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domenica 25 maggio 2025

SUL CASO AMERICANO

 



                                                                                     

Afferma Stephen Kevin Bannon, dirigente d’azienda statunitense, ex banchiere d'investimenti ed ex direttore responsabile del giornale on-line di estrema destra Breitbart News: “In America il cattolicesimo tradizionalista è in ascesa, particolarmente tra i giovani maschi, ma la leadership della Chiesa cattolica si sta spostando a sinistra mentre quella USA va a destra. Stiamo andando verso lo Scisma. C’è gente che vuole riportare la Messa in Latino e ribaltare il Concilio Vaticano II e che non mollerà”.

… Ogni tanto a Roma c’è stato qualche intervento deciso, come nel 2023: Francesco solleva il vescovo di Tyler, Joseph Edward Strickland, dal governo pastorale della diocesi. I motivi li dichiara lo stesso vescovo al sito conservatore LifeSiteNews: la mancata applicazione del motu proprio Traditionis custodes, che ha apportato restrizioni alla celebrazione secondo il messale del 1962 di papa Giovanni XXIII. Tuttavia, il vescovo texano ribadisce di non essersi pentito della propria scelta, poiché ritiene suo dovere quello di non disperdere i fedeli devoti alla messa tridentina. Ma la cosa che ha fatto saltare sulla sedia parecchie persone è che nel marzo 2025, quando Francesco era ricoverato al Gemelli, lo Strickland ha celebrato una messa nientemeno che nella residenza trumpiana di Mara-Lago in Florida (il presidente non c’era) accolto da un centinaio di fedeli. Un segnale? Certamente non un caso. Ma allora – è stato chiesto da un giornalista a Leone il giorno dell’incontro con la stampa – quando andrà negli Stati Uniti? “Non presto…”

 

Fonte: cfr. Carlo Marroni, Papa Leone XIV. Vita storia e segreti, Newton Compton Editori 2025, pp. 151 e 158-159.

 

domenica 3 marzo 2024

L’EVOLUZIONE DEL MESSALE ROMANO DI PAOLO VI

 



 

Maurizio Barba, Il Messale Romano. Sviluppi dopo la terza edizione emendata (Theologia Uxentina 11), Edizioni Viverein, Roma 2023. 412 pp. (€ 20,00).

 

Cap. I. Il Giubileo d’oro del Messale Romano di Paolo VI: Da una lettura retrospettiva ad una riflessione in prospettiva.

Cap. II. La lavanda dei piedi.

Cap. III. Santa Maria Maddalena: prima testimone della risurrezione.

Cap. IV. La memoria di Maria Madre della Chiesa.

Cap. V. L’inserimento nel Calendario romano generale della memoria di santa Faustina Kowalska.

Cap. VI. La celebrazione della Beata Vergine Maria di Loreto nel culto della Chiesa universale.

Cap. VII. La memoria di san Paolo VI Papa nel ciclo eortologico della Chiesa.

Cap. VIII. L’iscrizione di nuove memorie dei santi Dottori della Chiesa nel Calendario romano.

Cap. IX. La memoria degli Hospites Domini di Betania nel Calendario romano generale.

Cap. X. Interazioni tra il Calendario romano generale e i Calendari propri: quali ambiti di attuazione delle tradizioni delle Chiese locali?

Indici biblico, dei nomi, generale.

domenica 9 ottobre 2022

IL MESSALE ROMANO

 



 

Giovanni Zaccaria (ed.), Messale Romano. Tradizione, traduzione, teologia (Biblioteca di Iniziazione alla Liturgia 10), Edizioni Santa Croce s.r.l., Roma 2022. 136 pp. (€ 15,00).

 

Artur Roche, Il Messale Romano di san Paolo VI. Testimonianza di una fede immutabile e di una tradizione ininterrotta.

Gabriel Seguí i Trobat, I Messali Romani pretridentini. Importanza e metodo di analisi.

Corrado Maggioni, Il Motu Proprio di Francesco Magnum principium del 9.IX.2017: una lettura.

Daniel Brzeziński, La lingua corrente nella liturgia: fra passato e futuro.

Goffredo Boselli, “Si sit laus et non cantetur non est hymnus”. Tradurre l’innodia della Liturgia delle Ore.

José Luís Gutiérrez-Martín, Il contributo del nuovo Messale Romano al rinnovamento liturgico. A proposito della terza edizione tipica.

Giovanni Zaccaria, Il sacerdozio comune dei fedeli nell’Ordo Missae del Messale Romano.

 

domenica 3 gennaio 2021

IL MISTERO DELLA CHIESA NEL MESSALE ROMANO

 



Vincenzo Pierri, Il mysterium Ecclesiae nell’eucologia del Messale Romano (“Bibliotheca Ephemerides Liturgicae” – “Subsidia” 194), CLV – Edizioni Liturgiche, Roma 2020. 297 pp. (€ 30,00).

Il lavoro è diviso in due parti. La prima parte riguarda l’analisi dei singoli testi eucologici presi in considerazione, e consta di due capitoli. Gli elementi ecclesiologici fondamentali che emergono nei testi eucologici in questione, sono la base per la costituzione dell’impianto della seconda parte del lavoro, che consta di cinque capitoli: “Ecclesia: plebs de unitate Trinitatis adunata”; “Ecclesia: Regnum Dei, Populus Dei et Missio Populi Dei”; L’Ecclesia particularis e il Mysterium Ecclesiae adunatae; “Varia ministeria quae ad bonum totius corporis tendunt”; “Tota Ecclesia ab omnibus membris suis roborata”.

Nelle Conclusioni, l’autore riconosce che le riflessioni elaborate con l’analisi condotta su una specifica parte del Missale Romanum sono certamente da base per ulteriori sviluppi e approfondimenti teologici di altri aspetti del Messale stesso.

 

domenica 20 dicembre 2020

IL NUOVO MESSALE ITALIANO

 



 

Solo qualche riflessione sulle principali novità del nuovo Messale in italiano. Si tratta della “traduzione” del Missale Romanm, edizione tipica latina del 2002 (ristampata con qualche cambiamento nel 2008).

- Una delle caratteristiche di questo nuovo Messale è che ha cercato di essere fedele al testo originale latino. Così, ad esempio, l’invito alla comunione: “Beati gli invitati alla Cena del Signore. Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”, ora recita: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo. Beati gli invitati alla cena dell’Agnello” (dal latino: Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi. Beati qui Ad cenam Agni vocati sunt). Il testo latino è più coerente e ricco dottrinalmente. Infatti, in primo luogo, si presenta l’Agnello di Dio (che immediatamente prima è stato invocato tre volte). Poi si parla della cena dell’Agnello (cf. Ap 9,19), e in questo modo il banchetto eucaristico appare come sacramento, anticipo del banchetto celeste. Un altro caso di fedeltà al testo latino lo troviamo nella preghiera eucaristica II, dove si diceva: “Padre veramente santo, fonte di ogni santità, santifica questi doni con l’effusione del tuo Spirito”, ora si dirà: “Veramente santo sei tu, o Padre, fonte di ogni santità. Ti preghiamo: santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito” (Spiritus tui rore sanctifica). L’immagine della rugiada è biblica, e indica fecondità, prosperità: “Sarò come rugiada per Israele” (Os 14,6). Un altro caso ancora è la formula “Scambiatevi un segno di pace”, che ora diventa: “Scambiatevi la pace” (Offerte vobis pacem).

