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Visualizzazione post con etichetta Linguaggio liturgico. Mostra tutti i post
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domenica 30 giugno 2024

LA CORPOREITÀ E LA LITURGIA

 



 

La rivalutazione della liturgia come azione rituale, in cui convergono l’azione salvifica di Dio in Cristo e la risposta accogliente dell’uomo, pone il problema dell’individuazione di un punto di incontro che sia espressivo al tempo stesso dell’agire di Dio e dell’agire dell’uomo. Questo punto di incontro è la corporeità. La liturgia non è una questione di “idee”, ma di “corpo”, o meglio, di “corporeità”, intendendo per corporeità il soggetto umano nella sua integralità. Ciò può essere pienamente comprensibile soltanto se viene superata la tendenza a considerare il corpo come oggetto-strumento di appoggio o di ostacolo allo spirito-mente, dotato da una propria vitalità indipendente dal corpo. Non si tratta del corpo oggetto, ma del corpo vivo che ha ed è storia. Ricordiamo che l’antropologia cristiana considera la persona umana nella sua unità totale e alla luce della sua origine dall’azione creatrice di Dio e della sua vocazione ultima.

 

La trascendenza tipica dell’esperienza religiosa che tiene luogo nell’ambito della celebrazione liturgica non implica la negazione del corpo: come ogni simbolo ha bisogno del significante, così la liturgia, che è simbolica, ha bisogno del corpo, perché nell’esteriorizzazione corporea l’uomo esperimenta la auto trascendenza, in cui si fa sempre più evidente che la salvezza è al di là di ciò che è da lui possedibile o producibile quando si chiude in se stesso. Possiamo ben dire che luogo originario dell’esperienza religiosa e soggetto dell’azione celebrativa è il corpo vissuto.

 

L’ambiguità corporea, lungi dall’essere fuorviante per l’azione liturgica, è in grado di caratterizzarla strutturalmente come incontro vivo tra il corpo di Cristo e il corpo dell’assemblea celebrante. Essa, infatti, ha la medesima struttura dell’azione rituale, che tende a coniugare simbolicamente, in un’unica esperienza, il visibile e l’invisibile, l’identità e la differenza, il già e non ancora.

 

La liturgia considera la persona umana nella sua realtà profonda e negli svariati collegamenti che gli sono propri. La celebrazione deve quindi raggiungere il credente non solo nella sua profondità esistenziale più intima, ma anche nella sua dimensione corporea. Anzi, si può ben dire che il corpo è il primo e più profondo strumento dell'espressione: nel gioco degli atteggiamenti del corpo, l’espressione è altrettanto forte che nella parola; questa, anzi, viene espressa come atteggiamento. La liturgia trova l'unità delle proprie azioni e dei propri simboli nel corpo che agisce e percepisce.

 

La cosiddetta svolta antropologica del nostro tempo ha avuto effetti rilevanti anche in campo liturgico per cui dalla attenzione alla liturgia in se stessa - al mistero in essa celebrato - si è passati all'uomo della liturgia. Non si tratta di contrapporre i "diritti" della liturgia a quelli dell'uomo. La sintesi è appunto l'uomo liturgico, il credente che celebra la liturgia. In questo settore, non esente da possibili deviazioni, ogni ambiguità è facilmente superata se si parte da una giusta visione della liturgia come "luogo" del dialogo salvifico, che impegna i due protagonisti e accentua, nella dimensione di "santificazione" l'azione di Dio e nel "culto" quella dell'uomo: si tratta delle due dimensioni essenziali di ogni azione liturgica (cf. SC, n.7).

 

Contemplata da una prospettiva antropologica, la liturgia cristiana è una realtà viva, comunicativa e, pertanto, in intimo rapporto con la dinamica e le esigenze della crescita spirituale del credente che ad essa partecipa. È necessario però che i fedeli siano introdotti alla comprensione e all'uso del linguaggio simbolico della liturgia affinché possano sintonizzare con il mistero in essa celebrato. L'esperienza spirituale vissuta nella celebrazione liturgica si compie attraverso i segni sensibili (cf. SC, n.7).

 

Bisogna passare dalla logica dell'utilitarismo alla logica simbolica. Nel quadro della logica simbolica, la celebrazione liturgica non è soltanto l'esteriorizzazione di una realtà interiore, ma opera efficacemente questa realtà nel momento stesso in cui la porta ad esprimersi. Il simbolismo liturgico rivelando comunica e coinvolge il credente che è chiamato a co-rispondere. La liturgia si configura come un luogo in cui la partecipazione del credente ingloba l’intera sua persona, intelligenza e corporeità, amore e sensibilità.

