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domenica 16 maggio 2021

I RITI TRISTI

 



 

Manuel Belli, L’epoca dei riti tristi (Nuovi saggi Queriniana 101), Brescia 2021. 233 pp. (€ 16,00).

 

Dopo il volume di Byung-Chul Han, La scomparsa dei riti, di cui ho postato una sintesi lo scorso 11 aprile, ecco un’altra opera che si  occupa della crisi della ritualità. Abbiamo constatato che l’assioma “spiegare di più per celebrare meglio” non funziona. Come anche fallimentari si sono dimostrati i tentativi che molti fanno di rendere i riti “stravaganti”: celebrare con paramenti settecenteschi in latino o con il naso da clown e sostituendo scenette alla predica non differiscono. Si tratta di fraintendimenti rituali opposti, ma con la stessa matrice: l’illusione sottesa è che il problema siano i riti proposti dal libro liturgico. Le soluzioni cambiano poi a seconda dei gusti personali: qualcuno preferisce “fughe retrò” e qualcuno “slanci cabarettistici”, ma sono solo due lati della stessa medaglia.

 

Occorre guardare oltre: il problema non è né spiegare la messa né renderla meno noiosa. L’attuale generazione non ha problemi solo con i riti religiosi: ad essere in crisi è la ritualità in genere. Infatti, la ritualità è la parte fondamentale della nostra umanità: noi esistiamo istituendo riti. E anche i riti più complessi (come quelli religiosi) scaturiscono dalla combinazione di azioni simbolico/rituali elementari: camminare, mangiare, toccare, leggere, cantare, illuminare, lavare, pregare.

 

Abbiamo problemi con i riti liturgici perché abbiamo problemi più ampi con i riti, e viceversa. Qualcuno ha definito il nostro tempo, l’epoca delle passioni tristi. Potrebbe essere che la tristezza che ammala la nostra epoca dipenda dai “riti tristi” che la costellano. Viviamo un’epoca di riti tristi caratterizzata da basse densità di significato. Nei riti che costellano la vita c’è un potenziale di tristezza che si riversa nei riti liturgici.

 

Se si perde il senso del far festa, vista soprattutto come semplice tempo libero, si perde anche il senso della domenica come “festa primordiale” dei cristiani. Se diventa una prassi frequente mangiare da soli in un fast food, si perde il senso conviviale del pasto e quindi si affievolisce il senso conviviale dell’eucaristia. La parola di Dio custodita in un libro e affidata alla lettura e alla predicazione sembra non collimare con le esigenze della ritualità comunicativa indotte dalla rivoluzione informatica. E ancora, visto che siamo sempre on line e sempre meno in presenza, a che scopo insistere sulla convocazione dell’assemblea? Sono solo alcuni esempi che ci invitano a riflettere. Il libro del Prof. Manuel Belli ci aiuta in questa riflessione.  

 

 

venerdì 14 maggio 2021

ASCENSIONE DEL SIGNORE (B) – 16 Maggio 2021

 


 

 

At 1,1-11; Sal 46; Ef 4,1-13; Mc 16,15-20

 

Il racconto dell’evento dell’ascensione del Signore è affidato alla prima lettura, costituita dai versetti iniziali degli Atti degli Apostoli. Tuttavia la preoccupazione maggiore dei brani della Scrittura che vengono proposti oggi alla nostra attenzione è di dare indicazioni sul senso del tempo che noi stiamo vivendo tra l’ascensione del Signore e il suo ritorno alla fine dei tempi. Collocando all’inizio degli Atti degli Apostoli, come alla fine del suo Vangelo, un riferimento all’ascensione del Signore, san Luca lascia immediatamente intendere che la missione della Chiesa continua quella di Gesù. Ecco quindi che il messaggio dell’ascensione può essere colto secondo due dimensioni complementari: da una parte l’ascensione è il punto di arrivo della vita di Gesù; dall’altra è il punto di partenza della vita della Chiesa. La festa dell’ascensione del Signore è la celebrazione della partenza-assenza di Cristo a beneficio della presenza-responsabilità della Chiesa. Nei brani della Scrittura che ascoltiamo oggi, predomina questa seconda prospettiva. Nella lettura evangelica, il fatto dell’ascensione appare come lo spartiacque tra Gesù e la Chiesa, ma nel tempo stesso come l’evento che fonda la continuità tra le rispettive missioni. La seconda lettura, tratta dalla lettera agli Efesini, dice la stessa cosa quando afferma che Cristo “asceso in alto […] ha distribuito doni agli uomini”, e cioè ha comunicato al mondo quella ricchezza di vita che ha conquistato per sé. Con la fine della sua presenza nel nostro mondo e la sua conseguente glorificazione presso il Padre, Cristo inizia una nuova presenza al mondo tramite la missione e la testimonianza affidate ai suoi discepoli.

 

Se il fatto della piena glorificazione di Cristo apre il nostro cuore alla speranza, la certezza della sua presenza ci dona il coraggio dell’impegno. Non basta stare a guardare verso il cielo, in attesa degli eventi; il comando del Signore ai discepoli è chiaro: “di me sarete testimoni […] fino ai confini della terra”. La speranza cristiana non legittima alcuna fuga dal mondo, dalla storia. Viceversa è connaturale alla nostra speranza offrire dal di dentro della città terrena una concreta testimonianza della città celeste. Per Cristo l’ascensione è un traguardo raggiunto, per noi ancora un cammino da fare. La vita del Signore è stata un’esistenza pienamente disponibile al servizio degli uomini. E’ percorrendo la stessa strada di Cristo che noi raggiungeremo lo stesso suo traguardo. E’ soltanto attraverso la testimonianza di un amore fattivo che possiamo raggiungere la giusta statura e la piena maturità così da essere degni di partecipare all’esaltazione di Cristo alla destra del Padre.

 

Nell’eucaristia, la Chiesa pellegrina sulla terra riaccende continuamente la speranza della patria eterna (cf. orazione dopo la comunione).

 

domenica 9 maggio 2021

LA LITURGIA DELLE ORE ADATTA AL PROPRIO CARISMA

 



 

La rivista Testimoni ha pubblicato, nel fascicolo dello scorso mese di aprile, una pagina sulle “Congregazioni americane e la liturgia delle Ore” firmata da Sr. Elsa Antoniazzi, membro della Redazione della rivista. L’autrice ci informa su una iniziativa sorta negli USA, dove “molte Congregazioni stanno cercando di redigere un testo per la liturgia delle Ore che sia proprio, così che i testi della Scrittura e le orazioni diano corpo a una preghiera che sia più consona ai diversi specifici carismi”.  Non conosco l’entità e le caratteristiche di questa iniziativa, ma la possiamo collocare nel contesto della giusta ricerca di una liturgia delle Ore in cui il “vissuto possa intrecciarsi con essa”. L’iniziativa va oltre quanto è regolato dall’Istruzione della Congregazione per il culto divino sui Calendari particolari (AAS 62, 1970, 651-663).

