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venerdì 25 luglio 2025

DOMENICA XVII DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 27 Luglio 2025

 



 

Gen 18,20-32; Sal 137 (138); Col 2,12-14; Lc 11,1-13

 

Il ritornello del salmo responsoriale (“Nel giorno in cui ti ho invocato mi ha risposto”) ci invita a riflettere sulla preghiera, tema che unifica la prima e terza lettura di questa domenica.

 

La prima lettura ci parla della supplica coraggiosa e insistente di Abramo che si rivolge al Signore perché conceda misericordia alle città colpevoli di Sodoma e Gomorra, anche solo per la presenza di alcuni giusti. Purtroppo, però, questi giusti non ci sono. In ogni modo, il testo biblico sottolinea tutto il valore di intercessione di questa preghiera del patriarca, “nostro padre nella fede”; nello stesso tempo sta pure a dire che il Signore riconosce ai “giusti” una vera funzione “salvifica”. San Luca, nel brano evangelico ci racconta che un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e, quando ebbe finito, uno dei discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare”. Gesù risponde con la preghiera del Padre nostro e aggiunge due brevi parabole che descrivono l’atteggiamento di fiduciosa perseveranza con cui i discepoli devono rivolgersi a Dio nella preghiera.

 

Notiamo anzitutto che la domanda del discepolo a Gesù è provocata dall’esempio dello stesso Gesù. I discepoli, come ogni ebreo, sapevano pregare, e tuttavia intuivano che c’era qualcosa di diverso nella preghiera di Gesù, un modo nuovo di rivolgersi a Dio. La novità della preghiera cristiana consiste in un nuovo rapporto con Dio, che viene invocato semplicemente come “Padre” in modo familiare: Abbà, caro Padre. L’audacia di Abramo è superata dall’audacia di Gesù e dei suoi discepoli che nel suo nome dicono: Abbà. Le parole di san Paolo (cf. seconda lettura) sembrano spiegarci il perché Dio va invocato come Padre: attraverso la morte di Cristo, Figlio di Dio, i nostri peccati sono stati perdonati, il “debito” con Dio è stato “pagato”; ormai possiamo avere con lui rapporti filiali. Un’antica tradizione raccomanda di recitare il Padre nostro “tre volte al giorno” (Didaché 8,3), mattino, mezzogiorno e sera, come preghiera fondamentale che conserva in noi l’atteggiamento filiale verso Dio. Sintesi di tutto il vangelo, come afferma Tertulliano, il Padre nostro più che una formula da recitare, esprime un atteggiamento da interiorizzare.

 

La preghiera si può compiere più facilmente durante il tempo libero delle vacanze. Non è però una semplice attività da eseguire accanto ad altre. Nella preghiera diventiamo noi stessi nel modo più autentico, ci ritroviamo senza maschera, esprimiamo il nostro nucleo più intimo. Dopo la rivelazione del mistero della preghiera filiale di Cristo, per noi cristiani questo nucleo più intimo è il nostro essere “figli”, con un atteggiamento di piena sottomissione e di altrettanto piena fiducia in Dio, nostro Padre. Pregare non significa cercare di imporre a Dio la nostra volontà, ma chiedergli di renderci disponibili alla sua, al suo progetto di salvezza (“venga il tuo regno”). Troppo spesso le nostre preghiere guardano invece l’immediato, senza incrociare lo sguardo di Colui che sa in cosa consista la nostra felicità.

 

Una visione antropocentrica, frequente oggi, rischia, nei migliori dei casi, di ridurre la preghiera a una semplice attività di riflessione, in vista di un aggiustamento del proprio equilibrio psicologico. La preghiera invece è anzitutto ascolto, non solo della natura, della storia, di se stessi, ma ascolto soprattutto della Parola di Dio. Si potrebbe dire che, se per Dio “in principio è la Parola” (cf. Gv 1,1), per noi “in principio è l’ascolto”. 

 

domenica 20 luglio 2025

IL CASO TRISTE DELL’OMELIA

 



Fabio Rosini, Il caso triste dell’omelia. Rudimenti per un aggiornamento dell’ars homiletica, Lipa Srl, Roma 2025. 239 pp. (€ 17,00).

Don Fabio Rosini è docente di comunicazione e trasmissione della fede alla Pontificia Università della Santa Croce, dove – a partire dalla sua decennale esperienza di predicatore instancabile del Vangelo – offre preziosi contributi per un corretto approccio ad una preparazione omiletica non lasciata all’improvvisazione, mettendo anche in evidenza la problematicità di alcuni modi di predicare.

Il testo si rifà alle lezioni di quel corso, opportunamente adeguate all’esigenze di un’opera che non solo interessa i suoi studenti universitari, ma anche e soprattutto quanti sono chiamati al ministero della Parola.

Il libro è un significativo invito a riconsiderare il dono ricevuto di comunicare la fede, che l’omileta ha il compito di esercitare mettendo la vita e la Parola in relazione a quell’evento escatologico che fa irruzione nell’assemblea eucaristica.

(Quarta di copertina)      

venerdì 18 luglio 2025

DOMENICA XVI DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 20 Luglio 2025

 

 


 

 

Gen 18,1-10a; Sal 14 (15); Col 1,24-28; Lc 10,38-42

 

Gli antichi rabbini consideravano questo salmo una specie di compendio della legge data da Dio ad Israele. Soltanto un cuore semplice, sincero, amante della giustizia, libero da ogni cattiveria riesce a percepire la presenza di Dio nelle vicende di ogni giorno. Soltanto un cuore trasparente, umile e mite, capace di ascoltare la parola del Signore si rende degno di abitare in eterno nella casa del Signore. Le tre letture odierne ci invitano a passare dall’ospitalità che il Signore concede a noi, all’ospitalità che noi siamo chiamati ad offrire a Dio.

 

Il racconto proposto dal vangelo d’oggi è assai noto a tutti. Ci si potrebbe soffermare subito su Marta e Maria, spesso viste arbitrariamente come simboli contrapposti di una vita data all’attività, al servizio, alle opere, come quella di Marta, e di una vita data invece alla preghiera, alla contemplazione, come quella di Maria. È però più opportuno dare uno sguardo anche alle altre letture bibliche, in particolare alla prima. Vediamo infatti che sia la prima lettura che il racconto evangelico parlano dell’ospitalità: quella offerta da Abramo a tre personaggi misteriosi arrivati a casa sua, e quella offerta dalle sorelle Marta e Maria a Gesù. Possiamo quindi affermare che il tema centrale di questa domenica è l’ospitalità: sia Abramo che le sorelle di Lazzaro vengono presentati come modelli di accoglienza dell’ospite. Nei due episodi quest’ospite è Dio stesso. Possiamo perciò circoscrivere l’argomento e dire che si tratta di dare ospitalità a Dio. Non di rado la nostra vita appare frammentata, vuota, in balia degli eventi. Dio può dare senso e armonia alla nostra esistenza. È necessario però mettersi in atteggiamento di ascolto della sua parola, come Maria.

