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lunedì 30 dicembre 2019

MARIA SS. MADRE DI DIO – 1 Gennaio 2020




Nm 6,22-27; Sal 66 (67); Gal 4,4-7; Lc 2, 16-21

Il Sal 66 esprime la gioia del contadino palestinese che, da una terra avara, ha ottenuto il dono delle messi, segno sperimentabile della benedizione divina. Il salmo diventa poi un inno di ringraziamento corale per i doni divini in genere. La liturgia del primo giorno dell’anno riprende questo inno nella sua parte più universalistica in cui si parla di una presenza benedicente di Dio che abbraccia tutti i popoli della terra: “…perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti”. La nostra vita, che oggi inizia una nuova tappa, è veramente benedetta da Dio nella misura in cui è illuminata dallo splendore del volto di Dio.

Il primo giorno dell’anno è carico di diversi significati: l’inizio dell’anno, l’ottava del Natale, la solennità di Maria SS. Madre di Dio e la giornata mondiale della pace. Nello sfondo di queste varie tematiche, la celebrazione della divina maternità di Maria appare più luminosa ed esaltante, dalle risonanze cosmiche. Generando il Salvatore, Maria si pone al centro della storia dell’umanità, tracciando per tutti noi gli itinerari non soltanto della nostra crescita spirituale, ma anche semplicemente umana. La benedetta fra tutte le donne, ci ha donato Gesù, frutto benedetto del suo seno, primogenito fra molti fratelli, Cristo “nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva” (Ef 2,14). In questo modo, anche noi siamo diventati, per opera dello Spirito, figli ed eredi, e la nostra vita è nel segno della benedizione divina di cui la pace è frutto prezioso.

La prima lettura riporta la formula di benedizione che il sommo sacerdote doveva pronunciare su Israele al termine delle grandi feste liturgiche e, particolarmente, della festa del nuovo anno. Quest’antica benedizione sacerdotale fa perno sul nome del Signore, richiamato per tre volte, e pone questo nome sugli Israeliti. “Porre il nome” vuol dire stabilire una relazione con la persona. La benedizione è il riconoscimento che ogni bene viene da Dio e dipende da una vita di comunione con lui. Segno manifestativo delle benedizioni divine è la pace: Dio benedice il suo popolo e lo conduce alla pace. Il pieno compimento della benedizione si ha in Gesù Cristo. Egli è la stessa benedizione: è il grande dono del Padre agli uomini, da cui vengono tutti gli altri doni. San Paolo lo illustra a modo suo nella seconda lettura quando afferma che in Cristo abbiamo ricevuto “l’adozione a figli”; non siamo quindi più schiavi, ma figli. Possiamo diventare consapevoli della nostra condizione filiale perché ci è stato donato lo Spirito Santo, che plasma interiormente in ognuno di noi i lineamenti del Cristo, il Figlio primogenito. Questo mistero è stato possibile ed è reso visibile perché, “quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna”. In questo modo, la maternità di Maria accresce la propria realtà dandosi a vedere quale “madre del Cristo e di tutta la Chiesa” (orazione dopo la comunione). Maria viene poi proposta come esemplare di accoglienza delle benedizioni divine donateci in Cristo: nel brano del vangelo essa appare come colei che serba e medita nell’interiorità del cuore tutti gli eventi che riguardano il figlio. Da madre si fa anche prima discepola fin da ora, custodendo nel cuore il mistero del figlio.

L’eucaristia del primo giorno dell’anno al tempo stesso che ci pone in atteggiamento di riconoscenza per i doni ricevuti da Dio, di cui Cristo è il dono più prezioso, ci rassicura che ogni giorno del nuovo anno, ogni giorno della nostra vita sarà sempre un dono prezioso della grazia divina.






domenica 29 dicembre 2019

LA BIBBIA COME “FORESTA”



Uno dei più fini esegeti di questi anni, Jean Louis Ska, ha usato due magnifiche espressioni per definire l’approccio alla Bibbia. La si può pensare come una “sfera” oppure come una “foresta”. Per alcuni, l’immagine con cui si rappresentano la Bibbia è quella di una “sfera”. “La forma perfetta, secondo gli antichi, era precisamente la sfera poiché non vi è più alcuna differenza fra i diversi punti della sua superficie. Ogni parte della sfera può sostituire un’altra. Ogni parte può stare in alto, in basso, dietro, davanti, a sinistra o a destra. Si può girare la sfera in tutti i sensi ed essa rimane sempre uguale a se stessa” (Jean Louis Ska, Sacra Scrittura e Parola di Dio, in “Studia Patavina” 49 (2002), p. 2). Così accade anche alla verità che la sfera esprime, uguale a sé stessa, non ammette salti, contraddizioni, difformità, enigmi. E là dove essi inevitabilmente si presentano si è costretti a fare silenzio, costruirsi verità fittizie, risolvere i problemi con una lettura menzognera. È da una lettura di questo tipo che scaturisce una lettura fondamentalistica del testo, che tutti devono accettare, che non ammette variazioni o dubbi. Non dobbiamo pensare solo all’islam, ma per esempio a come il cristianesimo si è preteso religione “mondiale”.

La lettura della Bibbia come “foresta” spalanca invece un’altra prospettiva. “La Bibbia è come una foresta, con le sue valli, i suoi fiumi, i suoi colli e le sue radure. Vi si trovano alberi di differenti essenze, e si passa dal bosco ceduo alla fustaia, dalla macchia a una pineta, da una faggeta a un querceto, o ancora a un’ontaneta nei fondi umidi. La varietà dei paesaggi e delle prospettive è infinita. Perciò, come non si può mai scoprire tutta la foresta in un solo colpo d’occhio, non si può mai avere una conoscenza complessiva di tutta la Bibbia. La foresta va scoperta gradualmente e sempre parzialmente e lo stesso vale per la Bibbia. La nostra conoscenza è fatta di una somma di scoperte ristrette e limitate” (ibid., p. 3).

Il fascino di entrare dentro una foresta è dunque quello di trovarsi all’interno di una varietà infinita di forme, dentro chiaroscuri che ci possono sorprendere, dentro un groviglio di tracce e sentieri di cui bisogna individuare l’approdo, raccordarli tra loro, scovare una via d’uscita o ricominciare daccapo, essere sferzati da una bellezza sfolgorante e inattesa, oppure terrorizzati da improvvise apparizioni. Avventurarsi nella foresta è il solo modo per sfuggire al cieco fondamentalismo della sfera.

Fonte: Gabriella Cararmore, La parola Dio (Vele 155), Einaudi, Torino 2019, pp. 58-60.     

sabato 28 dicembre 2019

SANTA FAMIGLIA DI GESU’ MARIA E GIUSEPPE (A) - 29 Dicembre 2019



Sir 3,2-6.12-14; Sal 127 (128); Col 3,12-21; Mt 2,13-15.19-23

Il salmo responsoriale odierno dipinge un idillio di pace, di serenità e di felicità, quella situazione che, secondo il salmista, si realizza nella casa “dell’uomo che teme il Signore e cammina nelle sue vie”. Questo grazioso quadretto familiare ci viene proposto oggi nella Festa della Santa Famiglia di Nazaret, in cui l’ideale tracciato dal salmo è stato una sublime realtà. La vita familiare, vissuta alla luce della fede, nell’armonia dei suoi componenti e nella fatica del lavoro quotidiano, può e deve diventare fonte di felicità e di pace.

