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sabato 31 marzo 2018

DOMENICA DI PASQUA: RISURREZIONE DEL SIGNORE – MESSA DEL GIORNO 1 Aprile 2018






At 10,34a.37-43; Sal 117 (118); Col 3,1-4 (oppure: 1Cor 5,6b-8); Gv 20,1-9 (nella messa vespertina: Lc 24,13-35)

Il salmo responsoriale è tratto dal Sal 117, un inno di gioia e di vittoria, proclamato in ogni celebrazione eucaristica della settimana pasquale e nella liturgia delle ore di ogni domenica. Il salmo forma parte del “hallel egiziano”, così chiamato perché si cantava specialmente in occasione del memoriale della liberazione degli Israeliti dall’Egitto, durante il sacrifico dell’agnello e durante la cena pasquale. La liturgia della domenica di Pasqua ci ricorda che il nostro agnello pasquale è Cristo (cf. seconda lettura alternativa, sequenza, prefazione pasquale I e antifona alla comunione); nel mistero della sua risurrezione dai morti si compiono tutte le speranze di salvezza dell’umanità: è questo il giorno di Cristo Signore. La risurrezione di Cristo dai morti rappresenta il centro del mistero cristiano, è la base e la sostanza della nostra fede. “Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (1Cor 15,14). Con queste parole l’apostolo Paolo esprime il cuore di tutto il messaggio cristiano.

Nella prima lettura, ascoltiamo san Pietro che annuncia con decisione al popolo il mistero della risurrezione del Signore di cui egli e gli altri apostoli sono testimoni. Nella seconda lettura, san Paolo trae da questo evento le conseguenze per una vita cristiana rinnovata. Ci soffermiamo sul brano evangelico (Gv 20,1-9), che racconta lo stupore di Maria di Màgdala e di Pietro e dell’ “altro discepolo, quello che Gesù amava”, dinanzi al sepolcro vuoto. Nel racconto si sottolinea anzitutto l’itinerario di fede di Maria e dei due discepoli nel Cristo risorto, una fede che non si impone come un’evidenza, ma nasce a partire da “segni” che bisogna decifrare. In primo luogo, l’itinerario di fede di Maria di Màgdala, che giunge di buon mattino al sepolcro “quando era ancora buio”. Sembra una donna avvolta nelle tenebre dell’incredulità: appena vede che la pietra è stata tolta, neppure lontanamente è sfiorata dall’idea della risurrezione; subito pensa e corre a dirlo a due discepoli: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. Poi Maria ritorna al sepolcro: vede Gesù, ma lo confonde col giardiniere. Lo riconosce solo quando Gesù la chiama per nome (cf. Gv 20,11-18). Il racconto di Giovanni tende a relativizzare il vedere e, anche, l’esperienza del Gesù terrestre. Non basta vedere il Signore per riconoscerlo; è Lui che deve svelarsi.

L’itinerario di fede dei due discepoli ha altre caratteristiche, almeno quello del discepolo che Gesù amava. Simon Pietro guarda stupito, constatando che il corpo non è più nel sepolcro, ma che vi sono rimasti, accuratamente piegati, il lenzuolo e il sudario. L’altro discepolo, invece, vede e crede immediatamente. Non ha bisogno di vedere Gesù per credere. Egli constata che Gesù non è avvolto dai panni funebri. Quindi è vivo. Il racconto evangelico conclude con queste parole: “Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”. E’ sempre alla luce della Scrittura che si rivela il senso dei segni, eclatanti o modesti, e che lo sguardo si apre alle cose della fede.     
        
La risurrezione di Cristo, vertice del mistero della fede, inaugura l’era della salvezza offerta a tutti gli uomini. Chiunque crede nel Risorto riceve fin d’ora il perdono dei peccati, e vive in attesa che il Signore vincitore della morte si manifesti come “giudice dei vivi e dei morti”. Tale è, in tutta la sua ampiezza, l’oggetto della fede apostolica e della celebrazione pasquale.

venerdì 30 marzo 2018

VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA – 1 Aprile 2018






Gn 1,1-2,2; dal Sal 103 (104), oppure dal Sal 32 (33) - Gn 22,1-18; dal Sal 15 (16) - Es 14,15-15,1; da Es 15,1-18 - Is 54,5-14; dal Sal 29 (30) - Is 55,1-11; da Is 12,2-6 - Bar 3,9-15.32 - 4,4; dal Sal 18 (19) - Ez 36,16-17a.18-28; dai Sal 41-42 (42-43), oppure (quando si celebra il battesimo) da Is 12,2-6, oppure dal Sal 50 (51) - Rm 6,3-11; dal Sal 117 (118); Mc 16,1-7.