 

Le due sorelle rappresentano due modi diversi, non in contrasto ma complementari, di accogliere il Signore. Non si tratta di proclamare la superiorità della contemplazione sull’azione ma di richiamare sia Marta che Maria all’esigenza dell’ascolto della parola di Dio che deve precedere, alimentare e sostenere ogni scelta religiosa e umana del discepolo di Gesù. Perciò Maria è raffigurata nell’atteggiamento del discepolo davanti al maestro, “ai piedi del Signore” mentre ascolta la sua parola. Abbiamo bisogno di nutrire in noi un atteggiamento di ascolto della parola di Dio, sia che la nostra vita sia come quella di Marta, indaffarata in un lavoro che assorbe, o come quella di Maria, soli nell’interno di una casa quotidiana e solitaria. Nella seconda lettura, Paolo, che ha ricevuto da Dio la missione di “portare a compimento la sua parola”, ci ricorda che l’ascolto di cui parliamo porta all’impegno nel quotidiano. Anche il canto al vangelo parla di “coloro che custodiscono la parola di Dio” e “producono frutto con perseveranza” (cf. Lc 8,15). Non ha senso la contrapposizione tra ascoltare e darsi da fare, tra contemplare e agire. Si tratta di due momenti che si compenetrano a vicenda. L’ascolto della Parola offre le motivazioni profonde che danno senso al servizio. Ecco, quindi, che ci viene offerta una linea per dare unità alla vita: l’ascolto. Tutti abbiamo bisogno di ascoltare la parola del Signore, che è capace di avvolgere di luce nuova il nostro lavoro, il nostro riposo, le nostre preoccupazioni, le nostre lotte quotidiane. 

 

venerdì 11 luglio 2025

DOMENICA XV DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 13 Luglio 2025

 



 

 

Dt 30,10-14; Sal 18; Col 1,15-20; Lc 10,25-37

 

Il tema del comandamento dell’amore vicendevole, di cui parla il brano evangelico, ci viene proposto più volte lungo l’anno liturgico. Si tratta della legge fondamentale del credente, quella legge di cui Mosè tesse le lodi nella la prima lettura. Alla domanda del dottore della legge su che cosa debba egli fare per ereditare la vita eterna, Gesù non risponde ma rimanda l’interlocutore a ciò che sta scritto nella Legge di Mosè e che lo stesso dottore della legge riassume bene così: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Partendo dall’amore di sé e da quello di Dio, diventa autentico l’amore per l’altro. Diversamente, c’è il pericolo di amare il prossimo, presentandogli il conto. La novità però dell’insegnamento di Gesù sta nella risposta alla seconda domanda formulata dallo scriba: “chi è il mio prossimo?”, questione dibattuta dal rabbinismo. A questa domanda Gesù risponde con la splendida parabola del Samaritano. Con questa parabola Gesù invita a superare ogni diatriba teorica ed evasiva sul contenuto reale da dare al termine “prossimo”: ogni uomo che si trova nel bisogno sia esso amico o nemico, è “prossimo” a tutti gli altri uomini che, in qualsiasi maniera, vengono in contatto con lui.  

 

Cosa fa il Samaritano? Prima di tutto si ferma perché si muove a compassione, che qui è vero amore. Per chi ha sempre troppo da fare, preso dai propri interessi, fermarsi per interessi altrui significa accorgersi che esiste un altro, che soffre e che è nel bisogno. In secondo luogo, si fa vicino all’uomo sofferente, non solo fisicamente ma anche con una vicinanza affettiva: se i cuori sono distanti, la vicinanza fisica non serve. In terzo luogo, si prodiga nei primi aiuti, cioè si rimbocca le maniche e offre un aiuto concreto. Finalmente, il buon Samaritano si assicura che il suo assistito possa ricuperarsi pienamente dalla disavventura. Non si accontenta di fare una buona azione, ma si preoccupa dell’individuo incontrato per caso affinché questi possa ritornare alla vita normale.

 

Nella seconda lettura si parla di Cristo “immagine del Dio invisibile”, espressione perfetta del volto del Padre, e perciò anche del suo amore infinito. Nel malcapitato della parabola i Padri della Chiesa vedono l’umanità peccatrice e nel buon Samaritano vedono il Cristo, che su tale umanità si china per prendersene cura. In Cristo Dio si è fatto “vicino” (cf Rm 10,5-10) e in lui e con lui è possibile amare il prossimo. Nell’eucaristia “l’agape di Dio viene a noi corporalmente per continuare il suo operare in noi e attraverso di noi. Solo a partire da questo fondamento cristologico - sacramentale si può capire correttamente l’insegnamento di Gesù sull’amore” (Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 14).

 

venerdì 4 luglio 2025

DOMENICA XIV DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 6 Luglio 2025

 



 

 

Is 66,10-14c; Sal 65 (66); Gal 6,14-18; Lc 10,1-12.17-20

 

Le tre letture parlano della salvezza, della realtà nuova che Dio ha operato in noi. Nel vangelo vediamo che Gesù invia i suoi settantadue discepoli (tanti quanti sono le nazioni pagane secondo Gen 10) in missione di “pace”, a “curare i malati” e ad annunciare: “È vicino a voi il regno di Dio”. Che cos’è il regno di Dio? Per rispondere a questa domanda, iniziamo dalla prima lettura, la quale riporta un brano profetico pronunciato in un momento difficile per la storia d’Israele: dopo l’esilio di Babilonia, la situazione di coloro che sono ritornati a Gerusalemme è disperata; praticamente c’è penuria di tutto. È il momento impegnativo della ricostruzione. In questo contesto, il profeta annuncia un futuro di gioia e di benessere. Quale rapporto ha tutto ciò col regno di Dio? Quando la Bibbia parla del regno di Dio usa un concetto molto generale. Esso comprende anche l’appagamento di quei desideri umani che sorgono nei cuori degli uomini e nutrono le speranze dei popoli specie nei momenti di prova. Così si oppongono al regno di Dio la malattia, la morte, la povertà opprimente, la fatica, l’oppressione politica e sociale, la guerra. Possiamo quindi affermare che quando il profeta consola i rimpatriati da Babilonia e annuncia un futuro migliore, la prospettiva di fondo è quella del regno di Dio, quella situazione ideale di salvezza che tutti speriamo di poter raggiungere. Ciò che è tipicamente cristiano del regno di Dio è che il raggiungimento di un tale traguardo non è sperato solo in quanto frutto dell’opera umana, ma come dono che Dio ha promesso definitivamente per mezzo di Cristo.

 

Nel brano della seconda lettura, san Paolo annunzia al centro del suo vangelo la croce di Cristo, sorgente dell’essere “nuova creatura”. Il regno di Dio, di cui stiamo parlando, si realizza anche attraverso la via della croce. La croce assume in sé tutta la violenza dell’uomo, anzi essa è il risultato tenebroso dell’azione stessa di satana, ma nello stesso tempo la croce afferma la vittoria definitiva dell’amore di Dio sulle tenebre del peccato e della morte. È solo la conformità esistenziale alla croce, che ci unisce intimamente al Cristo glorioso.

