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domenica 20 aprile 2025

MUSICA E TEOLOGIA NELLA BIBBIA




Gianfranco Ravasi, Il canto della rana. Musica e teologia nella Bibbia, Fondazione Terra Santa, Milano 2025. 122 pp. (€ 12,00).

Si racconta che quando Davide ebbe finito il libro dei Salmi, si sentì molto orgoglioso. Egli disse a Dio: “Padrone del mondo, chi fra tutti gli esseri che hai creato canta più di me la tua gloria?”. In quel momento sopraggiunse una rana che gli disse: “Davide non inorgoglirti! Io canto più di te in onore di Dio”.

(Quarta di copertina e p. 27)

 

Il musicale biblico

Il musicale e il teologico

Il silenzio della musica

domenica 16 marzo 2025

LA SPERANZA NELL’ANTICO TESTAMENTO

 



Bruno Maggioni, Ritrovare la speranza. Figure dell’Antico Testamento (In cammino), Ancora, Milano 2024. 287 pp. (€ 24,00).

“Il Signore è in mezzo a noi, sì o no?” (Es 17,7). “Signore, se tu sei con noi, perché ci è capitato tutto questo?” (Gdc 6,13). La speranza d’Israele non è facile. Spesso è messa in crisi non da ragionamenti astratti, ma dagli avvenimenti della storia che sembrano smentire le promesse del Signore. Nell’esperienza dell’abbandono la fiducia nell’adempimento della parola di Dio non scompare; è solo messa alla prova. Purificata, non vinta. Don Bruno, con la sapienza del maestro guida il lettore e ripercorre il difficile cammino di fede dei personaggi biblici, per scoprire che il vero modo di stare davanti a Dio – a volte misteriosamente incomprensibile – è affidarsi.

(risvolto)

 

domenica 8 dicembre 2024

LA BIBBIA

 



La Bibbia non è un libro di matematiche.

La Bibbia è uno scrigno di esperienze, di volti, di storie.

La Bibbia non è un romanzo, parla di me e di te, perché affronta ciò che ci fa uomini in ogni spazio e in ogni tempo.

La Bibbia non è un libro di ricette, è più un dito puntato verso una direzione.

In questo senso, è Parola di Dio, cioè Dio ha assunto quelle storie, quelle esperienze, quelle parole come contenitori in cui riversare la Sua Parola.

Ma la chiave di lettura di tutta la Bibbia non sta in un’idea portante.

La chiave di lettura di tutte quelle pagine è Gesù Cristo.

È Lui l’unico accesso vero a quelle parole.

Tutto parla di Lui e in vista di Lui.

Fonte: Luigi Maria Epicoco, Solo i malati guariscono. L’umano del (non) credente, San Paolo Cinisello Balsamo 2024, pp. 39-40.

domenica 15 gennaio 2023

BIBBIA E LITURGIA

 



 

Renato De Zan – Pierangelo Sequeri, Celebrare. Bibbia e Liturgia in dialogo (Perle 4), Gregorian & Biblical Press, Roma 2022. 153 pp. (€ 18,00).

Un piccolo libro senza indice del contenuto. Due autori noti: De Zan, biblista e liturgista; Sequeri, teologo. Più che due autori “in dialogo”, si tratta di due autorevoli autori che parlano di liturgia da due prospettive molto diverse.

Il titolo dell’intervento di De Zan è “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a Lui solo renderai culto. Panorama sintetico del culto vetero e neotestamentario” (pp. 7-69). L’autore avverte che la liturgia nella Bibbia non compare con una sua fisionomia completa ed esaustiva. I dati del culto nell’Antico Testamento sono frammentari e appartengono a più epoche; potrebbero abbracciare grosso modo l’arco di un millennio. Ci viene offerto in “forma minima” l’essenziale dell’esperienza cultuale dell’Antico Testamento. Nel Nuovo Testamento i dati cultuali sono modesti rispetto alle informazioni veterotestamentarie. Nel Nuovo testamento la centralità di Cristo è un assoluto. Il Prof. De Zan ci offre l’essenziale dell’esperienza cultuale nel Nuovo Testamento. Da apprezzare la chiarezza dell’esposizione nonché la breve bibliografia consigliata a p. 69 per una visione più dettagliata.

