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domenica 8 giugno 2025

INTRA OMNES

 



 

Andrea Grillo – Luigi Mariano Guzzo (edd.), Intra Omnes. Dal popolo di Dio al conclave, Queriniana, Brescia 2025. 184 pp. (€ 18,00).

Con 26 lemmi-guida – da Abusi a Vocazione, da Donna a Pace, da Creato a Politica, da Cultura a Sessualità – Intra omnes offre un vero e proprio glossario di sfide e speranze per la Chiesa che verrà. Con pochi tratti, ciascuna voce riassume lo “stato dell’arte” dei processi di riforma avviati da Francesco (sinodalità, cura del creato, lotta agli abusi, dialogo ecumenico…), rileva le domande aperte e i nodi che restano ancora da sciogliere, indovina le traiettorie future su cui continuare a camminare.

Da un lato, questo libro corale è la felice sintesi retrospettiva su un pontificato che ha scavato un solco indelebile – un “prima” e un “dopo” Francesco – restituendo voce al popolo di Dio e ridisegnando la geografia ecclesiale. Dall’altro ciascuna voce lancia un ponte verso il futuro, tracciando le tappe indispensabili di un cammino ancora da compiere.

Un Extra omnes rovesciato: la voce di tutti per la Chiesa di domani.

Un’agenda “dal basso” che diventa risorsa “dall’alto”.

 

(Quarta di copertina)

     

domenica 24 marzo 2024

LA CHIESA CHE VIVRÀ

 



 

Vivrà la Chiesa dei piccoli passi fatti in tempo reale e senza inutili e dannosi ritardi.

Vivrà la Chiesa formata al rispetto di ogni vissuto concreto delle persone reali.

Vivrà la Chiesa capace di onorare tutti gli uomini e donne senza mai ridurli a una immagine stereotipata e mortificante per accogliere l’umanità nella sua interezza, complessità e ambiguità.

Vivrà la Chiesa della fede modesta capace di generare la piena fiducia nella libertà di ogni persona senza temere i fallimenti possibili di una vita.

Vivrà la Chiesa della compagnia nei cammini di umanità capace di grandi silenzi per far liberare una parola vera che guarisce.

Vivrà la Chiesa dell’integrazione di ogni razza, di ogni colore, di ogni lingua, di ogni cultura, di ogni percezione in umanità.

Vivrà la Chiesa che sa riconoscere modi diversi di vivere le alleanze tra persone senza sentirsi obbligati ad approvare o in dovere di disapprovare.

Vivrà la Chiesa dell’intelligenza del cuore con cui si cercano di capire i nuovi linguaggi, i nuovi alfabeti e i nuovi mutismi con sentimenti di venerazione del mistero dell’altro e nella consapevolezza che ciò che non si capisce comunque esiste.

Vivrà la Chiesa delle piccole cose, delle piccole comunità, dei mezzi semplici, della marginalità e della modestia gioiosa.

Vivrà la Chiesa capace di spalancare la porta dell’ammirazione per i semi di Vangelo presenti, nelle parole, nei gesti e nelle scelte dei nostri fratelli e sorelle in umanità per continuare ad abbattere “le muraglie che per troppo tempo avevano rinchiuso la Chiesa in una cittadella privilegiata” (Misericordiae Vultus 4).

Vivrà la Chiesa sempre meno romana e sempre più cattolica, apostolica ed escatologica.

 

Fonte: Fratel MichaelDavide, La Chiesa che morirà. L’arte di raccogliere i frammenti per impastare nuovo pane, San Paolo, Cinisello Balsamo 2023, pp.137-138.

domenica 17 marzo 2024

LITURGIA DEL FUTURO

 



 

Rivista Credere oggi, Anno XLIII, n. 3 maggio – giugno, n. 255: “Liturgia del futuro”.

