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domenica 24 maggio 2026

LA PREGHIERA

 



                                                                                        

Matta El Meskin, dopo una lunga esperienza di vita solitaria, è diventato il rinnovatore della vita monastica nel deserto di Wadi el Natrun in Egitto. È un padre spirituale molto conosciuto e stimato dall'intera chiesa copta e da tutti i cristiani presenti in Egitto. Dopo anni di vita eremitica ha inizio il suo irradiamento, sono giunti molti discepoli e ora attorno a lui, al monastero di S. Macario a Scete, cristiani di ogni estrazione accorrono per ascoltare il suo insegnamento spirituale, frutto di contemplazione, di preghiera e di ascesi. Ecco quanto afferma questo grande maestro spirituale: “Per quanto possiamo parlarne, tutte le nostre parole a proposito della preghiera non potranno mai eguagliare quel che l’esperienza insegna. La preghiera ha bisogno dell’esperienza. Pregare è essenzialmente fare esperienza della Presenza divina. Al di fuori di questa esperienza di Dio non c’è preghiera” (Matta El Meskin, L’esperienza di Dio nella preghiera, Qiqajon, Bose 1999, p. 371).

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica (= CCC), in concreto nella bellissima Parte IV, dedicata appunto alla preghiera, dopo aver parlato della preghiera di Abramo e di Giacobbe, di Mosè, di Davide, di Elia e dei profeti, si afferma: “L’evento della preghiera ci viene pienamente rivelato nel Verbo che si è fatto carne e dimora in mezzo a noi…” (CCC, n. 2598).

Ricordiamo, poi, quanto afferma Origene: “Prega senza sosta colui che unisce la preghiera ai necessari impegni e gli impegni alla preghiera. Soltanto così possiamo mettere in pratica il precetto “Pregate sempre” (1Ts 5,17): se consideriamo tutta l’esistenza cristiana come un’unica grande preghiera, della quale ciò che siamo abituati a chiamare preghiera è solo una parte” (Origene, La preghiera 12,2).

La preghiera è una luce che illumina il cammino della nostra vita.


 

domenica 10 maggio 2026

LA PREGHIERA LITURGICA

 



La Chiesa trasmette a ciascuno la lingua materna cristiana e, con essa, la preghiera che ha ricevuto dal Signore con tutto ciò che questo comporta. In questo modo si fa riferimento al rito della "traditio" o consegna al catecumeno del Padrenostro, come simbolo e compendio della preghiera della Chiesa. Questo rito ricorda che i cristiani, che hanno ricevuto lo spirito di adozione a figli, possono indirizzarsi a Dio Padre con il "noi" ecclesiale.

Autocomprendersi nel momento della preghiera come Chiesa, significa aprirsi ad un orizzonte più ampio di quello semplicemente individuale e soggettivo. Certamente, la preghiera liturgica non esige la rinuncia al proprio io, alla propria storia e originalità personali, richiede però che il credente si sappia situare in un orizzonte più ampio e in atteggiamento di apertura e di dialogo. Si può affermare che quando il soggetto si esprime con il "noi" tipico della liturgia, allora vive la dimensione completa di se stesso: solo nella comunione egli è fino in fondo se stesso autenticamente. La celebrazione cristiana, al tempo stesso che rispetta il nostro "io", ci educa a crescere nella dimensione del "noi" comunitario.

 

domenica 12 ottobre 2025

IL PADRENOSTRO (Lc 11,2-4)

 



 

Il Padrenostro è giunto a noi in due forme: quella di san Matteo (6,9-13) e quella di san Luca (11,2-4). La prima è più ampia e strutturata ed è quella che preghiamo normalmente; la seconda è più breve. La diversità fra le due versioni ci dice che i primi cristiani non erano rigidamente attaccati alle precise parole, ma alla sostanza. E difatti le parole sono diverse, ma la sostanza è uguale in tutte e due le versioni.

Matteo ha collocato il Padrenostro nel grande discorso della montagna (Mt 6,9-13), per suggerire ai cristiani come pregare, non moltiplicando le parole come fanno i pagani, bensì rivolgendosi a Dio con sobrietà e umiltà. Luca ha invece collocato il Padrenostro in un contesto ancora più bello. I discepoli vedendo Gesù che prega sono colpiti dal rapporto che intuiscono esserci tra Gesù e il Padre e desiderano entrare anch’essi in questo circuito di amore: “Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: ‘Signore, insegnaci a pregare’” (Lc 11,1). La preghiera che Gesù insegna ai suoi discepoli sgorga dalla sua preghiera personale. Il Padrenostro non è semplicemente un testo da recitare. È anche un riassunto dell’intero Vangelo e ogni sua frase deve essere accuratamente meditata e compresa.