La parola che potrebbe sintetizzare l’insegnamento dei testi della Scrittura che abbiamo ascoltato è una parola che non è oggi di moda: “obbedienza”. La prima lettura è un brano del libro del Siracide che, rielaborando motivi di saggezza popolare, parla dei rapporti tra genitori e figli. Sulla stessa linea si muove l’esortazione di san Paolo ai Colossesi, da cui è tratta la seconda lettura: i figli devono onorare, obbedire i propri genitori, ed essi non devono esasperare i loro figli. C’è quindi anche un’obbedienza dei genitori che è obbedienza a Dio per il bene dei figli. Così vediamo nel racconto evangelico della fuga in Egitto che san Giuseppe fa quello che gli comanda Dio per mezzo dell’angelo e lo compie per la salvezza del bambino, perché ha paura di ciò che potrebbe capitargli di male. Nelle sue scelte, quindi, san  Giuseppe è del tutto subordinato al bene del bambin Gesù di cui è padre putativo. Questi testi ci ricordano che paternità, maternità, figliolanza hanno tutte origine da Dio. Quando i rapporti familiari sono vissuti nell’ascolto della volontà di Dio, della sua parola, i vari ruoli familiari vengono liberati dai meccanismi dell’egoismo per lasciare spazio al vero amore. La famiglia cristiana dovrebbe essere un vangelo vivente, una buona notizia capace di trasmette un forte messaggio di speranza all’umanità.

La nostra cultura sembra oggi molto cambiata e ci appare più complessa rispetto alla visione dei rapporti familiari che emerge da questi antichi testi. C’è però nel messaggio biblico sull’obbedienza un aspetto di grande e perenne attualità. E’ stato notato, infatti, che nella lingua ebraica non esiste la parola “obbedire”. Per esprimere questa nozione si usa spesso il semplice verbo “ascoltare”. Obbedire nella Bibbia vuol dire quindi anzitutto dare ascolto. Solo chi dà ascolto all’altro è capace di capirlo, rispettarlo, aiutarlo, ed è quindi capace di crescere e costruire insieme con l’altro una vita armoniosa. Non si tratta di un ascolto semplicemente formale, ma di una vera accoglienza dell’altro nella propria vita. Dare ascolto a chi mi è vicino, ma soprattutto dare ascolto a Dio nel cui disegno posso in qualche modo capire il mistero dell’altro, di colui che come me è un figlio di Dio, amato e redento dal sangue di Cristo. Attraverso una comprensione sempre più piena dell’amore di Dio per noi, diventerà sempre più chiara la percezione della sua volontà di amore su di noi. 

Nella Sacra Famiglia la Chiesa ci propone un esemplare di vita familiare, anzi di vita in comune, non modellato sui criteri del benessere economico o del prestigio sociale ma sui valori che scaturiscono dalla fede in Dio. Il modello proposto, poi, trascende i limiti della famiglia come istituzione umana per proiettarsi sui rapporti interpersonali che intercorrono tra gli esseri umani nella vita sociale, nella Chiesa, in ogni singola comunità. La casa di Nazaret è una scuola di vita in comune valida per tutti i tempi e per tutte le culture.






lunedì 23 dicembre 2019

IL NATALE DEL SIGNORE





NATALE DEL SIGNORE – 25 Dicembre 2019
Messa della notte

Is 9,1-3.5-6; Sal 95 (96); Tt 2,11-14; Lc 2,1-14

Il progetto di salvezza che Dio ha da tutta l’eternità sull’uomo e sul mondo trova nella nascita di Gesù il momento culminante della sua attuazione. La Chiesa, riprendendo il Sal 95 nella sua liturgia natalizia (lo troviamo come salmo responsoriale anche nei giorni 29, 30, 31 dicembre), vede in esso una profezia dell’incarnazione del Verbo e della vocazione di tutti i popoli della terra dall’idolatria alla fede in lui, venuto per salvare tutte le nazioni. Tutta la creazione è invitata a partecipare alla danza di gioia, perché il Signore governerà tutte le genti del mondo con giustizia. Il bambino nato a Betlemme è quindi il nostro Salvatore: “Oggi è nato per noi il Salvatore”. E’ un annuncio che si ripete più volte in questa santissima notte di Natale (antifona d’ingresso, canto al vangelo, lettura evangelica, antifona alla comunione).

Il tema predominante nei testi di questa notte è la luce (colletta, prima lettura, vangelo, orazione sulle offerte). La prima lettura ci ricorda che come è stato per l’antico popolo d’Israele, così pure è per tutta la storia dell’umanità che cammina nelle tenebre e nell’oppressione alla ricerca di luce, di verità, di speranza e di  pace. Gesù, il “Principe della pace”, di cui parla il profeta Isaia, è la risposta definitiva di Dio alle attese dell’umanità. Anche per noi è offerta la visione della grande luce che fa fiorire la gioia. In Gesù - dice san Paolo nella seconda lettura – “è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini”.

Questo messaggio di salvezza viene comunicato non ai potenti della terra, ma a un gruppo di umili pastorali, rozzi, affaticati dalle lunghe e gelide notti di Palestina. ai quali l’angelo del Signore dice: “oggi, nella città di Davide, è nato per voi un salvatore, che è Cristo Signore”. Poi, con l’angelo, appare una moltitudine di spiriti celesti che al tempo stesso che annunciano “sulla terra pace agli uomini”, proclamano “gloria a Dio nel più alto dei cieli”. La gloria di Dio è Dio stesso in quanto si rivela nella sua maestà, nella sua potenza, nello splendore della sua santità. La “pace in terra” quindi è la manifestazione storica della gloria di Dio, la manifestazione della volontà salvifica di Dio in Cristo per noi. Possiamo quindi affermare anche che quando gli uomini siamo nella pace, viviamo in pace, Dio è glorificato in noi: la gloria di Dio è l’uomo redento, l’uomo che ha accolto Gesù come Salvatore. Gesù, “Principe della pace”, appare nella storia dell’umanità come segno di riconciliazione con Dio e con gli uomini. Con lui “la vera pace è scesa a noi dal cielo” (antifona d’ingresso). Incarnazione e mistero pasquale sono misteri indissolubili e mentre si celebra uno, non si può non associarlo all’altro: “Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità” (seconda lettura).

La nascita di Gesù da Maria a Betlemme segna l’inizio della nostra era indicando in questo modo che ciò che in quella notte accadde è stato fondamentale per la storia degli uomini. La nostra storia, la nostra vita, le sorti dell’umanità dipendono da questo fatto e trovano in esso ispirazione e senso. La storia dell’uomo ha senso perché Cristo ne è parte integrante, perché egli ne è anzi il personaggio centrale. Sulla scia di Gesù noi camminiamo per le strade del mondo certi di non andare allo sbaraglio, ma di avere un traguardo di salvezza. Tutti i nostri limiti, tutte le nostre sofferenze, tutte le nostre paure, tutte le nostre miserie sono state redente dal momento che Dio stesso le ha assunte nell’umanità di Gesù.