Il titolo dell’intervento di Sequeri è: “Ha ancora senso oggi parlare di liturgia? Riabilitazione dell’asse mistagogico della celebrazione ecclesiale” (pp. 73-153). L’autore afferma che non è un liturgista, ma si occupa di un comparto professionalmente affine. Secondo il noto teologo, la normalità della celebrazione è sostanzialmente in un cronico stato di rianimazione. La liturgia dovrebbe riprendere a parlare da sé (e non di sé, come accadde sino allo sfinimento). Dovrebbe essere riabilitata la comunità dell’altare – il pubblico della messa per intenderci – essa è la fotografia concreta della comunità reale radicata nella fede e attiva nell’appartenenza. L’autore si domanda per quale motivo la comunità dell’altare, nella moderna società secolare, è così poco valorizzata quale nucleo strutturale della comunità ecclesiale. La liturgia è la Chiesa che ferma la sua foga, le sue passioni, il suo movimento, per ascoltare il Signore, per toccare il Signore. Sequeri espone riassuntivamente quelli che, secondo il suo parere, sarebbero gli opportuni contrappesi per la riconquista di una forma mistica, misterica, mistagogica della celebrazione liturgica. 

 

 

domenica 13 febbraio 2022

LA SACRAMENTALITÀ DELLA PAROLA

 



Andrea Bozzolo – Marco Pavan, La sacramentalità della Parola (Giornale di Teologia 427), Queriniana, Brescia 2020. 328 pp. (€ 22,00).

 

Che rapporto esiste tra parola di Dio e liturgia? Se oggi si parla della “sacramentalità della Parola”, espressione comparsa in un recente testo del magistero (Verbum Domini), è grazie a un lungo ripensamento di quel rapporto.

 

Il presente volume, scritto a quattro mani da un biblista e da un teologo, intende mettere a fuoco il concetto attraverso un itinerario strutturato in quattro momenti. Il primo ricostruisce il percorso che ha condotto a formulare il tema e segue le tappe principali della sua acquisizione. Il secondo si interroga sulla possibilità di un discorso biblico sul carattere “sacramentale” della parola di Dio, alla luce di alcuni passi dell’Antico e del Nuovo Testamento. Il terzo momento esamina criticamente le proposte teoriche più rilevanti che nel corso del Novecento, hanno offerto una elaborazione coerente dell’argomento. La sezione conclusiva è infine dedicata a una ripresa delle questioni principali implicate nel tema.

 

Una sintesi biblica, sistematica e liturgica su un nodo-chiave della vita ecclesiale.

 

(Quarta di copertina)

 

domenica 26 dicembre 2021

“PER EVANGELICA DICTA DELEANTUR NOSTRA DELICTA”

 





 

Terminata la lettura del Vangelo, il sacerdote acclama “Verbum Domini” (Parola del Signore), e bacia il libro dicendo sottovoce: “Per evangelica dicta deleantur nostra delicta” (La parola del Vangelo cancelli i nostri peccati). Formule simili accompagnano fin dall’anno mille circa il bacio del Vangelo. Alla acclamazione iniziale il popolo risponde: “Laus tibi, Christe” (Lode a te, o Cristo). Sarebbe da augurarsi che anche le parole sottovoce che accompagnano il bacio del libro alla fine della lettura evangelica fossero pronunciate da tutti i partecipanti, si tratta infatti di una formula al plurale che esprime in forma di preghiera ciò che afferma l’Introduzione al Lezionario della Messa, al n. 4: “Nella Parola di Dio è presente il Cristo, che attuando il suo mistero di salvezza, santifica gli uomini e rende al Padre un culto perfetto”.

Nel secolo scorso, in particolare dopo la celebrazione del Concilio Vaticano II, dagli anni ’70 in poi, sono stati diversi gli autori che hanno approfondito e messo in rilievo la dimensione sacramentale della Parola di Dio. Recentemente, ho presentato in questo blog l’importante studio di A. Bozzolo e M. Pavan (Sacramentalità della Parola, Queriniana 2020), che fa la sintesi di questo lungo cammino di approfondimento della dimensione sacramentale della Parola. Ciononostante, possiamo affermare che permane ancora in alcune riflessioni teologiche e nella pastorale, particolarmente in alcune omelie, una certa dicotomia tra sacramento e Parola, cioè la concezione che il sacramento dona la grazia mentre la Parola biblica propone la dottrina, che il sacramento è efficace mentre la Parola può solo preparare il sacramento oltre che insegnare. Ma se la parola di Dio non è vissuta nell'economia sacramentale fino a essere accolta come realtà sacramentale, come trasmissione di potenza spirituale e di grazia – e non solo come comunicazione di verità, di precetto e di dottrina –, rischia di restare sempre parola su Dio, configurandosi soltanto come un preludio alla celebrazione del sacramento.

