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domenica 29 dicembre 2024

LA SOLUZIONE DELLA DIDASCALIA?

 



La linea opposta al formalismo è preoccupata di fornire i contenuti emarginando la forma. Anzi, sembra che il rito possa legittimarsi e svolgere sensatamente il suo compito soltanto quando è “compreso”. La tensione tra forma e contenuto si risolve in un tertium che svolge apparentemente una funzione mediatrice e che in realtà deborda sempre più fino a diventare una specie di password del rito: la spiegazione. Se al Concilio di Trento si era posto il problema dell’intelligibilità della liturgia, soprattutto a causa del divario creato da una lingua non più accessibile, e si era offerta la possibilità di spiegare frequentemente inter missarum sollemnia ciò che si legge nella celebrazione oltre che le grandi verità sull’Eucaristia, al Vaticano II, in un quadro teologico mutato, si riafferma la questione della funzione didattica della liturgia, ma in subordine rispetto alla destinazione al culto di Dio e si esorta a rinvenire il materiale “istruttivo” non in una spiegazione esterna ma nella stessa forza dei riti. Tale approccio non è di marca intellettualistica, ma esperienziale in quanto nell’azione liturgica si dà un vero e proprio dialogo tra Dio e il suo popolo, le realtà divine sono comunicate attraverso signa visibilia e la fede dei partecipanti è nutrita non da verità previe, ma dalla “materia” rituale (cfr. SC 33).

Fonte: Loris Della Pietra, “La manipolazione dell’esperienza liturgica nello squilibrio tra forma e contenuto”, in Loris Della Pietra (a cura di), La liturgia manomessa (“Caro salutis cardo”. Contributi 39), Edizioni Liturgiche, Roma – Abbazia di Santa Giustina, Padova 2024, pp. 115-116.

domenica 3 novembre 2024

“ACTUOSA” PARTICIPATIO

 



 

In realtà lo spessore teologico e spirituale dell’azione liturgica è quanto il Concilio Vaticano II solennemente ha affermato. L’idea di actuosa participatio, infatti, non soltanto riconosce nell’assemblea radunata e unita a Cristo il soggetto della celebrazione (participatio), ma vede nell’azione (actuosa) la mediazione attraverso la quale la Chiesa incontra il suo Signore e riceve i doni di salvezza. Forse c’è stata una stagione nella quale una certa insistenza sulla partecipazione, giustamente intesa come diritto e dovere dei battezzati (SC 14), ha fatto perdere di vista a livello teorico e pratico proprio l’azione e ci si è illusi di poter partecipare senza agire facendo prevalere, tra le tante aggettivazioni desunte dal magistero conciliare, la partecipazione conscia su quella actuosa. Ora, quale apporto irrinunciabile del lungo cammino della riflessione sulla liturgia nell’ultimo secolo, si comprende sempre più e sempre meglio che la partita va giocata sul terreno dell’azione agita, sulla performance rituale: è questa, infatti, a risultare efficace coinvolgendo i soggetti e rendendo possibile la fede. Senza questo actus fidei, ovvero senza l’azione della fede, il rito può essere soltanto funzionale alla produzione di un significato già pensato a monte. E, dunque, risulta del tutto dispensabile.

[…]

L’azione liturgica può essere ancora considerata come risorsa spirituale per un mondo distratto e smaliziato eppure affamato di Dio, di una fame non facilmente saziabile con i concetti e i precetti. Crocevia tra l’uomo e Dio e tra immanenza e trascendenza, il rito è ancora una scommessa per chi vuole scoprire Dio non come oggetto da mettere a tema, ma come partner di una relazione vitale.

Poco più di un secolo fa Romano Guardini pubblicava Formazione liturgica (1923), un testo dove coniugava la sua passione pedagogica con il tema della liturgia e nel quale denunciava l’incapacità simbolica dell’uomo contemporaneo: proprio nella liturgia l’uomo poteva ritrovare quell’armonia tra anima e corpo per troppo tempo compromessa. Nel simbolo l’anima si dà nel corpo e non potrebbe essere diversamente in una totalità dell’uomo insopprimibile: “Ciò che assume l’atteggiamento liturgico, che prega, offre e agisce non è l’ ‘anima’, non l’ ‘interiorità’: è l’ ‘uomo intero’ il soggetto dell’attività liturgica”. Quarantun anni più tardi, esattamente sessant’anni fa, con la sua lettera sull’atto di culto (1964) prospettava una nuova fatica, non più dilazionabile: “portare l’uomo attuale a compiere anche realmente l’atto”, affrancandolo dall’individualismo religioso e dall’intimismo che lo caratterizzava. In tal modo si sarebbe raggiunto il vero obiettivo della riforma liturgica o, per usare le sue parole, si sarebbe realizzata “la chance liturgica così mirabilmente apertasi”.

 

Fonte: Testo tratto dalla Presentazione di Loris Della Pietra del volume di Sebastiano Bertin, Actio. L’azione rituale crocevia tra Dio e l’uomo, Edizioni Liturgiche – Roma, Abbazia di Santa Giustina – Padova, 2024, pp.8-10.

domenica 8 settembre 2024

LA MESSA DETTA ALTRIMENTI

 



 

Louis-Marie Chauvet, La Messa detta altrimenti. Ritornare ai fondamentali (Guide per la prassi ecclesiale 36), Postfazione all’edizione italiana di Andrea Grillo, Queriniana, Brescia 2024. 110 pp. (€ 14,00).

Se c’è un ambito che è oggetto di dibattiti e controversie nella Chiesa è la liturgia. C’è chi si schiera, a seconda della sensibilità, “per la messa di sempre” e chi a favore della riforma del Vaticano II. Papa Francesco, lungi dal fare della liturgia un pomo della discordia, non perde occasione per mostrare quanto essa sia importante per la fede e l’unità.

Proprio questo è lo spirito con cui scrive Chauvet. Pur prendendo atto dei cambiamenti nel rapporto della società contemporanea con il sacro, il rito e il celebrare, egli riprende passo dopo passo la struttura della liturgia eucaristica per spiegarne il senso profondo e la coerenza. Consapevole del fatto che in molti avvertono la presenza di un problema – la liturgia non attrae più i nostri contemporanei –, l’autorevole studioso indica la strada per uscire dall’impasse.

