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venerdì 27 maggio 2022

ASCENSIONE DEL SIGNORE (C) – 29 Maggio 2022 Messa del giorno

 


 

 

At 1,1-11; Sal 46; Eb 9,24-28; 10,19-23; Lc 24,46-53

 

 

Il racconto dell’evento dell’Ascensione del Signore è affidato alla prima lettura, costituita dai versetti iniziali degli Atti degli Apostoli. L’Ascensione è presentata da san Luca come un distacco, una separazione di Gesù dai suoi. Ma si tratta di un distacco che prelude a una forma di presenza diversa, nuova di Gesù presso i suoi. D’altra parte, la preoccupazione maggiore dei brani della Scrittura che vengono proposti oggi alla nostra attenzione è di dare indicazioni sul senso del tempo che noi stiamo vivendo dopo l’evento dell’Ascensione del Signore e in attesa di ricongiungerci con lui alla destra del Padre: “viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro Capo, nella gloria” (orazione colletta).

 

Il brano della lettera agli Ebrei della seconda lettura parla della speranza che l’Ascensione di Cristo ha inaugurato per tutti noi. Cristo è entrato nel cielo, “per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore”. La solennità dell’Ascensione è certamente un invito a guardare in alto e lontano, oltre le lotte e i limiti del tempo presente, ma non certo per restare inoperosi nella contemplazione di quel mondo che è oltre il tempo e lo spazio. Il “cielo” è una nostalgia giusta, una promessa sicura, perché Cristo lo ha reso accessibile, ma non per questo deve far dimenticare il cammino che dobbiamo percorrere perché diventi una concreta realtà per tutti noi. Il cielo diventerebbe alienazione e inganno se ci distogliesse dalle sue premesse nella storia, dai nostri compiti attuali. Il messaggio cristiano non è da intendersi come evasione religiosa, disimpegno del quotidiano, fuga dalla realtà. Il messaggio cristiano è un lievito che deve trasformare la realtà quotidiana indirizzandola verso il traguardo di Dio. Un impegno nel quotidiano quindi, che va vissuto nella speranza del traguardo definitivo: “Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza”. Gesù congedandosi dei discepoli, li promette il dono dello Spirito e li invia ad annunciare la buona novella a tutte le genti. Non è indifferente che il breve brano del vangelo d’oggi sottolinei che dopo l’Ascensione del Signore, i discepoli “tornarono a Gerusalemme con grande gioia”. E’ il ritorno al quotidiano sorretti dalla speranza, che trova il suo fondamento nella natura umana di Cristo che è stata glorificata.

 

In sintesi, possiamo dire che il mistero dell’Ascensione consiste nell’indicare il recupero da parte di Gesù della sua dimensione divina che gli è propria. Ma consiste altresì nel rivelare l’azione che, adesso, Gesù al cospetto di Dio suo Padre svolge in nostro favore mediante lo Spirito Santo che ci ha donato. Il Signore Gesù continua quindi ad essere misteriosamente presente in mezzo a noi mediante il suo Spirito che ci è di guida nel cammino che conduce al traguardo. L’Ascensione più che un invito a evadere dalla terra è un invito ad assumerla come luogo di salvezza, dove già risplende, sia pure parzialmente, la luce dei “cieli nuovi” e della “terra nuova”. Ancorata al presente e al suo impegno nel mondo, la Chiesa non deve svanire verso illusioni, verso spiritualismi senza corpo. I segni di questa visione di speranza e di realismo devono manifestarsi attraverso una testimonianza cristiana coerente.

 

 

domenica 22 maggio 2022

PREGARE HA SENSO?

 



 

Christoph Böttigheimer, (In)sensatezza della preghiera. Alla ricerca di una ragionevole responsabilità (Giornale di teologia 440), Queriniana, Brescia 2022. 249 pp. (€ 26,00).

Perché chiedere, e perché chiedere a Dio? Tra l’atto della fede e il contenuto della fede esiste una imprescindibile reciprocità. Le questioni che ne emergono vengono qui dibattute focalizzandosi sulla preghiera di domanda.

Il libro evidenzia le obiezioni della filosofia, delle scienze naturali e della teologia alle preghiere che esprimono richiesta o supplica, intercessione o invocazione, e cerca di trovare una loro legittimazione razionale.

Nel far diventare la supplica a Dio un tema del pensiero, il teologo Böttigheimer tratta altresì questioni fondamentali della fede nel Dio cristiano e – alternando domande a tentativi di risposta – offre in chiave critica una chiarificazione di alcuni concetti correnti sulla natura del divino. A conferma che nella preghiera si acquista consapevolezza delle sfide e degli interrogativi del credere. Fino ad esclamare con Karl Rahner: “Credo perché prego!”

(Quarta di copertina)

 

venerdì 20 maggio 2022

DOMENICA VI DI PASQUA (C) – 22 Maggio 2022

 



 

 

At 15,1-2.22-29; Sal 66; Ap 21,10-14.22-23; Gv 14,23-29

 

 

La prima lettura descrive un momento importante della vita della prima comunità cristiana. I dissensi sorti tra gli apostoli sul modo di procedere con i convertiti dal paganesimo si acuiscono a tal punto che devono essere risolti in un’assemblea che di fatto è stato il primo concilio ecumenico della Chiesa. Radunati a Gerusalemme, gli apostoli trovano un accordo su che cosa si debba imporre ai neoconvertiti dal paganesimo. A noi interessa non tanto la problematica specifica che era in discussione in quel dato momento quanto ciò che il fatto significa. Si tratta della Chiesa terrena che, nata da poco, si confronta con le diverse opinioni sorte nel suo interno, discute i suoi problemi, si dà delle norme e in questo modo si consolida nelle sue strutture. Accanto a questo quadro, la seconda lettura presenta uno squarcio profetico-simbolico della città futura, la Gerusalemme celeste, immagine della Chiesa celeste in cui non ci sono più divisioni e non c’è più bisogno di strutture e di mediazioni, neppure di quelle sacre come il tempio e la fede, “perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello”.