 

Il messaggio di questa domenica lo si può riassumere in tre immagini: la gioia che scende su Gerusalemme, di cui parla il profeta, e anche la gioia che, secondo il vangelo, riempie il cuore dei settantadue discepoli al ritorno della missione; la cura dei malati come segno del regno di Dio che è vicino; la croce che ci rende partecipi della passione di Cristo e non veniamo meno perché sappiamo di essere partecipi anche della sua forza e della sua risurrezione. Tre immagini della salvezza, della realtà nuova, della nuova creatura, del regno di Dio.

venerdì 27 giugno 2025

SANTI PIETRO E PAOLO APOSTOLI – 29 Giugno 2025 Messa del giorno

 



 

At 12,1-11; Sal 33; 2Tm 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19

 

La Chiesa celebra e onora assieme nello stesso giorno i due santi apostoli Pietro e Paolo, che “Dio ha voluto unire in gioiosa fraternità” (prefazio della messa). Due personaggi molto diversi, ma ambedue spinti dallo stesso amore per Cristo e la sua Chiesa. Secondo sant’Agostino, il loro martirio è segno di unità della Chiesa: “Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì. Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli” (Discorso letto nell’Ufficio delle letture). In questo giorno celebriamo il mistero della Chiesa, fondata sul sangue e sull’insegnamento degli apostoli (cf. l’orazione colletta).

 

La prima lettura racconta che re Erode fece mettere in prigione Pietro per poi ucciderlo appena passata la Pasqua. Ma Dio lo liberò prodigiosamente in virtù della preghiera incessante della comunità di Gerusalemme. Nella seconda lettura, Paolo, ormai al tramonto, fa il bilancio della sua vita e anche lui, nonostante le difficoltà trovate e le prove subite nell’adempimento della sua missione apostolica, dichiara che il Signore gli è stato vicino e, guardando al futuro, conclude: “il Signore mi libererà da ogni male…” Perciò nel salmo responsoriale proclamiamo: “Il Signore mi ha liberato da ogni paura”. Il vangelo riporta la confessione di fede che Pietro fa a nome di tutti gli apostoli: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, e la risposta di Gesù: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa…” Il prefazio fa riferimento a questo passaggio quando dice che “Pietro per primo confessò la fede nel Cristo”, ma subito dopo aggiunge: “Paolo illuminò le profondità del mistero”. La fede di Pietro è illuminata dal mirabile magistero di Paolo. Pietro e Paolo sono le colonne della Tradizione cristiana. Pietro, la roccia sulla quale Cristo ha fondato la sua Chiesa; Paolo, “il maestro e dottore, che annunziò la salvezza a tutte le genti” (prefazio).

 

Oltre al prefazio anche le orazioni della messa delineano il significato ecclesiologico dei due apostoli. Il prefazio afferma che i santi Pietro e Paolo “in modi diversi hanno radunato l’unica famiglia di Cristo”. E l’orazione dopo la comunione contempla questa unica Chiesa alla luce delle note che hanno caratterizzato l’ideale della primitiva Chiesa gerosolimitana: perseveranza nella frazione del pane, nella dottrina degli apostoli, per formare nel vincolo della carità un cuor solo e un’anima sola. Il testo fa riferimento a At 2,42 (e paralleli), che descrive la vita della comunità primitiva come comunione fraterna o koinonia, termine greco che definisce la comunione di fede con Dio o con Cristo e l’unione profonda tra i credenti che si esprime e si attua nella fede comune, nell’esperienza eucaristica e nella condivisione spontanea dei beni. Questa comunione dei beni esprime tuttavia una realtà più profonda: la comunione dei cuori e delle anime. L’immagine della comunità delle origini sarà in seguito per la Chiesa di tutti i tempi l’ideale a cui tendere.     

         

La festa degli apostoli Pietro e Paolo ci ricorda che la Chiesa è un mistero di comunione. Possiamo quindi affermare che la missione primaria della Chiesa è quella di essere segno di comunione nel mondo. Il cristiano deve avere un cuore grande, sgombro di pregiudizi, un cuore pulito e trasparente, pronto all’incontro e al servizio.

 

 

venerdì 20 giugno 2025

DOMENICA II DOPO PENTECOSTE: SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO (C) 22 Giugno 2025

 

 



 

 

Gen 14,18-20; Sal 109 (110); 1Cor 11,23-26; Lc 9,11b-17

 

La prima lettura parla di Melchisedek, “re di Salem” e “sacerdote del Dio altissimo”, che, come segno di ospitalità e amicizia, “offrì pane e vino” e “benedisse” Abram che tornava da una vittoriosa campagna militare. La seconda lettura invece riporta la descrizione dell’ultima cena, in cui Gesù istituisce l’eucaristia col pane e col vino, sacrificio della nuova ed eterna alleanza. Il brano evangelico racconta la moltiplicazione dei pani e dei pesci, in cui Gesù compie gli stessi gesti con cui istituisce poi l’eucaristia: “prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli” (v. 16). Le tre letture fanno riferimento al mistero eucaristico che la Chiesa propone oggi di nuovo alla nostra attenzione dopo averlo contemplato la sera del Giovedì Santo con gli occhi rivolti alla Croce del Venerdì Santo. Che cos’è l’eucaristia? Non è possibile dare una risposta esauriente. Ci limitiamo ad una lettura del mistero eucaristico a partire dalla persona di Cristo sacerdote, come suggeriscono le letture bibliche odierne.

 

Possiamo prendere come punto di partenza un aspetto tipico del racconto di Paolo, soffermandoci cioè sul mandato di Gesù, ricorrente ben due volte in questa breve lettura: “fate questo in memoria di me”. Fare qualcosa “in memoria” non è semplicemente ripetere e neppure ricordare qualcosa o qualcuno. Sullo sfondo del contesto del rituale della Pasqua biblica, “fare memoria” vuol dire rendere presente l’evento salvifico per prendervi parte. Nell’orazione della messa si dice che nell’eucaristia il Signore Gesù “ci ha lasciato il memoriale della sua Pasqua”. Gesù, che ha vissuto una vita di totale obbedienza al Padre e di servizio agli uomini, cioè il vero culto e il vero sacrificio, alla fine della sua esistenza la riprende riassumendola ed esprimendola con il gesto simbolico, cultuale, del pane spezzato e condiviso e del calice del vino distribuito. Riassunta in un gesto rituale, ripetibile, celebrativo, Gesù consegna la sua vita ai discepoli perché noi tutti ne facciamo memoria nel rito (“fate questo in memoria di me”) e nella propria esistenza (“prendete e mangiate”) inseparabilmente. Come Cristo ha raccolto la sua esistenza (il vero culto) nei segni, così l’esistenza umana (il culto spirituale) si raccoglie in momenti – segno che in certo qual modo separano dal quotidiano per celebrare però il grande evento che dà senso al quotidiano. Ciò che dà consistenza all’eucaristia non è un rito, ma un’esistenza, quella di Cristo. Ciò che quindi è essenziale in questa celebrazione è la “memoria” di questa esistenza e di questa persona, la comunione con essa, l’appropriazione dei suoi stessi atteggiamenti esistenziali.  

 

Il sacerdozio di Cristo non è né rituale né semplicemente esteriore, bensì personale e vitale. Cristo si rende presente nell’eucaristia perché, partecipando ad essa, facciamo nostra la sua vita di oblazione e di condivisione. Celebrare l’eucaristia vuol dire riprodurre in noi i sentimenti di Cristo, di colui che ha vissuto una vita di totale obbedienza al Padre donandosi per la nostra salvezza. Egli diventa per noi pane, perché noi impariamo a diventarlo per gli altri.