NATALE DEL SIGNORE – 25 Dicembre 2019
Messa dell’aurora

Is 62,11-12; Sal 96 (97); Tt 3,4-7; Lc 2,15-20

Come nella messa di mezzanotte, anche in quella dell’aurora riappare il tema della luce (antifona d’inizio, colletta, salmo responsoriale) abbinato a quello della gioia (salmo responsoriale, antifona alla comunione, preghiera dopo la comunione). Il Sal 96 presenta il regno di Dio come un’apparizione sconvolgente, nella quale saranno travolte le potenze del male che dominano il mondo. I versetti del salmo ripresi dall’odierna liturgia fanno riferimento in modo particolare ai temi della luce e della gioia, che sono temi squisitamente natalizi: Jhwh, re della luce, appare nella cornice di una gloriosa teofania a cui assiste tutta la sfilata delle creature e tutta l’umanità. Con questo testo la Chiesa celebra la manifestazione di Cristo nella carne come una luce soprannaturale, che si è levata per il giusto e ha recato gioia ai retti di cuore.         

Nella prima lettura, ci viene proposto un breve oracolo del Terzo Isaia. Al popolo ebreo umiliato dall’esilio, il profeta annuncia la liberazione: “Arriva il tuo Salvatore”. Il popolo liberato acquista una fisionomia diversa: diventa “popolo santo”, “redento dal Signore”, “ricercato” e “non abbandonato”. Alla luce di questo oracolo, il mistero del Natale appare come la manifestazione dell’amore di Dio che salva. Anche la lettura apostolica parla della manifestazione della bontà di Dio, Salvatore nostro, che effonde la sua misericordia: san Paolo, rivolgendosi al suo discepolo Tito, afferma che la prova massima della sua bontà e del suo amore Dio ce lo ha fornito donandoci il suo proprio Figlio. Il Natale celebra il dono dell’amore divino nel Cristo, rivelazione del Padre e salvezza del mondo.

Nella lettura evangelica continua la narrazione dell’annunciazione ai pastori, aperta nella messa della notte. Il brano odierno mette in evidenza la risposta dei pastori alle parole dell’angelo, una risposta coerente e immediata: “Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere...” E san Luca aggiunge: “E dopo averlo visto riferirono ciò che del bambino era stato detto loro”. L’evangelista parla anche di Maria, la madre di Gesù, la quale raccoglie queste parole (così letteralmente) e le medita nel suo cuore, cioè cerca di penetrarne il senso. Fin d’ora Maria è il tipo di ogni vero uditore della parola di Dio. I pastori se ne sono andati “glorificando e lodando Dio”. Il loro andare diventerà, nel corso del Vangelo e degli Atti degli Apostoli, paradigma della diffusione della Buona Novella tra le genti.

La salvezza di Dio ci viene offerta in forma umana, nella povertà e debolezza, nel “segno” di un bambino, che assume la nostra debolezza: “la nostra debolezza è assunta dal Verbo” (prefazio III del Natale). Perciò la tradizione cristiana ha fatto del Natale una festa di profonda solidarietà umana.

Anche l’eucaristia del Natale rievoca e ripresenta la morte e la risurrezione del Cristo, ma, con il mistero della Pasqua, e in ordine ad esso, ricorda e rinnova, in certo modo, tutta la storia della salvezza, di cui l’incarnazione e la nascita di Gesù sono gli inizi. Il Natale del Signore segna l’inizio di quel cammino salvifico che porta Gesù a farsi in tutto simile agli uomini, fuorché nel peccato, fino alla morte di croce: è il cammino che, da una parte, prepara la Pasqua e ad essa conduce e, dall’altra, riceve significato salvifico proprio dalla Pasqua.




NATALE DEL SIGNORE – 25 Dicembre 2019
Messa del giorno

Is 52,7-10; Sal 97 (98); Eb 1,1-6; Gv 1,1-18

Il Sal 97 ripete pensieri già espressi in altri salmi regali, in particolare nel Sal 95 proposto come salmo responsoriale nella messa dell’aurora. Nel Natale di Cristo, la Chiesa ci invita a lodare con le parole profetiche di questo salmo il Signore che ha compiuto prodigi e ha manifestato la sua salvezza e il suo amore per la casa d’Israele. Nel bambino di Betlemme questa salvezza si è manifestata, non solo ad Israele, ma a tutti gli uomini della terra che possono ormai contemplarla e accoglierla. L’ingresso del Salvatore nel mondo e nella storia provoca un sussulto di felicità in tutti e in tutto. La gioia del Natale però sarebbe superficiale se non fosse fondata sulla contemplazione  del mistero natalizio alla luce della fede. Ecco perché in questa messa del giorno siamo invitati a contemplare, guidati dalla parola di Dio, le profondità di questo mistero.

La prima lettura riporta un brano del Secondo Isaia, l’anonimo annunziatore del ritorno di Israele dall’esilio di Babilonia. Il profeta parla di un messaggero che annunzia pace, felicità, salvezza. Questa missione, nel Nuovo Testamento, Gesù l’attribuirà a se stesso (cf. Lc 4,43). La seconda lettura conferma che Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio. La lettura evangelica è presa dal grandioso prologo al vangelo di Giovanni. Vale la pena di concentrare la nostra attenzione su questo sublime brano. Giovanni annunzia che il Verbo di Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi; ma al tempo stesso annunzia che tutti coloro che accolgono questo bambino, il Figlio di Dio fatto carne, ricevono anch’essi il potere di diventare figli di Dio. In Cristo ci viene offerta la possibilità di una nuova origine, non più fondata sul sangue e sulla carne, ma su Dio stesso. Il mistero del Natale riguarda quindi anche noi. Il mistero di un Dio fatto uomo ci immerge nel mistero dell’uomo che diventa figlio di Dio. Si tratta di quel “misterioso scambio” di cui parla il III prefazio di Natale: il Verbo di Dio assume la nostra natura umana nella sua debolezza e fragilità, e noi, uniti a lui in comunione mirabile, condividiamo la sua vita immortale (cf. anche la preghiera dopo la comunione). La stessa dottrina esprime san Paolo in un brano che viene proposto oggi alla nostra attenzione: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Primi vespri, lettura breve - Gal 4,4-5). Nel Natale noi contempliamo gli inizi della nostra salvezza. L’antifona alla comunione, annuncia profeticamente questo evento quando dice: “tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio” (cf. Sal 97,3).

Il grande padre della Chiesa romana, san Leone Magno, contemplando il mistero dell’Incarnazione, esclama: “Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all’abiezione di un tempo con una condotta indegna” (Ufficio delle letture, seconda lettura). Questa stessa esortazione è implicita nel testo del prologo di Giovanni quando si dice che a colui che accoglie il Figlio di Dio fatto carne, viene dato potere di “diventare” figlio di Dio: la nostra identità di figli di Dio è inserita dentro un processo dinamico che si apre ad una crescita progressiva e senza sosta che ci conduce verso gli spazi della vita divina.

L’eucaristia che oggi celebriamo è per eccellenza il sacrificio della nuova alleanza, i rito della nuova umanità, che ci introduce progressivamente alla partecipazione della vita divina.  

domenica 22 dicembre 2019

I SACRAMENTI ALLA PROVA DEL GENERE



Andrea Grillo – Donata Horak, Le istituzioni ecclesiali alla prova del genere. Liturgia, sacramenti e diritto (Exousia), San Paolo, Cinisello Balsamo 2109. 221 pp. (€ 22,00).

