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domenica 1 maggio 2022

Sal 130 (131) Confidare in Dio come il bimbo nella madre

 



1 Canto delle salite. Di Davide.
Signore, non si esalta il mio cuore
né i miei occhi guardano in alto;
non vado cercando cose grandi
né meraviglie più alte di me.
2 Io invece resto quieto e sereno:
come un bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è in me l'anima mia.
3 Israele attenda il Signore,
da ora e per sempre.

 

La Liturgia delle Ore propone il Sal 130 nell’Ufficio delle letture del sabato della prima settimana (nel Tempo ordinario) e nei Vespri del martedì della terza settimana. Come sottotitolo si cita Mt 11,29: Imparate da me che sono mite ed umile di cuore.

Il salmo viene chiamato “canto delle salite” (v. 1). Era, infatti, cantato dai pellegrini quando salivano verso Gerusalemme. Un testo breve, che esprime una profonda fiducia in Dio, Considerato da molti biblisti il poema più bello dell’intero Salterio, uno dei più preziosi nel cammino della nostra ascensione spirituale. L’orante non sollecita nulla, esprime soltanto la sua grande fiducia in Dio.

Il v.1, costruito mediante una triplice antitesi, descrive l’opposto alla fiducia in Dio, cioè l’atteggiamento orgoglioso del superbo: un cuore che si esalta, occhi altezzosi che guardano gli altri assumendo atteggiamenti di superiorità, piedi che camminano alla ricerca di cose grandi, superiori alle proprie forze. In questo primo versetto c’è un’ammonizione ai presuntuosi che vanno dietro a sogni o progetti troppo grandi, che frequentemente sono immaginazioni fantasiose della loro mente. Concetti simili troviamo in altri libri dell’Antico Testamento. Così, ad esempio, Geremia rimprovera, in nome di Dio, il suo collaboratore Baruc: “Dice il Signore: Ecco io abbatto ciò che ho edificato e sradico ciò che ho piantato; così per  tutta la terra. E tu vai cercando grandi cose per te? Non cercarle, poiché io manderò la sventura su ogni uomo. Oracolo del Signore. A te farò dono della tua vita come bottino, in tutti i luoghi dove tu andrai”  (Ger 45, 4-5). E nello stesso Salterio, l’autore del Sal 17 (18) è consapevole che il Signore “salva il popolo dei poveri, ma abbassa gli occhi dei superbi” (v. 28).

Possiamo interpretare questo primo versetto come una specie di confessione che il salmista fa dinanzi al Signore di quei sentimenti che talvolta si impadroniscono della sua mente e che egli riconosce come qualcosa che va rifiutato. Questa confessione sarebe incompleta senza il v. 2. Dopo il cuore, gli occhi e i piedi, si fa riferimento alla persona umana come un essere di desideri ed emozioni per esprimere in forma positiva l’atteggiamente profondo dell’orante dinanzi al suo Dio: egli si sente sicuro nelle braccia del Signore come un bambino piccolo si può sentire sicuro nelle braccia di sua madre. Il salmista non si considera solo un bambino piccolo; il testo originale si può tradurre “un bimbo appena svezzato”, di due o tre anni. In questo caso, il bambino non vede sua madre solo come fonte di nutrimento, ma instaura con essa un rapporto più consapevole di affetto e d’intimità. Con questa immagine materna si parla di Dio, secondo le modalità con cui Egli si ci rivela nella Sacra Scrittura: “Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia” (Os 11,4), parole indirizzate ai figli d’Israele che il profeta pone nella bocca di Dio. Anche altri profeti, come Isaia, si esprimono in modo simile: “Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati” (Is 66,13). In risposta a questo rivelarsi materno di Dio, il credente vive con gioia il presente senza fare piani e progetti a lunga scadenza, saddisfato di accogliere nella pace il dono di Dio.

Qualcuno potrebbe sospettare che questo salmo descriva una situazione idilliaca, frutto della fantasia, qualcosa impossibile di essere vissuto in questo mondo e, quindi, illusorio ed egoista. Questa interpretazione è smentita dalla parte finale del salmo, il v. 3. Qui il testo passa dal singolare al plurale, ossia alla comunità: “Israele attenda il Signore, da ora e per sempre”. Con questa esortazione, l’orante si pone in un atteggiamento di attesa, a cui invita l’intero popolo credente. Alla luce della presenza e del contesto in cui si adopera il verbo attendere/sperare nel Salterio, si può affermare che il Sal 130 descrive una situazione in cui l’abbandono e la fiducia sono passati attraverso il vaglio della prova e della sofferenza, ossia della vita concreta e reale. Possiamo spingerci oltre. Sperare nel Signore significa anche ridimensionare, purificare e semplificare altre molte attese che si annidano nel nostro cuore.

Troviamo frequentemente nei commenti moderni la lettura del Sal 130 in chiave di elogio dell’umiltà. Lettura fondata su un’ampia base di interpretazioni antiche. Si tratta, quindi, di una interpretazione tradizionale del salmo. Nel testo del nostro salmo, l’umiltà è in rapporto con la figura del bambino, ossia dell’infanzia. Lo stesso Gesù ha adoperato più volte questa immagine come esempio di umiltà. San Matteo ci racconta che in una certa occasione i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli domandarono chi era il più grande nel regno dei cieli? Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli” (Mt 18,3-4; Mc 10,15; Lc 10,21). Lo stesso Gesù si presenta come colui che “non è venuto a farsi servire, ma per servire…” (Mt 20,28). E la lettera ai Filippesi ci invita ad avere gli stessi sentimenti di Cristo Gesù, che “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo” (Fil 2,6-7). Anche Maria, la madre di Gesù, si dichiara “la serva del Signore” (Lc 1,38).

Su questi e altri testi simili è fondato il chiamato “cammino dell’infanzia spirituale” di santa Teresa del Bambin Gesù. Secondo la santa di Lisieux, la santità non consiste in tale o quale pratica; consiste in una disposizione del cuore che ci rende umili e piccoli nelle mani di Dio, consapevoli della nostra debolezza e pienamente fiduciosi nella bontà del Padre. Il cammino dell’infanzia spirituale condurrà questa santa alle più alte esperienze mistiche con un profondo senso di abbandono e di speranza in Dio. Santa Bernardette, contemporanea di Teresa, diceva semplicemente: “Amo tutto ciò che è piccolo”.