 

 

venerdì 13 giugno 2025

DOMENICA DOPO PENTECOSTE: SANTISSIMA TRINITÀ ( C ) – 15 Giugno 2025

 


 

 

Pro 8,22-31; Sal 8; Rm 5,1-5; Gv 16,12-15

 

Nel giorno di Pentecoste gli apostoli hanno ricevuto lo Spirito Santo e, fedeli al comando del Maestro, sono partiti per annunciare la buona novella e battezzare tutte le genti nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. È dunque giusto che la solennità della Ss.ma Trinità segua immediatamente quella della Pentecoste.

 

Le letture bibliche della solennità sono un invito a non fermarsi sulla soglia di un dogma, ma a contemplare la Trinità come un mistero di comunione, di vita e di amore. La lettura del libro dei Proverbi parla della Sapienza come la prima delle opere di Dio e suo strumento nella creazione del mondo, che la tradizione cristiana ha interpretato riferito al Verbo incarnato (cf. Gv 1). San Paolo (seconda lettura) afferma che l’uomo, giustificato per la fede, è “in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo”. Finalmente, il vangelo ripropone le parole di Gesù che promette lo Spirito Santo per portare a compimento la stessa opera sua in noi. Il disegno di Dio, che si è compiuto pienamente in Cristo, trova attuazione in noi per mezzo dello Spirito Santo. Attraverso Gesù Cristo e guidati dallo Spirito abbiamo accesso al Padre. Possiamo riassumere il messaggio delle tre letture dicendo che Dio crea, salva e santifica. Il mistero della Trinità non è un mistero lontano, ma il mistero della nostra vita che si svolge nel tempo verso l’eternità di Dio. Ecco, quindi, che la Trinità non si presenta come una realtà misteriosa chiusa in se stessa, irraggiungibile, ma come comunione di vita che tende ad espandersi e a raggiungere ogni altra realtà, attraendola con il suo amore: Dio non è il solitario perfetto, ma ha voluto essere più persone che si amano in una comunione di essere, di vita e di donazione assoluti.

 

La solennità della Trinità, celebrata dopo che abbiamo percorso tutte le tappe della storia della salvezza, è un invito a scoprire la fonte e il senso di tutto, il protagonista assoluto della storia della salvezza: il Dio uno e trino. La riflessione sulla Trinità non è quindi semplice speculazione astratta, ma è un tentativo di comprensione del mistero di Dio per meglio comprendere il mistero dell’uomo in Cristo. È alla Ss.ma Trinità che riconduciamo insieme il mistero della creazione e il mistero della redenzione. Il Dio in cui crediamo è colui che ci ha creati e ci ha salvati ricomponendo quel che era al principio con quel che ora sperimentiamo in Cristo. Perciò anche la liturgia, il cui cuore è l’eucaristia, è opera della Santa Trinità (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n.1077). Adorare “l’unico Dio in tre persone” (orazione colletta) non vuol dire alienarci da questo mondo e metterci in una dimensione spirituale o astratta. Cristo, inviato dal Padre, ha ricreato con la forza dello Spirito quel che era stato creato. È dunque proprio dal mistero trinitario che prendono nuova luce, mentre aspettiamo la luce eterna, il mondo in cui viviamo, il mistero dell’uomo, e la varietà delle cose.

 

venerdì 6 giugno 2025

DOMENICA DI PENTECOSTE (C) – 8 Giugno 2025 Messa del giorno

 



 

At 2,1-11; Sal 103 (104); Rm 8,8-17; Gv 14,15-16.23b-26

         

La Pentecoste celebra la presenza dello Spirito che rinnova mondo e uomini. È la Pasqua comunicata, senza misura, alla Chiesa.

 

Le tre letture bibliche offrono una ricca riflessione sull’azione dello Spirito Santo nella vita cristiana. La prima lettura descrive l’evento della Pentecoste, in cui la Chiesa nascente riceve il dono dello Spirito. L’intreccio dei simboli assume il ruolo di presentare allusivamente lo Spirito e la sua opera. Il vento è improvviso e inarrestabile, il fuoco illumina e riscalda, la parola dà senso e comunica in tutte le lingue. Il dono delle lingue, detto “glossolalia”, significa il dono dei carismi diversi che lo Spirito elargisce; doni diversi, ma donati dallo stesso Spirito, che è sorgente di unità nella diversità. Ecco, quindi, che Dio irrompe nella nostra vita per ricrearla e unificarla. Ce lo ricorda san Paolo nella seconda lettura: la carne divide; lo Spirito unifica. È lo Spirito di Dio che, pur nella diversità di razze e di culture, rende accoglienti gli uni verso gli altri nella carità di Cristo.

Il brano evangelico continua il discorso sugli effetti della presenza dello Spirito nel cuore dei credenti. Lo Spirito è con noi per sempre. È la promessa di Gesù: “il Padre vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre”. Cristo è stato il primo Paraclito o Consolatore - Protettore dei discepoli; lo Spirito Santo è il secondo Consolatore che accompagna la comunità dei discepoli di Gesù nel loro cammino fino all’incontro definitivo con il Signore. Non abbiamo bisogno di vivere con gli occhi rivolti costantemente verso il cielo dal quale dovrà ritornare un giorno il Figlio dell’uomo, e neppure con gli occhi rivolti ad un passato, al Gesù terreno, che ormai non è più. Noi cristiani abbiamo a che fare con una forma nuova di presenza di Gesù Cristo: il Consolatore, il Protettore, il Sostegno è d’ora in poi lo Spirito Santo, la cui funzione è appunto quella di rendere comprensibile e attuale per noi il Gesù terreno.

Possiamo sintetizzare con le parole di Atenagora cosa sarebbe il cristianesimo senza o con lo Spirito: “…senza di lui, Dio è lontano, il Cristo è nel passato, il vangelo è lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l’autorità dominio, la missione propaganda, il culto evocazione e l’agire cristiano una morale da schiavi. Ma in lui il cosmo è innalzato e geme nella gestazione del Regno, l’uomo è in lotta contro la carne, il Cristo risorto è presente, il vangelo è potenza di vita, la Chiesa significa comunione trinitaria, l’autorità è al servizio liberatore, la missione una Pentecoste, la liturgia memoriale e anticipazione, l’agire umano è deificato”. Con l’effusione dello Spirito viene “portato a compimento il mistero pasquale” (prefazio). La Pasqua non sarebbe completa senza il dono dello Spirito. Il disegno del Padre portato a termine dal Figlio incarnato nel mistero della sua morte e risurrezione trova compimento nel dono dello Spirito, dono di Cristo che proviene dal Padre, fonte ultima dalla quale anch’egli viene.