Dopo i sette brani dell’Antico Testamento, con i rispettivi salmi responsoriali, si legge un breve passo della Lettera di san Paolo ai Romani, il relativo salmo responsoriale e, in seguito, nell’Anno B, si proclama il vangelo della risurrezione secondo Marco. Le letture dell’Antico Testamento possono essere ridotte a tre e, in casi particolari, solo a due; ma non dev’essere mai tralasciata la lettura dell’Esodo sul passaggio del Mar Rosso. Il nuovo “esodo” si verifica prima di tutto nel Cristo, nel suo passaggio dalla morte alla vita, dal mondo al Padre, dall’umiliazione alla gloria. E’ questa la Pasqua di Cristo, che diventa Pasqua di tutti noi nel fonte battesimale, in cui siamo stati liberati dalla schiavitù del peccato affinché “possiamo camminare in una vita nuova” (epistola).

La Veglia pasquale, che sant’Agostino chiama “madre di tutte le veglie”, è il cuore dell’anno liturgico, da cui si irradia ogni altra celebrazione. Colta nella sua globalità, con i gesti, i simboli e i testi che la differenziano da tutte le altre celebrazioni cristiane, è la più grande catechesi della storia della salvezza. Noi qui ci limitiamo ad una breve riflessione sul racconto del vangelo di san Marco, il brano evangelico che viene proclamato nell’Anno B del Lezionario.

Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salòme, le tre donne che nel mattino del primo giorno della settimana si recarono al sepolcro, sono le stesse che sul Golgota assistettero da lontano alla morte di Gesù. Queste tre donne, passato il sabato comprarono oli aromatici per ungere il corpo di Gesù, e al mattino presto si recarono al sepolcro per compiere su Gesù il rito dell’unzione del suo corpo che ancora non era stato fatto. Entrate nel sepolcro, trovarono un giovane vestito di una veste bianca, seduto sulla destra, ed “ebbero paura” dice Marco. E’ l’atteggiamento di chi è consapevole di trovarsi di fronte ad un’epifania divina: il mistero appare come un realtà terribile che svela la distanza infinita tra il Creatore e la creatura. Ora le donne sono messe in contatto con la rivelazione stessa di Dio che mostra loro la straordinaria potenza della risurrezione all’interno della vicenda umana. Ma il giovane le rassicura: “Non abbiate paura! […] Gesù è risorto…” E aggiunge: “Andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: ‘Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto’ ”. Le donne, ancora terrorizzate, sono incapaci di pronunciare una sola parola, ma compiono la loro missione. Per Marco non sono le donne le testimoni dell’ “inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1). I testimoni su cui si fonda la nostra fede sono i discepoli e Pietro in modo particolare.

Il nucleo del Vangelo, come “buona notizia” proclamata fin dall’inizio ai giudei e greci, è racchiuso in queste parole: “Cristo è risorto dai morti”. La risurrezione di Gesù è un evento che si radica nella storia, ma che può essere conosciuto solo nella fede. La risurrezione è un atto di Dio e l’agire di Dio è oggetto di fede non di indagine storica. La fede è un cammino pasquale di morte a se stessi, alle proprie certezze, alle proprie evidenze, per nascere alla verità di Dio e del suo messaggio. Sembra talvolta però che il Gesù in cui crediamo sia ancora morto. Gesù è morto quando lo teniamo fuori dalla nostra vita, morto se la sua Parola non trasforma profondamente i nostri cuori. Gesù è morto e sepolto quando la nostra diventa una religione senza fede, un quieto nonché ambiguo appartenere alla cultura cristiana senza che il fuoco della sua presenza contagi la nostra e altrui vita.