 

Le due città sono assai diverse. Nella città terrena ci sono i contrasti, le divisioni, il bisogno di confrontarsi e di costruire il consenso talvolta con fatica. La città celeste è invece tutta compatta, unita. Ecco perché la città terrena con le sue strutture, i suoi monumenti e i suoi templi è destinata a perire. Tuttavia, come abbiamo visto la domenica scorsa, la città celeste pur essendo eterna affonda le sue radici nella fragilità della città terrena. Tra le due città c’è corrispondenza e coerenza. Ce lo ricorda il brano evangelico. Mentre sta per lasciare i discepoli, Gesù promette di inviare ad essi lo Spirito Santo: “… egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”. Compito dello Spirito è dunque “insegnare e ricordare” tutto ciò che il Cristo ha detto: non un ricordo ripetitivo, ma un ricordo di approfondimento, creatore di nuovi sviluppi e di rinnovate applicazioni nella fedeltà all’unica esperienza salvifica realizzatasi in Cristo. E’ quindi lo Spirito che ci guida verso la città celeste, è lui a garantire il cammino nella storia della comunità terrena dei discepoli di Gesù. Vediamo infatti che gli apostoli radunati a Gerusalemme in assemblea hanno la consapevolezza di prendere le loro decisioni guidati dallo Spirito: “E’ parso benne allo Spirito Santo e a noi…” Grazie allo Spirito, le diverse componenti del cristianesimo primitivo riunite a Gerusalemme risolvono uno spinoso problema che stava producendo tensioni e divisioni.  

 

Vicini alla Pentecoste, siamo invitati a riflettere sulla presenza dello Spirito Santo nella vita della Chiesa. E’ lo Spirito che dà slancio alla Chiesa terrena e la indirizza verso i valori definitivi della città celeste. Dimentichi dell’azione dello Spirito, siamo talvolta tentati di banalizzare la vita cristiana riducendola a formule e leggi. La liturgia d’oggi ci ricorda invece che Dio si comunica al mondo solo nell’amore e nell’adempimento della parola di Gesù (cf. canto al vangelo e antif. alla comunione), interpretata però con la luce dello Spirito Santo. Ecco quindi che la città di Dio si realizza nel presente mediante la realtà dell’amore cristiano e per opera dello Spirito Santo. Senza l’azione interiore e nascosta dello Spirito, la Chiesa rischia di essere un raduno di militanti, più che comunione di discepoli.

 

domenica 15 maggio 2022

LITURGIA COME RELAZIONE

 



Francesco Zucchelli, Liturgia come relazione. Teologia liturgica nell’opera anglicana di John Henry Newman (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” – “Subsidia” 202), CLV Edizioni Liturgiche, Roma 2022. 190 pp. (€ 22,00).

 

L’Autore afferma che dal discorso intorno al primato della verità, emerge forse la prospettiva più significativa del suo lavoro: quella che lega alcune intuizioni di Newman a Romano Guardini. Quest’ultimo, già a partire dagli anni della formazione, era entrato in contatto con le opere dell’oratoriano inglese e conosceva bene il suo pensiero. Quando nello Spirito della Liturgia, egli parla del primato del logos sull’ethos, non fa altro che ripercorrere ciò che Newman aveva riscontrato e descritto nel secolo precedente, ovvero il pericolo di una autoreferenzialità che rischiava di travisare e tradire quella necessaria apertura al mistero con la quale si afferma il primato di Dio e sulla quale si fonda e resta stabile la liturgia (cf. le Conclusioni, p. 172).

venerdì 13 maggio 2022

DOMENICA V DI PASQUA (C) – 15 Maggio 2022

 

 


At 14,21b-27; Sal 144; Ap 21,1-5°; Gv 13,31-33a.34-35

 

Il Sal 144, da cui è tratto il salmo responsoriale, è una celebrazione solenne della regalità di Dio, che viene proclamata non solo dai suoi fedeli, ma da tutte le creature che narrano i suoi prodigi e la sua splendida gloria. Lode, ringraziamento, fiducia si fondono in questo inno di lode a Jahvé re amoroso e tenero nei confronti delle sue creature. Nel Tempo di Pasqua, la Chiesa non si sazia di esaltare la grandezza del suo Signore risorto e di proclamare le meraviglie e i prodigi da lui compiuti per la nostra salvezza.

 

Il Tempo di Pasqua è un tempo di rinascita della vita. Perciò si addice a questo periodo dell’anno la riflessione sulla novità cristiana. Questo potrebbe essere l’argomento unificatore delle tre letture bibliche proclamate oggi. La prima lettura parla delle nuove comunità di cristiani, le prime che sotto l’azione dello Spirito e per mezzo della predicazione di san Paolo e san Barnaba sorgono al di fuori del mondo strettamente ebraico. Il brano evangelico ricorda che queste e le altre comunità cristiane sono chiamate ad esprimere il comandamento nuovo dell’amore vicendevole. La seconda lettura ci rivela una umanità trasfigurata, la comunità futura, in cui la novità cristiana sarà pienamente realizzata, una comunità in cui “non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno”. Bandito tutto ciò che di negativo avvilisce la vita umana, si apre il rinnovamento messianico in una comunione faccia a faccia con Dio, in una pienezza di vita individuale e comunitaria. La comunità presente e quella futura sono, però, raccordate da un dato comune, l’amore, di cui ci parla Gesù nel brano evangelico. Si diventa cittadini della città futura in forza dell’amore. E’ per questo che la Gerusalemme celeste ci viene presentata anche sotto il simbolo della “sposa”.  

 

Il vangelo ci propone la prima parte dei “discorsi di addio” di Gesù, in cui egli, come un padre che sta per lasciare i suoi figli, trasmette ai discepoli la sua eredità: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi…”. La vera novità di questo comandamento non è nell’ “amatevi”, ma nel “come io ho amato voi”. L’amore di Gesù per noi è motivo e misura del nostro amore per i fratelli e sorelle. La realizzazione concreta del precetto dell’amore è la comunione, la comunità. Solo allora le parole di Gesù “amatevi gli uni gli altri” cessano di essere una espressione astratta. Possiamo affermare che la qualità del nostro amore è da ricercare nella capacità che noi abbiamo di condividere la nostra vita con quella dei nostri fratelli e sorelle, nella capacità cioè di creare comunione. L’amore di carità però non ha confini e va vissuto con i vicini e i lontani.

 

In ogni caso, però, bisognerà aver presente che la comunità cristiana continua a vivere nella storia e della storia continua a soffrire tutti i limiti e le ambiguità. Il nostro amore su questa terra resterà sempre peccatore, le nostre comunità imperfette. L’amore in questo mondo ha una sua fragilità e un suo limite intrinseci. E’ necessaria quindi la costanza nel percorrere gli ideali sublimi che ci vengono proposti dalle parole di Gesù. Ma è necessaria anche la speranza affinché non si spenga nel nostro cuore il desiderio di un amore vero, pieno e generoso. Solo così avremo un forte incentivo per crescere giorno dopo giorno nel dono di noi stessi agli altri. La dimensione più evidente dell’eucaristia è quella del convito, aspetto che ben esprime il rapporto di comunione che Dio vuole stabilire con noi e che noi stessi dobbiamo sviluppare vicendevolmente.