L’eucaristia è il cibo spirituale che ci nutre per la vita eterna. In questo cibo è “sempre vivo il dono dello Spirito” (orazione dopo la comunione). Anzi, la comunione eucaristica fa sì che lo Spirito “abiti in noi” (cf. 1Cor 3,16) e che “il nostro corpo sia tempio dello Spirito Santo” (cf. 1Cor 6,19).          

venerdì 30 maggio 2025

ASCENSIONE DEL SIGNORE (C) – 1 Giugno 2025 Messa del giorno

 



 

 

At 1,1-11; Sal 46; Eb 9,24-28; 10,19-23; Lc 24,46-53

  

Il racconto dell’evento dell’Ascensione del Signore è affidato alla prima lettura, costituita dai versetti iniziali degli Atti degli Apostoli. L’Ascensione è presentata da san Luca come un distacco, una separazione di Gesù dai suoi. Ma si tratta di un distacco che prelude a una forma di presenza diversa, nuova di Gesù presso i suoi. D’altra parte, la preoccupazione maggiore dei brani della Scrittura che vengono proposti oggi alla nostra attenzione è di dare indicazioni sul senso del tempo che noi stiamo vivendo dopo l’evento dell’Ascensione del Signore e in attesa di ricongiungerci con lui alla destra del Padre: “viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro Capo, nella gloria” (orazione colletta).

 

Il brano della lettera agli Ebrei della seconda lettura parla della speranza che l’Ascensione di Cristo ha inaugurato per tutti noi. Cristo è entrato nel cielo, “per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore”. La solennità dell’Ascensione è certamente un invito a guardare in alto e lontano, oltre le lotte e i limiti del tempo presente, ma non certo per restare inoperosi nella contemplazione di quel mondo che è oltre il tempo e lo spazio. Il “cielo” è una nostalgia giusta, una promessa sicura, perché Cristo lo ha reso accessibile, ma non per questo deve far dimenticare il cammino che dobbiamo percorrere perché diventi una concreta realtà per tutti noi. Il cielo diventerebbe alienazione e inganno se ci distogliesse dalle sue premesse nella storia, dai nostri compiti attuali. Il messaggio cristiano non è da intendersi come evasione religiosa, disimpegno del quotidiano, fuga dalla realtà. Il messaggio cristiano è un lievito che deve trasformare la realtà quotidiana indirizzandola verso il traguardo di Dio. Un impegno nel quotidiano quindi, che va vissuto nella speranza del traguardo definitivo: “Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza”. Gesù congedandosi dei discepoli, li promette il dono dello Spirito e li invia ad annunciare la buona novella a tutte le genti. Non è indifferente che il breve brano del vangelo d’oggi sottolinei che dopo l’Ascensione del Signore, i discepoli “tornarono a Gerusalemme con grande gioia”. È il ritorno al quotidiano sorretti dalla speranza, che trova il suo fondamento nella natura umana di Cristo che è stata glorificata.

 

In sintesi, possiamo dire che il mistero dell’Ascensione consiste nell’indicare il recupero da parte di Gesù della sua dimensione divina che gli è propria. Ma consiste altresì nel rivelare l’azione che, adesso, Gesù al cospetto di Dio suo Padre svolge in nostro favore mediante lo Spirito Santo che ci ha donato. Il Signore Gesù continua quindi ad essere misteriosamente presente in mezzo a noi mediante il suo Spirito che ci è di guida nel cammino che conduce al traguardo. L’Ascensione più che un invito a evadere dalla terra è un invito ad assumerla come luogo di salvezza, dove già risplende, sia pure parzialmente, la luce dei “cieli nuovi” e della “terra nuova”. Ancorata al presente e al suo impegno nel mondo, la Chiesa non deve svanire verso illusioni, verso spiritualismi senza corpo. I segni di questa visione di speranza e di realismo devono manifestarsi attraverso una testimonianza cristiana coerente.

 

venerdì 23 maggio 2025

DOMENICA VI DI PASQUA (C) – 25 Maggio 2025

 



 

 

At 15,1-2.22-29; Sal 66 (67); Ap 21,10-14.22-23; Gv 14,23-29

 

 

La prima lettura descrive un momento importante della vita della prima comunità cristiana. I dissensi sorti tra gli apostoli sul modo di procedere con i convertiti dal paganesimo si acuiscono a tal punto che devono essere risolti in un’assemblea che di fatto è stato il primo concilio ecumenico della Chiesa. Radunati a Gerusalemme, gli apostoli trovano un accordo su che cosa si debba imporre ai neoconvertiti dal paganesimo. A noi interessa non tanto la problematica specifica che era in discussione in quel dato momento quanto ciò che il fatto significa. Si tratta della Chiesa terrena che, nata da poco, si confronta con le diverse opinioni sorte nel suo interno, discute i suoi problemi, si dà delle norme e in questo modo si consolida nelle sue strutture. Accanto a questo quadro, la seconda lettura presenta uno squarcio profetico-simbolico della città futura, la Gerusalemme celeste, immagine della Chiesa celeste in cui non ci sono più divisioni e non c’è più bisogno di strutture e di mediazioni, neppure di quelle sacre come il tempio e la fede, “perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello”.

 

Le due città sono assai diverse. Nella città terrena ci sono i contrasti, le divisioni, il bisogno di confrontarsi e di costruire il consenso talvolta con fatica. La città celeste è invece tutta compatta, unita. Ecco perché la città terrena con le sue strutture, i suoi monumenti e i suoi templi è destinata a perire. Tuttavia, come abbiamo visto la domenica scorsa, la città celeste pur essendo eterna affonda le sue radici nella fragilità della città terrena. Tra le due città c’è corrispondenza e coerenza. Ce lo ricorda il brano evangelico. Mentre sta per lasciare i discepoli, Gesù promette di inviare ad essi lo Spirito Santo: “… egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”. Compito dello Spirito è dunque “insegnare e ricordare” tutto ciò che il Cristo ha detto: non un ricordo ripetitivo, ma un ricordo di approfondimento, creatore di nuovi sviluppi e di rinnovate applicazioni nella fedeltà all’unica esperienza salvifica realizzatasi in Cristo. È quindi lo Spirito che ci guida verso la città celeste, è lui a garantire il cammino nella storia della comunità terrena dei discepoli di Gesù. Vediamo infatti che gli apostoli radunati a Gerusalemme in assemblea hanno la consapevolezza di prendere le loro decisioni guidati dallo Spirito: “È parso benne allo Spirito Santo e a noi…” Grazie allo Spirito, le diverse componenti del cristianesimo primitivo riunite a Gerusalemme risolvono uno spinoso problema che stava producendo tensioni e divisioni.  

 

Vicini alla Pentecoste, siamo invitati a riflettere sulla presenza dello Spirito Santo nella vita della Chiesa. È lo Spirito che dà slancio alla Chiesa terrena e la indirizza verso i valori definitivi della città celeste. Dimentichi dell’azione dello Spirito, siamo talvolta tentati di banalizzare la vita cristiana riducendola a formule e leggi. La liturgia d’oggi ci ricorda invece che Dio si comunica al mondo solo nell’amore e nell’adempimento della parola di Gesù (cf. canto al vangelo e antif. alla comunione), interpretata però con la luce dello Spirito Santo. Ecco, quindi, che la città di Dio si realizza nel presente mediante la realtà dell’amore cristiano e per opera dello Spirito Santo. Senza l’azione interiore e nascosta dello Spirito, la Chiesa rischia di essere un raduno di militanti, più che comunione di discepoli.