 

La liturgia è un poderoso fenomeno di comunicazione. Nella cultura moderna della comunicazione audiovisuale, la celebrazione liturgica potrebbe essere facilmente percepita come uno spazio aperto alla espressione esterna della interiorità dei credenti, e anche un mezzo per educare e formare alla comunicazione con Dio attraverso gesti, parole, simboli e immagini che sono chiamati a riflettere la verità di un culto in spirito e verità. La liturgia è da considerarsi infatti spazio di vera esperienza spirituale e scuola capace di formare alla gestione di questa esperienza.

 

domenica 10 marzo 2024

L’ALFABETO DI DIO



 

Gianfranco Ravasi, L’alfabeto di Dio, San Paolo, Cinisello Balsamo 2023. 319 pp. (€ 20,00).

 

Santa Teresa di Gesù Bambino confessava: “Se io fosse stata prete, avrei studiato a fondo l’ebraico e il greco per conoscere il pensiero divino nella forma in cui Dio si è degnato di esprimerla nel nostro linguaggio umano”.

Il cardinale Gianfranco Ravasi ci prende per mano e con la consueta maestria ci guida nella conoscenza meditata e profonda delle parole bibliche su cui si fonda la nostra fede.

 

(Quarta di copertina)

  

domenica 10 dicembre 2023

IL SACRAMENTO DEL LINGUAGGIO

 



 

Giorgio Agamben, Horkos. Il sacramento del linguaggio. Archeologia del giuramento (Saggi 82), Quodlibet, Macerata 2023. 102 pp. (€ 14,00).

 

Che cos’è il giuramento, qual è la sua origine e quale il suo scopo, se esso sembra mettere in questione l’uomo stesso come animale politico? L’ “archeologia” del giuramento che questo libro propone cerca di rispondere a queste domande, in una prospettiva in cui il problema del giuramento e il problema del linguaggio appaiono inseparabili. Attraverso un’indagine di prima mano sulle fonti greche e romane, che ne mette in luce il nesso con la legislazione arcaica, la maledizione, i nomi degli dei e la bestemmia, Agamben situa, infatti, l’origine del giuramento in una dimensione nuova, in cui esso appare come l’evento decisivo nell’antropogenesi, nel diventar umano dell’uomo. Il giuramento ha potuto costituirsi come “sacramento del potere” perché esso è innanzitutto il “sacramento del linguaggio”, in cui l’uomo, che si è scoperto parlante, decide di legarsi alla sua parola e di mettere in gioco in essa la sua vita e il suo destino.

(Quarta di copertina)

 

Pag. 9     Horkos. Il sacramento del linguaggio

Pag. 95   Riferimenti bibliografici

Pag. 101 Indice dei nomi

 

domenica 19 novembre 2023

IL NOME DI DIO

 



 

In Ex 3,14, a Mosè che gli chiede come dovrà rispondere agli ebrei che lo interrogano sul nome di Dio, Jahwèh risponde ehyé ašer ehyé, “sono colui che sono”. La Settanta, prodotta in un ambiente allenistico, e quindi a contatto con la filosofia greca, traduce questo nome con egó eimi ho õn, cioè col termine tecnico per l’essere (ho õn). Maimonide, commentando questo passo, si mostra perfettamente cosciente delle implicazioni filosofiche di questo nome di Dio: “Dio gli diede allora una conoscenza che doveva comunicare loro per l’affermazione dell’esistenza di Dio, cioè ehyé ašer ehyé. Si tratta di un nome derivato da haya, che designa l’esistenza, poiché haya significa “fu” e la lingua ebraica non distingue tra “essere” e “esistere”. Tutto il mistero è nella ripetizione, in forma di attributo, di questo termine che significa l’esistenza, poiché la parola ašer (chi), essendo un nome incompleto […] esige che si esprima l’attributo che gli è congiunto. Esprimendo il primo termine, che è il soggetto, con ehyé e il secondo termine, che gli funge da attributo, con lo stesso nome ehyé, si afferma che il soggetto è identico all’attributo. E questa è una spiegazione dell’idea che “Dio esiste, ma non attraverso un aggiungere l’esistenza”, il che si interpreta in questo modo: “L’essere che è l’essere”, cioè l’essere necessario.

