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venerdì 26 novembre 2021

DOMENICA I DI AVVENTO (C) – 28 Novembre 2021

 



 

Ger 33,14-16; Sal 24; 1Ts 3,12-4,2; Lc 21,25-28.34-36

 

L’anno liturgico inizia con l’invito a dare uno sguardo alla storia della nostra salvezza. Il testo di Geremia ci esorta alla fede, cioè alla fiducia nel compimento delle promesse di Dio che ha avuto nella storia come momento culminante la prima venuta del Figlio di Dio “nell’umiltà della nostra natura umana” (prefazio dell’Avvento I). La seconda lettura ci invita alla carità, in cui tutti i credenti siamo invitati a crescere e sovrabbondare nel tempo che ci viene dato vivere in questo mondo. Il brano evangelico parla della meta e traguardo ultimo e definitivo della storia: il ritorno del Figlio dell’uomo, che alla fine dei tempi verrà “con grande potenza e gloria”, e ci esorta ad attenderlo con speranza vigilante, senza turbamento.

 

Le immagini e le parole misteriose con cui Gesù descrive il suo ritorno glorioso alla fine della storia sono da interpretare in modo adeguato. Dietro questa descrizione del futuro, che può apparire a prima vista fosca e terrorizzante, bisogna leggere l’attesa di eventi storici che segneranno per sempre la sconfitta definitiva del male e il trionfo ultimo del bene. In questa luce, il ritorno glorioso del Cristo alla fine dei tempi, è da considerarsi un evento non tanto temuto quanto piuttosto atteso, anzi addirittura invocato con speranza dagli oppressi, vittime della malvagità degli uomini, e dall’intero popolo di Dio pellegrinante sulla terra. Caratteristico del racconto di san Luca è appunto la speranza nel compimento della salvezza: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”. Speranza di cui parla anche l’antifona d’ingresso della messa facendo proprie le parole del Sal 24, adoperato inoltre come salmo responsoriale: “A te, Signore, elevo l’anima mia, Dio mio, in te confido…” La nostra speranza poggia sulla fedeltà di Dio, che ha fatto “promesse di bene” (prima lettura).

 

Per noi cristiani il tempo è un continuo “avvento”, un ininterrotto venire di Dio. Il Signore viene in continuazione, in ogni uomo e in ogni tempo. Perciò siamo invitati a vegliare e pregare. La vigilanza orante ci rende capaci di discernere i segni e i modi della presenza del Signore. La storia umana non è da concepirsi come un succedersi più o meno caotico di fatti senza significato, ma come il compiersi graduale del “progetto” di salvezza che Dio ha sull’uomo. In questo progetto Dio ha voluto impegnare anche la nostra libertà e quindi la nostra cooperazione. La nostra vita non sfocia nel nulla, nella delusione, ma può avere, se lo vogliamo, una conclusione positiva. Nel brano della seconda lettura, per preparare questo futuro positivo, san Paolo ci stimola a crescere e sovrabbondare nell’amore fra noi e verso tutti per rendere saldi e irreprensibili i nostri cuori e irreprensibili nella santità, “davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi.”  

       

In questo impegno quotidiano ci è di aiuto l’eucaristia, “che a noi pellegrini sulla terra rivela il senso cristiano della vita”, ed è sostegno nel nostro cammino e guida ai beni eterni (orazione dopo la comunione), nonché “pane del nostro pellegrinaggio” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1392). “L’eucaristia è tensione verso la meta, pregustazione della gioia piena promessa da Cristo; in certo senso, essa è anticipazione del paradiso, pegno della gloria futura. Tutto, nell’eucaristia, esprime l’attesa fiduciosa, che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo” (Ecclesia de Eucharistia, n. 18).

 

 

domenica 21 novembre 2021

IN CHE SENSO LA MESSA E’ ANCHE NOSTRA

 



Il vescovo di Novara, Mons. Franco Giulio Brambila, ha ricordato ad un parroco, inviato ad esercitare il suo ministero in una nuova parrocchia, che la preghiera liturgica, nel caso specifico la Messa, “non è nostra ma della Chiesa madre” e, quindi, la “actuosa participatio” non è un invito alla creatività che vada oltre agli spazi di creatività previsti dal Messale stesso.

Il Prof. Andrea Grillo prende posizione nel suo blog Come se non (https://www.cittadellaeditrice.com/munera/come-se-non/) e si domanda che cosa significa affermare “la Messa non è nostra”? Come atto di “riconoscimento”, l’atto rituale non è mai un atto assolutamente creativo. E tuttavia, per essere atto rituale, la messa deve anche restare un atto relativamente creativo. L’azione rituale della Eucaristia è un atto di Cristo e della Chiesa. Quindi allo stesso tempo “non è” nostra ed “è” nostra. In ogni linguaggio della messa non agisce né solo Dio né solo il popolo, né solo Cristo né solo la Chiesa. Ma sempre, allo stesso tempo, gli uni e gli altri, insieme, concordemente, in una relazione qualificante.

E il Prof. Grillo conclude affermando, tra l’altro: Una Chiesa che, proprio nel suo atto più decisivo, fosse solo capace di “riprodurre testi classici” e incapace di improvvisare con fedeltà e con gusto, sarebbe una Chiesa in profonda crisi. Nessun intervento sul testo della Messa è di per sé giustificato, salvo che non vi sia un cammino comunitario che elabora forme rispettose di approfondimento, di riflessione, di articolazione e di arricchimento della fede ecclesiale. Poiché questo non è ordinario, ma non può essere escluso, il principio affermato (“la Messa non è nostra”) è un principio relativo, ma non un principio assoluto.

Non c’è dubbio che la riflessione del Prof. Grillo, che ho sintetizzato con le sue stesse parole, ha un suo fascino e la possibilità di essere accolta nel caso “non ordinario” da lui indicato, anche se la disciplina attuale non lo contempla. Non è facile trovare una comunità che intraprenda un cammino del genere.