L’obiettivo di Chauvet è semplice: tornare ai fondamenti. La liturgia, come la Chiesa, non esiste per se stessa, ma per alimentare la vita di fede.

“Quale liturgia oggi, tra quella di ieri e quella di domani? Di che tipo di liturgia abbiamo bisogno nella presente fase storica?”. Queste sono le domande che percorrono le pagine del saggio.

(Quarta di copertina)

 

domenica 1 settembre 2024

LA MESSA SBIADITA

 



Luca Diotallevi, La Messa è sbiadita. La partecipazione ai riti religiosi in Italia dal 1993 al 2019 (Problemi aperti 278), Rubbettino Editore 2024. 122 pp. (€ 13,00).

Il libro si pone essenzialmente tre domande. Quanto è cambiata la componente più importante della partecipazione religiosa in Italia tra il 1993 ed il 2019? (Si dirà anche qualcosa sugli anni della sindemia da Covid e del lock-down, e si vedrà che non hanno prodotto inversioni di tendenza).

Come è cambiata l’influenza di altri fattori sociali su questa forma di partecipazione religiosa?

Come è cambiata l’influenza di questa forma di partecipazione su altri aspetti della vita sociale?

Non si tratta solo di documentare un calo, ma di provare a guardare cosa avviene dentro una porzione più piccola, ma pur sempre molto importante, della società italiana. Quanto e come pesa il sesso, la generazione di appartenenza, l’età e quanto ha pesato essere nati o essere cresciuti in certi periodi storici invece che in altri?

Tra i tanti segni “meno” si vede però emergere anche un segno “più”: quello della influenza di questa forma di partecipazione religiosa sulla disponibilità a gesti di solidarietà, accoglienza ed aiuto nei confronti di altre persone.

I “praticanti” sono oggi un gruppo sociale molto diverso da quello che erano un quarto di secolo fa. E si avviano a diventare presto qualcosa di ancora diverso da ciò che sono oggi: alcune dinamiche di quella trasformazione vengono qui evidenziate e discusse.

(Quarta di copertina)

 

domenica 28 luglio 2024

MARTA E MARIA: DUE MODI DI PERCEZIONE DI CRISTO?

 



 

Le due sorelle hanno due modi molto diversi di incontrare Gesù. Marta mostra tutto il suo amore nell’ospitarlo. Da lei il “fare”, l’attività è in primo piano, mentre Maria siede ai piedi di Gesù e ascolta attentamente le sue parole. Le due sorelle sono state spesso descritte come i due atteggiamenti opposti della vita attiva e della vita contemplativa che però in realtà devono essere viste insieme, non a caso le due sono sorelle. Questo è già evidente nei vangeli: Maria sarà tornata alla sua vita quotidiana e Marta è ricordata per la sua fede nel Vangelo di Giovanni (Gv 11,19-27). Anche nel Vangelo di Luca non sembra esserci un’opposizione, perché prima dell’incontro con Marta e Maria Luca descrive la parabola del buon samaritano, il cui amore attivo per il prossimo è raccomandato come esempio da imitare (Lc 10, 25.37). Entrambe le pericopi immediatamente successive indicano che l’amore per Dio e l’amore per il prossimo vanno di pari passo. Dopo l’intervento di Papa Francesco, la liturgia onora Marta, Maria e Lazzaro nello stesso giorno (29 luglio). E sappiamo dalla vita quotidiana: più abbiamo “Marta” in noi, cioè molte attività da svolgere, più abbiamo bisogno di “momenti di Maria”.

 

Fonte: Marco Benini, “Percezione del Cristo risorto nella sua parola. Coinvolgimento dei sensi esterni e interni”, in Juan Riego (a cura di), Divina perceptio. Percezione ed esperienza del mistero di Cristo nella liturgia (Biblioteca di Iniziazione alla liturgia 11), EDUSC, Roma 2024, pp. 45-46.

 

 

domenica 30 giugno 2024

LA CORPOREITÀ E LA LITURGIA

 



 

La rivalutazione della liturgia come azione rituale, in cui convergono l’azione salvifica di Dio in Cristo e la risposta accogliente dell’uomo, pone il problema dell’individuazione di un punto di incontro che sia espressivo al tempo stesso dell’agire di Dio e dell’agire dell’uomo. Questo punto di incontro è la corporeità. La liturgia non è una questione di “idee”, ma di “corpo”, o meglio, di “corporeità”, intendendo per corporeità il soggetto umano nella sua integralità. Ciò può essere pienamente comprensibile soltanto se viene superata la tendenza a considerare il corpo come oggetto-strumento di appoggio o di ostacolo allo spirito-mente, dotato da una propria vitalità indipendente dal corpo. Non si tratta del corpo oggetto, ma del corpo vivo che ha ed è storia. Ricordiamo che l’antropologia cristiana considera la persona umana nella sua unità totale e alla luce della sua origine dall’azione creatrice di Dio e della sua vocazione ultima.

 

La trascendenza tipica dell’esperienza religiosa che tiene luogo nell’ambito della celebrazione liturgica non implica la negazione del corpo: come ogni simbolo ha bisogno del significante, così la liturgia, che è simbolica, ha bisogno del corpo, perché nell’esteriorizzazione corporea l’uomo esperimenta la auto trascendenza, in cui si fa sempre più evidente che la salvezza è al di là di ciò che è da lui possedibile o producibile quando si chiude in se stesso. Possiamo ben dire che luogo originario dell’esperienza religiosa e soggetto dell’azione celebrativa è il corpo vissuto.

 

L’ambiguità corporea, lungi dall’essere fuorviante per l’azione liturgica, è in grado di caratterizzarla strutturalmente come incontro vivo tra il corpo di Cristo e il corpo dell’assemblea celebrante. Essa, infatti, ha la medesima struttura dell’azione rituale, che tende a coniugare simbolicamente, in un’unica esperienza, il visibile e l’invisibile, l’identità e la differenza, il già e non ancora.

 

La liturgia considera la persona umana nella sua realtà profonda e negli svariati collegamenti che gli sono propri. La celebrazione deve quindi raggiungere il credente non solo nella sua profondità esistenziale più intima, ma anche nella sua dimensione corporea. Anzi, si può ben dire che il corpo è il primo e più profondo strumento dell'espressione: nel gioco degli atteggiamenti del corpo, l’espressione è altrettanto forte che nella parola; questa, anzi, viene espressa come atteggiamento. La liturgia trova l'unità delle proprie azioni e dei propri simboli nel corpo che agisce e percepisce.