La rivista colloca questa pagina sotto il titolo “Monachesimo”. Credo però che la problematica non riguarda i grandi Ordini monastici, alcuni dei quali hanno una propria e collaudata tradizione in questo settore, ma piuttosto molte Congregazioni femminili e anche maschili che pregano regolarmente in comune parte della liturgia delle Ore, in particolare le Lodi mattutine ed i Vespri. Queste comunità desiderano giustamente esprimere attraverso la preghiera della Chiesa la propria sensibilità spirituale. Si tratta sempre della “preghiera della Chiesa, che loda il Signore incessantemente e intercede per la salvezza del mondo” (Sacroanctum Concilium 83). Ma progettare “un testo della liturgia delle Ore che sia proprio” può favorire una preghiera autoreferenziale e affievolire quindi la sua dimensione ecclesiale.

Si deve applicare alla liturgia delle Ore l’affermazione del Vaticano II contenuta in SC 10, riguardante la liturgia come culmen et fons della vita della Chiesa. Possiamo affermare che la preghiera liturgica è culmine, norma, criterio, punto di riferimento, sorgente, sacramento di ogni preghiera cristiana, non in senso meramente giuridico – istituzionale ma oggettivo – contenutistico. Oggettivamente, dato il suo carattere normativo, il contenuto della preghiera liturgica si accorda perfettamente con l’ideale della preghiera cristiana. Quando la Chiesa afferma che una preghiera è liturgica, garantisce che quel testo particolare manifesta la sua fede e la sua coscienza di comunità orante. Naturalmente questo non esclude che altri testi, anche le preghiere spontanee di persone umili e senza particolare cultura teologica, siano preghiera veramente ecclesiale. L’atto giuridico di riconoscimento ufficiale compiuto dalla gerarchia della Chiesa è da considerarsi quindi conseguente alla realtà oggettiva preesistente di cui esso ne è la garanzia. Nella preghiera liturgica le diverse espressioni della preghiera cristiana trovano non solo il loro nutrimento naturale, ma anche la possibilità di riconoscersi come appartenenti a una “tradizione” e di confrontarsi con la norma oggettiva.

Nell’attuale ordinamento della liturgia delle Ore ci sono delle possibilità che possono soddisfare, almeno in parte, le giuste richieste delle consacrate e dei consacrati di esprimere il proprio carisma. Ne indico alcune. Gli inni e gli altri canti non biblici di solito caratterizzano l’aspetto particolare delle diverse Ore. Le Conferenze Episcopali hanno la facoltà di introdurre inni di nuova composizione purché si adattino al carattere dell’Ora, o del tempo o della celebrazione. In questo contesto, gli istituti di vita consacrata possono proporre inni adatti alla propria tradizione spirituale. Le letture brevi delle diverse Ore sono state scelte in modo di esprimere brevemente ma chiaramente una sentenza o una esortazione. Nulla vieta di aggiungere un breve commento adatto all’assemblea celebrante. Alle invocazioni e alle intercessioni delle Lodi e dei Vespri possono essere aggiunte alcune intenzioni particolari che, pur rispettandone la struttura, esprimano le esigenze del proprio carisma. Un altro elemento che si è introdotto nelle celebrazioni delle Ore è la cosiddetta colletta salmica, recitata dopo ogni salmo, che pur non essendo prevista nell’attuale ordinamento liturgico, è un’antica tradizione che non intacca la struttura della liturgia delle Ore. Come è noto, la Congregazione per il culto divino ha da tempo allo studio la pubblicazione di una serie di preghiere salmiche da adoperarsi nella liturgia delle Ore. I consacrati possono esprimere in queste preghiere il proprio modo di interpretare i salmi alla luce della loro specifica tradizione spirituale.  

Al di fuori di quanto detto, ogni iniziativa individuale o di gruppo che si allontana dalla liturgia proposta dalla Chiesa, rischia di essere un abuso. La liturgia delle Ore è codificata e disciplinata nei libri liturgici, sottratta alla moda mutabile. In ogni modo, essa non si esprime con un linguaggio asettico né anonimo. È come uno spartito musicale, preciso e perfetto in sé, però da “interpretare” ogni volta che è impiegato nella celebrazione. Papa Francesco ha detto: “La liturgia non è ‘il campo del fai-da-te’ ma l’epifania della comunione ecclesiale. Perciò, nelle preghiere e nei gesti risuona il ‘noi’ e non l’ ‘io’; la comunità reale, non il soggetto ideale” (Discorso alla Plenaria della CCDDS, 14.02.2019). La celebrazione liturgica ci sradica dal nostro individualismo e ci educa a stare insieme, a condividere, a pregare insieme. L’individualismo soffoca il senso della comunità.

La liturgia delle Ore ha una sua dimensione formativa che, come dice Elsa Antoniazzi, “forgia mente e cuore mentre è quotidianamente celebrata”. E, come afferma la Costituzione SC 84, quando è pregata “secondo le forme approvate, allora è veramente la voce della Sposa che parla allo Sposo, anzi è la preghiera che Cristo unito al suo corpo eleva al Padre”.

venerdì 7 maggio 2021

DOMENICA VI DI PASQUA (B) – 9 Maggio 2021

 

 


 

At 10,25-26.34-35.44-48; dal Sal 97; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17

  

Amare ed essere amati è il desiderio più profondo, il bisogno più vitale della persona umana fin dalla più tenera infanzia e in tutte le età della vita. Ma che cos’è l’amore? A questa domanda sono state date molte risposte. Il tema centrale della parola di Dio proclamata in questa domenica è l’amore cristiano, che ha la sua sorgente in Dio. Domenica scorsa abbiamo ricordato le parole di Gesù: “chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto”. Oggi viene chiarito il senso di questo rimanere in Cristo, si tratta di rimanere nel suo amore. Nella seconda lettura, san Giovanni afferma che “Dio è amore”. Nell’amore sta racchiusa tutta l’essenza della vita divina che circola nella Trinità. In Dio l’amore non è solo un aspetto tra altri, ma coincide con il suo stesso essere: Dio è relazione, rapporto, comunicazione, insomma amore. Infatti san Giovanni afferma che l’amore di Dio si manifesta nel fatto che egli ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, “perché noi avessimo la vita per mezzo di lui”. L’ampiezza dell’amore di Dio si manifesta quindi nel mistero pasquale di morte e risurrezione. La pasqua di Gesù è il segno più evidente della serietà del suo amore, perché come ci ricorda egli stesso nel brano evangelico, “nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici”. La discesa dello Spirito Santo sul pagano Cornelio ed i suoi familiari, di cui parla la prima lettura, fa capire a Pietro e alla prima comunità cristiana che l’amore salvifico di Dio non conosce barriere: Dio “accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga”. La morte di Cristo sulla croce è donata da Dio a tutti gli uomini, senza distinzione: “per noi uomini e per la nostra salvezza…”, recitiamo nel Credo.

 

Come si fa a rimanere nell’amore di Cristo? Lo spiega Egli stesso: “Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore”. I comandamenti di Cristo si riassumono nel comandamento dell’amore: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri”. San Giovanni, che ci tramanda queste bellissime parole del Signore, ha scoperto il vero volto di Dio nell’impegno di Cristo per l’uomo. Arriveremo a capire chi sia Dio e ad entrare in comunione con lui non tanto attraverso sapienti discorsi su Dio, quanto piuttosto attraverso la nostra concreta testimonianza di amore e di dedizione agli altri (cf. orazione colletta). Amare è entrare nella vita dell’altro per camminare con lui e condividere qualcosa di nuovo e di grande.

