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domenica 27 febbraio 2022

SANTIFICA QUESTI DONI CON LA RUGIADA DEL TUO SPIRITO

 



Il nuovo testo riporta una traduzione letterale del latino – ros = rugiada – in quanto ha le sue radici nella Sacra Scrittura. Tralasciando i fenomeni geografici propri della mezzaluna fertile che hanno fatto della rugiada un grande alleato per le coltivazioni in terre aride, a livello scritturistico la tal/drosos è considerata un mistero legato alla fedeltà di Dio: “Chi genera le gocce della rugiada?”, chiede Dio rispondendo a Giobbe (38.28). La sua origine è considerata celeste (Gen 7,28; Dt 33,28; Ag 1,10; Zac 8,12), essa scende improvvisamente (2Sam 17,12) ma con dolcezza (Dt 32,2) si posa sulla terra e vi rimane la notte intera (Gb 29,19) e l’esposizione ad essa è causa di conforto (Ct 5,2; Dn 4,15.23.25.33). Essa è transitoria, evapora subito all’alba (Gb 7,9; Os 6,4); molto desiderata è quella attesa durante le calde estati dei tempi del raccolto.

Vi sono due questioni però da considerare: come si ricollega la rugiada con il mistero dell’Eucaristia? Il termine ros/rugiada esclude a priori quella di effusione oppure la comprende?

La rugiada era considerata dalle popolazioni del Medio Oriente una vera e propria benedizione, giacché consentiva la coltivazione in zone altrimenti aride durante tutto l’anno. Per questo motivo gli antichi non esageravano nel riconoscere alla rugiada un ruolo di grazia proveniente da Dio: essa permetteva di coltivare i terreni anche durante i periodi di siccità (Sir 18,16; 43,22), ma soprattutto rende fertili i terreni del Neghev permettendo un raccolto abbondante di uva; da qui nasce la preghiera di benedizione: “Dio ti conceda la rugiada del cielo, la fertilità della terra e abbondanza di frumento e vino” (Gen 27-28; cf. Dt 33,28). L’assenza della rugiada è una disgrazia da evitare (Ag 1,10; cf. Gb 29,19; Zac 8,21) perché significa siccità e assenza di raccolto (1Re 17,1; cf. 2Sam 1,21). Considerato il ruolo che la rugiada acquista nel garantire la vita nonostante la siccità, essa viene presto assunta a simbolo della risurrezione: “poiché la tua rugiada è rugiada di luce, e la terra ridarà alla vita le ombre” (Is 26,19). Nasce così la frase talmudica “la rugiada della risurrezione”.

In Sal 133,3 si dice che la rugiada scende sull’Ermon, monte santo, detto anche monte Sion (Dt 4,48). Oltre al fatto che era considerato un luogo sacro, ciò che lo caratterizza è la presenza di nevi perenni in netto contrasto con la siccità delle regioni circostanti; il disgelo dei ghiacciai dell’Ermon alimentano il fiume Giordano. La sua vicinanza a Cesarea di Filippo ha indotto alcuni a suggerire l’Ermon come il monte della Trasfigurazione (Mt 9,2 e parall).

Bastano queste poche indicazioni per rendersi conto di come il termine rugiada sia biblicamente legato alla realtà dell’Eucaristia, che è come rugiada che porta la vita laddove vi è siccità, e che è dono dell’amore di Dio, ossia dello Spirito Santo che ha operato la risurrezione di colui che realmente è contenuto in corpo, anima e divinità nel pane eucaristico. Ne consegue, inoltre, che il termine ben assorbe in sé anche il tema della effusione, indicando “con la rugiada del tuo Spirito” la missione stessa della terza persona trinitaria in seno alla celebrazione della cena del Signore.

 

Fonte: Emilio Bettini, Ars celebrandi. Introduzione alla terza edizione del Messale Romano, Palumbi, Teramo 2021, 50-52 (non sono state riprese le note)   

venerdì 22 ottobre 2021

UN DECRETO PER L’APPLICAZIONE DI “MAGNUM PRINCIPIUM”

 



Quattro anni fa, il 3 settembre 2017, papa Francesco pubblicava il Motu proprio Magnum principium (MP), con cui modificava il can. 838 del Codice di Diritto Canonico e restituiva alle Conferenze episcopali un potere che appartiene loro.

Infatti, il Motu proprio MP rappresenta un ritorno al dettato conciliare, che in Sacrosanctum Concilium 36 § 4 afferma: “La traduzione del testo latino in lingua viva, da usarsi nella liturgia, deve essere approvata dalla competente autorità ecclesiastica territoriale”.

Il Decreto odierno della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti attuativo delle disposizioni del can. 838 del Codice di Diritto Canonico, nella prima parte, richiama di nuovo, interpreta ed emenda le norme, la disciplina, le procedure in materia di traduzione dei libri liturgici e del loro adattamento, in particolare quanto alle competenze della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti e delle Conferenze Episcopali. Nella seconda parte si indicano alcune “variationes”, dopo quelle già pubblicate nel 1983 (cf. Notitiae 19 [1983] 540-541), da introdurre nelle nuove edizioni dei libri liturgici.

 

domenica 18 aprile 2021

UN METODO PER LA LETTURA DELL’EUCOLOGIA LATINA

 



 

Renato L. De Zan, Erudi, Domine, quaesumus, populum tuum spiritualibus instrumentis. La lettura dell’eucologia latina: appunti per la ricerca di un metodo (Bibliotheca ”Ephemerides Liturgicae” “Subsidia” 195), CLV – Edizioni Liturgiche, Roma 2021. 279 pp. (€ 28,00).