Una liturgia che non parla più (Franco Garelli)

La relazione tra liturgia e ars celebrandi (Elena Massimi)

La rubrica come “non verbale”: una rivoluzione (Andrea Grillo)

La cura della forma rituale (Loris Della Pietra)

La potenza del simbolo. Il simbolo e la sua potenza (Maria Cristina Bartolomei)

Ripensare un passato recente: Casel e Guardini (Cyprian Krause)

Le lingue parlate e l’universalità complessa (Claudio Ubaldo Cortoni)

La discontinuità intorno alla “partecipazione attiva” (Donata Horak)

Un piccolo cantiere liturgico in rete (Ermanno Genre)

 

domenica 14 gennaio 2024

IL CARD. SARAH CONTRO “FIDUCIA SUPPLICANS”

 



 

Dichiarazione “Fiducia supplicans” sul senso pastorale delle benedizioni del Dicastero per la Dottrina della Fede, 18.12.2023:

31. Nell’orizzonte qui delineato si colloca la possibilità di benedizioni di coppie in situazioni irregolari e di coppie dello stesso sesso, la cui forma non deve trovare alcuna fissazione rituale da parte delle autorità ecclesiali, allo scopo di non produrre una confusione con la benedizione propria del sacramento del matrimonio. In questi casi, si impartisce una benedizione che non solo ha valore ascendente ma che è anche l’invocazione di una benedizione discendente da parte di Dio stesso su coloro che, riconoscendosi indigenti e bisognosi del suo aiuto, non rivendicano la legittimazione di un proprio status, ma mendicano che tutto ciò che di vero di buono e di umanamente valido è presente nella loro vita e relazioni, sia investito, sanato ed elevato dalla presenza dello Spirito Santo. Queste forme di benedizione esprimono una supplica a Dio perché conceda quegli aiuti che provengono dagli impulsi del suo Spirito – che la teologia classica chiama “grazie attuali” – affinché le umane relazioni possano maturare e crescere nella fedeltà al messaggio del Vangelo, liberarsi dalle loro imperfezioni e fragilità ed esprimersi nella dimensione sempre più grande dell’amore divino.

 

Card. Robert Sarah nella sua invettiva contro la dichiarazione “Fiducia supplicans” critica il testo sopra citato con le seguenti parole:

La dichiarazione “Fiducia supplicans” scrive che la benedizione è invece destinata alle persone che «mendicano che tutto ciò che di vero di buono e di umanamente valido è presente nella loro vita e relazioni, sia investito, sanato ed elevato dalla presenza dello Spirito Santo» (n. 31). Ma cosa c’è di buono, di vero e di umanamente valido in una relazione omosessuale, definita dalle Sacre Scritture e dalla Tradizione come una depravazione grave e “intrinsecamente disordinata”?

Fonte: https://www.diakonos.be/fiducia-supplicans-il-cardinale-sarah-ci-opponiamo-a-uneresia-che-mina-gravemente-la-chiesa/ 

 

Il Card. Sarah si domanda “cosa c’è di buono, di vero e di umanamente valido in una relazione omosessuale…?”. Noto che il documento non parla della “relazione” omosessuale, ma di “coloro che, riconoscendosi indigenti e bisognosi del suo [di Dio] aiuto, non rivendicano la legittimazione di un proprio status, ma mendicano che tutto ciò che di vero di buono e di umanamente valido è presente nella loro vita e relazioni, sia investito, sanato ed elevato dalla presenza dello Spirito Santo”. Poi, è assurdo affermare che nella vita di coloro che si trovano in situazioni irregolari, tutto sia segnato dal peccato e non ci possa essere invece qualcosa “di vero di buono e di umanamente valido presente nella loro vita e relazioni”.   

 

 

lunedì 25 dicembre 2023

LA CHIESA CHE MORIRÀ

 



Fratel MichaelDavide, La Chiesa che morirà. L’arte di raccogliere i frammenti per impastare nuovo pane, San Paolo, Cinisello Balsamo 2023. 142 pp (€ 14,00).


Morirà la Chiesa dei privilegi.

Morirà la Chiesa clericale talora ancora più grave nei laici che nei ministri ordinati.

Morirà la Chiesa del compromesso con i poteri mondani e con le ideologie “cristianiste” così lontane dallo stile evangelico.