 

L’eucaristia è mistero d’amore anzitutto nel suo essere sacramento della Pasqua del Signore: essa è la memoria efficace dell’atto d’amore compiuto dal Padre, che ha tanto amato gli uomini da consegnare il suo Figlio per la loro salvezza. Perciò la celebrazione eucaristica è il centro della vita cristiana, fonte di nutrimento, ritrovo tra fratelli, che amano lo stesso Padre, di cui siamo chiamati a comunicare l’incredibile e immenso amore.

 

domenica 2 maggio 2021

LITURGIA E SECOLARISMO

 



 

Joris Geldhof, Oltre il sacro e il profano. La liturgia nel tempo, Edizioni Qiqajon, Comunità fi Bose 2020. 176 pp. (€ 20,00).

 

Per molto tempo liturgisti e teologi hanno guardato al rapporto tra liturgia e secolarismo in modo troppo ristretto e schematico. Spesso si presume che nell’accogliere la cultura del ‘secolo’ si debba abbandonare la liturgia o, al contrario, che nello scegliere la liturgia si debba chiudere la porta alla cultura secolare. A partire dal solco tracciato dai documenti conciliari, l’autore respinge la presunta incolmabile frattura fra liturgia e cultura secolare, cercando di mostrare che, se si è sinceramente preoccupati del futuro della fede cristiana, tali modelli di pensiero debbono essere lasciati alle spalle e hanno bisogno di essere risignificati nel modo più profondo possibile. Le riflessioni di questo testo contribuiscono a una più profonda comprensione di come un rinnovato dialogo tra liturgia e cultura può diventare fertile per il futuro della fede cristiana.

 

(Quarta di copertina).

 

 Introduzione.


Parte prima - Situare la liturgia nel mondo: 1. Liturgia, modernità e secolarizzazione; 2. Liturgia, ideologia e politica; 3. La liturgia oltre il sacro e il profano.

Parte seconda - Situare il mondo nella liturgia: 4. Liturgia, desacralizzazione e santificazione; 5. Riscoprire il movimento liturgico; 6. Il potenziale critico della liturgia.


Osservazioni conclusive.

 “La liturgia cristiana non esiste per alimentare un senso del sacro ma per santificare il mondo e per adorare Dio” (p. 31).

 

venerdì 30 aprile 2021

DOMENICA V DI PASQUA (B) – 2 Maggio 2021

 



 

At 9,26-31; Sal 21; 1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8

 

Il salmo responsoriale è preso dalla seconda parte del Sal 21, dove il lamento della prima parte si trasforma in inno di ringraziamento festoso e in cantico al Signore re dell’universo. Dalla disperazione alla speranza, dalla morte alla vita, dal sepolcro alla risurrezione: “ecco l’opera del Signore!”. All’inizio della settimana di passione, la prima parte di questo salmo ci ha introdotto nella celebrazione dei misteri della passione di Gesù, oggi la seconda parte del salmo celebra la gloriosa risurrezione del Signore e la salvezza universale che da questo mistero si riversa su “tutti i confini della terra”.

 

La Pasqua è un evento paradigmatico, simbolo di vita, di vita ritrovata, di vita piena, quella di Gesù e quella nostra. Il brano evangelico d’oggi ci ricorda che la fecondità della nostra vita dipende dalla relazione vitale con il Signore. Gesù illustra questa verità con l’immagine della vite e dei tralci, immagine presente già nell’Antico Testamento. Gesù si presenta come la “vite vera”, di cui noi siamo i “tralci”. La condizione essenziale perché la nostra vita porti frutto è la comunione vitale con Gesù: “Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me”. Gesù si pone quindi come centro significativo della vita dell’uomo e come condizione essenziale per  una sua vita significativa e feconda. Ma notiamo che occorre “rimanere” in lui: il verbo ricorre otto volte negli otto versetti dell’odierno brano evangelico.

 

San Giovanni ribadisce la stessa dottrina nella seconda lettura, quando afferma che il frutto fondamentale che specifica la morale pasquale è l’amore “con i fatti e nella verità”, e cioè mediante l’osservanza dei comandamenti, in particolare di quelli riguardanti la fede e l’amore fraterno: “Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e egli in lui”. La fede e l’amore sono i costitutivi essenziali della nostra realtà di cristiani, sono “il comandamento” per eccellenza, il frutto essenziale che il fedele, innestato in Cristo – vite vera, deve produrre. Un esempio concreto di questo rapporto vitale con Cristo l’abbiamo nella vita di san Paolo, che dopo la sua conversione, trasformato dall’incontro con Cristo, dà testimonianza coraggiosamente della sua fede nella città di Gerusalemme mettendo a repentaglio la propria vita per amore di Gesù (prima lettura).

 

La parola di Dio ci invita oggi a ritornare alle radici del nostro essere cristiano. Il successo della nostra vita è possibile solo se radicato in Cristo. Senza di lui non possiamo fare nulla, la nostra esistenza diventa sterile. Dietro l’immagine del tralcio secco e arido, perso ai bordi del campo, c’è il mistero del rifiuto che l’uomo può opporre alla vita e all’amore, c’è la vicenda del confronto tra la luce e le tenebre. Chi volesse rivendicare un’impossibile autonomia si troverebbe a fare i conti con la sua assoluta pochezza e sterilità. Contro una cultura antropocentrica, che rifiuta Dio e colloca l’uomo al centro di tutto, la Parola di Dio ci propone una vita ancorata in Cristo. Uniti a Cristo, la nostra vita porterà frutti abbondanti. Questa unione si rinsalda nell’ascolto della Parola e nella partecipazione all’Eucaristia, le due mense in cui si nutre la vita cristiana (cf. Dei Verbum, n.21). Si tratta di un frutto che riguarda sia la vicenda terrena che la vita eterna promessa a quelli che restano uniti vitalmente a Gesù.

 

domenica 25 aprile 2021

APPORTO DELLA FORMA RITUALE ALLA COMPRENSIONE DELL’EUCARISTIA

 



 

Fabio Trudu (ed.), Teologia dell’eucaristia. Nuove prospettive a partire dalla forma rituale (Bibliotheca ”Ephemerides Liturgicae” “Subsidia” 193), CLV – Edizioni Liturgiche, Roma 2020. 222 pp. (€ 22,00).

 

Uno sguardo alla storia rivela notevoli oscillazioni nella comprensione dei vari aspetti del mistero eucaristico, trattati ora in modo coerente e organico, ora quasi autonomamente l’uno rispetto agli altri.

 

I contributi raccolti nel volume intendono studiare l’impatto della nuova forma celebrativa scaturita dal Messale di Paolo VI sulla teologia eucaristica a partire dai principali temi della teologia sistematica. Il punto di osservazione è quello delle categorie classiche di presenza, sacrificio e comunione, per cogliere in un secondo momento l’apporto singolare della teologia liturgica a ciascuno di questi temi. Nel dialogo a due voci tra teologi sistematici e liturgisti è emersa la necessità che l’odierna teologia dell’Eucaristia integri sempre più nel suo pensiero la nuova forma rituale e il nuovo modo di pensare il sacramento a partire dalla sua concreta celebrazione.