Prendiamo il testo del vangelo di san Luca (11,1-4): “Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: ‘Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli’. Ed egli disse loro: ‘Quando pregate dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione’”.

In questo breve brano del vangelo di san Luca, ci viene trasmesso un testo tradizionale del Padrenostro più breve di quello più conosciuto riportato da san Matteo. San Luca colloca la trasmissione di questo testo nel cammino di Gesù verso Gerusalemme. Possiamo affermare che la preghiera è anche un cammino, un progetto che impegna l’intera vita dei discepoli di Gesù. Non si tratta quindi propriamente o semplicemente di una formula o di un momento rituale. Come dice un detto dei padri del deserto dell’antico Egitto: “Se il monaco prega solo quando sta in preghiera, egli non prega affatto”. La preghiera tende a farsi vita, a permeare tutta l’esistenza del credente. Tommaso da Celano, noto storico di san Francesco d’Assisi, afferma che ad un certo momento Francesco “non pregava più, era ormai divenuto egli stesso preghiera”.

Ecco perché, nelle brevi sentenze (invocazioni e suppliche) di cui si compone il Padrenostro, Gesù ha sintetizzato il programma della sua vita e della vita di tutti coloro che intendono seguirlo come discepoli; si tratta di un progetto che gira attorno a due realtà: Dio e il prossimo.

In primo luogo, Dio. San Luca indica che la nostra preghiera deve avere la stessa confidenza di quella di Gesù: l’invocazione “Padre” (priva di ogni altro aggettivo, come invece ha in san Matteo) è tipica sulle labbra di Gesù, esprime la sua filiazione divina. Possiamo rivolgerci a Dio come un figlio, chiamandolo familiarmente “Padre”, come ha fatto Gesù. La familiarità del rapporto con Dio è ricordata molte volte nel Nuovo Testamento. È infatti una nota qualificante, che segnala l’originalità cristiana.

La vera novità, però, non sta nel rivolgersi a Dio con l’appellativo di Padre. Questo avviene anche nella religione ebraica: YHWH è chiamato Padre perché è il creatore, il legislatore ed il protettore. Specifico cristiano è poter rivolgersi a Dio con lo stesso tono o modo di Gesù, figli nel Figlio, aspetto questo che Luca col suo semplice “Padre”, senza aggiunte, sembra sottolineare: ci rivolgiamo a Dio chiamandolo semplicemente “Padre”, come ha sempre fatto Gesù. “Abba” (reso anche “abbà”) è un appellativo – traducibile come “papà” – usato in ambito giudaico antico per rivolgersi in maniera informale al padre. Nel Nuovo Testamento, Gesù si riferisce a Dio utilizzando questo termine (cfr. Mc 14,36), che non ha la solennità della lingua liturgica: in sinagoga si pregava Dio dicendo “avinu” (padre nostro, in ebraico) o semplicemente “av”, ma non il familiare “abbà”, il cui utilizzo in relazione a Dio è assente nell’Antico Testamento.

La prima invocazione del Padrenostro è “sia santificato il tuo Nome”. Si tratta di un’espressione un po’ lontana dal nostro modo usuale di parlare, e richiede di essere intesa alla luce dell’Antico Testamento, in particolare di Ezechiele 36,22-29, in cui si legge, tra l’altro: “Santificherò il mio nome grande, profanato fra le nazioni, profanato da voi in mezzo a loro. Allora le nazioni sapranno che io sono il Signore… quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi”. Non si tratta quindi di una santificazione fatta di riti e di parole, quanto piuttosto di permettere a Dio di svelare, nella vita del singolo e della comunità, la sua potenza salvifica. Alla domanda poi in che modo noi possiamo santificare il Nome di Dio, i rabbini solevano rispondere: con la parola, ma soprattutto con la vita, quando in noi risplende qualcosa della santità di Dio.