Morirà la Chiesa nostalgica di quei tempi gloriosi che forse così gloriosi non sono mai stati.

Morirà la Chiesa del vittimismo che si ritiene accerchiata e minacciata dalle istanze della percezione antropologica degli uomini e delle donne del nostro tempo.

Morirà la Chiesa del trionfalismo, delle cose “in grande” e del “come si è sempre fatto”.

Morirà la Chiesa ostile verso coloro che non vogliono e non possono, o non possono e non vogliono vivere né come noi né secondo i nostri criteri.

Morirà la Chiesa affascinata dal sacro e insensibile all’umano.

(p. 135).

domenica 3 dicembre 2023

MARGINALITÀ DELLA LITURGIA?

 



 

Enzo Bianchi nella sua ultima opera (Dove va la Chiesa?, San Paolo 2023, pp. 63ss) parla della “marginalità assunta dalla liturgia all’interno della vita ecclesiale in questi ultimi anni”. Pur riconoscendo che ci sono delle comunità nelle quali la liturgia è vissuta intensamente, egli afferma che c’è “l’impressione che nella Chiesa italiana la liturgia si trovi oggi in un cono d’ombra rispetto a temi ecclesiali ritenuti centrali come la famiglia, i giovani, l’educazione, i poveri e, più in generale, i temi morali e sociali”. Dopo l’entusiasmo con cui è stata ricevuta la riforma liturgica voluta dal Vaticano II, si è registrata una “battaglia liturgica” che ha stancato i credenti.

 

A questa analisi un po’ pessimista di E. Bianchi, vorrei aggiungere che con la recente Lettera Apostolica di Papa Francesco Desiderio desideravi (2022), il clima sembra che si sia rasserenato. A 60 anni della pubblicazione della Costituzione Sacrosanctum Concilium (4 dicembre 1963), possiamo guardare con un certo ottimismo il futuro.

 

domenica 23 luglio 2023

LA PRESIDENZA DELL’EUCARISTIA

 



In questi ultimi anni sono apparsi una serie di libri e di studi in diverse riviste sullo sviluppo sinodale della Chiesa promosso da papa Francesco. Mi è capitato tra le mani uno di questi libri a cura di Hervé Legrand e Michel Camdessus: Una Chiesa trasformata dal Popolo. Alcune proposte alla luce di “Fratelli tutti” (Presentazione di Andrea Grillo), Paoline, Milano 2021. Si tratta di una serie di contributi di diverse personalità che appartengono al mondo della politica e della impresa, dell’amministrazione della giustizia e della psicologia, dell’assistenza sociale e della ornitologia, del diritto internazionale e della terapia familiare. Tra di essi vi è un solo teologo H. Legrand, prete domenicano francese, che ha avuto un ruolo di coordinamento e di consulenza, oltre che di stesura della seconda parte del volume.

Riproduco in seguito quanto H. Legrand scrive su “Presidenza della Chiesa locale e presidenza della sua eucaristia”:

Una frase della commissione teologica centrale del Vaticano II chiarisce bene la questione. “Nella Chiesa primitiva i sacerdoti presiedevano l'eucaristia perché presiedevano la Chiesa”. In questo modo si deve comprendere che i ministri vengono ordinati anzitutto per essere a capo di una comunità cristiana: hanno l'incarico di presiederla, (cosa che implica la cura dei legami con le altre comunità) e di vegliare in primo luogo sulla corretta trasmissione del Vangelo; ricevono anche per questa stessa ragione il compito di presiedere la preghiera della Chiesa. La loro qualità sacerdotale non è la condizione della loro presidenza, è piuttosto la loro presidenza sulla vita della Chiesa a implicare il loro ruolo liturgico, senza che questo ruolo rituale, malgrado il vocabolario sacerdotale che lo definisce, richieda un sacerdozio diverso per essenza da quello degli altri cristiani che celebrano in comunità.

La lettura attenta dei principali testi anteriori al IV secolo, che si occupano della celebrazione eucaristica, conduce a questa conclusione. Li abbiamo studiato altrove.