- Non sempre però la traduzione è fedele alla lettera del testo latino. Così il pro multis della preghiera eucaristica è ancora tradotto “per tutti”, per evitare confusioni. L’espressione corpus meum, quod pro vobis tradetur, conserva il testo anteriore: “offerto in sacrificio per voi” (la parola “sacrifico” non c’è nel testo latino, ma esplicita la forma verbale “offerto”).

- I testi biblici presenti nel Messale sono quelli dell’edizione italiana della Bibbia della CEI del 2007. Così, ad esempio, il nuovo e ormai noto testo del Padre nostro: “come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione”. Una eccezione è l’espressione del Gloria: “e pace in terra agli uomini di buona volontà”, che traduce il testo latino et in terra pax hominibus bonae voluntatis, è sostituita con “e pace agli uomini amati dal Signore” (la Bibbia della CEI dice: “e pace agli uomini che egli ama”). La formula scelta è stata preferita perché per numero di sillabe e accenti si adegua meglio alle melodie con cui fin ora il Gloria è stato cantato. Inoltre è più fedele al ricco significato del testo greco εύδοκίαϛ (cf. Lc 2,14), che letteralmente significa “di benevolenza (sua)”. E’ stata modificata anche la breve preghiera che il sacerdote dice nel fare il lavabo: “Lavami, Signore, da ogni colpa, purificami da ogni peccato”, ora diventa: “Lavami, o Signore, dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro”. La modifica è stata introdotta per essere in sintonia con la fonte biblica: Sal 51,4 nella nuova versione della CEI.

- C’è anche qualche cambiamento che intende rispettare le esigenze della lingua italiana, come, ad esempio, il saluto iniziale: “La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore del Padre e la comunione dello Spirito Santo siano (non più sia) con tutti voi”. La grammatica italiana chiede che il verbo sia coniugato al plurale, essendo tre i sostantivi con i quali si accorda. Si noti che non sempre il latino adopera il verbo in questi saluti come, ad esempio, nella formula Dominus vobiscum. Possiamo collocare qui anche il cambiamento nel ricordo dei vivi della Preghiera eucaristica II: “tutto l’ordine sacerdotale”, che traduce il latino universo clero, viene reso con il più comprensibile e fedele “i presbiteri e i diaconi”.

- Si è cercato di adoperare un linguaggio più inclusivo. Così nel Confesso a Dio, si dice “a voi fratelli e sorelle”. Alla fine della presentazione dei doni, il sacerdote si rivolge ai fedeli con queste parole: “Pregate, fratelli e sorelle, perché il mio e il vostro sacrificio…” E nella preghiera eucaristica, là dove si ricorda i defunti, si dice “Ricordati dei nostri fratelli e sorelle, che si sono addormentati nella speranza della risurrezione”. E così ogni volta che ci si rivolge all’assemblea come “fratelli”.

- La terza edizione latina del MR ha introdotto nelle domeniche e ferie della Quaresima una “orazione sul popolo” ad libitum, che amplifica e arricchisce il gesto della benedizione finale della Messa. Vi troviamo anche due nuovi prefazi per la celebrazione dei santi pastori e due per i santi e sante dottori della Chiesa: “Nel tuo disegno di amore hai illuminato san N. (santa N.) e con i suoi insegnamenti allieti la Chiesa nella sublime bellezza della tua conoscenza”.

- Il Messale italiano contiene alcuni testi nuovi, non presenti nel Messale latino. Questi testi sono indicati con un asterisco (*). Così, ad esempio, alcune formule del rito penitenziale iniziale.

- La triplice litania del Kyrie, si trova prima in greco e poi la possibilità di dirla o cantarla in italiano.

- Le “collette alternative”, presenti nel Messale italiano fin ora in uso, sono state ritoccate perché meglio esprimano la funzione liturgica della colletta. Possono essere utilizzate come collette oppure come orazioni che chiudono la preghiera dei fedeli. Il testo di queste collette è più aderente alla parola di Dio e più vicino alla vita nel linguaggio utilizzato e nel riferimento alla dimensione antropologica della fede.

 

BIBLIOGRAFIA:

Paolo Tomatis, Al servizio del dono. La nuova edizione del Messale, ELLEDICI, Torino 2020.

Goffredo Boselli, Le nozze dell’Agnello. Guida alla nuova traduzione del Messale, San Paolo, Cinisello Balsamo 2020.

Conferenza Episcopale Italiana. Ufficio Liturgico Nazionale. Ufficio Catechistico Nazionale, Un Messale per le nostre Assemblee. La terza edizione italiana del Messale Romano: tra Liturgia e Catechesi, Editore: Fondazione di Religione, Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, Roma 2020.

 

domenica 15 novembre 2020

L’INVITO ALLA COMUNIONE NEL NUOVO MESSALE ITALIANO

 



 

Goffredo Boselli, Le nozze dell’Agnello. Guida alla nuova traduzione del Messale, San Paolo, Cinisello Balsamo 2020. 95 pp. (€ 9,00).

 

In questo volumetto, l’autore offre una preziosa e puntuale guida alle novità più rilevanti della nuova traduzione del Messale. In seguito offro le pagine che illustrano i cambiamenti nel rito della comunione (pp. 56-61).

Nei riti di comunione è stata modificata e ritradotta la formula di invito alla comunione che segue immediatamente l’Agnello di Dio. Messale del 1983: “Beati gli invitati alla Cena del Signore. Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo”. Messale del 2019: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo. Beati gli invitati alla cena dell’Agnello”. La nuova edizione del Messale sceglie di essere fedele al testo dell’edizione latina del Missale Romanum che così recita: “Ecce Agnus Dei. Ecce qui tollit peccata mundi. Beati qui ad cenam Agni vocati sunt”.

Questa modifica ha un valore rilevante perché in primo luogo ripristina la successione originale della sequenza rituale, che le due precedenti edizioni italiane del Messale avevano scelto di modificare, invertendo l’ordine della frase, forse non comprendendo la mens rituale sottostante. Il presbitero, presentando all’assemblea il pane spezzato e il calice – vertice iconico dell’eucaristia perché il pane è mostrato spezzato e insieme al calice del vino – riprende l’invocazione “Agnello di Dio” della triplice litania appena cantata e lo contempla citando alla lettera l’espressione del Battista nel quarto vangelo “Ecco l’Agnello di Dio”, aggiungendo “ecco colui che toglie i peccati del mondo” dell’ “ecco”, assente nel testo finora in uso.