È evidente che né il salmo, né Gesù, ne santa Teresa ci invitano ad un cammino di regressione psicologica, a negare il cammino di maturazione umana percorso, o a tornare indietro ad una mitica, inesistente innocenza infantile. Colui che intende in questo modo l’infanzia spirituale, oltre ad assumere atteggiamenti fisici e spirituali ridicolmente infantili, va incontro ad un rischio che con grande acutezza ha evidenziato sant’Agostino commentando proprio il salmo 130: “C’è della gente che, ascoltando discorsi sull’obbligo dell’umiltà, si deprimono e rifiutano d’imparare anche le cose più elementari, convinti che, se progrediranno nella scienza diverranno per forza superbi: per cui rimangono sempre al livello del latte. Per costoro c’è un rimprovero nella [stessa] Scrittura, là dove si dice: Vi siete costretti ad avere bisogno di latte invece del cibo solido (Eb 5,12)Difatti, se Dio vuole che ci nutriamo di latte, non è perché rimaniamo sempre bisognosi di latte ma perché, nutriti di latte, cresciamo fino a renderci capaci di cibo solido”.

Si tratta, quindi, di un atteggiamento che possiamo chiamare di “infanzia matura” (il contrario di tante maturità secondo il registro civile, che sono invece vissute in modo infantile). Si tratta di avere un atteggiamento di sorpresa, di stupore: lo stupore del bambino è il motore interno che in modo naturale lo conduce a scoprire il mondo che lo circonda; un atteggiamento di fiducia nella sincerità e bontà delle azioni umane. È così che si dimostra di essere maturi, senza cadere nell’orgoglio e nell’arroganza, perché si ha imparato a non avere potere sugli altri, a conservare un atteggiamento di apertura e una posizione di ascolto. In poche parole, possiamo riassumere dicendo con san Paolo: “Siate sottomessi gli uni agli altri” (Ef 5, 21). Essere capaci di questa sottomissione significa essere maturi senza esaltarsi, conservando lo stupore dei bambini, lo stupore tranquillo e pacifico di colui che gode del presente come di un dono del Signore sempre rinnovato. Platone diceva che il principio della filosofia, dell’amore per la sapienza, non è altro che lo stupore; lo stupore di colui che ogni giorno accetta di essere svezzato dalla durezza della vita senza perdere la fiducia in Dio, ossia di colui che dinanzi alle prove della vita riposa tranquillo e fiducioso nelle braccia del Signore.

 

Preghiera:

Donaci, Signore, di accettarci come tu stesso ci accetti, con i nostri limiti e le nostre debolezze; e di seguirti in umiltà di cuore con la semplicità e la serenità dei fanciulli.

 

Bibliografia: Spirito Rinaudo, I salmi preghiera di Cristo e della Chiesa, Elle Di Ci, Torino-Leumann 1973; David M. Turoldo – Gianfranco Ravasi, “Lungo i fiumi… I Salmi. Traduzione poetica e commento, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1987; Angel Aparicio – José Cristo Rey García, I Salmi preghiera della comunità. Per celebrare la Liturgia delle Ore, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1995; Vincenzo Scippa, Salmi, volume 1. Introduzione e commento, Messaggero, Padova 2002; Ludwig Monti, I salmi: preghiera e vita, Qiqajon, Comunità di Bose 2018; Temper Longman III, I salmi. Introduzione e commento, Edizioni GBU, Chieti 2018; Vincenzo Bonato, I Salmi. Pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l’intelligenza, Edizioni San Lorenzo, Reggio Emilia 2021.

domenica 17 aprile 2022

Sal 150 Ogni vivente dia lode al Signore

 



1Alleluia.
Lodate Dio nel suo santuario,
lodatelo nel suo maestoso firmamento.
2 Lodatelo per le sue imprese,
lodatelo per la sua immensa grandezza.
3 Lodatelo con il suono del corno,
lodatelo con l'arpa e la cetra.
4 Lodatelo con tamburelli e danze,
lodatelo sulle corde e con i flauti.
5 Lodatelo con cimbali sonori,
lodatelo con cimbali squillanti.
6 Ogni vivente dia lode al Signore.
Alleluia.

La Liturgia delle Ore ci proppone questo salmo nelle Lodi della domenica della seconda e della quarta settimana, con il sottotitolo: A Dio la gloria, nella Chiesa e in Cristo Gesù (Ef 3,21). Ogni domenica è il giorno dell’Alleluia, il giorno consacrato alla lode del Signore.

I Salmi 146-150, con il loro appello a lodare il Signore, fanno da dossologia all’intero Salterio. Il Salmo 150 amplifica questo invito a lodare il Signore e chiude il libro con un gioioso atteggiamento di adorazine. L’Alleluia (“Lodate Dio”) è ripetuto ben dieci volte. Il Salterio si apre con la visione di un mondo diviso in due (le vie del bene e del male), e si chiude con un canto in cui le voci di ogni vivente convergono nella lode. Il luogo in cui si svolge questo canto di lode è il santuario e il maestoso firmamento. Tutti i cieli e la terra devono lodare Dio. Le motivazioni di questa lode le indica il v. 2: le imprese compiute da Dio (la creazione e la redenzione) e la sua immensa grandezza. La grandezza di Dio si può misurare sull’universo creato, ma il suo amore lo si valuta dai prodigi di salvezza che ha compiuto.

Accompagnano questa lode sette strumenti musicali, simbolo della totalità dei suoni, quelli a fiato, a corda e a percussione: il corno, l’arpa, la cetra, i tamburelli, le corde, i flauti ed i cimbali. Una intera orchestra è coinvolta in questo crescendo di lode. Il suono di questi strumenti va insieme con le danze, che coinvolgono tutto il corpo nella lode gioiosa ed esultante. Dio deve essere esaltato per il semplice fatto di essere il Signore. La vera adorazione a Dio si svolge nell’intimo del cuore, dove egli risiede con la sua grazia, e si esprime esternamente con l’esaltazione entusiastica della sua gloria.