 

In questo volume il Prof. De Zan ci offre il frutto di anni di riflessione e insegnamento sul metodo di lettura/interpretazione dell’eucologia latina della Chiesa cattolica. In un primo capitolo, si valutano le proposte metodologiche fatte da diversi autori, dalla seconda metà del secolo scorso fino ai nostri gironi. A partire dal capitolo II, l’autore illustra alcuni passaggi fondamentali di una metodologia organica: la codicologia e le ricchezze racchiuse in un manoscritto liturgico, la critica testuale propria ai testi liturgici, l’analisi filologica di un latino in continua evoluzione, la critica storica, l’analisi dell’autenticità, la dimensione letteraria, un progetto di teologia dei testi liturgici. Il tutto si conclude con l’interessante capitolo IX dedicato alla traduzione dei testi eucologici, tema sempre attuale.

 

Mi permetto un’osservazione che riguarda la mia persona. Il Prof. De Zan valutala la mia proposta ermeneutica con alcune osservazioni critiche, per cui lo ringrazio (pp. 14-17). Vorrei solo spiegare la terminologia che adopero nella suddivisione delle parti del prefazio: “Formula di esordio e protocollo iniziale, parte centrale o embolismo e formula o protocollo finale”. L’autore afferma che è difficile che un protocollo sia finale; sembra un ossimoro (p. 158). Con "protocollo finale" intendo dire ciò che altri esprimono con il termine, sinonimo, “escatocollo” (comp. del gr. ἔσχατος "ultimo" e -collo di protocollo -Treccani), che precede e introduce al Sanctus.    

 

Credo che il volume del Prof. De Zan segna un punto di arrivo nella ricerca di un metodo di interpretazione dell’eucologia latina. Ma, come afferma lo stesso autore, l’applicazione di ogni singola metodologia va dosata sulla singolarità del testo e la dosatura di ogni passaggio metodologico non è un fatto meccanico, ma dipende dalla capacità di empatia che lo studioso ha con il testo che studia (p. 33).  

 

domenica 10 gennaio 2021

NON CI “INDURRE” IN TENTAZIONE?

 



 

In questo blog mi sono occupato della traduzione di questa invocazione del Padre nostro: il 15 aprile 2018 “Non metterci alla prova”; il 1 marzo 2020 “Non abbandonarci alla tentazione?”. Oggi propongo un testo del Card. Gianfranco Ravasi sullo stesso argomento.

 

Per una corretta comprensione della formula originaria biblica bisogna badare al sottofondo semitico e biblico. L’italiano “indurre”, ricalcato sul latino inducas, effettivamente è eccessivo rispetto al greco (eisenénkês) che indica un “non portarci verso, non farci entrare”, diverso dall’ “indurre” che è uno “spingere” qualcuno a compiere un’azione. Il senso genuino è, allora, quello di non essere esposti e abbandonati al rischio della tentazione. Ora, è necessario distinguere tra “tentazione-prova” e “tentazione-insidia”. La prima può avere come soggetto Dio che vaglia la fedeltà e la purezza della fede dell’uomo: pensiamo ad Abramo, invitato a sacrificare Isacco, il figlio della promessa divina (Gen 22), a Giobbe, a Israele duramente “corretto” da Dio nel deserto “come un uomo corregge un figlio” (Dt 8,5). È un’educazione alla fedeltà, alla donazione disinteressata, all’amore puro e senza doppi fini. Se si accoglie questo significato, si potrebbe tradurre l’invocazione così: “Non introdurci nella prova”. Diversa è la tentazione-insidia che mira alla ribellione dell’uomo nei confronti di Dio e della sua legge e che, a prima vista dovrebbe avere come radice Satana e il mondo peccatore.

Ebbene, se è facile comprendere la prima applicazione (si chiede a Dio di non provarci troppo aspramente e di non lasciarci soccombere in quel momento oscuro), è più complesso spiegare la seconda applicazione che rimane sottesa alla versione della Conferenza Episcopale Italiana. Sì, perché per la Bibbia anche Dio può paradossalmente “tentare” al male. Lo si legge, per esempio, nel Secondo Libro di Samuele: “Dio incitò Davide a fare il male attraverso il censimento di Israele” (24,1). La domanda del Padre Nostro potrebbe, perciò, avere anche questa sfumatura. Ma come spiegarla? La risposta è nella mentalità semitica: essa per evitare di introdurre il dualismo di fronte al bene e al male, cioè l’esistenza di due divinità, l’una buona e l’altra malvagia, cerca di porre tutto sotto il controllo dell’unico Dio, bene e male, grazia e tentazione.

In Isaia il Signore non esita a dichiarare: “Sono io che forma la luce e creo le tenebre, faccio il bene e causo il male: io, il Signore compio tutto questo” (45,7). In realtà si sa che il male dev’essere ricondotto o alla libertà umana o al tentatore per eccellenza, Satana. Non per nulla la frase sopra citata, presente nel Secondo Libro di Samuele e riguardante Davide, nella storia parallela del libro delle Cronache viene corretta e suona così: “Satana spinse Davide a censire gli Israeliti” (I, 21,1). Concludendo, quando si prega il Padre divino di “non abbandonarci alla tentazione” si vuole, allora, certo domandargli di non provarci con durezza, ma anche di non lasciarci catturare dalle reti del male, di non permettere che entriamo nel cerchio magico e affascinante del peccato, di non esporci alla prova e all’insidia. In questa invocazione sono coinvolti temi capitali come la libertà e la grazia, la fedeltà e il peccato, il dolore e la speranza, il bene e il male.

 

Fonte: Gianfranco Ravasi, nell’Introduzione al libro di Jean Carmignac, Ascoltiamo il Padre Nostro, Edizioni Ares, Milano 2020, pp. 21-23.

 

domenica 1 marzo 2020

“NON ABBANDONARCI ALLA TENTAZIONE”?