giovedì 29 marzo 2018

VENERDI’ SANTO: PASSIONE DEL SIGNORE – 30 Marzo 2018






Is 52,13-53,12; Sal 30 (31); Eb 4,14-16; 5,7-9; Gv 18,1-19,42



Il racconto della passione secondo Giovanni va letto alla luce delle altre due letture. Il brano d’Isaia mostra il volto di un personaggio misterioso, sfigurato e macerato, oppresso da spaventose sofferenze e sottoposto alle più odiose persecuzioni, disprezzato dagli uomini, percosso a morte e apparentemente abbandonato dallo stesso Dio. In realtà, però, la sua sofferenza è feconda: egli offre se stesso per il peccato delle moltitudini, e il Signore ne fa il capo di un innumerevole popolo di giustificati. Qualunque sia nel testo profetico l’identità di questo “Servo di Dio”, la liturgia del Venerdì santo ce lo propone come immagine del Cristo, il giusto oltraggiato, la cui morte ha salvato gli uomini dal peccato e che Dio ha esaltato nella sua gloria. La seconda lettura, tratta dalla Lettera agli Ebrei, esalta la grandezza e l’efficacia dell’offerta sacrificale del Cristo, intronizzato presso Dio come “il sommo sacerdote” per eccellenza, diventato per sua obbedienza “causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono”.



Il racconto della passione e morte del Cristo secondo Giovanni, pur ricalcando la tradizione precedente testimoniata dagli altri evangelisti, è costruito con un’angolazione di lettura degli eventi molto diversa che riflette un modo differente di rileggere il quarto canto del Servo di Dio di Isaia, proposto come prima lettura. Mentre Matteo, Marco e Luca fanno forza sulle umiliazioni e sofferenze del Servo di Dio, Giovanni mette l’accento sulla glorificazione ed esaltazione dello stesso Servo. L’evangelista legge gli eventi tenendo d’occhio il risultato finale. Non c’è da meravigliarsi se qualche studioso della Bibbia abbia intitolato l’intero racconto giovanneo della passione e morte di Gesù: “Il libro della gloria”. Così vediamo che nel suo racconto, Giovanni sottolinea che Gesù va liberamente incontro alla croce: non è un “consegnato”, ma “uno che si consegna”. E’ Egli che dirige gli eventi, non gli uomini che l’hanno catturato. Egli è sì sofferente, ma immerso in un alone di maestà e di gloria fino alla fine quando pronuncia con calma e solennità le sue ultime parole: “E’ compiuto”. Giovanni intende in tutta la vicenda della passione ricordare che l’umiliato è già il vincitore. Certamente egli racconta prima la passione e poi la risurrezione. Tuttavia sovrappone l’umiliazione e la gloria. Durante la passione Gesù è già il Figlio di Dio, e questa convinzione trasfigura ogni racconto: colui che è arrestato è in realtà il vincitore, colui che è processato è in realtà il giudice, il Crocifisso è già il glorificato. Per Giovanni la Croce è lo specchio della gloria.



La liturgia del Venerdì santo non separa mai le due sponde degli eventi pasquali. Così, ad esempio, nell’adorazione della Croce, uno dei momenti culminanti della celebrazione, la Chiesa canta: “Adoriamo la tua Croce, Signore, lodiamo e glorifichiamo la tua santa risurrezione. Dal legno della Croce è venuta la gioia in tutto il mondo”. In modo simile si esprimono la preghiera dopo la comunione e la benedizione finale.

martedì 27 marzo 2018

GIOVEDI SANTO: MESSA VESPERTINA “IN CENA DOMINI” 29 Marzo 2018






Es 12,1-8.11-14; Sal 115 (116); 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15



E’ evidente che le preghiere e le letture bibliche della Messa in cena Domini”, hanno come tema il fatto dell’istituzione dell’eucaristia. Va però osservato che questo tema è più rigorosamente proposto se lo si incentra attorno a quello della “consegna” (in latino: traditio), e questo secondo un doppio significato: quello della “consegna/tradimento” di Cristo da parte di Giuda e, in modo particolare, quello della “consegna” che Gesù fa di se stesso sia nell’evento storico della sua passione e morte, sia attraverso l’evento rituale della cena/eucaristia.