 

Contributi:

 

Andrea Grillo, Il rapporto tra forma celebrativa e forma teologica dell’eucaristia. Ipotesi teorica, verifica storica e apertura pastorale.

 

Matthieu Rouillé D’Orfeuil, Parlare della presenza. Approcci filosofici al mistero.

 

Loris Della Pietra, La presenza reale in prospettiva liturgica.

 

Pierpaolo Caspani, Riflessioni contemporanee sul tema sacrificio.

 

Luigi Girardi, Il sacrificio eucaristico in prospettiva liturgica.

 

Andrea Bozzolo, La comunione eucaristica. Quaestiones disputatae.

 

Fabio Trudu, La comunione eucaristica in prospettiva liturgica.

 

Claudio Ubaldo Cortoni, Habeas corpus. Sviluppi medioevali della dottrina eucaristica in relazione al pensiero cristologico.

 

Norberto Valli – Sergio Arosio, “Do this in remembrance of me”: Il saggio di Bryan Spinks nel dibattito sull’origine dell’anafora.

venerdì 23 aprile 2021

DOMENICA IV DI PASQUA (B) – 25 Aprile 2021

 



 

At 4,8-12; Sal 117; 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18

  

Il brano evangelico presenta Gesù come buon pastore che spontaneamente offre la vita per le pecore, a differenza di tutti gli altri, semplici mercenari che badano soltanto nel loro egoismo a sé stessi. Per questo, san Pietro afferma in pieno sinedrio, dopo aver guarito lo storpio nel nome di Gesù Cristo, che “non vi è sotto il cielo altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati” (prima lettura). Grazie a lui, aggiunge san Giovanni, siamo “chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente” (seconda lettura). Questa è la “buona notizia” che annuncia la Pasqua. Il contenuto di questa notizia lo possiamo esprimere con queste altre parole: Dio in Cristo viene incontro a noi per offrirci la sua amicizia, senza badare ai nostri meriti, alla nostra bontà o cattiveria. La morte di Gesù è un atto di amore e di libertà. Gesù è l’insuperabile manifestazione dell’assoluto amore di Dio per tutti gli uomini senza distinzioni, anche per quelli che non appartengono a “questo ovile”. La prospettiva universale dell’amore salvifico del Signore si estende a tutto il genere umano. Nell’Antico Testamento, Dio si esprime per bocca del profeta Osea con queste parole: “Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione” (Os 11,8). Il cuore di Dio non cessa di ripeterci queste parole attraverso il cuore trafitto del Figlio.

 

Nel brano evangelico odierno, Gesù non si paragona solamente a “un” buon pastore, ma è “il” buon Pastore. Intrattiene con le sue pecore relazioni di conoscenza reciproca, fondate sull’amore che il Padre ha per loro come per lui. Poiché gli appartengono, si prende cura di loro e le difende coraggiosamente da ogni pericolo. Ha dato la sua vita per loro, per far sì che non vi sia più che un solo gregge, così come non vi è che un solo Pastore. Questo insieme di tratti rinviano al mistero pasquale che ne svela pienamente il significato. L’immagine del buon pastore forse dice poco a noi, figli di una società industriale e democratica; per alcuni anzi potrebbe risultare offensivo l’essere paragonati ad un “gregge”. Dobbiamo quindi soffermarci sulla sostanza sempre attuale tramandata dall’immagine del buon pastore, che è il dono della vita. Gesù ha come fondamentale obiettivo non la difesa della propria vita, ma quella degli altri; per la nostra redenzione ha impegnato tutto se stesso. Di conseguenza “gregge” e “pecore” non evocano assolutamente una folla di discepoli senza personalità, che seguono il loro pastore e gli obbediscono passivamente belando. Ognuno di noi è chiamato a diventare partecipe della realtà di Cristo nella misura in cui la sua vita diventa veramente dedita, offerta, data per gli altri. C’è più gioia nel dare che nel ricevere!

 

Nell’assemblea eucaristica, convocata e riunita dal buon Pastore che la presiede, Egli nutre con il suo corpo e il suo sangue coloro che hanno ascoltato la sua voce.

domenica 18 aprile 2021

UN METODO PER LA LETTURA DELL’EUCOLOGIA LATINA

 



 

Renato L. De Zan, Erudi, Domine, quaesumus, populum tuum spiritualibus instrumentis. La lettura dell’eucologia latina: appunti per la ricerca di un metodo (Bibliotheca ”Ephemerides Liturgicae” “Subsidia” 195), CLV – Edizioni Liturgiche, Roma 2021. 279 pp. (€ 28,00).

 

In questo volume il Prof. De Zan ci offre il frutto di anni di riflessione e insegnamento sul metodo di lettura/interpretazione dell’eucologia latina della Chiesa cattolica. In un primo capitolo, si valutano le proposte metodologiche fatte da diversi autori, dalla seconda metà del secolo scorso fino ai nostri gironi. A partire dal capitolo II, l’autore illustra alcuni passaggi fondamentali di una metodologia organica: la codicologia e le ricchezze racchiuse in un manoscritto liturgico, la critica testuale propria ai testi liturgici, l’analisi filologica di un latino in continua evoluzione, la critica storica, l’analisi dell’autenticità, la dimensione letteraria, un progetto di teologia dei testi liturgici. Il tutto si conclude con l’interessante capitolo IX dedicato alla traduzione dei testi eucologici, tema sempre attuale.

 

Mi permetto un’osservazione che riguarda la mia persona. Il Prof. De Zan valutala la mia proposta ermeneutica con alcune osservazioni critiche, per cui lo ringrazio (pp. 14-17). Vorrei solo spiegare la terminologia che adopero nella suddivisione delle parti del prefazio: “Formula di esordio e protocollo iniziale, parte centrale o embolismo e formula o protocollo finale”. L’autore afferma che è difficile che un protocollo sia finale; sembra un ossimoro (p. 158). Con "protocollo finale" intendo dire ciò che altri esprimono con il termine, sinonimo, “escatocollo” (comp. del gr. ἔσχατος "ultimo" e -collo di protocollo -Treccani), che precede e introduce al Sanctus.    

 

Credo che il volume del Prof. De Zan segna un punto di arrivo nella ricerca di un metodo di interpretazione dell’eucologia latina. Ma, come afferma lo stesso autore, l’applicazione di ogni singola metodologia va dosata sulla singolarità del testo e la dosatura di ogni passaggio metodologico non è un fatto meccanico, ma dipende dalla capacità di empatia che lo studioso ha con il testo che studia (p. 33).  