La recezione del dono di grazia (iniziazione), la cura della crisi (guarigione) e la vocazione al servizio (ordine e matrimonio) possono essere narrate e celebrate in modo più pieno e profondo quando l’attenzione all’uguaglianza e la valorizzazione della differenza non assumono le forme della generica riduzione al modello maschile. Si è potuto osservare che nei tre diversi ambiti le dinamiche si sono sviluppate in modo assai differenziato e che soprattutto dove la società percepiva l’esposizione maggiore (ossia nei sacramenti in cui è in gioco la salvezza altrui), il controllo culturale e sociale si è imposto con maggiore forza, imponendo modelli, ruoli e funzioni rigorosamente distinte, con una privatizzazione del femminile che ha inciso sul modo di annunciare la salvezza nel matrimonio e nel ministero della Chiesa. Ci sembra che debba essere capovolto il luogo comune che si è imposto anche dopo il concilio Vaticano II, per cui sarebbe la rivendicazione di una prospettiva di genere a introdurre un’alterazione antropologica e sociologica della tradizione ecclesiale. È vero il contrario: la pretesa di non ascoltare i segni dei tempi e di perpetuare i modelli, le relazioni ecclesiali e i rapporti di forza così come si sono imposti nel passato costituisce una resistenza al vangelo e a quello che lo Spirito sta dicendo alla Chiesa. Sotto questo punto di vista, una prospettiva di genere può restituire alla Parola e al Sacramento la loro autorità più autentica.

(Dalle Conclusioni del volume, pp. 197-198)  

venerdì 20 dicembre 2019

DOMENICA IV DI AVVENTO (A) – 22.12. 2019 – Disponiamoci ad accogliere il Signore che viene




Salmo responsoriale: (Sal 23) - “Ecco, viene il Signore, re della gloria


La seconda parte del salmo 23 ha il tono di una solenne marcia che accompagna la processione con l’arca dell’alleanza. La Chiesa scorge in questo testo un annuncio profetico del mistero dell’incarnazione e celebra in esso l’ingresso del Figlio di Dio nel mondo per stabilire la nuova ed eterna alleanza tra Dio e l’umanità. In questa ultima domenica di Avvento, che precede immediatamente il Natale, il salmo, in particolare il ritornello, annuncia a tutti noi che il Signore, re della gloria, viene. E’ un annuncio solenne che contiene al tempo stesso un invito a disporsi ad accogliere la venuta del Cristo.

I testi di questa domenica mettono in luce le figure di Maria e di Giuseppe, e anche quella di san Paolo, modelli tutti e tre di accoglienza della Parola di Dio e di obbedienza ad essa. La prima lettura (Is 7,10-14) riporta il messaggio del profeta Isaia al re Acaz, chiedendogli di non elemosinare aiuto dall’Assiria, ma di fidarsi solo dell’aiuto di Dio. Acaz, però, non se la sente di fidarsi solo di Dio, vorrebbe rifiutare ogni segno divino; le sue parole apparentemente rispettose del volere divino (“Non voglio tentare il Signore”) sono frutto piuttosto della protervia di chi non vuole essere costretto a fidarsi dell’invisibile, di chi vuole a tutti i costi misurare e controllare le sue sicurezze. Nel racconto del brano evangelico di Matteo (Mt 1,18-24) la figura centrale è Giuseppe. Al contrario del re Acaz, di cui parla il brano di Isaia, Giuseppe accetta il “segno” del bambino nato da una vergine e, fiducioso nella parola di Dio trasmessagli per mezzo dell’angelo, impegna tutta la sua vita per questo bambino e sua madre. Il testo evangelico conclude con queste parole: “fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa”. Giuseppe quindi accoglie il messaggio e ubbidisce.

Accanto alla figura di Giuseppe sta quella di Maria, la Madre di Gesù. Diversamente di quanto ha fatto san Luca, nei racconti della nascita e infanzia di Gesù san Matteo non ci ha trasmesso alcuna parola di Maria. L’evangelista Matteo presenta una Maria silenziosa, ma docile strumento del disegno di Dio: ciò che avviene in lei è adempimento di “ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta”.

San Paolo nell’introduzione alla lettera ai Romani (Rm 1,1-7), proposta come seconda lettura, parla della sua vocazione. Dio lo ha chiamato a divenire apostolo, un inspiegabile e incomprensibile atto di grazia. In quanto tale, il ministero di apostolo è legato all’obbedienza di fede. Paolo si definisce apostolo e servo di Cristo Gesù.

Siamo chiamati a realizzare la nostra vita entrando liberamente e gioiosamente nell’orbita del disegno di Dio. Bisogna fidarsi di Dio. La nascita di Gesù che ci apprestiamo a celebrare è un segno della fedeltà di Dio. Disponiamoci ad accogliere, nell’obbedienza della fede, ad esempio di Giuseppe e Maria, il Signore che viene a salvarci.

L’orazione sulle offerte fa un suggestivo accostamento tra il mistero dell’incarnazione e il mistero eucaristico. Lo Spirito Santo che “ha riempito con la sua potenza il grembo della Vergine Maria”, è lo stesso che consacra i doni del pane e del vino per la celebrazione del sacrificio eucaristico. Lo Spirito è poi colui che ci prepara ad accogliere il Signore che viene.


domenica 15 dicembre 2019

“HOC FACITE” “HOC EST”




[…]

Hoc facite: indica la consegna della sequenza rituale, dalla cui ripetizione deriva la possibilità di rileggere storicamente e attualmente la comunione con il Signore.

Hoc est: il pane, all’interno di questo processo di scambio, di dono e di abbandono, si rivela corpo; il calice del vino, in questo stesso processo rituale, si rivela calice del sangue della alleanza.

[…]

I testi della tradizione neotestamentaria permettono di riconoscere, se letti senza pregiudizi, una più corretta correlazione tra l’hoc est e l’hoc facite.

Il rito eucaristico non consiste nel «dire “Questo è”» - questa è infatti la spiegazione del rito, non il rito -, ma consiste nel fare la memoria-imitazione di tutta la sequenza di azioni, che si deve descrivere come comunione col corpo nel pane e col sangue nel vino. Non la sostanza, ma la circostanza è decisiva. Non l’essere, ma il divenire è il tema. È il “fare questo” che permette di dire “questo è”, non viceversa.


Andrea Grillo, Eucaristia. Azione rituale. Forme storiche. Essenza sistematica (Nuovo Corso di Teologia Sistematica 8), Queriniana, Brescia 2019, p. 327.


sabato 14 dicembre 2019

DOMENICA III DI AVVENTO ( A ) 15.12.2019 - Riconoscere Gesù come Salvatore




Salmo responsoriale: (Sal 145) - “Vieni, Signore, a salvarci”.


