La liturgia è “l’esercizio della funzione (munus) sacerdotale di Cristo” (SC 7); è anche opera della Chiesa, in cui “ciascuno, svolge il proprio ufficio (munus)” (SC 28). I pastori “esercitano in essa la funzione (munus) di dispensatori dei misteri di Dio” (SC 19). Partecipando alla liturgia il Signore “fa di noi stessi un’offerta (munus) eterna a lui” (SC 12). “Munus” può esprimere bene il mistero liturgico nella sua globalità.
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venerdì 31 luglio 2026
domenica 26 luglio 2026
RITUALITÀ E ALTRO
Vasco Brondi, Una cosa
spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte (Vele 269), Giulio Einaudi
editore, Torino 2026. 160 pp. (€ 13,00).
Una cosa spirituale è
un viaggio tra terreno e ultraterreno, una visione su come fare arte ai tempi
del materialismo. Vasco Brondi ci racconta la sua esperienza con la creatività,
i momenti in cui ha sentito che il flusso creativo non scorreva piú e i momenti
in cui l'ha ritrovato. Esplora e mette in relazione le esperienze e le pratiche
creative e spirituali di grandi artisti e di grandi mistici e tradizioni
contemplative: Nick Cave e i sufi, le cartomanti e Federico Fellini, i padri
del deserto e i CCCP, Marina Abramovic e i monaci tibetani, i sadhu e
David Lynch, Simone Weil e il regno dei cieli. Per scoprire e lasciarsi
ispirare dai processi creativi di registi, musicisti, scrittori, artisti visivi
e dal loro rapporto con l'invisibile. Vasco Brondi, che con le sue canzoni è
arrivato a tanti, ci suggerisce che l'arte, in quest'epoca materialista, non è
solo intrattenimento ma può metterci in contatto con le magie e i misteri del
nostro transito terrestre. In questo senso la creatività è una cosa spirituale.
(Quarta di copertina)
venerdì 24 luglio 2026
DOMENICA XVII DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 26 luglio 2026
1Re 3,5.7-12; Sal 118
(119); Rm 8,28-30; Mt 13,44-52
Il Sal 118, il più lungo del Salterio, conserva
tracce indubbie di un amore profondo, quasi saporoso della legge, un vero e
proprio culto. Il salmista proclama beato colui che è fedele agli insegnamenti
del Signore “e lo cerca con tutto il cuore” (v.2). Il termine cuore appare più
volte nel testo salmico. Questo cuore è un cuore pronto a custodire i precetti
del Signore e appunto per questo è un cuore sapiente: “insegnami il gusto del
bene e la conoscenza, perché ho fiducia nei tuoi comandi” (v.66).
Non tutte le cose hanno la stessa importanza.
Nella nostra vita quindi ci sono delle priorità da difendere. Lo ha capito
Salomone, di cui parla la prima lettura. Egli, diventato re in giovane età, si
sente inadeguato al grande compito di governare il popolo di Dio. Nella sua
preghiera al Signore, Salomone non chiede né lunga vita, né ricchezze, né il
trionfo personale, ma ciò che egli crede sia più importante: “un cuore docile
perché sappia rendere giustizia” al popolo e “sappia distinguere il bene dal male”.
Salomone chiede insomma la “saggezza nel governare”. Il giovane re ha fatto una
scelta giusta, ha saputo discernere e scegliere ciò che è veramente
prioritario.
Tutta la nostra vita è una continua ricerca di
qualcosa di appagante e di stabile che non riusciamo però mai a trovare
pienamente e definitivamente. Tutto è precario e tutto invecchia assai
rapidamente. Cosa cerca veramente il nostro cuore? Nella prima parte del brano
evangelico d’oggi, Gesù parla di un bracciante che sta lavorando un campo e vi
trova un tesoro; e di un mercante, appassionato di perle, che trova la pietra
preziosa che aveva sognato per tutta la vita. Due esperienze diverse; la prima
casuale, la seconda preparata con una lunga ricerca. Ma l’effetto è lo stesso:
“va… vende tutti i suoi averi e compra quel campo…, compra la perla”. Sono
immagini eloquenti che intendono dare una risposta alla ricerca di senso che
pervade la nostra vita. Come l’uomo che ha trovato un tesoro nascosto o il
mercante che ha trovato una perla preziosa, il cristiano è collocato dalla sua
fede di fronte all’unico Salvatore di tutti, l’unico mediatore tra Dio e gli
uomini, l’unico Nome nel quale è dato agli uomini di essere salvi.