 

venerdì 16 aprile 2021

DOMENICA III DI PASQUA (B) – 18 Aprile 2021

 



 

At 3,13-15.17-19; Sal 4; 1Gv 2,1-5°; Lc 24,35-48

 

Il Sal 4 è una preghiera tutta intrisa di fiducia in Dio, “mia giustizia”. Recitando questa preghiera nel Tempo pasquale, invochiamo su di noi la luce del Signore risorto e alimentiamo nel nostro cuore sentimenti di confidenza e di abbandono fiducioso nel Signore che ascolta quando lo si invoca e “fa prodigi per il suo fedele”. Il nostro salmo è uno dei testi di Compieta, ultima preghiera prima del riposo: invochiamo su di noi la luce del Signore per affrontare con serenità anche i momenti di tenebra.

 

Il filo conduttore delle letture bibliche di questa terza domenica di Pasqua è l’invito a convertirsi per avere il perdono dei peccati. Giovanni Battista, i Precursore, iniziò la sua predicazione con l’invito alla conversione. Così pure Gesù diede inizio alla sua vita pubblica invitando tutti a convertirsi. Lo stesso fanno il Signore risorto e la prima comunità cristiana: intraprendono la loro attività col medesimo annuncio. Infatti, il tema della conversione risuona nelle tre letture di questa domenica: Gesù risorto appare ai discepoli, li istruisce e li manda a predicare a tutti i popoli “la conversione e il perdono dei peccati” (cf. lettura evangelica); san Pietro, dopo aver guarito lo storpio presso la porta del tempio di Gerusalemme, alla folla che si è radunata attorno a lui annuncia Cristo morto e risuscitato ed esorta tutti a convertirsi e cambiare vita (cf. prima lettura); infine, san Giovanni dopo aver presentato Cristo come nostro “Paraclito (avvocato) presso il Padre” e come “vittima di espiazione per i nostri peccati”, esorta ad “osservare i suoi comandamenti”. Il dono della salvezza si attua attraverso un duplice movimento. Il primo è quello di Dio che si mette in cammino verso noi peccatori attraverso il Figlio. All’azione di Dio che ci giustifica attraverso il Figlio subentra la risposta dell’uomo che si impegna nella conoscenza di Dio. Nella Bibbia si tratta sempre di una conoscenza non astratta o meramente speculativa, ma affettiva, volitiva ed effettiva. Non per nulla il suo criterio di autenticità è l’osservanza dei comandamenti (cf. seconda lettura).

 

La conversione è uno specifico tema pasquale. Infatti, la Pasqua è un nuovo inizio, non solo per Cristo, che dalla morte passa alla vita, ma per tutti coloro che credono in lui. La missione che Gesù affida agli apostoli riguarda tutte le nazioni, anche se debbono iniziare da Gerusalemme. La gloria del Risorto è destinata a riverberarsi su tutti gli uomini come una forza di rinnovamento. Lo stesso Gesù ricorda ai discepoli che la sua morte rientra nel disegno di Dio che lo ha risuscitato dai morti e lo ha costituito fonte di salvezza dell’uomo mediante il perdono dei peccati. Gesù nel mistero della sua Pasqua è come un nuovo Mosè che attraverso la morte-risurrezione libera e salva i credenti in lui donando loro accesso alla libertà e alla vita, guidandoli verso una vita nuova e definitiva. La missione della Chiesa ha quindi la sua sorgente nel Cristo risorto, il suo contenuto nella predicazione della conversione per il perdono dei peccati, e come orizzonte l’umanità intera. La Pasqua ci parla quindi di una conversione che ha come traguardo la pienezza di una vita rinnovata nell’amore del Signore. San Paolo ci ricorda che ciò inizialmente si realizza nel battesimo: “Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme a Cristo nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Nona, lettura breve – Rm 6,4). Cristo nella gloria è in permanenza la risurrezione e la vita, per la potenza sempre attuale e sempre attiva dello Spirito e della Gloria del Padre: egli è l’eterna Pasqua.

 

 

 

domenica 11 aprile 2021

LA PANDEMIA E IL FUTURO DELLA LITURGIA

 



 

Non senza sollevare qualche polemica, in quasi tutti i Paesi del mondo il confinamento ha impedito a milioni di fedeli di celebrare l’Eucaristia, cosa che non era mai accaduta prima. Alcuni sacerdoti hanno celebrato la Mesa in privato e l’hanno trasmessa tramite i social media, supportando la comunione spirituale con la parola e con l’immagine e mantenendo così certi vincoli comunitari. Ciò nonostante, per quanto ci si sia sforzati di minimizzare gli effetti del confinamento, il popolo di Dio ha dovuto sopravvivere spiritualmente senza la pratica abituale dei sacramenti, o per lo meno senza mantenerne la continuità. Qui non è in gioco soltanto la relazione con Dio, ma anche quella con la Chiesa, con la comunità e con se stessi.

 

Quando verranno meno tutte le attuali restrizioni, forse molti cristiani torneranno in chiesa rafforzati da una fede che si nutre dei sacramenti, e questo particolare digiuno sarà servito loro per rendersi conto di quanto i sacramenti siano importanti. Purtroppo però a qualche comunità cristiana questa “desacramentalizzazione” temporanea recherà problemi, e alcuni fedeli si perderanno per strada per il semplice fatto che la consuetudine forgia la virtù. Pensiamo a parrocchie con fedeli di salute cagionevole, per i quali uscire per strada e tra la gente può diventare rischioso. O a quei genitori che, avendo sperimentato una certa difficoltà a educare i figli alla fede, ora dovranno convincerli daccapo dell’importanza di partecipare alla Messa dopo vari mesi di assenza. E che dire delle comunità giovanili in formazione, alle quali sono venute meno le consuetudini che favoriscono la pratica sacramentale? O di quelle persone che – magari dubbiose sulla fede, o impaurite, o sovraccariche di lavoro – hanno perso la sana abitudine di celebrare ogni settimana i sacramenti, e ora mettono in dubbio la propria appartenenza alla Chiesa?

 

È bene inoltre tenere presente che la difficoltà non è limitata alla celebrazione dell’Eucaristia. L’attività pastorale richiede un grande investimento di tempo e di immaginazione, perché mira a creare processi nelle persone. Con la pandemia attuale questo lavoro probabilmente è rimasto interrotto, e in alcuni casi andrà ripreso da zero. Parimenti, bisognerà ripensare le liturgie, gli incontri e le celebrazioni senza il calore della folla – processioni, gruppi, ritiri, preghiere comunitarie, conferenze, Giornate mondiali della gioventù ecc. –, perché ancora per qualche tempo non si potranno tenere come si è sempre fatto.

 

Consapevoli che la nostra fede cattolica è imperniata su una vita sacramentale, ci troviamo nell’urgenza di ridisegnare nuove proposte pastorali che rispondano alla vita spirituale del popolo di Dio e possano tornare a tessere nuovi vincoli comunitari. Tutto ciò esige uno sforzo supplementare e creatività da parte di agenti pastorali che talvolta non sono in numero sufficiente. Questo già avviene in alcune parti del mondo dove mancano sacerdoti, e nell’attuale situazione si aggiunge il fatto che molte comunità devono ricomporsi a ritmi forzati dopo vari mesi di assenza delle celebrazioni fisicamente condivise. Per fortuna non mancano il tempo, i motivi e la creatività sufficiente peer celebrare la vita.