 

La cosiddetta svolta antropologica del nostro tempo ha avuto effetti rilevanti anche in campo liturgico per cui dalla attenzione alla liturgia in se stessa - al mistero in essa celebrato - si è passati all'uomo della liturgia. Non si tratta di contrapporre i "diritti" della liturgia a quelli dell'uomo. La sintesi è appunto l'uomo liturgico, il credente che celebra la liturgia. In questo settore, non esente da possibili deviazioni, ogni ambiguità è facilmente superata se si parte da una giusta visione della liturgia come "luogo" del dialogo salvifico, che impegna i due protagonisti e accentua, nella dimensione di "santificazione" l'azione di Dio e nel "culto" quella dell'uomo: si tratta delle due dimensioni essenziali di ogni azione liturgica (cf. SC, n.7).

 

Contemplata da una prospettiva antropologica, la liturgia cristiana è una realtà viva, comunicativa e, pertanto, in intimo rapporto con la dinamica e le esigenze della crescita spirituale del credente che ad essa partecipa. È necessario però che i fedeli siano introdotti alla comprensione e all'uso del linguaggio simbolico della liturgia affinché possano sintonizzare con il mistero in essa celebrato. L'esperienza spirituale vissuta nella celebrazione liturgica si compie attraverso i segni sensibili (cf. SC, n.7).

 

Bisogna passare dalla logica dell'utilitarismo alla logica simbolica. Nel quadro della logica simbolica, la celebrazione liturgica non è soltanto l'esteriorizzazione di una realtà interiore, ma opera efficacemente questa realtà nel momento stesso in cui la porta ad esprimersi. Il simbolismo liturgico rivelando comunica e coinvolge il credente che è chiamato a co-rispondere. La liturgia si configura come un luogo in cui la partecipazione del credente ingloba l’intera sua persona, intelligenza e corporeità, amore e sensibilità.

 

La liturgia è un poderoso fenomeno di comunicazione. Nella cultura moderna della comunicazione audiovisuale, la celebrazione liturgica potrebbe essere facilmente percepita come uno spazio aperto alla espressione esterna della interiorità dei credenti, e anche un mezzo per educare e formare alla comunicazione con Dio attraverso gesti, parole, simboli e immagini che sono chiamati a riflettere la verità di un culto in spirito e verità. La liturgia è da considerarsi infatti spazio di vera esperienza spirituale e scuola capace di formare alla gestione di questa esperienza.

 

domenica 12 maggio 2024

L’ESPERIENZA DEL MISTERO

 



 

Juan Rego (a cura di), “Divina perceptio”. Percezione ed esperienza del mistero di Cristo nella liturgia (Biblioteca di Iniziazione alla Liturgia 11), Edizioni Santa Croce, Roma 2024. 179 pp. (€ 20,00).

 

Randifer E. Boquiren, Divina perceptio: L’incontro divinizzante. Analisi di una preghiera Post Communionem del Missale Romanum.

Juan Rego, La sapienza estetica dei programmi rituali.

Marco Benini, Percezione del Cristo risorto nella sua Parola. Coinvolgimento dei sensi esterni e interni.

Paolo Tomatis, L’Eucaristia e i sensi spirituali: una rilettura del rito in prospettiva estetica.

Vincent Debiais, Nunc est Caro Christi. Voir le corps du Christ en images et en lettres.

Pawel Sambor, Tra percezione e mistagogia dello spazio liturgico.

Elisabetta Scirocco, Spazi, immagini e rituali per l’Eucaristia: La basilica napoletana del Corpo di Cristo (XIV sec.).

Elena Massimi, La musica nella liturgia: Epifania del Mistero. Riflessioni alla luce del “Magistero recente”.

domenica 26 giugno 2022

LA PARTECIPAZIONE ALLA LITURGIA

 



 

 

In uno dei sermoni di John Henry Newman, ancora anglicano, affiora una interessante osservazione in margine alla critica mossa alla Chiesa di Roma di aver confuso il sacrificio cristiano con quello giudaico. È un accenno alla passività del popolo cattolico durante le celebrazioni liturgiche; una sorta di critica pastorale alla modalità liturgica romana. Prendendo ad esempio la vicenda di Zaccaria narrata dall’Evangelista Luca, Newman osserva che l’offerta dell’incenso è fatta per il popolo, ma il popolo non può partecipare, è fuori del Tempio, non all’interno, in quanto Cristo doveva ancora morire e così togliere il velo di separazione, per introdurre l’uomo all’interno del Tempio stesso. L’errore dei Cattolici è quello di aver confuso l’ufficio sacerdotale cristiano con quello giudaico. Essi hanno fatto della cena del Signore letteralmente un sacrificio a Dio, “e le persone, nel frattempo, non hanno attiva partecipazione in questo – sono passive – sono senza (al di fuori) del tempio”. Qualche anno dopo – nel 1848 – sarà Rosmini a denunciare la medesima cosa, definendola prima piaga della santa Chiesa.

 

Fonte: Francesco Zucchelli, Liturgia come relazione. Teologia liturgica nell’opera anglicana di John Henry Newman CLV Edizioni Liturgiche, Roma 2022, 69-70.

 

domenica 21 novembre 2021

IN CHE SENSO LA MESSA E’ ANCHE NOSTRA

 



Il vescovo di Novara, Mons. Franco Giulio Brambila, ha ricordato ad un parroco, inviato ad esercitare il suo ministero in una nuova parrocchia, che la preghiera liturgica, nel caso specifico la Messa, “non è nostra ma della Chiesa madre” e, quindi, la “actuosa participatio” non è un invito alla creatività che vada oltre agli spazi di creatività previsti dal Messale stesso.