Vorrei aggiungere qualche mia breve considerazione. Purtroppo, la creatività che si riscontra in molte celebrazioni eucaristiche è d’altro genere e non si può considerare un arricchimento. Anzi, si rischia di strumentalizzare la liturgia per adeguarla ai propri gusti. Direi che si tratta di un nuovo devozionismo. Se per secoli le devozioni hanno occupato lo spazio del rito e impedito la partecipazione ad esso, oggi i fautori della creatività occupano lo spazio del rito della Chiesa con le loro fantasie e impediscono che la “mente concordi con la parola (della Chiesa)” (cf. SC 90).   

venerdì 19 novembre 2021

DOMENICA XXXIV DEL TEMPO ORDINARIO – 21 Novembre 2021 NOSTRO SIGNORE GESU’ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

 


 

Dn 7,13-14; Sal 92; Ap 1,5-8; Gv 18,33b-37

 

Celebriamo la solennità di Cristo Re dell’universo nell’ultima domenica dell’anno liturgico, quasi come sintesi di tutto ciò che abbiamo celebrato durante l’anno. Infatti, ogni domenica, “giorno del Signore”, proclama la sovrana signoria di Cristo. Alla fine di questo percorso annuale, l’ultima domenica intende celebrare in modo più organico ciò che costituisce il nocciolo di ogni celebrazione domenicale. Le letture bibliche odierne illustrano alcuni aspetti di questo mistero: Cristo centro della nostra vita e Signore della storia.

 

Tutti i poteri e regni di questo mondo sono destinati prima o poi a fallire, a scomparire. Il testo profetico della prima lettura invece, parlando del futuro regno messianico, lo descrive come un regno “eterno, che non finirà mai”. Il sovrano di questo regno messianico preannunciato dai profeti è Gesù. Nel brano evangelico, vediamo che per tre volte Gesù dice: “Il mio regno”, e per due volte si preoccupa di chiarire che questo regno è completamente al di fuori degli schemi mondani: “Il mio regno non è di questo mondo”, e cioè il regno di Cristo è diverso dei poteri mondani, si colloca su di un altro piano. Il regno di Gesù non si costruisce con la forza che si impone dall’esterno, ma con la forza interiore della verità che trasforma l’uomo dal di dentro. Infatti, il suo compito - lo dice egli stesso - è quello di “dare testimonianza alla verità”. Il fondamento della regalità di Cristo è quindi la testimonianza che egli rende alla verità. Sappiamo che Pilato non ha capito queste parole di Gesù. Cos’è la verità?

 

Nel vangelo di san Giovanni, che ci tramanda il passaggio in questione, la verità non è un concetto astratto o un principio filosofico, ma la rivelazione concreta di Dio e del suo amore; la verità è che Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio unigenito. Gesù ha reso testimonianza a questa verità, ha manifestato cioè questo amore di Dio con le sue parole e le sue opere, con la sua vita e, soprattutto, con la sua morte, che è la suprema sua testimonianza a favore della verità. Come dice san Giovanni nel brano dell’Apocalisse proposto come seconda lettura, egli ci ha amati e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue. La signoria di Cristo significa che Dio non permette che il mondo vada in rovina, anzi in lui lo ha portato definitivamente alla salvezza.

 

Dire regno di Cristo significa dire giustizia, pace, libertà, dignità umana, amore, liberazione dal peccato e da ogni forma di male (cf. il prefazio). Nella misura in cui questi valori s’impadroniscono di noi e della storia, il regno di Dio si compie o, meglio, il regno di Dio accelera il suo compimento. Ecco, quindi, che il regno di Cristo cresce in noi nella misura in cui diamo spazio a questi valori, nella misura in cui ne siamo protagonisti nella storia.

 

domenica 14 novembre 2021

LE ORAZIONI SALMICHE

 



 

I Principi e norme per La liturgia delle Ore parlano più volte delle “orazioni sui salmi o salmiche” (PNLO, nn. 110, 112, 202). Queste orazioni, proposte per i singoli salmi, aiutano a interpretare i salmi in senso soprattutto cristiano e si possono usare ad libitum. Secondo un’antica tradizione, sono recitate terminato il salmo e fatta una breve pausa di silenzio. I PNLO affermano che tali orazioni si troverebbero in un Supplemento della Liturgia delle Ore che, però, non è stato mai pubblicato.

 

In ogni modo, sono state molteplici le iniziative private al riguardo. Ne cito alcune in lingua italiana: C.A.L. (a cura di), Ascolta la mia voce. Lodi mattutine e Vespri secondo la Liturgia delle Ore, Marietti, Casale Monferrato 1983; David M. Turoldo - Gianfranco Ravasi, "Lungo i fiumi...." I Salmi. Traduzione poetica e commento, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1987; Giambattista Montorsi, Salmi. Preghiera di ogni giorno, Edizioni Messaggero, Padova 1991 (quarta ristampa); Paolino Beltrame Quattrocchi, I salmi preghiera cristiana. Salterio corale, Edizioni Piemme, Casale Monferrato 199412; Angel Aparicio – José Cristo Rey García, I Salmi preghiera della comunità. Per celebrare la Liturgia delle Ore, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1995; Angelo De Simone, Guida alla Liturgia delle Ore. Commenti e orazioni per la celebrazione corale, San Paolo, Cinisello Balsamo 1996; Luigi Della Torre, Il canto di lode. Monizioni e orazioni per salmi e cantici. Lodi e Vespri, Paoline, Milano 1997; Ludwig Monti, I Salmi: preghiera e vita. Commento al Salterio, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2018; I Salmi. Pregarli, cantarli, comprenderli, Paoline – San Paolo, Edizioni San Paolo 2020.

 

Sono opere con impostazione e valore diversi. Alcune, oltre ad offrire le orazioni salmiche, contengono anche una introduzione ai singoli salmi. Fra tutte queste pubblicazioni, è da apprezzare il volumetto di Giambattista Montorsi, in cui troviamo, oltre alle preghiere salmiche, una breve introduzione al singolo salmo e cantico biblico, divisa in quattro parti che fanno riferimento al salmo come preghiera del popolo ebraico, di Cristo, della Chiesa e della comunità che lo prega. Montorsi inoltre segue la struttura del Salterio liturgico diviso in quattro settimane e offre questo materiale per tutte le Ore dell’Ufficio divino nonché per la Salmodia complementare e per i diversi Comuni e l’Ufficio dei defunti. Contiene anche una preziosa Appendice con altri elementi pratici.

 

Ci auguriamo che la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti pubblichi il promesso Supplemento della Liturgia delle Ore. Si sa che da anni esiste un materiale al riguardo.

 

venerdì 12 novembre 2021

DOMENICA XXXIII DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 14 Novembre 2021

 



Dn 12,1-3; Sal 15; Eb 10,11-14.18; Mc 13,24-32

 

Soltanto nel Signore possiamo trovare la fonte della gioia, della pace e la promessa sicura di una vita eterna, al di là della morte. Dio non ci abbandona, ma ci fa partecipi della sua eterna felicità. Come san Paolo, in catene a Roma a motivo del Vangelo, possiamo dire anche noi con grande fiducia: “So in chi ho posto la mia fede” (2Tm 1,12).