 

 

venerdì 16 maggio 2025

DOMENICA V DI PASQUA (C) – 18 Maggio 2025

 



 

At 14,21b-27; Sal 144 (145); Ap 21,1-5a; Gv 13,31-33a.34-35

 

 

Il Tempo di Pasqua è un tempo di rinascita della vita. Perciò si addice a questo periodo dell’anno la riflessione sulla novità cristiana. Questo potrebbe essere l’argomento unificatore delle tre letture bibliche proclamate oggi. La prima lettura parla delle nuove comunità di cristiani, le prime che sotto l’azione dello Spirito e per mezzo della predicazione di san Paolo e san Barnaba sorgono al di fuori del mondo strettamente ebraico. Il brano evangelico ricorda che queste e le altre comunità cristiane sono chiamate ad esprimere il comandamento nuovo dell’amore vicendevole. La seconda lettura ci rivela una umanità trasfigurata, la comunità futura, in cui la novità cristiana sarà pienamente realizzata, una comunità in cui “non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno”. Bandito tutto ciò che di negativo avvilisce la vita umana, si apre il rinnovamento messianico in una comunione faccia a faccia con Dio, in una pienezza di vita individuale e comunitaria. La comunità presente e quella futura sono, però, raccordate da un dato comune, l’amore, di cui ci parla Gesù nel brano evangelico. Si diventa cittadini della città futura in forza dell’amore. È per questo che la Gerusalemme celeste ci viene presentata anche sotto il simbolo della “sposa”.  

 

Il vangelo ci propone la prima parte dei “discorsi di addio” di Gesù, in cui egli, come un padre che sta per lasciare i suoi figli, trasmette ai discepoli la sua eredità: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi…”. La vera novità di questo comandamento non è nell’ “amatevi”, ma nel “come io ho amato voi”. L’amore di Gesù per noi è motivo e misura del nostro amore per i fratelli e sorelle. La realizzazione concreta del precetto dell’amore è la comunione, la comunità. Solo allora le parole di Gesù “amatevi gli uni gli altri” cessano di essere una espressione astratta. Possiamo affermare che la qualità del nostro amore è da ricercare nella capacità che noi abbiamo di condividere la nostra vita con quella dei nostri fratelli e sorelle, nella capacità cioè di creare comunione. L’amore di carità però non ha confini e va vissuto con i vicini e i lontani.

 

In ogni caso, però, bisognerà aver presente che la comunità cristiana continua a vivere nella storia e della storia continua a soffrire tutti i limiti e le ambiguità. Il nostro amore su questa terra resterà sempre peccatore, le nostre comunità imperfette. L’amore in questo mondo ha una sua fragilità e un suo limite intrinseci. È necessaria quindi la costanza nel percorrere gli ideali sublimi che ci vengono proposti dalle parole di Gesù. Ma è necessaria anche la speranza affinché non si spenga nel nostro cuore il desiderio di un amore vero, pieno e generoso. Solo così avremo un forte incentivo per crescere giorno dopo giorno nel dono di noi stessi agli altri. La dimensione più evidente dell’eucaristia è quella del convito, aspetto che esprime bene il rapporto di comunione che Dio vuole stabilire con noi e che noi stessi dobbiamo sviluppare vicendevolmente.

venerdì 9 maggio 2025

DOMENICA IV DI PASQUA (C) – 11 Maggio 2025

 



 

At 13,14.43-52; Sal 99 (100); Ap 7,9.14b-17; Gv 10,27-30

         

Il Sal 99, da cui è tratto il salmo responsoriale, veniva, probabilmente, cantato mentre il popolo eletto entrava nel tempio durante le grandi solennità. Con questo inno Israele proclama la sua fede nel Signore “buono” il cui amore è eterno e riafferma la sua coscienza di essere il popolo dell’alleanza, legato da un rapporto intenso e personale col suo Dio. Sullo sfondo di questo testo, si può leggere tutta la storia di Israele. La bontà e la fedeltà di Dio si sono manifestate pienamente in Cristo, ed egli, nostro pastore, con la morte e risurrezione, ci ha fatto “suo popolo e gregge del suo pascolo”. Cristo è il pastore che porta ai pascoli della vita. È su questa immagine che insiste particolarmente la liturgia odierna.


Nel brano evangelico, Gesù si presenta come il vero pastore dell’umanità, che stabilisce uno stretto rapporto di conoscenza o esperienza, di unione e intimità con l’uomo, lo guida e lo conduce alla vita eterna. La seconda lettura ci riporta alla fase finale del regno, a quella celeste, quando il gregge di Cristo avrà già raggiunto i pascoli eterni e sarà una moltitudine immensa, che nessuno può contare; l’Agnello immolato e vittorioso sarà il loro pastore e tergerà ogni lacrima dai loro occhi. Nel frattempo, la Chiesa, seguendo l’esempio degli apostoli (cf. prima lettura), continua ad annunciare a tutte le genti “sino all’estremità della terra” la salvezza in Cristo.


Per meglio capire le parole di Gesù che si presenta come buon pastore, bisogna tener conto del contesto più generale in cui egli ha fatto questa affermazione. Con l’immagine del buon pastore, Gesù intende rispondere in qualche modo a coloro che gli chiedono insistentemente se sia lui il Messia. Per i suoi interlocutori il Messia era considerato perlopiù una sorta di figura politica, un personaggio di potere. Il Signore invece scegliendo l’immagine del buon pastore rivela in quale altro modo inatteso che egli sia il Messia. Egli non avanza pretesa alcuna di dominio sull’uomo, ma solo una proposta di amore e di servizio che arriva fino al dono della vita.

 

Il Figlio di Dio, facendosi uomo, si è avvicinato ad ogni uomo, lo ha chiamato per nome, lo ha amato con cuore di uomo fino a dare la propria vita per quest’uomo. Quando Gesù dice: “Io dò loro la vita eterna” non parla di qualcosa di esterno. La “vita eterna” nel vocabolario di Giovanni è semplicemente un sinonimo di “vita divina”, quindi di partecipazione alla stessa esistenza del Pastore. Possiamo ricordare al riguardo una ardita affermazione di sant’Agostino: quando egli intende esprimere il mistero di comunione che si stabilisce tra Dio e l’uomo redento, afferma con una bellissima espressione che Dio è “più intimo a me di me stesso”. Scoprendoci nel cuore di Dio, smetteremo di restare ripiegati sulle nostre piccole paure.