La seconda invocazione chiede “venga il tuo regno”. È la supplica centrale. Il Regno di Dio è già presente oggi in mezzo a noi, ma è indirizzato dinamicamente verso un compimento alla fine dei tempi. Quindi è allo stesso tempo un dono e un compito, che richiede il nostro impegno per costruirlo. Preghiamo “venga il tuo Regno”, ma il Regno di Dio non è un segmento del calendario, è invece un dinamismo orientato a stabilire un nuovo rapporto tra Dio e gli uomini. Questo nuovo rapporto si è realizzato pienamente e definitivamente in Cristo Gesù, uomo e Dio. È nostro compito creare delle condizioni perché Cristo regni nel cuore di ciascuno di noi e nel cuore dei nostri fratelli e sorelle, cioè perché si stabiliscano dei rapporti di amicizia tra Dio e ciascuno di noi.  

Poi, il prossimo. Per cui e con cui siamo chiamati a impegnarci perché regni la giustizia in modo che tutto ciò che Dio ha creato sia alla portata di tutti (simbolicamente presente nella richiesta “dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano”). Si parla del pane “quotidiano”, che nel testo greco originale può significare anche il pane “necessario”. La domanda del pane rinvia anche all’episodio anticotestamentario della manna: “Mosè disse loro: nessuno ne avanzi per domani. Ma essi non ascoltarono Mosè e alcuni ne presero di più per l’indomani: sorsero dei vermi e si corruppe” (Es 16,19-21). La lezione del miracolo della manna non è soltanto la fiducia nel dono di Dio, che ogni giorno pensa al suo popolo, ma anche - e forse ancora di più - la proibizione dell’accumulo: si deve soltanto raccogliere il cibo che basta per un solo giorno. L’accumulo imputridisce.

Come conclusione di quanto detto riporto l’intelligente preghiera di un antico saggio, che si legge nel libro dei Proverbi: “Due cose ti chiedo, non negarmele prima che io muoia: allontana da me falsità e menzogna, non darmi povertà o ricchezza, ma fammi gustare il mio pezzo di pane, perché, saziato, non abbia a insuperbire e dica: chi è il Signore? Oppure, trovandomi in povertà, non rubi e bestemmi il nome del mio Dio” (30,7-9).

Il cristiano che recita il Padrenostro prega al plurale, chiede il pane comune, il pane per tutti, non soltanto per se stesso. Questo tratto rinvia all’esempio della prima comunità di Gerusalemme, di cui parla Luca nel libro degli Atti degli Apostoli. Due volte Luca precisa che “avevano tutto in comune” (2,44; 4,32). Da notare in questa domanda la sobrietà e allo stesso tempo la dimensione comunitaria.

La quarta domanda chiede il perdono dei peccati: “perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore”. Col prossimo possono sorgere attriti, differenze, scontri e contraddizioni, però dobbiamo essere sempre disposti a sanarli attraverso il perdono perché anche noi abbiamo bisogno del perdono di Dio. Luca ha cambiato il termine “debito” che ai greci non sarebbe apparso nel suo significato religioso (la metafora del debito per indicare il peccato è di uso ebraico, non greco), conservando però il termine per indicare il perdono al prossimo. Si noti che Luca è più chiaro di Matteo nel dire che il perdono di Dio precede al nostro: “perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore”.

Il Padrenostro si conclude con la supplica: “non abbandonarci alla tentazione”. L’anteriore traduzione del Padrenostro diceva: “Non ci indurre in tentazione”.  Nella lettera di Giacomo si legge: “Nessuno, quando è tentato, dica: ‘Sono tentato da Dio’; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno. Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni…” (Gc 1,13-14). Non è Dio che ci conduce alla tentazione, ma solo – se mai – la permette. Ricordiamo il caso di Giobbe 1,12. Ma quale tentazione? San Luca adopera qui la stessa parola adoperata nel racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto che, per l’evangelista è la tentazione cosiddetta messianica, tipica tentazione che insidia sempre la Chiesa e tutti noi. È la tentazione di svolgere il proprio compito secondo la parola di Dio (cioè in una prospettiva di servizio accettando anche la Croce) oppure essere tentato di cercare piuttosto sicurezze nella potenza degli uomini. Possiamo aggiungere che tentazione è tutto ciò che può appesantire il nostro cuore così che la parola di Dio viene soffocata: tentazioni sono le prove quotidiane che, alla lunga, logorano il coraggio iniziale. Chiediamo di essere liberati da tutto questo. Non chiediamo di essere esenti dalla tentazione, ma di essere aiutati a superarla.