Fonte: Giorgio Agamben, Horkos. Il sacramento del linguaggio. Archeologia del giuramento (Saggi 82), Quodlibet, Macerata 2023, 69-70.

domenica 30 aprile 2023

I COMPLESSI LINGUAGGI RITUALI NON VERBALI

 



 

Si può convenire che la liturgia, come è uscita dalla riforma conciliare, è essenzialmente una performance complessa in cui prevalgono i linguaggi non verbali. È curioso che lo studio della liturgia anche in atenei famosi, privilegi i linguaggi verbali e le fonti letterarie, come se questa mediazione ecclesiale dipendesse dalla semantica. Anche sotto il profilo squisitamente comunicativo è risaputo che solo il 7% dei messaggi interpersonali dipenda dalle parole, il 38% dal tono della voce, il 55% dai linguaggi non verbali del corpo. Mentre si scrivono infiniti commenti alle letture bibliche, si dimentica che l’importante è l’intonazione della voce, la magia della foné. Un intero universo, parzialmente sconosciuto, si apre alla ricerca teologica per approfondire forse in modo più puntuale l’affermazione di SC 7: “La liturgia è azione sacra per eccellenza, e nessuna altra azione della Chiesa, allo stesso titolo e allo stesso grado, ne uguaglia l’efficacia”.

 

Il vero snodo riguarda lo stretto legame teandrico della liturgia per cui la sua efficacia non va posta esclusivamente sul conto di Dio, ma anche sulla speciale azione antropologica del rito. Su questo fronte la ricerca è appena avviata per un ripensamento di tutta la sacramentaria.

 

Fonte: Roberto Tagliaferri, I complessi linguaggi rituali non verbali, in D. Messina – V. Trapani (ed.), “Per ritus. I linguaggi rituali alla prova della complessità”, CLV – Edizioni Liturgiche, Roma 2022, pp. 117-118.

 

domenica 4 settembre 2022

“EROS” “PHILIA” “AGAPE”

 



 

Eros non è sinonimo di “amore”. Non esprime la relazione amorosa tra due persone ma solo l’impulso di una verso l’altra. Per indicare il rapporto di amore intenso, come scambio reciproco e vincolo di affetto, i greci usavano altri termini, philia e agape. Philia è parola complessa, dai significati multipli: spesso assume un valore analogo al nostro “amicizia” ma può indicare anche i sentimenti che legano due sposi o un genitore a un figlio. In tutti i casi, comunque, indica un rapporto di affetto, reciproco e liberamente scelto, tra due persone. L’analogo termine philotes ha invece in Omero, quasi sempre una caratterizzazione erotica: indica l’unione non solo affettiva ma anche sessuale tra due persone. “Unirsi nella philotes” è l’espressione tipica per indicare l’atto sessuale nei poemi omerici. Il sostantivo agape e il verbo agapeo sono, invece, termini che Gesù usa nei Vangeli quando parla di amore. Il celebre precetto “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mc 12,31) suona esattamente in greco, agapèseis ton plesion sou bos seautòn. “Dio è agape” si legge in 1Gv 4,16). […]

Da un lato, dunque, l’eros, come forza esterna e imposizione sovrannaturale, come tirannia oscura e temibile. Dall’altro l’agape, come libero e reciproco patto di affetto che unisce Dio alle sue creature e lega gli uomini tra loro. In un saggio del 1893, il filosofo statunitense Charles S. Pierce definirà “agapismo” la sua dottrina che vagheggiava un’idea di amore e armonia universale. […]

Tuttora in greco moderno, “Ti amo” si dice Se agapò.

 

Fonte: Giorgio Ieranò, Le parole della nostra storia. Perché il greco ci riguarda, Marsilio 2022, pp. 33-35.

domenica 24 luglio 2022

LE PAROLE DEL SACRO

 



 

“Sei un mito”, “È un mistero”, “Non fare l’eroe”. Sono frasi che fanno parte del nostro linguaggio quotidiano. Ma come venivano usate le parole mito, eroe e mistero in origine? E attraverso quali passaggi si sono trasformate per arrivare al significato che hanno oggi? Il linguaggio religioso dei greci ha subito bizzarre trasformazioni nella modernità, spesso laicizzandosi, e perdendo ogni rapporto con la dimensione del sacro. Si pensi al caso della parola “orgia”, anticamente legata al mondo dei riti religiosi, ma poi risemantizzata in un senso profano e, addirittura, osceno. È successo però anche il contrario. Parole che all’inizio non avevano nulla a che fare con il culto divino sono diventate pilastri linguistici della nuova religione di Gesù. Cristo, Vangelo, Chiesa, cattolico, angelo, diocesi, vescovo: tutti termini il cui uso nel mondo pagano rinviava spesso a significati e contesti d’altro genere. Mentre toccherà a una parola inventata da Platone, “teologia”, designare quella scienza suprema del divino che i grandi maestri come Pietro Abelardo o Tommaso d’Aquino insegnavano nelle università medievali.