Ma il valore della novità di questa sequenza rituale consiste soprattutto nell’aver tradotto fedelmente il testo latino “Beati qui ad cenam Agni vocati sunt”, “Beati gli invitati alla cena dell’Agnello” riconsegnando così alla liturgia la citazione diretta, sebbene non completa, dell’Apocalisse di Giovanni (cf. Ap 19,9) introdotta dalla riforma dell’Ordo Missae del Messale di Paolo VI. Nelle edizioni precedenti, i traduttori italiani hanno preferito rendere “cenam Agni” con “cena del Signore”, ponendo in ombra la dimensione escatologica che questa espressione giovannea contiene ed evoca.

Il Messale di Paolo VI, facendo seguire alla formula “Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi”, già presente nel Messale di Pio V, il versetto “Beati qui ad cenam Agni vocati sunt”, fa della beatitudine giovannea il culmine a cui giunge la frazione del pane, aprendo questo rito a una dimensione escatologica essenziale alla celebrazione eucaristica. La tavola del Signore sulla quale la Chiesa celebra il memoriale della Pasqua di Cristo e la tavola della cena dell’Agnello sono un’unica tavola. Quella della Chiesa è sacramento di quella del cielo.

“Beati gli invitati alla cena dell’Agnello”, salutiamo con gioia e intima soddisfazione questa beatitudine, che invita alla tavola del pane spezzato e dell’unico calice, corpo e sangue del Signore, posti davanti agli occhi dell’assemblea mentre ai suoi orecchi risuona la beatitudine dell’Apocalisse come promessa e profezia del banchetto escatologico, la tavola del Regno promessa da Cristo: “Io preparo per voi un regno […] perché mangiate e beviate alla mia tavola nel mio regno” (Lc 22,29).

Va tuttavia osservato che la formula liturgica ha omesso nel testo latino il vocabolo “nozze” presente nel versetto dell’Apocalisse: “Beati gli invitati alla cena di nozze dell’Agnello” (Ap 19,9). La ragione per la quale i riformatori dell’Ordo Missae del Messale di Paolo VI abbiano fatto questa scelta ci resta nascosta. A ben guardare, la nuova traduzione italiana avrebbe potuto completare la citazione giovannea, consapevole che la fedeltà alle Scritture, specie al Nuovo Testamento, è superiore alla fedeltà materiale ad un testo liturgico dell’editio typica. Lo hanno invece fatto i traduttori della nuova edizione del Messale francese, rendendo “Heureux les invités au repas des noces de l’Agneau”. E’ auspicabile che la prossima edizione italiana colmi la mancanza.

 

 

domenica 8 novembre 2020

UN LINGUAGGIO INCLUSIVO NEL NUOVO MESSALE

 


La nuova edizione italiana del Missale Romanum nel Confesso dell’atto penitenziale propone: “Confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli e sorelle” anziché il precedente “Confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli”. La variazione ritorna nel finale della formula di confessione dei peccati: “E supplico la beata sempre Vergine Maria, gli angeli, i santi e voi fratelli e sorelle, di pregare per me il Signore Dio nostro”. Si tratta di un’evidente attenzione rivolta alle esigenze di un linguaggio inclusivo della varietà dei generi, maschile e femminile.

La coppia “fratelli e sorelle” era già presente nel MR del 1983, ad esempio nella monizione dell’atto penitenziale, dove il sacerdote era invitato a dire, con queste o altre parole: “Fratelli e sorelle, per celebrare degnamente i santi misteri, riconosciamo i nostri peccati”. Ora la ritroviamo ogni volta che il Messale latino si rivolge all’assemblea come “fratelli”: nei riti di presentazione dei doni (“pregate fratelli e sorelle, perché il mio e vostro sacrificio”), così come nel corso della Veglia pasquale (“Fratelli e sorelle, in questa santissima notte…”). Nella stessa Preghiera eucaristica, là dove si ricordano i defunti, la preghiera al Signore è ora rivolta ai fratelli e alle sorelle che si sono addormentati nella speranza della risurrezione.

L’attenzione al cosiddetto linguaggio inclusivo è una caratteristica del nostro tempo, che avverte l’esigenza di superare una cultura ancora troppo sessista e maschilista. La critica proveniente soprattutto dal mondo femminista, ma non solo, è aspra: le donne esistono e abitano il mondo, ma soltanto i maschi abitano il linguaggio. Le donne esistono e abitano la Chiesa e la liturgia, in modo preponderante, ma soltanto i maschi detengono, insieme al linguaggio, il potere. Di fronte a tale richiesta, alcuni dicono che non è aggiustando il linguaggio che si risolve la questione di una reale inclusione del genere femminile all’interno della preghiera liturgica della Chiesa e più in generale della vita sociale: non basta parlare di “sindaca” e di “architetta”, e neppure riferirsi genericamente al “genio femminile” per produrre un vero cambiamento di mentalità nel considerare in modo adeguato il ruolo della donna.

In effetti, pensando alla liturgia, pesa il fatto che a livello di ministeri istituiti (accolito, lettore) non sia ancora prevista l’apertura alle donne, nonostante l’esplicita richiesta proveniente dai vescovi riuniti per il sinodo sulla Parola di Dio del 2008. Questo dei ministeri è un esempio di come l’attenzione ad un linguaggio più giusto non possa essere isolata da una azione più globale, come ci ricordano le persone più attente al mondo del linguaggio e della comunicazione, ciò che non si nomina, non esiste, non viene pensato e preso in considerazione.

Il rischio di allungare le frasi in modo stucchevole può essere presente, e per questo è bene accogliere l’auspicio di un linguaggio inclusivo senza rigidezze ideologiche. La liturgia è piena di espressioni che andrebbero riviste: figli e figli, servi e serve, malati e malate, uomini e donne. Non è sempre possibile modificare un linguaggio proveniente dalle Scritture, che sono fortemente segnate da un modello patriarcale. Tenendo presente tale difficoltà, rimane intatta l’importanza di una attenzione globale ad una liturgia che guarda all’assemblea, al mondo, alla vita e a Dio stesso, non solo con occhi maschili. Il “fratelli e sorelle” della nuova edizione del Messale è come un pro-memoria, perché la voce della liturgia sia una voce capace di unire le differenze (di genere, ma pure di età, di cultura, etnia, ceto sociale, stato di salute fisica…), senza annullarle, ignorandole o appiattendole.

 

Fonte: Paolo Tomatis, Al servizio del dono. La nuova edizione del Messale, ELLEDICI 2020, pp. 33-35

domenica 20 settembre 2020

IL NUOVO MESSALE IN ITALIANO

 



Paolo Tomatis, Al servizio del dono. La nuova edizione del Messale, ELLEDICI, Torino 2020. 83 pp. (€ 9.90).

La terza edizione del Messale in italiano è la traduzione della terza edizione tipica latina del Missale Romanum di Paolo VI, pubblicato nel 2008. In questi giorni è in vendita in alcune librerie. L’opuscolo del Prof. Paolo Tomatis è una guida chiara, immediata e completa alla riscoperta delle particolarità di questa nuova edizione del Messale Romano. Ecco le pagine dedicate all’Ordo Missae (pp. 30-32 dell’opuscolo):

Entrando nel dettaglio della presentazione della nuova edizione del Messale Romano, ci domandiamo quali cambiamenti testuali e gestuali siano stati apportati nella struttura generale della Messa. Per farlo, occorre andare alle pagine centrali del Messale, quelle che presentano il cosiddetto “programma rituale” della Messa con il popolo. Si tratta dell’antico Ordo Missae (Rituale della Messa), che presenta la struttura generale della Messa nella sua parte invariabile.