Il Prof. Andrea Grillo prende posizione nel suo blog Come se non (https://www.cittadellaeditrice.com/munera/come-se-non/) e si domanda che cosa significa affermare “la Messa non è nostra”? Come atto di “riconoscimento”, l’atto rituale non è mai un atto assolutamente creativo. E tuttavia, per essere atto rituale, la messa deve anche restare un atto relativamente creativo. L’azione rituale della Eucaristia è un atto di Cristo e della Chiesa. Quindi allo stesso tempo “non è” nostra ed “è” nostra. In ogni linguaggio della messa non agisce né solo Dio né solo il popolo, né solo Cristo né solo la Chiesa. Ma sempre, allo stesso tempo, gli uni e gli altri, insieme, concordemente, in una relazione qualificante.

E il Prof. Grillo conclude affermando, tra l’altro: Una Chiesa che, proprio nel suo atto più decisivo, fosse solo capace di “riprodurre testi classici” e incapace di improvvisare con fedeltà e con gusto, sarebbe una Chiesa in profonda crisi. Nessun intervento sul testo della Messa è di per sé giustificato, salvo che non vi sia un cammino comunitario che elabora forme rispettose di approfondimento, di riflessione, di articolazione e di arricchimento della fede ecclesiale. Poiché questo non è ordinario, ma non può essere escluso, il principio affermato (“la Messa non è nostra”) è un principio relativo, ma non un principio assoluto.

Non c’è dubbio che la riflessione del Prof. Grillo, che ho sintetizzato con le sue stesse parole, ha un suo fascino e la possibilità di essere accolta nel caso “non ordinario” da lui indicato, anche se la disciplina attuale non lo contempla. Non è facile trovare una comunità che intraprenda un cammino del genere.

Vorrei aggiungere qualche mia breve considerazione. Purtroppo, la creatività che si riscontra in molte celebrazioni eucaristiche è d’altro genere e non si può considerare un arricchimento. Anzi, si rischia di strumentalizzare la liturgia per adeguarla ai propri gusti. Direi che si tratta di un nuovo devozionismo. Se per secoli le devozioni hanno occupato lo spazio del rito e impedito la partecipazione ad esso, oggi i fautori della creatività occupano lo spazio del rito della Chiesa con le loro fantasie e impediscono che la “mente concordi con la parola (della Chiesa)” (cf. SC 90).   

domenica 17 maggio 2020

IL SACERDOZIO COMUNE DEI FEDELI




Giuseppe La Torre, Regale sacerdotium fidelium. Una rilettura alla luce della lex credendi, della lex orandi e della lex vivendi (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” “Subsidia” 191), CLV Edizioni Liturgiche, Roma 2019. 507 PP. (€ 50,00).


Per rendere i cristiani più consapevoli della loro identità e del loro impegno nella vita e nella missione della Chiesa, l’ecclesiologia del Concilio Vaticano II ha riscoperto che alla base della loro vita sta la dottrina del “regale sacerdotium” che, a buon diritto, può essere definita come il fondamento dogmatico-liturgico della “spiritualità” dei fedeli a ragione dello stretto legame che ha con la visione della Chiesa, Corpo Mistico di Cristo, e con i Sacramenti dell’iniziazione cristiana.

Lo scopo del presente studio è quello di provare ad indagare come una tematica teologico-liturgica particolarmente attuale, come quella del sacerdozio comune dei fedeli, sia una verità di fede da sempre creduta e affermata nella Chiesa (lex credendi) tanto da confluire nella creazione e nella stesura dei testi liturgici (lex orandi) affinché la partecipazione ai Divini Misteri stimolasse i fedeli ad assumere uno stile di vita più autenticamente cristiano (lex vivendi).

Da quest’analisi avremo così la possibilità di osservare come tale dottrina si propone di insegnare ai battezzati che non può esistere dicotomia tra culto e vita in quanto la vita in Cristo, iniziata col Battesimo e rinsaldata con la Confermazione rende sacro ogni aspetto dell’esistenza facendo di ogni azione un’oblazione e un sacrifico spirituale che trova nella partecipazione all’Eucaristia la sua più alta manifestazione.


(Quarta di copertina)

domenica 1 dicembre 2019

LA MESSA È UNA CELEBRAZIONE



Celebrare è essere coinvolti, essere protagonisti, partecipare attivamente a un fatto che si realizza, che si vive, che si compie in quel momento, in una comunità piccola o grande che sia, dove tutti si attivano per funzioni e compiti diversi.

 

La Messa, come ogni celebrazione, invia i suoi messaggi soprattutto con il suo essere celebrazione: gesti, segni, suoni, silenzi, canti, parole cariche, brevi, efficaci

 

La Messa, pur essendo una celebrazione come tutte le altre, ha una specificità che la rende diversa e che non bisogna assolutamente dimenticare: essa non nasce da noi, non è una nostra invenzione. A essa siamo convocati dal Signore Gesù che ci chiama al fate questo in memoria di me, secondo le modalità della Chiesa. Attenzione, però, che eucaristia sempre nuova non significa a fantasia a sorpresa, ma “vissuta in modo sempre nuovo”. La Messa è come il giorno. Inizia sempre con l’alba e si chiude con il tramonto, ma non è mai come il giorno prima e quello dopo, anche se abbiamo incontrato le stesse persone, frequentato gli stessi luoghi, compiuto le stesse attività. Chi vive i giorni come se fossero tutti uguali cade nella noia e nel non senso.

 

Fonte: Tonino Lasconi, I “Messaroli”, una risposta per una comunità adulta, consapevole, riconoscibile, Cittadella Editrice, Assisi 2011, cf. pp.23-26.

 


domenica 27 ottobre 2019

VIVERE L’UMANITA’ DELLA LITURGIA






AA.VV., La liturgia risorsa di umanità. “Per noi uomini e per la nostra salvezza” (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” – Sectio pastoralis 39), CLV Edizioni Liturgiche, Roma 2019. 214 pp. (€ 28,00).



La liturgia, azione divina, opus Dei, si dà in un’azione umana (per ritus et preces) e chiede di incarnarsi nel vissuto dei partecipanti, permettendo “il costituirsi della fraternità e sororità ecclesiale nelle sue linee portanti”. Attraverso gesti umani e parole umane, quale azione umanissima, “apre” l’accesso al “mistero” e spinge “in uscita” la Chiesa, abilitando i credenti a porre nel cuore del mondo rapporti autenticamente umani.