Preghiera.  O Padre, che nella risurrezione di Gesù hai rivelato la grandezza del tuo amore, accogli il ringraziamento che ti eleviamo in unione con tutto il creato, e fa’ che la nostra vita sia un’incessante liturgia di lode.


Bibliografia: Spirito Rinaudo, I salmi preghiera di Cristo e della Chiesa, Elle Di Ci, Torino-Leumann 1973; David M. Turoldo – Gianfranco Ravasi, “Lungo i fiumi… I Salmi. Traduzione poetica e commento, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1987; Angel Aparicio – José Cristo Rey García, I Salmi preghiera della comunità. Per celebrare la Liturgia delle Ore, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1995; Vincenzo Scippa, Salmi, volume 1. Introduzione e commento, Messaggero, Padova 2002; Ludwig Monti, I salmi: preghiera e vita, Qiqajon, Comunità di Bose 2018; Temper Longman III, I salmi. Introduzione e commento, Edizioni GBU, Chieti 2018; Vincenzo Bonato, I Salmi. Pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l’intelligenza, Edizioni San Lorenzo, Reggio Emilia 2021.

 

 

domenica 27 marzo 2022

Salmo 10 (11) Fiducia nel Signore nella prova

 



1 Al maestro del coro. Di Davide.
Nel Signore mi sono rifugiato, come potete dirmi:
“Fuggi come un passero verso il monte”?
2 Ecco, i malvagi tendono l’arco,
aggiustano la freccia sulla corda
per colpire nell’ombra i retti di cuore.
3 Quando sono scosse le fondamenta,
il giusto che cosa può fare?
4 Ma il Signore sta nel suo tempio santo,
il Signore ha il trono nei cieli.
I suoi occhi osservano attenti,
le sue pupille scrutano l’uomo.
5 Il Signore scruta giusti e malvagi,
egli odia chi ama la violenza.
6 Brace, fuoco e zolfo farà piovere sui malvagi,
vento bruciante toccherà loro in sorte;
7 Giusto è il Signore, ama le cose giuste;
gli uomini retti contempleranno il suo volto.

La Liturgia delle Ore propone questo salmo nei Vespri del Lunedì della Prima settimana del Salterio. Come sottotitolo, il libro liturgico cita Mt 5,6: “Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati”. I protagonisti principali del salmo sono il salmista, perseguitato dai malvagi, e il Signore, in cui il salmista si è rifugiato. Ecco, quindi, che il salmo presenta due quadri assai diversi: nel primo vi è una situazione in cui imperversa il male e si agitano gli empi che tendono insidie contro gli onesti (vv. 1-3); nel secondo vi è il Signore che, dall’inaccessibile trono del cielo, scruta ogni cosa, pronto ad intervenire per far giustizia (vv. 4-7). 

Dato che il salmo è attribuito a Davide, è possibile che coloro che premono per la sua fuga (v. 1) siano i suoi consiglieri politici e militari, e si potrebbe pensare a numerose occasioni nella vita di Davide, in cui egli è stato minacciato da Saul e poi da suo figlio Assalonne. Possiamo applicare il testo ad ogni uomo giusto, minacciato da uomini violenti, che non accoglie le sollecitazioni a fuggire dal suo ambiente come se Dio non potesse soccorrerlo.

La domanda centrale che l’orante, uomo “retto di cuore” (cf. v. 2), si pone è: “Quando sono scosse le fondamenta, il giusto che cosa può fare?” (v.3), evasione o impegno? Le fondamenta sono probabilmente quelle della società che salvaguardano l’ordine sociale e contrastano il male. La riposta alla domanda non è la fuga consigliata dagli amici: “Fuggi come un passero verso il monte” (v. 1). I monti erano il luogo di rifugio tradizionale. I malvagi non scuotono la serenità dell’orante, il quale sa di essere al sicuro non in una fortezza nel monte, bensì nel tempio del Signore. Si tratta di una esperienza esistenziale che va al di là dell’ambito liturgico (l’usanza di trovare asilo nel tempio). Quando le fondamenta sono scosse, bisogna continuare ad avere fame e sete di giustizia, a rifugiarsi nel Signore e nella condotta di vita conforme alla sua giustizia, in attesa del suo giudizio.

Il salmista conclude la sua preghiera con parole che, ricapitolando l’intero salmo, esprimono una volta di più la sua fiducia: “Giusto è il Signore, ama le cose giuste; gli uomini retti contempleranno il suo volto” (v.7). Questa espressione ricorre spesso nella Bibbia, in particolare nei salmi. Nel Sal 16 (17), un uomo retto, ingiustamente perseguitato, termina la sua preghiera con questa certezza: “Io nella giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua immagine” (v. 15). Contemplare il volto di Dio significa stare alla sua presenza come figli davanti al loro Padre. Dio non possiamo vederlo su questa terra, ma possiamo sentire la sua presenza “nel sussurro di una brezza leggera” come Elia la percepì sul monte Oreb (1 Re 19,12).

 

Preghiera. O Signore, Padre misericordioso, che sei giusto e ami la giustizia, volgi benigno lo sguardo su di noi redenti da Cristo: sostienici nelle prove della vita e difendici dagli empi, affinché possiamo contemplare in cielo la luce del tuo volto.

Bibliografia. Spirito Rinaudo, I salmi preghiera di Cristo e della Chiesa, Elle Di Ci, Torino-Leumann 1973; Vincenzo Scippa, Salmi, volume 1. Introduzione e commento, Messaggero, Padova 2002; Ludwig Monti, I salmi: preghiera e vita, Qiqajon, Comunità di Bose 2018; Temper Longman III, I salmi. Introduzione e commento, Edizioni GBU, Chieti 2018; Vincenzo Bonato, I Salmi. Pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l’intelligenza, Edizioni San Lorenzo, Reggio Emilia 2021

domenica 6 febbraio 2022

Salmo 23 (22) Il buon Pastore

 




 

1 Salmo. Di Davide.
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.

2 Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.

3
Rinfranca l’anima mia,
mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
4 Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.
5 Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.