Aldo Maria Valli (a cura di), Non abbandonarci alla tentazione? Riflessioni sulla nuova traduzione del Padre nostro, Chorabooks, Hong Kong 2020. 68 pp.


Gli Autori di questo piccolo volume mettono in discussione il nuovo testo del Padre nostro in italiano, in particolare la supplica “non abbandonarci alla tentazione”. Gli argomenti addotti al riguardo meritano la nostra attenzione. Peccato però che, come al solito fanno gli ambienti tradizionalisti, la novità sia interpretata come una voglia di cambiamento che rientrerebbe nel “clima di buonismo e misericordismo che da tempo si è impossessato della Chiesa Cattolica”. A questo clima si sarebbe allineata anche la formula del Padre nostro in vari paesi di lingua spagnola. Affermazione falsa, dato che la formula “no nos dejes caer en la tentaciόn” non ha nulla a vedere con il supposto clima di buonismo attuale denunciato dagli Autori; si tratta infatti di una formula con cui ho pregato da bambino, e hanno pregato i miei genitori, i miei nonni e bisnonni.

Detto questo, credo che meritano la nostra attenzione alcune riflessioni degli Autori del volumetto (Giulio Meiattini, Nicola Bux, Alberto Strumia, Silvio Barbaglia e Silvio Bracchetta). La nuova traduzione non soddisfa tutti. Un padre che ci abbandona alla tentazione non sembra molto migliore di uno che ci induce alla tentazione.

Πειρασμός / tentatio significa "prova" e nel linguaggio neotestamentario significa anche "tentazione" ed evoca un sentimento di seduzione. Pertanto, mentre in greco e in latino entrambe le esperienze possono essere dette con lo stesso vocabolo, nella lingua italiana, dire prova o dire tentazione significa esprimere esperienze alquanto diverse e distinte: nel discorso biblico neotestamentario Dio può mettere alla prova il suo fedele ma non lo tenta al male e al peccato. La Bibbia ci presenta le prove come parte della pedagogia divina. Dio può legittimamente “metterci alla prova” come fa ogni genitore serio con i propri figli per educarli ad affrontare la vita.

Ecco quindi che a partire dal testo greco di Mt 6,13, si potrebbe dire: “E non ci indurre nella prova, ma liberaci dal Maligno”. Il Maligno, il Diavolo, interviene nel momento più difficile della prova ed è lì che l’invocazione a Dio Padre è di liberazione.


domenica 15 aprile 2018

“NON METTERCI ALLA PROVA”








Nella preghiera del Padre Nostro c’è una petizione che costituisce un motivo di disagio pastorale. Ci riferiamo all’espressione: “E non c’indurre in tentazione”. Dio risulta così di essere l’artefice di un’operazione addirittura dannosa per l’orante. Per questo motivo esegeti e responsabili ecclesiali, fra cui anche papa Francesco di recente, hanno chiesto di modificare la formulazione usata da secoli nella preghiera liturgica. Pietro Bovati (“Non metterci alla prova”. A proposito di una difficile richiesta del Padre Nostro, in “La Civiltà Cattolica” 4023, 3/17 febbraio 2018, pp. 215-227) prova a fornire un apporto innovativo: da un lato, attenendosi strettamente alla lettera del testo evangelico (in greco); e, dall’altro, approfondendo il senso di questa difficile petizione. La chiave, più che nel verbo (“indurre”), sembra essere nel senso proprio della parola che in italiano abbiamo tradotto con “tentazione”. Dell’articolo, offro parte della fine (pp.225-227):

[…]
Le diverse petizioni della seconda parte del Padre Nostro espongono al Padre diverse condizioni di bisogno e miseria della comunità in preghiera, non però supponendo che Dio non sia al corrente o non voglia soccorrere, bensì con l’intento di rinnovare la memoria degli aspetti e delle circostanze in cui il Padre esprime la sua benevola azione compassionevole. Ora, uno dei luoghi difficili dell‘umana esistenza è l’esperienza del dolore, provocato dall’assenza di qualche bene importante o addirittura indispensabile. È giusto ed è doveroso che l’orante non soltanto presenti al suo Dio le sofferenze, ma esprima anche quanto esse lo privino dello slancio di fede e di speranza. Se chiedere nella preghiera di essere esposti alla bufera del male sarebbe ovviamente un atto di orgogliosa presunzione, anche pensare di essere capaci da soli di superare le difficoltà non è atto di minore superbia. Al contrario, invocare dal Padre, a ragione di un’umile consapevolezza della propria fragilità, di essere risparmiati dal fuoco della prova è un atto che Dio approva ed esaudisce. Chi sta pregando con il Padre Nostro domanda al Padre di non essere immerso nella fornace del dolore, perché riconosce che essa diverrebbe per lui una “tentazione”, una pericolosa occasione di sfiducia nella Provvidenza, oltre che una mancata opportunità di lode per il Creatore della vita.

Chi avverte come Gesù nell’orto del Getsemani, l’approssimarsi della terrificante minaccia della morte, chi prova dunque nel cuore angoscia grande (Mt 26,38), è chiamato a entrare in preghiera, e a ripetere con il Cristo: “Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice!” (Mt 26,39), perché solo chiedendo di non fare esperienza della morte l’orante riconosce che la vita è un bene da desiderare, e perché solo chiedendo di vivere, il credente accoglierà la volontà di Dio, quale sicuro esaudimento della sua richiesta (Eb 5,7).