 

Fonte: Giorgio Ieranò, Le parole della nostra storia. Perché il greco ci riguarda, Marsilio, Venezia 2022, p. 61.

domenica 15 marzo 2020

I LINGUAGGI NON VERBALI




Comunemente si pensa che il linguaggio verbale sia il più usato nella comunicazione; in realtà, il ricorso al non verbale è molto più ampio, come rilevano gli studiosi. Anche nella celebrazione liturgica ritroviamo analoghe proporzioni. La prima conseguenza che se ne dovrebbe trarre è quella di fare molta più attenzione al linguaggio non verbale; invece avviene che si analizzino minuziosamente le forme verbali, mentre non ci si preoccupa del fatto che gran parte di quello che la liturgia trasmette è veicolato da codici non verbali, che difficilmente possono essere codificati nelle rubriche e, anche se in misura molto ridotta, da elementi paralinguistici.

Per la sua narrazione la liturgia fa ricorso a molti codici e linguaggi non verbali; per averne una idea basta passare in rassegna quanto segue. Codice personale: le persone e i loro ministeri e servizi. Codice oggettuale: gli oggetti che usano. Codice cinesico: i movimenti e la postura del corpo, i gesti, la mimica, lo sguardo. Codice tattile: il contatto fisico, gli abbracci, le unzioni. Codice ottico: il vedere e il guardare, la luce e il buio, i colori. Codice olfattivo: gli odori e i profumi, l’incenso, i fiori. Codice iconico: le immagini, i quadri, le statue. Codice del vestito e delle insegne: per i vari ministri. Codice musicale: la musica e il canto. Codice del silenzio: il silenzio stesso. Codici spaziali: locale o topografico (gli spazi rituali e la loro organizzazione: i movimenti, le processioni) e prossemico (la vicinanza e la lontananza tra i soggetti). Codice temporale: lo sviluppo del rito nel tempo, il ritmo, le pause, il giorno con le sue ore, l’anno con i suoi tempi.

Questa varietà ci fa capire quanto il linguaggio non verbale sia ampio e complesso e non si limiti solo all’espressione gestuale. Solitamente non si utilizza mai un solo codice alla volta, ma vi sono interazioni reciproche, anche se uno può essere prevalente rispetto agli altri.


Fonte: Carmine Autorino, “Il linguaggio verbale e non verbale del Messale Romano, via per comunicare il mistero celebrato”, in Salvatore Esposito – Francesco Asti – Carmine Matarazzo – Carmine Autorino, In attesa del “nuovo” Messale. Come accogliere la terza edizione italiana del Messale Romano, a cura di Salvatore Esposito (Presentazione del Card. Crescenzio Sepe), ELLEDICI, Torino 2020, pp. 142-143.



domenica 13 ottobre 2019

IL LINGUAGGIO LITURGICO




Il linguaggio liturgico è codificato e disciplinato dai libri liturgici, sottratto cioè al sentire del momento e della moda mutevole. Tuttavia non è asettico né anonimo. E’ come uno spartito di musica, preciso in ogni nota scritta, che deve essere “interpretato” ogni volta che viene eseguito dal vivo, sapendo che l’esegesi del mistero celebrato è la vita di chi vi partecipa. E’ pertanto un linguaggio creativo pur essendo “rituale”, ossia ripetitivo, identico a se stesso nelle preghiere, nei gesti, nelle azioni.


Il motivo della codificazione dei contenuti si comprende presto: è un linguaggio che non sorge dalla fantasia umana, quanto dalla divina rivelazione. Preghiere e riti sono infatti ispirati e fondati nella sacra Scrittura, che a sua volta è la codificazione scritta dell’incessante dialogo che Dio intrattiene con l’umanità, di generazione in generazione. L’esigenza sottesa al codificato linguaggio liturgico è sintetizzata nell’assioma lex orandi – lex credendi e viceversa: non esprime infatti l’opinione di qualcuno, ma la fede della Chiesa e la sua autentica comprensione teologica.