La Apologia di Giustino martire (verso il 150) parla di presidenti dell'eucaristia, senza connotazioni sacerdotali. Tertulliano (verso il 230) in un'opera del suo periodo cattolico, afferma che, sebbene solo in caso di necessità, i laici possono celebrare, contestando perciò che sia richiesto un sacerdozio specifico: “Là dove non vi è un corpo di ministri ordinati, tu, come laico, celebri l'eucaristia e battezzi e sei prete per te stesso, poiché là dove ci sono due o tre fedeli, vi è una Chiesa, anche se sono tre laici (…) Tu hai la capacità di assumere poteri sacerdotali in caso di necessità”. Questa affermazione, benché insolita, rivela l'equilibrio degli antichi (pp. 135-136. Non ho riportato le note).

 

mercoledì 26 giugno 2019

Abusi e nuovi usi: in dialogo con Matias Augé







Pubblicato il 24 giugno 2019 nel blog: Come se non


Dopo la pubblicazione del numero 334 di RPL, dedicato al tema “Fede, liturgia e prassi”, Matia Augé, che ha partecipato con un articolo allo stesso numero, sul suo blog ha dichiarato il suo interesse per una serie di altri articoli apparsi sul medesimo numero, ai quali ha rivolto una serie di considerazioni e domande (cfr. qui).

Poiché sono tra gli autori ai quali il prof. Augé ha rivolto alcune domande critiche, nate da una sua legittima perplessità, colgo l’occasione per rispondere pubblicamente, al fine di alimentare il giusto dibattito che deve nascere da buone domande.

Mi sembra di capire che la perplessità di Augé scaturisca dalla preoccupazione che il concetto di “creatività” introduca una “variabile soggettiva” che rischi di svuotare la liturgia della sua forza e della sua simbolicità. Ovviamente posso rispondere soltanto di ciò che ho scritto io, senza minimamente pregiudicare le intenzioni degli altri autori di cui viene discusso l’articolo. Per quanto mi riguarda vorrei chiarire quanto segue:

a) Per comprendere il “cambio di paradigma” tra “primato dell’abuso” e “primato del nuovo uso” mi sembra molto illuminante il caso del rito di pace. La logica classica, del “ritus servandus”, è talmente proccupata semplicemente di “applicare le norme” che in caso di confusione preferisce rinunciare all’uso piuttosto che cadere in un abuso. Il “primum” della logica classica, per come è stata recepita dopo il Concilio tridentino, è “non si commettano abusi”. A costo di rinunciare agli usi!

b) Ma il percorso del ML, del Concilio e della RL successiva è assai diverso. La loro preoccupazione primaria non è di “evitare gli abusi”, ma di “recuperare gli usi”. Infatti concentrarsi sugli abusi significa che gli usi sono chiari. Ma il Concilio capisce che non è così. Si tratta invece, nei nuovi riti, di entrare in una dinamica in cui anche la “norma” è al servizio di qualcosa di più grande, che potremmo definire il “costituirsi della Chiesa mediante ritus et preces”. Non si tratta, anzitutto, di “osservare norme”, ma di “dare la parola a diversi linguaggi”. La diversa definizione di “ars celebrandi” che troviamo in Sacramentum caritatis attesta precisamente questa evoluzione.

c) L’elemento “creativo” di cui parlano gli articoli discussi, se lo ho inteso bene, richiama esattamente questa differenza. La “rubrica” apre ad una esperienza che non si può tradurre semplicemente in una “applicazione della norma”, ma in una attivazione di linguaggi molteplici, che esprimono e condizionano una esperienza. La rubrica “si canti un canto adatto” implica una elaborazione corporea, ritmica, timbrica, melodica, armonica, agogica, dinamica…

d) La logica dell’abuso, di fronte al rischio, preferisce sospendere la azione. La logica del “nuovo uso” deve attraversare la esperienza espressiva nella sua complessità, esponendosi anche al rischio di abuso, per conseguire un “nuovo uso”. In altri termini, la soluzione peggiore, di fronte alle mediazioni complesse – corporee e canore – del rito di pace è quella di farne a meno. Qui è evidente che la logica del “garantirsi dall’abuso” non riesce a comprendere il primato della “formazione al nuovo uso”, che anticipa e previene la persecuzione del’abuso.