La Parola va proclamata, celebrata, ascoltata e vissuta. Ognuno di questi momenti è importante affinché essa “abbia un intrinseco riferimento alla persona di Cristo e alla modalità sacramentale della sua permanenza” (cf. Benedetto XVI, Sacramentum caritatis 45). La nota affermazione di Agostino: “Accedit verbum ad elementum et fit sacramentum” invita a sfruttare ogni elemento rituale che accompagna la proclamazione della Parola. La forma dell’atto celebrativo non è meramente un rivestimento esteriore del sacramento, ma la modalità storica della sua attuazione.

 

domenica 28 novembre 2021

IL LEZIONARIO DELLA MESSA

 



 

Il Lezionario della Messa (Ordo Lectionum Missae [OLM]) va venerato come la Parola di Dio: la liturgia stessa ce lo insegna, quando circonda il libro dei Vangeli con tanti segni di venerazione (incenso, bacio, intronizzazione sull’altare e sull’ambone).

 

Il Lezionario contiene la Parola che Dio rivolge a tutta l’assemblea. “I libri, dal quale si desumono le letture della Parola di Dio […] devono suscitare negli ascoltatori il senso della presenza di Dio che parla al suo popolo. Si deve quindi procurare che anche i libri, essendo nell’azione liturgica segni e simboli di realtà superiori, siano davvero degni, decorosi e belli” (OLM 35).

 

Il Lezionario è un mezzo in più, tra i gesti simbolici, per mostrare la nostra comprensione e stima della Parola di Dio. “Poiché la proclamazione del Vangelo costituisce sempre l’apice della Liturgia della Parola, la tradizione liturgica, sia occidentale che orientale, ha sempre fatto una certa distinzione fra i libri delle letture. Il libro dei Vangeli veniva infatti preparato e ornato con massina cura, ed era oggetto di venerazione più di ogni altro libro destinato alle letture” (OLM 36).

 

All’inizio della celebrazione della Messa il diacono porta solennemente il libro dei Vangeli. Questo gesto indica che la Parola di Dio convoca l’assemblea e illumina la sua fede. L’Evangeliario viene, poi, deposto, chiuso, sull’altare. Il vescovo che presiede bacia l’altare e l’Evangeliario al termine della processione di ingresso. Altare e libro: il nostro duplice incontro con Cristo, parola e alimento della comunità cristiana. Duplice mensa alla quale siamo invitati.

 

Al momento della proclamazione del Vangelo, il diacono prende l’Evangeliario dall’altare: come il pane e il vino eucaristici sono presi dall’altare perché i fedeli si nutrano del corpo di Cristo, così anche il Vangelo è preso dall’altare affinché i fedeli si nutrano dalla parola di Cristo. Poi, accompagnato da accoliti con incenso e candelieri, si pone in marcia la processione verso l’ambone. Lì il diacono apre il libro. Prima di proclamare la lettura, il libro del Vangelo viene incensato. La proclamazione inizia con il triplice segno della croce. Il diacono tocca prima il libro, tracciandovi un piccolo segno di croce. E poi lo fa su sé stesso: sulla fronte, sulle labbra e sul petto, a significare l’accesso della parola evangelica nelle facoltà fondamentali della persona (intelletto, linguaggio e volontà). E’ l’espressione di un desiderio: che questa Parola che risuona in mezzo a noi penetri nella nostra persona, e illumini veramente i nostri pensieri, le nostre parole, i nostri sentimenti e le nostre azioni. Finita la proclamazione, colui che ha proclamato il Vangelo prende il libro nelle sue mani e lo bacia: un bacio a Cristo che ci ha parlato. Nel frattempo, dice sottovoce: “la parola del Vangelo cancelli i nostri peccati”, chiede cioè che questo Vangelo sia strumento di salvezza per noi, distruggendo il male che sempre ci insidia. Nelle celebrazioni più solenni, il vescovo può impartire la benedizione al popolo con l’Evangeliario (cfr. Ordinamento generale del Messale Romano, n. 175).