Che sia poi un linguaggio disciplinato è conseguenza oggettiva di ciò che rappresenta il linguaggio liturgico. L’agire comunitario comporta naturalmente un ordo su cosa fare, come farlo, chi fa che cosa e quando. Non è un fare tutti la stessa cosa né a proprio modo, ma è un unico corpo armonico a reagire nella complementarietà di funzioni diverse: ciascuno svolge il suo ruolo e tutti partecipano attivamente. Animata dall’inesauribile creatività dello Spirito, la liturgia è, al contempo, disciplinata da norme che la sottraggono al disordine dell’anarchia.




Fonte: Corrado Maggioni, “Linguaggi umani e linguaggio liturgico”, in AA.VV., La liturgia risorsa di umanità. “Per noi uomini e per la nostra salvezza” (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” – Sectio pastoralis 39), CLV Edizioni Liturgiche, Roma 2019, pp. 96-97.

domenica 7 luglio 2019

LA LITURGIA COME EVENTO LUDICO





“… Non appena si trasgrediscono le regole, il mondo del gioco immediatamente crolla. Tutto ciò appare pazzesco o incomprensibile solo a chi non ha mai visto con quale serietà i bambini stabiliscono le regole dei loro giochi, ad esempio come tutti debbano tenere le mani così e così…, il significato di un certo bastoncino o di quell’albero (e solo di quello) in un particolare gioco.


Lo stesso fa la liturgia imponendo severissime leggi che devono regolare il santo gioco che l’uomo gioca dinanzi a Dio. Può comprendere la liturgia chi non si scandalizza di ciò e sa – di contro ad ogni pragmatismo utilitaristico anche di tipo catechetico o morale – che agire liturgicamente significa davvero “diventare come bambini” (Mt 18,3), fedeli alla parola di colui che da Verbo si è fatto bambino…”



Fonte: Silvano Zucal, La liturgia come evento ludico in Romano Guardini, in Juan Rego (ed.), Incontri con Romano Guardini. A cento anni da “Lo Spirito della Liturgia”, EDUSC, Roma 2019, p. 119.


domenica 28 aprile 2019

LA MESSA ADATTATA ALL’INDOLE DEL POPOLO CONGOLESE






Il 30 aprile del 1988 la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti approvò il nuovo Ordinario della Messa adattato all’indole e caratteristiche del popolo congolese. La scorsa Domenica di Pasqua ho partecipato alla Messa nella chiesa della Natività di Gesù (“Deo Infanti sacrum” è scritto nell’architrave della chiesa), in cui la comunità congolese di Roma si raduna per le celebrazioni liturgiche. 


Musiche, colori, grande partecipazione con movimenti ritmici, danze e gesti vari. Tutto l’essere rende culto, e non solo lo spirito: espressioni corporali, orali, musicali, plastiche, decorative. La celebrazione è iniziata con la processione del presbitero celebrante con i diversi ministranti presieduta dalla Croce. Il coro ha cantato più volte e con entusiasmo l’Alleluia con una musica travolgente. 


La celebrazione è pervasa da un senso di comunione molto forte, tipico della vita dell’africano: comunione degli uomini con Dio e tra loro, tra i vivi e i defunti, tra gli uomini e il cosmo. Mi ha colpito, in modo particolare, la danza intorno all’altare durante il Gloria. Il presbitero celebrante (con l’incensiere in mano) e i diversi ministranti girano più volte intorno all'altare a ritmo di danza. Questa danza intende manifestare la volontà di comunicare alla forza vitale che proviene dall’altare del sacrificio di Cristo. Da notare anche che i fedeli tengono le mani alzate durante le preghiere sacerdotali; un modo per manifestare la comunione con la preghiera del sacerdote che presiede la Messa.


Sono alcune delle sensazioni che ho percepito durante la celebrazione. Mi sono domandato: i cosiddetti abusi, che purtroppo non mancano nelle celebrazioni liturgiche, non sono forse un segno che le nostre assemblee hanno bisogno di qualcosa di simile (naturalmente, "mutatis mutandis") a quello che ho visto e sperimentato nella piccola chiesa della Natività di Gesù? Alcuni diranno che in questo modo si rischia di celebrare sé stessi, di ridurre la Messa ad una festa “orizzontale”, in cui il mistero non occupa il posto centrale. Forse, talvolta…, ma il problema rimane.