Scorrendo la Messa dai Riti di inizio, notiamo piccoli cambiamenti. Nel saluto liturgico si utilizza il plurale “siano” al posto del singolare “sia”, quando il soggetto è plurale: “La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore del Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” (cf. 2 Cor 13,13); “La pace, la carità e la fede da parte di Dio Padre e del Signore nostro Gesù Cristo siano con tutti voi” (cf. Ef 6,23). Alla possibilità di scelta tra un saluto e l’altro, corrisponde il riferimento concorde alle parole tratte dalle Scritture: il fatto che la rubrica dica “oppure” e non “con queste e altre parole” chiede di scegliere tra i saluti biblici proposti, senza inventarne di nuovi.

L’atto penitenziale continua a presentare i diversi formulari offerti dal precedente Messale del 1983. Unica variazione di rilievo è nel Confesso, dove l’assemblea si esprime al maschile e al femminile: “Confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli e sorelle… e supplico la beata sempre Vergine Maria, gli angeli, i santi e voi fratelli e sorelle, di pregare per me il Signore Dio nostro”. La stessa variazione la troviamo nelle altre monizioni della Messa che prima riportavano solo il riferimento generico ai fratelli. Nel Gloria cambia il testo: “E pace in terra agli uomini, amati dal Signore”. Rispetto al testo precedente, che seguiva l’antica traduzione latina della Vulgata di Girolamo (et in terra pax hominibus bonae voluntatis) si è più fedeli all’originale greco del testo di Luca, dove gli uomini sono oggetto della benevolenza e dell’amore di Dio.

La struttura della Liturgia della Parola rimane invariata: anche in questa edizione, come nella precedente, è prevista la possibilità di professare il Simbolo apostolico, al posto di quello niceno-costantinopolitano. Nella liturgia eucaristica, il rito della presentazione dei doni rimane invariato nei testi e nei gesti. Nelle preghiere eucaristiche, invece, sulle quali ci soffermeremo a parte, vi sono piccole variazioni di traduzione, oltre che di posizione (le più recenti poste in appendice, rispetto alle prime quattro).

Nei riti di comunione spicca la nuova traduzione del Padre nostro, su cui tanto si è discusso. Qui le variazioni sono due, è bene ricordarlo: l’aggiunta di un “anche” (rimetti a noi i nostri debiti, come “anche” noi li rimettiamo ai nostri debitori) e il “non abbandonarci alla tentazione”. Anche in questo caso si è cercato di tradurre più fedelmente il testo greco del vangelo, secondo la nuova edizione della Bibbia CEI 2007. Nell’invito alla pace, compare il linguaggio del dono: “Scambiatevi il dono della pace”, anziché il più prosaico “segno di pace”.

Senza dubbio il cambiamento più significativo è quello che troviamo nel momento rituale che segue la frazione del pane eucaristico, relativamente alle parole che accompagnano il gesto del mostrare l’ostia sollevata sulla patena o sul calice. Anziché la successione: “Beati gli invitati alla cena del Signore: ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”, troveremo la successione: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo. Beati gli invitati alla cena dell’Agnello”.

Nei riti di conclusione, infine, è stata aggiunta una nuova formula di congedo, proveniente dalla terza edizione latina: “Andate e annunciate a tutti il Vangelo del Signore”. Una piccola variazione riguarda pure la formula: “La gioia del Signore sia la nostra forza”, che diventa, in sintonia con il testo di Neemia 8,10, “la gioia del Signore sia la vostra forza”.

Come si può notare, i cambiamenti rituali sono davvero minimi: circa le parti recitate dall’assemblea, la scelta è stata quella di non apportare alcuna modifica, eccetto quelle ritenute più necessarie (al Confesso, al Gloria, al Padre nostro). Merita comunque sostare su alcune di queste variazioni, che per quanto piccole, sono significative di una sensibilità da affinare e di una ritualità da valorizzare.    

domenica 6 settembre 2020

PREGHIERA EUCARISTICA III

 


 

Modello principale del contenuto di questa preghiera eucaristica è il canone romano (o preghiera eucaristica I), tutto pervaso da temi sacrificali. Ciò spiega bene la marcata insistenza della preghiera eucaristica III nel sacrificio; infatti la parola e il concetto di sacrificio ritornano continuamente nelle sue strofe. Si tratta di una preghiera eucaristica senza un prefazio proprio, che invece hanno le preghiere eucaristiche II e IV.

“Padre veramente santo”. Questa preghiera prolunga il tema del Sanctus e si affaccia sul mistero eucaristico. Dopo l’indirizzo di lode al Padre, il testo si articola in due punti:

-La creazione, contemplata come manifestazione gioiosa di vita e santificazione operata da Dio, è descritta in modo trinitario: il Padre crea per mezzo del Figlio e nella potenza dello Spirito Santo.

-In questo contesto cosmico, celebriamo l’eucaristia (“dall’oriente all’occidente […] si fanno offerte…”: cf. Ml 1,11), che appare qui come lo specchio in cui si ridisegna tutta l’opera trinitaria.

Epiclesi consacratoria: “Ora ti preghiamo umilmente”. Epiclesi, dal greco ἐπίκλησις, significa “invocazione”. Si chiede a Dio che santifichi i doni in modo che divengano il corpo e il sangue di Cristo. Anche qui è la SSma Trinità ad agire: si chiede che il Padre santifichi i doni con l’azione dello Spirito Santo. Questa santificazione richiesta è quella per la quale si attua il mistero eucaristico per mandato di Cristo. Si intende quindi eseguire la volontà dell’Istitutore dell’eucaristia, ripetendo quello che lui stesso ha fatto nell’ultima Cena.

Racconto dell’istituzione. Il racconto dell’istituzione inizia con l’introduzione che si trova solo in san Paolo: “Nella notte in cui veniva tradito” (1 Cor 11,23). Alla fine del racconto c’è l’invocazione: “Mistero della fede”. Come indicano le risposte all’acclamazione, l’eucaristia attua la Pasqua di Cristo, mistero fondamentale della fede cristiana.

A questo punto, possiamo domandarci: quando e come avviene il mistero della consacrazione? La posizione classica del cattolicesimo romano afferma che la consacrazione del pane e del vino avviene quando il sacerdote, che agisce “in persona Christi”, pronuncia le parole di Cristo nell’ultima Cena. Dall’epoca scolastica si parla di “transustanziazione”, ossia di cambiamento della sostanza del pane e del vino in quella del Corpo e del Sangue di Cristo.