 

Avviandoci ormai alla conclusione dell’anno liturgico, le letture bibliche di questa penultima domenica ci invitano a riflettere sulle ultime realtà, sulla fine della storia e del mondo, quando cioè si compirà in modo definitivo la salvezza che ora possediamo solo nella speranza. Il Catechismo della Chiesa Cattolica riassume la fede della Chiesa su questo punto con le seguenti parole: “Il giudizio finale avverrà al momento del ritorno glorioso di Cristo. Soltanto il Padre ne conosce l’ora e il giorno, egli solo decide circa la sua venuta. Per mezzo del suo Figlio Gesù pronunzierà allora la sua parola definitiva su tutta la storia” (n.1040). Le letture bibliche odierne ci invitano ad approfondire alcuni aspetti di queste ultime realtà.

 

Il brano del libro di Daniele, proposto come prima lettura, è uno dei testi più caratteristici dell’Antico Testamento sul tema della retribuzione finale: la salvezza verrà data in modo pieno e definitivo a quanti hanno operato il bene. Il brano evangelico descrive il ritorno del Figlio dell’uomo alla fine dei tempi che verrà a “radunare i suoi eletti”. Siamo invitati a vegliare ed essere pronti (cf. canto al vangelo) perché “quanto a quel giorno o a quell'ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre”. Queste misteriose parole, con cui si conclude il brano evangelico odierno, danno una vigorosa lezione ai profeti di sventura intenti a determinare la fine del mondo. Chi ha fede e fiducia, non ha bisogno di fare questi calcoli.

 

Ascoltando le parole con cui Gesù descrive la fine dei tempi, siamo talvolta presi dallo spavento. Notiamo però che il linguaggio usato dal Vangelo, chiamato linguaggio apocalittico, proprio della tradizione ebraica, in fondo è un linguaggio che viene adoperato per rivelare (apocalisse significa “rivelazione”) il senso della storia e il destino dell’uomo. Dio ha su di noi “progetti di pace e non di sventura” (antifona d’ingresso - Ger 29,11.12.14). La seconda lettura apre il cuore alla fiducia in Cristo, nostro giudice, il quale sta alla destra di Dio, ma ha offerto se stesso per il perdono dei nostri peccati. Il perdono acquistato con il sangue di Cristo è sempre più grande di tutte le nostre infedeltà. Ciò che all’esterno appare come catastrofe e rovina in verità è il compimento della salvezza. Questo mondo va verso una fine, verso quel “giorno del Signore” già invocato dai credenti di Israele, giorno di salvezza e di giudizio. E ciò avviene per un preciso disegno di Dio che è Signore della storia e del tempo.

 

Chi prende sul serio l’incertezza e caducità di ogni cosa terrena, si apre al dono della salvezza. Ma il pensiero della morte, della fine della nostra esistenza terrena non ci deve indurre ad un atteggiamento di disimpegno nei confronti della vita presente. Il servizio fedele e responsabile prepara “il frutto di un’eternità beata” (orazione sulle offerte). Il futuro, quindi, appartiene anche alle nostre mani, e ogni carenza di impegno diventa anche carenza di salvezza. Vivere l’attesa del Signore significa vivere in stato di conversione.

 

         

domenica 7 novembre 2021

LA CELEBRAZIONE LITURGICA FA LA CHIESA

 



 

Pierangelo Sequeri, Gloria della liturgia forza del credere. La celebrazione è la forma della Chiesa: non si tratta di nutrire nostalgie ma di restituire incanto e bellezza a quel “luogo” che apre il “tempo”, in “Luoghi dell’infinito”, ottobre 2021, 26-30.

 

Di questo interessante articolo del Prof. Sequeri, offro in seguito ciò che sembra essere lo schema fondamentale e minimo del suo discorso. Raccomando la lettura del testo intero.

 

Il Professore inizia affermando: “La celebrazione liturgica, prima ancora di ‘comunicare’ una forma di Chiesa, la ‘fa’. La imprime e la esprime nel suo stesso esercizio”. Il mistero accade nonostante la nostra pochezza, che spesso riduce il rito a mesta incombenza disciplinare o a fantasiosa animazione dopolavoristica. Il passaggio alla contemporaneità dell’ethos che deve ospitare e confermare la bellezza di una celebrazione cristiana eloquente, nell’habitat della città secolare, non è ancora avvenuto. Non si tratta di espedienti per “animare” la liturgia, spesso così “creativi” da configurare una ritualità parallela a quella prevista.

 

L’appello all’incanto perduto del rito sacro, anche se erroneamente fissato sul blocco della tradizione preconciliare e sull’uso della lingua latina, ha qualche ragione. La traduzione e l’aggiornamento che ci mancano riguardano la pratica mistagogica del rito. Troppo lunga è stata la sottovalutazione dell’estetico (il rito); troppo precipitosa appare la sua conciliazione. Manca la sapienza fine di un’estetica dell’intensità – non dell’animazione – della scena liturgica, della memoria biblica, della fantasia ecclesiale.

 

venerdì 5 novembre 2021

DOMENICA XXXII DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 7 Novembre 2021

 



1Re 17,10-16; Sal 145; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44

 

È donando dalla nostra povertà che noi diventiamo veramente ricchi davanti a Dio. In sintesi, è questo il messaggio che sembra emergere dalle letture bibliche. La prima lettura e il brano evangelico parlano della generosità di due povere vedove. La povera vedova di Zarepta, che aiuta il profeta Elia e la vedova lodata da Gesù perché i pochi spiccioli gettati nella cassetta delle offerte del Tempio rappresentano tutto quanto essa ha per vivere. Malgrado la loro povertà le due donne che la parola di Dio ci presenta trovano ancora qualcosa da dare: la prima accetta di condividere il poco che ha con uno straniero, mentre lei e suo figlio sono sulla soglia della morte; l’altra, in un atto di omaggio a Dio e di adorazione, dà il denaro di cui aveva bisogno per vivere. Ambedue si rivelano adorne delle qualità che devono caratterizzare la figura del discepolo di Cristo: disponibilità ad accogliere la parola di Dio, abbandono incondizionato al suo volere, prontezza a donare e a perdere anche la vita. L’offerta povera di queste donne è offerta amorosa e totale della vita.