Per noi battezzati il Padrenostro rappresenta un punto di riferimento di ogni preghiera e dell’intera nostra vita. Un Padrenostro ben pregato ogni giorno nutre la nostra vita di fede, quella fede che abbiamo ricevuto come dono nel battesimo. È tradizione molto antica pregare il Padrenostro tre volte al giorno. Così afferma la Didachè, un documento della metà del secolo II: dopo riprodurre il testo del Padrenostro, dice: “Così pregherete tre volte al giorno” (VIII, 3). Tradizione che la liturgia romana conserva: lo preghiamo alle Lodi, ai Vespri e nella santa Messa. In tutti i tre casi si tratta di una preghiera “comunitaria”, rivolta a Dio dall’intera comunità celebrante.

 

 

domenica 29 giugno 2025

LA PREGHIERA IN RICERCA DI DIO

 



Signore, non ti conosco ma ti penso, non so se esisti ma ti cerco, e giungo a desiderare che tu ci sia. E questo pensiero mi dà sollievo e speranza.

Non posso cercarti io, sono un uomo fragile, ma proprio questa percezione mi spinge persino a pregare.

Non so come fare, e mi riesce difficile se solo considero che tu non ci sei, ma mi pare impossibile che possa esistere io e non Dio.

Nell’Inno alla gioia di Friedrich Schiller si invita a cercare, perché da qualche parte nel cielo ci devi essere tu, Dio.

Ma io voglio trovarti qui sulla terra. Adesso ho bisogno di un Dio. Per questa vita. Non so nulla dell’aldilà. Sono attaccato a questa terra.

 

Fonte: Vittorino Andreoli, Preghiera del non credente, TS Edizioni, Milano 2025, pp. 7-8.

domenica 18 maggio 2025

PREGHIERA DEL NON CREDENTE

 



Vittorino Andreoli, Preghiera del non credente, TS Edizioni, Milano 2025. 127 pp. (€ 12,90).

È bellissimo cercare Dio, anche se non lo si trova e persino se non esistesse. Cercando una realtà necessaria, la si pensa, la si immagina e così la si vive. La ricerca diventa attesa, una condizione straordinaria della mente che dà corpo a ciò che ancora non c’è. Si aspetta e questo atteggiamento crea persino il proprio creatore. Si cerca il necessario ed è come se le tracce fossero dentro di noi.

È bellissimo pensare di poter avere una esperienza diretta di Dio. Io lo cerco da tempo ma non è ancora tempo; io so che a lui piace incontrare, relazionarsi direttamente con le sue creature. La maniera migliore per occupare l’attesa è la preghiera. La preghiera del non credente. Esprime il bisogno del divino che c’è dentro l’umano.

(Introibo, p.5)


Un libro che va letto (e meditato)

 

domenica 6 ottobre 2024

PREGHIERA E LITURGIA

 



Giuliano Zanchi, Preghiera e liturgia; San Paolo, Cinisello Balsamo 2024. 143 pp. (€ 14,00).

1. Gesù, una rivoluzione cultuale.

2.Cristo, epicentro della preghiera.

3. Nel “Noi” della Chesa.

4. Nel segno del sacramento.

5. Il nucleo eucaristico.

6. Mensa di una parola viva.

7. Registri, toni, modulazioni.

 

Il libro è “per quelli che hanno già una familiarità con la liturgia, e desideri  sinceri in fatto di preghiera, e vogliono mettere a fuoco con un supplemento di riflessione qualcosa che nella loro esperienza non trova ancora parole per definirsi. Più una serie di meditazioni che un saggio per specialisti” (Introduzione, p. 15).

Posso aggiungere, dopo una attenta lettura delle pagine di questo libro, che è un’opera utile anche agli specialisti.

 

domenica 25 settembre 2022

LA CONCEZIONE DI DIO E LA PREGHIERA

 



 

Nella Bibbia, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, ci troviamo di fronte ad un accostamento di varie immagini di Dio: il Dio vicino e il Dio lontano, immanente e trascendente, un Padre che ama e ha misericordia e un Giudice. Quando ci troviamo davanti a questo accostamento di testi biblici, dobbiamo tenere ben presente che non dobbiamo semplificare le cose e addurre soltanto una parte di quei testi per documentare la concezione biblica. Non è dunque lecito contrapporre, come ha fatto Marcione (sec. II), il Nuovo Testamento all’Antico, radicalmente rifiutato, il Dio “che ama” al Dio “giusto”. Ma anche quando, in contrasto con Marcione e in accordo con la Chiesa antica, si tiene unito l’Antico Testamento al Nuovo, dobbiamo lasciar sussistere i due aspetti all’interno di ciascuno dei Testamenti: non possiamo vedere nel Nuovo Testamento soltanto il Dio vicino, presente e operante nel mondo, e tralasciare Colui che è in eterno, lontano, nascosto, che vi è altrettanto attestato. Quel che per la logica umana è contraddizione irriducibile, non può essere trasferito in questi termini su Dio.