Nella nostra riflessione, partiamo dal racconto dell’istituzione dell’eucaristia riportato da san Paolo nella prima lettura. Dando ai discepoli il pane spezzato e dicendo loro: “Questo è il mio corpo che è per voi”, Gesù anticipa e interpreta l’evento della sua passione come consegna totale di se stesso a noi. Il “corpo” infatti, nel linguaggio biblico, non indica propriamente l’organismo fisico di una persona, ma essa stessa in quanto capace di esprimersi e di manifestarsi, la persona nella sua concreta relazionalità con gli altri e con il mondo e al tempo stesso nella sua condizione di mortalità. Di fatto Gesù ha interpretato tutta la sua esistenza in chiave di “servizio”, come esprime bene l’episodio della lavanda dei piedi riportato da Giovanni. Con il suo gesto e le sue parole sul pane nell’ultima cena, Gesù ha presentato per così dire ai discepoli – sia pure in modo velato e misterioso – il significato della sua morte quale supremo atto di donazione di se stesso, nella logica di quella radicale carità che egli aveva costantemente predicato: “Vi do un comandamento nuovo: come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (canto al vangelo).

La morte di Gesù in croce rappresenta l’estrema attuazione del dono di se stesso che Gesù ha compiuto, vivendo fino in fondo la logica dell’amore totale e senza condizioni per il Padre e per gli uomini. Ma questo dono non rimane solo un gesto eroico e commovente, che però esaurisce il suo senso nel compiersi come atto espressivo di amore. E’ invece un fatto da cui deriva un reale beneficio per noi, un grande bene. Gesù fa dono di se stesso “per noi”. Lo ha fatto nell’evento della sua morte in croce, e lo ha fatto nel sacramento dell’eucaristia. In ciò che è avvenuto sul calvario e in ciò che Gesù ha fatto nell’ultima cena è in gioco la stessa realtà di fondo. Il senso più profondo di ciò che è avvenuto sul calvario, è il dono totale di se stesso che Gesù ha compiuto una volta per sempre, in modo definitivo, nella morte liberamente accettata. Questa stessa realtà, il dono di se stesso per noi, è la verità profonda di ciò che Gesù ha fatto nell’ultima cena. Di questa realtà Gesù ha fatto il suo “testamento”. Dicendo “ogni volta che mangiate questo pane e bevete questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga”, Gesù ha lasciato in eredità a tutta la Chiesa lungo i secoli, come realtà perennemente presente nel gesto rituale dell’eucaristia, quel dono di se stesso e della sua vita per noi, che egli portò all’estremo compimento sul piano storico nella sua passione e morte.   

La liturgia del Giovedì santo celebra l’eucaristia, memoriale della Pasqua di Cristo, sacramento del suo amore infinito per noi e di quello che dobbiamo avere gli uni per gli altri, e l’istituzione del ministero sacerdotale, che deve essere compreso ed esercitato, sull’esempio del Signore, come servizio dei fratelli e delle sorelle nella comunità. Come dice la colletta della messa, “dalla partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita”.



domenica 25 marzo 2018

UN BEL LIBRO SU MARIA DI NAZARET






Adriana Valerio, docente di storia del cristianesimo e delle chiese all’Università Federico II di Napoli, ci offre in poche pagine una bella sintesi di Maria di Nazaret. Storia, tradizioni, dogmi (Farsi un’Idea 262), il Mulino 2017, pp. 118 (€ 11,00). Offro qui la Premessa (Il “caso Maria”) all’opera.

Scrivere di Maria, la madre di Gesù di Nazaret, è impresa quanto mai ardua; i dati storici che la riguardano, infatti, si intrecciano con l’elaborazione teologica delle comunità cristiane delle origini, le formulazioni dottrinali dei primi secoli, la vita liturgica delle Chiese strutturate, le apparizioni mistiche e la devozione popolare che hanno portato a riconoscere in lei la donna privilegiata e unica: vergine, Madre di Dio, immacolata, assunta in cielo.

Più che una conoscenza derivata dagli elementi presenti nel Nuovo Testamento, la persona comune ha un’immagine di Maria che proviene dalle definizioni dogmatiche che a volte ne hanno offuscato la concreta umanità. Le formule dottrinali, infatti, si sono imposte a tal punto nella vita dei fedeli e nell’immaginario simbolico della cristianità da mettere in ombra gli esili fili della sua figura storica che si è caricata nel tempo di significati che la trascendono toccando in profondità il sentimento religioso delle persone che a lei si sono affidate e si affidano. Per questo, tra i piani della storia e quelli della fede, non è facile stabilire una netta separazione dal momento che le stesse fonti a nostra disposizione si collocano nell’ambito della riflessione teologica e dell’esperienza di fede.