M. A.



domenica 10 marzo 2019

QUALE LINGUAGGIO NELLA LITURGIA?






Nel servizio religioso non si deve evitare soltanto il linguaggio sacro impettito, 
altisonante, ma anche il gergo della strada, le smancerie intellettuali e la boria modernistica. Qui il linguaggio deve essere sobrio e insieme commovente, tale da esprimere l’esperienza della comunità orante alla presenza di Dio. Ciò può avvenire, a seconda del tempo, del luogo e della situazione, in base a un valido formulario prestabilito o mediante la preghiera libera. Entrambi i modi possono essere utili. Milioni di persone dicono il Padre nostro, e ciascuna vi immette quanto le è più proprio. Il Kyrie, il Gloria, il Sanctus della messa romana rendono possibili stati d’animo comuni e possono raggiungere un’attualità e risonanza, che manca a certi testi spontanei. In alcune ore il singolo è felice di servirsi di preghiere già formulate come la comunità di servirsi di preghiere spontanee. In ogni caso nel servizio religioso della comunità non deve venire vietata la preghiera libera, spontanea, e ciò pienamente nel senso di Paolo, che alla comunità della greca Tessalonica scriveva: “Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie, esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono” (1Ts 5,19-21).

Le preghiere libere e tradizionali possono perciò fecondarsi reciprocamente, e in un buon servizio religioso staranno indubbiamente entrambe in un giusto rapporto.



Fonte: Hans Küng, La preghiera e il problema di Dio, Morcelliana Brescia 2018, p. 66.


domenica 30 settembre 2018

UNA LITURGIA VIVA






Una liturgia viva per una Chiesa viva. I 70 anni del CAL (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” – Sectio pastoralis 38), CLV Edizioni Liturgiche, Roma 2018. 196 pp. (24 €).


Con questa 68a Settimana Liturgica Nazionale, a 70 anni dalla sua fondazione, il CAL ha inteso ribadire e rinnovare il suo impegno al servizio della Chiesa conciliare e in particolare di quella riforma liturgica che mira ad impedire che “la vita della Chiesa si trasformi in un pezzo da museo e in possesso di pochi” (EG 95). Una liturgia viva per una Chiesa viva, in grado di dire e comunicare il mistero di Dio all’uomo di oggi. Una liturgia che sia una forte e gioiosa esperienza della presenza del Risorto e di fraterna comunione in lui. Una liturgia che non si avviti su sé stessa ma dia vita ai cristiani “in uscita”, sospinti dallo Spirito, capaci di “uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo” (EG 20). (Dalla Presentazione di Mons. Claudio Maniago, p.7).



S.E. Mons. Felice Di Molfetta, Nodi e prospettive della riforma liturgica. Il servizio del CAL tra passato e futuro.

Don Roberto Repole, La Liturgia al centro della vita della Chiesa.

S.E. Mons. Bruno Forte, Celebrare i sacramenti per vivere la fede.

Fr. Enzo Bianchi, Una liturgia viva per una Chiesa viva.

Don Paolo Tomatis, Celebrare: il linguaggio per comunicare il mistero.

Mons. Fabio Trudu, Liturgia e pietà popolare: vie per l’evangelizzazione.




domenica 17 dicembre 2017

LA RICCHEZZA DEL LINGUAGGIO LITURGICO



Loris Della Pietra, La parola restituita. La ricchezza del linguaggio liturgico (Grammatica della liturgia 3), San Paolo, Cinisello Balsamo 2017. 110 pp.

Che il linguaggio verbale sia una componente di rilievo nella celebrazione cristiana è un dato di fatto. Nella liturgia, però, troppo “vociferare” è la spia di un disagio nei confronti della parola, sovente ridotta a veicolo superfluo del messaggio da trasmettere.

La parola liturgica sulla trama del rito è, invece, linguaggio che agisce mentre viene messo in atto fino a scolpire la dimensione più intima di chi la proferisce e di chi la ascolta. Riscoprire questa potenzialità della parola è una risorsa utile a non disperdere la forza della parola viva e del suo risuonare in mezza agli uomini.

È dunque urgente, come ben dimostra questo volume, avere una maggiore consapevolezza della ricchezza della parola nella liturgia, affinché quest’ultima possa “prendere la parola” nel cammino di fede degli uomini.


(Quarta di copertina)