Il brano evangelico  (Mt 11,2-11) d’oggi esordisce con queste parole: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?”. E’ la domanda che i discepoli di san Giovanni Battista rivolgono a Gesù. E’ una domanda che ha una sua attualità. L’interrogativo ci deve tenere costantemente aperti a una nuova visuale delle cose che ci permetta di riconoscere l’azione sempre nuova di Dio nella storia. Chi è per noi Gesù? Abbiamo riconosciuto in lui il nostro Salvatore? Gesù alla domanda dei discepoli di Giovanni risponde elencando le opere che egli compie, opere che documentano attraverso una libera citazione del profeta Isaia 35,1-6.8.10 (brano riproposto come prima lettura) che egli è il Messia inviato da Dio. In lui si compiono tutte le promesse. L’uomo che è in attesa di salvezza, ha in Gesù una risposta definitiva. In lui la salvezza di Dio ha fatto irruzione nella nostra vita.

Da parte sua, san Giacomo, nella seconda lettura (Gc 5,7-10), ci invita a perseverare in un atteggiamento di pazienza. E’ vero - lo abbiamo detto - la salvezza di Dio si è manifestata nel suo Figlio fatto uomo, egli è il Salvatore promesso. I frutti pieni della sua venuta però li dobbiamo raccogliere giorno dopo giorno nell’operosità paziente e incessante. Per san Giacomo, il mistero della nostra salvezza è simile al ciclo della natura nel suo rinnovarsi incessante, che alla fine non delude l’attesa paziente e testarda del contadino. Abbiamo bisogno di tempo affinché il regno di Dio cresca e maturi nella storia, in ciascun di noi. La pazienza esige disponibilità e cooperazione alla crescita. Il domani di salvezza definitiva che attendiamo è anche nelle nostri mani.

La salvezza di Dio è vicina a noi, anzi è in mezzo a noi, e ciò dev’essere motivo di gioia. Non è la gioia di chi non trova ostacoli da affrontare; è la gioia di chi accetta il piano di Dio su di lui e si sente al suo posto, sa che la sua vita è al sicuro e può compiere le sue scelte con piena libertà interiore. Nei momenti di smarrimento o di sofferenza, nei momenti di stanchezza, quando le certezze svaniscono, la fede ci assicura che Dio viene a salvarci, che la nostra attesa non è vana. Se abbiamo riconosciuto Gesù come nostro Salvatore, il nostro cuore non ha nulla da temere.      

Gesù è vicino a noi come Salvatore soprattutto nell’eucaristia. L’antifona di comunione lo afferma riproponendo le parole di Is 35,4 della prima lettura: “Coraggio, non abbiate timore; ecco, il nostro Dio viene a salvarci”. E l’orazione sulle offerte precisa che il sacrificio eucaristico rende “efficace in noi l’opera della salvezza”.

domenica 8 dicembre 2019

LITURGIA E CULTURA




Sono usciti gli Atti dell’XI Congresso di Liturgia “Liturgia e Cultura”, tenutosi a Roma dal 9 all’11 maggio 2018 presso il Pontificio Ateneo sant’Anselmo – Pontificio Istituto Liturgico. Il testo è a cura di Francesco Bonomo, Stefan Geiger, Dominik Jurczak, Fergus Ryan.
Nella celebrazione liturgica si realizza in pienezza l’esperienza della fede, è il locus theologicus da cui osservare l’apporto culturale, in base al quale esercitare un discernimento e nel quale accogliere prudentemente quell’universo organico e sistemico che è il punto di riferimento centrale della vita dei fedeli aderenti alla Chiesa, in un luogo e in un tempo, perché in quel luogo e in quel tempo si forma la comunità cristiana come populo congregato. Se nella liturgia si percepiscono conflitti per cui ritus et preces si distaccano dal contesto culturale in cui sono realizzati, significa che un passaggio del linguaggio non ha funzionato perché in uno dei due canali, mittente e destinatario, si è creata una frattura, una discrepanza o un’alienazione che pregiudica l’intero atto di culto. La liturgia deve raccogliere la sfida di essere culturalmente in grado di trasmettere il suo messaggio e di essere efficace. Al termine dei lavori dell’XI Congresso di Liturgia e presentando il volume degli Atti abbiamo notato il fiorire di numerose riflessioni capaci di portare ancora la navigazione al largo. Tentare di riprendere la questione anche per mezzo delle moderne scoperte delle scienze umane e dei dati a disposizione non fa altro che orientare nuovamente la bussola sull’impegno della ricerca.





venerdì 6 dicembre 2019

IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA B.V. MARIA – 8 Dicembre 2019




Salmo responsoriale: (Sal 97) - Rit “Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie”

Gn 3,9-15.20; Sal 97 (98); Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26-38

Il Sal 97 è un canto “nuovo” innalzato al Signore per le meraviglie che ha operato e continua ad operare nella creazione e nella storia. Tra queste meraviglie, la Chiesa contempla oggi Maria Immacolata, il capolavoro di Dio. La stessa Madre di Gesù ha ripreso il v. 3 di questo salmo nel suo Magnificat per celebrare l’opera di salvezza che Dio ha realizzato in lei. In Maria preservata immune da ogni macchia di colpa originale, in previsione della morte di Cristo (cf. la colletta), noi contempliamo compiuto in modo meraviglioso il disegno amoroso che Dio ha su tutti noi. In Maria immacolata infatti celebriamo l’alba della redenzione, l’inizio della nuova umanità o, come dice il prefazio della messa, “l’inizio della Chiesa, sposa di Cristo senza macchia e senza ruga, splendente di bellezza”. Il ritornello del salmo responsoriale sintetizza molto bene i sentimenti della Chiesa in questa solennità dell’Immacolata Concezione di Maria.

Secondo ha interpretato la tradizione, Maria è figurata dal Protovangelo nella donna nemica e vittoriosa di Satana, evento che viene proposto come prima lettura  (Gn 3,9-13) assieme alla disobbedienza di Adamo ed Eva (Gn 3,14-15). La scelta di questo brano intende mettere in evidenza il peccato sul quale Maria è vittoriosa e suggerire l’idea di Maria come nuova Eva. Come Adamo ed Eva sono personaggi emblematici per esprimere l’umanità caduta nel peccato, così Gesù, nuovo Adamo, e sua madre, nuova Eva, diventano personaggi altrettanto emblematici che enunciano l’umanità rinnovata. “Il nodo della disobbedienza di Eva è stato sciolto dall’obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva aveva legato con la sua incredulità, la vergine Maria l’ha slegato con la sua fede” (S. Ireneo; Cost. Lumen Gentium, n. 56).
         