Il momento drammatico della prova si presenta alla coscienza in alcune particolari circostanze: quando la minaccia si avvicina, quando assume contorni spaventosi. Può trattarsi di una catastrofe naturale, di un dissesto economico, di una malattia grave, o di una inimicizia foriera di molteplici e indicibili sofferenze. Se ben consideriamo le nostre preghiere spontanee, se ci domandiamo insomma che cosa chiediamo a Dio quando apriamo a lui il nostro cuore, dobbiamo constatare che ogni volta gli domandiamo di non entrare nella prova. Anzi, come ci invita a dire Gesù nell’ultima petizione (secondo il testo di Matteo), la preghiera al Padre chiede di essere “liberati dal male”, intendendo con ciò di essere fatti uscire da qualsiasi realtà perniciosa che si oppone alla vita, e quindi a Dio stesso.

Non si tratta dunque di pregare il Padre esclusivamente di essere in grado di superare le tentazioni e vincere le seduzioni del Maligno – cosa questa senz’altro necessaria –, ma anche di supplicare il Dio buono che conceda il suo aiuto a chi è piccolo e fragile, a chi sa che “lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Mt 26,41), così da attraversare la notte senza perdersi. Pensiamo a tutti coloro che si rivolgevano a Gesù chiedendo la guarigione; pensiamo anche alle molteplici richieste che ripetiamo quotidianamente, riprendendo le formula dei Salmi o delle orazioni liturgiche; pensiamo infine a quante invocazioni nascono nel nostro cuore quando percepiamo un pericolo, o siamo colpiti dall’ansia per il futuro, o siamo già toccati da qualche sintomo di male. Ebbene, questa variegata forma di richieste al Signore è tutta riassunta e come condensata in un’unica petizione, quella che dice: “Non metterci alla prova”.

Essa è generica ed espressa in forma negativa, perché, pur chiedendo soccorso, non detta le modalità precise dell’aiuto impetrato; chi prega con il Padre Nostro, confessando la sua debolezza e le sue paure, e indirettamente riconoscendo anche la scarsa qualità del suo credere, si affida al misericordioso volere del Padre, che saprà condurre i suoi figli là dove scaturirà il meglio per loro. L’orante si affida dunque a un disegno che solo Dio conosce, lodando così la sapiente bontà del Padre; si affida invocando, per esprimere il suo amore per la vita; si affida fiducioso, sapendo già di essere esaudito persino al di là di ciò che il suo cuore desidera.
[…]    

mercoledì 25 ottobre 2017

NON SOLO UNA “CORRECTIO PATERNALIS” DEL PAPA AL CARD. SARAH



La Lettera che papa Francesco ha inviato al Card. Sarah il 15 di questo mese (pubblicata dalla Nuova Bussola Quotidiana il giorno 22) è molto di più che una “correctio paternalis” del Pontefice al cardinale Prefetto del culto divino, noto ormai per le sue posizioni contrastanti con quelle del Papa in diverse questioni che riguardano la liturgia. Questa lettera rappresenta una autorevole interpretazione del recente motu proprio Magnum Principium  sul tema delle traduzioni dei libri liturgici alle diverse lingue. Ecco il testo della Lettera.


Città del Vaticano, 15 ottobre 2017

A Sua Eminenza Reverendissima
il signor Card. Robert SARAH
Prefetto della Congregazione per il Culto Divino
e la Disciplina dei  Sacramenti
Città del Vaticano

Eminenza,

ho ricevuto la sua lettera del 30 settembre u.s., con la quale Ella ha voluto benevolmente esprimermi la sua gratitudine per la pubblicazione del Motu Proprio Magnum Principium e trasmettermi una elaborata nota, “Commentaire”, sullo stesso finalizzata a una migliore comprensione del testo.
Nel ringraziarla sentitamente per l’impegno e il contributo, mi permetto di esprimere semplicemente, e spero chiaramente, alcune osservazioni sulla sopramenzionata nota che ritengo importanti soprattutto per l’applicazione e la giusta comprensione del Motu Proprio e per evitare qualsiasi equivoco.

Innanzitutto occorre evidenziare l’importanza della netta differenza che il nuovo MP stabilisce tra recognitio e confirmatio, ben sancita nei §§ 2 e 3 del can. 838, per abrogare la prassi, adottata dal Dicastero a seguito del Liturgia authenticam (LA) e che il nuovo Motu Proprio ha voluto modificare. Non si può dire pertanto che recognitio e confirmatio sono “strettamente sinonimi (o) sono intercambiabili” oppure “sono intercambiabili a livello di responsabilità della Santa Sede”.

In realtà il nuovo can. 838, attraverso la distinzione tra recognitio e confirmatio, asserisce la diversa responsabilità della Sede Apostolica nell’esercizio di queste due azioni, nonché quella delle Conferenze Episcopali. Il Magnum Principium non sostiene più che le traduzioni devono essere conformi in tutti i punti alle norme del Liturgia authenticam, così come veniva effettuato nel passato. Per questo i singoli numeri di LA vanno attentamente ri-compresi, inclusi i nn. 79-84, al fine di distinguere ciò che è chiesto dal codice per la traduzione e ciò che è richiesto per i legittimi adattamenti. Risulta quindi chiaro che alcuni numeri di LA sono stati abrogati o sono decaduti nei termini in cui sono stati ri-formulati dal nuovo canone del MP (ad es. il n. 76 e anche il n. 80).

Sulla responsabilità delle Conferenze Episcopali di tradurre “fideliter”, occorre precisare che il giudizio circa la fedeltà al latino e le eventuali correzioni necessarie, era compito del Dicastero, mentre ora la norma concede alle Conferenze Episcopali la facoltà di giudicare la bontà e la coerenza dell’uno e dell’altro termine nelle traduzione dall’originale, se pure in dialogo con la Santa Sede. La confirmatio non suppone più dunque un esame dettagliato parola per parola, eccetto nei casi evidenti che possono essere fatti presenti ai Vescovi per una loro ulteriore riflessione. Ciò vale in particolare per le formule rilevanti, come per le Preghiere Eucaristiche e in particolare le formule sacramentali approvate dal Santo Padre. La confirmatio tiene inoltre conto dell’integrità del libro, ossia verifica che tutte le parti che compongono l’edizione tipica siano state tradotte[1].