6 Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni.

 

La Liturgia delle Ore adopera il Sal 23 (22), col titolo “Il buon Pastore”, nell’Ora media della Domenica della seconda settimana e nell’Ora media della Domenica della quarta settimana. Come sottotitolo si cita Ap 7,17: “L’Agnello sarà il loro pastore, e li guiderà alle fonti delle acque della vita”.

 

Il Sal 23 è stato probabilmente composto in epoca postesilica (forse nell’ambiente della spiritualità dei “poveri di JHWH”). Esso esprime, mediante il ricorso a due metafore, quella del pastore e quella dell’ospite, la relazione di fiducia che l’orante nutre nei confronti del suo Signore. Il titolo del salmo lo associa a Davide che da giovane era stato un pastore (1Sam 16,11) e fu poi chiamato a fare da pastore al popolo d’Israele quale loro re (2Sam 5,2).

 

Quanto alla struttura del salmo, sono chiare le due parti maggiori: il Signore pastore (vv. 1-4); il Signore ospite (vv. 5-6). Il salmo è semplice nella costruzione e nello sviluppo; la sua ricchezza ha le radici nel ricco repertorio di simboli elementari che racchiude. Alla vita pastorizia si richiamano i termini: pastore, pascoli, acque, bastone, vincastro, cammino, e i verbi come: far riposare, condurre, rinfrancare, guidare, camminare. All’immagine dell’ospitalità, si richiamano la mensa, il rito dell’unzione dell’olio per gli ospiti e il calice.

 

La metafora di apertura del salmo descrive Dio come pastore e il salmista come una delle sue pecore. Il tema del pastore è costante nella Bibbia. L’immagine del pastore riferita ai re e alle divinità era comune in tutto il Vicino Oriente antico. L’ospitalità era praticata dai nomadi, i quali hanno frequentemente bisogno gli uni degli altri. Nella terra promessa Israele è ospite di Dio (Lv 25,23), perciò esso pure deve dare ospitalità ai forestieri (Lv 19,34). Secondo il Sal 119,19, l’uomo sulla terra è solo un ospite.

 

Nei vv. 2-4 è tratteggiato l’elogio del Signore come pastore. Il salmista esplicita con esempi la sua professione di fede. Descrive i compiti del premuroso pastore. Si parla infatti di pascoli erbosi, acque tranquille, di riposo, di cammino sicuro sotto la sua guida vigile (vv. 2-3). Inoltre, tutto ciò è fatto per e con amore. Infatti, il Signore sceglie il “giusto cammino” (v. 3) cioè le piste più opportune e libere da pericoli per la transumanza del suo gregge. E questo lo fa “a motivo del suo nome”. L’espressione indica la gratuità della salvezza che ritorna a gloria di Dio.

 

Con le parole “Anche se vado per una valle oscura […] tu sei con me” (v. 4a), l’orante passa dalla terza persona singolare alla seconda, al “tu” confidenziale con cui interpella Dio ed esprime una fiducia piena nella sua protezione. L’espressione “il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza” (v. 4b) contiene due termini pressoché sinonimi. La voce “bastone”, che designa anche lo scettro regale (Sal 2,9) doveva indicare un’asta corta e nodosa come arma di difesa contro possibili bestie feroci. Il termine “vincastro” invece allude al bastone lungo e ricurvo di viaggio, segno di guida che consentiva anche di radunare il gregge in caso di dispersione.

 

I vv. 5-6, introducono una nuova metafora: Dio è l’ospite di un banchetto cui il salmista è un invitato d’onore. Si passa quindi dall’immagine della pastorizia a quella dell’ospitalità. Dio prepara una mensa per il suo ospite e unge di olio profumato il suo capo, gesto facente parte del rituale dell’ospitalità (cf. Am 6,6; Lc 7,46). L’espressione “sotto gli occhi dei miei nemici” (v. 5) esprime la propria fiducia in Dio non durante un momento di tranquillità, bensì mentre il salmista si trova messo sotto pressione da parte dei suoi nemici. “Il mio calice trabocca” (v. 5) indica la pienezza e l’abbondanza (Sal 36,9). Il pasto dell’ospitalità evoca il sacrificio di comunione nel Tempio che comprendeva un banchetto sacro con le carni della vittima immolata; simbolo di comunione e di intimità tra Dio e l’uomo.

 

Il salmo termina col v. 6 alludendo a un movimento processionale per entrare nel tempio, e abitare “per lunghi giorni” nei suoi atri. Il tempio era il luogo dove Dio faceva conoscere la sua presenza in mezzo al suo popolo. Il salmista proclama dunque che vivrà alla luce della presenza di Dio. La processione è accompagnata da “bontà e fedeltà”, personificazione degli attributi divini, legati al patto, che accompagnano il fedele nel santuario.

 

La figura di Dio come pastore e ospite si rispecchia e si attualizza nel Nuovo Testamento. In Gv 10,1-21, Gesù si presenta come l’unico vero pastore predetto dai profeti. Nei vv. 11 e 14, con una formula, ribadita due volte, si proclama “buon pastore”, “che “dà la propria vita per le pecore” (v. 11), e che conosce le sue pecore ed esse conoscono lui (cf. v. 14). Pietro, riferendosi ai cristiani, dice: “Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime” (1Pt 2,25). Nel discorso sulla fiducia nella provvidenza divina, Gesù conclude con queste parole: “Non temere, piccole gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno” (Lc 12,32).

 

Il Sal 23 è stato frequentemente commentato dai Padri della Chiesa, che l’anno interpretato in senso sacramentale, come profezia dei misteri di Cristo celebrati nella liturgia del battesimo, della cresima e dell’eucaristia, sacramenti dell’iniziazione cristiana. Il salmo era anticamente cantato nella notte di Pasqua, quando i neobattezzati, risalendo dalla vasca battesimale (“acque tranquille”, v. 2) si recavano verso il luogo della confermazione, dove si ungeva di profumo la loro testa, prima di partecipare per prima volta alla comunione eucaristica, la mensa preparata per loro (v. 5). Agostino afferma che i catecumeni che vogliono ricevere il battesimo devono imparare questo salmo a memoria (Discorsi 366,1). Gesù è l’ospite generoso che ci accoglie e ci mette in salvo dai nemici preparandoci la mensa del suo corpo e del suo sangue e quella definitiva del banchetto messianico in cielo: “Allora l’angelo mi disse: ‘Scrivi: Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello!’” (Ap 19,9; cf. Lc 14,15ss; Ap 3,20).