e) Ad un certo punto del suo testo critico, M. Augé sintetizza in modo denso la sua principale perplessità. Egli dice, a proposito della differenza tra ritus servandus e ritus celebrandus: “questa diversità di impostazione può essere descritta nei seguenti termini: ad una visione semplicemente normativa del Messale Tridentino, subentra nel Messale di Paolo VI una visione della celebrazione non solo normativa ma anche dottrinale e orientata alla sua applicazione pastorale”. Questa differenza non è semplicemente “dottrinale”, ma “corporea” e “agita”. Per questo la sua “norma” pretende una ermeneutica più ampia e più duttile. E comunque, se la norma è inadeguata, si cambia la norma, non si censura il rito. Infatti non si celebra “iuris causa”, ma lo ius esiste “ritus causa”.

f) Quindi, quando si parla di “creatività” si vuole in ogni caso escludere un “uso arbitrario” dell’ordo. Ma l’”uso normale” rischia di essere il peggior abuso, anche oggi, nonostante la Riforma Liturgica, poiché lascia intendere, indirettamente, che la celebrazione sia “affare del prete”, di fronte a cui “assisto” anche del tutto “passivamente”. Per uscire da questo “uso normale” – clericale e rigido – occorre proporre “nuovi usi”, che prendono sul serio la “actuosa participatio”. Anche a rischio di essere intesi come abusi: infatti, non è stato forse “abuso” lavare i piedi ad una donna musulmana in carcere durante la Missa in coena domini? La norma ha poi riconosciuto un nuovo uso.
g) Per dirlo ancora più chiaramente, se la liturgia è davvero “linguaggio comune a tutta la Chiesa”, il cammino verso “nuovi usi” – che il Concilio Vaticano II ha richiesto come essenziali alla comunione ecclesiale – esige una seria presa in carico del compito “creativo” di ogni celebrazione. Pensare che celebrare possa ridursi al ripetere un atto nella sua oggettività da parte di un singolo soggetto qualificato, questa a me pare la peggior forma di abuso che si possa commettere. Perché non viola esplicitamente alcuna norma, ma contraddice la verità fondamentale per la quale esistono tutte le “leggi liturgiche”, secondo gli “altiora principia” stabiliti dal Concilio e oggi richiamati da “Magnum Principium” di papa Francesco. Su questo testo proprio Matias Augé ha scritto un bel commento, giusto all’inizio del fascicolo di cui stiamo parlando. Per questo oso pensare che, nella sostanza, ci troviamo profondamente d’accordo, anche se usiamo le stesse parole con significati parzialmente diversi.





mercoledì 16 maggio 2018

Ecco il verbale segreto dell’incontro fra Paolo VI e Lefebvre






Pubblicata nel libro di padre Sapienza la trascrizione del colloquio dell’11 settembre 1976 tra il vescovo tradizionalista e Montini. Documento utile per leggere certe dinamiche interne alla Chiesa di oggi. Vedere qui

domenica 9 ottobre 2016

LA RIFORMA GREGORIANA


 

Nella Chiesa antica l’ecclesiologia procedeva ‘dal basso’, nel senso che si privilegiava la concezione della Chiesa come popolo di Dio, al servizio del quale è costituita nel suo seno ogni autorità. Con Gregorio VII (1073-1085) invece la Chiesa è dedotta ‘dall’alto’, a partire dal papa, il quale è considerato capo, fondamento, radice, sorgente e origine di ogni autorità e potere nella Chiesa. D’altra parte, se la Chiesa dell’epoca dei Padri si autocomprendeva come la parte della Chiesa celeste in cammino nella storia terrena, ora essa diviene la ‘Chiesa militante’, che conduce alla ‘Chiesa trionfante’ della gloria celeste.