 

Gesù afferma che egli “conosce” le sue pecorelle, cioè Gesù entra nella profondità personale della creatura amata che gli risponde con l’ascolto e l’adesione della fede. Infatti, “ascoltare” è per l’uomo apertura esistenziale all’altro, è attenzione alla sua persona prima ancora che alle sue parole. Un uomo o una donna che non ascoltano, che non sono disposti ad aprirsi e a ricevere nulla dagli altri, non saranno in grado poi di comunicare, di dare qualcosa agli altri. La domenica del buon pastore ci riporta ai pastori della Chiesa. Il Signore chiama, ha bisogno di uomini e donne che si dedichino in modo particolare all’annuncio del vangelo radunando la comunità attorno alla mensa della Parola e dell’Eucaristia e donando a piene mani il perdono e la tenerezza di Dio.

venerdì 2 maggio 2025

DOMENICA III DI PASQUA (C) – 4 Maggio 2025

 



 

At 5,27b-32.40b-41; Sal 29 (30); Ap 5,11-14; Gv 21,1-19        

   

 

Per cogliere in modo unitario il messaggio delle tre letture odierne, partiamo dal vangelo, dove vediamo che Pietro, riabilitato e confortato dalla presenza e dalle parole del Risorto, riscopre la sua vocazione di “pastore”. Il brano degli Atti (prima lettura) ci racconta come gli apostoli ritornano a predicare con gioia Cristo risorto nonostante gli insuccessi e le ripetute proibizioni del Sinedrio. Finalmente il brano dell’Apocalisse (seconda lettura) ci rassicura che Cristo ha riportato la vittoria sulla morte ed ora riceve la lode di tutte le creature. Niente ci deve quindi scoraggiare dal servizio al vangelo: né le difficoltà della fede né la persecuzione.

 

La predicazione apostolica produce l’immancabile reazione del Sinedrio, al tempo autorità religiosa e anche politica. Imprigionati e miracolosamente liberati, gli apostoli si recano di nuovo nel tempio a testimoniare pubblicamente il loro Signore. Al sommo sacerdote, presidente del tribunale del Sinedrio, che ricorda a Pietro la proibizione di insegnare nel nome di Gesù, l’Apostolo risponde coraggiosamente a nome di tutti: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”. “Obbedire” nella Bibbia è sinonimo di “credere”; perciò, Pietro afferma la forza critica della fede nei confronti dell’autorità umana, politica o religiosa, quando essa si arroga dignità e ruoli che non rispettano la libertà della coscienza. Il conflitto della comunità apostolica con il potere giudaico prolunga quello che ha condotto Gesù alla passione e alla morte in croce. Ma Cristo ha vinto la morte! La testimonianza degli apostoli poggia su questa certezza, a tal punto che essi sono “lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù”.

 

Testimoniare Cristo risorto è compito della Chiesa nel suo insieme, di tutti i cristiani. Ma per testimoniare Cristo è necessario fare anzitutto esperienza di lui, percepire la sua presenza, e incontrarlo nella nostra vita. Notiamo che gli apostoli incontrano il Signore risorto mentre sono al lavoro ed è qui che vengono richiamati al loro impegno di testimoniare dinanzi agli uomini il vangelo di Gesù. La testimonianza e l’esperienza del Cristo si collocano quindi all’interno della vita quotidiana, familiare e di lavoro. Questa testimonianza non è senza sofferenza e croce. Bisogna abituarsi a portare giorno dopo giorno la croce della testimonianza della propria fede senza perdersi d’animo. Ciò significa che la nostra testimonianza deve essere ferma ma non arrogante, decisa ma non provocatoria, umile ma non masochista, una testimonianza d’amore e non di privilegio, una testimonianza nel nome del Signore Gesù e non nel nome proprio.

 

In modo del tutto particolare, il Signore continua a manifestarsi a noi nell’eucaristia perché, riconoscendolo nei segni sacramentali, possiamo “proclamare davanti a tutti che Gesù è il Signore”.

 

venerdì 25 aprile 2025

DOMENICA II DI PASQUA (C) – 27 Aprile 2025 o della Divina Misericordia

 



 

At 5,12-16; Sal 117 (118); Ap 1,9-11a.12-13.17-19; Gv 20,19-31

    

 

Il contenuto delle tre letture di questa domenica può essere considerato da diverse prospettive, ma tutte e tre le letture hanno al centro Gesù Cristo risorto e la fede in lui. La prima lettura ci racconta che il numero di coloro che credevano nel Signore aumentava. La seconda lettura è un brano del primo capitolo dell’Apocalisse, dove san Giovanni narra la visione che egli ha avuto di Cristo risorto, il quale al tempo stesso che lo incoraggia a scrivere le cose che ha visto, proclama solennemente: “Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiave della morte e degli inferi”. Finalmente, il brano evangelico ci tramanda la toccante storia dell’atto di fede in Cristo risorto dell’apostolo san Tommaso.

 

Il grande pensatore cristiano Dietrich Bonhoeffer, scrivendo dal carcere berlinese nel 1944, pochi giorni prima di essere impiccato, riassumeva così il senso di tutta la sua esistenza: “Io vorrei imparare a credere…” Il cristiano è colui che impara a credere giorno per giorno sino al termine della sua vita. L’odierno racconto evangelico è il ritratto della storia della fede di un uomo che ha dovuto imparare a credere, e che ha avuto bisogno dei suoi tempi. Dinanzi alla testimonianza degli altri apostoli che hanno visto il Risorto, Tommaso afferma che se non mette il dito nel posto dei chiodi e non mette la mano nel costato del Cristo, non crederà. Tommaso ha bisogno di vedere e toccare, ha bisogno dei suoi tempi. Al termine della prova di appello offertagli dal Signore, Tommaso proclama la sua professione di fede, la più sublime dell’intero vangelo: “Mio Signore e mio Dio!”. La Chiesa annuncia al mondo l’evento pasquale: “Abbiamo visto il Signore”, ma con pazienza e umiltà deve attendere che il mistero della libertà umana possa lentamente e gioiosamente giungere all’atto di fede: “Mio Signore e mio Dio!” Cristo risorto non diventerà mai “Signore” della Chiesa, se non diventa prima ancora “Signore” del cuore e della vita di ciascuno di noi.

 

La fede di Tommaso, come quella degli altri primi discepoli, si fonda sull’incontro personale con Gesù risorto. Questi fatti sono documentati nel vangelo che è stato scritto, dice san Giovanni, “perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”. Infatti, la nostra fede si fonda sulla solida piattaforma della testimonianza storica documentata nei vangeli e si trasmette nella lunga catena dei credenti che formano la Chiesa. Ricordiamo che Gesù chiama beati coloro che crederanno per testimonianza (come noi). Anche se la nostra fede ha travagli simili a quella di Tommaso, siamo certi che anche per noi è possibile alla fine proclamare in totale limpidità la nostra fede nel Risorto. Siamo invitati a farlo ogni volta che ci avviciniamo alla comunione, quando alle parole del ministro “Il corpo di Cristo”, rispondiamo “Amen”.

 

sabato 19 aprile 2025

DOMENICA DI PASQUA: RISURREZIONE DEL SIGNORE MESSA DEL GIORNO 20 Aprile 2025

 



 

 

At 10,34a.37-43; Sal 117; Col 3,1-4 (oppure: 1Cor 5,6b-8); Gv 20,1-9

 

Il salmo responsoriale è tratto dal Sal 117, inno di gioia e di vittoria che era recitato nella cena pasquale giudaica. Esso ricordava agli ebrei i giorni in cui Dio era intervenuto per liberarli dalla schiavitù dell’Egitto e da tutti i loro nemici; ricordava i giorni gloriosi nei quali la destra del Signore aveva operato con potenza; la Pasqua era la grande festa del popolo ebraico, il giorno che il Signore aveva fatto per il suo popolo. La nostra Pasqua è Cristo (cf. seconda lettura alternativa); nel mistero della sua risurrezione dai morti si compiono tutte le speranze di salvezza dell’umanità: è questo il giorno di Cristo Signore; è questo il giorno dell’uomo rinato a vita nuova per mezzo di Cristo. Il Sal 117 è proclamato in ogni eucaristia della settimana pasquale e nella liturgia delle ore di tutte le domeniche.