 

Il Lezionario o l’Evangeliario rimane aperto sull’ambone. Chiuderlo non avrebbe significato. Il libro aperto, alla vista del popolo, continua ad illuminare il resto della celebrazione eucaristica e tutta la vita della comunità.

 

Il Messale italiano affianca all’antifona alla comunione dell’edizione tipica latina un’antifona proveniente dal vangelo del giorno. In questo modo si ricorda l’unicità della tavola del Cristo pane di vita che si offre come nutrimento ai credenti nel suo corpo scritturistico e nel suo corpo eucaristico.

 

Accanto all’altare, abbiamo l’ambone (che significa “luogo elevato”, da anabaínein, “salire”), luogo della proclamazione della Parola. Dopo secoli di oblio, il ritorno dell’ambone all’interno dello spazio liturgico è segno della riscoperta del valore della Parola di Dio nella vita della Chiesa. L’ambone è, nella prima parte della celebrazione – come l’altare nella seconda – il centro dell’attenzione di tutta l’assemblea.

domenica 1 agosto 2021

INTERPRETAZIONE LITURGICA DELLA BIBBIA

 



 

Renato L. De Zan, “Unius verbi Dei multiplices thesauri”. La lettura liturgica della Bibbia: appunti per un metodo (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” “Subsidia” 196), CLV – Edizioni Liturgiche, Roma 2021. 243 pp. (€ 28,00).

L’argomento di questo volume poteva essere affrontato solo da un liturgista che fosse al tempo stesso un biblista. Il Prof. De Zan ha conseguito il dottorato in liturgia e il dottorato in Sacra Scrittura, ed ha una lunga esperienza di docenza. La liturgia ha un modo proprio di interpretare la Bibbia, cosa talvolta dimenticata dai biblisti che commentano le pericopi bibliche del Lezionario, commenti esegeticamente ineccepibili, ma con una certa frequenza liturgicamente distonici.

L’autore ci offre un’opera di carattere metodologico con competenza, precisione e chiarezza. Ecco i titoli dei 9 capitoli del libro:

1. L’interpretazione liturgica della Scrittura: quasi una epistemologia.

2. “Sarà per voi un memoriale”.

3. “Fate questo in memoria di me”.

4. I testi della liturgia della Parola nella storia.

5. Dai Praenotanda al metodo.

6. Il Testo.

7. L’Esegesi.

8, Il contesto letterario.

9. Il contesto celebrativo.

domenica 12 aprile 2020

UNA CORRETTA INTERPRETAZIONE DELLA SCRITTURA




La Bibbia rivela strutturalmente una duplicità: da un lato essa è comunicazione divina, trascendente e quindi destinata a rivestire un valore assoluto e permanente; d’altro lato, però, si presenta in una espressione umana, secondo un linguaggio, generi letterari ed esperienze storiche profondamente connessi ad autori legati al tempo e allo spazio.

Ecco, allora, la necessità di codificare regole per una corretta interpretazione della Scrittura che salvaguardi quella duplicità, la quale non è solo compatta nel testo sacro ma è anche fondamentale per la stessa realtà della rivelazione biblica che è analoga all’Incarnazione. Infatti come il Verbo, Parola eterna e perfetta di Dio, si fa carne in Gesù, secondo l’asserto del vangelo di Giovanni (Gv 1,3.14), così anche la Bibbia è Parola divina, “che permane in eterno”, incarnata in parole ed eventi umani che sono storici e contingenti.
[…]
La moderna ermeneutica ricorre a una strumentazione sofisticata elaborata col contributo delle discipline filosofiche, storico-critiche, linguistiche e teologiche. Essa, comunque, dà rilievo ad un duplice movimento. Da un lato, opera un percorso centripeto, risalendo alle radici del testo per una sua piena comprensione. D’altro lato, però, una sorta di movimento centrifugo, riporta il testo all’orizzonte del lettore odierno, così da ritrascriverne e far rivivere in pienezza il messaggio originario secondo le nuove coordinate storico-culturali e, per il credente, secondo le istanze esistenziali della sua fede.