Qui si può aggiungere che, alla luce del MP, il “fideliter” del § 3 del canone, implica una triplice fedeltà: al testo originale in primis; alla particolare lingua in cui viene tradotto e infine alla comprensibilità del testo da parte dei destinatari (cfr. Institutio Generalis Missalis Romani nn. 391-392).

In questo senso la recognitio indica soltanto la verifica e la salvaguardia della conformità al diritto e alla comunione della Chiesa. Il processo di tradurre i testi liturgici rilevanti (ed es. formule sacramentali, il Credo, il Pater Noster) in una lingua - dalla quale vengono considerati traduzioni autentiche -, non dovrebbe portare ad uno spirito di “imposizione” alle Conferenze Episcopali di una data traduzione fatta dal Dicastero, poiché ciò lederebbe il diritto dei Vescovi sancito nel canone e già prima dal SC 36 § 4. Del resto si tenga presente l’analogia con il can. 825 § 1 circa la versione della Sacra Scrittura che non necessita di confirmatio da parte della Sede Apostolica.

Risulta inesatto attribuire alla confirmatio la finalità della recognitio (ossia “verificare e salvaguardare la conformità al diritto”). Certo la confirmatio non è un atto meramente formale, ma necessario alla edizione del libro liturgico “tradotto”: viene concessa dopo che la versione è stata sottoposta alla Sede Apostolica per la ratifica dell’approvazione dei Vescovi, in spirito di dialogo e di aiuto a riflettere se e quando fosse necessario, rispettandone i diritti e i doveri, considerando la legalità del processo seguito e le sue modalità[2].

Infine, Eminenza, ribadisco il mio fraterno ringraziamento per il suo impegno e constatando che la nota “Commentaire” è stata pubblicata su alcuni siti web, ed erroneamente attribuita alla sua persona, Le chiedo cortesemente di provvedere alla divulgazione di questa mia risposta sugli stessi siti nonché l’invio della stessa a tutte le Conferenze Episcopali, ai Membri e ai Consultori di codesto Dicastero.

Fraternamente

Francesco



[1] Magnum Principium: “Fine delle traduzioni dei testi liturgici e dei testi biblici, per la liturgia della Parola, è annunciare ai fedeli la parola di salvezza in obbedienza alla fede ed esprimere la preghiera della Chiesa al Signore. A tale scopo bisogna fedelmente comunicare ad un determinato popolo, tramite la sua propria lingua, ciò che la Chiesa ha inteso comunicare ad un altro per mezzo della lingua latina. Sebbene la fedeltà non sempre possa essere giudicata da parole singole, ma debba esserlo nel contesto di tutto l’atto della comunicazione e secondo il proprio genere letterario, tuttavia alcuni termini peculiari vanno considerati anche nel contesto dell’integra fede cattolica, poiché ogni traduzione dei testi liturgici deve essere congruente con la sana dottrina”. 

[2] Magnum Principium: “Si deve senz’altro prestare attenzione all’utilità e al bene dei fedeli, né bisogna dimenticare il diritto e l’onere delle Conferenze Episcopali che, insieme con le Conferenze Episcopali di regioni aventi la medesima lingua e con la Sede Apostolica, devono far sì e stabilire che, salvaguardata l’indole di ciascuna lingua, sia reso pienamente e fedelmente il senso del testo originale e che i libri liturgici tradotti, anche dopo gli adattamenti, sempre rifulgano per l’unità del Rito Romano”.
 


lunedì 11 settembre 2017

Identikit della VI Istruzione (/13): Il Motu Proprio “Magnum principium”, lo sblocco delle traduzioni e il rilancio del Vaticano II