Secondo la posizione classica del mondo ortodosso-cattolico o bizantino, la consacrazione del pane e del vino avviene quando il sacerdote, che è tramite tra cielo e terra, nell’epiclesi chiede allo Spirito Santo di intervenire per la trasformazione del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo. Questa teoria non ama una spiegazione razionale come quella della “transustanziazione”, afferma semplicemente la realtà del mistero ed evita volutamente di entrare in altri dettagli.

Le due posizioni sono in un certo modo complementari: la transustanziazione è congiuntamente richiesta e operata dall’epiclesi e dalle parole istituzionali. A questo proposito, ricordo l’accordo sull’eucaristia tra la Chiesa cattolica e la Chiesa assira d’Oriente, siglato dalla Congregazione per la dottrina della fede, in cui è considerata valida l’anafora o preghiera eucaristica di Addai e Mari, che ha l’epiclesi ma non contiene le parole istituzionali, anche se vi fa implicitamente riferimento (cf. L’Osservatore Romano del 26 ottobre 2001). Questa anafora è adoperata dai cattolici, tanto Caldei quanto Malabaresi, in essa però i missionari occidentali introdussero le parole istituzionali.

Anamnesi cristologica e offerta del sacrificio. “Anamnesi” deriva dal greco ἀνά-μνησις, “ricordo”. Il testo latino “Memores igitur” collega questa sezione con il comando finale del racconto istituzionale: “Fate questo in memoria di me”. Gesù aveva detto di far memoria di lui. La preghiera eucaristica identifica la persona di Cristo con la storia di lui incentrata principalmente nella sua morte, risurrezione e gloriosa ascensione, in attesa della sua seconda venuta. La partecipazione all’eucaristia ci prepara all’incontro definitivo con il Signore. Altre preghiere eucaristiche ricordano anche altri misteri; così, ad esempio, la preghiera eucaristica IV ricorda anche la discesa di Cristo agli inferi.

Domanda di gradimento del sacrificio. Il sacrificio in quanto è di Cristo è infallibilmente gradito al Padre. Ma il discorso è diverso per noi e per la Chiesa. In quanto è offerta della Chiesa, Dio può gradirla o no. Qui entra in gioco l’adeguamento degli offerenti, di noi partecipanti, all’amore oblativo di Cristo. Naturalmente siamo consci che le condizioni richieste non le abbiamo nella misura che dovremmo averle e per questo, nella preghiera, ci affidiamo alla bontà di Dio, chiedendogli di guardare l’offerta “con amore” e di riconoscere in essa “la vittima immolata per la nostra redenzione”.

Epiclesi di comunione. Dall’accettazione divina dipendono i frutti del sacrificio per “noi che ci nutriamo del corpo e del sangue” di Cristo: nutrirsi indica sia il gesto corporeo del mangiare sia l’attività personale del discepolo che vive e si nutre di ogni cosa che fa parte della vita del maestro. Il frutto principale è l’unità della Chiesa. Infatti si chiede che lo Spirito Santo ci faccia diventare “in Cristo un solo corpo e un solo spirito” (cf. 1Cor 10,17).

Intercessioni:

-Domanda della vita eterna. La prima domanda delle intercessioni pone una premessa: rendici “un sacrificio perenne a te gradito” per poter possedere poi la vita eterna, e, in questo modo condividere la sorte dei santi “nostri intercessori”. La vita cristiana è concepita come culto sacrificale al Padre secondo quanto afferma san Paolo: “Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1). L’atteggiamento oblativo è la spina dorsale della vita cristiana.

-Domanda per il mondo e per la Chiesa. La preghiera eucaristica volge al suo termine, e la Chiesa continua a pregare collocandosi all’interno della storia del mondo e prega per la pace e salvezza del mondo intero. Si passa poi alla Chiesa “pellegrina sulla terra”, per la quale si chiede che sia confermata “nella fede e nell’amore”. “Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura” (Eb13,14). Secondo l’ecclesiologia del Vaticano II, nell’enumerazione dei ruoli e ministeri ecclesiali sarebbe stato meglio iniziare col popolo di Dio per finire coi ruoli gerarchici.

-Domanda per i vivi. La supplica prima di tutto è per l’assemblea celebrante, e poi l’orizzonte si allarga a tutti gli uomini sparsi e “dispersi” per il mondo. Vi è compresa la domanda dell’unità di tutti i discepoli di Cristo. Secondo Gv 11,52, “l’unità dei figli di Dio che erano dispersi” è lo scopo della morte di Cristo. Il vocabolo dispersione evoca la realtà del peccato.

-Domanda per i defunti. Si prega per tutti i defunti, anche non cristiani: per “tutti i giusti che, in pace con te, hanno lasciato questo mondo”. Dio per instaurare il suo regno di giustizia agisce in modo più ampio di quanto lasciano vedere i confini della Chiesa (cf. Mt 25,31-46).

Dossologia finale. La dossologia finale è trinitaria. Durante tutta la dossologia si eleva l’ostia e il calice come segno della lode che sale alla Trinità, ma anche come segno dell’offerta del Corpo e Sangue di Cristo. Questa offerta esprime la glorificazione trinitaria massima da parte della Chiesa.

Noto che questa è l’unica elevazione dei santi doni del Corpo e Sangue di Cristo. Il Messale infatti usa il verbo latino elevare. Invece, dopo le parole consacratorie sul pane e sul calice, il Messale adopera il verbo ostendere (mostrare).

 

CENNI BIBLIOGRAFICI

Enrico Mazza, Le odierne preghiere eucaristiche. 1/Struttura, Teologia, Fonti (Liturgia e vita), EDB 1984.

Vincenzo Raffa, Liturgia eucaristica. Mistagogia della Messa: dalla storia e dalla teologia alla pastorale pratica, nuova edizione (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” “Subsidia” 100), CLV – Edizioni Liturgiche, Roma 2003.

Cesare Giraudo, Stupore eucaristico. Per una mistagogia della Messa alla luce dell’enciclica “Ecclesia de Eucharistia”, Libreria Editrice Vaticana 2004.

Matteo Ferrari, La preghiera eucaristica. Un “cantiere” riaperto dal Concilio (Preghiera e Liturgia 9), Centro Eucaristico, Ponteranica 2014.

 

domenica 26 gennaio 2020

IL NUOVO MESSALE IN ITALIANO




Salvatore Esposito – Francesco Asti – Carmine Matarazzo – Carmine Autorino, In attesa del “nuovo” Messale. Come accogliere la terza edizione italiana del Messale Romano, a cura di Salvatore Esposito (Presentazione del Card. Crescenzio Sepe), ELLEDICI, Torino 2020. 149 pp. (€ 9,90).

E’ un valido sussidio, con una chiara impronta pastorale, reso alla comunità ecclesiale in attesa della nuova edizione italiana del Messale Romano.

Salvatore Esposito, Una nuova edizione italiana del Messale Romano.

Francesco Asti, Il Messale scuola di formazione spirituale delle comunità ecclesiali.

Carmine Matarazzo, Il Messale e il rinnovamento della pastorale liturgica.