 


lunedì 9 maggio 2022

 




DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI DOCENTI E AGLI STUDENTI DEL PONTIFICIO ISTITUTO LITURGICO

Sala del Concistoro
Sabato, 7 maggio 2022

[Multimedia]


 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Grazie, Padre Abate Primate, per la sua introduzione. È migliorato l’italiano! Va bene. Saluto il Padre Rettore, il Padre Preside, i Professori, e tutti voi, cari studenti ed ex-studenti del Pontificio Istituto Liturgico.

Sono contento di ricevervi in occasione del 60° anniversario della sua fondazione. Essa avvenne come risposta alla crescente necessità del Popolo di Dio di vivere e partecipare più intensamente alla vita liturgica della Chiesa; esigenza che trovò nel Concilio Vaticano II la verifica illuminante con la Costituzione Sacrosanctum Concilium. Ormai, la dedizione della vostra istituzione allo studio della liturgia è ben riconosciuta. Esperti formati nelle vostre aule promuovono la vita liturgica di molte diocesi, in contesti culturali assai diversi.

Tre dimensioni emergono chiaramente dalla spinta conciliare al rinnovamento della vita liturgica. La prima è la partecipazione attiva e fruttuosa alla liturgia; la seconda è la comunione ecclesiale animata dalla celebrazione dell’Eucaristia e dei Sacramenti della Chiesa; e la terza è l’impulso alla missione evangelizzatrice a partire dalla vita liturgica che coinvolge tutti i battezzati. Il Pontificio Istituto Liturgico è al servizio di questa triplice esigenza.

Anzitutto la formazione a vivere e promuovere la partecipazione attiva nella vita liturgica. Lo studio approfondito e scientifico della Liturgia vi deve spingere a favorire, come voleva il Concilio, questa dimensione fondamentale della vita cristiana. La chiave, qui, è educare le persone a entrare nello spirito della liturgia. E per saperlo fare è necessario essere impregnati di questo spirito. Al Sant’Anselmo, vorrei dire, dovrebbe succedere questo: impregnarsi dello spirito della liturgia, sentirne il mistero, con stupore sempre nuovo. La liturgia non si possiede, no, non è un mestiere: la liturgia si impara, la liturgia si celebra. Arrivare a questo atteggiamento di celebrare la liturgia. E si partecipa attivamente solo nella misura in cui si entra in questo spirito di celebrazione. Non è questione di riti, è il mistero di Cristo, che una volta per sempre ha rivelato e compiuto il sacro, il sacrificio e il sacerdozio. Il culto in spirito e verità. Tutto questo, nel vostro Istituto, va meditato, assimilato, direi “respirato”. Alla scuola delle Scritture, dei Padri, della Tradizione, dei Santi. Solo così la partecipazione può tradursi in un più grande senso della Chiesa, che faccia vivere evangelicamente in ogni tempo e in ogni circostanza. E anche questo atteggiamento di celebrare subisce delle tentazioni. Su questo vorrei sottolineare il pericolo, la tentazione del formalismo liturgico: andare dietro a forme, alle formalità più che alla realtà, come oggi vediamo in quei movimenti che cercano un po’ di andare indietro e negano proprio il Concilio Vaticano II. Allora la celebrazione è recitazione, è una cosa senza vita, senza gioia.

La vostra dedizione allo studio liturgico, da parte sia dei professori sia degli studenti, vi fa crescere inoltre nella comunione ecclesiale. La vita liturgica, infatti, ci apre all’altro, al più vicino e al più lontano dalla Chiesa, nella comune appartenenza a Cristo. Rendere gloria a Dio nella liturgia trova il suo riscontro nell’amore verso il prossimo, nell’impegno di vivere da fratelli nelle situazioni quotidiane, nella comunità in cui mi trovo, con i suoi pregi e i suoi limiti. È questa la strada della vera santificazione. Perciò, la formazione del Popolo di Dio è un compito fondamentale per vivere una vita liturgica pienamente ecclesiale.

E il terzo aspetto. Ogni celebrazione liturgica si conclude sempre con la missione. Ciò che viviamo e celebriamo ci porta a uscire incontro agli altri, incontro al mondo che ci circonda, incontro alle gioie e alle necessità di tanti che forse vivono senza conoscere il dono di Dio. La genuina vita liturgica, specialmente l’Eucaristia, ci spinge sempre alla carità, che è anzitutto apertura e attenzione all’altro. Tale atteggiamento sempre comincia e si fonda nella preghiera, in particolare nella preghiera liturgica. E questa dimensione ci apre anche al dialogo, all’incontro, allo spirito ecumenico, all’accoglienza.

Mi sono soffermato brevemente su queste tre dimensioni fondamentali. Sottolineo ancora che la vita liturgica, e lo studio di essa, deve condurre a una maggiore unità ecclesiale, non alla divisione. Quando la vita liturgica è un po’ bandiera di divisione, c’è l’odore del diavolo lì dentro, l’ingannatore. Non è possibile rendere culto a Dio e allo stesso tempo fare della liturgia un campo di battaglia per questioni che non sono essenziali, anzi, per questioni superate e per prendere posizione, a partire dalla liturgia, con ideologie che dividono la Chiesa. Il Vangelo e la Tradizione della Chiesa ci chiamano ad essere saldamente uniti sull’essenziale, e a condividere le legittime differenze nell’armonia dello Spirito. Perciò il Concilio ha voluto preparare con abbondanza la mensa della Parola di Dio e dell’Eucaristia, per rendere possibile la presenza di Dio in mezzo al suo Popolo. Così la Chiesa, mediante la preghiera liturgica, prolunga l’opera di Cristo in mezzo agli uomini e alle donne di ogni tempo, e anche in mezzo al creato, dispensando la grazia della sua presenza sacramentale. La liturgia si deve studiare restando fedeli a questo mistero della Chiesa.