Pubblicato il 11 settembre 2017 nel blog: Come se non

La pubblicazione del Motu Proprio “Magnum Principium”, firmato il 3 settembre e che entrerà in vigore il 1 ottobre 2017, costituisce una svolta importante nella lunga questione delle “traduzioni liturgiche”. Per comprenderne il significato occorre brevemente contestualizzarne il testo nella vicenda degli ultimi 20 anni, per poi esaminare il contenuto normativo, quello ecclesiologico e quello teologico del documento. Si tratta di un documento breve (qui il rimando al testo, corredato da una nota giuridica e da una interpretazione da parte del Segretario Mons. Roche) , ma i cui effetti sono destinati a modificare profondamente le abitudini ecclesiali, le rappresentazioni teologiche e le pratiche istituzionali. Anzitutto provo a ricostruire il contesto, nel quale il documento può assumere oggi tutta la sua importanza.
a) Le traduzioni impossibili
Il titolo e l’attacco del documento si rifanno ad un “grande principio” affermato dal Concilio Vaticano II, ossia alla “comprensione dei testi liturgici” da parte del popolo, per assicurare la partecipazione all’azione celebrativa. La storia del “grave compito” di tradurre i testi liturgici ha conosciuto diverse fasi, ma negli ultimi 30 anni aveva conosciuto, progressivamente, una sorta di paradosso: con la Istruzione “Liturgiam authenticam” (2001) si era affermato un principio di “traduzione letterale”, come garanzia della fedeltà al testo latino, che aveva reso di fatto impossibile ogni buona traduzione. Le Conferenze Episcopali si trovavano pressate da una polarità irresolubile: o obbedivano alla normativa della Istruzione, e traducevano in modo incomprensibile per il loro popolo; oppure traducevano in modo comprensibile, ma non vedevano approvate le traduzioni da parte della Congregazione. Dal 2001 il disagio era sempre più cresciuto, fino alle proteste esplicite che negli ultimi anni erano arrivate dagli episcopati tedeschi, francesi, statunitensi, canadesi, italiani… In realtà il “blocco istituzionale” dipendeva, come vedremo, da un duplice blocco teorico, che pretendeva di garantire la fedeltà secondo due principi troppo drastici: si doveva tradurre letteralmente e si doveva tradurre senza interpretare. Ma la esperienza ecclesiale, e la riflessione teologica, hanno dimostrato la illusorietà teorica e la distorsione pratica di questa pretesa.
b) La modifica del Codice
Il cuore del Motu Proprio è una modifica del Codice di Diritto Canonico, al can 838, che viene riformulato, introducendo una distinzione decisiva (cfr. Nota ufficiale  qui) . Il rapporto tra Santa Sede e Episcopati locali prima prevedeva un unico strumento di correlazione – la “recognitio”. Ora, riprendendo una distinzione non nuova, ne prevede due: accanto alla “recognitio” viene introdotta la “confirmatio”. Con la prima la Santa Sede entra direttamente nelle scelte operate dalla Conferenze Episcopali, quando riguardano l’adattamento dei testi. Con la seconda si limita ad un controllo formale, presupponendo la “fedeltà di traduzione” come garantita dalla esperienza locale degli episcopati. Questa distinzione ha immediatamente due effetti:
- ridimensiona la pretese di controllo centrale, che dal 2001 erano cresciute a dismisura, sindacando puntigliosamente e unilateralmente su ogni singola parola tradotta;
- tiene conto della esigenza di “interpretazione” per la resa del latino in una “lingua del popolo” e la affida, ordinariamente, alla competenza dei Vescovi del luogo.
Con questa articolazione tra “recognitio” e “confirmatio” non soltanto avremo uno snellimento procedurale nella approvazione delle traduzioni, ma anche il delinearsi di una teologia e di una ecclesiologia in cui la “sinodalità” e il “decentramento” diventano prassi necessaria.
c) Le parole iniziali: teologia della liturgia e ruolo degli episcopati
In effetti, pur nella sua stringatezza, il documento papale non rinuncia ad uno spazio di “argomentazione teologica” nel quale troviamo affermati almeno quattro principi che non ascoltavamo con tanta chiarezza da quasi 50 anni:
- Il “grande principio” della esigenza di comprensione della preghiera liturgica da parte del popolo.
- Il principio per cui la “parola” è mistero senza che ciò dipenda dalla “incomprensione”, ma dalla profondità inesauribile del suo significato.
- In terzo principio è la “competenza episcopale”, che viene ribadita con forza, come eredità conciliare e come esigenza intrinseca al rinnovamento della vita liturgica del popolo di Dio. La composizione tra esigenze degli Episcopati ed esigenze della Santa Sede trova, con la riforma del Codice, più facile e felice correlazione.
- Il quarto principio è una “teoria della traduzione”, bene espressa nella frase:
 fideliter communicandum est certo populo per eiusdem linguam id, quod Ecclesia alii populo per Latinam linguam communicare voluit.”
Questa formulazione mostra bene la importanza di tradurre non parola per parola, ma da cultura a cultura. Ciò che deve essere comunicato – la parola della salvezza – deve trovare espressione diversa quando entra in lingue e culture diverse. La corrispondenza tra lingue non è statica, ma dinamica. Irrigidire il “contenuto” in parole fisse conduce, irreparabilmente, a traduzioni incapaci di comunicare. La esigenza di un “glossario comune” non contraddice, ma giustifica questa scelta ordinaria.
d) Essere fedeli al testo: che cosa significa?
Una delle conseguenze di questo MP è una preziosa riflessione sul tema della “fedeltà”. Che cosa significa, infatti, essere “fedeli al testo”? Essa comporta una duplice fedeltà: non solo al testo, ma anche al destinatario. Per garantire questa duplice fedeltà, non è sufficiente una competenza centrale, ma è decisiva anche una competenza locale. La logica del MP è quella di una “riconsiderazione della periferia”: per rendere pienamente il significato di un testo liturgico, originariamente latino, dobbiamo entrare nella lingua del popolo non solo con la testa, ma anche con il corpo. Questo possono farlo non funzionari romani, ma Vescovi in loco. Una fedeltà solo letterale contraddice la complessità della struttura ecclesiale e della storia dei popoli. Il riferimento al Concilio Vaticano II è l’orizzonte in cui per essere fedeli alla tradizione occorre riconoscersi la possibilità di cambiare.
e) Tradurre è interpretare: la esigenza di competenze decentrate
Un secondo aspetto, che dobbiamo considerare nel documento, è il superamento della illusione che si possa tradurre senza interpretare. Dietro alla distinzione tra “recognitio” e “confirmatio”, sta, in fondo, la consapevolezza che non è possibile un atto di traduzione reale ed efficace, che non si cali nella particolare interpretazione che ogni lingua “diversa” offre del testo latino. Per passare dal latino alle lingue parlate occorre non semplicemente una trasposizione lessicale, ma sempre anche una interpretazione culturale, esistenziale, storica, sociale. Quella che sembra a prima vista una distinzione giuridica e fredda, permette di far entrare la freschezza e la ricchezza delle vite dentro le parole della liturgia. Le quali sanno essere fedeli al latino solo se restano fresche e vive. Una teologia della liturgia partecipata e una ecclesiologia di comunione sono il presupposto e l’effetto di questa importante riforma del codice. E la unità è garantita non dall’arretrare sul latino, ma dall’avanzare nella traduzione delle lingue del popolo.
f) Lo sblocco e il rilancio: lo spazio urgente di una VI Istruzione
Uno dei primi titoli, usciti su un grande giornale italiano, che dava notizia di questo MP, suonava così: Il Papa concede più libertà agli episcopati…” Un bravo collega teologo, il prof. Stefano Parenti, aveva subito annotato in un commento in rete: “Attenzione, qui il papa non concede, ma restituisce”. Questa osservazione è del tutto corretta e gliene sono grato. Ci sono voluti 16 anni per rendersi conto che la pretesa di controllare tutto dal centro, di trasformare le lingue vernacole in semplici strumenti del latino, era una idea unilaterale e distorta, frutto di una teoria del testo, della comunicazione, della teologia e della ecclesiologia senza veri fondamenti nella tradizione. Ora il MP ristabilisce la logica della traduzione nell’alveo della sua tradizione più sana. Sarà molto difficile sottovalutare questo passaggio. Ma ciò che qui è stato riconosciuto necessario, e che va salutato come un salutare contributo al cammino della riforma liturgica, deve essere giudicato, con altrettanta chiarezza, come insufficiente. Le due intense pagine del MP, che hanno grande efficacia sul piano procedurale, e che impostano lucidamente una rinnovata coscienza teologica ed ecclesiologia dinamica, devono ricreare le condizioni di una “comunicazione liturgica intorno al tradurre” che non può non richiedere in modo urgente una nuova istruzione. Il MP sblocca la vita della Chiesa che celebra, ma rivela anche un grande desiderio di nuove motivazioni: tale desiderio dovrà essere colmato da una Nuova Istruzione, che sappia uscire dalle secche – non solo procedurali, ma argomentative – in cui ci aveva condotto Liturgiam Authenticam. Forse la stessa commissione che ha elaborato questo “provvedimento d’urgenza” potrà occuparsi di stendere una nuova Istruzione, che consideri accuratamente, serenamente e distesamente tutto lo sviluppo della Riforma già compiuto, nonché quello ricco e fecondo che resta ancora da compiere.