Fonte: Oscar Cullmann, La preghiera nel Nuovo Testamento. Una risposta alle domande odierne (Antologia Claudiana | Paideia 11), Claudiana srl, Torino 2022, pp. 207-208. Si tratta di un’opera classica di O. Cullmann, stampata per prima volta nel 1995.

domenica 17 luglio 2022

LA PREGHIERA EUCARISTICA MODELLO DELLA PREGHIERA CRISTIANA

 



 

Loris Della Pietra – Gianni Cavagnoli, “Rendiamo grazie al Signore nostro Dio”. La preghiera eucaristica, modello della preghiera cristiana (Preghiera e Liturgia 22), Centro eucaristico, Ponteranica 2022. 123 pp. (€ 13,00).

 

Gli autori di questo volumetto, due noti liturgisti, affermano che è alla scuola della preghiera liturgica, quella della Chiesa, che si apprende a pregare. In particolare, è la Preghiera eucaristica, momento centrale e culminante dell’intera celebrazione della Messa, il modello che viene proposto.

Con chiarezza e precisione di concetti, gli autori conducono il lettore alla conoscenza di questa straordinaria preghiera: Autentica scuola di preghiera cristiana; Rendere grazie; L’acclamazione alla santità divina; L’epiclesi; Il racconto dell’istituzione eucaristica; La “memoria” del mistero pasquale di Cristo; L’offerta del sacrificio eucaristico; Le intercessioni in comunione con tutta la Chiesa; La dossologia.

domenica 22 maggio 2022

PREGARE HA SENSO?

 



 

Christoph Böttigheimer, (In)sensatezza della preghiera. Alla ricerca di una ragionevole responsabilità (Giornale di teologia 440), Queriniana, Brescia 2022. 249 pp. (€ 26,00).

Perché chiedere, e perché chiedere a Dio? Tra l’atto della fede e il contenuto della fede esiste una imprescindibile reciprocità. Le questioni che ne emergono vengono qui dibattute focalizzandosi sulla preghiera di domanda.

Il libro evidenzia le obiezioni della filosofia, delle scienze naturali e della teologia alle preghiere che esprimono richiesta o supplica, intercessione o invocazione, e cerca di trovare una loro legittimazione razionale.

Nel far diventare la supplica a Dio un tema del pensiero, il teologo Böttigheimer tratta altresì questioni fondamentali della fede nel Dio cristiano e – alternando domande a tentativi di risposta – offre in chiave critica una chiarificazione di alcuni concetti correnti sulla natura del divino. A conferma che nella preghiera si acquista consapevolezza delle sfide e degli interrogativi del credere. Fino ad esclamare con Karl Rahner: “Credo perché prego!”

(Quarta di copertina)

 

domenica 25 ottobre 2020

LA PREGHIERA COMUNITARIA

 



 

Antonio Landi, La preghiera della comunità nel libro degli Atti degli apostoli, San Paolo, Cinisello Balsamo 2020. 109 pp. (€ 14,00).

 

In un tempo segnato da un forte ripiegamento nell’individualismo, che coinvolge anche l’ambito della spiritualità, è opportuno riscoprire la rilevanza della dimensione comunitaria. D’altro canto, è nella preghiera che un’assemblea cristiana prende coscienza di essere popolo redento dal Signore Gesù Cristo e si sente spronata a edificarsi nell’unità. Questa duplice convinzione ha ispirato l’autore nella riflessione sui testi che Luca, autore del terzo vangelo e degli Atti degli apostoli, dedica alla preghiera. La memoria delle origini è un’opportunità preziosa non solo per ricordare in che modo la cristianità antica lodava, ringraziava, supplicava il Signore, ma soprattutto per evidenziare la centralità della preghiera nella vita della comunità e nella sua attività missionaria.

 

Nella prospettiva lucana, essa non è un pio esercizio di devozione né un obbligo in ossequio alle prescrizioni della tradizione giudaica: è vita. Per questo i cristiani primitivi come quelli contemporanei non ne possono far a meno, perché non possono fare a meno di vivere.