È vero che ogni riforma crea delle resistenze. Io mi ricordo, ero ragazzo, quando Pio XII cominciò con la prima riforma liturgica, la prima: si può bere acqua prima della comunione, digiuno di un’ora… “Ma questo è contro la santità dell’Eucaristia!”, si stracciavano le vesti. Poi, la Messa vespertina: “Ma, come mai, la Messa è al mattino!”. Poi, la riforma del Triduo pasquale: “Ma come, il sabato deve risorgere il Signore, adesso lo rimandano alla domenica, al sabato sera, la domenica non suonano le campane… E le dodici profezie dove vanno?”. Tutte queste cose scandalizzavano le mentalità chiuse. Succede anche oggi. Anzi, queste mentalità chiuse usano schemi liturgici per difendere il proprio punto di vista. Usare la liturgia: questo è il dramma che stiamo vivendo in gruppi ecclesiali che si allontanano dalla Chiesa, mettono in questione il Concilio, l’autorità dei vescovi…, per conservare la tradizione. E si usa la liturgia, per questo.

Le sfide del nostro mondo e del momento presente sono molto forti. La Chiesa ha bisogno oggi come sempre di vivere della liturgia. I Padri Conciliari hanno fatto un grande lavoro perché così fosse. Noi dobbiamo continuare questo compito di formare alla liturgia per essere formati dalla liturgia. La Santa Vergine Maria insieme agli Apostoli pregavano, spezzavano il Pane e vivevano la carità con tutti. Per loro intercessione, la liturgia della Chiesa renda presente oggi e sempre questo modello di vita cristiana.

Vi ringrazio del servizio che rendete alla Chiesa e vi incoraggio a portarlo avanti nella letizia dello Spirito. Vi benedico di cuore. E vi chiedo per favore di pregare per me. Grazie.



Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana

 

domenica 8 maggio 2022

L’ASSEMBLEA CELEBRANTE




 

Pilar Río (ed.), Il Mysterium dell’assemblea. Alla radice di un problema attuale (Biblioteca di Iniziazione alla Liturgia 9), EDUSC, Roma 2022. 170 pp. (18 €).

 

Jaume González Padrós, Martimort dà voce all’assemblea.

Matias Augé, Numquam omisit Ecclesia quin in unum conveniret ad Paschale Mysterium celebrandum (SC 6).

Pilar Río, La dimensione escatologica dell’assemblea liturgica. Una finestra sulla visione conciliare.

Vincenzo Pierri, Il Mysterium dell’assemblea è tutto nel Mysterium Ecclesiae.

Juan Riego, Il carattere sacramentale e la strutturazione dell’assemblea liturgica nella Costituzione Sacrosanctum Concilium.

Daniela Del Gaudio, L’assemblea liturgica come esercizio del sacerdozio di Cristo nel pensiero di Edith Stein.

Mark Morozowich, The Assembly in the Byzantine Anaphora of St. John Chrysostom.

Fernando López Arias, La forma dell’assemblea liturgica e il Concilio Vaticano II. Un approccio attraverso la normativa ecclesiale (1949-1969).

  

venerdì 6 maggio 2022

DOMENICA IV DI PASQUA (C) – 08 Maggio 2022

 



 

At 13,14.43-52; Sal 99; Ap 7,9.14b-17; Gv 10,27-30

         

Il Sal 99, da cui è tratto il salmo responsoriale, veniva, probabilmente, cantato mentre il popolo eletto entrava nel tempio durante le grandi solennità. Con questo inno Israele proclama la sua fede nel Signore “buono” il cui amore è eterno e riafferma la sua coscienza di essere il popolo dell’alleanza, legato da un rapporto intenso e personale col suo Dio. Sullo sfondo di questo testo, si può leggere tutta la storia di Israele. La bontà e la fedeltà di Dio si sono manifestate pienamente in Cristo, ed egli, nostro pastore, con la morte e risurrezione, ci ha fatto “suo popolo e gregge del suo pascolo”. Cristo è il pastore che porta ai pascoli della vita. E’ su questa immagine che insiste particolarmente la liturgia odierna.

 

Nel brano evangelico, Gesù si presenta come il vero pastore dell’umanità, che stabilisce uno stretto rapporto di conoscenza  o esperienza, di unione e intimità con l’uomo, lo guida e lo conduce alla vita eterna. La seconda lettura ci riporta alla fase finale del regno, a quella celeste, quando il gregge di Cristo avrà già raggiunto i pascoli eterni e sarà una moltitudine immensa, che nessuno può contare; l’Agnello immolato e vittorioso sarà il loro pastore e tergerà ogni lacrima dai loro occhi. Nel frattempo, la Chiesa, seguendo l’esempio degli apostoli (cf. prima lettura), continua ad annunciare a tutte le genti “sino all’estremità della terra” la salvezza in Cristo. 

 

Per meglio capire le parole di Gesù che si presenta come buon pastore, bisogna tener conto del contesto più generale in cui egli ha fatto questa affermazione. Con l’immagine del buon pastore, Gesù intende rispondere in qualche modo a coloro che gli chiedono insistentemente se sia lui il Messia. Per i suoi interlocutori il Messia era considerato perlopiù una sorta di figura politica, un personaggio di potere. Il Signore invece scegliendo l’immagine del buon pastore rivela in quale altro modo inatteso egli sia il Messia. Egli non avanza pretesa alcuna di dominio sull’uomo, ma solo una proposta di amore e di servizio che arriva fino al dono della vita.

 

Il Figlio di Dio, facendosi uomo, si è avvicinato ad ogni uomo, lo ha chiamato per nome, lo ha amato con cuore di uomo fino a dare la propria vita per quest’uomo. Quando Gesù dice: “Io dò loro la vita eterna” non parla di qualcosa di esterno. La “vita eterna” nel vocabolario di Giovanni è semplicemente un sinonimo di “vita divina”, quindi di partecipazione alla stessa esistenza del Pastore. Possiamo ricordare al riguardo una ardita affermazione di sant’Agostino: quando egli intende esprimere il mistero di comunione che si stabilisce tra Dio e l’uomo redento, afferma con una bellissima espressione che Dio è “più intimo a me di me stesso”. Scoprendoci nel cuore di Dio, smetteremo di restare ripiegati sulle nostre piccole paure.