Per avvicinarsi alla madre di Gesù è allora importante considerare questa complessa galassia di fonti, tradizioni e sentimenti che ne hanno costruito un’identità a suo modo fluida e variopinta: un volto – il suo – fatto da tanti volti quante sono le Madonne disseminate nei differenti contesti culturali e geografici toccati dal cristianesimo.

Non è mancato chi, negli ultimi anni, ha attaccato frontalmente il culto della Vergine mettendo in discussione la legittimità e certe modalità della sua stessa venerazione, ritenendo che non poche volte, Maria abbia assunto la funzione quasi di una dea accanto a Dio Trinità e che i privilegi a le attribuiti (verginità perpetua, esenzione della colpa delle origini, incorruzione del corpo e assunzione in cielo) rimandino ad una visione del mondo miracolistica e pre-moderna poco compatibile con i paradigmi scientifici della nostra epoca.

Come affrontare allora il “caso Maria”? Abbiamo cercato di tenere presenti i tanti aspetti che la riguardano: i racconti della prima letteratura cristiana canonica e apocrifa; la fede popolare che ha sostenuto il suo culto trovando espressione non solo in atti di devozione ma anche in opere letterarie e artistiche; le riflessioni teologiche sulla sua persona; l’evoluzione dogmatica; infine, i nuovi scenari interpretativi che si sono aperti dopo il Concilio Vaticano II e che si sono oggi arricchiti grazie all’apporto delle scienze umane e teologiche: antropologia, psicologia, semiotica, esegesi biblica, teologia femminista ecc. Alcuni riferimenti, anche se brevi, alla presenza di Maria nel culto ortodosso, nel mondo protestante e nella religione islamica sottolineano l’importanza di questa figura che travalica la tradizione cattolica.

venerdì 23 marzo 2018

DOMENICA DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE (B) 25 Marzo 2018






Is 50,4-7; Sal 21 (22); Fil 2,6-11; Mc 14,1 – 15,47



Gesù agonizzante attribuisce a sé la preghiera di lamentazione del Sal 21 riprendendone le prime battute (cf. Mc 15,34), che noi ripetiamo oggi come ritornello del salmo responsoriale: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Questo salmo è un testo di grande desolazione, segnato da immagini forti prettamente orientali. L’orante, immerso nella sofferenza e vicino alla morte, sente il silenzio di Dio e l’ostilità degli uomini. Ma all’improvviso, la supplica diventa fiduciosa attesa dell’aiuto di Dio e poi ringraziamento festoso al Signore, re dell’universo. All’inizio della settimana di passione, questa preghiera ci introduce adeguatamente nella celebrazione del mistero pasquale di Gesù, che va dalla morte alla vita, dal sepolcro alla risurrezione.

L’Unto del Signore, il Messia che è stato accolto dalle folle di Gerusalemme osannanti è quello stesso Gesù che, pochi giorni dopo, è stato consegnato ai suoi nemici e messo in croce. I due momenti non sono dissociabili, come non lo sono il momento della morte in croce e quello della risurrezione. 

La prima lettura ci proietta dall’esperienza dolorosa e personale del profeta alla sofferenza redentrice di Cristo, narrata da san Marco nel lungo brano evangelico odierno con uno stile scarno e plastico e con particolari accentuazioni del carattere drammatico e sconcertante della passione di Gesù. Il racconto della passione viene interpretato come il compimento della missione storica di Gesù. Tutto il vangelo di san Marco è orientato alla passione di Gesù, a tal punto che qualcuno ha detto che questo vangelo è un racconto della passione con una lunga introduzione. Con grande consapevolezza e libertà, Gesù percorre il cammino della sua vita che ha come traguardo la morte in croce. La sua passione il Signore esteriormente l’ha subita, ma interiormente e volontariamente l’ha presa su di sé. Per lui la morte in croce non è un incidente inatteso, è una vera scelta. Questa libertà sovrana di Gesù è espressione della sua obbedienza totale al Padre. E’ ciò che ricorda san Paolo nella seconda lettura: “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”. 

