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domenica 26 aprile 2026

DALLA MENSA A L’ALTARE

 



I discepoli di Gesù, scrive Minucio Felice nell’Ottavio, non hanno “né templi né altari ma assemblee e mense”. Agli occhi del cristianesimo antico un ‘altare’ è proprio l’elemento emblematico di una religione idolatrica e sacrificale. La logica dello scambio simbolico, che fonda il senso originario del sacrificio, può sempre trasformarsi in un sistema della contropartita. Gesù, in corrispondenza alla sua morte e in occasione di una cena, ha compiuto qualcosa che ha cambiato completamente di segno quella vecchia logica sacrificale.

Il sacrifico non è più quello che l’uomo deve accettare di perdere per rimanere nel gradimento divino, ma tutto quello che Dio accetta di impegnare pur di mantenere viva la sua amicizia con l’uomo.

La libertà religiosa dopo Costantino e le contestuali campagne edilizie che ‘istituzionalizzano’, pur con le sue varianti, la forma basilicale dell’edificio di culto cristiano assestano la mensa cristiana in una sua forma tipica, che progressivamente non si ha più paura a chiamare nuovamente ‘altare’. L’altare cristiano è luogo di quel sacrificio pasquale che lo stesso Cristo ha simbolizzato ritualmente nella grammatica del pasto liturgico. La vecchia ara del sacrificio e la mensa del pasto rituale sono perfettamente congiunti in una nuova concezione teologica.

L’altare è Cristo. Su di esso si rinnova un sacrificio trasmutato in convivio, segno di una dedizione disposta a perdere pur di salvare.

 

Fonte: Giuliano Zanchi, Dare luogo alla grazia. Sugli spazi della liturgia, Vita e Pensiero, Milano 2025, sintesi delle pp. 79-85.

domenica 8 febbraio 2026

LA LUCE NELLA CELEBRAZIONE LITURGICA

 



Dosare la luce nella celebrazione liturgica non è la stessa cosa che illuminare una chiesa. L’assemblea, protagonista della celebrazione, deve essere illuminata con la sapienza della penombra. Nella giusta penombra le vicinanze si saldano con meno remore. L’assemblea trova unità con maggiore naturalezza, il corpo a corpo non ha più nulla di insidioso. Invece un’illuminazione piena e indifferenziata irrigidisce i corpi, disorienta lo sguardo e disperde lo spirito.

Se una luce deve sopravanzare, se un punto focale deve acquisire risalto, questo è solo l’altare. L’altare nella liturgia cristiana è la forma per eccellenza della presenza. In quel punto, la chiarezza sull’immagine cristiana di Dio è massima, precisamente nel rimemorare il morire e il risorgere, il sacrificio e il dono, il prendere e il condividere. Persino l’ambone, respingendo tiepide allegorie sulla parola come luce, se restasse in una discreta penombra, lasciando relativamente indistinguibile il volto del lettore, aprirebbe alla voce lo spiraglio di una potenza timbrica che noi abbiamo tutto l’interesse di recuperare. Colui che proclama la parola deve ovviamente vedere e deve poter essere visto, ma mai con una presenza eccessivamente esaltata, come fosse un attore sotto i riflettori.

Finalmente, dove si può, si deve far valere il protagonismo della luce naturale. Non solo la luce delle candele, ma anche la luce che la sapienza costruttiva dell’architettura riesce a convogliare dall’esterno fin dentro lo spazio liturgico.

 

Fonte: Giuliano Zanchi, Dare luogo alla grazia. Sugli spazi della liturgia, Vita e Pensiero, Milano 2025, sintesi delle pp. 109-124.