 

(Álvaro Lobo Arranz S.I., Postumi spirituali del Covid-19. In “La Civiltà Cattolica” 2021 I 437-449 [qui 440-442] 4097 [6/20 marzo 2021])  

venerdì 9 aprile 2021

DOMENICA II DI PASQUA (B) – 11 Aprile 2021 o della Divina Misericordia

 



 

At 4,32-35; Sal 117; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

 

Il tema centrale delle letture bibliche d’oggi è il rapporto tra fede e amore. La fede nel Signore risorto matura e si manifesta nell’amore fraterno.

Il personaggio centrale del racconto evangelico di questa domenica è l’apostolo san Tommaso, invitato da Gesù risorto a superare la soglia dell’incredulità per arrivare alla fede. Notiamo anzitutto che al di là delle apparenze, il dubbio non è affatto il contrario della verità. In un certo senso, ne è la ri-affermazione. È incontestabile che solo chi crede nella verità può dubitare, anzi: dubitarne. Perché il dubbio è un atteggiamento di ricerca, di esplorazione. Il dubbio, dal quale sant’Agostino fu spesso tormentato, è stato per il santo un passaggio obbligato per approdare alla verità. E così per altri grandi santi. Un noto filosofo britannico del secolo scorso, Bertrand Russell, diceva che “il problema dell’umanità è che gli stupidi sono sempre sicurissimi, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi”.

 

Tutti noi abbiamo i nostri dubbi. Nessuna meraviglia che ne abbiano avuto anche i discepoli di Gesù. Il caso di Tommaso, nella sua singolarità e temerità, esprime l’esperienza dell’intera comunità apostolica. Tommaso non si lascia convincere dalla visione che gli altri discepoli hanno avuto. Per “credere” egli vuole “vedere” nelle mani del Signore risorto il segno dei chiodi e mettervi il dito, e vuole mettere la mano nel suo fianco. Nel brano evangelico ci viene raccontato come l’apostolo passa dallo scetticismo alla professione di fede. L’incredulità di Tommaso ci ha regalato la professione di fede più bella di tutto il vangelo: “Mio Signore e mio Dio!”. La confessione di Tommaso non esprime soltanto il riconoscimento ma l’appartenenza, lo slancio e l’amore. Non dice “Signore Dio”, ma “Il mio Signore e il mio Dio”. Nel tempo di Gesù visione e fede erano abbinate, ma ora, nel tempo della Chiesa, la visione non deve più essere pretesa: basta la testimonianza apostolica.

 

Tommaso ritrovando la comunità dei fratelli, in essa ritrova Cristo. Anche se tutto si gioca nel rapporto personale tra il Signore risorto e il suo discepolo, questo rapporto si stabilisce solo nel momento in cui l’apostolo titubante è presente nel gruppo dei discepoli. La comunione con gli altri offre il contesto appropriato nel quale la presenza del Signore viene percepita. Si può leggere così il brano della prima lettura che presenta la vita della primitiva comunità cristiana di Gerusalemme come lo sfondo vitale che conferisce forza alla testimonianza dei discepoli. Gli uomini d’oggi, come una volta san Tommaso, vogliono vedere e toccare; ma la loro fede è legata alla visibilità della nostra testimonianza, della nostra vita trasformata come quella dei primi cristiani di cui parla il brano degli Atti degli Apostoli: questi cristiani – si dice - erano “un cuore solo e un’anima sola”. Dopo la risurrezione, Gesù è presente nella comunità dei credenti e si rende visibile al mondo attraverso i gesti di carità fraterna di coloro che credono in lui. L’amore non è fatto di parole. San Giovanni nella seconda lettura lo dice con una espressione misteriosa quando afferma che il Figlio di Dio “è venuto con acqua e sangue”, e cioè alle parole di verità ha fatto seguire la testimonianza della vita, fino al dono totale di sé versando il proprio sangue per la nostra salvezza. Il raccordo tra fede e amore rende credibile il cristianesimo. La risurrezione si realizza ed è testimoniata là dove si porta la pace, si libera dal male, si dona speranza, vita, un futuro più sereno, là dove l’amore si traduce in fatti.

 

 

martedì 30 marzo 2021

TRIDUO SACRO

 



GIOVEDI SANTO: MESSA VESPERTINA “IN CENA DOMINI”

1 Aprile 2021


Es 12,1-8.11-14; Sal 115; 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15

 

E’ evidente che le preghiere e le letture bibliche della Messa in cena Domini”, hanno come tema il fatto dell’istituzione dell’eucaristia. Va però osservato che questo tema è più rigorosamente proposto se lo si incentra attorno a quello della “consegna” (in latino: traditio), e questo secondo un doppio significato: quello della “consegna/tradimento” di Cristo da parte di Giuda e, in modo particolare, quello della “consegna” che Gesù fa di se stesso sia nell’evento storico della sua passione e morte, sia attraverso l’evento rituale della cena/eucaristia.

 

Nella nostra riflessione, partiamo dal racconto dell’istituzione dell’eucaristia riportato da san Paolo nella prima lettura. Dando ai discepoli il pane spezzato e dicendo loro: “Questo è il mio corpo che è per voi”, Gesù anticipa e interpreta l’evento della sua passione come consegna totale di se stesso a noi. Il “corpo” infatti, nel linguaggio biblico, non indica propriamente l’organismo fisico di una persona, ma essa stessa in quanto capace di esprimersi e di manifestarsi, la persona nella sua concreta relazionalità con gli altri e con il mondo e al tempo stesso nella sua condizione di mortalità. Di fatto Gesù ha interpretato tutta la sua esistenza in chiave di “servizio”, come esprime bene l’episodio della lavanda dei piedi riportato da Giovanni. Con il suo gesto e le sue parole sul pane nell’ultima cena, Gesù ha presentato per così dire ai discepoli – sia pure in modo velato e misterioso – il significato della sua morte quale supremo atto di donazione di se stesso, nella logica di quella radicale carità che egli aveva costantemente predicato: “Vi do un comandamento nuovo: come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (canto al vangelo).

 

La morte di Gesù in croce rappresenta l’estrema attuazione del dono di se stesso che Gesù ha compiuto, vivendo fino in fondo la logica dell’amore totale e senza condizioni per il Padre e per gli uomini. Ma questo dono non rimane solo un gesto eroico e commovente, che però esaurisce il suo senso nel compiersi come atto espressivo di amore. E’ invece un fatto da cui deriva un reale beneficio per noi, un grande bene. Gesù fa dono di se stesso “per noi”. Lo ha fatto nell’evento della sua morte in croce, e lo ha fatto nel sacramento dell’eucaristia. In ciò che è avvenuto sul calvario e in ciò che Gesù ha fatto nell’ultima cena è in gioco la stessa realtà di fondo. Il senso più profondo di ciò che è avvenuto sul calvario, è il dono totale di se stesso che Gesù ha compiuto una volta per sempre, in modo definitivo, nella morte liberamente accettata. Questa stessa realtà, il dono di se stesso per noi, è la verità profonda di ciò che Gesù ha fatto nell’ultima cena. Di questa realtà Gesù ha fatto il suo “testamento”. Dicendo “ogni volta che mangiate questo pane e bevete questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga”, Gesù ha lasciato in eredità a tutta la Chiesa lungo i secoli, come realtà perennemente presente nel gesto rituale dell’eucaristia, quel dono di se stesso e della sua vita per noi, che egli portò all’estremo compimento sul piano storico nella sua passione e morte. 