Le ultime parole di Gesù sono quelle drammatiche con cui inizia il Sal 21: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Noi sappiamo che non ci sono salmi di disperazione né salmisti che credono in un vero abbandono di Dio; anzi, i salmi che esprimono la preghiera di un sofferente sono sempre colmi di fiducia, di fede e speranza. Qui è il Figlio che si lamenta e si abbandona al Padre. Come nel Getsemani, l’angoscia lo attanaglia, e come là chiede aiuto al Padre. E’ una invocazione a Dio in forma di domanda che avrà una risposta solo dopo la morte di Gesù. Il centurione che gli sta di fronte, vistolo spirare in quel modo, esclama: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”. Non sappiamo cosa il centurione pagano abbia potuto capire; nelle sue parole noi riconosciamo l’atto di fede della comunità cristiana. E’ lì e in quel momento che paradossalmente si rivela la vera identità di Gesù, e si verifica l’autenticità della fede cristiana. In questa scena si riassume quindi il percorso interiore che san Marco propone ai lettori del suo vangelo. Solo chi segue Gesù fino al luogo della crocifissione è in grado di riconoscerlo e proclamarlo Figlio di Dio. La croce è il vertice della rivelazione di Dio. E’ nel dono totale di Cristo che Dio rivela il suo amore gratuito e la strada della salvezza per ciascuno di noi.

mercoledì 21 marzo 2018

UN MODO DISTORTO DI SCRIVERE LA STORIA DELLA RIFORMA LITURGICA





Dall’ottimo Blog Sacramentum Futuri, riprendo qui sotto un testo che prova come talvolta la storia della riforma liturgica è fatta in modo distorto o, come dicevo in questo blog qualche giorno fa, in modo ideologico. Diversi decenni fa, quando insegnavo nell’Istituto “Regina Mundi” di Roma, sono stato accusato di affermare che Paolo VI svuotava la dottrina di Trento sulla presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. L’accusa era stata scritta in una lettera anonima inviata alle diverse Curie Generalizie delle Suore che avevano alunne nell’Istituto, e diceva così: “il prof. Augé afferma: Paolo VI nella "Mysterium fidei" difende certamente la dottrina del Concilio di Trento, ma la spiega con tanta cautela che perde la sua forza [gran parte delle obiezioni dei Luterani]”. La lettera anonima omettendo le parole del mio testo, qui fra parentesi e in neretto, mi faceva dire tutt’altra cosa di quanto affermavo.



A PROPOSITO DI FAKE NEWS VATICANE. sTRANE CITAZIONI, PURTROPPO, NON MANCANO


Marzo 17, 2018

Nonostante il post precedente (1) ci abbia portato alle altezze del Paradiso, siamo stati troppo presto precipitati di nuovo a livello terra terra. A malincuore e contrariati – avremmo preferito pubblicare ben altri contributi -, non possiamo esimerci di scrivere queste piccole note, in questi giorni agitati dalla polemica intorno all’ormai famigerata lettera di Benedetto XVI a mons. Viganò, lettera che sembrerebbe essere stata personale e riservata, resa pubblica parzialmente e in un contesto assai diverso. Al di là delle intenzioni, sulle quali non ci pronunciamo, si tratta comunque di una caduta di stile e di professionalità da parte di chi deve gestire il settore, così importante oggi, dell’informazione e della comunicazione.



Con queste premesse, mentre cercavamo documentazione per una questione altra, sui cui ci stiamo interrogando da qualche giorno, ci è capitato di soffermarci su testo in pdf, disponibile on line sulla piattaforma web della Fondazione Joseph Ratzinger. Si tratta di una lezione tenuta da Nicola Bux, il 3 maggio 2016, nel contesto del master «Joseph Ratzinger: studi e spiritualità», sul tema: «La riforma liturgica del Concilio Vaticano II e la sua applicazione secondo Joseph Ratzinger – Benedetto XVI» (2). Confessiamo apertamente che non abbiamo letto tutto il testo e che ne abbiamo scorso rapidamente le pagine. Un dettaglio, tuttavia, ha attirato la nostra attenzione: una citazione del famoso studio di Annibale Bugnini sulla riforma liturgica, racchiusa fra le virgolette, era riferita in nota all’edizione in lingua inglese dello stesso testo. Davvero curioso: un testo presentato in italiano (probabilmente anche pensato in italiano) ricorre, in citazione, ad una traduzione inglese di un testo pubblicato in edizione originale italiana, pur riportando nell’argomentare del discorso, una versione italiana dell’edizione inglese citata. Vedere per credere:



