Quello che ci siamo tutti abituati
a chiamare “presbiterio”, che resta ancora nella prevalenza dei casi un’area
plenaria nella quale la gran parte degli elementi liturgici finisce per
convivere dentro un indifferenziato accumulo di funzioni, e oggi anche dentro
una disinvolta circolazione di figure (anche in questo caso con l’ingenua
intenzione di realizzare le condizioni di un’assemblea interamente celebrante).
Il presbiterio, quindi, si presenta quasi sempre come un trafficato crocevia di
funzioni e ruoli, in cui sede, altare, ambone, tabernacolo vengono
indifferentemente affollati da celebranti, concelebranti, lettori, ministranti,
spesso anche cantori, in un andirivieni che tendenzialmente azzera le
differenze qualitative di spazio e di tempo che la liturgia chiede da
predisporre. Insomma, presenza e movimento dall’inizio alla fine, soprattutto
attorno all’altare, specie quando la sede del celebrante lo affianca di pochissimo,
se non quando addirittura qualcuno ancora presiede dall’altare. Ecco, questo
significa far morire i luoghi sotto il dominio delle funzioni. L’insieme delle
funzioni che si realizzano nei vari ministeri, compresi quelli dei piccoli
ministranti, non dovrebbe stare permanentemente insediato, dall’inizio alla fine,
sul presbiterio. Tutti dovrebbero stare nei pressi dell’assemblea e muoversi verso
i vari luoghi liturgici solo nel momento in cui sia richiesto, “presidente”
compreso, per avere davanti agli occhi il puro segno dell’altare che li orienta,
non il continuo agitarsi degli addetti ai lavori. In molti casi ancora oggi chi
presiede l’eucaristia compare all’altare da dietro, come per uno strano
privilegio di casta, che annulla totalmente le prossemiche e le simboliche in
gioco, mentre anche il prete dovrebbe stare come tutti nei pressi dell’altare,
per salirvi solo quando il suo ministero lo chiama alla preghiera eucaristica.
Tranne che in quel momento, l’altare dovrebbe stare sempre solo, vuoto, libero,
congedando – ma quando accadrà? – il modello di un presbiterio che contiene
tutto il necessario per agire come la rappresentazione di una pièce che
avviene su un palco di fronte al pubblico pagante.
Fonte: Giuliano Zanchi, Dare
luogo alla grazia. Sugli spazi della liturgia, Vita e Pensiero, Milano 2025,
pp. 94-95.
La proposta di Zanchi è in
linea con una visione sinodale della celebrazione liturgica (M. A.)