Carmine Autorino, Il linguaggio verbale e non verbale del Messale Romano.


venerdì 5 aprile 2019

CINQUANT'ANNI DEL MESSALE ROMANO DI PAOLO vi




Una riforma per il rinnovamento
della Chiesa

Cinquant’anni del Messale Romano promulgato da Paolo VI 

05 aprile 2019

Cinquant’anni fa, il 3 aprile 1969, con la costituzione apostolica Missalis Romani, san Paolo VI promulgava il Missale Romanum rinnovato per decreto del concilio ecumenico Vaticano II. In essa indicava e motivava i cambiamenti più rilevanti apportati a questo libro liturgico, circa la preghiera eucaristica, il rito della messa, il lezionario. Il 6 aprile seguente, il dicastero competente pubblicava il decreto sul nuovo Ordo Missae, compreso l’Institutio generalis Missalis Romani, e il 25 maggio il decreto sull’Ordo lectionum Missae; l’anno successivo avrebbero visto la luce l’edizione tipica del Missale Romanum e dei volumi del suo Lectionarium.

Per portare a buon fine un’opera come questa ci è voluto il coraggio di Paolo VI, animato dalla sollecitudine pastorale per il popolo di Dio. Ne era consapevole egli stesso, che ha misurato per primo con lucidità il travaglio da affrontare e insieme la necessità di affrontarlo. Lo ha ricordato in numerosi discorsi, al Consilium, ai fedeli e al clero, guidando, spiegando, difendendo, promuovendo la riforma liturgica che ha nel Messale la sua più chiara espressione; e ciò al fine di rinnovare la Sposa di Cristo, giacché è mediante l’azione liturgica, in particolare la messa, che la Chiesa sperimenta la comunione trasfigurante con Cristo, per Cristo e in Cristo. Il Messale serve a celebrare la messa, e la messa serve a rinnovare la vita di chi vi partecipa.



Per quanto la riforma del Messale possa essere sembrata da subito una operazione innovativa di grande portata, come di fatto fu, si deve riconoscere che il terreno era stato preparato da tempo. Lo richiamava Paolo VI nella costituzione apostolica, menzionando dapprima l’intervento per l’adeguamento del Messale compiuto da Pio XII, negli anni Cinquanta, circa la veglia pasquale e i riti della Settimana santa. Era il primo passo, al tempo in cui il movimento liturgico fermentava il tessuto ecclesiale. Ora, dopo quanto provvisto da Giovanni XXIII, i padri conciliari si erano pronunciati chiedendo la revisione generale del Messale e non una cosmesi.

Il Papa volle dunque dare attuazione a tali disposizioni: «Il recente Concilio Ecumenico Vaticano II, promulgando la Costituzione Sacrosanctum Concilium, ha posto le basi della riforma generale del Messale Romano, stabilendo che: “L’ordinamento dei testi e dei riti deve essere condotto in modo che le sante realtà, da essi significate, siano espresse più chiaramente” (cf SC 21); che: “L’Ordinamento rituale della Messa sia riveduto in modo che apparisca più chiaramente la natura specifica delle singole parti e la loro mutua connessione, e sia resa più facile la pia e attiva partecipazione dei fedeli” (cf SC 50); e inoltre: “Perché la mensa della Parola di Dio sia preparata ai fedeli con maggiore abbondanza, vengano aperti più largamente i tesori della Bibbia” (cf SC 51)» (costituzione apostolica).



Quasi a parare le inevitabili obiezioni, il Papa precisava che «non bisogna pensare che tale revisione del Messale Romano sia stata improvvisata», essendo confortata dal progresso della scienza liturgica e dalla conoscenza delle antiche fonti liturgiche sconosciute ai riformatori tridentini. Tre furono gli ambiti maggiormente interessati. Anzitutto la decisione paolina di aggiungere al Canone romano altre tre preghiere eucaristiche, oltre all’arricchimento dei prefazi, «presi dall’antica tradizione della Chiesa Romana, o composti ex novo». Quindi l’Ordo Missae, circa il quale si spiegava come «i riti, pur conservandone fedelmente la sostanza, sono stati semplificati (cf SC 50). Si sono pure tralasciati quegli elementi che con il passare dei secoli furono duplicati o meno utilmente aggiunti (ibid.), soprattutto nei riti dell’offerta del pane e del vino e in quelli della frazione del pane e della Comunione. Si sono pure ristabiliti, secondo le tradizioni dei Padri, alcuni elementi che con il tempo erano andati perduti (cf ibid.); per esempio l’omelia (cf SC 52), la preghiera universale o preghiera dei fedeli (cf SC 53), l’atto penitenziale, cioè l’atto di riconciliazione con Dio e con i fratelli, all’inizio della Messa, che giustamente è stato rivalutato». Infine, il lezionario: secondo la prescrizione conciliare che «in un determinato numero di anni, si leggano al popolo le parti più importanti della Sacra Scrittura» (cf SC 51), l’ordinamento delle letture domenicali è stato disposto in un ciclo triennale, completato dal ciclo biennale per i giorni feriali.

Due esempi attestano come il Papa abbia seguito in prima persona i lavori di revisione della lex orandi del Messale, sentito il parere della Curia romana e di altre istanze. Il primo è un autografo sull’Ordo Missae: «Mercoledì, 6 novembre 1968 - ore 19-20.30. Abbiamo letto nuovamente, col Rev. P. Annibale Bugnini, il nuovo “Ordo Missae”, compitato dal “Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia”, in seguito alle osservazioni fatte da noi, dalla Curia Romana, dalla S. Congregazione dei Riti, dai partecipanti alla xi sessione plenaria del “Consilium” stesso, e da altri ecclesiastici e fedeli; e dopo attenta considerazione delle varie modifiche proposte, di cui molte sono state accolte, abbiamo dato al nuovo “Ordo Missae” la nostra approvazione, in Domino. Paulus pp. vi» (pubblicato su «L’Osservatore Romano» il 9 maggio 2018, a pagina 8). Il secondo autografo riguarda il Lezionario: «Non ci è possibile, nel brevissimo spazio di tempo che ci è indicato, prendere accurata e completa visione di questo nuovo ed ampio “Ordo Lectionum Missae”. Ma fondati sulla fiducia delle persone esperte e pie, che lo hanno con lungo studio preparato, e su quella dovuta alla sacra Congregazione per il Culto Divino, che lo ha con tanta perizia e sollecitudine esaminato e composto, volentieri noi lo approviamo, in nomine Domini. Nella Festa di S. Giovanni Battista, 24 Giugno 1969 Paulus pp. vi».



Con la sollecitudine del pastore, Paolo VI ha voluto spiegare e illustrare i motivi della riforma liturgica, la sua portata e l’estensione che andava assumendo, aiutando a cogliere tutto il positivo senza tacere delle resistenze che si opponevano al cambiamento, come delle fughe fuori pista che la deturpavano. Lo ricordava in questi termini all’udienza generale del 19 novembre 1969: «La riforma che sta per essere divulgata corrisponde ad un mandato autorevole della Chiesa; è un atto di obbedienza; è un fatto di coerenza della Chiesa con se stessa; è un passo in avanti della sua tradizione autentica; è una dimostrazione di fedeltà e di vitalità, alla quale tutti dobbiamo prontamente aderire. Non è un arbitrio. Non è un esperimento caduco o facoltativo. Non è un’improvvisazione di qualche dilettante» (Insegnamenti di Paolo VI, VII [1969] 1122).