Per far ritrovare alla liturgia questa sua specifica identità, col Vaticano II la Chiesa ha promosso una riforma che ha consegnato nelle nostre mani libri liturgici rinnovati, accompagnandoli con l’avvertita esigenza di formazione liturgica. “Oggi – osserva papa Francesco nell’Udienza al CAL dello scorso agosto – c’è ancora da lavorare in questa direzione, in particolare riscoprendo i motivi delle decisioni compiute con la riforma liturgica, superando letture infondate e superficiali, ricezioni parziali e prassi che la sfigurano”, col conoscere meglio le ragioni sottese, con l’interiorizzare i principi ispiratori e osservandone la disciplina della regola.


Il CAL accoglie con gioia la consegna di papa Francesco e, insieme alla diocesi di Matera che quest’anno ospita la Settimana Liturgica, invita coloro ai quali sta a cuore la vita liturgica a unirsi a noi nell’approfondire la liturgia come “risorsa umana”, come continuazione e attuazione nell’Oggi del Mistero dell’Incarnazione, per alimentare nella Chiesa e nei singoli fedeli la santità vera, “fare come ha fatto Cristo” e lasciarlo agire “nelle nostre opere: che i suoi pensieri siano i nostri pensieri, i suoi sentimenti i nostri, le sue scelte le nostre scelte” (Francesco, Udienza del 04.04.2018). Il credente, nel passaggio dalla celebrazione alla vita, invera l’insegnamento conciliare che “chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo” (GS 41), e si lascia “allargare l’anima con la forza dello Spirito”, per contribuire ad aprire sempre più vasti orizzonti di umanizzazione.


(Quarta di copertina)



Interventi di: Goffredo Boselli, P. Giulio Michelini, Don Pierangelo Muroni, P. Corrado Maggioni, Valeria Trapani, Don Luca Palazzi, P. Raniero Cantalamessa.

domenica 13 ottobre 2019

IL LINGUAGGIO LITURGICO




Il linguaggio liturgico è codificato e disciplinato dai libri liturgici, sottratto cioè al sentire del momento e della moda mutevole. Tuttavia non è asettico né anonimo. E’ come uno spartito di musica, preciso in ogni nota scritta, che deve essere “interpretato” ogni volta che viene eseguito dal vivo, sapendo che l’esegesi del mistero celebrato è la vita di chi vi partecipa. E’ pertanto un linguaggio creativo pur essendo “rituale”, ossia ripetitivo, identico a se stesso nelle preghiere, nei gesti, nelle azioni.


Il motivo della codificazione dei contenuti si comprende presto: è un linguaggio che non sorge dalla fantasia umana, quanto dalla divina rivelazione. Preghiere e riti sono infatti ispirati e fondati nella sacra Scrittura, che a sua volta è la codificazione scritta dell’incessante dialogo che Dio intrattiene con l’umanità, di generazione in generazione. L’esigenza sottesa al codificato linguaggio liturgico è sintetizzata nell’assioma lex orandi – lex credendi e viceversa: non esprime infatti l’opinione di qualcuno, ma la fede della Chiesa e la sua autentica comprensione teologica.


Che sia poi un linguaggio disciplinato è conseguenza oggettiva di ciò che rappresenta il linguaggio liturgico. L’agire comunitario comporta naturalmente un ordo su cosa fare, come farlo, chi fa che cosa e quando. Non è un fare tutti la stessa cosa né a proprio modo, ma è un unico corpo armonico a reagire nella complementarietà di funzioni diverse: ciascuno svolge il suo ruolo e tutti partecipano attivamente. Animata dall’inesauribile creatività dello Spirito, la liturgia è, al contempo, disciplinata da norme che la sottraggono al disordine dell’anarchia.




Fonte: Corrado Maggioni, “Linguaggi umani e linguaggio liturgico”, in AA.VV., La liturgia risorsa di umanità. “Per noi uomini e per la nostra salvezza” (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” – Sectio pastoralis 39), CLV Edizioni Liturgiche, Roma 2019, pp. 96-97.

domenica 29 settembre 2019

SCAMBIARSI UN SEGNO DI PACE


 

IL FATTO. La messa è divisa in tante parti – almeno tre – e si svolge sempre secondo lo stesso schema ben noto a tutti, anche a voi che non ci andate più dai tempi della cresima (no, il vostro matrimonio non vale). A un certo punto succede che il prete dica questa frase: “Scambiatevi un segno di pace!” Ehi, tu che stai là in fondo e che non vedo mai, girati a destra e sinistra e porgi la mano al tuo vicino di panca dicendo una cosa semplice: “La Pace sia con te”. Più facile di così. Tu ti giri e allunghi la mano verso la minuta signora anziana al tuo fianco; lei fa la stessa cosa e mentre dice “la pascc”, o anche solo “ascc”, non stringe la tua mano ma la sfiora con diffidenza e ti guarda dritto sotto il pomo d’Adamo. L’operazione dura circa due secondi e mezzo. I più motivati si voltano anche verso chi è seduto dietro. Scambio della pace finito, la messa continua. Quell’anziana signora non la rivedrai mai più.

 

IL PERICOLO. Il pericolo è credere che così la pace sia stata effettivamente scambiata. Il pericolo è pensare che quei due secondi e mezzo ti abbiano riconciliato con tutta una comunità che in realtà nemmeno conosci. In un piccolo gesto dovrebbe esplodere la fraternità di persone amiche nel senso evangelico, fratelli e sorelle che ti aiutano a portare i tuoi pesi. Un gesto è un segno di qualcos’altro che però non c’è (CCC 1145). E la riprova è che finita la messa te ne esci di corsa per andare a infornare l’arrosto e gli altri fanno lo stesso. Il precetto è assolto. Buon appetito a tutti.

 

LE TATTICHE. Qui è facile. Al momento giusto, prima di dire “La pace sia con te”, prendete la mano della vecchietta e tenetela ben stretta. Non mollare la presa e iniziate a fare domande. Come si chiama signora? Dove abita? Suo marito non c’è? Io abito qui vicino e questa è mia moglie Pippa. Abbiamo cinque figli ma non riusciamo più a portarli a messa. Lei ha figli? E oggi cosa cucina di buono? Alla fine chiudete con la formula magica, completa e arricchita: “La pace sia con te e buona domenica!” Magari le prime volte vi prenderanno per matti e si passeranno la voce per non sedersi acconto a voi; poi però piano piano la faccenda dilagherà e vedrete gente che si ferma a chiacchierare, magari si siede anche, mostra la foto dei figli e si passa la ricetta dell’arrosto. Pensate che differenza. In poco tempo tutti sapranno qualcosa in più degli altri e forse, se si incontreranno nel salumiere o in pasticceria, riprenderanno allegramente il discorso. Si chiama “simpatia”, da syn = con, insieme, e pathos = affezione, sentimento. Sentire insieme, trovarsi bene con un altro essere umano, anche se basso e anziano. In una parola, essere comunità. Forse chi si è inventato il gesto dello scambio della pace a messa voleva proprio questo.