 

Soffermiamoci brevemente sulla scena evangelica. Nel cortile del Tempio, al quale avevano accesso anche le donne, erano allineate tredici ceste, in cui venivano gettate le offerte. Ci sono molti ricchi che fanno laute offerte, di cui il sacerdote ripete ad alta voce l’entità, suscitando l’ammirazione dei presenti. E c’è una povera vedova che offre pochi spiccioli e non suscita nessun mormorio di ammirazione. Gesù però la scorge e richiama l’attenzione dei discepoli contrapponendo la condotta della vedova alla vanità, ambizioni e privilegi degli scribi, che erano i maestri della legge dell’Antico Testamento, e alla ostentazione vanitosa di tanti ricchi che gettavano molte monete nella cassetta delle offerte. Questi, dice Gesù, danno del loro superfluo, mentre invece la povera vedova dà tutto quanto possiede. A partire dalle azioni più semplici e quotidiane Gesù sa leggere l’intenzione profonda del cuore; egli giudica non secondo le apparenze ma in verità, poiché è capace di vedere in profondità ciò che tutti vedono, grazie ad uno sguardo diverso sulla realtà, uno sguardo secondo il sentire di Dio. A parte la sete di potere e di arrivismo che ovunque regna, bisognerebbe vedere fino a che punto noi cristiani siamo capaci di gesti generosi di ospitalità e di partecipazione alle sofferenze dei nostri simili. Dio non ci chiede il nostro denaro, ma chiede la nostra persona, e cioè la nostra disponibilità a donarsi per il bene degli altri.

 

Il vero dono non è dono di qualcosa, ma simbolizza il dono di sé, il dono della vita. In questo contesto, possiamo collocare l’esempio supremo di Cristo di cui parla la seconda lettura. E, il gli ci rende partecipi della sua vita divina offrendo se stesso: “Cristo si è offerto una volta per tutte per togliere i peccati di molti”. È donando noi stessi che ciascuno di noi partecipa veramente al dono della salvezza che Gesù ci offre. Il senso dell’eucaristia è questo: l’innesto sempre nuovo della nostra vita dentro all'unico e perfetto sacrificio di Cristo.

 

martedì 2 novembre 2021

I PARAMENTI LITURGICI. QUALE COMUNICAZIONE?

 



 

I paramenti liturgici sono aperti a sempre nuove interpretazioni e devono essere letti oggi in conformità con il contesto nuovo della liturgia comunitaria, che il Concilio ha delineato programmaticamente, ma che non è ancora praticata con tutta la coerenza necessaria. I paramenti liturgici di oggi sono paramenti con una lunga tradizione storica. Il materiale, in parte il taglio, più raramente la decorazione, sono rimasti gli stessi per lunghi periodi di tempo.

 

Ma l'interpretazione continua a svilupparsi. I paramenti vengono reinterpretati continuamente in contesti liturgici ed ecclesiastici che mutano, assicurando così la loro pertinenza rispetto alla liturgia, per l'autocomprensione e l'attribuzione del ruolo ecclesiastico al prete e agli altri soggetti, per la comprensione della liturgia da parte dei fedeli, sempre che non si tratti di puro anacronismo.

 

L'ermeneutica scaturisce dalla liturgia (e dalla teologia liturgica) di ogni tempo. Il paradigma ermeneutico del presente è la liturgia vissuta da tutti i battezzati. Questo deve essere sottolineato al massimo nell'attuale crisi della Chiesa. Questo tratto di teologia battesimale della comunione liturgica deve caratterizzare in modo fondamentale e sempre di più ogni azione liturgica

 

È, per così dire, il di DNA della liturgia cattolica di oggi. Nulla nella liturgia è mera esteriorità o semplice accessorio. L'estetica della liturgia non è qualcosa di secondario. Il modo in cui si celebra rivela che cosa si sta celebrando. E mostra chi sta celebrando e con quale comprensione di sé. I paramenti liturgici devono quindi essere compresi coerentemente in termini di liturgia celebrata comunitariamente. In questo modo possono assumere un nuovo significato o almeno una variazione di significato.

 

In passato la veste serviva soprattutto all'identità del clero, mentre oggi il suo significato per l'assemblea viene considerato ancora troppo poco.

 

Fonte: Gregor Maria Hoff, Julia Knop, Benedikt Kranemann, Il potere del sacro, in “Il Regno”, n. 14 Attualità (2021), 471. Meritano una lettura tutte le pagine dedicate al tema (469-471).

 

lunedì 1 novembre 2021

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI – 2 Novembre 2021

 



3° formulario di Messa

 

Sap 3,1-9; Sal 41-42; Ap 21,1-5a.6b-7; Mt 5,1-12a

 

Il Giorno dei fedeli defunti è anzitutto un giorno di speranza! Il brano del libro della Sapienza della prima lettura apre il nostro cuore alla speranza: le anime dei giusti sono “nelle mani di Dio” e “nella pace”. Anche la seconda lettura contiene un messaggio di speranza: a partire dall’esperienza del cammino percorso dal popolo d’Israele nel deserto prima di arrivare alla terra promessa, Giovanni annuncia che Dio “asciugherà ogni lacrima” e abiterà con noi per sempre. Pure il brano evangelico si chiude con parole che invitano alla fiducia, parole pronunciate dallo stesso Gesù alla fine del discorso sulle Beatitudini: “Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”.

 

“Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà”. Le mani sono come il prolungamento della realtà più intima dell’essere umano. Rappresentano una mirabile fusione del corpo e dello spirito. L’immagine delle “mani” è particolarmente adatta ad esprimere quanto grande sia l’amore con cui Dio ci circonda. Quando la Bibbia intende dare un simbolo al potere creatore di Dio, alle sue imprese di salvezza o alla sua vicinanza di Padre, ricorre spesso all’immagine delle mani. La mano è quindi simbolo del potere e dell’azione, ma anche della misericordia e dell’amicizia di Dio: “Ho teso la mano ogni giorno a un popolo ribelle” (Is 65,2), dice il Signore per bocca del profeta Isaia.