sabato 9 settembre 2017

IL MOTU PROPRIO “MAGNUM PRINCIPIUM” E LE TRE FEDELTÀ DI PAPA FRANCESCO


Col motu proprio Magnum principium, datato 3 settembre 2017, papa Francesco non sconfessa l’Istruzione Liturgiam Authenticam (28.03.2001), ma, conservandone la sostanza e lo spirito, restituisce alle Conferenze episcopali un potere che appartiene loro e, in questo modo, favorisce un clima più dialogico tra le Conferenze stesse e la Sede Apostolica, clima che si era rarefatto in questi ultimi sedici anni di applicazione della suddetta Istruzione.

1. Con questo documento, papa Francesco è fedele a quanto egli stesso aveva scritto nell’Esortazione apostolica Evangelli gaudium, documento programmatico del suo pontificato, quando nel n. 32 auspica che le Conferenze episcopali siano “soggetti di attribuzioni concrete” e ricorda che “un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa”.

2. Il motu proprio è fedele anche al Vaticano II; rappresenta infatti un ritorno al dettato conciliare, che in SC 36 § 4 afferma: “La traduzione del testo latino in lingua viva, da usarsi nella liturgia, deve essere approvata dalla competente autorità ecclesiastica territoriale”. La “confirmatio” della Sede Apostolica venne stabilita successivamente nel motu proprio Sacram Liturgiam (25.01.1964), all’articolo IX, quando afferma delle traduzioni quanto SC 36 § 3 dice sulla previa decisione circa l’uso e il modo della lingua viva.

3. Possiamo aggiungere, che questo documento è fedele anche ad una antica tradizione romana. Il documento è promulgato con data 3 settembre, in cui la Chiesa celebra la memoria di san Gregorio Magno (590-604). Questo papa inviò Agostino di Canterbury con un consistente gruppo di monaci a Britannia per evangelizzare l’Inghilterra. Ad una domanda di Agostino sui diversi modi di celebrare l’Eucaristia, papa Gregorio risponde: “Tu conosci le usanze della Chiesa di Roma, in cui sei stato educato. Io desidero però che se trovi nella Chiesa romana, in quella delle Gallie, o in qualsiasi altra, qualcosa che Dio onnipotente possa gradire di più, dopo una accurata scelta, lo porti alla Chiesa degli Inglesi…” (il testo della lettera si può trovare nel volume 371 di Sources Chrétiennes, Cerf, Paris 1991, 492-495).


Papa Francesco, sulla scia di Gregorio Magno, dà più spazio alle Chiese locali. Naturalmente, ciò comporta anche che le Conferenze episcopali  siano consapevoli delle loro responsabilità nell’approvazione della traduzione dei testi liturgici.

MATIAS AUGE

martedì 7 marzo 2017

Colletta del Mercoledì della I Settimana di Quaresima


 

Devotionem populi tui, quaesumus, Domine, benignus intende, ut, qui per abstinentiam temperantur in corpore, per fructum boni operis reficiantur in mente” (Missale Romanum, tertia editio typica 2002/2008, p. 212). Fonte: Sacramentario Gelasiano di Angoulême, secolo VIII/IX.

“Guarda, o Padre, il popolo a te consacrato,  e fa’ che mortificando il corpo con l’astinenza si rinnovi nello spirito con il frutto delle buone opere” (testo ufficiale in italiano).

“Guarda benigno, ti preghiamo, Signore, alla pietà del tuo popolo, perché coloro che con l’astinenza si moderano nel corpo, dal frutto delle buone opere siano nutriti nell’anima” (Versione a cura di Maria Francesca Teresa Lovato della Comunità di Monteveglio, Messale Romano. Le orazioni proprie del tempo, Edizioni San Lorenzo, Reggio Emilia 1991, p. 153)

“Señor, mira complacido a tu pueblo que desea entregarse a ti con una vida santa; y a los que moderan su cuerpo con la penitencia transfórmales interiormente mediante el fruto de las buenas obras” (Versione del Messale in lingua spagnola).