Fonte: Gianfranco Ravasi, La santa violenza (Intersezioni 530), il Mulino, Bologna 2019, pp. 122-125,


domenica 16 febbraio 2020

RELIGIONE E VIOLENZA




Gianfranco Ravasi, La santa violenza (Intersezioni 530), il Mulino, Bologna 2019. 164 pp. (€ 14,00).


A esplorare l’intreccio incandescente fra religione e violenza ci conduce in queste pagine una guida d’eccezione. Ecco le guerre di Dio, la violenza che reca il marchio sacrale: presente in molti luoghi dell’Antico Testamento, dal conflitto fra tribù alla guerra santa, quasi scompare nei Vangeli, alla luce del dirompente messaggio di Cristo. Poi è la volta del fondamentalismo, “la lettera che uccide”, un fenomeno che oggi riguarda soprattutto l’islam, ma che si inscrive anche nella tradizione ebraico-cristiana. Infine, tocchiamo il tema, vivo e lacerante ai nostri giorni, del rapporto con lo straniero, un incontro che può generare esclusione e rigetto, come emerge in vari passi biblici nazionalistici o etnocentrici, ma che può diventare anche dialogo, aprendosi all’universalismo della salvezza e all’uguaglianza di tutti gli esseri umani.

(risvolto)

domenica 29 dicembre 2019

LA BIBBIA COME “FORESTA”



Uno dei più fini esegeti di questi anni, Jean Louis Ska, ha usato due magnifiche espressioni per definire l’approccio alla Bibbia. La si può pensare come una “sfera” oppure come una “foresta”. Per alcuni, l’immagine con cui si rappresentano la Bibbia è quella di una “sfera”. “La forma perfetta, secondo gli antichi, era precisamente la sfera poiché non vi è più alcuna differenza fra i diversi punti della sua superficie. Ogni parte della sfera può sostituire un’altra. Ogni parte può stare in alto, in basso, dietro, davanti, a sinistra o a destra. Si può girare la sfera in tutti i sensi ed essa rimane sempre uguale a se stessa” (Jean Louis Ska, Sacra Scrittura e Parola di Dio, in “Studia Patavina” 49 (2002), p. 2). Così accade anche alla verità che la sfera esprime, uguale a sé stessa, non ammette salti, contraddizioni, difformità, enigmi. E là dove essi inevitabilmente si presentano si è costretti a fare silenzio, costruirsi verità fittizie, risolvere i problemi con una lettura menzognera. È da una lettura di questo tipo che scaturisce una lettura fondamentalistica del testo, che tutti devono accettare, che non ammette variazioni o dubbi. Non dobbiamo pensare solo all’islam, ma per esempio a come il cristianesimo si è preteso religione “mondiale”.

La lettura della Bibbia come “foresta” spalanca invece un’altra prospettiva. “La Bibbia è come una foresta, con le sue valli, i suoi fiumi, i suoi colli e le sue radure. Vi si trovano alberi di differenti essenze, e si passa dal bosco ceduo alla fustaia, dalla macchia a una pineta, da una faggeta a un querceto, o ancora a un’ontaneta nei fondi umidi. La varietà dei paesaggi e delle prospettive è infinita. Perciò, come non si può mai scoprire tutta la foresta in un solo colpo d’occhio, non si può mai avere una conoscenza complessiva di tutta la Bibbia. La foresta va scoperta gradualmente e sempre parzialmente e lo stesso vale per la Bibbia. La nostra conoscenza è fatta di una somma di scoperte ristrette e limitate” (ibid., p. 3).

Il fascino di entrare dentro una foresta è dunque quello di trovarsi all’interno di una varietà infinita di forme, dentro chiaroscuri che ci possono sorprendere, dentro un groviglio di tracce e sentieri di cui bisogna individuare l’approdo, raccordarli tra loro, scovare una via d’uscita o ricominciare daccapo, essere sferzati da una bellezza sfolgorante e inattesa, oppure terrorizzati da improvvise apparizioni. Avventurarsi nella foresta è il solo modo per sfuggire al cieco fondamentalismo della sfera.

Fonte: Gabriella Cararmore, La parola Dio (Vele 155), Einaudi, Torino 2019, pp. 58-60.