La parola di Dio in questa domenica ci invita a
scegliere la strada che conduce al tesoro nascosto, a quella perla il cui
grande valore non verrà mai meno per l’eternità. Come il re Salomone, anche noi
siamo incoraggiati a chiedere al Signore che ci dia un “cuore saggio e
intelligente” per saper discernere e scegliere i veri valori della vita, quelli
che non invecchiano mai. Si tratta di dire sì al Signore che, come afferma la
lettera ai Romani, vuol salvare gli uomini predestinandoli, chiamandoli, giustificandoli
e glorificandoli. Nella ricerca di Dio e del suo regno tanti sono gli
smarrimenti e tante le nostre debolezze. Ma san Paolo ci ricorda che per chi
ama Dio e lo cerca con cuore sincero, tutto finisce per concorrere al bene di
quella vita piena alla quale siamo chiamati in Cristo. Non si tratta di una
affermazione ottimistica di chi vuol vedere tutte le cose sotto un’angolazione
serena; è l’affermazione di fede di chi sa che la storia non sfugge al
controllo di Dio e, d’altra parte, sa che Dio ci ha amato fino a donare per noi
il suo Figlio.
L’eucaristia è dono di sapienza, certo
superiore a quello chiesto da Salomone. È “memoriale perpetuo” della passione
di Cristo, “dono del suo ineffabile amore… per la nostra salvezza” (preghiera
dopo la comunione).
domenica 19 luglio 2026
LA PAROLA DI DIO E L’EUCARISTIA
Il Concilio Vaticano II nella Costituzione dogmatica sulla divina rivelazione sottolinea il legame tra la Parola di Dio e l’Eucaristia adoperando sia per l’una che per l’altra lo stesso verbo “venerare”: “La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il corpo stesso del Signore …” (DV 21). Il Lezionario della Messa afferma, come fa anche la DV, che alla parola di Dio e al mistero eucaristico la Chiesa tributa la stessa “venerazione”, ma aggiunge precisando maggiormente il concetto: “anche se non lo stesso culto” (OLM 10: “Dei verbum et eucharisticum mysterium eadem veneratione etsi non eodem cultu …”). Quando in seguito si parla dei riti che accompagnano la proclamazione del Vangelo, si adopera sempre il sostantivo “venerazione”.
venerdì 17 luglio 2026
DOMENICA XVI DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) –19 luglio 2026
Sap 12,13.16 –19; Sal
85 (86); Rm 8,26-27; Mt 13,24-43
La preghiera è un atteggiamento del cuore che
si apre al mistero di Dio. Pregare significa quindi cercare il volto di Dio. Il
Sal 85 è una preghiera piana e scorrevole, calda di fede e di senso religioso,
con cui il pio salmista ci conduce alla scoperta di un Dio grande e potente che
compie meraviglie, ma che soprattutto è lento all’ira, pieno di amore e pronto
nell’offrire il suo perdono a quanti si rivolgono a lui con cuore pentito. In
questa preghiera si sente già il dialogo amoroso e confidente del Vangelo:
chiedete ed otterrete. La tradizione cristiana ha interpretato questo salmo
come preghiera rivolta da Gesù al Padre, sia per sé, sia per le membra di quel
corpo mistico, di cui egli è il capo.
La prima lettura biblica, tratta dal libro
della Sapienza, parla di un Dio che pur essendo “padrone della forza”, governa
“con molta indulgenza” e concede dopo i peccati la possibilità di pentirsi.
Sulla stessa linea, la parabola del grano e della zizzania (gramigna),
riportata dalla lettura evangelica, ci mostra il volto di un Dio paziente,
capace di aspettare, pronto a darci la possibilità di scegliere, di crescere,
di maturare, e disposto sempre a perdonare. Dio rispetta la nostra libertà e i
nostri ritmi. Egli non vuole dei burattini, docili strumenti senza cuore. Dio
vuole l’amore della sua creatura e perciò rispetta la sua libertà. Le altre due
brevi parabole del granello di senape e del lievito, riportate dalla pagina
evangelica, adombrano la potenza di espansione del regno di Dio.