Di certo, oggi la liturgia si dibatte tra lo ius della Chiesa universale, negato ormai anche in linea di principio, e le richieste arbitrarie di una diocesi o di una parrocchia. Ma, pare che Annibale Bugnini ritenesse le aberrazioni secondarie: è emblematica la sua ammissione circa le responsabilità del Consilium: «ha sempre ritenuto che il modo migliore per prevenire gli abusi fosse di anticiparli piuttosto che reprimerli; di dare ai vescovi e alle conferenze episcopali mezzi adeguati per promuovere la pastorale liturgica piuttosto che inviare loro ‘decreti’ anacronistici che non sarebbero stati né applicati né eseguiti»(9)

(9) Cfr A.BUGNINI, The reform of the liturgy, 1948-1975, tr. M.O’Connell (Collegeville,MN.1990), p. 257, 486.



Con un pò di difficoltà (i due numeri di pagina indicati lascerebbero pensare ad un testo articolato, estrapolato da due passaggi diversi e piuttosto lontani fra loro; non parrebbe così, da quanto ci risulta) siamo riusciti a ritrovare il paragrafo citato da Bux nell’edizione originale: esso suona in modo decisamente diverso:

In termini generali, la Congregazione per il Culto Divino prese sul serio, e non in senso meramente oratorio, meno ancora pletorico o opportunistico, il compito assegnatole da Paolo VI nell’ottobre 1966: «impedire gli abusi, stimolare i ritardatari e i renitenti, risvegliare energie, favorire buone iniziative». E per impedire gli abusi ha sempre creduto che il mezzo migliore fosse quello di prevenirli, più che respingerli; di dare ai vescovi e alle Conferenze episcopali i mezzi adeguati per promuovere la pastorale liturgica, più che inviare anacronistici “verdetti”, né ascoltati né seguiti (3).



Come si vede, innanzitutto il soggetto della frase citata da Bux non era il Consilium ma la Congregazione per il Culto Divino, nel cui organigramma il Consilium fu inquadrato in una fase della sua attività; i due soggetti non coincidevano. La generalizzazione che Bux compie si potrebbe pure tollerare, capendone il senso. Ciò che invece appare assai più grave l’alterazione dei tre verbi: dove nel testo originale abbiamo impedire, prevenire e respingere, nel testo di Bux troviamo rispettivamente prevenire, anticipare, reprimere. In tal modo, si insinua che grazie a Bugnini gli abusi fossero tollerati al punto da essere addirittura, in un certo senso, assecondati o, peggio, suggeriti: nel contesto del paragrafo il senso di prevenire pare discostarsi dall’impedire originale, così come l’anticipare dal prevenire (4). Non sarebbe stato meglio citare il testo originale? Certo, esso non era così funzionale all’intenzione dell’autore, che pare voler attribuire al Bugnini, che di colpe ne avrà avute sicuramente nel corso della sua vita, la responsabilità di aver aperto la porta ai fenomeni di cui siamo oggi tutti testimoni. Non neghiamo certamente –  lo sperimentiamo frequentemente anche in diverse parrocchie romane – che ci troviamo di fronte ad abusi ripetuti ed anche gravi (talora è più grave l’ignoranza che la disobbedienza), ma le questioni sono assai più complesse.

Non si può pensare di liquidare il problema con una citazione scopiazzata, e per giunta in modo maldestro.




(1) Si trattava della canonizzazione di Paolo VI (qui).

(2) Cf. qui e qui.

(3) A. Bugnini, La riforma liturgica (1948-1975) («Bibliotheca Ephemerides Liturgicae» «Subsidia» 30), Roma 1997², 480.                                             
(4) Appena dopo la citazione, Bux aggiunge: «La linea-guida di quell’organismo era che, tollerando ufficialmente gli abusi, questi avrebbero cessato d’essere tali».