 

La visione gregoriana della Chiesa contempla: da un lato, la gerarchia che governa, santifica, insegna, ecc.; dall’altro, il popolo che ascolta, riceve la grazia divina, obbedisce, mette in pratica le disposizioni della gerarchia. Più ancora, si intende la gerarchia come costitutiva propriamente la Chiesa, in modo che ‘gerarchia’ e ‘Chiesa’ sono termini che possono essere scambiati reciprocamente! Ecco perché la riforma gregoriana, per ciò che concerne la liturgia, è stata di prevalenza clericale e ha provocato, di conseguenza, una retrocessione graduale dei fedeli, sino a ridurli ad un’assistenza prevalentemente passiva all’azione liturgica. In altre parole, la liturgia è stata considerata un affare proprio del clero.

 

Per quanto concerne la liturgia, le mete alle quali mira la riforma gregoriana sono: coltivare la stima per il sacerdozio, mettendo a forti colori sia l’esigenza della santità in ordine alla celebrazione liturgica, sia l’indegnità dei preti nicolaiti e simoniaci così da dispensare i fedeli dall’assistenza ai riti sacri piuttosto che presenziare a tali indegnità; coltivare il senso del mistero di fronte all’azione liturgica; coltivare le  devozioni sia pure in veste liturgica.

 

Sull’argomento, cf. E. CATTANEO, Il culto cristiano in Occidente. Note storiche [Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” – “Subsidia” 13], CLV – Edizioni Liturgiche, Roma 19842, 198-207. Vedi anche B. NEUNHEUSER, Storia della Liturgia attraverso le epoche culturali [Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” – “Subsidia” 11], Edizioni Liturgiche, Roma 1977, 85-98).

lunedì 29 agosto 2016

Le temps est-il supérieur à l’espace ?


 

 

di Ghislain Lafont

Pubblicato il 28 agosto 2016 nel blog: Des moines et des hommes

 

Dans la dernière partie de Evangelii Gaudium, spécifiquement dans un ensemble de paragraphes consacrés à la paix (217-237), le pape François a proposé quatre principes dont la mise en œuvre constituerait un « authentique chemin vers la paix dans chaque nation et dans le monde entier ».

 

Les mots utilisés sont extrêmement généraux : temps/espace, unité/conflit, réalité/idée, tout/partie, le premier terme de chaque binôme étant proclamé supérieur au second. Il faudrait donc garder le regard fixé sur les quatre premiers termes, temps, unité, réalité, tout, et veiller à leur subordonner les seconds.

 

Il n’y a pas besoin d’être grand clerc dans l’histoire de la pensée humaine pour reconnaître que ces mots, avec quelques autres semblables, existent depuis toujours dans l’esprit des hommes en quête de compréhension et de direction pour la conduite de leur existence éprouvée et éphémère. Ici comme souvent, ces mots se présentent en couples qui sont et demeurent antagonistes : on ne peut pas supprimer un de leurs termes au profit de l’autre, ni identifier l’un à l’autre, ce qui serait effacer les deux. Il faut donc jouer avec l’identité et la différence. Toutes les sagesses jonglent ainsi avec ces notions, les organisent, les utilisent afin d’aider à un parcours plutôt heureux de la vie.

 

C’est ainsi que les principes proposé par François ont évoqué en moi les deux grands présocratiques : Parménide, Héraclite. Le premier et le troisième [« le temps est supérieur à l’espace » ; « la réalité est supérieure à l’idée »] nous rangent du côté d’Héraclite : dans la réalité, notre expérience est bien que « tout coule » et qu’ « on ne se baigne jamais dans le même fleuve ». Il est d’autre part sûr que, si déliées soient-elles, nos idées et nos paroles (nos logoi) n’épuisent pas le réel qu’elles scrutent. Etrangement, avec le second principe [« l’unité prévaut sur le conflit »] et le quatrième [« le tout est supérieur à la partie »], Héraclite recule, lui pour qui « au commencement était la guerre » et Parménide se réinstalle dans une paix et une globalité depuis toujours inébranlables, lui qui rejette décidément l’idée même d’un devenir comme aussi celle de la précarité d’un logos.