Siamo invitati a prendere coscienza con
realismo della presenza del male nel mondo e in ognuno di noi: “Tutti i membri
della Chiesa, compresi i suoi ministri, dobbiamo riconoscerci peccatori. In
tutti, sino alla fine dei tempi, la zizzania del peccato si trova ancora
mescolata al buon grano del Vangelo” (Catechismo
della Chiesa Cattolica, n. 827). Dinanzi a questa realtà bisogna evitare
due estremi: l’esserne succubi o il volerlo stroncare ad ogni costo e in tutte
le sue manifestazioni. Pretendere di cancellare radicalmente tutto il male che
c’è nel mondo è lo stesso che sopprimere la libertà dell’uomo con il rischio di
uccidere l’uomo stesso. Certamente la libertà non equivale al diritto di fare
il male, ma apre all’uomo la possibilità di orizzonti di bene. In ogni modo,
Dio non vuole limitare la nostra libertà anche se alla fine del nostro
pellegrinaggio chiederà conto dell’uso che ne avremo fatto. Gesù con le sue
parabole ci fa capire che il regno di Dio ha un inizio (il momento in cui il
seme viene seminato nel campo del cuore dell’uomo), una fine (il tempo della
mietitura), separati da un tempo di crescita. Non dobbiamo quindi essere
precipitosi, fare delle discriminazioni premature.
La tolleranza del padrone della messe stimola
anche noi a un comportamento di comprensione. La vera forza dell’uomo non si
manifesta nella vendetta, ma nel perdono. I sistemi del puritanesimo,
dell’integralismo, del rigorismo e del massimalismo sono estranei allo spirito
del Vangelo di Gesù. Se Dio è buono e perdona (cf. salmo responsoriale), anche
noi dobbiamo avere il coraggio del perdono. Come ci ricorda san Paolo nella
seconda lettura, nei nostri rapporti con Dio e con gli altri dobbiamo affidarci
allo Spirito che “viene in aiuto alla nostra debolezza”. Lo Spirito Santo opera
in modo continuo nel nostro cuore e orienta il nostro spirito perché sappiamo
crescere nella vitalità che viene dall’alto. Fonte di ogni bontà, Dio non è
direttamente né indirettamente causa del male. Rispettando la libertà della sua
creatura, Dio lo permette e, misteriosamente, egli sa trarre il bene anche dal
male.
domenica 12 luglio 2026
DIACONESSE
Preghiera per l’”ordinazione” di una diaconessa (Costituzioni Apostoliche, VIII, 19-20)
“O Dio eterno, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,
Creatore dell’uomo e della donna,
che hai riempito di Spirito Maria, Debora, Anna e Hulda,
che non hai disdegnato che il tuo Figlio unigenito nascesse da una donna,
tu che nella tenda della testimonianza e nel tempio
hai stabilito donne custodi delle tue porte sante:
guarda ora anche questa tua serva,
destinata al ministero diaconale,
e donale lo Spirito Santo,
purificala da ogni impurità della carne e dello spirito,
affinché compia degnamente l’ufficio che le è affidato,
a tua gloria e lode del tuo Cristo,
con il quale a te sia gloria e adorazione,
nello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.”
In Rm 16,1 si legge: “Vi raccomando Febe che è al servizio
(diakonos) della Chiesa di Cencre”. Abbiamo testimonianza della loro
presenza soprattutto nei secoli III e IV, in particolare in Oriente. Le
diaconesse svolgevano diversi ruoli nel servizio pastorale, in particolare
nell’assistenza e cura verso altre donne.