La lettura evangelica propone l’evento dell’Annunciazione: l’angelo proclama Maria “piena di grazia”, testo classico del Nuovo Testamento in cui la tradizione ha visto annunciata la verità dell’Immacolata Concezione di Maria. E’ senza dubbio la pagina più letta nella liturgia, più meditata dagli artisti, più riprodotta in tele e nelle sculture. I Padri della Chiesa hanno visto in questo evento la contropartita di ciò che è successo nella caduta del paradiso terrestre: Eva non ascolta il precetto di Dio, Maria invece ascolta il messaggio dell’angelo inviato da Dio; Eva disobbedisce alla parola di Dio, Maria invece pronuncia il suo “si” ubbidiente al piano di Dio su di lei: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”; Eva significa “madre di tutti i viventi”, Maria lo è in senso più profondo in quanto è madre dei redenti mediante la morte del Figlio suo, vincitore del male e della morte. Maria, generando il Cristo, ha posto nella terra il “seme” indistruttibile del bene, della giustizia e della speranza. Esso si radicherà e trasformerà l’umanità intera. E’ la stessa realtà che descrive il brano introduttivo alla lettera agli Efesini (seconda lettura) in cui l’Apostolo afferma che Dio, in Cristo “ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”. Questa singolare elezione trova un’applicazione particolarissima in Maria. L’Immacolata è il primo segno della vittoria pasquale di Cristo. Con lei, l’umanità ritrova la strada per percorrere una storia di santità, non più di peccato. L’Immacolata è quindi un segno di speranza. Ciò che è avvenuto in lei è anticipo e frutto al tempo stesso della vittoria di Cristo risorto sulla morte e sul peccato. L’eucaristia, ripresentazione sacramentale del mistero pasquale, “guarisce in noi le ferite di quella colpa da cui, per singolare privilegio”, Maria è stata preservata nella sua immacolata concezione (orazione dopo la comunione).


domenica 1 dicembre 2019

LA MESSA È UNA CELEBRAZIONE



Celebrare è essere coinvolti, essere protagonisti, partecipare attivamente a un fatto che si realizza, che si vive, che si compie in quel momento, in una comunità piccola o grande che sia, dove tutti si attivano per funzioni e compiti diversi.

 

La Messa, come ogni celebrazione, invia i suoi messaggi soprattutto con il suo essere celebrazione: gesti, segni, suoni, silenzi, canti, parole cariche, brevi, efficaci

 

La Messa, pur essendo una celebrazione come tutte le altre, ha una specificità che la rende diversa e che non bisogna assolutamente dimenticare: essa non nasce da noi, non è una nostra invenzione. A essa siamo convocati dal Signore Gesù che ci chiama al fate questo in memoria di me, secondo le modalità della Chiesa. Attenzione, però, che eucaristia sempre nuova non significa a fantasia a sorpresa, ma “vissuta in modo sempre nuovo”. La Messa è come il giorno. Inizia sempre con l’alba e si chiude con il tramonto, ma non è mai come il giorno prima e quello dopo, anche se abbiamo incontrato le stesse persone, frequentato gli stessi luoghi, compiuto le stesse attività. Chi vive i giorni come se fossero tutti uguali cade nella noia e nel non senso.

 

Fonte: Tonino Lasconi, I “Messaroli”, una risposta per una comunità adulta, consapevole, riconoscibile, Cittadella Editrice, Assisi 2011, cf. pp.23-26.

 


venerdì 29 novembre 2019

DOMENICA I DI AVVENTO ( A ) 01.12.2019 - In attesa vigilante del Signore




Salmo responsoriale: (Sal 121) - Rit. “Andiamo con gioia incontro al Signore”

L’Avvento ricorda le due venute del Signore e le mette in intimo rapporto, la prima nel mistero della incarnazione e la seconda alla fine dei tempi: “Al suo primo avvento nell’umiltà della nostra natura umana egli portò a compimento la promessa antica, e ci aprì la via dell’eterna salvezza. Verrà di nuovo nello splendore della gloria e ci chiamerà a possedere il regno promesso che ora osiamo sperare vigilanti nell’attesa” (prefazio dell’Avvento I). Questa I domenica è tutta quanta incentrata sulla venuta del Signore alla fine dei tempi, alla quale siamo invitati a prepararci. Quando facciamo delle scelte nella vita di ogni giorno, le facciamo avendo davanti l’immagine di un futuro che intendiamo raggiungere: economico, sociale, culturale, ecc. Oggi siamo invitati a farle guardando anche al futuro di Dio, di un Dio che viene per noi.

Gesù afferma nel vangelo (Mt 24,37-44) che l’incontro con lui alla fine del nostro pellegrinaggio sarà improvviso e inatteso: “vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà”. Non si tratta di una vigilanza passiva e inoperosa, ma attiva e dinamica; dobbiamo andare incontro al Cristo che viene “con le buone opere” (colletta). Tutta la vita dev’essere una preparazione prolungata e fedele a Cristo che viene. Un messaggio simile lo troviamo nella prima lettura (Is 2,1-5), in cui il profeta ci esorta a percorrere il nostro cammino “nella luce del Signore”. San Paolo, riprendendo il simbolismo della luce e, dopo aver ricordato che siamo nella notte in attesa dell’alba luminosa dell’avvento di Cristo, ci invita (Rm 13,11-14) a svegliarci perché il giorno della salvezza è vicino. In questo contesto, l’Apostolo aggiunge che dobbiamo gettare via le “opere delle tenebre” e comportarci “come in pieno giorno”. Il futuro verso il quale camminiamo deve innestare nel presente la tensione per l’impegno nei valori che, vissuti nel presente, conducono a quelli futuri e definitivi. Ogni attimo della nostra vita è impastato di eternità. Perdere la memoria del futuro equivale ad appiattire il presente. I cristiani siamo uomini e donne di memoria, e quindi di attesa. La nostra esistenza di credenti è destinata a svolgersi, come è naturale, in seno alla storia concreta degli uomini ma allo stesso tempo è chiamata a far lievitare la storia con la novità della speranza, cioè con la fede nel progetto di salvezza che Dio compie nella storia.

La partecipazione all’Eucaristia ci sostiene nel nostro cammino e ci guida ai beni eterni (cfr. orazione dopo la comunione), è “pegno di salvezza eterna” (orazione sulle offerte).


domenica 24 novembre 2019

LA TERMINOLOGIA SACRIFICALE






Quasi tutti gli autori del Nuovo Testamento che si fanno portavoce della Chiesa delle origini, sono concordi nell’interpretare la morte di Gesù come evento salvifico, ma nel modo di presentarlo emerge nei loro scritti un ventaglio di modelli di riferimento, con una pluralità di formulazioni: come sofferenza del giusto, come sacrificio espiatorio, come espiazione vicaria, come riscatto-liberazione dalle potenze negative, come vittoria sulle potenze della morte, ecc. Tra questi schemi a ben vedere quello del sacrificio risulta essere uno tra gli altri, e comunque non preponderante, eppure è quello che nella storia della teologia e nello sviluppo della dogmatica cristiana si è imposto in modo prevalente, fino quasi a essere considerato l’unico omnicomprensivo.

Questa tendenza è stata favorita anche dalla versione delle parole della consacrazione del Messale romano attualmente in uso, che nel rendere le parole pronunciate sul pane, introduce il termine “sacrificio” (“Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”), del tutto assente nell’editio typica in latino (“Hoc est corpus meum, quod pro vobis tradetur”, che di fatto è più vicina al testo originale greco, cf. Lc 22,19b: hymōn didόmenon, “dato per voi”). Indubbiamente tale aggiunta in lingua italiana (che non trova nessun riscontro nelle traduzioni dei messali inglese, tedesco, francese, spagnolo, portoghese, ecc.) induce a interpretare in prospettiva sacrificale-cultuale la donazione di Cristo. In realtà nei testi neotestamentari dell’istituzione (1 Cor 11,23-26; Mc 14, 22-24; Lc 22,19-20; Mt 26,26-28) non ricorre mai il lessico tecnico-sacrificale (come sarebbero i verbi e sostantivi geci: prosphérō-prosphorá [offrire-offerta], thúō-thusía  [sacrificare-sacrificio], latreúein-latreía [servire, rendere culto-adorazione]).