 

La liturgia del Giovedì santo celebra l’eucaristia, memoriale della Pasqua di Cristo, sacramento del suo amore infinito per noi e di quello che dobbiamo avere gli uni per gli altri, e l’istituzione del ministero sacerdotale, che deve essere compreso ed esercitato, sull’esempio del Signore, come servizio dei fratelli e delle sorelle nella comunità. Come dice la colletta della messa, “dalla partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita”.

 

 

VENERDI’ SANTO: PASSIONE DEL SIGNORE – 2 Aprile 2021

 

Is 52,13-53,12; Sal 30; Eb 4,14-16; 5,7-9; Gv 18,1-19,42

 

Il racconto della passione secondo Giovanni va letto alla luce delle altre due letture. Il brano d’Isaia mostra il volto di un personaggio misterioso, sfigurato e macerato, oppresso da spaventose sofferenze e sottoposto alle più odiose persecuzioni, disprezzato dagli uomini, percosso a morte e apparentemente abbandonato dallo stesso Dio. In realtà, però, la sua sofferenza è feconda: egli offre se stesso per il peccato delle moltitudini, e il Signore ne fa il capo di un innumerevole popolo di giustificati. Qualunque sia nel testo profetico l’identità di questo “Servo di Dio”, la liturgia del Venerdì santo ce lo propone come immagine del Cristo, il giusto oltraggiato, la cui morte ha salvato gli uomini dal peccato e che Dio ha esaltato nella sua gloria. La seconda lettura, tratta dalla Lettera agli Ebrei, esalta la grandezza e l’efficacia dell’offerta sacrificale del Cristo, intronizzato presso Dio come “il sommo sacerdote” per eccellenza, diventato per sua obbedienza “causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono”.

 

Le due prime letture sono tipologicamente collegate tramite una prospettiva cristologica: in primo piano si vuole porre il sacrificio pasquale di Cristo, presentato come momento culminante del culto perfetto e definitivo reso al Padre e causa di unità e riscatto per tutto il popolo. Il salmo responsoriale con il ritornello “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” commenta e sintetizza la prospettiva che comanda la scelta delle due letture; il canto al Vangelo (Fil 2,8-9) anticipa l’annuncio del mistero di morte e di gloria che verrà proclamato nel brano evangelico.

 

Il racconto della passione e morte del Cristo secondo Giovanni, pur ricalcando la tradizione precedente testimoniata dagli altri evangelisti, è costruito con un’angolazione di lettura degli eventi molto diversa che riflette un modo differente di rileggere il quarto canto del Servo di Dio di Isaia, proposto come prima lettura. Mentre Matteo, Marco e Luca fanno forza sulle umiliazioni e sofferenze del Servo di Dio, Giovanni mette l’accento sulla glorificazione ed esaltazione dello stesso Servo. L’evangelista legge gli eventi tenendo d’occhio il risultato finale. Non c’è da meravigliarsi se qualche studioso della Bibbia abbia intitolato l’intero racconto giovanneo della passione e morte di Gesù: “Il libro della gloria”. Così vediamo che nel suo racconto, Giovanni sottolinea che Gesù va liberamente incontro alla croce: non è un “consegnato”, ma “uno che si consegna”. E’ Egli che dirige gli eventi, non gli uomini che l’hanno catturato. Egli è sì sofferente, ma immerso in un alone di maestà e di gloria fino alla fine quando pronuncia con calma e solennità le sue ultime parole: “E’ compiuto”. Giovanni intende in tutta la vicenda della passione ricordare che l’umiliato è già il vincitore. Certamente egli racconta prima la passione e poi la risurrezione. Tuttavia sovrappone l’umiliazione e la gloria. Durante la passione Gesù è già il Figlio di Dio, e questa convinzione trasfigura ogni racconto: colui che è arrestato è in realtà il vincitore, colui che è processato è in realtà il giudice, il Crocifisso è già il glorificato. Per Giovanni la Croce è lo specchio della gloria.

 

La liturgia del Venerdì santo non separa mai le due sponde degli eventi pasquali. Così, ad esempio, nell’adorazione della Croce, uno dei momenti culminanti della celebrazione, la Chiesa canta: “Adoriamo la tua Croce, Signore, lodiamo e glorifichiamo la tua santa risurrezione. Dal legno della Croce è venuta la gioia in tutto il mondo”. In modo simile si esprimono la preghiera dopo la comunione e la benedizione finale.

 

  

VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA – 4 Aprile 2021

 

Gn 1,1-2,2; dal Sal 103, oppure dal Sal 32 - Gn 22,1-18; dal Sal 15 - Es 14,15-15,1; da Es 15,1-18 - Is 54,5-14; dal Sal 29 - Is 55,1-11; da Is 12,2-6 - Bar 3,9-15.32 - 4,4; dal Sal 18 - Ez 36,16-17a.18-28; dai Sal 41, oppure (quando si celebra il battesimo) da Is 12,2-6, oppure dal Sal 50 - Rm 6,3-11; dal Sal 117; Mc 16,1-7.

 

Dopo i sette brani dell’Antico Testamento, con i rispettivi salmi responsoriali, si legge un breve passo della Lettera di san Paolo ai Romani, il relativo salmo responsoriale e, in seguito, nell’Anno B, si proclama il vangelo della risurrezione secondo Marco. Le letture dell’Antico Testamento possono essere ridotte a tre e, in casi particolari, solo a due; ma non dev’essere mai tralasciata la lettura dell’Esodo sul passaggio del Mar Rosso. Il nuovo “esodo” si verifica prima di tutto nel Cristo, nel suo passaggio dalla morte alla vita, dal mondo al Padre, dall’umiliazione alla gloria. E’ questa la Pasqua di Cristo, che diventa Pasqua di tutti noi nel fonte battesimale, in cui siamo stati liberati dalla schiavitù del peccato affinché “possiamo camminare in una vita nuova” (epistola).

 

La Veglia pasquale, che sant’Agostino chiama “madre di tutte le veglie”, è il cuore dell’anno liturgico, da cui si irradia ogni altra celebrazione. Colta nella sua globalità, con i gesti, i simboli e i testi che la differenziano da tutte le altre celebrazioni cristiane, è la più grande catechesi della storia della salvezza. Noi qui ci limitiamo ad una breve riflessione sul racconto del vangelo di san Marco, il brano evangelico che viene proclamato nell’Anno B del Lezionario.