 

Gesù afferma che egli “conosce” le sue pecorelle, cioè Gesù entra nella profondità personale della creatura amata che gli risponde con l’ascolto e l’adesione della fede. Infatti, “ascoltare” è per l’uomo apertura esistenziale all’altro, è attenzione alla sua persona prima ancora che alle sue parole. Un uomo o una donna che non ascoltano, che non sono disposti ad aprirsi e a ricevere nulla dagli altri, non saranno in grado poi di comunicare, di dare qualcosa agli altri. La domenica del buon pastore ci riporta ai pastori della Chiesa. Il Signore chiama, ha bisogno di uomini e donne che si dedichino in modo particolare all’annuncio del vangelo radunando la comunità attorno alla mensa della Parola e dell’Eucaristia e donando a piene mani il perdono e la tenerezza di Dio.

domenica 1 maggio 2022

Sal 130 (131) Confidare in Dio come il bimbo nella madre

 



1 Canto delle salite. Di Davide.
Signore, non si esalta il mio cuore
né i miei occhi guardano in alto;
non vado cercando cose grandi
né meraviglie più alte di me.
2 Io invece resto quieto e sereno:
come un bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è in me l'anima mia.
3 Israele attenda il Signore,
da ora e per sempre.

 

La Liturgia delle Ore propone il Sal 130 nell’Ufficio delle letture del sabato della prima settimana (nel Tempo ordinario) e nei Vespri del martedì della terza settimana. Come sottotitolo si cita Mt 11,29: Imparate da me che sono mite ed umile di cuore.

Il salmo viene chiamato “canto delle salite” (v. 1). Era, infatti, cantato dai pellegrini quando salivano verso Gerusalemme. Un testo breve, che esprime una profonda fiducia in Dio, Considerato da molti biblisti il poema più bello dell’intero Salterio, uno dei più preziosi nel cammino della nostra ascensione spirituale. L’orante non sollecita nulla, esprime soltanto la sua grande fiducia in Dio.

Il v.1, costruito mediante una triplice antitesi, descrive l’opposto alla fiducia in Dio, cioè l’atteggiamento orgoglioso del superbo: un cuore che si esalta, occhi altezzosi che guardano gli altri assumendo atteggiamenti di superiorità, piedi che camminano alla ricerca di cose grandi, superiori alle proprie forze. In questo primo versetto c’è un’ammonizione ai presuntuosi che vanno dietro a sogni o progetti troppo grandi, che frequentemente sono immaginazioni fantasiose della loro mente. Concetti simili troviamo in altri libri dell’Antico Testamento. Così, ad esempio, Geremia rimprovera, in nome di Dio, il suo collaboratore Baruc: “Dice il Signore: Ecco io abbatto ciò che ho edificato e sradico ciò che ho piantato; così per  tutta la terra. E tu vai cercando grandi cose per te? Non cercarle, poiché io manderò la sventura su ogni uomo. Oracolo del Signore. A te farò dono della tua vita come bottino, in tutti i luoghi dove tu andrai”  (Ger 45, 4-5). E nello stesso Salterio, l’autore del Sal 17 (18) è consapevole che il Signore “salva il popolo dei poveri, ma abbassa gli occhi dei superbi” (v. 28).

Possiamo interpretare questo primo versetto come una specie di confessione che il salmista fa dinanzi al Signore di quei sentimenti che talvolta si impadroniscono della sua mente e che egli riconosce come qualcosa che va rifiutato. Questa confessione sarebe incompleta senza il v. 2. Dopo il cuore, gli occhi e i piedi, si fa riferimento alla persona umana come un essere di desideri ed emozioni per esprimere in forma positiva l’atteggiamente profondo dell’orante dinanzi al suo Dio: egli si sente sicuro nelle braccia del Signore come un bambino piccolo si può sentire sicuro nelle braccia di sua madre. Il salmista non si considera solo un bambino piccolo; il testo originale si può tradurre “un bimbo appena svezzato”, di due o tre anni. In questo caso, il bambino non vede sua madre solo come fonte di nutrimento, ma instaura con essa un rapporto più consapevole di affetto e d’intimità. Con questa immagine materna si parla di Dio, secondo le modalità con cui Egli si ci rivela nella Sacra Scrittura: “Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia” (Os 11,4), parole indirizzate ai figli d’Israele che il profeta pone nella bocca di Dio. Anche altri profeti, come Isaia, si esprimono in modo simile: “Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati” (Is 66,13). In risposta a questo rivelarsi materno di Dio, il credente vive con gioia il presente senza fare piani e progetti a lunga scadenza, saddisfato di accogliere nella pace il dono di Dio.

Qualcuno potrebbe sospettare che questo salmo descriva una situazione idilliaca, frutto della fantasia, qualcosa impossibile di essere vissuto in questo mondo e, quindi, illusorio ed egoista. Questa interpretazione è smentita dalla parte finale del salmo, il v. 3. Qui il testo passa dal singolare al plurale, ossia alla comunità: “Israele attenda il Signore, da ora e per sempre”. Con questa esortazione, l’orante si pone in un atteggiamento di attesa, a cui invita l’intero popolo credente. Alla luce della presenza e del contesto in cui si adopera il verbo attendere/sperare nel Salterio, si può affermare che il Sal 130 descrive una situazione in cui l’abbandono e la fiducia sono passati attraverso il vaglio della prova e della sofferenza, ossia della vita concreta e reale. Possiamo spingerci oltre. Sperare nel Signore significa anche ridimensionare, purificare e semplificare altre molte attese che si annidano nel nostro cuore.

Troviamo frequentemente nei commenti moderni la lettura del Sal 130 in chiave di elogio dell’umiltà. Lettura fondata su un’ampia base di interpretazioni antiche. Si tratta, quindi, di una interpretazione tradizionale del salmo. Nel testo del nostro salmo, l’umiltà è in rapporto con la figura del bambino, ossia dell’infanzia. Lo stesso Gesù ha adoperato più volte questa immagine come esempio di umiltà. San Matteo ci racconta che in una certa occasione i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli domandarono chi era il più grande nel regno dei cieli? Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli” (Mt 18,3-4; Mc 10,15; Lc 10,21). Lo stesso Gesù si presenta come colui che “non è venuto a farsi servire, ma per servire…” (Mt 20,28). E la lettera ai Filippesi ci invita ad avere gli stessi sentimenti di Cristo Gesù, che “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo” (Fil 2,6-7). Anche Maria, la madre di Gesù, si dichiara “la serva del Signore” (Lc 1,38).

Su questi e altri testi simili è fondato il chiamato “cammino dell’infanzia spirituale” di santa Teresa del Bambin Gesù. Secondo la santa di Lisieux, la santità non consiste in tale o quale pratica; consiste in una disposizione del cuore che ci rende umili e piccoli nelle mani di Dio, consapevoli della nostra debolezza e pienamente fiduciosi nella bontà del Padre. Il cammino dell’infanzia spirituale condurrà questa santa alle più alte esperienze mistiche con un profondo senso di abbandono e di speranza in Dio. Santa Bernardette, contemporanea di Teresa, diceva semplicemente: “Amo tutto ciò che è piccolo”.