 

Il brano dell’Apocalisse che abbiamo ascoltato appartiene all’ultima parte o ultima visione del libro, che ha come tema di fondo il rinnovamento messianico dell’intera creazione, giunto ormai alla sua piena realizzazione. Ecco perché l’insistenza sul termine “nuovo” e sul fatto che ciò che era prima, col suo retaggio di male e di sofferenza, è ormai superato “perché le cose di prima sono passate”, e che le forze del male sono vinte definitivamente. Si parla della Gerusalemme futura, simbolo di un’umanità nuova, il traguardo a cui Dio vuol condurre la sua opera di salvezza. Gerusalemme è descritta con le due immagini della città e della sposa. La città degli eletti, contrariamente a quella di Babilonia, è un dono di Dio, che scende dal cielo, pronta come una sposa nel giorno delle nozze definitive col Creatore. Quel giorno l’amore, finalmente palese e condiviso, cancellerà ogni amarezza dal volto degli eletti. La terra e il mare, poi, simboli della schiavitù degli Ebrei in Egitto, lasceranno il posto alla terra promessa.

 

Nella lettura evangelica abbiamo ascoltato il discorso delle Beatitudini, cuore del messaggio neotestamentario. Gesù sale sulla montagna e pronuncia il discorso circondato dai dodici apostoli e dalle folle: si tratta di una folla venuta da ogni dove, persino dalla Decapoli e da oltre il Giordano. Si tratta quindi di un discorso rivolto a tutti, non solo ai dodici e non solo al popolo giudaico, ma a tutti. Questa pagina evangelica riassume l’oggetto totale della speranza cristiana di fronte alla morte. Gesù però non parla solo di un futuro lontano. Per i profeti le beatitudini erano al futuro, una speranza. Per Gesù sono al presente: “oggi” i poveri sono beati. I destinatari dell’augurio sono quindi già ora “beati”, sono cioè nella situazione giusta, nella corretta apertura a Dio. Resta vero in ogni caso che si tratta di un messaggio che si attua in pienezza solo se rimane aperto sull’eternità. Le Beatitudini sono la scommessa che il vero discepolo di Gesù fa su una “nuova umanità”, resa possibile non dai soli sforzi umani, ma dal Dio che ha scelto di stare dalla parte dei poveri, dei miti, dei giusti, di coloro che soffrono per il bene e per la pace.

         

domenica 31 ottobre 2021

TUTTI I SANTI – 1 Novembre 2021

 


 

Ap 7,2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12a

 

Se a Pasqua abbiamo celebrato il Cristo vivente per sempre alla destra del Padre, oggi, grazie alle energie sprigionate dalla risurrezione di Cristo, contempliamo quelli che sono con Cristo alla destra del Padre: i santi. La prima lettura ci dice che questi santi sono “una moltitudine immensa”. La seconda lettura descrive la radice della santità cristiana: essa consiste nell’essere figli di Dio e nel vivere come tali. Nella lettura evangelica Gesù ci offre la “magna charta” della santità, dove troviamo la fisionomia del perfetto discepolo di Cristo tratteggiata nel messaggio delle Beatitudini.

 

I santi non sono superuomini, ma persone che si sono realizzate umanamente seguendo la via indicata da Cristo, sintetizzata nelle Beatitudini. San Matteo colloca le Beatitudini all’inizio del Discorso della montagna (Mt 5,1-7,29). La tradizione ecclesiale considera questi capitoli di Matteo le basi fondanti dell’etica cristiana, il modo di vivere di chi si dice cristiano. Le Beatitudini sono una proclamazione messianica, l’annuncio che il Regno di Dio è arrivato per tutti. I profeti avevano descritto il tempo messianico come il tempo dei poveri, degli affamati, dei perseguitati, degli inutili. Gesù proclama che questo tempo è arrivato. Per Gesù le Beatitudini si riducono a una sola: la gioia del Regno arrivato. Ed è alla luce del Regno arrivato (Regno che ha capovolto i valori umani) che si giustifica la paradossalità delle sue affermazioni.

 

Dopo una lettura rapida delle Beatitudini, dentro di noi risuona come un’eco la parola “beati” che Gesù pronuncia otto volte, all’inizio di ogni beatitudine. È una parola nota alla tradizione biblica, una parola augurale, un’invocazione di tutti quei beni che vengono da Dio. Beato è l’uomo che riceve la salvezza. Essa richiede come presupposto la fede (Mt 16,17; Lc 11,28), la perseveranza nella fede (Gc 1,12) e la vigilanza per attendere il Signore (Lc 12,37). Gesù chiama beati i poveri, i miti, gli afflitti, gli affamati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati a causa della giustizia. Ogni augurio è accompagnato da una promessa. E notiamo subito che l’ultima corrisponde alla prima: “di essi è il regno dei cieli”. Mentre l’Antico Testamento giungeva ad identificare la beatitudine con Dio stesso, Gesù si presenta a sua volta come colui che porta a compimento l’aspirazione alla beatitudine: il regno dei cieli è presente in lui. Più ancora, Gesù “incarna” le Beatitudini vivendole perfettamente. Ecco perché la proclamazione delle Beatitudini è preceduta da un’annotazione generale che riassume l’attività di Gesù (Mt 4,23-24): lo circondavano ammalati di ogni genere, sofferenti, indemoniati, epilettici, paralitici. Ha cercato i poveri e li ha amati con amore di predilezione. Egli fu povero, sofferente, affamato, perseguitato: eppure amato da Dio e salvatore. La vita di Cristo dimostra che i poveri sono beati, perché essi sono al centro del Regno e perché sono essi, i poveri, i crocifissi, che costruiscono la salvezza. Gesù ha vissuto l’ideale delle Beatitudini e in lui tutte le promesse di Dio si sono realizzate. Non siamo quindi di fronte ad una pura utopia, ma a un programma di vita che è possibile per ogni discepolo. Ce lo dimostra la schiera immensa dei santi che oggi la Chiesa venera come modelli e intercessori (cf. il prefazio).

 

La festa odierna costituisce inoltre un forte richiamo a riscoprire il santo che è accanto a noi, a sentirci parte di un unico corpo che è la Chiesa santa, cattolica e apostolica.

venerdì 29 ottobre 2021

DOMENICA XXXI DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 31 ottobre 2021

 



 Dt 6,2-6; Sal 17; Eb 7,23-28; Mc 12,28b-34.

 

La tradizione giudaica aveva catalogato ben seicentotredici precetti della legge biblica, sulla cui gerarchia di valori e importanza si discuteva aspramente. Alla domanda che gli fa lo scriba su quale sia il primo comandamento, Gesù riprende la professione di fede che ogni giorno ripeteva l’ebreo nella sua preghiera, testo che inizia con le parole “Ascolta, o Israele”, ed è riportato nella prima lettura. Ma Egli arricchisce il testo in modo considerevole. Infatti, Gesù commenta insieme due comandamenti e li rende una sola cosa. Più in concreto, Gesù propone non solo l’amore di Dio, ma anche del prossimo nonché l’amore di se stesso: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Colui che non è capace di amare se stesso, non è capace di amare il prossimo e, di conseguenza, non sa amare Dio. Sono tre amori che hanno una sola e identica radice.