 

Fonte: Alberto Porro, Come sopravvivere alla Chiesa cattolica e non perdere la fede, Bompiani 2019, pp. 27-29.

 

Con questo stile provocatore, non esento di umorismo, l’autore di questo piccolo libro tratta i seguenti temi: Andare a Messa la domenica; Ascoltare la predica; Scambiarsi il segno di pace; Partecipare al corso fidanzati; Sposarsi in chiesa; Partecipare a un gruppo familiare; Invitare il prete a cena a casa vostra; Battezzare i figli; Mandare i figli a catechismo; Possedere una Bibbia; Dare una mano al prete; Parlare con le Suore; Obbligare i figli ad andare a Messa; Obbedire ciecamente al parroco; Fare la carità.     





domenica 7 luglio 2019

LA LITURGIA COME EVENTO LUDICO





“… Non appena si trasgrediscono le regole, il mondo del gioco immediatamente crolla. Tutto ciò appare pazzesco o incomprensibile solo a chi non ha mai visto con quale serietà i bambini stabiliscono le regole dei loro giochi, ad esempio come tutti debbano tenere le mani così e così…, il significato di un certo bastoncino o di quell’albero (e solo di quello) in un particolare gioco.


Lo stesso fa la liturgia imponendo severissime leggi che devono regolare il santo gioco che l’uomo gioca dinanzi a Dio. Può comprendere la liturgia chi non si scandalizza di ciò e sa – di contro ad ogni pragmatismo utilitaristico anche di tipo catechetico o morale – che agire liturgicamente significa davvero “diventare come bambini” (Mt 18,3), fedeli alla parola di colui che da Verbo si è fatto bambino…”



Fonte: Silvano Zucal, La liturgia come evento ludico in Romano Guardini, in Juan Rego (ed.), Incontri con Romano Guardini. A cento anni da “Lo Spirito della Liturgia”, EDUSC, Roma 2019, p. 119.


domenica 23 giugno 2019

USI E ABUSI IN LITURGIA






Una serie di interventi apparsi nel fascicolo n. 334 (maggio-giugno 3/2019) della Rivista di Pastorale Liturgica mi hanno interessato in modo particolare per la tematica di cui si occupano. Mi riferisco agli articoli di Giuseppe Laiti, Andrea Grillo, Daniele Piazzi e Marco Gallo – Michele Roselli. Riassumendo, possiamo dire che tutti questi autori si domandano in qualche modo se sia possibile una certa “creatività” nella celebrazione liturgica e se essa sia da considerarsi sempre un abuso o, semplicemente, un nuovo uso. 


C’è un uso “abusivo” della liturgia, non creativo ma “difettoso”, di cui si parla poco e che in genere non sembra preoccupare troppo all’autorità della Chiesa, a cui “compete unicamente regolare la sacra liturgia” (SC 22, § 1), perché di fatto si tratta di un uso rispettoso della lettera del rituale, che non introduce cambiamenti di sorta ma è fedele a quanto prescrive il libro liturgico. Tuttavia, è vero che la semplice ripetizione “materiale” del rito non garantisce da sé stessa quella partecipazione conscia, pia e attiva, di cui parla SC 48. Non di rado, le nostre celebrazioni sono di scarsa qualità, mancano di incisività. Come dice Giuseppe Laiti, “non si tratta semplicemente di fare, ma di lasciarsi coinvolgere” (p. 12)


È vero che il rito richiede accoglienza e coinvolgimento. Mi domando però se il coinvolgimento richiesto dal rito esiga anche una creatività. Si afferma infatti che “la celebrazione è sempre creativa” (p. 10). Se per creatività intendiamo che l’assemblea celebra come un corpo vivo come fa, ad esempio, una orchestra quando interpreta uno spartito in modo più o meno originale, non c’è dubbio che ogni celebrazione è, o dovrebbe essere, creativa. Se invece si tratta di una creatività che incoraggia dei cambiamenti nei riti e nelle preghiere della celebrazione, il problema è diverso, anche quando “i cambiamenti non introducono deformazioni” (p. 12). Credo infatti che non basti questo criterio per giustificare un uso “creativo” della liturgia. 


Daniele Piazzi nel suo intervento Nuova eucologia: sempre un abuso? (pp. 28-31), afferma che in questo settore ci sono dei “tentativi ‘fuorilegge’, ma interessanti e perfettibili”, e cita al riguardo le proposte della pubblicazione Servizio della Parola. L’autore propone la creazione di una serie di nuovi testi eucologici (prefazi, embolismi del Padre nostro, ecc.) e si domanda se “davvero tutta e sempre l’eucologia che non è ufficialmente ratificata, ma è ispirata alla Scrittura ed è rispettosa degli stilemi liturgici di una famiglia rituale sia della lingua della assemblea che prega, è per forza un abuso”.  


Certamente, come afferma Andrea Grillo (p. 20), tra il Ritus servandus del Messale Tridentino e il Ritus celebrandus (vedi l’Institutio generalis) del Messale di Paolo VI, c’è una diversità di impostazione. Secondo me, questa diversità di impostazione può essere descritta nei seguenti termini: ad una visione semplicemente normativa del Messale Tridentino, subentra nel Messale di Paolo VI una visione della celebrazione non solo normativa ma anche dottrinale e orientata alla sua applicazione pastorale. Si tratta quindi di norme, che sono al servizio della partecipazione conscia, pia e attiva dell’assemblea. Fino a che punto si può andare oltre le norme del ritus celebrandus con il lodevole scopo di favorire una partecipazione più intensa dell’assemblea all’azione rituale? Farlo sarebbe semplicemente un “nuovo uso” o un “abuso”? 