 

Con gli stessi motivi di fiducia manifestati in questo salmo, la Chiesa accompagna i fedeli defunti nel passaggio alla vita eterna attraverso la valle oscura e insidiosa della morte, verso i pascoli del riposo e le acque tranquille della vita eterna, dove le parole profetiche del salmo hanno il loro altissimo compimento. Nell’Apocalisse si legge che gli eletti “non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita” (Ap 7,16-17), testo quest’ultimo citato dalla Liturgia delle Ore nel sottotitolo del salmo.

 

Il Signore è per ognuno di noi Pastore e Ospite divino; egli ci conosce per nome e ci accompagna nelle avversità della vita e nelle prove dello spirito e ci conduce ai pascoli della vita eterna. Il grande filoso francese Henri-Louis Bergson, la cui opera ebbe una forte influenza anche nel campo della teologia, affermava: “Le centinaia di libri che ho letto non mi hanno procurato tanta luce e tanto conforto quanto questi versi del Sal 23”. Il P. Claret cita questo salmo all’inizio degli Esercizi spirituali che il 16 luglio 1949 ha iniziato con i cofondatori della Congregazione di Missionari; egli cita in concreto il v. 4: “Virga tua et baculus tuus ipsa me consolata sunt” (“Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”). Il Santo interpreta il salmo a modo suo, “alludendo alla devozione e fiducia che dobbiamo professare alla santa Croce e a Maria Santissima (memorie celebrate il 16 luglio), applicando poi tutto il salmo al nostro disegno” (sono parole sue riportate nell’Autobiografia, n. 490).

 

 

Preghiera: O Dio, pastore d’Israele, che hai ricondotto il tuo Figlio nei sentieri della vita, facci sempre sentire la tua amorosa presenza, affinché non ci manchi il pascolo erboso, ci sia assicurata l’acqua tranquilla, e possiamo abitare felici nella tua casa. 

 

Bibliografia: Spirito Rinaudo, I salmi preghiera di Cristo e della Chiesa, Elle Di Ci, Torino-Leumann 1973; Vincenzo Scippa, Salmi, volume 1. Introduzione e commento, Messaggero, Padova 2002; Ludwig Monti, I salmi: preghiera e vita, Qiqajon, Comunità di Bose 2018; Temper Longman III, I salmi. Introduzione e commento, Edizioni GBU, Chieti 2018.

 

domenica 23 gennaio 2022

Sal 62 (63) L’anima assetata del Signore

 



 


1Salmo. Di Davide, quando era nel deserto di Giuda

 

O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco,
di te ha sete l'anima mia,
a te anela la mia carne,
come terra deserta,
arida, senz'acqua.

Così nel santuario ti ho cercato,
per contemplare la tua potenza e la tua gloria.

Poiché la tua grazia vale più della vita,
le mie labbra diranno la tua lode.

Così ti benedirò finché io viva,
nel tuo nome alzerò le mie mani.
Mi sazierò come a lauto convito,
e con voci di gioia ti loderà la mia bocca.
Quando nel mio giaciglio di te mi ricordo
e penso a te nelle veglie notturne,
a te che sei stato il mio aiuto,
esulto di gioia all'ombra delle tue ali.

A te si stringe l'anima mia
e la forza della tua destra mi sostiene.
10 Ma quelli che attentano alla mia vita
scenderanno nel profondo della terra,

11 saranno dati in potere alla spada,
diverranno preda di sciacalli.
12 Il re gioirà in Dio,
si glorierà chi giura per lui,
perché ai mentitori verrà chiusa la bocca.


 

 

La Liturgia delle ore propone i vv. 2-9 del salmo 62 nelle Lodi mattutine della domenica della prima settimana nonché nelle Lodi delle feste e solennità. Nel libro liturgico, il sottotitolo al salmo si ispira al  Commento ai Salmi di Cassiodoro (sec. VI): La Chiesa ha sete del suo Salvatore, bramando di dissetarsi alla fonte d’acqua viva che zampilla per la vita eterna. Si tratta del salmo mattutino più tradizionale, che risale alla stessa liturgia giudaica. Questo salmo viene collocato tra le lamentazioni individuali ed è considerato come uno sviluppo storico e psicologico del salmo 60: “Ascolta, o Dio, il mio grido...” Il v. 1 individua il compositore del salmo in Davide e l’originaria struttura del testo è una riflessione che allude probabilmente alla fuga di Davide nel deserto causata dalla rivolta di suo figlio Assalonne (cf. 2Sam 15,13-28). È, invece, meno probabile che si alluda al periodo in cui Davide fuggiva da Saul (cf. 1Sam 23,14-26,25). Le battute imprecatorie dei tre ultimi versetti (stralciati nella Liturgia delle ore), fanno riferimento ad una realtà contingente e fosca, delimitata in un determinato episodio storico.

 

Il nostro salmo è un vero e proprio canto del desiderio e della ricerca di Dio, che coinvolge tutto l’essere dell’orante, con particolare attenzione alla sua dimensione corporea e sensoriale: sete, carne (v. 2), occhi che vedono e contemplano (v. 3), labbra che lodano (v. 4), mani alzate in preghiera (v.5), bocca che mangia (v. 6). Fin dalle prime luci dell’alba, il salmista si rivolge a Dio, la cui presenza per lui è vitale come l’acqua per una “terra deserta, arida” (v. 2; cf. Sal 142,6). Se al momento Dio sembra essere percepito come assente, il salmista confessa che ha avuto nel passato un’esperienza ricca e vitale della presenza di Dio nel santuario, dove ha potuto contemplare la “sua potenza e la sua gloria” (v. 3). E qui il salmista, continuando il suo colloquio con Dio,  afferma: “la  tua grazia vale più della vita” (v. 4), parole che sono una vera e propria dichiarazione di amore. Dio è il suo bene supremo e perciò lo benedice e lo loda (vv. 5 e 6). La presenza di Dio lo appaga più di quanto il cibo più prelibato possa soddisfare la sua fame (v. 6). E se all’inizio ha detto “all’aurora ti cerco”, ora afferma che nella quiete della notte ricorda e pensa a lui (v. 7). Dio è stato il suo aiuto e la sua gioia in mezzo alle difficoltà della vita e si è preso cura di lui come una chioccia protegge e offre riparo ai suoi piccoli (v. 8). L’espressione “a te si stringe l’anima mia” manifesta l’affidamento totale al Signore che lo sostiene con la forza della sua destra (v.9). Questa totale fiducia in Dio lo rende sicuro anche di fronte ai suoi nemici (vv. 10, 11, 12).

