In senso ampio, per cultura si
intende l'insieme delle conoscenze, dei valori, delle tradizioni e dei costumi
nonché dei linguaggi e dei simboli che un gruppo umano condivide e trasmette da
una generazione all'altra. Negli ultimi decenni, nel contesto del fenomeno
migratorio, si è parlato molto di multiculturalismo in ordine a costruire una
società formata da una molteplicità di culture su un piede di parità. Recentemente,
Ernesto Galli della Loggia in un intervento sul Corriere della Sera (27.08.26)
ha indicato i limiti di questa visione di società multiculturale.
Mutatis mutandis, non
mi sembra insensato (senza senso) leggere la storia della liturgia romana di
queste ultimi decenni nel contesto del multiculturalismo e della sua crisi.
Benedetto XVI col suo motu proprio Summorum Pontificum (07.07.2007) introduceva
accanto alla “forma ordinaria” del rito romano (la riforma di Paolo VI) una
“forma straordinaria” dello stesso rito romano (la liturgia del 1962). Affermava
inoltre che “le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a
vicenda”.
La Congregazione per la
dottrina della fede in aprile del 2020 avviò una Consultazione
sull’applicazione del Motu proprio SP. Le risposte delle diverse
Conferenze episcopale non sono state rese note. Il blog Paix-liturgique.org pubblicò
la risposta della Conferenza dei vescovi di Francia, in cui si afferma tra
l’altro: “La pubblicazione del Motu proprio SP è espressione di una lodevole
intenzione che, però, non ha dato i frutti attesi. Se il documento fa onore a
un principio di realtà, oggi appare sempre più necessario un instancabile
lavoro di unità. Le promesse di un vicendevole arricchimento delle due forme
dell’unico rito romano sono rimaste largamente rudimentali. La reciproca
diffidenza ha avuto un effetto sterilizzante. L’applicazione del Motu
proprio non ha onorato pienamente la cura per l’unità della Chiesa. La sua
attuazione pone dei problemi ecclesiologici più che liturgici”.
Finalmente, papa Francesco col
Motu proprio Traditionis custodes (16.07. 2021) scompare la terminologia “forma
ordinaria” e “forma straordinaria del rito romano”. Infatti, si afferma che
l’unica espressione della lex orandi del Rito romano sono i
libri liturgici promulgati dopo il Vaticano II. Bisogna precisare che Francesco
col suo MP non proibisce la Mesa in latino, ma regola e limita l’uso
del Messale Romano edito da san Giovanni XXIII nell’anno 1962. Si può
celebrare la Messa in latino sempre e dovunque col Messale di san Paolo VI.
È incomprensibile come due
Liturgie, con ordinamento di letture diverso, calendari differenti, testi
diversi nei Tempi centrali dell’Anno liturgico, come cioè due forme espressive
diverse della lex orandi possano realmente armonizzarsi con
una lex credendi della Chiesa. La “vigenza contemporanea” di
due forme rituali diverse (due “culture” diverse), mina l’unità della
Chiesa.