 

La risurrezione di Cristo rappresenta il centro del mistero cristiano, e la base e la sostanza della nostra fede. “Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (1Cor 15,14). Con queste parole l’apostolo Paolo esprime il cuore di tutto il messaggio cristiano. Il vangelo parla di Pietro e Giovanni che vanno a visitare il sepolcro di Gesù e lo trovano vuoto. Il sepolcro vuoto è il primo segno della risurrezione. Da quella tomba vuota inizia il cristianesimo. Nella prima lettura, ascoltiamo san Pietro che annuncia con decisione al popolo il mistero della risurrezione del Signore di cui egli e gli altri apostoli sono testimoni. Nella seconda lettura, san Paolo trae da questo evento le conseguenze per una vita cristiana rinnovata.

 

Illustriamo brevemente il contenuto della seconda lettura (Col 3,1-4), perché in essa il mistero che celebriamo viene visto in stretto rapporto con la vita cristiana. San Paolo nella Lettera ai Colossesi sviluppa il tema della centralità di Cristo nella vita del cristiano: la vita del cristiano è una vita in Cristo. In questo contesto acquista senso il breve brano odierno. Se il cristiano è risorto in Cristo, non può che condurre una vita da risorto, interessandosi cioè delle “cose di lassù” (v.2). Le “cose di lassù” di cui parla san Paolo è Cristo stesso “seduto alla destra di Dio” (v.1), cioè il Risorto costituito in potere rappresenta “le cose di lassù”: non un mondo evanescente, astratto, fantastico ma illusorio, un mondo quindi fuori della storia, ma una persona storica, la cui vicenda di morte e risurrezione diventa norma di comportamento, profezia, tipo di ogni vita impegnata per i valori del regno di Dio. L’Apostolo pone quindi alla base dell’etica cristiana non una filosofia, ma un concreto evento di salvezza con cui confrontarsi, anzi, una persona: la persona di Cristo. Cercare le “cose di lassù” significa spogliarsi dell’uomo vecchio con le sue azioni e rivestirsi dell’uomo nuovo. Sentimenti, ovvero “valori” pasquali che presiedono a questa novità di vita, sono: misericordia, bontà, umiltà, mansuetudine, pazienza, perdono, soprattutto carità, pace e fedeltà alla Parola di Cristo (cf. Col 3,5-17). Ecco qui un programma di vita cristiana pasquale.

 

L’eucaristia si conosce, si celebra e si vive alla luce della fede nella morte e risurrezione del Signore. Compiendo il rito della Pasqua i figli d’Israele sono stati partecipi, di generazione in generazione, della stessa liberazione e salvezza sperimentata dai loro padri nella notte in cui il Signore li fece uscire dal paese d’Egitto. Celebrando l’eucaristia, i cristiani, di generazione in generazione, siamo partecipi del “corpo donato” e del “sangue versato” di Cristo, quale evento decisivo della liberazione di tutta l’umanità dalla forza del peccato e dal potere della morte.

 

 

 

venerdì 18 aprile 2025

VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA – 20 Aprile 2025

 



 

 

Gn 1,1-2,2; Gn 22,1-18; Es 14,15-15,1; Is 54,5-14; Is 55,1-11; Bar 3,9-15.32-4,4; Ez 36,16-17a.18-28; Rm 6,3-11; dal Sal 117 (118); Lc24,1-12

 

La struttura di questa celebrazione vigiliare ci introduce nella contemplazione della Pasqua in tutte le sue dimensioni: la liturgia della luce o “lucernario” (benedizione del fuoco nuovo, accensione del cero pasquale e canto del annuncio pasquale) celebra la Pasqua cosmica, che segna il passaggio dalle tenebre alla luce; la liturgia della Parola (con sette letture dell’Antico Testamento più due del Nuovo) celebra la Pasqua storica evocando i principali momenti della storia della salvezza; la liturgia battesimale celebra la Pasqua della Chiesa, popolo nuovo suscitato dal fonte battesimale; la liturgia eucaristica celebra la Pasqua perenne e definitiva con la partecipazione al convitto eucaristico, immagine della vita nuova e del regno promesso. I diversi momenti celebrativi della Veglia hanno un filo conduttore: l’unità del disegno salvifico di Dio che si compie nella Pasqua di Cristo per noi.      

 

La Pasqua celebra quindi un passaggio. “Pasqua” significa appunto “passare oltre”. Vediamo infatti che questo è il significato fondamentale della Pasqua ebraica. Israele, guidato da Mosè, passa dalla schiavitù dell’Egitto alla libertà della terra promessa (Es 14,15-15,1), come cantiamo nell’Annuncio pasquale: “Questa è la notte in cui hai liberato i figli di Israele, nostri padri, dalla schiavitù dell’Egitto e li hai fatti passare illesi attraverso il Mar Rosso”. Questo è poi il significato della Pasqua di Cristo: all’inizio di questa Veglia ci viene ricordato che “in questa santissima notte…Gesù Cristo nostro Signore passò dalla morte alla vita”. Finalmente, questo è il significato della Pasqua della Chiesa, in cui si compie il nuovo esodo di tutta l’umanità, guidata da Cristo, nuovo Mosè, verso la vera e definitiva terra promessa.

 

La Chiesa, cioè tutti noi, abbiamo già partecipato a questo passaggio attraverso il sacramento del battesimo. E’ un passaggio spirituale ma reale che segna tutta quanta la vita cristiana. Il Risorto ha aperto un varco, una breccia per tutti coloro che credono in lui e accolgono con il battesimo e una condotta ad esso conforme la novità di vita nello Spirito. Così spiega san Paolo il mistero della Pasqua ai primi cristiani di Roma (cf. la lettura apostolica: Rom 6,3-11): “Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova”. Quindi anche noi siamo passati dalla morte alla vita. Questa “novità di vita”, che sarà totale e definitiva solo alla fine dei tempi, si manifesta già fin d’ora mediante la vita secondo lo Spirito.

 

Certo, noi continuiamo a vivere la vita nel mondo e conosciamo perciò tutti i limiti e tutte le dimensioni mondane della vita presente: la dimensione biologica, quella psicologica e quella sociale, e naturalmente la sofferenza e la morte. Ma nessuna di queste realtà si presenta ormai come ultima e definitiva. La nostra vita infatti è aperta a qualcosa di nuovo e più grande, quell’esistenza segnata dal dono pasquale che è stata inaugurata dalla risurrezione del Signore.

 

La celebrazione della Pasqua significa quindi per noi tutti la ripresa di un programma di vita che si realizza in un impegno permanente di rinnovamento mai pienamente raggiunto. Solo la nostra morte vissuta “in Cristo” potrà compiere il senso dell’esistenza cristiana. Nel frattempo, si tratta di rimanere fedeli a quel germe di vita nuova che abbiamo ricevuto nel battesimo e cresce e si consolida nell’eucaristia fino al compiersi in noi della Pasqua definitiva.