalità della Chiesa. Attenzione, però, che eucaristia sempre nuova non significa a fantasia a sorpresa, ma “vissuta in modo sempre nuovo”. La Messa è come il giorno. Inizia sempre con l’alba e si chiude con il tramonto, ma non è mai come il giorno prima e quello dopo, anche se abbiamo incontrato le stesse persone, frequentato gli stessi luoghi, compiuto le stesse attività. Chi vive i giorni come se fossero tutti uguali cade nella noia e nel non senso.

 

Fonte: Tonino Lasconi, I “Messaroli”, una risposta per una comunità adulta, consapevole, riconoscibile, Cittadella Editrice, Assisi 2011, cf. pp.23-26.