(Risvolto del volume)



 

(Risvolto del volume)

domenica 4 ottobre 2020

PREGHIERA E POESIA

 


 

Il nuovo protagonismo delle fedi apre lo scenario a un’epoca postsecolare dove le religioni entrano nel dibattito democratico, spronando le istanze culturali e politiche a un reciproco apprendimento in forza del bene comune. In questo nuovo orizzonte si sono modificato categorie e paradigmi di interpretazione del reale con cui il cristianesimo deve fare i conti per elaborare nuove modalità narrative e immaginative, perché il Vangelo possa avere ancora rilevanza in uno spazio condiviso con altre visioni della vita.

 

Mariangela Petricola ha affrontato questa problematica nel suo recente volume: Teologia e spazio pubblico. Cristianesimo e nuove narrazioni (Cittadella, maggio 2020). Da quest’opera propongo alcuni brani sul rapporto tra preghiera e poesia.

 

“La preghiera come linguaggio della soglia, della periferia esistenziale, trova nel linguaggio poetico un alleato. Le sue risorse sono più ampie rispetto a quelle del linguaggio discorsivo, può suscitare risonanze di senso più ricche e adeguate ad interpretare le sfumature dell’esistenza per poter raggiungere anche quella più lontana dell’esperienza di fede, riuscendo a dare voce pure all’invocazione di chi non crede, perché pregare non è questione meramente religiosa ma umana.

In questo senso più inclusivo si annullano le barriere divisorie tra fede e incredulità e si tocca con mano la concretezza del vivere con tutte le sue comuni espressioni di imprecazione o di ringraziamento, dove a prevalere è la dimensione apofatica del Dio nascosto e incomprensibile. Si può pensare alla poesia come ad un linguaggio più laico, feriale, che raccoglie la voce di chi non riesce ad esprimersi o a ritrovarsi nel linguaggio canonico della preghiera cristiana.

[…]

La poesia invita a prendere coscienza che c’è sempre di più di quanto normalmente siamo disposti ad ammettere, ci educa alla pluralità semantica e simbolica delle parole che meglio ci avvicinano alla Scrittura, ci sprona ad un’ermeneutica più libera e creativa. E allora la contiguità e reciprocità feconda dei linguaggi, filosofico, teologico, poetico, ci indica una direzione, quella dello sconfinamento cordiale dei rispettivi parametri epistemologici nell’esercizio rispettoso della propria singolarità”

[…]

(pp. 114-119)

 

domenica 17 novembre 2019

HA ANCORA SENSO PREGARE?




Alcuni ritengono che la preghiera sia un fenomeno del passato, un’evasione, o anche un alibi rispetto alle responsabilità e ai compiti urgenti dell’uomo nella storia. Non c’è dubbio che la preghiera può diventare un’evasione o un alibi. Si tratta però di una degenerazione del pregare che è ben altra cosa.

Un noto pensatore e teologo di punta dei nostri tempi, non allineato,Vito Mancuso, qualche anno fa affermava che pregare è umano, un antichissimo e universale gesto umano. Gli esseri umani fanno molte cose nella loro esistenza e tra queste, in ogni parte del mondo, pregano. La preghiera, aggiungeva, è un fenomeno universale. Si può anche giungere al paradosso di uomini che non credono in Dio ma che pregano, e cioè che almeno qualche volta nella vita si ritrovano a formulare parole o pensieri in forme non usuali rivolgendoli al mistero che avvolge la vita – esattamente nel senso richiamato da Norberto Bobbio quando diceva: “Come uomo di ragione, non di fede, so di essere immerso nel mistero. Gli esseri umani preghiamo perché avvertiamo il bisogno di rivolgerci alla potenza superiore che sovrasta le nostre vite e in qualche modo conoscerla, placarla, ringraziarla, a prescindere poi se tale potenza venga da noi intesa come personale (il Dio della Bibbia) o impersonale (il Fato degli antichi) o al di là delle categorie di personale-impersonale (così, ad esempio, il Nirvana del buddismo, inteso come il fine ultimo della vita). La ragione umana può giungere a non riconoscere nulla di superiore a se stessa, ciononostante il sentimento complessivo dell’esistenza sente in certi momenti il bisogno di rivolgersi alla potenza imponderabile della vita che ci sovrasta dicendo “tu”, da spirito libero a spirito libero.