 

 

domenica 11 gennaio 2026

IL PRESBITERIO

 



Quello che ci siamo tutti abituati a chiamare “presbiterio”, che resta ancora nella prevalenza dei casi un’area plenaria nella quale la gran parte degli elementi liturgici finisce per convivere dentro un indifferenziato accumulo di funzioni, e oggi anche dentro una disinvolta circolazione di figure (anche in questo caso con l’ingenua intenzione di realizzare le condizioni di un’assemblea interamente celebrante). Il presbiterio, quindi, si presenta quasi sempre come un trafficato crocevia di funzioni e ruoli, in cui sede, altare, ambone, tabernacolo vengono indifferentemente affollati da celebranti, concelebranti, lettori, ministranti, spesso anche cantori, in un andirivieni che tendenzialmente azzera le differenze qualitative di spazio e di tempo che la liturgia chiede da predisporre. Insomma, presenza e movimento dall’inizio alla fine, soprattutto attorno all’altare, specie quando la sede del celebrante lo affianca di pochissimo, se non quando addirittura qualcuno ancora presiede dall’altare. Ecco, questo significa far morire i luoghi sotto il dominio delle funzioni. L’insieme delle funzioni che si realizzano nei vari ministeri, compresi quelli dei piccoli ministranti, non dovrebbe stare permanentemente insediato, dall’inizio alla fine, sul presbiterio. Tutti dovrebbero stare nei pressi dell’assemblea e muoversi verso i vari luoghi liturgici solo nel momento in cui sia richiesto, “presidente” compreso, per avere davanti agli occhi il puro segno dell’altare che li orienta, non il continuo agitarsi degli addetti ai lavori. In molti casi ancora oggi chi presiede l’eucaristia compare all’altare da dietro, come per uno strano privilegio di casta, che annulla totalmente le prossemiche e le simboliche in gioco, mentre anche il prete dovrebbe stare come tutti nei pressi dell’altare, per salirvi solo quando il suo ministero lo chiama alla preghiera eucaristica. Tranne che in quel momento, l’altare dovrebbe stare sempre solo, vuoto, libero, congedando – ma quando accadrà? – il modello di un presbiterio che contiene tutto il necessario per agire come la rappresentazione di una pièce che avviene su un palco di fronte al pubblico pagante.

 

Fonte: Giuliano Zanchi, Dare luogo alla grazia. Sugli spazi della liturgia, Vita e Pensiero, Milano 2025, pp. 94-95.  

La proposta di Zanchi è in linea con una visione sinodale della celebrazione liturgica (M. A.)

domenica 4 dicembre 2022

LE ORIGINI DELL’ALTARE CRISTIANO

 



Nella lingua latina del mondo antico esistono tre termini per indicare questo luogo centrale del tempio o nell'area sacra della divinità: ara, altare, mensa. Il primo termine è il più frequente, il secondo è usato raramente, mentre l'ultimo indica il tavolo su cui si deponevano le offerte sacrificali oppure, nel linguaggio quotidiano, si consumava il pasto familiare.

Il vocabolo altare, utilizzato poi nel culto cristiano, è composto da un aggettivo, o participio, e da un nome: alta – ara. La prima parte del termine potrebbe derivare sia dall'aggettivo latino altus/ta/um, ovvero “alto”, sia del participio del verbo álere, cioè “nutrire”: perciò può indicare una struttura alta o che sta in alto oppure che è destinata alla funzione della nutrizione. La seconda parte troverebbe la sua etimologia nel verbo arére: ardere, bruciare, quindi come “luogo del fuoco”. La natura fondamentale di ogni altare o ara nel mondo precristiano, quindi, era quella di essere una struttura elevata, normalmente di pietra, sulla quale deporre e bruciare le offerte destinate o sacrificate alla divinità, perché fossero da essa accolte e consumate. La funzione pratica dell'altare non era quella dell'immolazione cruenta delle vittime sacrificali, la cui uccisione veniva compiuta in altro luogo, ma quella di accogliere le offerte e permettere la loro combustione, quale manducazione divina.

Talvolta il rito sacrificale comportava la consumazione dell'offerta anche da parte dell'essere umano, cioè l'offerente stesso era chiamato a parteciparvi.

L'altare cristiano, tuttavia, non si inserisce in questo contesto cultuale, anzi ne prende le distanze. La sua specifica origine la troviamo non nelle are o negli altari sacrificali delle antiche religioni, compresa anche quella ebraica, ma nella tavola dell'ultima Cena.

 

Fonte: Diego Giovanni Ravelli, La Domus Ecclesiae. I luoghi della celebrazione, San Paolo, Cinisello Balsamo 2022, 81-82.