 

Ce rapprochement spontané des principes de François avec ceux des grands présocratiques donnent à penser qu’il n’y a rien en eux de définitif, d’autant moins qu’ils sont en position dialectique. Il faut donc les prendre comme des suggestions intellectuellement fondées et pratiquement utiles pour le discernement aujourd’hui des situations et les prises de décision constructives. Finalement, dans leur « magistère », les évêques et les papes ont toujours agi ainsi.

 

Cela dit, l’originalité du pape François me semble se situer du côté « héraclitéen » de ses propositions. Pour des raisons qu’il serait trop long de présenter à nouveau ici et qui tiennent à des conjonctures de civilisation, la pensée chrétienne s’est volontiers développée à l’enseigne de l’éternel, de l’identique, du raisonnable, de ce qui, au nom de la réalité immuable de Dieu et du caractère terminal de la Résurrection du Christ, ne change pas ou ne change plus.

 

Or le mot espace est symbolique de cette identité. Il connote l’étendue, la consistance, la cohérence, la permanence, le solide et il suggère, pour ce qui est au-delà (le métaphysique), la même qualité, celle que semblent dire le mot être et celui, corrélatif, de perfection.

 

En commençant ses principes avec la supériorité du temps, François met en avant une autre symbolique : celle des successions, des aventures, des ruptures et des recompositions, de la mort et de la vie, de la durée souvent répétitive certes, mais toujours à nouveau traversée d’un inattendu qui change tout. Il illustre lui-même ses propositions avec l’image du polyèdre qu’il oppose à celui (parménidien s’il en fût !) du cercle : le polyèdre dit des éléments divers qui, gardant leur originalité, confluent ; qui s’articulent sans s’annuler. L’image, présentée en EG 236, semble pertinente au Pape puisqu’il la reprend, de concert avec le rappel du premier principe proposé de la supériorité du temps (AL 3-4), pour caractériser l’ensemble du Synode sur la famille.

 

A ce point, je voudrais faire deux réflexions. La première est que l’Ecriture sainte est construite sur le temps avant de considérer l’espace.

 

Lorsque les scribes ont rassemblé en un volume l’ensemble des textes dont ils disposaient, ils ont écrit : « au commencement » (Gen. 1, 1), et le dernier des prophètes édités fait entrevoir la fin : « le jour du Seigneur, grand et redoutable » (Mal. 3,23). Ensuite seulement, ils ont publié les écrits de sagesse. Le Nouveau Testament n’a pas modifié l’ordre, lui qui se termine avec la prière « Viens Seigneur Jésus ». En d’autres termes, les auteurs de la Bible ont subordonné la sagesse à la prophétie. La théologie n’a-t-elle pas eu tendance à faire l’inverse ? Même si elle a eu ses raisons de le faire, on pourrait se réjouir d’avoir aujourd’hui à restituer l’ordre primitif, – ce qui ne veut pas dire gommer la sagesse, mais la situer à l’intérieur de la prophétie et non au-dessus.

 

La seconde réflexion est que le Pape François n’a pas fait que proposer ces principes. En tête de la vie et de la réflexion de l’Eglise, il a invité à mettre la miséricorde, c’est-à-dire la figure de Dieu comme Amour en excès. Il l’a fait dans une prise de conscience sans concession des périls encourus par le monde et des causes de la dramatique situation présente.

 

Il a proposé (et signifié par des actes symboliques) une vision synodale de l’Eglise comme pyramide renversée dont la pointe est en dessous, – position qui donne à cette dernière toute sa fécondité. Il a indiqué la dynamique d’écoute, d’échanges, de recherches, de discernement à tous les niveaux qui doit permettre à l’Eglise de dire et de faire une parole efficace et crédible. Tout cela, me semble-t-il, doit être accueilli avec bienveillance et jugé à l’aune non pas des acquis d’hier, mais d’une cohérence profonde avec l’intention innovante du Concile Vatican II, qui attendait peut-être ce genre de message  pour développer ses potentialités dans l’Eglise certes, mais aussi pour le monde des hommes qui les attend sans le savoir.