 

Ma cosa significa amare, in particolare, cosa significa amare Dio? Possiamo rispondere riprendendo le parole della preghiera ebraica citata da Gesù: “Ascolta, o Israele”. L’ascolto è già un movimento di amore in quanto ascoltando mi apro all’altro e accolgo in me la sua presenza. L’ascolto fonda un legame, una relazione in cui io esco dal mio egoismo, dal mio isolamento e mi apro alla relazione verso un altro. L’ascolto ci pone nella situazione di relazione e di libertà che è essenziale per amare. Un amore imposto è un amore falso.

 

Amare Dio, poi, non consiste in un ricordo passeggero di Dio all’inizio o alla fine della giornata; non consiste neppure in invocarlo nel momento del bisogno. Nelle parole di Gesù ritorna insistente una parola che esprime totalità e continuità: “con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima”, “con tutta la tua mente”, “con tutta la tua forza”. Si tratta quindi di un amore che si impadronisce di tutta la nostra esistenza, che invade ogni nostro pensiero e ogni azione, che dà forma alla vita. Quando l’amore a Dio non ha queste caratteristiche, la nostra fede e la nostra pratica religiosa si impoveriscono, diventano formalismo, legalismo, forse addirittura superstizione. Gesù, poi, nella sua risposta offre la prospettiva di fondo con cui vivere l’intera legge di Dio.

 

Ricordiamo, finalmente, che l’amore è soprattutto un dono che Dio ci elargisce. Lo abbiamo affermato all’inizio della messa quando abbiamo pregato nell’orazione colletta del giorno: “O Padre, donaci la grazia dell'ascolto, perché i cuori, i sensi e le menti si aprano al comandamento dell'amore”. Chiediamo questo dono.

 


domenica 24 ottobre 2021

IL CONCETTO DI “RELIGIONE”

 



 

L'uomo religioso, secondo Cicerone, è colui che riconsidera (da relegere) con cura tutto ciò che riguarda il culto degli dèi e pratica questo culto con diligenza; non è colui che “crede”, ma colui che celebra nelle forme dovute i riti tradizionali. Su questa posizione si rivelerà netta la differenza cristiana espressa dalla teologia di Lattanzio e di Agostino.

Secondo Lattanzio, a Dio noi siamo connessi strettamente e legati da un vincolo di pietà dal che la religio prese questo nome, non come ha interpretato Cicerone da “riprendere” (a relegendo, “raccogliere di nuovo, considerare con attenzione”).

Secondo Agostino, avevamo perduto Dio trascurandolo: è evocata in questo modo la storia della salvezza cristiana, di una umanità che alle origini abbandona il suo Creatore cadendo nel peccato e che ritorna a Lui nel processo di conversione. Religio per Agostino e un re-eligere, è uno scegliere di nuovo Dio, un ritornare a legarsi a Lui. Si parla, infatti, di un “tendere”, di un “rivolgersi” a Dio. E se in Lattanzio questo rivolgersi a Dio è pietas, con Agostino diventa dilectio.

In Tommaso D'Aquino è evidente l'ispirazione agostiniana, però Tommaso aggiunge che questo nuovo legame è dato dalla fede.

Gli autori citati pur appartenendo a una medesima area linguistica culturale sono testimoni di profondi mutamenti di significato del termine religio senza che peraltro si dimentichi una certa continuità. La grande svolta avvenuta con Agostino, il quale ha dato un'impronta più specifica dal punto di vista della fede religiosa illuminata dalla rivelazione cristiana e, infine, con il grande Tommaso d'Aquino, con la sistematicità della comprensione del dato di fede nel più ampio contesto della ragione.

 

Fonte: questo testo è ispirato all’opera di Antonio Ascione – Dario Sessa, In ascolto del sacro, Un itinerario di fenomenologia della religione, Roma 2020, pp. 14-31.

venerdì 22 ottobre 2021

DOMENICA XXX DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 24 Ottobre 2021

 



 

Ger 31,7-9; Sal 125; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

 

La prima lettura parla del popolo d’Israele in esilio che viene consolato dalle parole di speranza del profeta Geremia, il quale annuncia a tutti coloro che “erano partiti nel pianto” l’intervento salvifico di Dio che li riporterà in patria “tra le consolazioni”. L’evento, nella rilettura che ne fa la liturgia, diviene la profezia della grande restaurazione messianica, espressa simbolicamente nel brano evangelico odierno dalla narrazione della guarigione del povero cieco Bartimeo, compiuta da Gesù lungo la strada che porta a Gerusalemme. Due situazioni che illustrano assai bene la condizione della creatura umana alla ricerca della salvezza. Alla luce del disegno salvifico di Dio, tutti i personaggi e gli eventi della Bibbia possono essere considerati paradigmatici, cioè esemplari. In essi possiamo ritrovare noi stessi con i nostri problemi e le nostre attese.

 

Prendiamo il personaggio Bartimeo. È seduto sulla strada a mendicare. Non è neppure in grado di vedere Gesù. Il cieco però, attraverso la fitta coltre delle tenebre che lo avvolge, riesce a sentire che Gesù Nazareno è lì di passaggio, e grida fiducioso invocando da lui pietà. Gesù lo fa chiamare, gli domanda cosa vuole e, alla richiesta del cieco che chiede di riavere la vista, Gesù lo guarisce con queste parole: “Va, la tua fede ti ha salvato”. La risposta di Gesù va oltre la richiesta del povero cieco. Egli grazie alla sua fede, non è solo liberato dalla sua infermità, ma “salvato”. Il racconto di san Marco si chiude con questa annotazione: “E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada”. Ormai Bartimeo vede in Gesù non solo il “benefattore” (Figlio di Davide) capace di guarirlo, ma anche il Maestro da seguire per la strada. La guarigione di questo cieco ha quindi una dimensione fisica, ma nello stesso tempo una dimensione spirituale: è stato liberato dalla cecità per poter diventare discepolo di Gesù. Il rilievo dato alla fede come causa della guarigione e la sequela da parte di questo “emarginato” hanno un significato paradigmatico: la salvezza è donata all’uomo nella fede e nella sequela lungo la strada verso la croce (questo miracolo è l’ultimo compiuto da Gesù in cammino verso Gerusalemme). Chi incontra il Cristo, chi si fida di lui, come il cieco Bartimeo, incontra la salvezza, viene cioè liberato dal suo male. Ma non basta incontrare il Cristo, occorre mettersi anche al suo seguito e condividere la sorte del Maestro che porta alla croce ma anche alla risurrezione.