 

Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salòme, le tre donne che nel mattino del primo giorno della settimana si recarono al sepolcro, sono le stesse che sul Golgota assistettero da lontano alla morte di Gesù. Queste tre donne, passato il sabato comprarono oli aromatici per ungere il corpo di Gesù, e al mattino presto si recarono al sepolcro per compiere su Gesù il rito dell’unzione del suo corpo che ancora non era stato fatto. Entrate nel sepolcro, trovarono un giovane vestito di una veste bianca, seduto sulla destra, ed “ebbero paura” dice Marco. E’ l’atteggiamento di chi è consapevole di trovarsi di fronte ad un’epifania divina: il mistero appare come un realtà terribile che svela la distanza infinita tra il Creatore e la creatura. Ora le donne sono messe in contatto con la rivelazione stessa di Dio che mostra loro la straordinaria potenza della risurrezione all’interno della vicenda umana. Ma il giovane le rassicura: “Non abbiate paura! […] Gesù è risorto…” E aggiunge: “Andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: ‘Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto’ ”. Le donne, ancora terrorizzate, sono incapaci di pronunciare una sola parola, ma compiono la loro missione. Per Marco non sono le donne le testimoni dell’ “inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1). I testimoni su cui si fonda la nostra fede sono i discepoli e Pietro in modo particolare.

 

Il nucleo del Vangelo, come “buona notizia” proclamata fin dall’inizio ai giudei e greci, è racchiuso in queste parole: “Cristo è risorto dai morti”. La risurrezione di Gesù è un evento che si radica nella storia, ma che può essere conosciuto solo nella fede. La risurrezione è un atto di Dio e l’agire di Dio è oggetto di fede non di indagine storica. La fede è un cammino pasquale di morte a se stessi, alle proprie certezze, alle proprie evidenze, per nascere alla verità di Dio e del suo messaggio. Sembra talvolta però che il Gesù in cui crediamo sia ancora morto. Gesù è morto quando lo teniamo fuori dalla nostra vita, morto se la sua Parola non trasforma profondamente i nostri cuori. Gesù è morto e sepolto quando la nostra diventa una religione senza fede, un quieto nonché ambiguo appartenere alla cultura cristiana senza che il fuoco della sua presenza contagi la nostra e altrui vita.

 

  

DOMENICA DI PASQUA: RISURREZIONE DEL SIGNORE – MESSA DEL GIORNO

4 Aprile 2021

 

At 10,34a.37-43; Sal 117; Col 3,1-4 (oppure: 1Cor 5,6b-8); Gv 20,1-9 (nella messa vespertina: Lc 24,13-35)

 

Il salmo responsoriale è tratto dal Sal 117, un inno di gioia e di vittoria, proclamato in ogni celebrazione eucaristica della settimana pasquale e nella liturgia delle ore di ogni domenica. Il salmo forma parte del “hallel egiziano”, così chiamato perché si cantava specialmente in occasione del memoriale della liberazione degli Israeliti dall’Egitto, durante il sacrifico dell’agnello e durante la cena pasquale. La liturgia della domenica di Pasqua ci ricorda che il nostro agnello pasquale è Cristo (cf. seconda lettura alternativa, sequenza, prefazione pasquale I e antifona alla comunione); nel mistero della sua risurrezione dai morti si compiono tutte le speranze di salvezza dell’umanità: è questo il giorno di Cristo Signore. La risurrezione di Cristo dai morti rappresenta il centro del mistero cristiano, è la base e la sostanza della nostra fede. “Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (1Cor 15,14). Con queste parole l’apostolo Paolo esprime il cuore di tutto il messaggio cristiano.

 

Nella prima lettura, ascoltiamo san Pietro che annuncia con decisione al popolo il mistero della risurrezione del Signore di cui egli e gli altri apostoli sono testimoni. Nella seconda lettura, san Paolo trae da questo evento le conseguenze per una vita cristiana rinnovata. Ci soffermiamo sul brano evangelico (Gv 20,1-9), che racconta lo stupore di Maria di Màgdala e di Pietro e dell’ “altro discepolo, quello che Gesù amava”, dinanzi al sepolcro vuoto. Nel racconto si sottolinea anzitutto l’itinerario di fede di Maria e dei due discepoli nel Cristo risorto, una fede che non si impone come un’evidenza, ma nasce a partire da “segni” che bisogna decifrare. In primo luogo, l’itinerario di fede di Maria di Màgdala, che giunge di buon mattino al sepolcro “quando era ancora buio”. Sembra una donna avvolta nelle tenebre dell’incredulità: appena vede che la pietra è stata tolta, neppure lontanamente è sfiorata dall’idea della risurrezione; subito pensa e corre a dirlo a due discepoli: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. Poi Maria ritorna al sepolcro: vede Gesù, ma lo confonde col giardiniere. Lo riconosce solo quando Gesù la chiama per nome (cf. Gv 20,11-18). Il racconto di Giovanni tende a relativizzare il vedere e, anche, l’esperienza del Gesù terrestre. Non basta vedere il Signore per riconoscerlo; è Lui che deve svelarsi.

 

L’itinerario di fede dei due discepoli ha altre caratteristiche, almeno quello del discepolo che Gesù amava. Simon Pietro guarda stupito, constatando che il corpo non è più nel sepolcro, ma che vi sono rimasti, accuratamente piegati, il lenzuolo e il sudario. L’altro discepolo, invece, vede e crede immediatamente. Non ha bisogno di vedere Gesù per credere. Egli constata che Gesù non è avvolto dai panni funebri. Quindi è vivo. Il racconto evangelico conclude con queste parole: “Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”. E’ sempre alla luce della Scrittura che si rivela il senso dei segni, eclatanti o modesti, e che lo sguardo si apre alle cose della fede.    

          

La risurrezione di Cristo, vertice del mistero della fede, inaugura l’era della salvezza offerta a tutti gli uomini. Chiunque crede nel Risorto riceve fin d’ora il perdono dei peccati, e vive in attesa che il Signore vincitore della morte si manifesti come “giudice dei vivi e dei morti”. Tale è, in tutta la sua ampiezza, l’oggetto della fede apostolica e della celebrazione pasquale.

 

 

QUALE CRITERIO PER MOLTIPLICARE LE MESSE?

 



 

La lettera del card. Sarah, in cui il porporato promuove la messe “individuali” nella Basilica di san Pietro, ha provocato una serie di reazioni.

 

http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2021/03/29/esclusivo-il-cardinale-sarah-chiede-al-papa-di-ritirare-il-divieto-delle-messe-%E2%80%9Cindividuali%E2%80%9D-in-san-pietro/

 

 

Qui mi limito a fare una brevissima e semplice riflessione. Nell’Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis, Benedetto XVI ricorda che ogni Celebrazione eucaristica ha un “valore oggettivamente infinito”, e aggiunge che “se vissuta con attenzione e fede, è formativa nel senso più profondo del termine, in quanto promuove la conformazione a Cristo e rinsalda il sacerdote nella sua vocazione” (n. 80). Ecco quindi che il valore infinito della Messa produce frutto nella misura in cui i celebranti/partecipanti la vivono “con attenzione e fede”. Mi domando: se al posto delle celebrazioni individuali dei singoli sacerdoti, questi stessi sacerdoti concelebrano in una atmosfera rituale più ricca e comunitaria, non ne possono ricavare un maggior frutto spirituale? Moltiplicare le Messe da per sé non produce automaticamente una maggior “conformazione a Cristo”. Non per nulla la Chiesa “limita” le Messe che ogni singolo sacerdote può celebrare ogni giorno.