Fonte: Giuseppe Pulcinelli, L’interpretazione sacrificale della morte di Gesù. La prospettiva biblica, in Roberto Mancini – Enrico Mazza – Giuseppe Pulcinelli, Il cristiano e l’idea di sacrificio, a cura di Brunetto Salvarani, EDB 2019, pp. 31-32.

venerdì 22 novembre 2019

DOMENICA XXXIV DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 24 Novembre 2019 NOSTRO SIGNORE GESU’ CRISTO RE DELL’UNIVERSO



2Sam 5,1-3; Sal 121 (122); Col 1,12-20; Lc 23,35-43

L’anno liturgico si chiude con questa domenica, dedicata a Cristo re dell’universo, chiave di lettura del mondo e della storia. In concreto, la solennità odierna propone la regalità di Cristo nella sua luce biblica e non in quella sociologica. Bisogna quindi evitare le ambiguità che hanno talvolta caratterizzato questa festa in un passato non lontano. Il dominio regale di Cristo si esercita sull’universo e sugli individui piuttosto che sulle società. Infatti, le letture bibliche insistono sull’aspetto escatologico, e cioè ultraterreno e spirituale della regalità di Cristo. “Il Regno non si compirà attraverso un trionfo storico della Chiesa secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 677).

La prima lettura narra l’unzione di Davide consacrato a re d’Israele. La figura di Davide prefigura quella di Cristo, l’Unto per eccellenza (cf I Vespri, ant. Al Magn.). La dimensione universale e cosmica della regalità di Cristo è celebrata in modo particolare nell’inno della Lettera ai Colossesi che ci viene proposto come seconda lettura: “Tutte le cose sono state create per mezzo di lui [Cristo] e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono”. Tra l’inno paolino e la descrizione della crocifissione di Gesù corre un abisso, a prima vista inconciliabile. Infatti, il brano del vangelo ci ricorda che Gesù esercita il suo dominio non tramite la forza, ma nella debolezza della croce. Il potere che Cristo rivendica sull’uomo non è di mondana potenza, ma proposta di valori liberanti, ai quali chiede un’adesione libera e personale promettendo a colui che li accoglie, come al buon ladrone del vangelo, la partecipazione al suo regno: “oggi sarai con me nel paradiso”.

Il regno di Cristo si stabilisce in “ogni creatura, libera dalla schiavitù del peccato” (colletta). Se vogliamo quindi che Cristo re eserciti il suo potere sul mondo, dobbiamo anzitutto far sì che il suo regno si stabilisca dentro di noi, nelle profondità del nostro essere, da dove prende origine la nostra espressione, la nostra parola, le nostre opere e il nostro dinamismo interiore. Cristo regna nei nostri cuori quando “viviamo secondo la verità nella carità e cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di Cristo” (Lodi mattutine, lettura breve: Ef 4,15).

La celebrazione eucaristica anticipa in noi i doni del regno di Dio. Già nell’Antico Testamento la comunione tra Dio egli uomini, che caratterizzava l’avvento definitivo del Messia e del suo regno, viene rappresentata con l’immagine di un banchetto sacro al quale il Dio di Israele inviterà tutti i popoli (Is 25,6-10). Questa immagine è ripresa anche dal vangelo nella parabola del banchetto nuziale (Mt 22,1-4; Lc 14,16-24) e delle dieci vergini (Mt 25,1-13; Lc 12,35-38).


domenica 17 novembre 2019

HA ANCORA SENSO PREGARE?




Alcuni ritengono che la preghiera sia un fenomeno del passato, un’evasione, o anche un alibi rispetto alle responsabilità e ai compiti urgenti dell’uomo nella storia. Non c’è dubbio che la preghiera può diventare un’evasione o un alibi. Si tratta però di una degenerazione del pregare che è ben altra cosa.

Un noto pensatore e teologo di punta dei nostri tempi, non allineato,Vito Mancuso, qualche anno fa affermava che pregare è umano, un antichissimo e universale gesto umano. Gli esseri umani fanno molte cose nella loro esistenza e tra queste, in ogni parte del mondo, pregano. La preghiera, aggiungeva, è un fenomeno universale. Si può anche giungere al paradosso di uomini che non credono in Dio ma che pregano, e cioè che almeno qualche volta nella vita si ritrovano a formulare parole o pensieri in forme non usuali rivolgendoli al mistero che avvolge la vita – esattamente nel senso richiamato da Norberto Bobbio quando diceva: “Come uomo di ragione, non di fede, so di essere immerso nel mistero. Gli esseri umani preghiamo perché avvertiamo il bisogno di rivolgerci alla potenza superiore che sovrasta le nostre vite e in qualche modo conoscerla, placarla, ringraziarla, a prescindere poi se tale potenza venga da noi intesa come personale (il Dio della Bibbia) o impersonale (il Fato degli antichi) o al di là delle categorie di personale-impersonale (così, ad esempio, il Nirvana del buddismo, inteso come il fine ultimo della vita). La ragione umana può giungere a non riconoscere nulla di superiore a se stessa, ciononostante il sentimento complessivo dell’esistenza sente in certi momenti il bisogno di rivolgersi alla potenza imponderabile della vita che ci sovrasta dicendo “tu”, da spirito libero a spirito libero.

Nel testo di Mancuso che ho sintetizzato e aggiornato, si parla della preghiera in un senso molto generale, per così dire ecumenico, globale. Ma cos’è veramente la preghiera? In alcuni ambienti laici e filosofici, la definiscono come un riflettere, un narrare, un situarsi dell’uomo nella riflessione sulla la propria radicale finitezza. Pregare, in qualunque modo sia formulata la preghiera, è il tentativo di andare oltre la precarietà dell’esistere. In questo contesto, altri comprendono la preghiera come un atto intimo di riflessione sul senso di sé e del tempo, carico di potenziale critico e addirittura rivoluzionario Altri ancora parlano della preghiera come un impegnativo riflettere sulla vita in situazioni concrete di particolare interesse. In questo contesto, la preghiera è considerata un’attività che illumina e orienta le decisioni esistenziali. Possiamo affermare che la vita stessa può essere preghiera. Può essere la ricerca di un bagliore di luce in mezzo alle tenebre, o di un respiro di rimettere in moto, o un bisogno di rimettere ordine nei propri pensieri. Riprendendo un’idea di Norberto Bobbio, il cardinale Carlo Maria Martini affermava che “la differenza più importante non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa ai grandi interrogativi dell’esistenza”.  

Se per pregare si intende “apertura verso il mistero che ci avvolge”, mi domando: è preghiera questa? La preghiera implica che ci sia qualcuno che ascolta. La preghiera non può essere soltanto riflessione interiore sul mio destino, sul male, sull’origine e la fine delle cose, una riflessione in cui nessuno mi ascolta e che rivolgo soltanto a me stesso. Per il cristianesimo pregare è uscire da se stessi. Certamente pregare è anche un riflettere impegnativo sulla vita in situazioni concrete. Ma non basta, pregare è principalmente accogliere una presenza, o meglio accogliere la Presenza. Ma qui sta la difficoltà principale per molti oggi: la crisi della preghiera è principalmente la crisi di una immagine personale di Dio, non da tutti percepita, non da tutti accolta.