 

Alla luce della seconda lettura, che parla di Gesù “sommo sacerdote”, che “è in grado di sentire giusta compassione” per le nostre sofferenze e debolezze,  la guarigione del cieco di Gerico assume le caratteristiche di un’opera di misericordia con la quale Gesù rivela l’amore misericordioso del Padre per noi. Da soli non riusciamo a vedere il cammino che conduce alla salvezza. Incontrare Cristo significa incontrare la luce che illumina il cammino che conduce alla salvezza attraverso i sentieri tortuosi della vita.

 

UN DECRETO PER L’APPLICAZIONE DI “MAGNUM PRINCIPIUM”

 



Quattro anni fa, il 3 settembre 2017, papa Francesco pubblicava il Motu proprio Magnum principium (MP), con cui modificava il can. 838 del Codice di Diritto Canonico e restituiva alle Conferenze episcopali un potere che appartiene loro.

Infatti, il Motu proprio MP rappresenta un ritorno al dettato conciliare, che in Sacrosanctum Concilium 36 § 4 afferma: “La traduzione del testo latino in lingua viva, da usarsi nella liturgia, deve essere approvata dalla competente autorità ecclesiastica territoriale”.

Il Decreto odierno della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti attuativo delle disposizioni del can. 838 del Codice di Diritto Canonico, nella prima parte, richiama di nuovo, interpreta ed emenda le norme, la disciplina, le procedure in materia di traduzione dei libri liturgici e del loro adattamento, in particolare quanto alle competenze della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti e delle Conferenze Episcopali. Nella seconda parte si indicano alcune “variationes”, dopo quelle già pubblicate nel 1983 (cf. Notitiae 19 [1983] 540-541), da introdurre nelle nuove edizioni dei libri liturgici.

 

domenica 17 ottobre 2021

Salmo 90 (89) Eternità di Dio e brevità della vita dell'uomo

 


 

1 Preghiera. Di Mosè, uomo di Dio.

Signore, tu sei stato per noi un rifugio
di generazione in generazione.

2 Prima che nascessero i monti
e la terra e il mondo fossero generati,
da sempre e per sempre tu sei, o Dio.

3 Tu fai ritornare l'uomo in polvere,
quando dici: «Ritornate, figli dell'uomo».

4 Mille anni, ai tuoi occhi,
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

5 Tu li sommergi:
sono come un sogno al mattino,
come l'erba che germoglia;

6 al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca.

7 Sì, siamo distrutti dalla tua ira,
atterriti dal tuo furore!

8 Davanti a te poni le nostre colpe,
i nostri segreti alla luce del tuo volto.

9 Tutti i nostri giorni svaniscono per la tua collera,
consumiamo i nostri anni come un soffio.

10 Gli anni della nostra vita sono settanta,
ottanta per i più robusti,
e il loro agitarsi è fatica e delusione;
passano presto e noi voliamo via.

11 Chi conosce l'impeto della tua ira
e, nel timore di te, la tua collera?

12 Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio.

13 Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi!

14 Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.

15 Rendici la gioia per i giorni in cui ci hai afflitti,
per gli anni in cui abbiamo visto il male.

16 Si manifesti ai tuoi servi la tua opera
e il tuo splendore ai loro figli.

17 Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:
rendi salda per noi l'opera delle nostre mani,
l'opera delle nostre mani rendi salda.

 

Questo salmo nel titolo viene attribuito a “Mosè, uomo di Dio” (v. 1); è l’unico salmo del Salterio attribuito a Mosè. Non si tratta di un dato storico, ma della volontà di porre sotto la sua paternità una meditazione sorta in un periodo di crisi e di rinascita di Israele, probabilmente quello del ritorno dall’esilio babilonese. Con questo capolavoro, per la profondità dei concetti e la forza delle immagini, si apre il quarto libro del Salterio, il più corto (Sal 90-106). Il centro di gravità di questi salmi ruota intorno a coloro che proclamano il Signore re. Domina nel nostro salmo il simbolismo del tempo. Da una parte vi è il riconoscimento della stabilità di Dio, il suo tempo è l’eternità; dall’altra la constatazione dell’inconsistenza e fragilità dell’uomo, il suo tempo è breve come un soffio.

 

La struttura. Il salmo si apre con una profonda riflessione sulla durevole protezione di Dio (vv. 1-2). Prosegue con una generale affermazione sulla caducità umana (vv. 3-6). La causa di questa caducità e miseria va ricercata nelle nostre colpe, che attirano su di noi l’ira di Dio (vv. 7-11). Dopo queste considerazioni, il salmo si conclude con una richiesta a Dio di mandare il suo conforto e la sua benedizione (vv. 12-17).

Il contenuto. Il salmista inizia riconoscendo che il Signore è stato una dimora, un rifugio per il popolo “di generazione in generazione” (v. 1). Si comincia con la lode di Dio, affinché tutte le avversità che in seguito accadranno all’uomo sembrino dovute non alla durezza del Creatore, ma alla colpa della creatura. Dal v. 3 si sposta la riflessione sull’uomo. Dio è Dio “da sempre e per sempre” (v. 2), ma gli esseri umani siamo fragili ed effimeri. Creati dalla “polvere” (Gen 2,7), ad un ordine di Dio alla polvere ritorneremo. D’altra parte, siamo come “erba” (vv. 5-6) sotto il caldo sole della Palestina: appena cresciuta al mattino, avvizzisce e muore alla sera. Il tempo di Dio è senza limiti; il tempo dell’uomo è “come un turno di veglia nella notte”.

Dopo questa descrizione sulla caducità dell’uomo, si passa senza soluzione di continuità a quella sul fuoco bruciante dell’ira di Dio (vv. 7, 9, 11).  Ci domandiamo: la brevità e fragilità della vita umana va intesa come punizione di Dio per i nostri peccati? Qui bisogna dare uno sguardo ad altri testi della Bibbia, in particolare dello stesso Salterio: “la sua collera [del Signore] dura un istante, la sua bontà per tutta la vita” (Sal 30,6); “tu, Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà” (Sal 86,5). L’ira di Dio va interpretata nel contesto della sollecitudine di Dio per noi, del suo amore per noi, un amore esigente.