Queste brevi osservazioni esprimono anzitutto una mia perplessità suscitata dalla lettura degli interventi sopra citati. Vorrei che le mie parole fossero interpretate come un invito ad approfondire la tematica più che come una critica, avendo anche presente che molte delle cose che si dicono in questi interventi possono essere lette in modo poco illuminato e diventare nella prassi e in casi determinati, veramente e propriamente degli abusi. Non credo che la lotta agli abusi in liturgia sia una priorità. Tuttavia ogni iniziativa privata non può dimenticare che “le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa stessa…” (SC 26). 

                                                                              M. Augé                                                                       




domenica 28 ottobre 2018

Documento finale del Sinodo 2018: prima spigolatura su liturgia e donna





Pubblicato il 28 ottobre 2018 nel blog: Come se non



L’ampio Documento finale, che chiude questa fase sinodale, si presenta ovviamente come una grande sintesi dei lavori, scandita da una cadenza in tre parti, modellate sull’episodio evangelico dei “due di Emmaus”. Vorrei qui esaminarne il contenuto limitatamente a due temi, non così centrali, ma assai significativi. Mi sembra che, all’esame di due argomenti così diversi - come quello della “liturgia” e quello della “donna” – emergano dal testo alcune obiettive tensioni, che si aprono tra il momento dell’ascolto e il momento della “ripresa finale”. L’ascolto invoca una assunzione di responsabilità e di autorità, che la ripresa sembra da un lato confermare e dall’altro escludere. Vorrei suffragare questa impressione con alcuni dati testuali, e lo farò riferendomi ai due temi su cui mi sento di poter fare qualche osservazione meno improvvisata.


1.Giovani, liturgia e senso del mistero

Dedicati alla liturgia troviamo, oltre ad altri fuggevoli riferimenti, due numeri: il 51 e il 134. Il primo è nella “prima parte”, dedicata all’ascolto; mentre il secondo è nella “terza parte”. Colpisce molto che il primo numero sia sostanzialmente lineare e ben strutturato, mentre il secondo appare contorto, faticoso e attraversato da tensioni irrisolte.

Il n. 51 (dal titolo Il desiderio di una liturgia viva) esordisce con la affermazione di una domanda di “liturgia fresca, autentica e gioiosa” che viene dai giovani, e che è domanda sia di preghiera sia di sacramenti – confermando indirettamente una certa fatica, forse non solo dei giovani, a concepire il sacramento anche come preghiera. E si sottolineano tre diversi atteggiamenti nei giovani circa la liturgia. Da un lato vi è chi riconosce in essa una mediazione fondamentale della propria identità di fede. Vi è chi invece vede la messa domenicale “più come precetto morale che come felice incontro con il Signore Risorto e con la comunità”. Infine si dice, in generale, che la iniziazione ai sacramenti fa fatica ad introdurre in profondità, “ad entrare nella ricchezza misterica dei suoi simboli e dei suoi riti”.

Come risponde il n. 134 a queste belle provocazioni? Con parole che sono certamente il frutto di un comprensibile compromesso, ma che restano largamente al di sotto del tenore delle domande. Sotto il titolo La centralità della liturgia (ed è curioso che si usi “centro” e non “culmine e fonte”) si riprende il ruolo della celebrazione eucaristica in rapporto alla fede e alla Chiesa, si ribadisce l’importanza di celebrazioni belle e di nobile semplicità, si sostiene la valorizzazione della ministerialità, ma quando si arriva agli auspici, il testo appare confuso e senza orientamento. Vi si dicono tre cose:

- la partecipazione attiva sia favorita, “ma tenendo vivo lo stupore per il Mistero”. Qui vi è una netta involuzione rispetto al n. 51. L’ascolto sembra più chiaro della risposta. Quando mai lo stupore per il Mistero è diverso dalla partecipazione attiva? Forse che il Sinodo, con tutta la sua autorità, si è limitato ad utilizzare un concetto meramente funzionale di “actuosa participatio” e non quello inteso da Sacrosanctum Concilium?  Se per il Concilio Vaticano II la “partecipazione attiva” è la via “misterica” per avere intelligenza dell’eucaristia, possono forse i nostri Vescovi consigliare ai giovani di “coltivare la partecipazione, ma anche il Mistero”? Qui si introduce una confusione piuttosto grave, quando invece il n. 51 parlava in modo molto pertinente ed elegante di “ricchezza misterica dei suoi simboli e dei suoi riti”. Là si teneva giustamente insieme quello che qui tende ad essere opposto.

- Avendo introdotto questa cesura tra “mistero” e “partecipazione”, ne risulta per conseguenza che arte e musica non debbano essere “per sé”, ma siano parte delle “azioni di Cristo e della Chiesa”. Anche qui, senza poter negare le possibili cadute autoreferenziali del musicale e dell’artistico, occorreva dire meglio, e con maggiore coraggio, che il “mistero” non è solo “altro” dalla musica e dall’arte, ma che queste ne sono “mediazione originaria”. Altrimenti sarà ancora facile accedere al mistero di Cristo e della Chiesa indipendentemente da musica e arte…

- Infine, come ultima conseguenza di questa “spaccatura” introdotta dalla risposta, ma assente nella domanda, era inevitabile che si arrivasse a questo: se si disgiunge il Mistero dalla partecipazione attiva, si può trovare altamente raccomandabile investire con i giovani sulla “adorazione eucaristica”, che assume, in questo modo di pensare la liturgia, una funzione addirittura prioritaria, come sintonia immediata, contemplativa e silenziosa con il Mistero, essendo questo distinto fin dall’inizio dalla partecipazione attiva. Qui, a mio avviso, le risposte episcopali appaiono restare piuttosto al di sotto delle domande dei giovani. Questo deve essere considerato, in qualche modo, un risultato molto significativo del Sinodo.


2. La donna: per giustizia, ma con rispetto

Veniamo alla donna. Anche in questo caso, se leggo bene, mi sembra che i riferimenti della prima e della terza parte siano vistosamente diversi. I numeri che affrontano la questione femminile sono il n. 13, il n. 55 e il n.148. Anche in questo caso i primi due numeri appaiono ben congeniati e assai omogenei, mentre il terzo è attraversato da una tensione assai forte, quasi come se non riuscisse a gestire a proprio agio la domanda  scaturita dall’ascolto. Li presento per ordine.