Nel testo di Mancuso che ho sintetizzato e aggiornato, si parla della preghiera in un senso molto generale, per così dire ecumenico, globale. Ma cos’è veramente la preghiera? In alcuni ambienti laici e filosofici, la definiscono come un riflettere, un narrare, un situarsi dell’uomo nella riflessione sulla la propria radicale finitezza. Pregare, in qualunque modo sia formulata la preghiera, è il tentativo di andare oltre la precarietà dell’esistere. In questo contesto, altri comprendono la preghiera come un atto intimo di riflessione sul senso di sé e del tempo, carico di potenziale critico e addirittura rivoluzionario Altri ancora parlano della preghiera come un impegnativo riflettere sulla vita in situazioni concrete di particolare interesse. In questo contesto, la preghiera è considerata un’attività che illumina e orienta le decisioni esistenziali. Possiamo affermare che la vita stessa può essere preghiera. Può essere la ricerca di un bagliore di luce in mezzo alle tenebre, o di un respiro di rimettere in moto, o un bisogno di rimettere ordine nei propri pensieri. Riprendendo un’idea di Norberto Bobbio, il cardinale Carlo Maria Martini affermava che “la differenza più importante non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa ai grandi interrogativi dell’esistenza”.  

Se per pregare si intende “apertura verso il mistero che ci avvolge”, mi domando: è preghiera questa? La preghiera implica che ci sia qualcuno che ascolta. La preghiera non può essere soltanto riflessione interiore sul mio destino, sul male, sull’origine e la fine delle cose, una riflessione in cui nessuno mi ascolta e che rivolgo soltanto a me stesso. Per il cristianesimo pregare è uscire da se stessi. Certamente pregare è anche un riflettere impegnativo sulla vita in situazioni concrete. Ma non basta, pregare è principalmente accogliere una presenza, o meglio accogliere la Presenza. Ma qui sta la difficoltà principale per molti oggi: la crisi della preghiera è principalmente la crisi di una immagine personale di Dio, non da tutti percepita, non da tutti accolta.

La preghiera agisce su colui che prega e fa emergere la sua identità profonda. Un cristiano che si ritiene tale e non riesce a pregare, probabilmente è carente di fede cristiana. Infatti, possiamo affermare che la preghiera non è altro che fede applicata, una “fede parlante”. Come l’amore, neppure la fede parlante vuole soltanto soddisfare i propri bisogni, imporre i propri desideri, manipolare Dio, o addirittura costringerlo in maniera magica. Il senso più nascosto della preghiera non è quello di attendersi la risoluzione dei propri drammi o problemi, ma la speranza di comprendere a fondo quale sia il sentiero di percorrere nella vita.

A molte cose non si può pensare senza ringraziare (in tedesco, pensare e ringraziare sono parole molto simili, che hanno un certo parentesco: Denken und Danken). È cosa profondamente umana poter ringraziare. E chi devo ringraziare? Spesso è stato soltanto un caso che tutto mi sia andato bene nella salute, nella professione, nella vita familiare, ecc. Però non si può ringraziare il caso, non posso rivolgermi ad esso. Come persona credente io vorrei ringraziare chi sta dietro alla cosa e anche dietro a tutte le necessità.

Non mancano nella vita momenti in cui abbiamo bisogno di chiedere qualcosa, aiuto e sostegno. A chi dovrei chiedere? Come creature umane, siamo limitati e anche manchevoli. Perché dovrei nascondere, tacere, rimuovere ciò davanti a Dio?

Come e quando pregare? Nella Bibbia la preghiera della persona devota o meno viene praticata per lo più in maniera naturale e spontanea, nel cuore della vita e a partire dalla vita: è una ingenua effusione del cuore. Santa Teresa di Gesù Bambino ha definito la preghiera con queste parole: “Per me la preghiera è uno slancio del cuore, è un semplice sguardo gettato verso il cielo, è un grido di riconoscenza e di amore nella prova e nella gioia”.

La crisi della preghiera oggi, è dovuta più che a fattori importanti, ma pur sempre estrinseci (progresso tecnocratico, evoluzionismo, secolarizzazione), innanzitutto ad un progressivo fraintendimento del senso (o quid est) della preghiera stessa, ad una sua caricaturizzazione in senso formalistico e farisaico. In secondo luogo, la crisi della preghiera proverrebbe da importanti obiezioni antropologiche e teologiche a suo carico: da un lato, l’importanza assegnata all’autosufficienza, che rende difficile “fidarsi dell’Altrove”; dall’altro, l’incompatibilità tra il Dio della metafisica e una preghiera tradizionale, che non sia quella propria di una fede filosofica.