 

Troviamo nel Salterio altri salmi che esprimono la nostalgia di Dio con intensità ed immagini uguali o simili. Così, ad esempio, il Sal 41,3: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto il volto di Dio?”. L’orante del Sal 56 esordisce con questa supplica: “Pietà di me, pietà di me, o Dio, in te si rifugia l’anima mia; all’ombra delle tue ali mi rifugio” (v.2). L’imprecazione contro gli aggressori del Sal 58 termina con queste bellissime parole: “Ma io canterò la tua forza, esalterò la tua fedeltà al mattino, perché sei stato mia difesa, mio rifugio nel giorno della mia angoscia” (v. 17). Il motivo centrale del Sal 61 è espresso nel ritornello in cui l’orante proclama che solo Dio è il suo riposo, la sua salvezza e la sua incrollabile difesa (vv. 2,3,6,7).

 

Sulla dimensione cristiana del Sal 62, poissiamo citare anzitutto Sant’Agostino, il quale afferma: “Questo salmo si recita nella persona del Signore nostro Gesù Cristo, del corpo e delle membra [...] Ascoltiamo, dunque, questo salmo e comprendiamo che in esso parla Cristo” e noi con lui (Esposizioni sui salmi, 62, 2). Incarnandosi, il Figlio di Dio si è reso interprete presso il Padre di tutti noi. Nessuno ha desiderato con tanto ardore l’unione intima con Dio come l’essere umano di Gesù. D’altra parte, nel leggere l’esordio del salmo, dove il salmista paragona il suo desiderio di Dio alla sete, ricordiamo le parole di Gesù: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva” (Gv 7,37). E Nell’Apocalisse, il Gesù ormai glorioso potrà riaffermare: “Chi ha sete, venga; chi vuole, prenda gratuitamente l’acqua della vita” (Ap 22.17). Preghiamo quindi il salmo consapevoli che nel nostro Salvatore si placa e si sazia la nostra sete di Dio (cf. Gv 4,14).

 

Le Lodi mattutine della domenica celebrano, in modo particolare, il mistero della risurrzione del Signore per cui è spuntata in noi l’aurora della salvezza. In quell’ora, il salmo 62 diventa sulle labbra della comunità orante un’espressione di amore, di attaccamento e di ardente anelito al Signore risorto.

 

Preghiera: Fin dal primo mattino ci rivolgiamo a te, o Padre, perché sei l’unico nostro sostegno: solo in te trova ristoro la nostra sete infinita; guida i nostri passi nei momenti bui della vita fino a quando potremo contemplare il tuo volto nella gloria.

 

 

Bibliografia: Spirito Rinaudo, I salmi preghiera di Cristo e della Chiesa, Elle Di Ci, Torino-Leumann 1973; David M. Turoldo – Gianfranco Ravasi, “Lungo i fiumi… I Salmi. Traduzione poetica e commento, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1987; Angel Aparicio – José Cristo Rey García, I Salmi preghiera della comunità. Per celebrare la Liturgia delle Ore, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1995; Vincenzo Scippa, Salmi, volume 1. Introduzione e commento, Messaggero, Padova 2002; Ludwig Monti, I salmi: preghiera e vita, Qiqajon, Comunità di Bose 2018; Temper Longman III, I salmi. Introduzione e commento, Edizioni GBU, Chieti 2018.

 

 

domenica 9 gennaio 2022

L’ORA MEDIA E IL SALMO 118

 



  

La struttura oraria della Liturgia horarum non risulta solo dal fatto che i singoli uffici sono scaglionati lungo la giornata, ma anche dal contenuto tematico riferito alle ore e ai misteri della salvezza ad esse storicamente legati.

 

Per quanto riguarda le ore minori, il Vaticano II ha soppresso l’ora di prima e ha conservato le altre ore minori di terza, sesta e nona. Fuori del coro si può scegliere una delle tre (ora media), quella cioè che meglio corrisponde al momento della giornata (cf. SC 89).

 

Nell’attuale ordinamento, come primo salmo dell’ora media si recita il Sal 118 (119): otto versetti ogni giorno nel corso delle quattro settimane. Si tratta del salmo più lungo di tutto il salterio, formato di 22 strofe e 176 versetti. È un’originale composizione alfabetica, nella quale non solo la prima parola, ma ogni versetto della strofa inizia con la medesima lettera dell’alfabeto ebraico in sequenza progressiva. Il Sal 118 potrebbe essere nato in epoca postesilica  all’interno della “casa dell’istruzione” di cui parla il Siracide (Sir 51,23), nella quale s’imparava l’arte dell’ascolto della Parola, della preghiera e della retta condotta.

 

L’argomento chiave del Sal 118 è tratto da uno dei filoni centrali del pensiero sapienziale ebraico: la Legge di Dio (Toràh), che nel corso del salmo viene denominata con otto parole ebraiche diverse: legge, parola, testimonianza, giudizio, detto, decreto, precetto, ordine. Questi termini, con sfumature varie, esprimono sempre la medesima realtà della Legge di Dio, nel suo senso più vasto e religioso di rivelazione del volere divino nella storia della salvezza. Le apparenti ripetizioni, che riscontriamo nel salmo, sono in realtà aspetti nuovi di una sola e medesima realtà: l’amore per la Parola di Dio. Infatti, il salmo è espressione di un grande amore per la Toràh da parte del salmista, che ha trovato la propria felicità in essa: “Nei tuoi decreti è la mia delizia” (vv.16, 24, 35, 77, 92, ecc.), e la guida sicura nel cammino della vita: “Lampada per i miei passi è la tua Parola, luce sul mio cammino” (v. 105). La Legge di Dio è preziosa, affidabile, stabile e giusta. È un salmo che esprime una pietà personale, profonda, senza formalismi né legalismi (vi troviamo quindici volte la parola “cuore”).