Il n. 13, intitolato Uomini e donne (che viene significativamente dopo il n. 12 che ha il titolo Esclusione ed emarginazione) usa toni forti e recisi. Inizia dalla “differenza tra uomo e donna”, che può generare “forme di dominio, esclusione e discriminazione da cui tutte le società e la Chiesa stessa hanno bisogno di liberarsi”. L’uguaglianza di uomo e donna davanti a Dio fa sì che “ogni dominazione e discriminazione basata sul sesso offende la dignità umana”. La differenza tra uomo e donna è “irriducibile a stereotipi”.

Il n. 55 si intitola Le donne nella Chiesa e presenta le aspettative dei giovani: anzitutto occorre “riconoscimento e valorizzazione delle donne nella società e nella Chiesa”. Si costata la fatica ad attribuire autorità a donne, a dar loro spazio nei processi decisionali. La assenza di voce e di sguardo da parte delle donne impoverisce il dibattito e il cammino della Chiesa. E in numero si chiude con queste parole: “Il Sinodo raccomanda di rendere tutti più consapevoli dell’urgenza di un ineludibile cambiamento, anche a partire da una riflessione antropologica e teologica sulla reciprocità tra uomini e donne”.

Infine, il testo del n. 134, dal titolo Le donne nella Chiesa sinodale. Si inizia da un paragone forzato: la Chiesa sinodale “non potrà fare a meno” (una circonlocuzione per non dire “deve”) di riflettere su condizione e ruolo della donna “al proprio interno e di conseguenza anche nella società”. Curiosa inversione del “segno dei tempi” di Giovanni XXIII in Pacem in terris, dove è la società a mostrare alla Chiesa una novità inaggirabile. Tuttavia questo limite di approccio non impedisce di riconoscere apertamente la necessità di una “coraggiosa conversione culturale e di cambiamento nella pratica pastorale quotidiana”. Ciò implica un doveroso coinvolgimento della donna negli organi istituzionali, anche con funzioni di direzione, e quindi anche nei processi decisionali, ma con una delimitazione che viene precisata in modo molto netto, dicendo “nel rispetto del ruolo del ministero ordinato”.  Sorge naturale una serie di questioni brucianti: Può il “rispetto per la donna” essere compatibile con questo “rispetto del ministero ordinato”? Se “rispetto” implica una strutturale esteriorità della donna al ministero ordinato, dove sta il coraggio di una “conversione pastorale”? A chi delegano i Vescovi l’”ineludibile cambiamento”? Si può invocare il “coraggio” per garantire che tutto resti esattamente come prima? Quale ruolo viene riconosciuto al discernimento antropologico e teologico sulla reciprocità tra maschile e femminile invocato al n. 55?

Il testo si chiude con una importante sottolineatura del “dovere di giustizia” che la Chiesa deve riconoscere alle donne, sia sulla base della prassi di Gesù verso le donne, sia sulla base di figure femminili autorevoli del testo biblico, della storia della salvezza e della storia della Chiesa.


3.  Un sinodo che si spoglia della autorità?

Il Sinodo, nel suo Documento finale, sembra lavorare su una ipotesi di “non autoreferenzialità” piuttosto originale. Si spoglia di autorità e la rimanda, direttamente, sotto di sé e sopra di sé. Da un lato sembra “mettere in bocca ai giovani” una serie di istanze che diventano obiettive priorità ecclesiali. D’altra parte rimanda ad altre istanze (superiori? posteriori? escatologiche?) una parola autorevole che assuma la novità in modo progettuale e che esca dall’imbarazzante “elenco di buoni propositi”.

Come ho cercato di far notare – con tutto il beneficio dell’inventario di una lettura inevitabilmente rapida ed acerba – su questi due temi per certi versi agli antipodi – come il classicissimo tema liturgico e il nuovissimo tema della “donna nella Chiesa” – il procedimento appare simile: da un lato un ascolto franco e diretto delle questioni, che ne permette una preziosa documentazione ufficiale; ma poi una elaborazione stanca, farraginosa, ingolfata delle questioni, che non approda, di per sé, ad alcun progetto, se non alla conferma di quel che c’è e all’auspicio, chiaro ma assolutamente non determinato, verso una prospettiva diversa. In conclusione mi chiedo: la “non autoreferenzialità” può essere soltanto “puro rimando ad altro”?

Forse su altri temi si leggeranno testi molto più chiari e più decisi. Ma l’impressione è che, molto più di quanto è accaduto tre anni fa nel Sinodo sulla famiglia, ogni spazio di reale determinazione sia stato affidato, contemporaneamente, al popolo di Dio (giovane e meno giovane che sia) e al Vescovo di Roma (che sa bene di dover restare giovane ex officio).


domenica 10 dicembre 2017

COME ONORARE QUALITATIVAMENTE LE LITURGIE DOMENICALI



Dal vortice di esperimenti postconciliari alla routine pastorale di oggi, sul compito di onorare qualitativamente le liturgie domenicali si è addensata l’applicazione di ogni tipo di strategia additiva, trascinata dalla parola d’ordine della “partecipazione attiva”, equivocata molto spesso a sua volta come immediatezza emotiva del culto o comprensione cognitiva del rito. Ne è scaturita quella cura molto ingenua di una liturgia affollata di espedienti a ribasso, più vicini alla logica dell’intrattenimento che ai processi della mistagogia.

A complicare le cose ci si è messo questo vento di ritorno per predilezioni neotridentine che in realtà si innesta, per quanto inconsapevolmente, sulla stessa logica di incentivazione emotiva dell’ordinario cabaret liturgico in diffusione quotidiana. Il “senso del mistero” tanto rivendicato resta una sigla altrettanto pretestuosa che quella della “partecipazione attiva”. Tutto in realtà è molto più misterioso di questa chiara, chiarissima, attrazione per un immaginario di sicurezza psichica.

Ho l’impressione che stiamo comprendendo soltanto adesso, a cinquant’anni dal Concilio, la densa posta in gioco della riforma liturgica e la competenza necessaria a dare forma eloquente all’estetica del segno che le corrisponde.



Giuliano Zanchi, Liturgia ed esperienza cristiana, in “Celebrare in spirito e verità. L’esperienza spirituale della liturgia”, Edizioni Glossa, Milano 2017, pp. 35-36