Ci sono alcuni ostacoli che si frappongono alla pratica della preghiera, sotto la forma di fenomeni annidati nel clima culturale che si respira. Così, ad esempio, il narcisismo che segna la nostra società.  Un narcisismo che è diventato un vero e proprio stile di vita dell’uomo contemporaneo. A livello individuale si manifesta in un esagerato investimento nella propria immagine a spese del’ “io” autentico, in un individualismo che compromette la capacità di indirizzarsi ad un “tu” e di inserirsi in un “noi”. Ne risulta una personalità patologica, descrivibile con i tratti del primato accordato all’emozionale sul razionale. Non c’è perciò da meravigliarsi che il singolo si senta ormai autorizzato alle più strane miscele religiose: un pizzico di islam, un altro di giudaismo, qualche briciola di cristianesimo. La preghiera cristiana rifugge da tecniche impersonali o incentrate sull’io, capaci di produrre automatismi nei quali l’orante resta prigioniero di uno spiritualismo intimista, incapace di una apertura libera al Dio trascendente.

Nel Padre nostro, che più che una formula da ripetere, esprime lo stile della preghiera cristiana, mai si dice “io”, mai “mio”; è una preghiera in cui si è liberi dalla tirannia di questo “io” che vuol mettersi al centro. Il primo atteggiamento per pregare è un decentramento, è imparare a dire “tu”: il tuo nome, il tuo Regno, la tua volontà; e – di conseguenza – è imparare a dire “noi: il nostro pane, i nostri debiti, le nostre tentazioni. Pregare è decentrarsi dal proprio io e ricentrarsi nella relazione con Dio e con i nostri simili.

Il narcisismo è una variante dell’antropocentrismo che caratterizza la cultura attuale che fa dell’uomo il centro e il protagonista di ogni relazione che, invece per la fede cristiana ha il suo inizio in Dio. Questa visione antropocentrica rischia, nei migliori dei casi, di ridurre la preghiera a una semplice attività di riflessione, in vista di un aggiustamento del proprio equilibrio psicologico. La preghiera non è un sedativo per le nostre paure o una risposta al nostro bisogno di protezione. La preghiera è invece anzitutto ascolto, non solo della natura, della storia, di se stessi, ma per il cristiano ascolto soprattutto della Parola di Dio. Si potrebbe dire che, se per Dio “in principio è la Parola” (cf. Gv 1,1), per l’uomo “in principio è l’ascolto”.

La prima esperienza di umanità che noi tutti facciamo è quella della “filialità”: noi esistiamo perché figli. Figli di un uomo e di una donna e del loro amore, figli di una storia, figli di Dio. La prima esperienza è l’essere generati, da altri, a una vita che non è mia, che viene da prima di me e che va oltre me. A una vita che è dono. La prima esperienza è che nessuno è figlio di se stesso. La prima parola del Padre nostro ci apre alla trascendenza; la preghiera è sempre apertura alla trascendenza, ad un “aldilà”, ad un “altrimenti”.

Se ritorniamo col pensiero ad alcuni snodi decisivi della nostra vita, ci accorgiamo che spesso è stata la parola di un amico, la lettura di un libro o l’incontro con qualcuno ad illuminare una scelta difficile che dovevamo prendere, una situazione che stavamo vivendo.

Per i cristiani la Bibbia è un libro amico, che raccoglie un millennio di esperienze-limite umane. In esso troviamo tutto il repertorio della storia umana: guerre, deportazioni, stermini, ma anche gioia, misericordia, perdono, e via dicendo.

La Bibbia è una biblioteca di 73 libri, divisi tra Antico Testamento e Nuovo Testamento. Possiamo dire che essa racconta l’alleanza che Dio stabilisce con gli uomini lungo il tempo. Nei diversi eventi raccontati dalla Bibbia troviamo le orme di questa alleanza che trova il suo momento culminante nell’evento di Cristo Gesù.

La Bibbia è stata scritta nel corso di 1600 anni circa. Gli uomini che l’hanno scritta sono vissuti in periodi diversi. Alcuni di loro erano molto istruiti, altri no. Alcuni erano agricoltori, altri pescatori, pastori, profeti, giudici o re. Ma dietro questi uomini, noi crediamo che c’è lo stesso Dio.

È vero che la Bibbia è un libro complesso, con alcuni brani difficili da leggere. Ma è anche vero che il messaggio fondamentale non è difficile da comprendere,

La Bibbia può diventare il libro delle nostre preghiere.

M. A.