È evidente che né il salmo, né Gesù, ne santa Teresa ci invitano ad un cammino di regressione psicologica, a negare il cammino di maturazione umana percorso, o a tornare indietro ad una mitica, inesistente innocenza infantile. Colui che intende in questo modo l’infanzia spirituale, oltre ad assumere atteggiamenti fisici e spirituali ridicolmente infantili, va incontro ad un rischio che con grande acutezza ha evidenziato sant’Agostino commentando proprio il salmo 130: “C’è della gente che, ascoltando discorsi sull’obbligo dell’umiltà, si deprimono e rifiutano d’imparare anche le cose più elementari, convinti che, se progrediranno nella scienza diverranno per forza superbi: per cui rimangono sempre al livello del latte. Per costoro c’è un rimprovero nella [stessa] Scrittura, là dove si dice: Vi siete costretti ad avere bisogno di latte invece del cibo solido (Eb 5,12)Difatti, se Dio vuole che ci nutriamo di latte, non è perché rimaniamo sempre bisognosi di latte ma perché, nutriti di latte, cresciamo fino a renderci capaci di cibo solido”.

Si tratta, quindi, di un atteggiamento che possiamo chiamare di “infanzia matura” (il contrario di tante maturità secondo il registro civile, che sono invece vissute in modo infantile). Si tratta di avere un atteggiamento di sorpresa, di stupore: lo stupore del bambino è il motore interno che in modo naturale lo conduce a scoprire il mondo che lo circonda; un atteggiamento di fiducia nella sincerità e bontà delle azioni umane. È così che si dimostra di essere maturi, senza cadere nell’orgoglio e nell’arroganza, perché si ha imparato a non avere potere sugli altri, a conservare un atteggiamento di apertura e una posizione di ascolto. In poche parole, possiamo riassumere dicendo con san Paolo: “Siate sottomessi gli uni agli altri” (Ef 5, 21). Essere capaci di questa sottomissione significa essere maturi senza esaltarsi, conservando lo stupore dei bambini, lo stupore tranquillo e pacifico di colui che gode del presente come di un dono del Signore sempre rinnovato. Platone diceva che il principio della filosofia, dell’amore per la sapienza, non è altro che lo stupore; lo stupore di colui che ogni giorno accetta di essere svezzato dalla durezza della vita senza perdere la fiducia in Dio, ossia di colui che dinanzi alle prove della vita riposa tranquillo e fiducioso nelle braccia del Signore.

 

Preghiera:

Donaci, Signore, di accettarci come tu stesso ci accetti, con i nostri limiti e le nostre debolezze; e di seguirti in umiltà di cuore con la semplicità e la serenità dei fanciulli.

 

Bibliografia: Spirito Rinaudo, I salmi preghiera di Cristo e della Chiesa, Elle Di Ci, Torino-Leumann 1973; David M. Turoldo – Gianfranco Ravasi, “Lungo i fiumi… I Salmi. Traduzione poetica e commento, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1987; Angel Aparicio – José Cristo Rey García, I Salmi preghiera della comunità. Per celebrare la Liturgia delle Ore, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1995; Vincenzo Scippa, Salmi, volume 1. Introduzione e commento, Messaggero, Padova 2002; Ludwig Monti, I salmi: preghiera e vita, Qiqajon, Comunità di Bose 2018; Temper Longman III, I salmi. Introduzione e commento, Edizioni GBU, Chieti 2018; Vincenzo Bonato, I Salmi. Pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l’intelligenza, Edizioni San Lorenzo, Reggio Emilia 2021.

venerdì 29 aprile 2022

DOMENICA III DI PASQUA (C) – 1 Maggio 2022

 



 

At 5,27b-32.40b-41; Sal 29; Ap 5,11-14; Gv 21,1-19

                  

Per cogliere in modo unitario il messaggio delle tre letture odierne, partiamo dal vangelo, dove vediamo che Pietro, riabilitato e confortato dalla presenza e dalle parole del Risorto, riscopre la sua vocazione di “pastore”. Il brano degli Atti (prima lettura) ci racconta come gli apostoli ritornano a predicare con gioia Cristo risorto nonostante gli insuccessi e le ripetute proibizioni del Sinedrio. Finalmente il brano dell’Apocalisse (seconda lettura) ci rassicura che Cristo ha riportato la vittoria sulla morte ed ora riceve la lode di tutte le creature. Niente ci deve quindi scoraggiare dal servizio al vangelo: né le difficoltà della fede né la persecuzione.

 

La predicazione apostolica produce l’immancabile reazione del Sinedrio, al tempo autorità religiosa e anche politica. Imprigionati e miracolosamente liberati, gli apostoli si recano di nuovo nel tempio a testimoniare pubblicamente il loro Signore. Al sommo sacerdote, presidente del tribunale del Sinedrio, che ricorda a Pietro la proibizione di insegnare nel nome di Gesù, l’Apostolo risponde coraggiosamente a nome di tutti: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”. “Obbedire” nella Bibbia è sinonimo di “credere”; perciò, Pietro afferma la forza critica della fede nei confronti dell’autorità umana, politica o religiosa, quando essa si arroga dignità e ruoli che non rispettano la libertà della coscienza. Il conflitto della comunità apostolica con il potere giudaico prolunga quello che ha condotto Gesù alla passione e alla morte in croce. Ma Cristo ha vinto la morte! La testimonianza degli apostoli poggia su questa certezza, a tal punto che essi sono “lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù”.

 

Testimoniare Cristo risorto è compito della Chiesa nel suo insieme, di tutti i cristiani. Ma per testimoniare Cristo è necessario fare anzitutto esperienza di lui, percepire la sua presenza, e incontrarlo nella nostra vita. Notiamo che gli apostoli incontrano il Signore risorto mentre sono al lavoro ed è qui che vengono richiamati al loro impegno di testimoniare dinanzi agli uomini il vangelo di Gesù. La testimonianza e l’esperienza del Cristo si collocano quindi all’interno della vita quotidiana, familiare e di lavoro. Questa testimonianza non è senza sofferenza e croce. Bisogna abituarsi a portare giorno dopo giorno la croce della testimonianza della propria fede senza perdersi d’animo. Ciò significa che la nostra testimonianza deve essere ferma ma non arrogante, decisa ma non provocatoria, umile ma non masochista, una testimonianza d’amore e non di privilegio, una testimonianza nel nome del Signore Gesù e non nel nome proprio.