 

“Mi sono perso come pecora smarrita; cerca il tuo servo: non ho dimenticato i tuoi comandi” (v. 176). Su questa immagine evangelica così tenera, nell’umile supplica per essere cercato dal buon pastore, il salmista chiude la lunga litania, che è tutta un inno di amore alla Parola di Dio, di cui la Legge non è che una delle espressioni, che nel Cristo troveranno compimento.

 

Per familiarizzarsi con questo salmo se ne può meditare una strofa al giorno, secondo la proposta della Liturgia delle ore, che, come detto, prevede una strofa del salmo per ogni giorno della settimana (22 volte in quattro settimane), come primo salmo dell’ora media. Questa breve sosta davanti a Dio, durante la giornata, nel ricordo della sua Legge, santifica il nostro lavoro e il tempo che Dio ci elargisce affinché “per mezzo di Cristo offriamo a Dio continuamente un sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome” (Eb 13,15). Il salmo, rivelandoci e facendosi contemplare il mistero della Parola di Dio e i suoi benefici spirituali, ci parla in realtà di Cristo, al quale tutta a Legge antica era ordinata.

 

domenica 14 novembre 2021

LE ORAZIONI SALMICHE

 



 

I Principi e norme per La liturgia delle Ore parlano più volte delle “orazioni sui salmi o salmiche” (PNLO, nn. 110, 112, 202). Queste orazioni, proposte per i singoli salmi, aiutano a interpretare i salmi in senso soprattutto cristiano e si possono usare ad libitum. Secondo un’antica tradizione, sono recitate terminato il salmo e fatta una breve pausa di silenzio. I PNLO affermano che tali orazioni si troverebbero in un Supplemento della Liturgia delle Ore che, però, non è stato mai pubblicato.

 

In ogni modo, sono state molteplici le iniziative private al riguardo. Ne cito alcune in lingua italiana: C.A.L. (a cura di), Ascolta la mia voce. Lodi mattutine e Vespri secondo la Liturgia delle Ore, Marietti, Casale Monferrato 1983; David M. Turoldo - Gianfranco Ravasi, "Lungo i fiumi...." I Salmi. Traduzione poetica e commento, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1987; Giambattista Montorsi, Salmi. Preghiera di ogni giorno, Edizioni Messaggero, Padova 1991 (quarta ristampa); Paolino Beltrame Quattrocchi, I salmi preghiera cristiana. Salterio corale, Edizioni Piemme, Casale Monferrato 199412; Angel Aparicio – José Cristo Rey García, I Salmi preghiera della comunità. Per celebrare la Liturgia delle Ore, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1995; Angelo De Simone, Guida alla Liturgia delle Ore. Commenti e orazioni per la celebrazione corale, San Paolo, Cinisello Balsamo 1996; Luigi Della Torre, Il canto di lode. Monizioni e orazioni per salmi e cantici. Lodi e Vespri, Paoline, Milano 1997; Ludwig Monti, I Salmi: preghiera e vita. Commento al Salterio, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2018; I Salmi. Pregarli, cantarli, comprenderli, Paoline – San Paolo, Edizioni San Paolo 2020.

 

Sono opere con impostazione e valore diversi. Alcune, oltre ad offrire le orazioni salmiche, contengono anche una introduzione ai singoli salmi. Fra tutte queste pubblicazioni, è da apprezzare il volumetto di Giambattista Montorsi, in cui troviamo, oltre alle preghiere salmiche, una breve introduzione al singolo salmo e cantico biblico, divisa in quattro parti che fanno riferimento al salmo come preghiera del popolo ebraico, di Cristo, della Chiesa e della comunità che lo prega. Montorsi inoltre segue la struttura del Salterio liturgico diviso in quattro settimane e offre questo materiale per tutte le Ore dell’Ufficio divino nonché per la Salmodia complementare e per i diversi Comuni e l’Ufficio dei defunti. Contiene anche una preziosa Appendice con altri elementi pratici.

 

Ci auguriamo che la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti pubblichi il promesso Supplemento della Liturgia delle Ore. Si sa che da anni esiste un materiale al riguardo.

 

domenica 17 ottobre 2021

Salmo 90 (89) Eternità di Dio e brevità della vita dell'uomo

 


 

1 Preghiera. Di Mosè, uomo di Dio.

Signore, tu sei stato per noi un rifugio
di generazione in generazione.

2 Prima che nascessero i monti
e la terra e il mondo fossero generati,
da sempre e per sempre tu sei, o Dio.

3 Tu fai ritornare l'uomo in polvere,
quando dici: «Ritornate, figli dell'uomo».

4 Mille anni, ai tuoi occhi,
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

5 Tu li sommergi:
sono come un sogno al mattino,
come l'erba che germoglia;

6 al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca.

7 Sì, siamo distrutti dalla tua ira,
atterriti dal tuo furore!

8 Davanti a te poni le nostre colpe,
i nostri segreti alla luce del tuo volto.

9 Tutti i nostri giorni svaniscono per la tua collera,
consumiamo i nostri anni come un soffio.

10 Gli anni della nostra vita sono settanta,
ottanta per i più robusti,
e il loro agitarsi è fatica e delusione;
passano presto e noi voliamo via.

11 Chi conosce l'impeto della tua ira
e, nel timore di te, la tua collera?

12 Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio.

13 Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi!

14 Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.

15 Rendici la gioia per i giorni in cui ci hai afflitti,
per gli anni in cui abbiamo visto il male.

16 Si manifesti ai tuoi servi la tua opera
e il tuo splendore ai loro figli.

17 Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:
rendi salda per noi l'opera delle nostre mani,
l'opera delle nostre mani rendi salda.