venerdì 10 luglio 2026
DOMENICA XV DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 12 luglio 2026
Is 55,10-11; Sal 64
(65); Rm 8,18-23; Mt 13,1-23
Il discorso centrale delle letture bibliche
odierne verte sulla parola di Dio. Il breve brano della prima lettura, tratta
dal profeta Isaia, esalta la potenza della parola del Signore. Essa opera ciò
che il Signore desidera e compie ciò per cui egli l’ha mandata. Le parole umane
sono spesso vane e inconsistenti, non impegnano sempre chi le pronuncia, non
resistono alla prova del tempo. La parola di Dio, invece, non risuona mai
inutilmente sulla terra, non cade a vuoto, ma realizza qualcosa in chi si dispone
a riceverla. Venendo da Dio, porta la vitalità infinita di Dio ed è capace di
fecondare il mondo. Il profeta compara l’azione della Parola con quella della
pioggia e della neve che irrigano, fecondano e fanno germogliare la terra. Non
si tratta però di una parola magica. La parola di Dio non funziona in modo
automatico. Lo insegna Gesù nella parabola del seminatore che uscì a seminare,
parabola con la quale iniziamo la lettura del discorso sulle parabole del Regno
che ci accompagnerà anche nelle due domeniche seguenti. Gesù afferma che le
sorti della Parola sono anche legate alla nostra responsabilità e
collaborazione: occorrono certe condizioni di disponibilità, di attenzione;
occorre un terreno adatto, un cuore capace di ascolto perché la parola di Dio
dia frutto. Se il nostro cuore è come un terreno arido, la nostra vita sarà
sterile e incapace di essere rinnovata col messaggio della parola di Dio.
La seconda lettura ci ricorda che la parola di
Dio seminata abbondantemente nel decorso della storia, ne subisce tutti i
condizionamenti. Il brano paolino può aiutarci a comprendere l’attuale
travaglio della crescita del regno di Dio, e quindi anche della Parola che di
questo regno è annuncio. San Paolo ci invita alla speranza: la potenza della
parola di Dio apparirà in tutto il suo fulgore quando in ogni discepolo si
rivelerà la “gloria futura”, quando anche il corpo mortale dell’uomo sarà
trasfigurato e reso conforme al corpo glorioso del Signore. L’eventuale
incredulità degli ascoltatoti non farà fallire il progetto di Dio. La salvezza
in Cristo è una realtà presente (cf. 1Cor 15,1-2), ma la sua realizzazione
piena attraverso la risurrezione dei corpi deve ancora venire (cf. 1Cor
15,13-34). Con il nostro corpo l’uomo è in rapporto con tutto il creato.
Entrambi, noi e il cosmo, gemono nell’attesa di una manifestazione piena della
salvezza.
La parola di Dio, se accolta e custodita nel
cuore, è luce che ci guida a capire e interpretare il significato della nostra
vita nella scena di questo mondo. Questa parola, che ascoltiamo così sovente
nel decorso delle nostre celebrazioni liturgiche, in particolare ogni domenica
nella prima parte della celebrazione della messa, è come una semente che Dio
stesso sparge nel cuore d’ognuno di noi e che porta frutto a seconda
dell’ascolto e dell’accoglienza che ad essa noi offriamo. Como dice il canto al
vangelo, nella celebrazione eucaristica è Cristo stesso che semina il buon seme
della sua Parola.
domenica 5 luglio 2026
QUANDO IL SAGGIO INDICA LA LUNA LO STOLTO GUARDA IL DITO
Lo scorso 1° luglio, la
Fraternità sacerdotale Pio X ha ordinato, senza mandato apostolico, quattro
nuovi vescovi. Le reazioni a questo evento sono state numerose. Vorrei
ricordare qui brevemente quanto hanno detto tre personaggi del tradizionalismo
cattolico. Mons. Athanasius Schneider ha affermato che non si tratta di un atto
scismatico perché non lo è nelle intenzioni. Mons. Georg Gänswein, in una
intervista pubblicata sul Corriere della Sera, ha detto che papa
Francesco con la pubblicazione della Lettera Apostolica Traditionis custodes (16.07.2021)
non ha forse capito le conseguenze che le misure restrittive sull’uso della
liturgia romana anteriore alla riforma del 1970, potevano produrre. Mons.
Nicola Bux si è augurato che il papa Leone XIV liberalizzi l’uso del Messale
anteriore alla riforma del Vaticano II; sarebbe un gesto accolto con favore dai
Lefebvriani.