La preghiera agisce su colui che prega e fa emergere la sua identità profonda. Un cristiano che si ritiene tale e non riesce a pregare, probabilmente è carente di fede cristiana. Infatti, possiamo affermare che la preghiera non è altro che fede applicata, una “fede parlante”. Come l’amore, neppure la fede parlante vuole soltanto soddisfare i propri bisogni, imporre i propri desideri, manipolare Dio, o addirittura costringerlo in maniera magica. Il senso più nascosto della preghiera non è quello di attendersi la risoluzione dei propri drammi o problemi, ma la speranza di comprendere a fondo quale sia il sentiero di percorrere nella vita.

A molte cose non si può pensare senza ringraziare (in tedesco, pensare e ringraziare sono parole molto simili, che hanno un certo parentesco: Denken und Danken). È cosa profondamente umana poter ringraziare. E chi devo ringraziare? Spesso è stato soltanto un caso che tutto mi sia andato bene nella salute, nella professione, nella vita familiare, ecc. Però non si può ringraziare il caso, non posso rivolgermi ad esso. Come persona credente io vorrei ringraziare chi sta dietro alla cosa e anche dietro a tutte le necessità.

Non mancano nella vita momenti in cui abbiamo bisogno di chiedere qualcosa, aiuto e sostegno. A chi dovrei chiedere? Come creature umane, siamo limitati e anche manchevoli. Perché dovrei nascondere, tacere, rimuovere ciò davanti a Dio?

Come e quando pregare? Nella Bibbia la preghiera della persona devota o meno viene praticata per lo più in maniera naturale e spontanea, nel cuore della vita e a partire dalla vita: è una ingenua effusione del cuore. Santa Teresa di Gesù Bambino ha definito la preghiera con queste parole: “Per me la preghiera è uno slancio del cuore, è un semplice sguardo gettato verso il cielo, è un grido di riconoscenza e di amore nella prova e nella gioia”.

La crisi della preghiera oggi, è dovuta più che a fattori importanti, ma pur sempre estrinseci (progresso tecnocratico, evoluzionismo, secolarizzazione), innanzitutto ad un progressivo fraintendimento del senso (o quid est) della preghiera stessa, ad una sua caricaturizzazione in senso formalistico e farisaico. In secondo luogo, la crisi della preghiera proverrebbe da importanti obiezioni antropologiche e teologiche a suo carico: da un lato, l’importanza assegnata all’autosufficienza, che rende difficile “fidarsi dell’Altrove”; dall’altro, l’incompatibilità tra il Dio della metafisica e una preghiera tradizionale, che non sia quella propria di una fede filosofica.

Ci sono alcuni ostacoli che si frappongono alla pratica della preghiera, sotto la forma di fenomeni annidati nel clima culturale che si respira. Così, ad esempio, il narcisismo che segna la nostra società.  Un narcisismo che è diventato un vero e proprio stile di vita dell’uomo contemporaneo. A livello individuale si manifesta in un esagerato investimento nella propria immagine a spese del’ “io” autentico, in un individualismo che compromette la capacità di indirizzarsi ad un “tu” e di inserirsi in un “noi”. Ne risulta una personalità patologica, descrivibile con i tratti del primato accordato all’emozionale sul razionale. Non c’è perciò da meravigliarsi che il singolo si senta ormai autorizzato alle più strane miscele religiose: un pizzico di islam, un altro di giudaismo, qualche briciola di cristianesimo. La preghiera cristiana rifugge da tecniche impersonali o incentrate sull’io, capaci di produrre automatismi nei quali l’orante resta prigioniero di uno spiritualismo intimista, incapace di una apertura libera al Dio trascendente.

Nel Padre nostro, che più che una formula da ripetere, esprime lo stile della preghiera cristiana, mai si dice “io”, mai “mio”; è una preghiera in cui si è liberi dalla tirannia di questo “io” che vuol mettersi al centro. Il primo atteggiamento per pregare è un decentramento, è imparare a dire “tu”: il tuo nome, il tuo Regno, la tua volontà; e – di conseguenza – è imparare a dire “noi: il nostro pane, i nostri debiti, le nostre tentazioni. Pregare è decentrarsi dal proprio io e ricentrarsi nella relazione con Dio e con i nostri simili.

Il narcisismo è una variante dell’antropocentrismo che caratterizza la cultura attuale che fa dell’uomo il centro e il protagonista di ogni relazione che, invece per la fede cristiana ha il suo inizio in Dio. Questa visione antropocentrica rischia, nei migliori dei casi, di ridurre la preghiera a una semplice attività di riflessione, in vista di un aggiustamento del proprio equilibrio psicologico. La preghiera non è un sedativo per le nostre paure o una risposta al nostro bisogno di protezione. La preghiera è invece anzitutto ascolto, non solo della natura, della storia, di se stessi, ma per il cristiano ascolto soprattutto della Parola di Dio. Si potrebbe dire che, se per Dio “in principio è la Parola” (cf. Gv 1,1), per l’uomo “in principio è l’ascolto”.

La prima esperienza di umanità che noi tutti facciamo è quella della “filialità”: noi esistiamo perché figli. Figli di un uomo e di una donna e del loro amore, figli di una storia, figli di Dio. La prima esperienza è l’essere generati, da altri, a una vita che non è mia, che viene da prima di me e che va oltre me. A una vita che è dono. La prima esperienza è che nessuno è figlio di se stesso. La prima parola del Padre nostro ci apre alla trascendenza; la preghiera è sempre apertura alla trascendenza, ad un “aldilà”, ad un “altrimenti”.

Se ritorniamo col pensiero ad alcuni snodi decisivi della nostra vita, ci accorgiamo che spesso è stata la parola di un amico, la lettura di un libro o l’incontro con qualcuno ad illuminare una scelta difficile che dovevamo prendere, una situazione che stavamo vivendo.

Per i cristiani la Bibbia è un libro amico, che raccoglie un millennio di esperienze-limite umane. In esso troviamo tutto il repertorio della storia umana: guerre, deportazioni, stermini, ma anche gioia, misericordia, perdono, e via dicendo.

La Bibbia è una biblioteca di 73 libri, divisi tra Antico Testamento e Nuovo Testamento. Possiamo dire che essa racconta l’alleanza che Dio stabilisce con gli uomini lungo il tempo. Nei diversi eventi raccontati dalla Bibbia troviamo le orme di questa alleanza che trova il suo momento culminante nell’evento di Cristo Gesù.

La Bibbia è stata scritta nel corso di 1600 anni circa. Gli uomini che l’hanno scritta sono vissuti in periodi diversi. Alcuni di loro erano molto istruiti, altri no. Alcuni erano agricoltori, altri pescatori, pastori, profeti, giudici o re. Ma dietro questi uomini, noi crediamo che c’è lo stesso Dio.

È vero che la Bibbia è un libro complesso, con alcuni brani difficili da leggere. Ma è anche vero che il messaggio fondamentale non è difficile da comprendere,

La Bibbia può diventare il libro delle nostre preghiere.

M. A.