In questo testo ci sono due parole che fanno un po’ di problema al traduttore:

devotio”. Sia la traduzione ufficiale italiana sia quella spagnola cercano di esprimere la ricchezza di questa parola; che racchiude il concetto di consacrazione o dono di sé. La Lovato invece traduce “pietà”; e in questo modo impoverisce il contenuto del termine latino.,

 “mens” è tradotta con le parole “spirito”, “anima”, “interiormente”.

domenica 29 gennaio 2017

Memoria di sant’Agata, Vergine e Martire (5 febbraio)




Agata subì il martirio a Catania, probabilmente sotto l’imperatore Decio (251). Nel canone romano il suo nome è associato a quello di santa Lucia. L’antico Martirologio geronimiano (secolo V) colloca la sua “deposizione” al 5 febbraio, data in cui la memoria della santa è stata sempre celebrata nella liturgia romana. Il  papa san Simmaco (498-514) introdusse il culto della santa a Roma. E nel secolo VI sant’Agata era venerata sia in Occidente che in Oriente. 

Colletta del MR 1962:

Deus, qui inter cetera potentiae tuae miracula etiam in sexu fragili victoriam martyrii contulisti: concede propitius; ut, qui beatae Agathae Virginis et Martyris tuae natalicia colimus, per eius ad te exempla gradiamur.

Colletta del MR 2002:

Indulgentiam nobis, quaesumus, Domine, beata Agatha virgo et martyr imploret, quae tibi grata semper exstitit et virtute martyrii et merito castitatis.

“Donaci, Signore, la tua misericordia, per intercessione di sant’Agata, che risplende nella Chiesa per la gloria della verginità e del martirio”.

La colletta del Messale Romano del 1962 fa un generico riferimento all’imitazione degli esempi della santa. La colletta del Messale Romano del 2002 è presa con qualche leggera variante redazionale dal Sacramentario Gregoriano Adrianeo, n. 131: “Indulgentiam nobis, domine, beata agathe martyr imploret, quae tibi semper existit et merito castitatis et tuae professione virtutis”. Notiamo che la traduzione italiana non distingue tra la “virtus” del martirio e il “merito” della castità del testo latino del Messale, forse perché sia il martirio che la castità pur essendo anzitutto doni della potenza della grazia di Dio sono anche merito della creatura umana. Altre traduzioni, come quella spagnola, conservano l'espressione del testo latino: "...por la fortaleza che mostrò en su martirio y por el mérito de su castidad". Giustamente, poi, il MR 2002, come la prima edizione del 1970, ha cancellato il riferimento al sesso fragile (“sexu fragili”) del MR 1962; si tratta di una espressione che non corrisponde all’attuale visione che si ha della donna. 

venerdì 13 gennaio 2017

LA CHIESA (E LA LITURGIA) VA GOVERNATA




Il vaticanista Sandro Magister, mercoledì 11 gennaio 2017, ha scritto, tra l’altro, nel suo blog Settimo Cielo:

«Diretta dal segretario della congregazione del culto divino, l'arcivescovo inglese Arthur Roche, è stata istituita per volontà di Francesco all'interno del dicastero una commissione il cui obiettivo non è la correzione delle degenerazioni della riforma liturgica postconciliare – cioè quella "riforma della riforma" che è il sogno del cardinale Sarah – ma è proprio il contrario: la demolizione di uno dei muri di resistenza agli eccessi dei liturgisti postconciliari, l'istruzione “Liturgiam authenticam”, emessa nel 2001 che fissa i criteri per la traduzione dei testi liturgici dal latino alle lingue moderne».

Non c’è dubbio che in genere Sandro Magister è ben informato e quindi possiamo dar credito alla notizia. Ma è anche vero che il noto giornalista il più delle volte dimostra di avere il dente avvelenato contro papa Francesco. Nel dare la notizia, qui sopra, parla di una commissione il cui compito sarebbe la “demolizione” dell’Istruzione Liturgiam authenticam. Questa Istruzione che regola la traduzione dei libri liturgici alle diverse lingue parlate è stata pubblicata 16 anni fa e ha preso il posto del documento anteriore che regolava la materia. Sandro Magister dovrebbe sapere che la suddetta Istruzione è stata oggetto di critiche più o meno giustificate (non solo dai liturgisti) e ha creato dei problemi ai traduttori che non sempre riescono ad essere fedeli alla “lettera” del testo latino come vorrebbe l’Istruzione. C’è addirittura qualche episcopato che si è negato a tradurre l’ultima edizione latina del Messale con questa normativa. Insomma, c’è un problema, un malessere che non intendo approfondire qui. In questi casi, il buon governo consiste nell’ascoltare le critiche e vedere se sono giustificate e fino a che punto vi si può venire incontro. In questa commissione non ci vedo quindi nessun pericolo di demolizione. Così come 16 anni fa, quando fu aggiornata la normativa delle traduzioni, non si trattò di una demolizione del documento anteriore. Le notizie possono essere date in tanti modi, ma il buon giornalista dovrebbe informarsi e spiegare il contesto in cui si trova l’evento comunicato.    
M. A.

martedì 13 settembre 2016

INTELLIGENZA DEL SACRIFICIO COME "SACRIFICIUM INTELLECTUS"? UNA RISPOSTA A VALLI / SARAH



di ANDREA GRILLO


In un recente post sul suo blog, A.M.Valli riprende con ampiezza le parole di un articolo del Card. Sarah a proposito del senso dell’”intelligere” in Sacrosanctum Concilium. E’ una buona occasione per “comprendere” ciò che... altro »