Cosciente della propria autorità egli confermava la bontà della riforma liturgica nel discorso al Concistoro del 24 maggio 1976: «È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino. La stessa disponibilità noi esigiamo, con la stessa autorità suprema che ci viene da Cristo Gesù, a tutte le altre riforme liturgiche, disciplinari, pastorali, maturate in questi anni in applicazione ai decreti conciliari. Ogni iniziativa che miri a ostacolarli non può arrogarsi la prerogativa di rendere un servizio alla Chiesa: in effetti reca ad essa grave danno» (Insegnamenti di Paolo VI, XIV [1976], 389).



Il Missale Romanum ha poi conosciuto traduzioni in diverse lingue, approvate dalle Conferenze dei vescovi e confermate dalla Sede apostolica. Così scriveva Paolo VI nella costituzione con cui lo promulgava: «Confidiamo che questo Messale sarà accolto dai fedeli come mezzo per testimoniare e affermare l’unità di tutti, e che per mezzo di esso, in tanta varietà di lingue, salirà al Padre celeste, per mezzo del nostro sommo Sacerdote Gesù Cristo, nello Spirito Santo, più fragrante di ogni incenso, una sola e identica preghiera».



Sono passati 50 anni, un giubileo! C’è da ringraziare il Signore. C’è da essere grati a Paolo VI per quanto ha offerto — soffrendo — alla Chiesa. Nel suo pensiero come nella sua opera, la riforma liturgica post-conciliare, in obbedienza a Sacrosanctum Concilium, non era finalizzata semplicemente alla revisione della forma celebrativa, ma al rinnovamento della Chiesa, mistero su cui il Papa si era soffermato nella sua enciclica programmatica, l’Ecclesiam suam.

di Corrado Maggioni
Sottosegretario
della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti


Fonte: L'Osservatore Romano 6 aprile 2019

sabato 19 gennaio 2019

La afflizione della “Ecclesia Dei”









Pubblicato il 19 gennaio 2019 nel blog: Come se non



Detto in una parola: una Commissione, che era nata per rispondere e rimediare ad una afflizione, era diventata invece motivo di afflizione. Nella storia di 31 anni di vita (1988-2019), la vicenda della Commissione aveva assunto, progressivamente, aspetti del tutto paradossali. Nata per rimediare alla frattura con il mondo lefebvriano, era diventata, progressivamente, un settore della Curia romana nel quale si costruiva una “identità parallela” del cattolicesimo tradizionalista e con il pretesto di un immaginario “accordo con lefebvriani”, si pretendeva di spostare continuamente verso di loro la barra della identità cattolica, soprattutto con un progressivo svuotamento della comprensione e della efficacia del Concilio Vaticano II. Ma soprattutto a partire dal 2007, con il Motu proprio “Summorum Pontificum” la Commissione aveva conosciuto il suo massimo successo, garantito dall’aver accentrato in sé il “controllo universale” sull’uso del “rito romano in forma straordinaria”. Quando poi, due anni dopo, la Istruzione “Universae Ecclesiae” aveva stabilito nel dettaglio i troppo ampi margini di manovra attribuiti alla Commissione, era facile immaginare che questo provvedimento avrebbe aperto la via ad un processo inarrestabile di sempre più ampie concessioni, fatte non dalla Chiesa di Roma, ma dai tradizionalisti della Curia romana, che avevano ottenuto una pericolosa e troppo ampia autonomia. Sarà utile ricordare un solo punto di questa follia tradizionalista installata nella Curia romana. Infatti “Universae Ecclesiae” definiva la entità sufficiente per determinare un “gruppo” avente titolo per chiedere una celebrazione in “rito antico”. E lo stabiliva nel numero di “tre richiedenti”, anche se appartenenti a diocesi diverse. Così, tre soggetti, appartenenti a tre diocesi diverse, potevano “aprire”, in tre diocesi, tre gruppi “validamente costituiti”. Ma le bugie, come si sa, fanno allungare il naso e accorciare le gambe.  Ora, secondo il motu proprio che entra oggi in vigore, tutte le competenze di Ecclesia Dei sono spostate ad una Sezione della Congregazione per la Dottrina della Fede. Sarebbe logico che, innanzitutto, la Istruzione “Universae Ecclesiae”, essendo destinata ad una Commissione che non esiste più, venisse abrogata. Per riportare un poco di buon senso e di onestà in un mondo in cui la fiction ha raggiunto, da troppo tempo, livelli di guardia.  Ad ogni modo, questo passaggio inaugura una nuova fase nel rapporto con i lefebvriani, ma soprattutto nella applicazione del Motu Proprio “Summorum Pontificum”, che sta alla radice di questa grande messa in scena, giunta oggi, finalmente, al sipario finale. Ma forse è solo il sipario del primo atto della commedia.

domenica 21 gennaio 2018

NULLA DI NUOVO SOTTO IL SOLE




Il Motu proprio Magnum Principium (MP) di papa Francesco, in vigore dal 1° ottobre scorso, ha riorganizzato le competenze, sia della Sede Apostolica sia delle Conferenze Episcopali nelle traduzioni dei testi liturgici alle lingue nazionali. Nei mesi scorsi, il documento ha provocato diverse reazioni, alcune delle quali molto critiche. Un esempio per tutti, Don Nicola Bux il 26 novembre 2017 sulla Bussola Quotidiana parlava del “rovesciamento delle gerarchie” e lamentava che con questo Motu proprio “la Sede Apostolica rinuncia alla sua fondamentale competenza sulle traduzioni dei libri liturgici”. Pochi si sono resi conto che la sostanza del documento di papa Francesco non fa altro che ripristinare quanto l’edizione tipica del Missale Romanum del 1970 diceva nel Decreto con cui la Sacra Congregazione per il culto divino pubblicava il Messale:


“… curae autem Conferentiarum Episcopalium committitur editiones lingua vernacula apparare, atque diem statuere, quo eaedem editiones, ab Apostolica Sede rite confirmatae, vigere incipiant”.


L’ultima edizione tipica del Missale Romanum, del 2002/2008, ha riprodotto in prima pagina il suddetto Decreto della prima edizione, ma in seguito ha aggiunto il Decreto con cui la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti pubblica la terza edizione tipica, in cui si stabilisce che la Sede Apostolica "riconosce" (non più "conferma") la traduzione preparata dalle Conferenze Episcopali:


“… Conferentiae Episcoporum curabunt ut, intra congruum tempus, novae versiones vernaculae Missalis Romani fideliter atque adamussim fiant, praecedentibus versionibus adhuc in usum accurate emendatis ad fidem textus originalis Latini, a Sede Apostolica ad normam iuris recognoscendae”. In questo testo si percepisce l’influsso della Istruzione Liturgiam authenticam, entrata in vigore il 25 aprile del 2001.