Se agli occhi di Dio “mille anni sono come il giorno di ieri che è passato” (v. 4), che cosa sono i brevi anni della nostra vita umana: “settanta, ottanta per i più robusti” (v. 10)? Oggi possiamo aggiornare questi numeri, ma la situazione non cambia, ben descritta al v. 9: “consumiamo i nostri anni come un soffio”.

Dopo queste considerazioni, dal v. 12 in poi, il salmo diventa una pressante preghiera di supplica, aperta da una domanda che racchiude in sé il vero messaggio dell’intero salmo: “Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio” (v. 12). Contare i propri giorni, ovvero accogliere la consapevolezza del proprio limite, della propria morte, è fonte della vera sapienza, quella che dimora nel cuore umano o lo rinnova costantemente. Riconciliati con i nostri limiti, ci apriamo al disegno divino e chiediamo: “Ritorna, Signore…” (v. 13). La nostra caducità si rifugia nell’Infinito. Chiediamo al Signore che abbia pietà di noi, ci sazi con il suo amore, ci renda la gioia “per gli anni in cui abbiamo visto il male” e “sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio”. Alla fine del salmo invochiamo la benedizione del Signore sulle nostre opere: “rendi salda per noi l’opera delle nostre mani” (v. 17).

Dimensione cristiana. Sulla fragilità e caducità umana, nel Nuovo Testamento troviamo diversi testi che confermano quanto afferma il nostro salmo. Gesù nel suo discorso sulla provvidenza divina, dice, tra l’altro, “chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?” (Mt 6,27). E nelle parabole, abbiamo quella sul ricco stolto soddisfatto perché ha accumulato molti beni per il futuro, che si sente dire da Dio: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita” (Lc 12,20). San Pietro riprende il v. 4 del nostro salmo quando invita a non dimenticare che “davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno” (2 Pt 3,8). E nella sua prima lettera, citando Is 40,6-8, afferma: “ogni carne è come l’erba e tutta la usa gloria come un fiore di campo. L’erba inaridisce, i fiori cadono, ma la parola del Signore rimane in eterno” (1 Pt 124-25).

Il riconoscimento della fragilità e della caducità della nostra esistenza di fronte all’infinita grandezza di Dio, è la condizione prima per stabilire la verità dei nostri rapporti con Dio nella vita. Ma il Nuovo Testamento, pur affermando questa nostra radicale caducità, ci ricorda che siamo stati scelti in Cristo secondo un disegno d’amore: “In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà” (Ef 1,4-5).

 

Preghiera: O Dio, tu sei l’immenso e l’eterno, noi invece, polvere, attimo fuggente, fieno che appassisce; volgiti a noi con la tua grazia, e colmerai di gioia la brevità delle nostre giornate e la fatica delle nostre povere mani.

 

Bibliografia: Spirito Rinaudo, I salmi preghiera di Cristo e della Chiesa, Elle Di Ci, Torino-Leumann 1973; Vincenzo Scippa, Salmi, volume 1. Introduzione e commento, Messaggero, Padova 2002; Ludwig Monti, I salmi: preghiera e vita, Qiqajon, Comunità di Bose 2018; Temper Longman III, I salmi, 2018.

venerdì 15 ottobre 2021

DOMENICA XXIX DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 17 Ottobre 2021

 



 

Is 53,10-11; Sal 32; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45


Nel brano evangelico odierno possiamo distinguere due momenti. Nel primo, vediamo gli apostoli e fratelli Giacomo e Giovanni che si avvicinano a Gesù per chiedergli l’onore dei primi posti accanto a lui nella gloria. Notiamo che la richiesta degli apostoli segue immediatamente il terzo annuncio della passione, morte e risurrezione fatto da Gesù ai Dodici sulla strada per Gerusalemme (cf. Mc 10,32-34). Con la Ioro incosciente richiesta, i due figli di Zebedeo dimostrano, da un lato, la loro incomprensione delle parole che Gesù ha appena pronunciato sul futuro di sofferenza e di morte e, dall’altro, rivelano di vivere la comunità come finalizzata alla loro personale riuscita. Evidentemente gli interessi dei discepoli si muovono su un livello del tutto diverso da quello su cui si muove Gesù, totalmente proteso a fare la volontà del Padre. Nel secondo momento, troviamo la risposta di Gesù, il quale rifiuta le pretese dei discepoli e al tempo stesso propone un nuovo ordine di valori ai quali si deve attenere colui che intende seguirlo: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse […] Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”. Gesù dice come orientare la tendenza a primeggiare in modo che l’agire del discepolo sia una vera contestazione del comune agire degli uomini e serva a costruire una comunità di fratelli: ognuno deve mettere i propri doni, i carismi ricevuti, al servizio del bene comune, senza ricerca di privilegi.

 

Il discepolo, quindi, deve distanziarsi dalle logiche mondane e conformarsi al comportamento del Figlio dell’uomo, che “non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (cf. anche la prima lettura). In queste lapidarie parole di Gesù sono racchiuse quattro avvertenze: la prima è che servire è una dimensione dell’intera esistenza, non un frammento del nostro tempo o del nostro agire. Servire cioè è un modo di esistere, uno stile che nasce dal profondo di se stessi. La seconda avvertenza è che lo stile del servizio si oppone nettamente alla logica del farsi servire. Non si possono vivere alcuni spazi come servizio e altri come ricerca di sé. La terza avvertenza è che servire significa in concreto vivere sentendosi responsabile degli altri. La quarta avvertenza e forse la più importante: il vero servizio non raggiunge soltanto i bisogni, ma accoglie la persona. Si potrebbe essere efficienti per quanto riguarda i bisogni, trascurando poi del tutto le persone. Per Gesù i “molti” per i quali dona la vita sono persone, volti, non masse anonime o semplicemente problemi da risolvere.

 

L’insegnamento di Gesù punisce la nostra ambizione, il nostro pensare incentrato sull’esito personale, sulla nostra inconfessata brama di potere, la nostra ricerca di prestigio, il nostro vaneggiare di grandezza. I discepoli di Gesù siamo chiamati a porre nella società i germi concreti di uno stile di vita nuovo, di una generosità grande e piena. La parola di Gesù stigmatizza la logica dei poteri mondani, ma soprattutto si rivolge alla Chiesa. La prima testimonianza “politica” della Chiesa consiste nella sua strutturazione interna, nell’organizzazione delle sue strutture di autorità e nel modo di vivere l’autorità, che dev’essere conforme a quanto vissuto da Cristo e da lui richiesto ai discepoli.