L’ordinazione, senza mandato apostolico, dei quattro vescovi non è altro che la logica conseguenza delle posizioni dottrinali dei Lefebvriani che rifiutano le Dichiarazioni del Vaticano II : Dignitatis humanae sulla libertà religiosa; Nostra aetate sul rapporto della Chiesa con le altre religioni non cristiane; e criticano l’impostazione dottrinale della Costituzione Lumen Gentium. Bisogna poi aggiungere il rifiuto della riforma liturgica di Paolo VI nonché di diversi documenti magisteriali, in particolare di papa Francesco. Finalmente, nel rito della celebrazione dell’ordinazione, la risposta alla domanda del rituale: “Avete il mandato apostolico?”, è stata praticamente un atto di scomunica della Chiesa cattolica quando si è affermato tra l’altro: “…Tenendo presente che dal Concilio Vaticano II fino ai giorni nostri le autorità della Chiesa sono impregnate di uno spirito contrario a quello della fede...”
Non guardare solo l’atto scismatico, ma guardare tutto ciò che lo precede e l’accompagna. Le intenzioni dei Lefebvriani sono chiare e non si tratta solo di offrire un uso maggiore del Messale anteriore alla riforma di Paolo VI. Si potrebbe dire: “Quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito”.
venerdì 3 luglio 2026
DOMENICA XIV DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 5 luglio 2026
Zc 9,9-10; Sal 144 (145); Rm 8,9.11-13; Mt
11,25-30
Il salmo responsoriale (Sal 144) è una
celebrazione solenne della regalità di Dio. Il salmista celebra l’onnipotenza
del Signore svelata nelle grandi gesta della storia della salvezza. Ma la
potenza di Dio si manifesta nella bontà paziente, la sua forza nella tenerezza
compassionevole, la sua grandezza nel chinarsi sul bisognoso.
Il breve brano dell’Antico Testamento, proposto
come prima lettura, annuncia la venuta del Re di Sion: “Ecco, a te viene il tuo
re”. In queste parole emerge la promessa del nuovo Davide. Le parole profetiche
evocano anche qui l’immagine mite e umile di Gesù che cavalcando un asino fa il
suo trionfale ingresso in Gerusalemme. Come in altri scritti della tradizione
profetica, il Messia viene annunciato non come un potente guerriero, ma come un
messaggero umile e giusto che spezzerà i simboli di guerra e l’orgoglio
dell’umana superbia con la forza dirompente dell’amore che si manifesta nella
debolezza della croce.
Nel brano evangelico, Gesù si presenta come
colui che realizza in pienezza le promesse profetiche. Egli si propone alle
folle come alternativa di liberazione rispetto al potere opprimente dei loro
capi. Al posto dell’insopportabile peso della legge e dell’oppressivo potere
dei suoi interpreti, egli propone il proprio “giogo”, facile da portare. Gesù
promette di dare ristoro a tutti coloro che sono affaticati e oppressi, e li
invita a imparare da lui che è “mite e umile di cuore”. Gesù si presenta quindi
come colui che cammina davanti a noi invitandoci a mettere i nostri piedi sulle
sue orme. Dio si manifesta nel suo Figlio incarnato come un Dio umile che si
rivela agli umili abbassandosi sino alle dimensioni infime dell’umanità per
dare all’uomo stima di se stesso, nonché impulso e speranza di liberazione di
quanto ci umilia, ci disonora e ci opprime.
La seconda lettura spiega in cosa consista
seguire Gesù e portare il suo giogo. Paolo lo fa richiamando le due possibilità
di vita che si prospettano alla libertà dell’uomo: “vivere secondo la carne” o
“vivere secondo lo Spirito”. Carne e Spirito sono due principi contrapposti di
vita. La carne è l’uomo nella sua debolezza, caducità e fragilità. Non possiamo
pretendere di costruire la propria vita sulla nostra fragilità; abbiamo bisogno
dello Spirito di Dio. L’uomo che vive secondo la carne cerca se stesso e
rifiuta il giogo di Cristo. Invece, l’uomo che vive secondo lo Spirito si
lascia condurre dallo Spirito divino che lo libera dall’orgoglio accecante e
dall’egoismo paralizzante. Assoggettarsi al giogo di Cristo significa vivere
secondo lo Spirito. Infatti, la vita nello Spirito si configura come una
crescente esperienza della nostra progressiva trasfigurazione nel Signore,
della nostra appartenenza a Cristo, del dono della vita divina che, nel
Risorto, ci è stata comunicata. Questa esperienza raggiungerà il suo compimento
solo quando la potenza dello Spirito Santo trasfigurerà il nostro corpo mortale
per renderlo conforme al corpo glorioso del Signore.