 

Questo salmo nel titolo viene attribuito a “Mosè, uomo di Dio” (v. 1); è l’unico salmo del Salterio attribuito a Mosè. Non si tratta di un dato storico, ma della volontà di porre sotto la sua paternità una meditazione sorta in un periodo di crisi e di rinascita di Israele, probabilmente quello del ritorno dall’esilio babilonese. Con questo capolavoro, per la profondità dei concetti e la forza delle immagini, si apre il quarto libro del Salterio, il più corto (Sal 90-106). Il centro di gravità di questi salmi ruota intorno a coloro che proclamano il Signore re. Domina nel nostro salmo il simbolismo del tempo. Da una parte vi è il riconoscimento della stabilità di Dio, il suo tempo è l’eternità; dall’altra la constatazione dell’inconsistenza e fragilità dell’uomo, il suo tempo è breve come un soffio.

 

La struttura. Il salmo si apre con una profonda riflessione sulla durevole protezione di Dio (vv. 1-2). Prosegue con una generale affermazione sulla caducità umana (vv. 3-6). La causa di questa caducità e miseria va ricercata nelle nostre colpe, che attirano su di noi l’ira di Dio (vv. 7-11). Dopo queste considerazioni, il salmo si conclude con una richiesta a Dio di mandare il suo conforto e la sua benedizione (vv. 12-17).

Il contenuto. Il salmista inizia riconoscendo che il Signore è stato una dimora, un rifugio per il popolo “di generazione in generazione” (v. 1). Si comincia con la lode di Dio, affinché tutte le avversità che in seguito accadranno all’uomo sembrino dovute non alla durezza del Creatore, ma alla colpa della creatura. Dal v. 3 si sposta la riflessione sull’uomo. Dio è Dio “da sempre e per sempre” (v. 2), ma gli esseri umani siamo fragili ed effimeri. Creati dalla “polvere” (Gen 2,7), ad un ordine di Dio alla polvere ritorneremo. D’altra parte, siamo come “erba” (vv. 5-6) sotto il caldo sole della Palestina: appena cresciuta al mattino, avvizzisce e muore alla sera. Il tempo di Dio è senza limiti; il tempo dell’uomo è “come un turno di veglia nella notte”.

Dopo questa descrizione sulla caducità dell’uomo, si passa senza soluzione di continuità a quella sul fuoco bruciante dell’ira di Dio (vv. 7, 9, 11).  Ci domandiamo: la brevità e fragilità della vita umana va intesa come punizione di Dio per i nostri peccati? Qui bisogna dare uno sguardo ad altri testi della Bibbia, in particolare dello stesso Salterio: “la sua collera [del Signore] dura un istante, la sua bontà per tutta la vita” (Sal 30,6); “tu, Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà” (Sal 86,5). L’ira di Dio va interpretata nel contesto della sollecitudine di Dio per noi, del suo amore per noi, un amore esigente.

Se agli occhi di Dio “mille anni sono come il giorno di ieri che è passato” (v. 4), che cosa sono i brevi anni della nostra vita umana: “settanta, ottanta per i più robusti” (v. 10)? Oggi possiamo aggiornare questi numeri, ma la situazione non cambia, ben descritta al v. 9: “consumiamo i nostri anni come un soffio”.

Dopo queste considerazioni, dal v. 12 in poi, il salmo diventa una pressante preghiera di supplica, aperta da una domanda che racchiude in sé il vero messaggio dell’intero salmo: “Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio” (v. 12). Contare i propri giorni, ovvero accogliere la consapevolezza del proprio limite, della propria morte, è fonte della vera sapienza, quella che dimora nel cuore umano o lo rinnova costantemente. Riconciliati con i nostri limiti, ci apriamo al disegno divino e chiediamo: “Ritorna, Signore…” (v. 13). La nostra caducità si rifugia nell’Infinito. Chiediamo al Signore che abbia pietà di noi, ci sazi con il suo amore, ci renda la gioia “per gli anni in cui abbiamo visto il male” e “sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio”. Alla fine del salmo invochiamo la benedizione del Signore sulle nostre opere: “rendi salda per noi l’opera delle nostre mani” (v. 17).

Dimensione cristiana. Sulla fragilità e caducità umana, nel Nuovo Testamento troviamo diversi testi che confermano quanto afferma il nostro salmo. Gesù nel suo discorso sulla provvidenza divina, dice, tra l’altro, “chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?” (Mt 6,27). E nelle parabole, abbiamo quella sul ricco stolto soddisfatto perché ha accumulato molti beni per il futuro, che si sente dire da Dio: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita” (Lc 12,20). San Pietro riprende il v. 4 del nostro salmo quando invita a non dimenticare che “davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno” (2 Pt 3,8). E nella sua prima lettera, citando Is 40,6-8, afferma: “ogni carne è come l’erba e tutta la usa gloria come un fiore di campo. L’erba inaridisce, i fiori cadono, ma la parola del Signore rimane in eterno” (1 Pt 124-25).

Il riconoscimento della fragilità e della caducità della nostra esistenza di fronte all’infinita grandezza di Dio, è la condizione prima per stabilire la verità dei nostri rapporti con Dio nella vita. Ma il Nuovo Testamento, pur affermando questa nostra radicale caducità, ci ricorda che siamo stati scelti in Cristo secondo un disegno d’amore: “In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà” (Ef 1,4-5).

 

Preghiera: O Dio, tu sei l’immenso e l’eterno, noi invece, polvere, attimo fuggente, fieno che appassisce; volgiti a noi con la tua grazia, e colmerai di gioia la brevità delle nostre giornate e la fatica delle nostre povere mani.

 

Bibliografia: Spirito Rinaudo, I salmi preghiera di Cristo e della Chiesa, Elle Di Ci, Torino-Leumann 1973; Vincenzo Scippa, Salmi, volume 1. Introduzione e commento, Messaggero, Padova 2002; Ludwig Monti, I salmi: preghiera e vita, Qiqajon, Comunità di Bose 2018; Temper Longman III, I salmi, 2018.