 

In modo del tutto particolare, il Signore continua a manifestarsi a noi nell’eucaristia perché, riconoscendolo nei segni sacramentali, possiamo “proclamare davanti a tutti che Gesù è il Signore”.

domenica 24 aprile 2022

LA PRESENZA DI CRISTO NELL’EUCARISTIA

 



 

Manuel Belli, Presenza reale. Filosofia e teologia di fronte all’eucaristia (Nuovi saggi Queriniana 103), Queriniana, Brescia 2022. 287 pp. (€ 18,00).

 

L’affermazione di Gesù “Questo è il mio corpo”, detta di un pezzo di pane azzimo, è in sé folle, paradossale. Per i cristiani ha comprensibilmente rappresentato, lungo la storia, un vero e proprio rovello: come pensare la presenza reale di Cristo nel pane eucaristico? La formulazione teologica della dottrina della transustanziazione (pane e vino cambiano sostanza, diventando corpo e sangue di Cristo) è giunta al termine di un processo – non lineare – ricco di sfumature, sottolineature e sfide enormi per il pensiero. E ancora oggi ci si chiede: che cosa significa dire “presenza”, “realtà” e “corpo”? Per rispondere, occorre frequentare un dibattito filosofico sterminato, che indaga questi tre ambiti.

Il saggio di Belli si pone sul crinale fra teologia e filosofia. In una prima parte propone una ricostruzione del dibattito medievale delle dispute eucaristiche, muovendo alla ricerca della pluralità dei linguaggi in cui esso si è espresso. Successivamente avvia il confronto con il mondo filosofico, in particolare quello di matrice fenomenologica, per comprendere i possibili arricchimenti reciproci fra teologia e filosofia. Si scopre così quanto la teologia eucaristica sfidi la filosofia ad ampliare la nozione stessa di corporeità.

 

(Quarta di copertina)

venerdì 22 aprile 2022

DOMENICA II DI PASQUA (C) o della Divina Misericordia - 24 Aprile 2022

 



 

At 5,12-16; Sal 117; Ap 1,9-11a.12-13.17-19; Gv 20,19-31

    

Il contenuto delle tre letture di questa domenica può essere considerato da diverse prospettive, ma tutte e tre le letture hanno al centro Gesù Cristo risorto e la fede in lui. La prima lettura ci racconta che il numero di coloro che credevano nel Signore aumentava. La seconda lettura è un brano del primo capitolo dell’Apocalisse, dove san Giovanni narra la visione che egli ha avuto di Cristo risorto, il quale al tempo stesso che lo incoraggia a scrivere le cose che ha visto, proclama solennemente: “Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiave della morte e degli inferi”. Finalmente, il brano evangelico ci tramanda la toccante storia dell’atto di fede in Cristo risorto dell’apostolo san Tommaso.

 

Il grande pensatore cristiano Dietrich Bonhoeffer, scrivendo dal carcere berlinese nel 1944, pochi giorni prima di essere impiccato, riassumeva così il senso di tutta la sua esistenza: “Io vorrei imparare a credere…” Il cristiano è colui che impara a credere giorno per giorno sino al termine della sua vita. L’odierno racconto evangelico è il ritratto della storia della fede di un uomo che ha dovuto imparare a credere, e che ha avuto bisogno dei suoi tempi. Dinanzi alla testimonianza degli altri apostoli che hanno visto il Risorto, Tommaso afferma che se non mette il dito nel posto dei chiodi e non mette la mano nel costato del Cristo, non crederà. Tommaso ha bisogno di vedere e toccare, ha bisogno dei suoi tempi. Al termine della prova di appello offertagli dal Signore, Tommaso proclama la sua professione di fede, la più sublime dell’intero vangelo: “Mio Signore e mio Dio!”. La Chiesa annuncia al mondo l’evento pasquale: “Abbiamo visto il Signore”, ma con pazienza e umiltà deve attendere che il mistero della libertà umana possa lentamente e gioiosamente giungere all’atto di fede: “Mio Signore e mio Dio!” Cristo risorto non diventerà mai “Signore” della Chiesa, se non diventa prima ancora “Signore” del cuore e della vita di ciascuno di noi.

 

La fede di Tommaso, come quella degli altri primi discepoli, si fonda sull’incontro personale con Gesù risorto. Questi fatti sono documentati nel vangelo che è stato scritto, dice san Giovanni, “perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”. Infatti, la nostra fede si fonda sulla solida piattaforma della testimonianza storica documentata nei vangeli e si trasmette nella lunga catena dei credenti che formano la Chiesa. Ricordiamo che Gesù chiama beati coloro che crederanno per testimonianza (come noi). Anche se la nostra fede ha travagli simili a quella di Tommaso, siamo certi che anche per noi è possibile alla fine proclamare in totale limpidità la nostra fede nel Risorto. Siamo invitati a farlo ogni volta che ci avviciniamo alla comunione, quando alle parole del ministro “Il corpo di Cristo”, rispondiamo “Amen”.

domenica 17 aprile 2022

Sal 150 Ogni vivente dia lode al Signore

 



1Alleluia.
Lodate Dio nel suo santuario,
lodatelo nel suo maestoso firmamento.
2 Lodatelo per le sue imprese,
lodatelo per la sua immensa grandezza.
3 Lodatelo con il suono del corno,
lodatelo con l'arpa e la cetra.
4 Lodatelo con tamburelli e danze,
lodatelo sulle corde e con i flauti.
5 Lodatelo con cimbali sonori,
lodatelo con cimbali squillanti.
6 Ogni vivente dia lode al Signore.
Alleluia.

La Liturgia delle Ore ci proppone questo salmo nelle Lodi della domenica della seconda e della quarta settimana, con il sottotitolo: A Dio la gloria, nella Chiesa e in Cristo Gesù (Ef 3,21). Ogni domenica è il giorno dell’Alleluia, il giorno consacrato alla lode del Signore.