 

 

Fonte: Blog Munera di Andrea Grillo

domenica 17 aprile 2016

LA MISERICORDIA COME FORMA ECCLESIALE


 
Nell’Anno santo della Misericordia, Stella Morra ci offre un volumetto molto originale e interessante (Dio non si stanca. La misericordia come forma ecclesiale, EDB 2015). L’Autrice, nel solco del magistero di papa Francesco, intende mostrare come la misericordia sia una categoria profondamente significativa, una categoria che impone ripensamenti strutturali oltre che personali e che può essere la linea guida della riforma ecclesiale e della vita cristiana che molti si augurano.

Trascorso mezzo secolo dal Vaticano II, non abbiamo trovato ancora la “forma” che ci permetta di avanzare più liberamente e speditamente. La Chiesa è abitata da una forma, certamente venerabile, ma non più adatta alla congiuntura presente. La si può chiamare “gregoriana”, se si riferisce a papa Gregorio VII che l’ha messa in moto nell’XI secolo; “scolastica” se la si considera contemporanea all’Europa delle cattedrali; “tridentina” se si pensa alla maniera in cui il concilio tridentino è stato applicato nella Chiesa dell’Occidente moderno; “romana”, se si considera la determinazione dei papi contemporanei nel definirla e mantenerla, soprattutto i papi Pio (IX, X, XI, XII). Oggi si tratterebbe di “ag-giornare”, dare alla luce una forma nuova. Papa Francesco è riuscito a usare una sola parola per dare una forma nuova: la categoria della “misericordia” può essere la nuova cornice per ripensare una forma cristiana radicale.

Il Vaticano II ha affrontato la questione della “forma” e ha provato a introdurre un’altra categoria generatrice. L’ha chiamata “storia della salvezza” e ha provato a farla funzionare. Il quadro costruito da Tommaso d’Aquino non riesce a sopportare una categoria che negli ultimi anni l’aveva fatta progressivamente da padrona: la categoria della storia. Tra il XIX e l’inizio del XX secolo, quasi ogni aspetto della vita si pensa come un cambiamento, un processo, un movimento. Predomina quindi l’idea di progresso. Questa sensibilità va a cozzare clamorosamente contro la forma del cristianesimo basata, a causa della mediazione aristotelica, sul principio esattamente contrario. Anche oggi quando si parla di “riforma”, la si pensa anzitutto come ritorno alla forma originaria, e non come progresso. Giovanni XXIII invece nel discorso di apertura del Vaticano II, parla di “aggiornamento” e non di “riforma”. Non si tratta di cercare la forma delle origini (cosa però che non va esclusa) quanto piuttosto di essere all’altezza del giorno che viene.

La Morra, nel proporre la misericordia come linea guida della riforma ecclesiale e della vita cristiana in genere, non dà una definizione di cosa essa intende per misericordia, ma ne analizza sette operazioni, di cui do solo l’elenco: ha un suo oggetto fuori di sé; è un bidirezionale perfetto; ha un carattere processuale interno; ha un spiccato valore pratico; è una categoria inclusiva; non è propria di un’appartenenza; in essa azione ed emozione producono pensiero.

Assumere una categoria generatrice diversa di quella a cui siamo abituati comporta ripensare il tutto alla luce di questa. Un lavoro immenso ma affascinante.

m.a.

martedì 26 gennaio 2016

LA RIFORMA DELLA CURIA ROMANA


 
Ricevo e pubblico:

Noto che il Decreto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti con cui è stato introdotto un cambiamento rubricale nella Lavanda dei piedi della Messa “In Cena Domini” del Giovedì Santo, porta la data del 6 gennaio 2016. Invece, la Lettera con cui papa Francesco “dispone” questo cambiamento rubricale è del 20 dicembre del 2014.

Mi domando perché per cambiare una brevissima rubrica del Messale (due e tre parole) come questa, ci vuole più di un anno, avendo presente inoltre che si è lasciato passare la celebrazione del Giovedì Santo del 2015 senza fare nulla. Mi auguro che la riforma della Curia Romana abbia anche presente questa lentezza snervante (non è il primo caso) con cui si procede talvolta nei Palazzi vaticani.

s. t.