Non è vero quindi che col Motu proprio MP la Santa Sede rinuncia alla sua fondamentale competenza sulle traduzioni dei libri liturgici, come è stato scritto. Papa Francesco non ha fatto altro che ripristinare quanto aveva stabilito la stessa Santa Sede nel pubblicare la prima edizione tipica del Missale Romanum di Paolo VI in fedeltà a ciò che determina il Vaticano II nella Costituzione Sacrosanctum Concilium 36.


domenica 21 maggio 2017

LA RIFORMA DELL’ORDINARIO DELLA MESSA SECONDO SACROSANCTUM CONCILIUM


 
 

Come promesso, in questo post rispondo alla domanda rivoltami da un Anonimo il 20 maggio 2017, ore 23:37: “Quali sono, a suo avviso, i punti in cui il messale detto di san Pio V necessita di riforme? Come si dovrebbero realizzare, nel concreto, tali riforme?”
 
Per rispondere a questa domanda (mi limito all’ordinario della messa), abbiamo come punto di riferimento la Costituzione Sacrosanctum Concilium (SC). Credo che tutti possiamo essere d’accordo sul fatto che questa Costituzione è stata promulgata “affinché il sacrificio della messa raggiunga la sua piena efficacia pastorale anche nella forma rituale” (SC 49). Per raggiungere tale scopo, il Concilio “stabilisce quanto segue” (SC 49). Ciò significa che quanto segue (nel documento) deve applicarsi al Messale in quel momento in vigore, nello specifico si tratta del Missale Romanum del 1962.
 
Nel n. 50 di SC, si chiede la  revisione dell’ordinario della messa. Al riguardo si stabilisce che: 1) “appaia più chiaramente la natura specifica delle singole parti e la loro mutua connessione”. Un esempio, al riguardo, potrebbe essere l’offertorio che anticipa in alcune delle sue preghiere ciò che è proprio del canone della messa. 2) Si stabilisce anche che “sia resa più facile la partecipazione pia e attiva dei fedeli”. Esempi possono essere, oltre all’atteggiamento spirituale prioritario: collocare gli altari non troppo lontani dall’aula; un maggior uso della lingua parlata; più interventi con risposte e canti sia del coro che dell’assemblea… Per raggiungere tutto ciò, 3) si stabilisce che “i riti, conservata fedelmente la loro sostanza, siano semplificati”: un piccolo esempio è la formula per la distribuzione della comunione che alcuni Padri chiesero di ridurla all’espressione: “Corpus Christi. R/ Amen”; 4) “si sopprimano quegli elementi che col passar dei secoli furono duplicati o aggiunti senza grande utilità”: un esempio potrebbe essere la soppressione della lettura del prologo del Vangelo di Giovanni, presente ancora nel Messale del 1962. Poi, 5) “alcuni elementi che col tempo andarono perduti, siano ristabiliti…”: un esempio potrebbe essere il ripristino della “preghiera universale o dei fedeli”, di cui parla SC 53. Noto che i paragrafi 4) e 5) presuppongo naturalmente un giudizio storico. L’applicazione concreta di queste norme è stato il compito della Commissione ad hoc nominata dal Papa; questa Commissione ricevette i numerosi interventi dei Padri conciliari su questo numero. Al riguardo, si può consultare il volume a cura di Francisco Gil Hellín (Concilii Vaticani II Synopsis. Constitutio de sacra liturgia Sacrosanctum Concilium, Editrice Vaticana 2003).
 
Nei numeri seguenti della SC, si stabilisce: che “in un determinato numero di anni, si legga al popolo la maggior parte della Sacra Scrittura” (SC 51); si esalta l’importanza dell’omelia da non trascurare nelle domeniche e giorni festivi (SC 52); si raccomanda la comunione sotto le due specie (SC 55); viene ripristinata la concelebrazione eucaristica (SC 57-58).
 
A tutto ciò si dovrebbe aggiungere quanto stabilito nel cap. I della SC sui “principi generali per la riforma della liturgia”. Noto, ad esempio, l’importante n. 21, in cui si afferma che “la Chiesa desidera fare una accurata riforma generale della liturgia. Questa infatti consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o addirittura devono variare…” Poi, nel n. 34, si afferma che i riti devono splendere per “nobile semplicità”, evitare “inutili ripetizioni” e “siano adatti alla capacità di comprensione dei fedeli”. Tra le inutili ripetizioni del Messale del 1962, si possono indicare i ripetuti Dominus vobiscum…  Ho indicato solo alcuni esempi; si potrebbero citare altri.
 
Con quanto detto sinteticamente, posso riaffermare che il Messale del 1962, per volontà del Concilio Vaticano II, doveva essere riformato. Naturalmente le decisioni conciliari possono essere interpretate in modo più o meno minimalista o più o meno massimalista. Credo però che non si possa negare la vastità e profondità della riforma proposta da SC. Oggi è di modo in alcuni ambienti tradizionalisti affermare che la riforma di Paolo VI è andata oltre la lettera della Costituzione liturgica. Il Card. Sarah invita a riprendere la Costituzione Sacrosanctum Concilium e leggerla onestamente. E’ un modo “soft” di rifiutare la riforma. Invece altri, come il teologo Brunero Gherardini, hanno il coraggio di criticare la stessa Costituzione, si sono resi conto che essa apre veramente la porta ad una riforma in profondità (vedi quanto afferma il Gherardini nel suo volume Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Casa Mariana Editrice, Frigento 2009, in particolare pp. 144-145).
 
Più volte si è parlato del Messale Romano Latino-Italiano del 1965 come del Messale con la traduzione e l’adattamento della Messa, secondo il dettato del Concilio Vaticano II. Questo Messale, si dice, fu accettato pacificamente da tutti i tradizionalisti. Noto però che a parte la scomparsa del salmo 42 all’inizio della Messa e qualche altra piccola modifica, il testo è sostanzialmente quello del Messale del 1962, anteriore al Vaticano II.
 
Quale autorità "giuridica" ha questo Messale? Il titolo completo del Messale è Messale Romano Latino-Italiano per i giorni feriali e le feste. Si tratta di una edizione del Messale Romano quotidiano di Dom G. Lefebvre o.s.b., a cura dell’Apostolato Liturgico di Genova. L’edizione è stata "autorizzata" dalla Conferenza Episcopale Italiana. L’Imprimatur del Messale però è firmato il 24 giugno 1965 dal vescovo di Casale Monferrato Giuseppe Angrisani, città dove ha la sede l’Editrice Marietti che ha stampato il volume. Il Messale è stato pubblicato senza alcun Decreto della CEI. Si noti poi che la pubblicazione delle diverse edizioni tipiche dei libri liturgici della Liturgia Romana sono competenza della Santa Sede e le diverse edizioni sono introdotte da un Decreto della Congregazione del culto divino (o prima: della Sacra Congregazione dei Riti).  
 
Da quanto detto, è evidente che il Messale del 1965 non forma parte della storia del Missale Romanum, che ha conosciuto dopo l’edizione tipica di Pio V nel 1570 altre diverse edizioni tipiche.
 
 
M. A.