I Salmi 146-150, con il loro appello a lodare il Signore, fanno da dossologia all’intero Salterio. Il Salmo 150 amplifica questo invito a lodare il Signore e chiude il libro con un gioioso atteggiamento di adorazine. L’Alleluia (“Lodate Dio”) è ripetuto ben dieci volte. Il Salterio si apre con la visione di un mondo diviso in due (le vie del bene e del male), e si chiude con un canto in cui le voci di ogni vivente convergono nella lode. Il luogo in cui si svolge questo canto di lode è il santuario e il maestoso firmamento. Tutti i cieli e la terra devono lodare Dio. Le motivazioni di questa lode le indica il v. 2: le imprese compiute da Dio (la creazione e la redenzione) e la sua immensa grandezza. La grandezza di Dio si può misurare sull’universo creato, ma il suo amore lo si valuta dai prodigi di salvezza che ha compiuto.

Accompagnano questa lode sette strumenti musicali, simbolo della totalità dei suoni, quelli a fiato, a corda e a percussione: il corno, l’arpa, la cetra, i tamburelli, le corde, i flauti ed i cimbali. Una intera orchestra è coinvolta in questo crescendo di lode. Il suono di questi strumenti va insieme con le danze, che coinvolgono tutto il corpo nella lode gioiosa ed esultante. Dio deve essere esaltato per il semplice fatto di essere il Signore. La vera adorazione a Dio si svolge nell’intimo del cuore, dove egli risiede con la sua grazia, e si esprime esternamente con l’esaltazione entusiastica della sua gloria.


Preghiera.  O Padre, che nella risurrezione di Gesù hai rivelato la grandezza del tuo amore, accogli il ringraziamento che ti eleviamo in unione con tutto il creato, e fa’ che la nostra vita sia un’incessante liturgia di lode.


Bibliografia: Spirito Rinaudo, I salmi preghiera di Cristo e della Chiesa, Elle Di Ci, Torino-Leumann 1973; David M. Turoldo – Gianfranco Ravasi, “Lungo i fiumi… I Salmi. Traduzione poetica e commento, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1987; Angel Aparicio – José Cristo Rey García, I Salmi preghiera della comunità. Per celebrare la Liturgia delle Ore, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1995; Vincenzo Scippa, Salmi, volume 1. Introduzione e commento, Messaggero, Padova 2002; Ludwig Monti, I salmi: preghiera e vita, Qiqajon, Comunità di Bose 2018; Temper Longman III, I salmi. Introduzione e commento, Edizioni GBU, Chieti 2018; Vincenzo Bonato, I Salmi. Pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l’intelligenza, Edizioni San Lorenzo, Reggio Emilia 2021.

 

 

venerdì 15 aprile 2022

DOMENICA DI PASQUA: RISURREZIONE DEL SIGNORE - MESSA DEL GIORNO 17 Aprile 2022

 



 

 

At 10,34a.37-43; Sal 117; Col 3,1-4 (oppure: 1Cor 5,6b-8); Gv 20,1-9

 

Il salmo responsoriale è tratto dal Sal 117, inno di gioia e di vittoria che era recitato nella cena pasquale giudaica. Esso ricordava agli ebrei i giorni in cui Dio era intervenuto per liberarli dalla schiavitù dell’Egitto e da tutti i loro nemici; ricordava i giorni gloriosi nei quali la destra del Signore aveva operato con potenza; la Pasqua era la grande festa del popolo ebraico, il giorno che il Signore aveva fatto per il suo popolo. La nostra Pasqua è Cristo (cf. seconda lettura alternativa); nel mistero della sua risurrezione dai morti si compiono tutte le speranze di salvezza dell’umanità: è questo il giorno di Cristo Signore; è questo il giorno dell’uomo rinato a vita nuova per mezzo di Cristo. Il Sal 117 è proclamato in ogni eucaristia della settimana pasquale e nella liturgia delle ore di tutte le domeniche.

 

La risurrezione di Cristo rappresenta il centro del mistero cristiano, e la base e la sostanza della nostra fede. “Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (1Cor 15,14). Con queste parole l’apostolo Paolo esprime il cuore di tutto il messaggio cristiano. Il vangelo parla di Pietro e Giovanni che vanno a visitare il sepolcro di Gesù e lo trovano vuoto. Il sepolcro vuoto è il primo segno della risurrezione. Da quella tomba vuota inizia il cristianesimo. Nella prima lettura, ascoltiamo san Pietro che annuncia con decisione al popolo il mistero della risurrezione del Signore di cui egli e gli altri apostoli sono testimoni. Nella seconda lettura, san Paolo trae da questo evento le conseguenze per una vita cristiana rinnovata.

 

Illustriamo brevemente il contenuto della seconda lettura (Col 3,1-4), perché in essa il mistero che celebriamo viene visto in stretto rapporto con la vita cristiana. San Paolo nella Lettera ai Colossesi sviluppa il tema della centralità di Cristo nella vita del cristiano: la vita del cristiano è una vita in Cristo. In questo contesto acquista senso il breve brano odierno. Se il cristiano è risorto in Cristo, non può che condurre una vita da risorto, interessandosi cioè delle “cose di lassù” (v.2). Le “cose di lassù” di cui parla san Paolo è Cristo stesso “seduto alla destra di Dio” (v.1), cioè il Risorto costituito in potere rappresenta “le cose di lassù”: non un mondo evanescente, astratto, fantastico ma illusorio, un mondo quindi fuori della storia, ma una persona storica, la cui vicenda di morte e risurrezione diventa norma di comportamento, profezia, tipo di ogni vita impegnata per i valori del regno di Dio. L’Apostolo pone quindi alla base dell’etica cristiana non una filosofia, ma un concreto evento di salvezza con cui confrontarsi, anzi, una persona: la persona di Cristo. Cercare le “cose di lassù” significa spogliarsi dell’uomo vecchio con le sue azioni e rivestirsi dell’uomo nuovo. Sentimenti, ovvero “valori” pasquali che presiedono a questa novità di vita, sono: misericordia, bontà, umiltà, mansuetudine, pazienza, perdono, soprattutto carità, pace e fedeltà alla Parola di Cristo (cf. Col 3,5-17). Ecco qui un programma di vita cristiana pasquale.

 

L’eucaristia si conosce, si celebra e si vive alla luce della fede nella morte e risurrezione del Signore. Compiendo il rito della Pasqua i figli d’Israele sono stati partecipi, di generazione in generazione, della stessa liberazione e salvezza sperimentata dai loro padri nella notte in cui il Signore li fece uscire dal paese d’Egitto. Celebrando l’eucaristia, i cristiani, di generazione in generazione, siamo partecipi del “corpo donato” e del “sangue versato” di Cristo, quale evento decisivo della liberazione di tutta l’umanità dalla forza del peccato e dal potere della morte.